Capitolo 6
Ombre tra i Boschi
Il campo si estendeva come un mare agitato. Il terreno, irregolare e disseminato di ostacoli naturali, pareva aver accolto con ferocia l'incombere della guerra. Le prime luci dell'alba si alzavano all'orizzonte, filtrando appena tra i rami spogli e le fronde degli alberi del bosco che li circondava, tingendo di un pallido oro le file di uomini che si preparavano a muoversi nel lato orientale, la tensione nell'aria era palpabile come un manto soffocante.
L’accampamento in mezzo alla foresta, che solo poche ore prima bruciava di attività silenziose, ora era nel fermento della frenesia delle ultime organizzazioni. Il vento era freddo mentre la compagnia si disponeva a lasciare quel rifugio indossando le loro armature, raccogliendo provviste per la battaglia imminente ed alcuni regolando armi di fortuna: asce, lance rudimentali, archi consumati dal tempo. Gli uomini del Nord erano pronti per il conflitto, tra loro c’era una determinazione incrollabile, una fiamma che neanche le difficoltà erano riuscite a spegnere.
Certi verificavano ancora le cinghie delle armature, altri affilavano ulteriormente le lame con gesti meticolosi. Sandor Clegane, in piedi tra le prime file del gruppo, stringeva invece gli spallacci del pettorale, mentre in testa indossava il suo elmo da mastino con la visiera alzata, il metallo scuro rifletteva la luce dell'alba. La sua figura era imponente.
Dopo aver finito, le sue mani stringevano l'elsa della spada, nel frattempo il suo sguardo rimaneva fisso nel nulla. Il volto, solitamente burbero e impenetrabile, sembrava ora più concentrato, come se si stesse preparando mentalmente per la violenza che lo attendeva. Al braccio sinistro, appena sotto il gomito, era ben visibile il fazzoletto chiaro che Sansa gli aveva dato qualche ora prima. Non lo aveva nascosto, né si era preoccupato di spiegarne il motivo.
Un mormorio sommesso iniziò a diffondersi tra gli uomini.
"Cos’è quello?" bisbigliò uno.
"Un fazzoletto? Di chi?" fece eco un altro, lanciando occhiate furtive verso Sandor.
Uno dei più giovani, un ragazzo dal volto smunto, si avvicinò al vecchio che gli stava accanto, indicando con il mento il braccio di Clegane.
"Hai visto? Porta un segno. Della Lady, forse?"
Il vecchio grugnì. "Che ci fa un uomo come lui con un favore del genere? Non è uno di noi. Non ancora."
Le parole si fecero più audaci, più vicine. Sandor alzò lo sguardo, percependo la pressione dei loro occhi su di sé. La sua bocca si piegò in una smorfia, il viso segnato dalle cicatrici sembrava ancora più cupo all'interno dell'elmo.
Uno degli uomini, un veterano dal portamento fiero e con una lunga barba grigia, si fece avanti. Il suo volto era increspato da un’espressione severa.
"Clegane," iniziò con voce dura, "quell’emblema che porti, non è uno dei nostri. È di Lady Stark, vero?"
Sandor non rispose subito. Si limitò a fissarlo, gli occhi scuritu di un grigio freddo come l'acciaio di notte. Poi alzò leggermente il braccio, con deliberata lentezza, mostrando il fazzoletto
"Sì," disse. La sua voce era profonda, una nota di sfida vibrava in ogni sillaba. "Me l’ha dato lei."
"E perché?" Il veterano incrociò le braccia sul petto, incurante dell’atmosfera tesa che si era creata attorno a loro. Gli altri uomini si erano fermati, attratti dalla scena.
Sandor si mosse, facendo un passo in avanti. "Perché combatto per lei. Per il Nord. Se avete qualcosa da dire su questo, avanti." Disse, rivolgendosi a tutti i presenti.
L’uomo lo studiò, gli occhi stretti. Poi scrollò le spalle. "Per ora, le parole contano poco. Vedremo quanto vali davvero quando sarà il momento. Ma ti avverto, Clegane: se fallisci, ora non sarà solo il tuo onore ad essere messo in discussione."
Sandor si limitò a un cenno, stringendo la cinghia della spada con più forza. La discussione sembrava chiusa, ma l’atmosfera restava pesante. Nonostante sapesse quanto fosse difficile, se ne sarebbe preso ogni responsabilità.
Fu Mors Umber, col suo arrivo, a rompere il silenzio.
"Abbiamo altro a cui pensare," disse, la sua voce era un ruggito che sovrastava i mormorii. "Clegane combatterà al nostro fianco oggi. E che porti un fazzoletto o un’ascia non fa alcuna differenza finché uccide i bastardi che devono morire."
Gli uomini annuirono, alcuni ancora riluttanti, ma si dispersero per riprendere gli ultimi preparativi.
Sandor rimase fermo, lo sguardo fisso verso il fronte che si avvicinava. Dentro di sé, sapeva che non erano del tutto convinti. E non lo sarebbero stati finché il sangue nemico non fosse stato versato. Ma per ora aveva un compito, e non avrebbe fallito.
Si avvicinò al comandante, che stava dando gli ultimi ordini ai suoi uomini. Ogni movimento era ponderato, misurato, come se il peso delle sue decisioni si riflettesse nelle gestualità del suo corpo.
La sera precedente era stata trascorsa a discutere strategie con Mors Umber e i suoi capitani, ma ora l’operazione era imminente. Lui sapeva di non essere un uomo di parole, ma bensì d'azioni.
Sansa era rimasta in disparte durante gran parte del dibattito, seduta accanto a Umber, ma osservando attentamente. Non era più la ragazzina ingenua di una volta; il tempo e le perdite l’avevano temprata. Sandor lo aveva notato, anche se non lo diceva.
“Pronto, Mastino?” gli chiese il comandante, riportandolo alla realtà. La sua voce era burbera, ma non ostile.
Sansa, immobile vicino ad una tenda poco distante, osservava la scena, stringendosi il mantello nelle mani, avrebbe voluto parlare; tuttavia, rimase in silenzio. Il suo sguardo scivolava tra le persone in movimento, un misto di preoccupazione e determinazione nei suoi occhi, ma la sua mente era su di lui. Si sentiva inquieta. Non aveva mai visto Sandor così prima d'ora. Sempre controllato, sempre determinato. Adesso, invece, sembrava che stesse riflettendo qualcosa che lo turbava.
Sarebbe stata pronta a unirsi a loro, ma una parte di lei non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione di inadeguatezza. Non sarebbe mai stata in grado di fermare una battaglia, di cambiare l'esito di quella lotta. Eppure, non poteva fare a meno di pensare che in qualche modo, di fronte a lui, volesse essere utile.
Sapeva che Sandor avrebbe dovuto guadagnarsi la fiducia di quegli uomini con ogni colpo di spada, e temeva per lui. Ma in cuor suo, non aveva dubbi su chi fosse il Mastino: un uomo che avrebbe combattuto fino alla fine per mantenere quella promessa fatta.
“Pronto, come sempre.” Rispose Sandor scuotendo la testa dalle distrazioni e senza aggiungere altro, preferendo concentrarsi sulla tensione del momento.
Gli uomini si raccolsero attorno ai capitani, ascoltando le ultime deliberazioni del piano. Umber parlava con autorità, disegnando nella terra una mappa rudimentale, spiegando i movimenti dei gruppi di razziatori Lannister avvistati nei dintorni. Sandor osservò attentamente, assorbendo ogni dettaglio. Non era uno stratega, ma sapeva come sopravvivere.
“Non li troveremo in campo aperto,” stava dicendo Umber. “Dovremo dividerci. Si muovono in piccoli gruppi, veloci, devastano i villaggi e scompaiono nei boschi. Se non li seguiamo con attenzione, ci sfuggiranno di nuovo.”
Sandor annuì. “E se li troviamo, non avranno scampo.”
Quando il gruppo si disperse, Sansa li raggiunse, avendo trovato il coraggio di avvicinarsi. Il cuore le batteva forte nel petto. “Cosa posso fare per aiutarvi?” chiese.
Il vecchio comandante la guardò con un misto di rispetto e dubbio. “Il vostro posto è qui, Lady Stark. Se non torniamo, sarà vostro il compito di radunare ciò che resta del Nord.” poi si allontanò con un breve inchino.
Sansa annuì con sguardo perso, più a sé stessa che ad altri, consapevole del peso di quelle parole. Ma il pensiero di restare indietro mentre loro combattevano la tormentava.
"Sandor…” iniziò con un tono incerto, voltandosi verso di lui. La sua figura sottile era avvolta in quel mantello troppo grande per lei, un regalo del vecchio della casa dove avevano trovato rifugio. Cercava conforto nella propria determinazione. I capelli ramati, raccolti con cura, contrastavano con la pelle pallida segnata dalla stanchezza.
“Cosa vuoi, Stark? Stai bene?” grugnì lui, sollevando lo sguardo, gli occhi grigi fissi su di lei.
Sansa si fermò, esitando. “Si. Volevo parlarti prima che tu vada.” Il tremore che sentiva dentro non si placava. "E tu? Come stai?"
“Se è per convincermi a restare fuori dai guai, non sprecare fiato. Non è il mio stile. Non c'è nulla che non mi possa aspettare, ormai.” Il tono era tagliente, ma non c’era vera rabbia nelle sue parole, il suo breve sorriso non raggiunse mai i suoi occhi. "Ma tu non dovresti essere qui."
“No. Non è quello che intendo.” Sansa fece un passo in avanti, stringendo le mani davanti a sé, sollevò il capo e rivolse lo sguardo a Sandor, studiandolo. “So che non te ne importa nulla delle promesse, ma io… voglio che tu sappia che confido in te. Non sei solo.”
Sandor la guardò perplesso, sollevando un sopracciglio. “Confidi in me? Dopo tutto quello che ho fatto?” le disse con un ghigno beffardo, mentre con un movimento brusco si voltava parzialmente per allacciarsi ancor meglio il cinturone che gli teneva ferma la spada.
La partenza era imminente. Sansa guardò brevemente in lontananza, dove altri soldati si stavano organizzando, ma non riusciva a distogliere i pensieri da Sandor, che si muoveva con una sicurezza e una rapidità che parlavano di anni di esperienza.
Mentre l'atmosfera si faceva tesa e il rumore degli uomini che si preparavano a partire cresceva, lei si accorse che il suo respiro era più affannoso del solito. Il suo cuore batteva all'impazzata mentre si avvicinava ancora di più a lui, cercando di fargli sentire la sua presenza.
“Sei qui, no?” ribatté, poi, con una fermezza che la sorprese. “Non saresti rimasto al mio fianco se non ci fosse qualcosa di buono in te.”
Lui rise amaramente. “Qualcosa di buono? Piccola Stark, non sai di cosa parli. Ho fatto cose che ti farebbero rabbrividire.”
“Non sono più una bambina, Sandor. Lo so. Eppure, sei ancora qui.”
Per un istante, il silenzio regnò fra loro. Finché il rumore remoto dei tamburi da guerra iniziò a risuonare in lontananza, sembrava scandire un ritmo lento e solenne. Il momento stava arrivando, la tensione era palpabile. Sansa non poté fare a meno di guardarlo ancora una volta, gli occhi pieni di preoccupazione. Lui invece accarezzava la propria spada nel fodero, come un richiamo. La sua altezza lo rendeva una presenza imponente di fronte a lei, ma non indietreggiò.
“E cosa vuoi da me, allora?” chiese infine, la voce più morbida ma ancora ruvida. "Non sono un cazzo di cavaliere.”
“Non ti sto chiedendo di essere un cavaliere. Solo di tornare. Non voglio che tu ti faccia male. Sii prudente” gli disse infine, con voce tenera, più di quanto avesse mai pensato di essere capace.
La sua ultima dichiarazione fu quasi un sussurro, e per un momento Sandor si ritrovò a scrutare i suoi occhi, senza dire una parola, cercandovi qualcosa che non riusciva a definire. Poi le strinse la mano, brevemente ma con fermezza, come se il semplice tocco fosse sufficiente a comunicarle qualcosa. Una promessa. Non una promessa di non combattere, ma una promessa che, qualunque cosa fosse successa, non l'avrebbe mai lasciata per davvero. Finalmente capiva cosa intendeva, non aveva più dubbi.
La battaglia che li attendeva non sarebbe stata una lotta aperta. Invece, l'intento era quello di tendere un'imboscata ai razziatori Lannister che avevano saccheggiato queste terre. La strategia era chiara: piccoli gruppi di soldati si sarebbero infiltrati dietro le linee nemiche, li avrebbero sorpresi e distrutti prima che potessero reagire. Sandor era destinato ad uno di quei gruppi, come parte della sua alleanza con Umber. Nonostante il suo passato, nonostante le sue origini, ora era il momento di agire.
“Farò del mio meglio. E porterò il tuo favore, se vuoi," le disse Sandor, lanciandole un ulteriore occhiata. La sua voce era ruvida, ma c'era una sottile ammissione di apprezzamento nelle sue parole.
Sansa annuì senza esitazione. Da qualche parte dentro di lei, un suo frammento, voleva dimostrare a se stessa che poteva fare qualcosa di concreto, che non era solo una spettatrice. "Mi sembra la cosa giusta," rispose, mentre guardava quel piccolo segno.
Con mano tremante, accarezzò il fazzoletto legato al suo braccio sinistro, sopra l'armatura. Sandor lo guardò con un'espressione indecifrabile, il simbolo di un legame che per lui significava più di quanto avesse lasciato intendere fin'ora. Un legame che forse, in qualche modo, lo spingeva a combattere con più determinazione. Avrebbe conservato quell'oggetto prezioso.
Poi, con un ultimo cenno, si girò e si unì agli altri uomini, lasciandola sola. Era giunto il momento di agire.
Mentre il gruppo di soldati si metteva in marcia verso l'imboscata, Sansa rimase indietro per un momento, il cuore in tumulto e lo sguardo velato di lacrime. Era molto più forte di quanto immaginasse. Sapeva che non c'era altro che potesse fare se non aspettare e sperare che Sandor tornasse sano e salvo, ma non riusciva a scrollarsi di dosso l'ansia che sentiva.
La battaglia, quella che non si sarebbe svolta in campo aperto, ma in mezzo agli alberi e tra gli anfratti oscuri della foresta, era imminente. E lui, come sempre, stava andando avanti senza paura.
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Sandor era assieme ad una decina di uomini scelti da Umber, tutti volti duri e abituati alla lotta. Per giorni seguirono le tracce lasciate dai razziatori: impronte nel fango, cenere di fuochi spenti, segni di saccheggi nei piccoli villaggi ora abbandonati. Ogni passo li portava più lontani dal campo, inoltrandosi maggiormente nel cuore della foresta. Avanzavano con determinazione.
Le notti erano lunghe e gelide. Sandor dormiva poco, con una mano sempre vicina alla spada, e parlava ancora meno. I suoi compagni rispettavano il suo silenzio, continuandolo con disciplina.
Un giorno trovarono un villaggio ridotto in cenere. I resti carbonizzati delle case erano ancora fumanti, un odore acre di carne bruciata li fece coprire il naso con i loro mantelli. Sandor si chinò vicino a un mucchio di legna annerita dal fuoco, tirando fuori un pezzo di stoffa strappata. “Lannister,” sussurrò, mostrandolo agli altri. “Sono vicini.”
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Alla fine, le tracce li portarono in una stretta gola tra due colline. Gli alberi erano fitti, le ombre profonde. Metà della giornata era già trascorsa. Sandor si fermò, sollevando una mano per richiamare l’attenzione. “É tutto troppo tranquillo,” sussurrò.
La compagnia si preparò in silenzio alla battaglia, portando le spade al fianco. Quando il primo colpo di freccia venne scagliato dall’alto, erano pronti. Lui balzò in avanti con un ruggito, bloccando il dardo con lo scudo ed iniziando l’attacco
Il conflitto si rivelò ferocemente brutale e confuso. La gola si trasformò in un caos di suoni e colori, un vortice di grida, clangore di metallo e sangue versato. Avrebbe richiesto un maggior numero di uomini e più tempo del previsto. Sandor era in prima linea, come promesso, la propria determinazione traspariva chiaramente. La sua spada si muoveva con precisione letale, ogni colpo carico della furia di un uomo che aveva conosciuto solo violenza per gran parte della sua vita. Il suo intervento fu decisivo per la battaglia e le loro manovre ben coordinate.
Il fazzoletto di Sansa era legato al braccio, un ricordo costante del motivo per cui combatteva. Non per se stesso, non per gloria o vendetta, ma per qualcosa di più grande. Per il Nord. Per lei.
I razziatori Lannister, nascosti tra le rocce e gli alberi, cercarono di sfruttare il terreno, ma la determinazione degli uomini di Umber e la furia di Sandor li sopraffecero. Nonostante la stanchezza e la fatica, lui continuò a combattere e quando trovò il loro comandante, un uomo in armatura con il sigillo del leone, lo scontro fu piuttosto breve. Con pochi colpi precisi lo abbatté, ma non prima di essere ferito al braccio ed al fianco dalla sua lama furtiva.
Quando la battaglia si concluse, la gola era disseminata di corpi e armi spezzate, e lui ricoperto di sangue e fango. Era visibilmente provato dallo scontro.
Insieme ai rimanenti uomini si avviarono verso la strada del ritorno.
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Ci volle una settimana per riorganizzarsi e tornare al campo assieme ai superstiti. Sandor aveva il braccio fasciato alla meglio ed una postura pesante, il dolore lo accompagnava ad ogni galoppo. Un pezzo del mantello impolverato era strappato e la parte superiore dell'armatura mostrava delle ammaccature, sembrava più un fardello che una protezione ormai.
Quando finalmente le prime figure apparvero all'orizzonte dell’accampamento l'aria era immobile, interrotta solo dal suono degli zoccoli dei cavalli che annunciavano il ritorno dei guerrieri, infrangendo quel silenzio assordante sospeso nel campo. Il sole stava tramontando, tingendo il cielo di un miscuglio tra rosso fuoco, oro sbiadito e arancione sanguigno, quasi a riflettere la battaglia ormai terminata.
Sansa era in piedi accanto alla tenda medica, dove aveva trascorso gran parte delle sue giornate durante l'assenza di Sandor. Alzò lo sguardo dal cesto di bende che stava piegando, pur essendo esausta non lo diede a vedere e fu tra le prime a correre incontro ai sopravvissuti. Lei era lì ad aspettarlo. Erano partiti in una cinquantina fra tutte le unità, due settimane prima, ed ora un gruppo più piccolo avanzava verso di loro.
Le donne, che avevano trascorso giorni a prepararsi per il ritorno dei combattenti, lasciarono cadere ciò che avevano tra le mani e si precipitarono a radunarsi vicino al confine del campo. Mors Umber cavalcava in testa, la sua stazza imponente era riconoscibile anche nella luce ormai incerta. Dietro di lui si muovevano gli altri, più lentamente, chi con aria pesante e spalle curve, chi trascinando stendardi danneggiati e scudi ammaccati.
Sansa si trovò a scrutare febbrilmente ogni figura che smontava da cavallo col suo sguardo, cercando tra i volti segnati dalla stanchezza quello che conosceva meglio. Finalmente lo vide: Sandor, con il suo mantello scuro impolverato e una postura che tradiva la stanchezza. Un senso di distensione le riempì il petto ma svanì subito, trasformandosi in un'ondata d'apprensione, quando notò che la vecchia cappa gli ricadeva sulla spalla sinistra, mentre il lato destro sembrava rigido, come se non volesse muoverlo. Trattenne il respiro per un attimo, il cuore le balzò in petto, un misto di sollievo e dolore attraversò il suo volto.
Lo aveva visto partire giorni prima, ma ora c'era qualcosa di diverso in lui. Un'ombra più profonda oscurava i suoi occhi grigi, una tensione che non sembrava svanire nemmeno col suo ritorno.
Quando gli uomini raggiunsero definitivamente il campo, scoppiò il caos. Voci concitate riempirono l'aria mentre i feriti venivano accompagnati alle tende per essere curati. Sansa corse senza esitazione tra la confusione fino a raggiungere Sandor, che era smontato poco distante, appoggiandosi al suo spadone piantato nel terreno. Non disse nulla mentre passava accanto a chi lo osservava; lui sembrava assorto, come se la stanchezza della battaglia gli gravasse anche sull'anima.
"Sei ferito," gli disse, il tono era fermo, ma conteneva una miscela di sollievo e preoccupazione che si rifletteva nei suoi occhi.
“Siamo ancora qui. Ma non è niente, solo un graffio. Sono vivo, e questo dovrebbe bastarti.” le rispose lui, scrutandola con i suoi occhi grigi, esausti ma vigili, e la sua voce ruvida eppure stranamente confortante. Il suo tono duro non riusciva però a nascondere quella stanchezza.
“Sì,” rispose Sansa. “Siamo ancora qui, ma quello non è solo un graffio.” No, non le bastava. La sua voce era più ferma di quanto si aspettasse.
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Sansa, non fidandosi delle sue rassicurazioni, si avvicinò alla tenda che Sandor occupava, indecisa se entrare o meno. La luce fioca della lanterna traballava lievemente su un gancio al centro, proiettando ombre tremolanti sulle pareti di tela e su di lui. La stoffa dell'ingresso era leggermente aperta, e lei lo intravide togliersi il mantello con un movimento lento, poi sedersi su un basso sgabello di legno, con volto rigido, come se non provasse alcun dolore. Iniziò a liberarsi delle cinghie che fissavano il suo pettorale d'acciaio. Lo tolse con movimenti lenti e un respiro affannoso, lasciandolo cadere a terra con un clangore sordo.
Quando si girò per prendere un panno, Sansa, osservandolo, notò subito qualcosa di strano. La camicia di lino sottostante era incrostata di sangue, e una striscia scura e ormai asciutta la segnava da sopra il fianco fino al costato. Altre tracce fresche avevano impregnato il tessuto sotto il braccio, vicino al gomito, suggerendo che una delle ferite si era riaperta durante il viaggio. Lei si sentì sbiancare. Questa era tutta un'altra storia.
"Sandor!" Lo chiamò d'istinto a gran voce, entrando nella tenda senza pensarci.
Lui si alzò in piedi, voltandosi bruscamente, quasi con un ringhio, ma il suo sguardo si ammorbidì quando la riconobbe. "Per gli Dei, che vuoi?" brontolò, mentre iniziava a ripulirsi.
"Stai sanguinando." La sua voce tremava appena.
"Non è niente."
"Lascia che guardi."
Sandor scrollò le spalle, come se la sua stessa condizione non fosse importante. "Non serve una ragazzina come te per sistemare qualche graffio."
Sansa avanzò di un altro passo senza lasciargli scelta, ignorando le sue parole. "Durante la tua assenza, ho imparato a occuparmi delle lesioni. Ho aiutato a curare altri uomini... posso aiutare anche te."
Prese delicatamente il suo braccio ferito per esaminarlo, ignorando il leggero ringhio di protesta che lui emise. "Non puoi restare così," gli disse, indicando le macchie incrostate sulla stoffa. "Potresti avere un infezione."
Lui la fissò, e per un attimo sembrò voler rifiutare. Ma poi sospirò, troppo affaticato per discutere, e stancamente si risedette sullo sgabello, lasciandola fare. "Fai pure, se ti fa stare meglio."
Sansa recuperò un catino d’acqua calda, bende e panni puliti, e successivamente si mise accanto a lui con una leggera espressione di esitazione che le increspava i lineamenti.
"Devi toglierti tutta l'armatura," gli disse, il suo tono non ammetteva repliche.
Sandor la osservò per un momento, come se stesse ancora valutando se obbedirle o meno. Poi, senza una parola, iniziò a slacciarsi le restanti cinghie della corazza con movimenti bruschi e rigidi, deponendola con un clangore tintinnante a terra, lasciandole lo spazio libero sul tavolo per le bende. Si sistemò con il torso inclinato in avanti ed il braccio appoggiato sul ginocchio.
"Anche la camicia," gli disse, cercando di mantenere la voce ferma, senza mostrare il suo nervosismo. Le macchie di sangue secco e fresco sul tessuto apparivano ancora più evidenti ora, senza il resto dell'armatura a coprirle. Osservandolo, un misto di rabbia e apprensione nacquero nel suo volto. "Non potevi chiedere aiuto a qualcuno durante la marcia?"
"Non sono abituato a farmi coccolare." le rispose beffardo, ma il suo tono mancava di mordente. Poi sbuffò all'occhiataccia che Sansa gli stava lanciando, guardandola di nuovo con un sopracciglio alzato, un misto di fastidio e rassegnazione. "Pensi che non possa farlo da solo, Stark?"
Lei serrò le labbra, scegliendo di non rispondere a quel soprannome. "Non voglio discutere. Se non lo fai, la ferita potrebbe infettarsi."
Allora, con un altro gesto brusco ma meno sicuro, iniziò a sfilarsi la camicia di lino. Il tessuto era rigido, incrostato di sangue rappreso, e il movimento gli strappò un gemito involontario quando il braccio si piegò in un angolazione sbagliata.
"Stai fermo," gli ordinò Sansa, posando una mano sul bordo del tessuto. Lui rimase immobile, trattenendo il respiro ma lasciandola proseguire.
Con delicatezza, lei gli liberò il braccio dalla manica, evitando di sfregare le ferite. Quando finalmente la camicia fu rimossa e gettata in un angolo, Sandor rimase a torso nudo, rivelando i muscoli scolpiti dagli allenamenti e dalle battaglie, segnati da vecchie cicatrici e nuove ferite che ora gli attraversavano l'arto e il costato, raccontando storie di dolore e violenza.
Sansa deglutì, cercando di ignorare l’intimità involontaria della situazione, costringendosi a mantenere lo sguardo fisso sulle lacerazioni evidenti nel suo corpo, segni dei colpi ricevuti in battaglia. Il braccio aveva un vasto taglio, circondato da bordi infiammati. Il costato non era messo molto meglio, con profondi graffi coagulati e un livido scuro che si espandeva verso il fianco. Il sangue, sia secco che fresco, indicava che aveva subito troppa pressione. Lei vista la situazione, con mani tremanti, iniziò a preparare anche ago e filo.
"Dovresti prenderti più cura di te," gli mormorò. Prese un pezzo di stoffa pulita e lo immerse nell'acqua calda, poi cominciò a detergere la pelle intorno al taglio sul fianco, rimuovendo il sangue ormai rappreso. Sandor sussultò appena quando il tessuto toccò la carne esposta, ma non disse nulla.
"Non è così grave, non c'è bisogno di tutta questa cerimonia, Stark." brontolò lui, il suo tono era basso e irritato, anche se non sembrava volerla veramente allontanare.
"Non sta a te deciderlo," ribatté Sansa, spostandosi i capelli che gli ricadevano sulla fronte per vedere meglio la ferita e rimmergendo il panno nell’acqua calda. Lo strizzò con cura e poi con mani attente lo premette contro la parte colpita, continuando a pulire via il sangue e la polvere, assicurandosi che la stoffa incrostata non avesse lasciato frammenti all'interno. Aveva osservato altre donne del campo prendersi cura dei feriti e, anche se incerta, sentiva di poter affrontare la situazione.
"È profonda, ma non troppo," disse, quasi a rassicurare se stessa. Le sue lesioni, ora ripulite, non le sembravano più così gravi.
"Lo so," le rispose lui, a voce bassa.
Sandor sussultava appena, ma non si lamentava. I suoi occhi grigi, carichi di una resistenza ostinata, osservavano ogni movimento di lei.
"Non sei molto delicata," commentò con un ghigno stanco.
"Non ho intenzione di esserlo, non sono qui per farti piacere," rispose lei china su di lui, senza alzare lo sguardo, immergendo nuovamente il panno nella ciotola d'acqua ormai tiepida. "Voglio solo assicurarmi che tu non ti infetti."
Sandor rimase in silenzio per un momento, osservandola lavorare. Il panno si tinse di rosso scuro, e Sansa lo sostituì con un altro pulito. I suoi movimenti erano rapidi ed attenti. Lui non disse nulla, ma per un istante sembrò lasciarsi andare, chiudendo gli occhi mentre la tensione nei suoi muscoli si allentava.
Dopo un po', Sansa sentì che ora la stava osservando. "Che c'è?" gli chiese, senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro.
Lui scosse appena la testa "Nulla. Sei solo... diversa." le mormorò, in tono quasi morbido.
"Tu invece no, hai rischiato molto." gli disse guardandolo ora negli occhi, la sua voce era un sussurro.
Sandor grugnì. "Non è la prima volta."
Lei non rispose, concentrandosi invece sulla pulizia delle ferite. Ogni tanto alzava lo sguardo su di lui, cercando di interpretare le sue espressioni. Ma il suo volto era come una maschera: rigido e immobile. Solo quando passò il panno dove la ferita era più profonda, lo vide stringere nuovamente i denti.
“Non devi fare questo, Stark,” le disse infine, osservandola.
“Smettila di chiamarmi così,” rispose lei con un filo di voce ma con fermezza, mentre era concentrata sul suo lavoro. “E sì, devo. Ora resta fermo, o peggiorerai la situazione."
Lentamente, passò a detergere la ferita sul braccio, pulendo via il sangue secco con movimenti rapidi ma accurati. Il taglio lì era più profondo. Sandor la lasciò fare, non emise un suono, stringeva solo i denti ogni volta che il panno toccava la carne viva, ma il leggero tremore delle sue narici tradiva il dolore.
“Hai imparato bene,” le disse alla fine, osservandola con uno sguardo che conteneva una rara traccia di ammirazione.
“Non abbastanza,” replicò lei. “Non riesco a sopportare di vederti così.”
Lui rise, un suono basso e quasi gentile. “Questo è niente, ragazzina. Ho avuto giorni peggiori.”
“Non voglio che ne vedi altri,” gli disse Sansa sottovoce, ma abbastanza forte perché lui potesse sentirla.
Sandor non rispose, ma i suoi occhi grigi, su di lei, si ammorbidirono per un momento, più di quando Sansa avesse mai visto. Poi, con un sospiro, si lasciò riandare contro la spalliera dello sgabello. “Sei troppo buona per questo mondo, piccola Stark. Non ci vuole molto coraggio a combattere contro un uomo armato," mormorò lui, guardando altrove. "Ma ci vuole un bel fegato per fare questo."
Sansa ignorò la provocazione. Ed avendo finito di pulire, prese l’ago che aveva sterilizzato sul fuoco e si preparò a cucirlo. Il filo era spesso e ruvido, ma era il meglio che avevano. Si risedette accanto a lui, cercando di mascherare la propria agitazione.
"Sarà doloroso", lo avvertì.
Sandor rise, un suono basso e rauco. "Doloroso? Non farmi ridere, ragazzina. Fai quello che devi fare."
Con mani incerte ma decise, Sansa cominciò a ricucire la ferita sul fianco. Sentiva il respiro di Sandor diventare più pesante a ogni passaggio dell’ago, ma lui non emise alcun suono, nemmeno un lamento. Lei si concentrò, cercando di mantenere il punto saldo e il filo ben tirato.
"Non immaginavo che tu avessi il coraggio per cose del genere", le disse lui dopo un po’, rompendo il silenzio.
"E tu che pensavi di conoscermi, eh?" rispose lei senza alzare lo sguardo. "Sei sopravvissuto a tante battaglie. Io sto solo cercando di sopravvivere a questa vita."
Terminata la sutura sul fianco, si spostò sul braccio. La ferita era più profonda, e necessitava anch'essa di punti. Mentre lavorava, notò le cicatrici sulle mani e sulle spalle di Sandor. Alcune sembravano antiche, altre più recenti. Ogni segno raccontava una storia che lui probabilmente non avrebbe mai condiviso.
"Davvero, perché non hai chiesto aiuto a qualcun altro?" gli domandò nuovamente.
"Perché sei tu quella che si ostina a tenermi in vita," le rispose lui, voltandosi appena per guardarla. Nei suoi occhi c’era un’ombra di qualcosa che Sansa non riuscì a decifrare.
Finito anche il braccio, lei appoggiò gli strumenti e si pulì le mani. Non gli rispose, concentrandosi invece sull’applicazione di una pomata che aveva imparato a usare nei giorni trascorsi con le infermiere del campo. Il suo tocco diventò più sicuro man mano che il lavoro proseguiva.
“Sei troppo testardo,” riprese poi il discorso, scuotendo la testa con un lieve sorriso, mentre avvolgeva le ferite con bende pulite.
"Ora hai solo bisogno di un po' di riposo," gli disse infine, dopo aver fasciato con cura il costato, stringendo abbastanza da fermare qualsiasi possibile sanguinamento residuo, ma senza fargli troppo male.
"Non sono morto, Stark. Non c’è bisogno che ti preoccupi tanto."
Sansa abbassò lo sguardo, stringendo il rotolo di bende tra le mani. "Mi preoccupo perché... voglio che tu stia bene. Sei tutto ciò che mi resta. Non voglio perderti." gli disse con una determinazione che sembrò spezzare l'atmosfera pesante nella tenda.
Le sue parole rimasero sospese nell’aria. Sandor si schiarì la gola, distogliendo lo sguardo, la sua espressione era diversa ora. "Non ti libererai di me così facilmente. Stai diventando troppo sentimentale.” Ma questa volta non c'era traccia di sarcasmo nella sua voce.
"Tutti cambiamo, Sandor. Anche tu."
Lui si limitò a un grugnito, ma stavolta sembrava più un assenso.
Sansa sorrise appena, per la prima volta da giorni. Forse lui non lo avrebbe mai ammesso, ma accettava il suo aiuto. E in quel momento, era tutto ciò di cui lei aveva bisogno.
Nella tenda calò il silenzio, interrotto solo dal crepitio della lanterna. Un’intesa silenziosa sembrava legarli.
Avendo finito, si alzò, con le gambe che le tremavano. "Fatto," disse infine, la sua voce era stremata ma più gentile ora che la tensione si era allentata.
Sandor si spostò per alzarsi, ma Sansa lo fermò con una mano. "Devi riposare. Almeno per stanotte."
Lui la guardò, con un’espressione indecifrabile sul suo volto segnato, indeciso se replicare o obbedire. Alla fine si lasciò ricadere sullo sgabello. "Come vuoi, piccola Lady. Ma tu sai cos’è il riposo in un posto come questo?" mormorò, con tono più morbido del solito.
Lei esitò, poi scosse la testa con un sorriso. "Forse no. Ma so che hai bisogno di tempo per guarire completamente."
Un silenzio pesante cadde nuovamente tra loro, interrotto solo dal fruscio della tela della tenda mossa dal vento.
"Grazie," mormorò successivamente Sandor, a bassa voce.
Sansa lo guardò con sorpresa, poi annuì. "Non ringraziarmi. È solo il mio dovere."
E con quello, raccolse gli strumenti con mani delicate e si girò verso l'uscita della tenda, ma prima di andarsene si fermò e lo guardò un’ultima volta. "Sai Sandor, per me non sei più così spaventoso come pensi di essere."
Lui non rispose, ma il modo in cui abbassò lo sguardo lasciava intendere che quelle parole lo avevano colpito più di quanto volesse ammettere.
Poi lei uscì, abbandonandosi ogni vecchia preoccupazione alle spalle, e lasciandolo a riflettere su quanto fosse cambiata quella ragazza che una volta conosceva.
Con il tempo si sarebbe ripreso velocemente, ma qualcosa si era modificato durante quelle settimane. Non era solo il dolore delle ferite o la stanchezza della battaglia, ma la consapevolezza che, in mezzo a quella guerra, aveva trovato qualcosa – o qualcuno – di nuovo per cui lottare. E forse valeva la pena proteggere quell’intesa, a qualunque costo.
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Il buio era calato come un manto di velluto nero, avvolgendo l'accampamento in un silenzio innaturale. L’aria era densa di odori: sangue, fumo, e sudore. Il campo di Mors Umber era sopravvissuto, ma il prezzo era stato alto. Ora uomini giacevano senza vita, trasformando quella gola in un cimitero a cielo aperto.
Sandor si sedette in disparte su un tronco vicino al fuoco centrale, un pezzo di stoffa in mano mentre lucidava la sua spada appoggiata sulle ginocchia. Il metallo rifletteva debolmente i bagliori delle fiamme. Non l'aveva pulita accuratamente da giorni. Ogni volta che aveva pensato di farlo, il richiamo del riposo o la necessità di muoversi in fretta lo avevano trattenuto. Ora intorno a lui c’era un’atmosfera di mesta contemplazione: i sopravvissuti si occupavano dei feriti, riparavano le armi o semplicemente restavano immobili, persi nei loro pensieri.
Sansa gli si avvicinò lentamente con passo incerto, il mantello scivolava silenzioso sul terreno irregolare. Stringeva una ciotola d'acqua fresca e un panno di lino tra le dita. Dopo averlo medicato era stata in giro per il campo per ore, parlando con i feriti, offrendo conforto. Quando lo raggiunse, si fermò a pochi passi da lui, per osservare la lama nelle sue mani. La figura di Sandor era scura contro la luce del fuoco, ma i lineamenti duri del suo volto erano più rilassati del solito, forse per la stanchezza.
“Sandor,” lo chiamò piano, per non spaventarlo. Lui sollevò lo sguardo, e lei notò un’ombra di sollievo nei suoi occhi grigi.
“Stark,” rispose con il suo solito tono brusco, ma non c’era asprezza.
"Ti prendi cura della tua spada?" gli chiese, il suo tono era dolce ma fermo, come se si aspettasse una risposta che già conosceva.
Sandor alzò lo sguardo, gli occhi grigi colmi di una stanchezza che non riusciva a mascherare. Le sue dita passarono sul filo della lama, trovandolo ben affilato. Un promemoria silenzioso di ciò che aveva affrontato.
Sansa si avvicinò ancora di più, posando a terra la ciotola e inginocchiandosi accanto a lui.
Sandor non fece resistenza quando lei immerse il tessuto nell'acqua ed iniziò a strofinare la lama. Lui rimase immobile, fissando il cielo sopra di loro mentre il panno rivelava il freddo splendore dell'acciaio.
Poi sbuffò, ma un accenno di sorriso gli increspò il viso. "Stai imparando troppo dai discorsi di guerra, Stark."
"Sto imparando a sopravvivere," gli rispose lei, continuando il suo lavoro.
Sandor la osservò ancora per un istante, poi, con un sospiro, afferrò il panno e si apprestò a finire di pulirla da solo.
Allora, lei si sedette accanto a lui, le mani intrecciate sul grembo. “L'imboscata è stata un successo, ma… il costo è stato terribile.”
Sandor annuì, il viso impassibile. “Le battaglie sono sempre così. Se non muori tu, muoiono gli altri.” le disse senza alzare lo sguardo, mentre continuava il suo lavoro minuziosamente.
Sansa rabbrividì, non solo per il freddo. “Non riesco a capire come tu possa affrontare tutto questo… così, con tanta rigidità.”
Lui rise, un suono basso e senza gioia. “Non è rigidità, Stark. È abitudine. Quando vedi abbastanza morte, smetti di sentirla. O almeno così credo.”
Il silenzio calò tra loro, riempito solo dal crepitio del fuoco e dai rumori del campo. Poi, inaspettatamente, Sandor parlò di nuovo.
“Tu non dovresti essere qui.”
Sansa lo guardò, sorpresa. “Ancora? E dove dovrei essere?”
“Al sicuro. Lontano da tutto questo.” La voce di Sandor era rauca, quasi un ringhio, ma c’era qualcosa di diverso in essa, un’inquietudine che non riusciva a nascondere.
“Non esiste un luogo sicuro,” rispose lei con calma. “Me l’hai detto tu, ricordi?”
Sandor alzò la testa, fissandola per un lungo momento, poi riabbassò lo sguardo, riprendendo a lucidare. “Hai ragione,” ammise a denti stretti. “Ma questo non significa che voglio vederti in mezzo a tutto questo schifo.”
Sansa non rispose subito. Era un’ammissione rara da parte sua, e non voleva rovinarla. Dopo un po’ però, disse: “Non posso restare nascosta, Sandor. Non più. Questo è il mio posto.”
“Il tuo posto è il Nord, Stark,” replicò lui, asciutto. “Non in mezzo ai cadaveri.”
“E il Nord è qui,” ribatté lei, con una forza che lo colpì. “Con questi uomini e queste donne che stanno dando tutto per una causa in cui credono.”
Sandor sbuffò, ma non replicò. In cuor suo sapeva che aveva ragione.
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La mattina seguente, il campo si rianimò lentamente. I sopravvissuti si muovevano con fatica, alcuni di loro zoppicando o stringendosi le ferite mal curate. Mors Umber era già in piedi, dando ordini con il suo tono burbero ma efficace.
“Presto, Mastino,” gli disse quando Sandor si presentò. “Abbiamo da discutere i prossimi passi, a breve sicuramente si presentaranno nuove questioni da affrontare.”
Sansa era stata invitata da Mors Umber a partecipare alla riunione strategica, un gesto che aveva suscitato qualche mormorio tra i soldati presenti.
Sandor, rimasto in disparte fino a quel momento, si incamminò verso la tenda adibita ad infermeria, dove era certo di trovarla, il suo passo pesante faceva scricchiolare il terreno ghiacciato sotto i suoi stivali. La raggiunse all'interno del padiglione, con il suo solito cipiglio severo.
"Non è il tuo posto, Stark," le disse a bassa voce senza preamboli, chinandosi appena per parlarle in tono privato ma fermo, volendo evitare orecchie indiscrete.
Sansa lo guardò, sorpresa dall'uso del suo cognome, che ormai preferiva evitare. Ma sapeva benissimo a cosa si riferiva. "E perché no?" replicò, mantenendo la voce calma ma decisa.
Sandor serrò la mascella, i muscoli del viso contratti. "Non voglio che ti ficchi in mezzo a quella folla di idioti che si fanno chiamare strateghi. Non hanno nulla da darti se non discorsi di morte e sangue."
Lei alzò il mento, incrociando il suo sguardo. "Non sono più una bambina, Sandor. Posso capire discorsi di morte e sangue."
Lui sbuffò, un suono gutturale che aveva quasi il sapore di una risata amara. "Forse. Ma non è una questione di capire. È che non voglio che tu debba ascoltarli. Lì dentro non parlano come... È…" Esitò imprecando, abbassando lo sguardo per un istante.
Sansa inclinò leggermente la testa, osservando la tensione nella sua postura. "Se è il rispetto che credi che mi manchi, allora sarò io ad esigerlo."
"Non capisci, piccola... Sansa," si corresse, passandosi una mano sulla mascella ruvida. "Non si tratta solo di rispetto. Questi uomini... alcuni di loro non vedono altro che guerra. Per loro sei solo un simbolo, non una persona. E non voglio che tu venga trattata come un trofeo da venerare o da disprezzare, a seconda dell'umore della giornata."
Sansa scosse la testa, un sorriso stanco le affiorò sulle sue labbra. "Non posso restare nascosta per sempre. Ho visto abbastanza da sapere cosa accade quando si lascia che altri decidano per te."
Sandor la guardò a lungo, i suoi occhi grigi pieni di qualcosa che sembrava quasi rimpianto. Poi si raddrizzò, incrociando le braccia sul petto. "Fai come vuoi," ringhiò infine. "Ma se qualcuno ha qualcosa da ridire, gli stacco la testa. Non ho tempo per le cazzate."
"Non ne avevo alcun dubbio," gli rispose Sansa, con una nota di dolcezza nella voce. "Grazie, Sandor."
Lui non rispose, limitandosi a un grugnito e voltandosi di scatto. Il freddo dell'alba lo accolse come una lama. Sapeva che Sansa avrebbe tenuto testa a chiunque, ma la sua presenza in questa riunione lo avrebbe portato ad uno stato di allerta costante, ma avrebbe mantenuto la calma. Perché, nonostante tutto, non poteva fare a meno di proteggerla.
Sansa si unì a loro poco dopo, malgrado le obiezioni di Sandor. La riunione si tenne nel padiglione principale, la luce fioca delle torce illuminava quel riparo improvvisato nel campo, le ombre danzavano sulle pareti di tela grezza all'interno, e l'aria portava ancora con sé l'odore acre di ferro e sudore. Il tavolo di legno rozzo era ricoperto di mappe e pergamene. Il dibattito fu animato, con Umber e i suoi capitani che discutevano di strategie e logistica. Sandor ascoltava in silenzio, intervenendo solo quando necessario. La sua esperienza sul campo era evidente, e persino il comandante, con tutta la sua autorità, ora sembrava apprezzare il suo contributo.
Sansa, dal canto suo, osservava e imparava. Non era una stratega, ma il suo acume politico le permetteva di cogliere sfumature che gli altri ignoravano. Quando si arrivò alla questione del prossimo obiettivo, fu lei a proporre un’idea che lasciò tutti sorpresi.
“Dovremmo concentrarci sul riconquistare Ultimo Focolare,” disse con calma, ma con determinazione. “È una roccaforte strategica e un simbolo. Se riusciamo a riprenderla, daremo speranza a tutto il Nord.”
Ci fu un momento di silenzio, poi Umber annuì lentamente. “Non è una cattiva idea, Lady Stark. Ma sarà difficile. Quei bastardi dei Bolton hanno rinforzato le difese, le loro protezioni sono solide e combatteranno per proteggere il castello.”
Sandor si sporse sul tavolo, indicando la mappa. “Allora dobbiamo trovare un punto debole. Nessun riparo è perfetto.”
Le discussioni continuarono per ore, ma alla fine fu deciso: a breve avrebbero marciato su Ultimo Focolare. La notizia si diffuse rapidamente nel campo, sollevando gli animi di molti, nonostante la consapevolezza del pericolo.
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Quella sera, Sandor si trovava da solo, lontano dal trambusto del campo. Seduto su una roccia, lo sguardo perso nel buio. Pensava a Sansa, e al fazzoletto che ancora portava con sé. Non riusciva a spiegare perché quella ragazza lo toccasse in un modo come nessun altro aveva mai fatto. Forse era la sua forza, o forse la sua vulnerabilità. O forse entrambe le cose.
“Sei pronto?”
La sua voce lo fece sobbalzare. Si girò e la vide lì, avvolta nel suo mantello, i capelli sciolti che brillavano sotto la luce della luna.
“Non riesci a stare lontana dai guai, vero, Stark?” le disse, ma senza il solito sarcasmo.
Lei sorrise appena, avvicinandosi. “Volevo vedere come stavi.”
“Sto come sempre. Vivo, per ora.”
Sansa si sedette accanto a lui, e per un po’ rimasero in silenzio, ascoltando il suono del vento tra gli alberi. Poi, con una voce quasi impercettibile, Sandor le disse: “Non ti ho mai ringraziato per… il fazzoletto.”
Lei lo guardò, sorpresa. “Non ce n’era bisogno.”
“Forse no,” ammise lui. “Ma lo farò lo stesso. Grazie.”
Lei non disse nulla, ma il suo sorriso era più caldo, più sincero. Quella notte, sotto la luce della luna, sembravano due anime perdute che avevano trovato un momento di pace in mezzo al caos. E per la prima volta da molto tempo, lui si sentì meno solo.
“Non devi ringraziarmi, Sandor,” rispose Sansa dopo un momento. “Hai già fatto tanto per me.”
Lui scosse la testa, con un sorriso amaro sulle labbra. “Non abbastanza.”
“Lo stai facendo ora,” gli disse lei, con una dolcezza che lo disarmò. “Non è mai troppo tardi per cambiare, nemmeno per te.”
Sandor non replicò, ma la sua man si strinse attorno alla spada in una risposta automatica. In quel momento, con il vento che cantava tra gli alberi, qualcosa tra loro cambiò.


