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Autore: AndyWin24    01/01/2025    5 recensioni
Nel corso della loro vita a Camelot, Merlino e Artù si sono ritrovati ad affrontare innumerevoli avventure, colme di pericoli di ogni sorta. Stavolta, però, il nemico da combattere sarà diverso e incredibilmente difficile da contrastare rispetto al passato. Per sconfiggerlo, non avranno che un’unica arma a loro disposizione: il suono della propria voce.
Genere: Avventura, Fantasy, Song-fic | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Gaius, Gwen, I Cavalieri della Tavola Rotonda, Merlino, Principe Artù
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Terza stagione
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Prefazione
 
Salve a tutti! Volevo informarvi che questa storia è ambientata nel periodo che intercorre tra la terza e la quarta stagione. Spero possa piacervi. Buona lettura!
 


Il canto del cigno
 
 
   In una notte buia di novilunio, le nuvole coprivano completamente il cielo privo di stelle. Il paesaggio boschivo a stento si distingueva dalle ombre che dominavano incontrastate in quel luogo dimenticato dall’uomo. L’unica luce visibile risplendeva fioca al fianco di una figura incappucciata mentre percorreva lentamente una stradina sconnessa. Una volta arrivata nei pressi di un grande specchio d’acqua, questa si fermò impassibile e, con un gesto secco, gettò in avanti un piccolo medaglione nero.
   «Āwac slæp sċeadwe ielfetan!» pronunciò a fatica.
   D’un tratto, nel punto delle acque dove era caduto l’oggetto apparve una spuma, che crebbe d’intensità fino a svanire quando un essere emerse in superficie.
   La figura sorrise maliziosamente, osservando i frutti del suo operato. Quell’azione le era costata molto, ma ne era valsa la pena. Finalmente il suo piano stava prendendo forma.
 
 
***
 
 
   L’alba era ormai sorta da un pezzo nel cielo di Camelot, quando Merlino aprì con delicatezza la porta delle stanze di Artù ed entrò in punta di piedi. Al principe non piaceva essere svegliato di soprassalto, così quella mattina il servo decise di provare con un approccio un po’ meno diretto. Tuttavia, con sua immensa sorpresa, non ce ne fu alcun bisogno: il giovane Pendragon era già in piedi, di fronte alla finestra ad osservare il panorama fuori dal castello.
   «Oh, Artù, siete sveglio. Non vi facevo così mattiniero…»
   Il principe non rispose. Senza distogliere lo sguardo, continuò ad ammirare l’orizzonte.
   «Allora…» proseguì Merlino, prendendo dall’armadio alcuni indumenti e riordinando altre vesti sparse per la camera. «… dobbiamo sbrigarci se non volete fare tardi alla riunione del consiglio. Sarà presente anche Lord Agravaine, e so che avete intenzione di fare una buona impressione su di lui, ora che è in visita a Camelot. Perciò, vi suggerisco di non poltrire e…»
   Il servo s’interruppe. Artù era ancora fermo davanti alla finestra.
   «Ehi, Artù, ci siete?» chiese Merlino, avvicinandosi a lui. «Perché non mi rispondete? Ehi! Buongiorno…»
   In quell’istante, Artù si voltò di scatto e gli mostrò un enorme sorriso.
 
«Good mornin'
Good mornin'…»1
 
   Il principe iniziò a cantare e a muoversi intorno a Merlino come se stesse goffamente provando dei complicati passi di danza. Il servo, intanto, assisteva alla scena basito e scioccato. “Ma cosa gli è preso?” pensò, mentre con la coda dell’occhio notò anche uno strano particolare. Attorno alla sua figura stavano brillando delle bizzarre luci azzurrine, che si muovevano al ritmo della canzone.
 
 «…Good mornin'
Good mornin' to you»1
 
   Artù saltellò due volte sul suo letto e, con una piroetta, si portò davanti a Merlino, rimasto a bocca spalancata. Non aveva parole. Anche Artù, dopo aver terminato di cantare, si mostrò d’un tratto stupito di quello che aveva appena fatto. La sua espressione mutò da immensa gioia a puro terrore in meno di cinque secondi.
   «Oh! Cos’è successo?» domandò guardandosi intorno con frenesia.
   «Non saprei, Artù… Questo dovete dirmelo voi.»
   «Ma… ma… non so cosa mi sia preso!» gridò il principe, sconvolto e col viso arrossato. «Perché diamine avrei dovuto fare… una cosa così… ridicola?!»
   «A dir poco…» sussurrò Merlino tra sé.
   «Che hai detto?»
   «Niente!» rettificò subito il servo. Con sospetto, constatò che anche le luci erano scomparse nel momento esatto in cui Artù aveva smesso di cantare. «Forse avete bevuto troppo ieri sera e vi siete svegliato… beh, più vivace del solito.»
   «Assolutamente no! Certo, ho bevuto un po’, ma non ho alzato il gomito.»
   «Può darsi, ma allora come ve lo spiegate?» ribatté Merlino, ruotando l’indice per indicare la stanza. «Fino a un attimo fa stavate ballando e canticchiando…»
   «No!!» esclamò Artù iracondo, afferrando l’altro per una manica. «Non ripeterlo! Non so perché sia successo, ma nessuno dovrà mai venirlo a sapere. Ti è chiaro?»
   Merlino annuì, soffocando a stento una risata.
   «Ma certo! Per chi mi avete preso?»
   «Per un chiacchierone, ecco per chi!»
   «State tranquillo! Non lo dirò a nessuno! Ve lo prometto.»
   Artù lo squadrò da capo a piedi con diffidenza. Voleva accertarsi che stesse dicendo il vero e, solo quando ne fu convinto, si allontanò da lui per iniziare a vestirsi. La giornata era appena incominciata e avevano molto da fare, anche se un lieve senso di estraneità lo accompagnò per tutto il tempo che impiegò a rendersi presentabile. Certamente quell’episodio così imbarazzante lo aveva messo di pessimo umore.
   Una volta pronto, uscì dalla camera e si diresse con Merlino al seguito verso le stanze del padre. L’uomo non si era ancora ripreso dagli eventi che lo avevano portato a conoscenza delle malevole intenzioni di Morgana, quindi voleva accertarsi personalmente sulle sue condizioni.
   Quando arrivò a destinazione, incontrò sulla soglia Ginevra, apparentemente agitata. Il suo sguardo era serio e impaurito, tanto da indurlo a temere il peggio per la salute di Uther.
   «Gwen?! Che succede?»
   «Artù! Per fortuna sei arrivato! Stavo per venirti a chiamare.»
   «Perché?!» chiese ancora il principe con apprensione. «È successo qualcosa a mio padre?»
   La serva annuì, con un groppo alla gola. Merlino le posò delicatamente una mano sulla spalla, cercando di farle forza.
   «Coraggio, Gwen. Riprenditi e spiegaci tutto quanto.»
   «Io… io… non so cosa dire…»
   «Com’è possibile?» sbottò Artù, agitato. «Ti prego di essere più chiara, Ginevra, perché inizio seriamente a preoccuparmi.»
   «Io… non so come… Forse è meglio che lo vediate voi stessi…»
   Così dicendo, la serva s’incamminò a passo incerto verso le stanze reali e condusse i due fino al capezzale dell’uomo. Artù osservò con attenzione lo sguardo di Uther perso nel vuoto, mentre rimaneva steso sul letto, completamente immobile. Lo feriva nel profondo del cuore vederlo ridotto in quello stato, ma d’altro canto non poteva dire che fosse cambiato nulla da pochi mesi a quella parte.
   «Io non vedo cosa ci sia di diverso dal solito…» iniziò a dire, esprimendo i suoi dubbi ad alta voce.
   Poi, però, venne interrotto.
 
«I used to rule the world
Seas would rise when I gave the word»2
 
   Uther cominciò a mormorare alcuni versi di quella che sembrava essere una canzone. La sua voce era debole e malinconica, ma allo stesso tempo sicura, nonché sorprendentemente intonata. Merlino sobbalzò nel vedere alcune luci, di un grigio spento, librarsi in aria per la stanza.
   «Padre…» lo chiamò Artù, scuotendogli il braccio. L’altro, però, lo ignorò, continuando a cantare.
 
«Now in the morning, I sleep alone
Sweep the streets I used to own
I used to roll the dice
Feel the fear in my enemy's eyes
Listen as the crowd would sing
Now the old king is dead, long live the king
One minute, I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of salt and pillars of sand»2
 
   A quel punto, Artù e Merlino si scambiarono un’occhiata eloquente. Non poteva essere una coincidenza. Il re stava cantando a sproposito, proprio come Artù quella stessa mattina.
   «Da quanto è in questo stato?»
   «Io l’ho trovato così quando sono arrivata. Purtroppo, ho tardato un po’ perché sono stata impegnata nelle cucine. La cuoca era molto indaffarata e mi ha chiesto aiuto per pulire e…»
   D’improvviso, la ragazza fu come presa da un tremolio lungo tutto il corpo.
   «Gwen!» urlò Artù, tentando di farla rinvenire.
   Dopo pochi istanti, lei si staccò dalla presa del principe e afferrò una scopa in mano.
 
«Come, my little friends, as we all sing a happy little working song
Merry little voices clear and strong
Come and roll your sleeves up, so to speak, and pitch in
Cleaning crud up in the kitchen as we sing along»3
 
   Gwen volteggiò qua e là per la stanza, cantando e pulendo al tempo stesso. Delle lucine lilla si accesero intorno alla sua testa e volarono in ogni dove. Artù le ignorò completamente, quasi come se non le vedesse, e provò nuovamente a chiamare la ragazza.
   «Gwen!» esclamò, avvicinandosi a lei. Quest’ultima lo afferrò con un abbraccio e lo fece volteggiare come in una danza.
   «Oh, no! No! No!» si dannò il principe, guardando subito verso Merlino. «Non stare lì impalato! Fa’ qualcosa!»
   Il servo alzò le spalle, in difficoltà. Non sapeva come comportarsi, tranne forse…
   «Forbēodaþ Sealtiaþ!» sussurrò, senza che Artù o Gwen lo sentissero.
   I suoi occhi si illuminarono, ma la magia non sortì alcun effetto.
   «Ginevra!» gridò Artù, tentando di fermarla. «Ginevra, guardami!» disse ancora, instaurando un contatto visivo. A quel punto, la ragazza sembrò tornare in sé.
   «Oh, cielo! Cosa sto facendo?!»
   Entrambi si fermarono, cercando di riprendere fiato. Le lucine colorate si spensero, così come era accaduto con Uther. Merlino ragionò un istante su quello che stava succedendo. Pensando e ripensando alla vicenda riuscì ad arrivare a un’unica conclusione. Prima di esternarla a parole, però, Artù lo precedette e scattò deciso verso la porta.
   «Gwen, rimani qui e controlla mio padre!» ordinò, facendo un cenno alla ragazza, ancora frastornata. Dopodiché si rivolse al suo servo. «Noi, invece, andiamo da Gaius.»
   «Da Gaius?» domandò Merlino.
   «Stanno accadendo cose troppo strane stamattina. E riesco a pensare a una sola spiegazione per tutto questo.» disse Artù, accelerando il passo. «La stregoneria.»
 
 
***
 
 
   Arrivati nel laboratorio del medico di corte, misero subito Gaius al corrente dei fatti. L’uomo, sulle prime un po’ sbigottito, ascoltò con pazienza il loro racconto. Poi, si mise subito al lavoro, cercando tra i suoi volumi qualcosa che potesse chiarire quell’assurda situazione.
   «Stregoneria?» ripeté, chiudendo distrattamente un vecchio libro polveroso. «Ne siete certo, Artù?»
   «Beh, non saprei spiegarmelo altrimenti.» asserì il principe, con la schiena appoggiata a uno scaffale.
   «Comprendo perfettamente. Ma temo di non aver mai sentito di una magia che abbia simili effetti. Potrebbe essersi trattato di qualcos’altro…»
   «Ci abbiamo già pensato…» esordì Merlino, anche lui con la testa immersa nei libri. «… ma non crediamo che possano esserci molte alternative oltre alla magia.»
   «E che mi dite di qualcosa che avete ingerito?» azzardò Gaius, incerto. «O magari che avete respirato. Ci sono infinite possibilità che possono spiegare l’accaduto e che non riguardano la…»
 
«Call it magic
Call it true
I call it magic!»4
 
   A Merlino scivolò di mano il volume che stava esaminando quando ascoltò il verso cantato dal medico di corte. Quest’ultimo aveva anche alzato una mano verso il soffitto, assorto dal suono della sua stessa voce. Poi, una volta accortosi di ciò che aveva appena fatto, cercò di ricomporsi in fretta.
   «Dicevi, Gaius?» chiese Artù, inarcando un sopracciglio.
   «Ehm, sì…» mormorò l’anziano medico, schiarendosi la gola. «… suppongo sia possibile che si tratti di magia…»
   «Forse ho trovato!» esclamò d’improvviso Merlino, alzandosi in piedi. Il suo sguardo si fece d’un tratto più serio nel fissare la pagina di un volume.
   «Davvero?» chiese Artù, scettico.
   «Sì, ma non sono buone notizie…»
   Merlino porse il libro a Gaius, mentre questo si apprestava a leggere il contenuto del testo, avvicinando la sua lente ottica.
   «“Alkonо́s”, il demone del lago.» enunciò, osservando l’immagine di un uccello dalle piume scure, il becco lungo e appuntito come una lancia e gli artigli affilati come lame. «L’Alkonо́s è una creatura dell’Antica Religione nota per possedere le sembianze di un cigno e per abitare i laghi dalle acque più profonde. Secondo i racconti più recenti, è un essere molto pericoloso, contraddistinto dalla sua implacabile sete di distruzione. Oltre mille anni orsono, non potendo contrastare la sua furia sanguinaria, un gruppo di stregoni lo maledisse a cadere in un sonno profondo.»
   «Sì, davvero spaventoso, Gaius.» intervenne Artù, sbrigativo. «Ma ancora non capisco cosa c’entri questo con il problema che abbiamo.»
   «Pazientate solo un istante.» replicò l’uomo, continuando a leggere. «Qualora la magia fosse stata spezzata e la creatura si fosse risvegliata dal sonno, la maledizione sarebbe comunque perdurata nel tempo, riversandosi su ogni essere vivente delle terre vicine. Ogni individuo, per sua stessa salvaguardia, sarebbe stato indotto a emettere una magica melodia che avrebbe tenuto a debita distanza l’Alkonо́s.»
   «No, un momento.» lo interruppe il principe. «Questa creatura viene allontanata dalla musica e dai canti? Com’è possibile?»
   «Il testo non lo dice, ma descrive inequivocabilmente ciò che sta accadendo al castello. La maledizione del canto del cigno, così viene chiamata, è frutto di un’antica magia che preserva e tiene lontani gli esseri viventi da questa malvagia creatura.»
   «Quindi, se i canti sono una sorta di difesa, per far tornare tutto alla normalità non ci resta altro modo che sbarazzarci della minaccia.» teorizzò Merlino, perplesso.
   «Così sembra, a quanto pare.»
   «Bene.» commentò Artù, avviandosi verso la porta. «Se è vero che questo mostro dimora in un lago, non dovrebbe essere difficile scovarlo. Chiamo subito a raccolta i cavalieri per coordinare un piano d’azione. Intanto, voi due vedete se riuscite a scoprire altro. Qualsiasi informazione può essere preziosa.»
   Non appena il principe fu uscito, Merlino si avvicinò con circospezione al suo mentore. Nei suoi occhi chiari traspariva una certa ansia, tipica ormai di quelle situazioni.
   «Gaius, posso farvi una domanda?»
   «Certamente.»
   «Quando poco fa avete intonato quei versi, vi siete accorto di cosa è comparso sulla vostra mano?»
   L’anziano medico si accigliò, perplesso.
   «No, temo di no. Perché? Cos’è comparso?»
   «Una luce.» spiegò Merlino, sicuro di ricevere quella risposta.
   «Una luce? Davvero?»
   «Sì. Tuttavia, sembra che nessuno oltre a me riesca a vederla. Anche prima, nelle stanze di Uther, o in quelle di Artù, sono comparse delle piccole fiammelle di luce. Ma nessuno le ha notate.»
   «Mmmh…» mormorò Gaius, d’un tratto ancora più in pena. «…non so che dire, ma è probabile che non sia un buon segno.»
   Merlino annuì, in accordo con lui. Nella sua espressione si leggeva una chiara afflizione.
   «Ditemi la verità, Gaius: come credete che potremo sconfiggere questo Alkonо́s
   L’uomo scosse il capo, facendo una smorfia preoccupata.
   «Temo di non poter rispondere a questa domanda. Il libro non menziona molto altro oltre a quello già detto.»
   «Ma per ucciderlo pensate che potrebbe bastare una semplice spada… o credete che sarà necessario ricorrere alla mia magia?»
   Gaius non rispose subito ma sbuffò, lanciando un’occhiata all’immagine della creatura raffigurata nel libro.
   «Non posso dirlo con certezza, ma dubito che una mera spada possa uccidere una creatura che ha resistito ai poteri di un intero gruppo di stregoni.»
   «Come pensavo.» commentò Merlino, scuro in volto. «Quindi, come facciamo a sapere come procedere?»
   «Per prima cosa, suggerisco di continuare a cercare nei libri. Potremmo essere fortunati e scoprire qualcosa che finora ci è sfuggito.»
   «E se non dovessimo trovare niente?»
   Gaius ci pensò su per alcuni istanti, poi parlò, assumendo uno sguardo criptico.
   «Beh, in quel caso, ci resterebbe un’unica possibilità…»
 
 
***
 
 
   Nella sala consigliare del castello, Artù prese posto davanti a un sontuoso tavolo rettangolare. Aveva appena terminato di spiegare a somme linee la situazione attuale a suo zio e agli altri membri del consiglio, congedandoli in maniera rapida e sbrigativa. Data la gravosa emergenza che incombeva sull’intero regno, non c’era altro tempo per mere formalità. Rimasto poi solo, attese con pazienza l’arrivo dei suoi cavalieri. I pensieri vagarono nella sua mente fino a fargli esplodere la testa. Per l’ennesima volta, Camelot correva un grave pericolo a causa della magia. Seppur gli effetti della maledizione fossero a prima vista innocui, a lungo termine avrebbero potuto causare danni inimmaginabili. Chiunque venisse “plagiato” da quella magia, perdeva completamente il controllo delle proprie azioni. E se tali effetti fossero durati più a lungo di una semplice canzone? E se fossero diventati permanenti? No, non poteva correre quel rischio. Doveva agire in fretta. Ora che suo padre versava in quello stato catatonico, spettava a lui difendere il regno. E così avrebbe fatto!
   Quando i cavalieri varcarono la soglia della sala consigliare, Artù si portò in piedi e li invitò ad accomodarsi al tavolo con lui. Per evitare che si creasse una gran confusione, il principe ne aveva mandati a chiamare solo alcuni. I migliori, a suo dire.
   «Grazie per essere venuti.» esordì Artù, schiarendosi la voce.
   «Artù, che sta succedendo?» chiese subito Sir Lancillotto con concitazione. «Abbiamo sentito che stanno accadendo delle strane cose in giro…»
   «Strane cose?» ripeté Sir Parsifal, ironico. «Nel tragitto per arrivare al castello, ho incontrato non so quante persone che cantavano a squarciagola: prima un servo mentre puliva i pavimenti; poi due ragazze della servitù che lavavano i piatti - a quanto sembra, la cuoca non riesce a farle smettere… E potrei andare avanti ancora un bel po’!»
   «Anche il fabbro ha avuto problemi analoghi.» intervenne Sir Leon, annuendo al pari di Sir Elyan. «Stando alle voci che ho sentito, sia lui che il suo apprendista hanno danzato per l’intera mattinata, senza riuscire a fermarsi, come se non avessero più il controllo del loro corpo.»
   «E che mi dite delle guardie nell’ala est?!» aggiunse Sir Galvano, incredulo. «Li ho sorpresi poco fa, durante la ronda, a ragliare come degli asini e a saltellare come delle cavallette. Uno spettacolo a dir poco pietoso!»
   «Calmatevi un momento.» replicò Artù, riportando su di sé l’attenzione. «Avete ragione ad essere preoccupati, ma a tutto questo c’è una spiegazione. Ho conferito poco fa con Gaius, ed è giunto alla conclusione che sia opera della stregoneria.»
   I cavalieri sussultarono nel sentire quella parola. Artù, però, non ci badò e continuò con il suo discorso, spiegando fin nei minimi dettagli quanto appreso dal medico di corte.
   «Quindi, è tutta colpa di questa creatura?» domandò Galvano.
   «Sì, esatto.» confermò Artù, mesto.
   «E come la fermiamo?»
   «Trovandola, per prima cosa. Vi ho riunito qui perché ognuno di voi dovrà guidare un piccolo gruppo in perlustrazione lungo i confini del regno. Di questo mostro sappiamo soltanto che vive nei laghi, quindi le alternative sono piuttosto limitate. Tuttavia, non vorrei escludere niente e preferirei agire con cautela. Ecco perché voglio che tutti voi pattugliate non solo la cittadella, ma anche i villaggi vicini. Siete d’accordo?»
   I cavalieri annuirono convinti. Sir Lancillotto si dimostrò talmente preso dalla questione, che si alzò di scatto in piedi e sfoderò la sua arma puntandola verso l’alto.
 
«E levo questa spada alta verso il cielo
Giuro sarò roccia contro il fuoco e il gelo»5
 
   Tutti gli altri lo fissarono allibiti. Quando Lancillotto tornò in sé, divenne rosso dall’imbarazzo e riprese subito posto al tavolo.
   «V-vi… chiedo scusa…» disse, a testa bassa.
   «Non preoccuparti.» lo consolò Artù, ben consapevole degli effetti della maledizione. «Non è colpa tua. È per questo motivo che dobbiamo agire in fretta. Dobbiamo dimostrare di essere più forti di qualsiasi minaccia. Infatti…»
   Improvvisamente, Sir Parsifal balzò in piedi con veemenza, alzando i pugni.
 
«Lotterò con forza contro tutto il male»5
 
   Anche Sir Leon lo imitò, con dei movimenti più composti.
 
«Attraverseremo insieme questo regno
E attenderò con te la fine dell'inverno
Dalla notte al giorno, da Occidente a Oriente»5
 
   Artù si mise le mani nei capelli. La situazione stava peggiorando a vista d’occhio. Come se non bastasse, anche gli altri quattro cavalieri – Sir Galvano, Sir Elyan, Sir Ranulf e Sir Caridoc – si erano uniti al coro, e ora cantavano con uno sconcertante fiato in gola.
 
«Non temere il drago, fermerò il suo fuoco
Niente può colpirti dietro questo scudo
Vinceremo contro tutti e resteremo in piedi

E resterò al tuo fianco fino a che vorrai
Ti difenderò da tutto, non temere mai

Giurò sarò roccia contro il fuoco e il gelo
Veglio su di te, io sono il tuo guerriero»5
 
   Il principe cercò di mantenere la calma, prendendo un bel respiro. Poi, rilasciò di colpo un urlo talmente forte da far tremare le finestre della stanza.
   «BAASTAAAAA!!!»
   Tutti i cavalieri smisero di cantare e si guardarono l’un l’altro con sguardo interrogativo.
   «Ci… ci dispiace…» disse Sir Leon, pieno di vergogna.
   «Anche a me.» ribatté Artù, stufo di quella vicenda così insensata. «Ora, se non avete altri versi da farmi ascoltare, vi pregherei di andare a fare quanto abbiamo stabilito.»
   «Come ci divideremo i compiti per la pattuglia…?» iniziò a chiedere Galvano, prima di essere interrotto dal principe.
   «Fate come volete. Basta che andiate!»
   I sette cavalieri annuirono e si avviarono di fretta verso l’uscita. Artù si stiracchiò sulla sedia e si voltò alla sua sinistra, osservando l’orizzonte oltre la finestra aperta.
   «Speriamo che Gaius e Merlino abbiano avuto maggior fortuna…»
 
 
***
 
 
   «O drakon, e male so ftengometta tesd'hup'anankes!»
   Merlino si trovava in mezzo alla radura quando la sua voce pronunciò quel richiamo nella lingua antica. Aveva trascorso l’intera mattinata e parte del pomeriggio a cercare un modo per sconfiggere la creatura che minacciava la pace nel regno. Purtroppo, a nulla erano serviti i suoi sforzi e quelli di Gaius. Su consiglio di quest’ultimo, tuttavia, il mago si era recato in quel luogo lontano dalla cittadella per richiamare a sé il grande drago. Dopo alcuni istanti, che a Merlino parvero secoli, questo comparve in volo, solcando il cielo ormai tinto di sfumature rossastre. Non appena le sue zampe toccarono terra, il ragazzo gli andò incontro e lo saluto con un cenno del capo.
   «Eccomi, giovane mago.» esordì il drago con la sua solita voce grave e profonda.
   «Kilgharrah, ho bisogno del tuo aiuto. Camelot è in pericolo.»
   «Lo so. Ho avvertito anch’io la forza magica che ha insediato queste terre. La maledizione dell’Alkonо́s è troppo potente per passare inosservata alla mia percezione.»
   «Quindi, sai già cosa sta accadendo, vero?»
   Il drago annuì, con un’espressione scura e imperscrutabile.
   «Un momento! Non è che sei caduto anche tu vittima della maledizione?»
   «No, Merlino. Chiunque sia legato all’Antica Religione, come me e te, è immune a tali conseguenze.»
   «Davvero?»
   «Sì. L’Alkonо́s non riconosce coloro che posseggono la magia come un vero nemico, quindi la maledizione non influenza le loro menti.»
   «Oh, ecco perché, a differenza degli altri, non ho mai sentito il bisogno di cantare…» mormorò Merlino tra sé. «Questo, però, non spiega il motivo per cui io riesca a vedere quelle strane luci…»
   «Le luci che vedi sono una manifestazione eterea della magia che protegge i comuni mortali. Il suo bagliore può essere visto solo da chi possiede in sé il potere degli antichi.»
   «Perciò, è grazie alla mia magia se riesco a vederle?» rifletté il mago ad alta voce.
   «Proprio così. Queste luminescenze sono una barriera, uno scudo, mosso a difesa del demone del lago. Ciononostante, tale magia – come ogni altra – cela un prezzo che deve essere pagato.»
   «Cosa intendi dire?» domandò il mago, agitato da quella improvvisa rivelazione.
   «L’Alkonо́s è una creatura che ha avuto origine dalle oscure acque del lago Nemhain. La sua natura è oltremodo malvagia, così come le sue intenzioni verso il mondo degli esseri viventi. Gli stregoni che lo misero a dormire tempo fa sapevano che la sua stessa esistenza avrebbe potuto causare danni irreparabili. Per questo fecero tutto ciò che era in loro potere per placare la sua incontenibile distruzione…»
   «Conosco la storia.» asserì Merlino. «Quello che non so è come fare a fermarlo, ora che è di nuovo sveglio. Finché rimarrà in circolazione, la maledizione che porta con sé continuerà ad affliggere gli abitanti di Camelot…»
   «Temo tu abbia ragione. Anche perché la situazione non farà che peggiorare.»
   «Peggiorare? Più di così?!»
   «Sì, giovane mago. La maledizione dell’Alkonо́s si propaga come una qualsiasi malattia. Col passare del tempo, essa plagia sempre più le menti degli uomini per far sì che tengano alla larga la creatura. Tuttavia, al contempo, la magia stessa si nutre anche della loro ragione. A poco a poco, priverà ognuno del suo libero arbitrio, riducendolo a nient’altro che un guscio vuoto.»
   «Ma è terribile!» esclamò Merlino con le mani nei capelli.
   «Sì…» confermò Kilgharrah. «… e, come dicevo, è anche il prezzo da pagare per rimanere al sicuro dall’Alkonо́s.»
   «No, invece!» ribatté il ragazzo con rabbia. «Per restare realmente al sicuro, io devo sconfiggere questa creatura! Non c’è altro modo! Ti chiedo solo di aiutarmi a capire come farlo… ti prego…»
   Il drago soppesò appieno le parole appena ascoltate. Dopo alcuni attimi di riflessione, disse: «D’accordo, ma ti avverto: non sarà facile.»
   «Non lo è mai.»
   «Suppongo di no. Ma stavolta non sarà da meno. E ho la sensazione che non ti piacerà…»
 
 
***
 
 
   Nel frattempo, lontano da Camelot, Lord Agravaine percorse senza sosta un impervio tragitto. La notte stava ormai calando quando questo fermò il suo cavallo davanti a una piccola casupola malmessa nel mezzo di un’ombrosa foresta. I suoi passi si fecero incerti e il suo respiro fremente, al solo pensiero di incontrare la persona che viveva in quel luogo. Proprio quando una donna dal lungo vestito nero e dalla carnagione pallida uscì di fretta dall’improbabile abitazione, ecco che anche il cuore dell’uomo iniziò a battere più forte.
   «Morgana!» esordì lui, chinando la testa in segno di rispetto.
   La strega lo degnò appena di uno sguardo e andò dritta al punto della conversazione.
   «Agravaine, cosa vuoi? Hai nuove informazioni da Camelot?»
   «Sì, mia signora.» rispose il Lord in tono smielato. Per un breve istante i loro occhi si incrociarono, e un istinto incontenibile si risvegliò dentro di lui.
 
«You light the skies, up above me
A star, so bright, you blind me, yeah»6
 
   La canzone di Agravaine risuonò immacolata nella foresta, mentre questo si avvicinò di scatto verso Morgana e le indicò il cielo notturno, pieno di stelle. Lei, inarcando un sopracciglio, guardò male prima lui e poi alcune strane luminescenze verdognole comparse inspiegabilmente in aria.
 
«Don't close your eyes
Don't fade away, don't fade away, oh
Yeah, you and me, we can ride on a star
If you stay with me, girl
We can rule the world»6
 
   Agravaine afferrò d’improvviso Morgana e le baciò una mano con passione.
 
«You and me, we can light up the sky
If you stay by my side
We can rul… ohhh! Gwaaah!»6
 
   La voce dell’uomo venne di colpo interrotta da un gemito, seguito da un disgustoso conato. La strega lo aveva preso prontamente a schiaffi e aveva scagliato su di lui una magia che gli stringeva pericolosamente la gola.
   «Non so cosa ti sia preso, ma sappi che questa sarà l’ultima cosa che hai fatto in vita!» tuonò, digrignando i denti dalla rabbia.
   Agravaine, intanto, si ritrovò a terra. Con le mani tentava invano di riprendere fiato, mentre si contorceva disperato e mugugnava parole incomprensibili.
   «Fermati, sorella!»
   Morgana si voltò alle sue spalle e notò Morgause sulla soglia della casupola. Questa si teneva a stento in piedi e i suoi lunghi capelli chiari in disordine non riuscivano a coprire il suo viso emaciato e la parte destra del volto, deturpata da uno strano gonfiore.
   «Non dovresti sforzarti.» la ammonì Morgana, realmente preoccupata.
   «Lascialo.» insistette Morgause.
   Morgana tentennò per un attimo, poi acconsentì, abbassando il braccio e annullando la sua magia.
   «Ahhhh!» annaspò Agravaine, respirando quanto più ossigeno possibile.
   «Perché mi hai fermata?»
   «Perché non è colpa sua se ha agito in quel modo.» le spiegò Morgause, sicura. «Quella che hai visto all’opera è la maledizione dell’Alkonо́s.»
   «L’Alkonо́s?» ripeté Morgana, spostando il suo sguardo dalla sorella ad Agravaine.
   «Sì, ho ritenuto necessario trovare ai nostri amici di Camelot un diversivo, mentre noi continuiamo col nostro piano per raggiungere l’Isola dei Beati.»
   Morgana annuì, ancora un po’ confusa. Agravaine, invece, si rialzò in piedi e la affiancò. Prima che questo potesse parlare, la strega lo zittì con un gesto della mano. Non era proprio in vena di starlo a sentire.
   «Venite dentro.» disse Morgause, rivolta a entrambi. «Abbiamo un viaggio da organizzare.»
 
 
***
 
 
   «Artù! Artù!» chiamò Merlino a voce alta, mentre percorreva di corsa le vie della città bassa. Di solito quelle vecchie stradine erano poco illuminate a quell’ora della sera, ma in quel momento brillavano di una forte luce, generata dai passanti che, col loro canto incondizionato, emanavano dei bagliori multicolori.
   Quando finalmente vide il principe svoltare oltre un vicolo, sospirò incoraggiato e lo raggiunse.
   «Artù! Vi stavo cercando! Ho delle novità!»
   «Bene.» ribatté l’altro sbrigativo, senza fermarsi. «Me le dirai mentre camminiamo, allora.»
   «Certo, ma… si può sapere cosa state cercando? Ho chiesto di voi alla servitù del castello e mi hanno riferito che vi siete recato qui alla città bassa per fare non so che…»
   «È molto semplice, Merlino: sto cercando i miei cavalieri! Hai presente quelle teste vuote con indosso un’armatura?»
   Il servo notò una punta d’ironia nel tono del principe, mista a molta amarezza.
   «Per quale motivo siete in collera?» chiese, zigzagando tra le varie bancarelle del mercato.
   «Quegli idioti sono usciti di senno!» sbottò Artù, allontanando un venditore di fiori mentre questo gli porgeva delle rose rosse, cantando alcuni versi.
   «I cavalieri?»
   «E chi, altrimenti?! Avevo dato loro un ordine, e invece se ne sono infischiati! Hanno cenato alla locanda come se niente fosse e, a detta di Evoric, si sono diretti alla taverna per continuare i festeggiamenti! È un comportamento inaudito! Che cosa pensano?! Che tutto questo sia uno scherzo?!»
   Un attimo prima che Merlino gli rispondesse, un ragazzino tagliò loro la strada e si mise a saltellare, bloccando il passaggio.
 
«I'm singing in the rain, just singing in the rain»7
 
   «Ma se non sta neanche piovendo!» urlò Artù, al limite della sopportazione.
   Merlino non commentò, conscio che avrebbe solo peggiorato la situazione, e si premurò di allontanare con garbo il ragazzino. Poi, insieme al principe riprese la via verso la taverna.
   «Era di questo che volevo parlarvi.»
   «Spiegami, allora! Perché non ci sto capendo niente!»
   «Con… Gaius…» mentì Merlino, non menzionando il prezioso aiuto di Kilgahrrah. «… siamo giunti ad alcune scoperte. Tra queste, siamo venuti a conoscenza del fatto che la maledizione ha effetti drastici e deleteri, se prolungati nel tempo.»
   «Aspetta, non ti seguo. In che senso “drastici e deleteri”?»
   Yeeeeh!
   I due dovettero tapparsi improvvisamente le orecchie. Senza rendersene conto, erano già arrivati a destinazione, e dalla porta della taverna filtravano delle grida a dir poco rumorose. Con molta cautela, Artù aprì l’infisso in legno e osservò basito la scena che gli si mostrò davanti agli occhi: una decina di uomini – perlopiù cavalieri del regno, a quanto ne riuscisse a distinguere – si trovava in piedi sopra ai tavoli. La musica coinvolgente di un bardo riempiva l’intero locale, mentre questi seguivano col proprio corpo la seducente melodia, danzando liberi da ogni inibizione. Sir Parsifal e Sir Galvano si distinguevano in particolar modo per la loro incredibile vivacità e per le loro energiche movenze di bacino. Il canto che inneggiavano sovrastava ogni altro suono nella taverna, e invitava ognuno a scatenarsi a più non posso.
 
«Come on!
Livin' la vida loca»8
 
   «Così…» rispose Merlino, incrociando lo sguardo di uno scandalizzato Artù.
   Quest’ultimo si mise le mani in faccia, in parte sfinito, in parte per nascondere l’imbarazzo. In meno di un giorno, la maledizione del canto del cigno era riuscita a distruggere, realmente e metaforicamente, la vita della maggior parte degli abitanti di Camelot.
   «Cos’altro hai scoperto?» chiese, richiudendo la porta della taverna. Non poteva assistere più a neanche un altro secondo di quello spettacolo.
   «Non molto, ma spero sia sufficiente.»
   Artù si osservò intorno. Non riusciva a distinguere nemmeno una singola persona che in quel momento non stesse canticchiando, anche solo un motivetto, o ballando con qualche stramba combinazione di passi. Anche lui, durante quell’assurda giornata, aveva perso diverse volte il controllo e si era ritrovato a cantare come uno sciocco. E, sinceramente, non ne poteva più.
   «Lo spero anch’io, Merlino. Lo spero anch’io.»
 
 
***
 
 
   Tornati al castello, Merlino condivise con Artù le informazioni apprese da Kilgharrah. All’alba del giorno dopo, i due partirono a cavallo alla volta del lago di Nemhain, intenti a raggiungere il nascondiglio della creatura. Con i cavalieri fuori gioco a causa della maledizione, non avevano un istante da perdere. Il prezioso aiuto di Gwen facilitò a entrambi i preparativi della partenza, organizzando con tempestività le provviste e l’occorrente per il tortuoso viaggio.
   «Umhf…» sospirò la ragazza, mentre osservava dalla finestra i due che si incamminavano al galoppo.
   Un’ansia lacerante crebbe inesorabile dentro di lei. Era stanca di non poter assistere più attivamente il principe in un momento così catartico. Sarebbe voluta partire anche lei per la missione, ma Artù glielo aveva impedito. Non era una guerriera e, a differenza di Merlino, non era solita trovarsi in situazioni gravose per la sua incolumità. Come ogni altra volta, doveva restare lì, al castello, e aspettare il ritorno del suo amato.
 
«Come mai
Ma chi sarai
Per fare questo a me?
Notti intere ad aspettarti
Ad aspettare te
Dimmi come mai
Ma chi sarai
Per farmi stare qui?
Qui seduta in una stanza
Pregando per un sì»9
 
 
***
 
 
   «Fermiamoci qui!» ordinò Artù, tirando le cinghie del cavallo.
   Era trascorsa quasi una giornata intera dalla partenza. Avevano attraversato territori ostili ed erano scampati a pericoli di ogni sorta, ma finalmente erano quasi giunti a destinazione. Il paesaggio tetro e funesto che si palesava sul loro cammino indicava che il lago di Nemhain era vicino.
   «Sei sicuro che il mostro si trovi da queste parti?»
   «Certo che sì.» confermò Merlino, mentre legava il proprio cavallo a un albero. «O almeno, così dovrebbe essere. Perché? Avete dei ripensamenti?»
   Artù si guardò intorno con circospezione. La foresta che stavano attraversando era lugubre e ombrosa, persino tenendo in considerazione l’ora tarda. Ogni cosa in quel luogo sembrava infondere una strana paura, anche la natura stessa. Il principe non era un tipo da lasciarsi suggestionare così facilmente, ma sentiva crescere dentro di sé una brutta sensazione.
   «No, ovviamente. Ma non mi piace questo posto.»
   «Già, neanche a me.» convenne Merlino, spostando ritmicamente lo sguardo ora a destra, ora a sinistra. Anche lui avvertiva qualcosa di insolito. La sua magia lo stava mettendo in allarme da qualcosa di terribile che si aggirava per quei boschi. Qualcosa di potenzialmente letale.
   Superata con apprensione una zona fitta di vegetazione, i due si ritrovarono in un’area molto grande, con uno specchio d’acqua che faceva da sfondo al panorama. Nonostante l’oscurità della notte, Merlino riuscì a distinguere la densità opaca di quelle acque, nere come la pece.
   «Stai giù!» esclamò di colpo Artù, afferrandolo per un braccio e scaraventandolo a terra.
   «Ahi!» protestò Merlino. «Che vi prende?!»
   Il principe lo affiancò distendendosi sul suolo erboso. Poi, dopo un paio di occhiate furtive, gli indicò in avanti, verso il lago. Merlino seguì l’indice con lo sguardo, fino a sentire il respiro mozzarsi.
   «Oh, no…»
   Al centro del lago, esattamente sopra il filo dell’acqua, vi era un’orrenda creatura. Le sue sembianze erano simili a quelle di un cigno dalle piume scure; il suo becco era lungo e incredibilmente aguzzo mentre gli artigli delle sue zampe, nascoste parzialmente dal velo d’acqua, erano acuminati come uncini; i suoi occhi, rossi come il sangue, venivano catturati dalla luce della luna fino a mostrare un’espressione puramente malvagia.
   «È anche più spaventoso della raffigurazione presente nel libro di Gaius.»
   Artù non rispose al commento, ma dalla sua espressione trasparì un timore che non passò inosservato a Merlino, e che lui preferì non fargli notare. Capiva le sue paure e le condivideva.
   «Ricordate il piano?»
   Il principe annuì, senza distogliere gli occhi dall’Alkonо́s.
   «Siete sicuro? Dovete…»
   «So cosa devo fare.» lo interruppe Artù, mettendosi prima sulle ginocchia e poi in piedi. «Questo, tuttavia, non lo renderà meno difficile.»
   Anche Merlino si alzò e lo seguì dietro un albero, premurandosi di rimanere ancora nascosto dalla vista della creatura.
   «Potete farcela, Artù! Io credo in voi.» lo incoraggiò, dandogli una pacca sulla spalla.
   Artù gli sorrise a mezza bocca.
   «Sono sopravvissuto a di peggio…» disse sicuro.
   Poi, si fece improvvisamente serio e guardò in alto.
 
«I will survive!»10
 
   Per sua fortuna, riuscì a cantare quel verso in meno che un sussurro, evitando di attirare l’attenzione dell’Alkonо́s. Merlino, poi, gli tappò la bocca in tempo, evitandogli di proseguire.
   Tornato in sé, Artù si fece nuovamente forza e sguainò la spada. Dopodiché, s’incamminò verso il lago. Compiuti alcuni passi, la creatura avvertì la sua presenza e spostò lo sguardo verso di lui.
   «Gwho-ho! Gwho-ho!»
   Artù dovette mettersi le mani sulle orecchie, tanto era spiacevole quel verso. Il suono emesso dall’Alkonо́s era talmente terribile da far venire la pelle d’oca.
   «Gwho-ho! Gwho-ho!»
   Ancora un lamento riecheggiò nell’area, prima che la creatura balzasse in volo e si fiondasse contro Artù.
   Slang!
   Con un fendente di spada deciso, il guerriero respinse gli artigli dell’Alkonо́s. Ma questo non demorse e, con una spinta rabbiosa, si rifece sotto e lo attaccò ancora, mirando alla sua gola. Artù contrastò anche quella offensiva, rispondendo con una stoccata dritta all’ala destra della creatura.
   «No…» mormorò lui, stupito.
   Il colpo non lo aveva nemmeno scalfito, anzi gli era scivolato addosso, come se l’unto delle sue piume avesse deviato la traiettoria della spada.
   «Artù!» lo chiamò Merlino con apprensione. «Non potete sconfiggerlo in questo modo!»
   Il principe annuì mestamente. Sapeva che non avrebbe funzionato, ma aveva voluto tentare ugualmente. Il piano concordato con Merlino in precedenza prevedeva tutt’altro infatti. Qualcosa che non voleva assolutamente fare…
   «Coraggio, Artù!» continuò il servo. «Non avete altra scelta. Dovete cantare!»
   Artù deglutì nel sentire di nuovo quelle parole. Non voleva farlo, ma era vero: non aveva altra scelta. Così, prese un lungo respiro e, prima che la creatura tornasse alla carica, si lasciò andare alla magia della maledizione.
 
«I'll pick my battles 'cause I know I'm gonna win the war
I'm not rattled 'cause I shattered all of this before»11
 
   L’Alkonо́s fermò improvvisamente il suo volo verso l’obiettivo. Non appena Artù pronunciò quelle semplici parole cantate, delle fiammelle scarlatte apparvero in cielo e si abbatterono contro la creatura.
   «Gwhooooo!» strillò questa, tra un rantolo e un altro, mentre dimenava il corpo piumato.
   A quella vista, Artù impugnò con maggior vigore la sua spada e si diresse verso di lei.
 
«Steadier than steel 'cause I'm ready with my shield and sword
Back on the saddle 'cause I gathered all my strength for more»11
 
   Un fendente carico di determinazione colpì l’Alkonо́s, ferendolo sul dorso.
   «Gwoooh!» urlò ancora la creatura, dolorante.
   Artù si preparò a colpire nuovamente, ma questa volta l’Alkonо́s si fece trovare pronto. Con un gesto secco, drizzò con superbia le sue ali e le parò in sua difesa, fermando la lama. Poi, tentò un assalto col becco, mirando al petto del principe.
 
«And I won't bow, I won't break
No, I'm not afraid to do whatever it takes
I'll never bow, I'll never break»11
 
   Artù si scansò in tempo ed evitò l’attacco. Dopodiché, tornò subito alla carica.
 
«'Cause I'm a warrior, I fight for my life
Like a soldier all through the night
And I won't give up, I will survive, I'm a warrior
And I'm stronger, that's why I'm alive
I will conquer, time after time
I'll never falter, I will survive, I'm a warrior»11
 
   Affondo dopo affondo, Artù mostrò con maestria tutte le sue abilità di combattimento. Ogni fendente colpiva dritto sulla creatura, facendola indietreggiare. Ogni sfera di luce scarlatta si infrangeva su di essa e la feriva vistosamente. Merlino, intanto, osservava la scena da una distanza di sicurezza. Stava constatando con i suoi stessi occhi che le parole del grande drago erano vere. Purtroppo, però, sapeva anche che una canzone non sarebbe stata sufficiente per sconfiggere definitivamente quell’abominio.
 
   «Per uccidere l’Alkonо́s, giovane mago, dovrai combatterlo usando le sue due uniche debolezze.»
   «E quali sono?»
   «La melodia… e la magia.»
   «Ma sei sicuro, Kilgharrah?! Gli stregoni che lo maledissero tempo fa non ci riuscirono! Come posso farcela io da solo?»
   «La tua magia, Merlino, è superiore a quella di qualunque altro essere vivente. Se unirai i tuoi poteri a quelli della maledizione, l’Alkonо́s non potrà fare nulla per ostacolarti.»
 
   Le parole di Kilgharrah rimbombarono nella testa di Merlino come un monito ad agire. Artù stava avendo la meglio, ma non aveva alcuna possibilità di sconfiggere da solo quella brutale creatura.
 
«I'll be fighting through the day and nights
I'll be marching through the darkness 'til the morning lights
Even when it's harder, like the armor you will see me shine
No, I won't stop and I won't drop until the victory's mine»11
 
   Artù stava combattendo con ferocia, da vero guerriero. Ma una zampata dell’Alkonо́s lo ferì di striscio e lo costrinse a una breve ritirata strategica. Merlino gli fece cenno di raggiungerlo e insieme si nascosero in un avvallamento del terreno, ben coperti da un grosso salice.
   «Artù, state bene?!» chiese il servo, sincerandosi delle sue condizioni.
   Il principe annuì velocemente, mentre con lo sguardo scrutò ancora la creatura. Questa, a sorpresa, invece di inseguirlo era tornata al centro del lago.
   «Che sta facendo? Perché non mi sta cercando?»
   «Credo che si stia curando.» spiegò Merlino, notando un’aura sinistra provenire dal fondo dell’acqua lacustre. «Comunque, non dovete temere per la vostra ferita. Non è profonda.»
   «Lo so che è solo un graffio.» ribatté Artù, come se quell’informazione fosse ovvia. «Non sono arretrato per questo, ma perché ho bisogno del tuo aiuto.»
   «Del mio aiuto?!» domandò Merlino, stupito.
   «Sì, ho necessità che tu mi sostituisca.»
   «Ma… io non so combattere…»
   «Non con la spada, idiota!» esclamò Artù, scuotendo il capo. «Ma col canto. Inizio a perdere le forze e non riesco più a fare due cose contemporaneamente.»
   «Capisco, ma…»
   «Niente ma!» replicò categorico Artù, rialzandosi in piedi. «Il concetto non è difficile da capire: io combatto e tu canti. Quindi, tieniti pronto!»
   Senza neanche attendere una replica del servo, Artù si avviò di corsa verso l’Alkonо́s. Come la prima volta, questo reagì prontamente non appena lo vide avvicinarsi, lanciandosi contro di lui con un veloce scatto in volo. Le piume scure quasi si confondevano col paesaggio notturno, sparendo a tratti dalla visuale dei due ragazzi.
   «Yaah!» gridò Artù, menando un fendente. L’Alkonо́s lo schivò e riprovò a colpire il giovane Pendragon con la sua zampa artigliata. «Merlino! Vai!»
   Sentito il richiamo, Merlino si avvicinò al luogo dello scontro. Adesso toccava a lui entrare in scena. Anche se la maledizione non poteva condizionarlo, doveva trovare un modo per riuscire a entrare in connessione con essa, così da aiutare il povero Artù, che nel frattempo combatteva senza risparmiarsi.
   «Merlino!!» urlò il principe a squarciagola. «Forza, ho bisogno di te! Non dormire!»
   Il mago sospirò intensamente. Per sconfiggere la creatura doveva cantare usando i suoi poteri. Così, raccolse dentro di sé le forze magiche necessarie e le fece confluire in tutto il corpo. Poi, le riversò all’esterno, mentre i suoi occhi si illuminarono di un oro puro e splendente.
 
«Nessun dorma»12
 
   L’Alkonо́s si immobilizzò di colpo. Attorno a lui si manifestarono dei raggi luminescenti, che lo investirono con la propria luce.
   «Gwooo-oh!»
   L’agonia della creatura sembrava immensa, senza fine. Artù mostrò un breve ghigno compiaciuto, mentre con la spada proseguì a menare fendenti. Merlino, intanto, continuò a cantare.
 
«Nessun dorma»12
 
   Altre luci multicolore, stavolta molto più grandi e a forma di note musicali, si manifestarono nell’area e illuminarono il cielo di quella buia notte autunnale. Merlino intensificò la sua magia e comandò alle luci di colpire ancora una volta l’Alkonо́s.
   «Gwooo-oh! Gwoouh!»
   I fasci di luce vorticarono nell’aria, zigzagando tra Artù e l’Alkonо́s. Il principe, non riuscendo a vederli, attaccò ancora senza sosta. Nel frattempo, l’incredibile luminescenza dei raggi magici stava crescendo a vista d’occhio.
 
«Tu pure, o Principe
Guardi le stelle
Che tremano d'amore
E di speranza»12
 
   Il canto di Merlino continuò imperterrito, stupendo perfino lo stesso Artù. La voce che il servo stava esibendo era straordinaria, e nettamente più intensa e profonda di quanto non fosse di solito. Per un istante, i loro sguardi si incrociarono. Artù gli fece cenno di andare avanti, apparentemente soddisfatto. Merlino, però, lo fissò con un’espressione triste in volto. In quella circostanza era stato fortunato che la sua magia non fosse visibile ai suoi occhi, ma non poteva negare che sarebbe stato più facile se Artù avesse saputo tutto riguardo ai suoi poteri e alla sua vera identità di stregone. Avrebbe tanto voluto dirglielo, ma…
 
«Ma il mio mistero è chiuso in me
Il nome mio nessun saprà
No, no! Lo dirò
Quando la luce splenderà»12
 
   Le luci tornarono a volare sopra le acque oscure del lago. Una marea di note colorate colpì a ripetizione l’Alkonо́s, fino a farlo franare a fondo. Dopo alcuni attimi di tensione, la creatura riemerse dal velo d’acqua e si portò di nuovo in volo. Però, qualcosa era cambiato. Merlino notò distintamente come questa stesse iniziando a perdere le sue piume. Come a voler reagire a tale affronto, gli occhi rossi dell’Alkonо́s si spalancarono per la rabbia e attaccarono con ferocia Artù.
   «Gwoo-oh!»
   Artù schivò gli artigli dell’Alkonо́s e calò la spada sul nemico, respingendolo lontano. Merlino, invece, riprese a cantare, volgendo in alto lo sguardo. Il cielo stellato si stava schiarendo e una leggera sfumatura di rosso stava tingendo il paesaggio circostante. Il sole era ormai pronto a sorgere.
 
«Dilegua, o notte
Tramontate, stelle
Tramontate, stelle
All'alba vincerò!»12
 
   Stavolta, i fasci di luce divennero saette abbaglianti che investirono con la propria energia dorata la creatura più buia della notte. Questa, avvertito il pericolo, si era diretta di nuovo verso il centro del lago, nella speranza di assorbire i poteri oscuri di quelle torbide acque. Ma la magia di Merlino non glielo permise.
 
«Vinceeeeerò!»12
 
   Il canto si intensificò ancora e le saette di luce circondarono l’Alkonо́s come un vortice di puro splendore. Merlino capì che quella battaglia era giunta al suo ultimo atto. Così, utilizzò tutta la sua riserva magica per concludere definitivamente lo scontro.
 
«Vinceeeeeeeeeeròòòò!»12
 
   Un’enorme nota dai colori dell’arcobaleno cadde dal cielo mattutino e si schiantò sull’Alkonо́s, bruciandogli le piume tra atroci tormenti. Mentre queste prendevano fuoco, Artù si avvicinò alle rive del lago e lanciò la sua spada. L’arma percorse in volo una traiettoria ad arco e si incastonò perfettamente sul dorso della bestia. In quel preciso istante, l’Alkonо́s esplose in un lampo abbagliante. L’ultima cosa che si lasciò dietro fu un terribile urlo che risuonò nell’area come un lamento disperato. Il canto del cigno riecheggiò un’ultima volta, prima di spegnersi per sempre.
   Merlino e Artù si accasciarono a terra, completamente esausti. Avevano dato fondo a ogni loro energia, ma ne era valsa la pena. Subito prima di rimettersi in piedi, si guardarono l’un l’altro con un sorriso stampato sulle labbra, senza dire niente. Non ce n’era bisogno. La battaglia si era conclusa, e loro avevano vinto.
 
 
***
 
 
   «Yawn!» sbadigliò Artù, rigirandosi nel letto.
   I primi raggi di sole della giornata gli scaldarono il viso e gli annunciarono che l’alba di un nuovo giorno era alle porte. Così, un po’ controvoglia, si stropicciò gli occhi e uscì dal letto, alzandosi in piedi. Quasi involontariamente andò a osservare più da vicino il paesaggio fuori dalla finestra. Nonostante fosse presto, il via vai delle persone era già iniziato e diversi viandanti si stavano incamminando verso il mercato, pronti ad aprire la loro attività.
   Proprio mentre era assorto nei suoi pensieri, ecco che un rumore di passi alle sue spalle attirò la sua attenzione.
   «Oh, siete già sveglio?» domandò Merlino, entrando nella stanza con un vassoio di cibo.
   Il principe annuì vagamente, ancora frastornato dagli eventi dei giorni precedenti. Nell’osservare la sua momentanea apatia, però, Merlino mal interpretò la situazione.
   «Oh, no!» sbottò, con un’espressione preoccupata. «Non mi dite che siete ancora sotto l’influenza della maledizione?!»
   «Ovviamente no.» lo tranquillizzò Artù. «Sono solo un po’ stanco. Tutto qui.»
   «Ah, meno male.»
 
   Dopo aver sconfitto l’Alkonо́s, Merlino e Artù avevano impiegato quasi un giorno per fare ritorno a Camelot. Al loro arrivo, durante la notte precedente, avevano scoperto che tutto nel regno era tornato alla normalità. Nessuno era più condizionato dalla maledizione del canto del cigno.
 
   «A tal proposito, cosa dice Gaius?» chiese Artù, afferrando un pezzo di pane e addentandolo con tenacia.
   «Che non c’è niente di cui preoccuparsi. Sembrerebbe che dalla scorsa mattina non si sia più visto nessuno cantare o danzare senza un’apparente ragione.»
   «Mmmh… bene.» commentò Artù. «Allora, possiamo voltare pagina e dimenticare in fretta questa storia così assurda e snervante.»
   Così dicendo, il principe si mosse verso l’armadio per iniziare a vestirsi, ma a un certo punto ci ripensò e si sedette sul bordo del letto. Poi, indicò a Merlino di imitarlo.
   «Siediti un momento. Dobbiamo parlare.»
   Il servo aggrottò le sopracciglia, visibilmente impensierito da quella richiesta. Ciononostante, obbedì senza controbattere.
   «Cosa dovete dirmi?»
   Artù sospirò intensamente. Era chiaro che non sapeva come iniziare il discorso.
   «Vedi, Merlino, durante la battaglia mi sono accorto di un fatto molto… grave… a cui non avevo fatto caso fino a questo momento.»
   Il cuore di Merlino mancò un colpo. Possibile che Artù avesse scoperto il suo segreto?
   «Ehm… quale?» domandò, a mezza bocca e col fiato sospeso.
   Artù gli poggiò una mano sulla spalla.
   «Camelot se l’è vista brutta, così come tutti noi. La maledizione non ci ha solo fatto fare cose ridicole, ma ci ha anche reso vulnerabili. Persino i cavalieri non sono stati in grado di rendersi utili contro il nemico… Eppure tu ci sei riuscito.»
   «Già.» replicò Merlino, in ansia. «Suppongo si sia trattato solo di…»
   «Sei stato leale, Merlino…» continuò Artù, sorridendo compiaciuto. «… e forte, a tuo modo. Non te lo dico spesso, ma hai dimostrato di essere un valido sostegno per me e per il regno, al pari di un vero cavaliere.»
   Merlino riprese a respirare normalmente. Per sua fortuna, Artù non stava parlando del fatto che fosse un mago. Anzi, voleva soltanto ringraziarlo per il buon lavoro svolto.
   «Vi… vi ringrazio, Artù. Sapete che potete sempre contare su di me.»
   «Certamente. Ma, in questo caso, voglio ripagare il tuo impegno con un premio, in segno della mia riconoscenza.»
   «Un premio?»
   «Esatto. Puoi scegliere qualsiasi cosa tu voglia. Sarà tua.»
   Merlino rimase molto stupito da quelle parole. Artù, come anche egli stesso aveva appena ammesso, non era solito a questi gesti nei suoi confronti.
   «Allora, Merlino, cosa mi rispondi?»
   «Dunque…» mormorò il servo, sovrappensiero. «… riflettendoci bene, direi che… sì, c’è una cosa che voglio.»
   «Molto bene, sentiamo.» ribatté il principe. «Se vuoi un giornata libera, sappi che non mi opporrò.»
   Merlino scosse il capo.
   «No, niente affatto.»
   «Ah, quindi c’è qualcosa che vuoi più di un giorno di riposo? E cosa mai può essere?»
   «Voglio che mi facciate vedere ancora una volta il balletto che avete improvvisato l’altra mattina, quando eravate sotto l’effetto della maledizione. Non vedevo una cosa così divertente da non so quanto tempo!»
   Artù lo osservò con un’espressione indecifrabile. Dopo aver udito quella richiesta, rimase in silenzio per alcuni secondi, prima di alzarsi e sgranchirsi le braccia.
   «Come vuoi tu, allora.»
   «Un momento! Davvero farete quello che vi ho detto?!»
   «Certo che sì…»
   «Quindi canterete e danzerete, con tanto di piroetta finale?»
   «Ah, Merlino, non temere. Farò meglio di così.» disse Artù, scrocchiandosi le dita. Il tono della sua voce era incredibilmente sarcastico. «Ti insegnerò come si fa. Iniziamo con un bel salto in alto…»
   Merlino si alzò di scatto dal letto e schivò per un soffio il piede di Artù, diretto al suo fondoschiena. Poi, si avviò di corsa fuori dalla stanza.
   «Dove vai, Merlino? Non vuoi più la tua ricompensa?» gridò Artù, rincorrendolo. Il servo, però, si era già allontanato a una distanza di sicurezza.
   «No, vi ringrazio! Potete tenervela!»
   Nessuno lo avrebbe mai detto nel vederli in quel momento, ma quei due tipi strampalati che correvano per le vie del castello erano gli stessi che avevano salvato il regno di Camelot da una maledizione perdurata oltre mille anni. Erano anche gli stessi che, secondo un’antica profezia, avrebbero eretto Albion, un regno solido e giusto, a difesa dalle forze del male. Non vi era dubbio che nuove insidie si sarebbero presto frapposte fra i due e il loro importante obiettivo, ma intanto potevano godersi un po’ di sana spensieratezza in attesa di scoprire cosa avesse in serbo per loro il futuro.


 
 
Note dell’autore
 
Spero vi sia piaciuto il racconto! Come avrete già capito, per scrivere le parti cantate ho utilizzato i testi di vere canzoni. L’unica modifica l’ho effettuata in “Nessun dorma”, dove ho sostituito la parola “Principessa” con “Principe” per ovvie ragioni di trama. Per il resto, lascio di seguito l’elenco completo delle canzoni utilizzate e i loro reali interpreti. Grazie a tutti per aver letto e buon anno!

1 – Good Morning (Gene Kelly)
2 – Viva la Vida (Coldplay)
3 – Happy Working Song (Amy Adams – “Come d’incanto”)
4 – Magic (Coldplay)
5 – Guerriero (Marco Mengoni)
6 – Rule the World (Take That)
7 – Singing in the rain (Gene Kelly)
8 – Livin’ la vida loca (Ricky Martin)
9 – Come mai (883 – Max Pezzali)
10 – I will survive (Gloria Gaynor)
11 – Warrior (Avril Lavigne)
12 – Nessun dorma (Turandot di Giacomo Puccini)
   
 
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