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Autore: aubrunhair    18/01/2025    16 recensioni
(sequel di "Il bimbo dell'estate")
"La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti"
Genere: Hurt/Comfort, Malinconico, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: André Grandier, Axel von Fersen, Hans Axel von Fersen, Nuovo Personaggio, Oscar François de Jarjayes
Note: Lime, Missing Moments, What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il bimbo dell'estate narrative universe'
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Bentornatǝ a tuttǝ e benvenutǝ a chi è nuovǝ!
Ci sono storie di vita che vanno lette anche se in esse non succede granché. Capita che la quotidiana calma di una normalità tanto agognata sia più avvincente di mille avventure. Con le sue pause, le sue ripetizioni, le sue contraddizioni. Poi magari qualche sconvolgimento – piccolo o grande – c’è. Ma il punto è che non avviene nulla.
Il mio consiglio per godersi al meglio la lettura è lasciarsi andare. Alle parole, agli eventi, ai non-eventi. Dimenticate la suspense, il mistero: in questa storia c’è solo una settimana, otto giorni (+ un racconto bonus) nella tranquillità di una famiglia finalmente felice. Sono tutti cresciuti, sono tutti diversi e e comunque tutti uguali.
L’atmosfera (come il titolo del racconto precedente che tanto avete amato) è ispirata a
questo brano.
Buona lettura,
aubrunhair

...


I colori di un paese antico

Prologo: dove eravamo rimasti?

Ricordava con precisione il momento in cui aveva capito davvero cosa significasse essere orgogliosi di qualcuno. Qualcuno che non fosse se stesso. E Dio solo sapeva quanto lo fosse stato, all'alba di un giorno glorioso.

Lui lì non aveva il permesso di andare. Mai. Nemmeno se da settimane non li vedeva. Non era il posto adatto. Che a Versailles difficilmente avrebbe corso pericoli. E di quando in quando ci era stato, infatti. Mentre tra quelle mura umide era tutto differente. Più di ogni altra cosa, non era il momento a essere adatto.

Ma quella mattina era diverso. Si trattava della loro vita. Del loro futuro. Un futuro in cui sarebbero rinati: loro e la Francia. Ma lontani da essa. Lontani da un mondo che non era più il loro. Da cui stavano scappando, peraltro. Perché era questione di ore. Tutto sarebbe esploso. Fuggivano per salvarlo e dargli la possibilità di vivere libero davvero.

Dunque lui era rimasto fuori. Seduto su una panca mezza consumata in corridoio. Al bordo, vicino allo stipite della porta. Era stata lasciata aperta apposta. Perché ascoltasse senza essere visto.

Si era nascosto dietro un silenzio di protezione. Per farsi più piccolo possibile. Sentiva il cuore rimbombare fin nelle tempie. Aveva chiuso gli occhi.

Un respiro profondo.

Due respiri profondi.

Come prima di sparare. L’aveva imparata da poco quella regola.

Sapeva che, finito quel lungo discorso, la vita sarebbe cambiata. E non capiva se avesse più paura del nuovo che avanzava o del vecchio che li imprigionava. Ma gli avevano promesso che sarebbero stati felici, dopo. E loro non avevano mai mancato alle promesse.

Al terzo respiro, aveva riaperto le palpebre.
 
- L'ordine che temevamo arrivasse è giunto, infine. Ci chiedono di sparare sulla folla.

La sua voce era ferma. Parlava seriamente. Ma c'era una sfumatura diversa: la conosceva bene. Era quella che saltava fuori quando prendeva le sue parti davanti al nonno.

Il nonno. Lui sapeva che sarebbero andati via. Gli era stato comunicato parecchie settimane prima che Parigi si tramutasse definitivamente in una polveriera – “Arriverà il giorno in cui ce ne andremo, padre; proteggere Frans è l’unica cosa che conta adesso”. E l’uomo si era risentito, perché si era reso conto che non era una richiesta. Quei due avevano preso una decisione (un’altra!) alle sue spalle. Non si trattava solo di loro adesso, però. Ne andava anche del casato, dell’onore – “Perché continui a gettare fango sulla tua famiglia? Sei solo un’ingrata!”. Pertanto non c’erano stati saluti. Solo una lettera, scritta insieme. Parole cercate all'unisono per ringraziarlo e comunicargli che no: non si sarebbero più rivisti. Poi tutti e tre erano saliti a cavallo ed erano partiti.

- Non so che decisione abbiate preso voi. Ma posso dirvi ciò che farò io.

A quel punto aveva preso a trattenere il fiato. Perché ora, davvero, non si tornava indietro. Era reale. Più di quando aveva visto nascondere i documenti falsi— nuovi nelle bisacce.

Nel tragitto aveva pensato che una motivazione l’avesse anche lui per andare via. E non riguardava se stesso. Ma loro due. Desiderava ardentemente un posto in cui non dovessero nascondersi. Lo stavano facendo da troppi anni oramai. Sì, era la sua normalità. Quanto era difficile, però. Quando aveva chiesto spiegazioni gli era stato risposto che purtroppo le regole del mondo erano quelle. Implacabili. Allora lì aveva capito che non ci voleva più stare.

- A voi ho sempre detto la verità. E questa volta non sarà diversa. Credo che a questo punto non debba nascondervi niente.

Era stato così strano sentirle pronunciare le successive parole. Che gli occhi gli si riempivano di lacrime al pensiero. Lo stava dicendo ad alta voce. Con fierezza. Sua madre stava rivelando a quegli uomini come stavano le cose con suo padre. Sì, lui lo era a tutti gli effetti. Per sempre. Checché ne smentisse il sangue.

La sua compagna.

I suoi soli nove anni non erano mai stati un ostacolo alla comprensione. Oscar e André si amavano e ora era giunto il momento di non nascondersi più.

Una sensazione strana. Bella, bellissima. Gigantesca. Intrecciò le mani in grembo, in attesa. Se avesse potuto, sarebbe corso da loro ad abbracciarli. Ci si sentiva così ad essere orgogliosi di qualcuno, dunque. Era felice.

- Io difendo la causa del popolo. E rinuncio a tutto per farlo. Per seguire il mio uomo. Tutto sommato la mia è una scelta semplice, penserete. Voi avete amici e parenti tra quelle persone che ci chiedono di fronteggiare con le armi. Ma vedete, c'è un'altra cosa che voglio... vogliamo che voi sappiate. Ed è una cosa molto importante.

Ancora seduto sulla panca, aveva stretto i pugni e abbassato il capo. Non vedeva l'ora lo dicesse. Fremeva. La loro nuova vita cominciava.

- Noi quest'oggi ce ne andiamo da Parigi e poi dalla Francia. Non ci uniremo al popolo, pur condividendone le istanze. - Aveva respirato profondamente. Bisognava avere coraggio. - Parlo agli uomini adesso, non ai soldati. Chiunque abbia una persona di cui prendersi cura sa che non può permettersi di giocare col fuoco. E chiunque abbia dei figli sa che sono la priorità. Ebbene, non voglio che pensiate che fuggiamo per paura. Al contrario, ce ne andiamo perché nostro figlio merita di vivere libero lontano dal pericolo.

Si era levato un vociare stupito. Indistinto suono di esclamazione. Mentre lui tratteneva un grido di gioia. Che loro non sapevano niente. Non credevano minimamente potessero avere un bambino quei due. Qualcuno pensava di aver compreso male. Forse sarebbe arrivato.

- Beh, che dire... C'è tanto da riordinare, comandante! - Aveva risposto uno che gli suonava simpatico. Si era sporto leggermente, lo aveva scorto stringere la mano dei suoi genitori da seduto sul tavolo. - In ogni caso, tanti auguri e congratulazioni, ragazzi. Avete ragione, non potete rimanere qui. E se questo vi renderà felici, noi vi supportiamo. Certo, è un periodo un po' strano per mettere su famiglia, ma da voi me ne aspetto di tutto!

Avevano sorriso tutti di quella battuta. Compresi loro due. Ma lo avevano interrotto. Il fraintendimento andava chiarito.

- Noi lo siamo già.

Aveva replicato André in tono più leggero. Come se quella fosse stata l'unica verità al mondo. Perché lo era. Loro tre erano una splendida famiglia. Piena di amore.  E lo erano da quel febbraio di dieci anni prima.

Frans si era sentito chiamare. Era uscito dal nascondiglio e, a passo cauto, era entrato nella camerata. Aveva superato un ufficiale con un paio vistosi baffi bianchi e li aveva raggiunti.

Gli era parso che tutti stessero guardando un fantasma. Muti e sorpresi. Invece lui c'era, esisteva. In carne e ossa e occhi chiarissimi e capelli biondi e il neo sullo zigomo. Alto per la sua età. Slanciato. Dieci anni il prossimo agosto.

Aveva avvertito la mano di suo padre posarsi sulla spalla. Succedeva sempre quando voleva dargli forza. Che quei soldati lo intimidivano. Erano così diversi dalle Guardie Reali. Desistette dalla sua consueta sicurezza.

- Giovanotto, come ti chiami? - Lo aveva incalzato il tizio seduto sul tavolo. Doveva averlo studiato bene, perché scuoteva la testa sorridendo.

- Frans. Frans Auguste.

Aveva portato le braccia dietro la schiena, in attesa di una reazione. Che era arrivata, in effetti. Quell'uomo aveva allungato una mano per stringere la sua. Allora non erano avanzi di galera! C'era dell'educazione in loro! Lui l'aveva presa, dunque, ritrovando un poco dell'abituale sé.

- Beh, Frans Auguste, - Lo aveva canzonato l'altro con fare amichevole - devi essere fiero dei tuoi genitori. Sono due persone molto coraggiose.

Si era affrettato a rispondergli. Lo era. Lo era eccome. Non c'era stato momento in cui non lo fosse stato. Solo adesso se ne rendeva conto. All'alba di un giorno glorioso.

...

Gli capitava di pensarci. Alla lettera, a quegli uomini. A Bernard che li attendeva dove convenuto alla consegna dei documenti. Quei soldati, lei lo sapeva bene anche prima di consultarsi con loro, lo avrebbero aiutato. Alla fuga, a Parigi che si allontanava. Alla Francia che avevano attraversato a cavallo. Nelle bisacce il necessario per i primi tempi – il più possibile che fossero riusciti a portare con loro. Poi il resto...

E invece oramai erano passati quattro anni. Ne stava per compiere quattordici. La loro vita era differente. Ma se gli avessero chiesto di tornare indietro, non l'avrebbe fatto. Gli agi di un tempo non gli mancavano. Non avrebbe dato nulla in cambio di quella casa vicino al mare. Del cane e del gatto, trovati un poco malconci e lui li aveva portati in famiglia al grido di “Sono il prescelto!” perché erano loro ad averlo seguito. Dei vicini, della scuola – una scuola vera! Con i compagni e gli insegnanti… Aveva degli amici.

Di tanto in tanto tornava con la mente a Thérèse e Louis Charles. Lo chiedeva a suo padre come stessero. E il conte, in ogni lettera, tentava di indorare la pillola. Aveva un modo…  particolare di proteggerlo. Essere sincero fino in fondo delle condizioni in cui versavano gli unici bambini con cui avesse avuto a che fare prima: no; comunicargli che aveva lasciato la Svezia per provare a salvare la famiglia reale – la regina! – ed era fuggito in Belgio invece di andare a vedere di persona come stesse suo figlio di là dal confine… quello sì. E Frans si era sentito abbandonato di nuovo. Più del pomeriggio in cui Fersen aveva deciso di andarsene, quando re Luigi era stato più che chiaro nel fargli sapere che non c’era più bisogno di lui – alla vigilia della triste dipartita del delfino.

Pensava ai risvolti della vita su quella panchina di legno che non ne voleva sapere di rimanere pitturata. Accanto a Oscar, come spesso accadeva quando attendevano che André tornasse. Una quotidianità di cui non sapeva di avere avuto sempre necessità.

Frans appoggiò una mano sulla pancia. Con delicatezza. Non era più quella piccola di un bambino. I suoi quattordici anni oramai di là da essere compiuti lo stavano trasformando in un uomo. Ancora dovevano abituarsi. Nonostante i cambiamenti fossero graduali. E di quel viso rotondo con le guance rosse fosse rimasto poco.

- Quando arriva?

Non vedeva l'ora di diventare fratello maggiore. Lo aveva sempre sperato, in verità. Ma per pudore non aveva mai chiesto. Finché un giorno, alcuni mesi prima, gli era stata data la notizia. E lui ne era talmente felice da averla stretta a sé come quando era piccolo.

- Dai tempo al tempo. - Gli sorrise Oscar spettinandogli i capelli sulla fronte. - Piuttosto, hai preparato tutto per la lezione?

Frans annuì. C’erano delle volte in cui rispondere sì o no era una fatica immane. Molto più di aiutare lei con gli allenamenti di scherma ai ragazzini che preparava ogni settimana. I medesimi a cui André insegnava francese, latino e greco.

Quello era il loro lavoro. Lo aveva confezionato su misura per loro monsieur Du Précy. Quando a febbraio era stato ospitato per un breve periodo a palazzo Jarjayes e al segreto del generale suo amico da una vita aveva fatto la sua proposta. Lasciare la Guardia metropolitana, la Francia, salvarsi e salvare Frans. Essere d’aiuto alle future generazioni. Cominciava lui: i suoi due nipoti, di là dal confine, necessitavano di gente preparata al meglio. Così avevano cominciato insieme a loro (un maschio e una femmina) e poi piano piano erano arrivati anche tutti gli altri – aristocratici e borghesi, più o meno ricchi. Ma siccome ultimamente per Oscar era complicato maneggiare una spada e partecipare alle lezioni, al suo posto c’era Frans. Con l’obbligo di usare la sinistra. Così uno rimaneva allenato e l’altro si misurava con un avversario inusuale. Nessuno si era mai lamentato.

Ancora abbracciato a lei, lo osservò bene, da vicino. Quando era successo? Quando era cresciuto tanto? Però ne era felice. Quel bambino che si arrampicava ovunque adesso era un ragazzo pieno di vita. Aveva sogni da poter coltivare, persone con cui dividerli. Studiava, seguiva le proprie passioni. E poi aiutava, aiutava tanto. Non era più ingabbiato in un destino non suo.

Si rese conto Oscar che Frans era più di un figlio. Era un fratello, un amico. Talvolta un acerrimo nemico, per quanto le somigliasse, un confidente. Tutto ciò che lui stesso le aveva rivelato di considerarla. Ma ci andava più cauta lei. Perché non voleva smettesse di vederla come sua madre. Pur continuando a chiamarla – a chiamare entrambi – per nome.
   
 
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