1 - Under Cover
7 gennaio 2025
Drew parcheggia in fondo alla strada ed esce dall’auto con una certa fatica. I suoi muscoli sono in panne, nonostante il riscaldamento sia acceso al massimo.
Sono le ventidue e ormai fa talmente freddo che l’aria si è trasformata in un agglomerato di microscopici cristalli appuntiti, che bucano come spilli i lembi di pelle lasciati scoperti dagli abiti.
In particolare, a soffrire di più sono le sue mani - ha dimenticato i guanti - e la punta del naso.
Purtroppo non può camminare a passo troppo spedito perché l’asfalto è duro come il granito e rischierebbe di scivolare sulla patina di ghiaccio che brilla minacciosa sotto la luce dei lampioni.
Non può dare nell’occhio. Non può far saltare la copertura.
Lo avevano detto anche alla radio che molto probabilmente avrebbe nevicato, eppure fino a qualche ora prima le temperature non sembravano così rigide. Ora si muore letteralmente, e più tardi sarà anche peggio.
Il cielo è lattiginoso, asfissiante quasi.
Tenta di resistere, alternando le mani nello sforzo di reggere una busta di carta. Un paio di minuti al caldo, nella tasca del giubbotto e poi di nuovo fuori, le dita come dei soldatini che sbucano dalla trincea. Piano piano, fino alla fine della strada.
La casa è immersa nel buio. Doveva essere un’abitazione lussuosa, a inizio secolo, con i mobili intarsiati e laccati, gli stucchi alle pareti. Adesso puzza di legno vecchio e umido, le scale scricchiolano. Dentro, se possibile, fa ancora più freddo che all’esterno. Sembra in tutto e per tutto una casa stregata ma al momento di scegliere si era rivelato l’unico punto possibile di osservazione: ingresso su una strada secondaria, finestre orientate alla perfezione sull’obiettivo da monitorare, disabitata da anni, nell’angolo più tranquillo dell’isolato.
Sale la prima rampa di scale poi, quando è certo di essere arrivato al mezzanino, accende la piccola torcia che ha nella tasca interna. Un lungo corridoio pieno di sibili - deve esserci da qualche parte un bel buco - e alla fine, una porta accostata. La apre quel tanto che basta per scivolare nella stanza.
Simon è in piedi, davanti alle alte vetrate che compongono l’unica finestra. Drew si è quasi abituato all’oscurità e nota le sue spalle larghe e i fianchi stretti. Il braccio sinistro è sollevato, la mano appoggiata con apparente indolenza alla cornice di legno, il braccio destro è steso invece verso il basso. Anche se non la vede, Drew è certo che nella mano destra Simon tenga il binocolo.
“Ce ne hai messo di tempo.”
“Fa freddo. Fra poco nevicherà. La temperatura è scesa di almeno dieci gradi in poco più di dodici ore e…”
“Lavori per me, non per una centrale meteorologica. Dovevi essere qui mezz’ora fa.”
Lavori per me…
Perché è diventato così rigido?
“Scusa, Simon.”
“Scusa un cazzo. Spegni la torcia.”
Per tutta la durata dello scambio, Simon non si è neppure degnato di voltarsi. Ha ripreso il binocolo con entrambe le mani e si è di nuovo posizionato al centro della vetrata.
Oltre il giardino incolto, oltre la strada, c'è un’altra finestra, illuminata. La stanza è dipinta di rosso, sulla parete di fondo è appeso un quadro di arte contemporanea, tutto linee e forme sinuose.
“Novità?” chiede Drew.
“Nessuna. Lei è su di giri, si vede da come è vestita e da come si agita. Lui è distratto. Evidentemente preso da altro.”
“Usciranno, secondo te?”
“Con questo gelo? Ne dubito. Ma ci spero.”
“Senti, ti ho…”
“Tieniti comunque pronto.”
“Hai…”
“Il satellitare nella loro auto non dà segni di vita, sei sicuro di averlo attivato correttamente?”
“…FAME?”
Ed è allora che Simon, finalmente, si gira verso di lui.
Drew rimane sempre ipnotizzato dal modo in cui lo guarda, specie quando lo squadra spazientito, a un passo dalla sfuriata… e ultimamente capita spesso. Nella penombra non riesce a vedere i suoi occhi blu ma se li immagina ed è come se ne sentisse la densità, oceanica e profonda. Dylan, il suo secondo nome, Figlio del Mare. Ci annega tutte le volte che li fissa troppo a lungo.
Aspetta di sentire la sua voce che sibila e che gli monta addosso, aspetta di rabbrividire - e non perché si crepa di freddo.
Ma Simon non si arrabbia e indica con un dito un pacchetto che ha posato sul davanzale della finestra - il che equivale ad averlo messo in frigorifero.
“Ho un hamburger.” aggiunge laconico.
Drew allunga verso di lui la mano che ancora stringe il sacchetto di carta.
“Che roba è?”
“Ramen. Pensavo che… che un pasto caldo…”
È proprio a causa della deviazione per il ramen che ha fatto tardi ma lo tiene per sé.
Le cose che fa solo per lui le tiene sempre per sé.
“Grazie.” Simon taglia corto, prende il sacchetto, lo appoggia sul pavimento, torna a dargli le spalle e a guardare fuori.
La camera rossa è sempre illuminata.
Lei sta smaniando per uscire, lui sembra sul punto di capitolare ma poi scuote la testa e si accende un sigaro. Si siede sul divano, sotto il quadro, ha un’aria cattiva e soddisfatta.
Lei è nuovamente fuori dal campo visivo.
Simon sospira rumorosamente e impreca.
Anche Drew sospira. Se solo quei due uscissero di casa, potrebbe avvisare gli altri due colleghi, che in quel momento stanno congelando le chiappe in macchina parcheggiati sulla strada principale, e che a quel punto potrebbero entrare e fare il loro lavoro. Conosce il piano in ogni minimo dettaglio, basterebbero poco più di venti minuti.
“Vabbè, te ne puoi anche andare, è inutile che restiamo qui in due, vediamo se domani mattina riusciamo a entrare.”
Simon afferra lo schienale di una vecchia poltrona di pelle e lo spinge verso la finestra.
Deve essere gelida. Drew non ci pensa due volte, lo fa e basta.
“Simon.”
“Che vuoi.”
“Tieni.”
Si è sfilato il giubbotto. Tanto fra poco andrà a casa, deve solo resistere fino alla macchina. Potrebbe appoggiarlo sulle gambe mentre sta seduto sulla poltrona, come una specie di coperta.
Simon lo guarda con aria interrogativa.
“È per non prendere… troppo freddo.”
“Ehi ma si può sapere chi cazzo sei, la mia bambinaia?”
Drew resta in silenzio, il braccio allungato.
Fuori si intravedono i primi fiocchi vorticare. Ci crede che al tizio nella casa di fronte non vada per niente di uscire. Neanche a lui, se è per questo, ma è Simon che decide.
E Simon non si muove, il suo viso è per metà in ombra e per metà illuminato dalla luce grigia che filtra dal vetro. I suoi capelli biondi brillano.
Drew se lo beve con gli occhi. Basta quella metà a farlo uscire di testa. È così ormai da mesi, non può più farci nulla.
Il braccio inizia a tremargli. Perché non vuole prendere il suo dannato giubbotto? Perché gli fa così schifo? Perché ultimamente tutto ciò che fa gli fa così schifo? Eppure, appena due settimane prima, il giorno di Natale, mentre pioveva a dirotto… e poi, a Capodanno…
E poi si arrende e lascia cadere l'indumento sul vecchio parquet pieno di polvere.
“Fai come vuoi, Simon. Crepa pure di freddo. Io me ne vado.”
“Riprenditelo.”
“No.Ti saluto.”
Innamorato sì, ma martire no. C’è un limite a tutto, e che cazzo.
Fa per infilare la porta e si sente colpire alle spalle dal suo giubbotto, che è pesante, essendo imbottito e incerato.
Simon glielo ha appena tirato appresso.
“Ho detto riprenditelo.”
“No. Ti ci puoi scaldare anche solo i piedi, se vuoi.”
Imbocca il corridoio ma non arriva neppure a metà che l’altro lo afferra per un braccio. Il contraccolpo è tale che Drew si ritrova Simon sulla schiena e il suo respiro sul collo e quasi perdono entrambi l’equilibrio.
Per una manciata di secondi restano l’uno in balia dell’altro, poi è Simon che lo gira verso di sé, gli prende il viso fra le mani e lo bacia.
Non è un bacio facile, è pieno di impeto, passione e rabbia.
È liberatorio, inaspettato, desiderato.
Drew si sottomette totalmente.
Non capisce più nulla, gli pianta le dita nelle costole, si aggrappa alla sensazione magnifica delle sue mani ghiacciate sul viso, ormai bollente.
“Non così…” riesce ad articolare a fatica ma non può che essere così, e sorride mentre a sua volta lo bacia, con gli occhi chiusi e il cuore che gli scoppia.
La copertura è saltata.


