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Autore: rosy03    03/02/2025    2 recensioni
• || Storia Interattiva || Iscrizioni Chiuse || •
Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Vale per l’insetto come per gli astri. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.
È questo il destino? Come vostro Umile Narratore non posso rispondere a una tale domanda.
Finora non ho mai visto nessuno abbandonare la pista, non ho mai incontrato qualcuno che fosse stato in grado di cambiare disco. Il destino è davvero già scritto?
Se sapeste la verità, penso proprio che mi odiereste.
Ma nonostante questo sono qui: a raccontarvi di questa mitica impresa. Sono qui a parlarvi di come la Bestia dagli Occhi di Luna ululerà, di come questo porterà il caos nel continente di Ishgar, di come seguirà un’infinita notte, di come le stelle smetteranno di brillare, di come la luna scurirà il suo colore... e magari anche di come sorgerà una nuova aurora. Chissà.
Il vostro Umile Narratore.
J.C.
|| • «Ho perso tutto. Ho perso la mia umanità, il mio tempo, la mia famiglia. Lei è l'unica cosa buona che mi sia rimasta...»
Genere: Azione, Commedia, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai, Shoujo-ai | Personaggi: Altri
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Ancient Aurora'
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CAPITOLO 21. Mostro nero






Ironia della sorte?
Naevin si risvegliò dall’altro lato delle sbarre; la testa pesante e i muscoli indolenziti. Lentamente cercò di mettere a fuoco ciò che lo circondava e di ricordare cosa fosse successo. Si era ritrovato all’interno di una costruzione fatiscente, vecchia e polverosa. Si era imbattuto in una bambina.
Millie.
Il Lakad si issò a sedere in un attimo ma con troppa foga. Strizzò gli occhi e riprese fiato.
«Fa’ piano. Se esageri, peggiorerai solo le cose.»
Riconobbe subito la voce. «Nimue?! Stai bene?!»
Si voltò a guardarla: seduta con le spalle appoggiate al fondo della cella in cui erano rinchiusi, sembrava più una bambola di pezza che un essere umano. Si era medicata le ferite con quello che aveva nello zainetto ma non ci voleva di certo un genio per capire che quella sulla tempia era ancora aperta e sanguinante. Le bende, infatti, erano macchiate di rosso.
Ed era bianca come un cencio. Livida. Naevin si alzò salvo poi inginocchiarsi accanto a lei.
«Non sembri avere una bella cera.»
«Sono sempre stata un tipo pallido.» Tentò, con ironia. «Sì, ho perso parecchio sangue prima di riuscire a ricucirmi. Ma sto bene, davvero. Devo solo recuperare un po’ le forze.»
Naevin annuì, non del tutto convinto.
Cominciò a guardarsi attorno. «Ci hanno catturati, eh? Da quanto sei sveglia?»
«Non lo so. Pochi minuti, credo. Non è venuto nessuno, intanto.»
Nella mente del Lakad prese forma l’immagine di una bambina spaventata. Millie era da qualche parte lì vicino; doveva salvarla, portarla lontano da Kiel Reidar. «Dobbiamo trovare un modo per uscire da qui.»
La dottoressa si disse d’accordo ma non aveva idea di come fare. La cella in cui erano stati rinchiusi era a prova di magia – quando aveva provato a usare il suo Aumento per accelerare il tempo di guarigione delle proprie ferite, non era successo niente. Per cui, era impossibile affidarsi al Tattoo Stripe di Naevin.
Eppure, c’era ancora qualcosa che poteva ancora fare.
Cercò di alzarsi ma le gambe cedettero ancor prima di mettersi in posizione eretta; il modo le impedì di cadere come un sacco di patate e l’aiutò a rimettersi seduta. Nimue sospirò. «Di questo passo, sarò solo una zavorra.»
«Non dire così. Finora ci hai aiutato curando le nostre ferite e stai aiutando Nypha a rallentare gli effetti del veleno.»
La ragazza lo guardò, indifferente. «Non serve che tu mi consoli. Non mi sto definendo inutile, sto solo dicendo che per uscire da qui potrai contare su di me poco o niente. È un dato di fatto.»
Naevin non disse niente. Come poteva? Nimue non sembrava affatto giù di corda; era solo stanca. In realtà, non sapeva proprio cosa dirle. La dottoressa era sempre stata silenziosa, precisa, distaccata. Tra loro c’erano sempre state conversazioni basiche che per lo più riguardavano la missione, la direzione da prendere o qualche storia che al moro piaceva raccontare per passare il tempo. Se Lily era come un libro aperto, Nimue era l’esatto opposto.
Chiusa. Indecifrabile. Sembrava che niente e nessuno potesse scalfire quella sua espressione apatica.
Poi, però, udì un sospiro flebile. La vide abbassare gli occhi e corrucciare le sopracciglia. In quel momento, Nimue Solar si stava trasformando in un essere umano vero.
«Sono preoccupata.» Naevin non dovette nemmeno chiedere; ci pensò lei a continuare. «Non sappiamo cosa aspettarci dai maghi di Goblin Thief. Io sarei dovuta rimanere in disparte e, invece, mi sono ritrovata in mezzo a una tempesta, esattamente come sette anni fa.»
«Troveremo un modo per andarcene, Nimue. Usciremo di qui, insieme, salveremo quella bambina e porterò entrambe in un posto sicuro. Fidati di me.»
La dottoressa rialzò lo sguardo tornato indifferente. «Non sei curioso di sapere cos’è successo sette anni fa?»
«Se non ti va di parlarne, non devi farlo per forza. E poi-»
«A causa della mia testardaggine sono quasi morta. Ho voluto strafare. Sono stata una vera stupida.» Naevin aspettò. C’era dell’altro, ne era sicuro. Qualcosa che fece tremare Nimue – l’impassibile Nimue – ma che non sembrava generasse paura in lei; piuttosto, un misto di nostalgia e confusione. «È strano ma è stato un mostro a salvarmi.»
«Un mostro?» Domandò, certo di aver capito male.
Ma la ragazza annuì, convinta. «Un mostro nero.»
 
 
 
 
[Inizio Flashback]
 
 
 
 
C’era una cosa che Nimue non aveva mai sopportato: gli arroganti.
Quando aveva lasciato la casa dei suoi genitori all’età di appena quindici anni, la ragazza si era vista costretta a vivere con quel poco che aveva. Si era portata dietro tutti i libri di botanica e quelli di medicina; aveva trovato una casetta nella periferia di una piccola città e ci si era stabilita. Aveva addirittura trovato lavoro presso una piccola clinica – i proprietari, poi, se n’erano andati lasciando che lei ereditasse quella modesta attività.
Nimue aveva studiato e lavorato sodo per ottenere quello che aveva e non aveva. Vivere una vita serena, senza troppi drammi, circondata dai pochi abitanti di quella zona... per lei era la felicità. Quando, poi, arrivò un gruppo di ladruncoli a rompere le uova nel paniere, Nimue si era sentita avvilita. Kassim e i suoi scagnozzi avevano cominciato a pretendere soldi, artefatti magici e trattavano i suoi concittadini come giocattoli. Quella che era sempre stata un luogo sereno, per Nimue era diventata una prigione.
Alla clinica c’era sempre un via vai di gente; persone che a causa degli scherzi di Kassim finivano per farsi davvero male. Non avrebbe mai dimenticato le urla di una ragazza mentre cercava di alleviare le ustioni che quel ladro da quattro soldi aveva ben pensato di procurarle su entrambe le gambe.
Il peggio era che... non aveva motivo per fare quello che faceva!
Un giorno, per una casualità, Nimue se l’era ritrovato alla sua clinica.
«E così sei l’unica dottoressa di questo posto, eh?» Da che aveva memoria, la ragazza era sempre stata un tipo pressoché apatico. Dall’esterno, chiunque avrebbe potuto pensare che non provasse emozioni – persino i suoi genitori. Per questo, non sembrò affatto turbata dal trovarsi nella stessa stanza con quello lì. E fu proprio la mancata reazione a infastidirlo. «Che c’è? Il gatto ti ha mangiato la lingua?»
«No, è che non ho niente da dire.»
Kassim era un ragazzo di appena vent’anni con i capelli lunghi e castani legati in una coda alta. Nimue smise di fissarlo tornando all’elenco dei farmaci da acquistare in settimana. Era questa la sua priorità. Era questa l’unica cosa che poteva fare. Avrebbe tanto voluto rispedire quei ladri da dov’erano venuti a suon di calci per qualcuno come lei, un medico senza esperienza nel combattimento, era impossibile.
Se fosse morta, chi avrebbe curato gli altri abitanti? Chi avrebbe cercato di dimezzare il loro dolore?
Poteva solo sperare,
«Non capisco se sei coraggiosa o solo terribilmente stupida.» Kassim le si avvicinò a grandi falcate, pestando i piedi sul pavimento di legno. Nimue sospirò, posando foglio e penna sulla scrivania, e alla fine si decise a fronteggiarlo, di nuovo. Dovette alzare la testa per poterlo guardare in faccia: non che ci volesse chissà quanto a superarla in altezza ma Kassim era decisamente alto! «Hai idea di chi io sia?»
«Certo che lo so. Ti sei stabilito qui quattro mesi e una settimana fa.»
Il ghigno che le rivolse fu tutt’altro che piacevole. «Bene, e sai anche che fine fanno gli arrogantelli che alzano la cresta con me?»
Nimue alzò le spalle. «Non sto alzando la cresta, questo è il mio modo di essere.»
Senza alcun preavviso, Kassim tirò fuori un pugnale ricurvo e glielo puntò alla gola. La ragazza trattenne il respiro ma a parte un leggero guizzo delle sopracciglia, non mostrò alcun segno di paura.
«Questa tua cavolo di espressione senza emozioni mi dà il voltastomaco e mi fa incazzare allo stesso tempo.»
Confusa, Nimue aprì la bocca per parlare ma il ladro l’afferrò malamente per un braccio e, letteralmente, la lanciò contro uno degli scaffali della clinica il quale, prima che potesse crollarle addosso, venne bloccato alla parete da Kassim stesso. Rosso di rabbia, prese la dottoressa per i vestiti e la sollevò da terra.
«Non ti avevo mai vista in giro ed è per questo che sono venuto a controllare. Pensavo di trovare l’ennesima ragazzetta senza spina dorsale o, in alternativa, una sciocca a cui piace fingersi coraggiosa.» Intanto, Nimue sbatté le palpebre per mettere a fuoco il suo interlocutore. Le mani corsero al pugno che reggeva la stoffa dei suoi abiti, cercando di liberarsi. «E, invece, ci sei tu.»
«Cosa-?»
«Non. Parlare.» Ringhiò, schiacciandola ulteriormente contro lo scaffale da cui alcune confezioni caddero inevitabilmente a terra. «Se proprio devi aprire bocca fallo per piangere o per supplicare. Persino la tua cazzo di voce fa venire i brividi, cazzo!»
Fu allora che a Kassim venne un’idea: portò la punta del pugnale sotto la clavicola destra di Nimue e spinse appena per bucarne la pelle. La dottoressa abbassò lo sguardò ma il ladro la scosse appena, facendole capire di voler essere guardato negli occhi. Per lui non era nient’altro che un gioco, una sfida. Voleva capire fino a che punto la freddezza di quella strana ragazza avrebbe retto. E se minacciarla non sortiva alcun effetto, avrebbe agito.
La lama disegnò lentamente una linea retta che dalla clavicola scendeva sempre più giù. Gli occhi verdi di Nimue tremarono, segno che il dolore poteva percepirlo eccome. Kassim sghignazzò, felice ma non del tutto soddisfatto. La pressione sul pugnale aumentò e dalle labbra della ragazza sfuggì un lamento.
Al che, lui scoppiò in una fragorosa risata. «Ora sì che si ragiona!»
Nimue, allora, fece correre una mano all’elsa del pugnale nella speranza di fermarlo o sarebbe morta dissanguata ma la forza di Kassim era nettamente superiore alla sua. In tutta la sua vita non era mai stata a contatto con gente del genere; non aveva mai incontrato qualcuno di così sadico. Certo, probabilmente al mondo esisteva qualcuno di ben peggiore, ma gli occhi di Kassim urlavano di piacere ogni volta che uno spasmo di dolore rotolava via dalle sue labbra.
Fu più forte di lei: con la mano libera cercò qualcosa sugli scaffali dietro di lei, qualsiasi cosa, finché non trovò una penna. Mentre la stringeva tra le dita come fosse un’arma si diede della stupida. Mentre inspirava pronta a colpire, immaginò cosa sarebbe potuto succede. Facile: sarebbe crollata a terra, si sarebbe rimessa in piedi ma senza successo. Probabilmente, sarebbe stata prima picchiata, stuprata e poi uccisa. O forse no. Forse, Kassim l’avrebbe lasciata in vita solo per gaudio personale.
Qualsiasi cosa dovesse accadere, sono spacciata...
Con tutta la forza di cui era capace, Nimue ficcò la punta della penna nell’occhio sinistro di Kassim. Successero due cose: priva di un qualsiasi appiglio, la forza di gravità la schiacciò al suolo mentre le urla disumane del ladro le perforarono i timpani. Di colpo, sentì il lungo taglio infertole bruciare come fuoco sulla pelle e con un singhiozzo ingoiò un lamento. Non c’era tempo per fermarsi.
Tornò in piedi e avanzò verso la porta. Uscì in strada e si accorse – o, meglio, si ricordò – che era da poco passata la mezzanotte. Avrebbe potuto nascondersi in mezzo alla foresta e forse Kassim non l’avrebbe notata. Doveva sbrigarsi.
Ma prima che potesse avanzare ancora, qualcuno la spinse da dietro e Nimue finì con il picchiare forte la fronte. Fece appena in tempo a capire cosa stesse succedendo che venne fatta voltare bruscamente: Kassim perdeva sangue da un occhio e l’altro la fissava come a volerla uccidere.
Ecco qua... questa è la fine. Sono stata arrogante a pensare di potergli sfuggire...
«E io che pensavo che fossi solo una bambola senza sentimenti!» Rise; una risata che di allegro non aveva nulla. Nimue, sin dentro le ossa, tremò.
È vero che la mia faccia non esterna emozioni ma dentro di me... ho paura...
Kassim le tirò un pugno alla bocca dello stomaco e se avesse potuto, la dottoressa si sarebbe piegata in due dal dolore; invece, era bloccata a terra. Il ladro agguantò i vestiti, già lacerati, e glieli strappò di dosso con una singola, rabbiosa mossa.
Fu nell’esatto memento in cui a Nimue sfuggì una lacrima che si sentì un ringhio basso.
Kassim si fermò, intirizzito. Successe in un attimo. Qualcosa scagliò il ladro lontano di qualche metro e corse a inseguirlo, agile e veloce come un ombra. Terrorizzata e confusa, Nimue si issò a sedere solo per assistere a una scena che aveva dell’incredibile: in mezzo alla strada deserta, Kassim, tremante come un coniglio, cercava di mettere distanza tra sé e una bestia nera.
Urlava alla creatura di stare lontano, di lasciarlo in pace, inascoltato.
Nimue assottigliò gli occhi, cercando di capire cosa fosse ma lo sfarfallio dei lampioni non giovava a suo favore. Poi, la bestia attaccò. Gli morse prima un braccio, poi una gamba, strappandogliela di netto; Kassim strillò piangente mentre la dottoressa sobbalzò, sconvolta. L’animale – o quel che era – si fiondò nuovamente su di lui, bloccandolo a terra con una delle sue due zampe anteriori mentre con l’altra gli squarciava il petto ripetutamente come guidata da una furia cieca. I pallidi raggi lunari fecero capolino tra le nubi e Nimue notò una cosa: il pelo, gli artigli... tutti riluceva di nero, tranne gli occhi, bianchi come due piccole lune.
Non seppe spiegarsi cosa provò. Gratitudine? Paura? Ribrezzo? Meraviglia?
Kassim aveva smesso di urlare. Aveva smesso di respirare da un bel pezzo.
Prima di accorgersi di un cappotto che le veniva appoggiato sulle spalle, Nimue udì una voce. «Va tutto bene.» D’istinto, si voltò a guardare il ragazzo. Aveva i capelli color cioccolato e occhi caldi, rassicuranti. Le stava rivolgendo un sorriso. «Prima di tutto, curiamo quella brutta ferita.»
«Sei un medico?»
La domanda parve prenderlo in contropiede. «Ehm... no. Ma ci sarà pure un medico da qualche-»
«Sono io. Sono l’unico medico nel raggio di cinque o sei chilometri.»
Seguirono pochi secondi di silenzio in cui, probabilmente, lo sconosciuto gentile ponderava cosa dire.
Fu Nimue a toglierlo da quell’impiccio, voltandosi nuovamente verso la strada. Gli scagnozzi di Kassim, attirati dalle grida, si erano gettati in strada; nuove vittime per quell’orrida creatura. «Chi è?»
Il ragazzo dondolò sulle proprie gambe alla ricerca di una risposta.
Infine, sollevò lo sguardo verso il cielo; un sorriso triste dipinto sul volto. «La mia unica ragione di vita.»
 
 
 
 
[Fine Flashback]
 
 
 
 
Nimue tirò fuori dalla calzatura un grimaldello che, poi, mostrò al Lakad. «Useremo questo per uscire da qui.»
E non aspettò nemmeno un istante: si alzò faticosamente e si trascinò verso la porta della cella. Sotto gli occhi vigili di Naevin, cominciò ad armeggiare con la serratura. Impiegò pochi secondi e, finalmente, poterono uscire.
«Fantastico!»
La dottoressa accennò un sorriso, ricorrendo subito alla sua magia per accelerare la guarigione delle sue ferite. Aveva comunque perso molto sangue e doveva risparmiare le energie per lo scontro che sapeva ci sarebbe stato – non poteva permettersi di consumare tutto il potere magico per sé. I due camminarono fino a raggiungere il corridoio precedentemente attraversato da Naevin.
Come era accaduto allora, non avevano incontrato nessuna guardia. In una situazione normale, avrebbero cercato immediatamente una via di uscita ma la priorità del Lakad rimaneva raggiungere Millie e portarla fuori con loro. Per cui, fece strada camminando fino alla cameretta piena di peluches... che trovarono vuota.
«Quindi, come ci muoviamo?» Domandò Nimue, guardandosi attorno. «Non possiamo restare qui, non sappiamo quanti nemici ci sono né quanto sono forti. In una situazione del genere, Diana ci farebbe comodo.»
Aveva ragione: se fossero rimasti lì, prima o poi qualcuno sarebbe tornato ma Naevin non poteva sapere se sarebbero stati in mille. E in quel caso, non avrebbe potuto garantire alla ragazza la giusta protezione. Per cui, optò per la scelta più sensata da fare.
«Riuniamoci agli altri.»
Nimue annuì. «D’accordo. Allora chiamo Diana.»
«E come intendi far-» Senza alcun tipo di avvertimento, la dottoressa cominciò a pestare i piedi a terra. Al Lakad per poco non venne un infarto. «Che stai facendo?!»
Lei lo fissò. «Sto chiamando Diana. Ma se continui a urlare, prima ancora di sentire me, sentirà te.»
Naevin si portò una mano sul viso, sospirando pesantemente.
«Così potremmo attirare l’attenzione dei nemici...»
«Mh. Forse. Ma possiamo sempre scappare.»
La freccia tatuata sulla pelle si materializzò al semplice tocco del Lakad che imbracciò l’arco; nessuno aveva pensato di confiscarglielo per mancanza i cose da lanciare. Poveri idioti. Non era la prima volta che qualcuno sottostimava lui e la sua magia.
«Sta’ dietro di me. Cerchiamo un’uscita.»
Cominciarono a muoversi seguendo quello stesso corridoio. Prima o poi sarebbero arrivati da qualche parte – speravano soltanto di non capitare in posti pericolosi.
 
 
 
 
§
 
 
 
 
Lily aveva sempre vissuto lontano dalla città.
In realtà, non le era mai importato di dove abitasse; l’unica cosa rilevante era stare assieme ai suoi genitori. Quel giorno, in particolare, suo padre approfittò dell’assenza di sua moglie per prenderla da parte e chiacchierare un po’ con lei: aveva appena compiuto sei anni ma ai suoi occhi, Lily era già molto intelligente e avrebbe sicuramente compreso il senso delle sue parole.
Con un sospiro teso, suo padre smise di pettinarle e i capelli facendola voltare verso di lui. Gli occhioni grigi della più piccola lo fissavano con interesse e crescente curiosità, suggerendo anche un pizzico di felicità che all’uomo non dispiacque affatto.
La compagnia di sua figlia, le loro lunghe chiacchierate notturne... erano diventate una routine a cui non avrebbe rinunciato per niente al mondo. «Tu lo sai che non sono un essere umano. Vero?
» Lily annuì, per niente sorpresa dalla domanda. «E visto che in te scorre il mio stesso sangue, questo fa di te... beh... un mio simile, anche se per metà. Hai capito?»
«Non sono stupida, pa’.»
Lui ridacchiò, raccogliendole i capelli da un lato e fermandoli con un fermaglio a forma di spicchio di luna. «Lo so. Ed è per questo che cerco sempre di non nasconderti niente.» A queste parole, seguì una breve pausa. «Ma è arrivato il momento di parlare di una cosa importante. Ascoltami bene, lupacchiotta, perché ne va della tua sicurezza.»
La bambina annuì restando in silenzio.
«Giungerà il momento in cui qualcosa dentro di te si spezzerà. Ti sentirai strana, sola... arriverai a odiare te stessa e, soprattutto, arriverai a odiare me per averti resa quella che sei.»

«Io non ti odio, papà!» Esclamò Lily, corrucciando la piccola fronte. «Non potrei mai!»
L’uomo sorrise, intenerito da tanta dolcezza – se qualcuno dei suoi amici l’avesse visto, di sicuro avrebbe fatto spargere la voce e tutti avrebbero cominciato a prenderlo in giro da lì fino all’eternità! «Vorrei ben dire. Come si potrebbe mai odiare un tipo bello e intelligente come me?»
Lei rise, divertita dal solito modo che aveva suo padre di sdrammatizzare qualsiasi situazione.
«Sappi che qualsiasi cosa ti accadrà, ti aiuterò io. Sarò sempre al tuo fianco, lupacchiotta.
»
Lily annuì, convinta che quella fosse la sola e unica verità del mondo.
«Farò in modo che niente e nessuno possa farti soffrire, nemmeno il tuo stesso sangue. Se ti sentirai abbattuta, se ti sentirai male o se vorrai strapparti il cuore dal petto pur di non provare tormenti simili... ci penserò io. Tu dovrai solo chiamarmi e arriverò da te, ovunque tu sarai. Chiaro?
»
La bambina non seppe spiegarsi il motivo di tali parole. Non seppe spiegarsi perché gli occhi di suo padre stessero tradendo una spiccata sofferenza, nascosta dietro un falso sorriso carico di speranza. Era come se stesse cercando di convincere anche se stesso, oltre a lei.
Per questo, Lily gli prese il viso tra le mani. «Va bene, pa’. Anch’io prometto di stare sempre con te.
»
Dopo un attimo di totale blackout, suo padre scoppiò a ridere. Senza preavviso, strinse sua figlia in un abbraccio spaccaossa in modo da nasconderle quelle due piccole lacrime di commozione che spingevano per uscire. «Sono sicuro che sarai una vera spina nel fianco!»
Lei scoppiò in una fragorosa risata, improvvisamente più leggera.



Quell’unica verità si era trasformata nell’ennesima bugia. Lily si era spezzata poco tempo dopo, metaforicamente e fisicamente: suo padre non c’era stato.
Sangue. Sangue. Sangue.
Non c’era stato. Finché non trovava il modo di ricongiungersi a lui, non ci sarebbe stato. E quei pensieri facevano capolino nella sua mente ogni volta che si sentiva persa, spezzata, rotta... ogni volta che avvertiva quell’odore, quel sapore, quell’istinto primordiale che le gridava di uccidere, uccidere e uccidere ancora.
Dov’è il sangue? Dov’è la carne? Dov’è la morte?
Lily continuava a spezzarsi. Il suo corpo e la sua anima si rompevano in continuazione; le uniche persone che avrebbero potuto aiutarla non c’erano.
Suo padre era chissà dove; Killian era stato rapito. Orias era bravo solo a farla stare male; Royal... a Royal aveva già causato fin troppi guai.
Quel sangue aveva una nota familiare.
Conosceva quel retrogusto amarognolo... e mentre i suoi piedi avanzavano, passo dopo passo, sempre più traballanti e incerti, la sua mente corse a un nome, una figura, un’amica.
«N-Nimue...?»
Quello che sentiva era il sangue di Nimue?
Il cuore cominciò a martellare più forte, la testa a pulsare e le ossa a scricchiolare. Lily – o, per lo meno, la sua parte irrazionale – percorse quelle strade con sempre più urgenza, trascinandosi verso un ampio spiazzale.
Vide rosso.
Il pavimento ciottolato era sporco di sangue in più punti e il sangue era quello di Nimue. Nimue. La sua amica. Quella che l’aveva ricucita più e più volte, quella che l’aveva legata a una sedia quand’era piccola per costringerla a buttar giù una medicina, quella che la lasciava dormire nella sua serra e la nascondeva quando Royal, o Wiles, la cercavano per una ramanzina.
Sangue. Il suo sangue.
Inspirò profondamente e le gola si fece asciutta in un istante. Un ringhio basso lasciò le sue labbra tremanti mentre, dolorante, si accucciava contro il pavimento come un cane bastonato. Lily aveva il respiro pesante. Si sentiva bruciare ovunque. Le ossa scricchiolarono ancora. I muscoli si contrassero e poi si distesero. La voce di Orias – le sue maledizioni e imprecazioni – era ovattata; sentiva la testa leggera.
Poi, scattò. Corse veloce seguendo la scia dell’odore di Nimue, preda della paura di perderla.
Corse, corse talmente veloce da non sentirsi più le gambe.
Lo vide.
Il sangue era lì, addosso a lui. Sulle mani e sui vestiti di quel mago di Goblin Thief che la guardava sghignazzante. Alla paura si sostituì la rabbia. Una furia cieca che a breve sarebbe esplosa.
E successe. Lily, semplicemente, si avventò contro di lui, contro Linker, con il solo obiettivo di ucciderlo.
 
 
 
 
§
 
 
 
 
Con la sua magia sensoriale, Diana riuscì a capire dove fossero finiti gran parte dei suoi compagni di viaggio. Nimue e il Lakad erano i più vicini alla sua posizione. Decise, quindi, di lasciare i bambini nascosti in quello che un tempo doveva essere stato un piccolo negozietto di dolci, spiegando loro che sarebbe tornata a breve. Non senza qualche piccola lamentela dei più piccoli – spaventati all’idea di dover aspettare da soli e senza protezione – Diana riuscì a separarsi da loro per raggiungere quei due prima che a farlo fosse qualcun altro.
Entrò nella villa da una finestra rotta al piano terra e percorse un piccolo corridoio fino alla rampa di scale: Naevin e Nimue le stavano già scendendo.
Con un sorriso, il Lakad abbassò l’arco. «Felice di vedere che stai bene.»
La giovane fece scorrere lo sguardo dall’uno all’altra.
«Dobbiamo uscire di qui.»
«Aspetta! C’è una bambina che dobbiamo portare con noi ma non so dove l’abbiano portata. Potrebbe essere-»
Diana scosse la testa. «In questa villa non c’è nessuna bambina. Ma ci sono alcune persone che hanno cominciato ad agitarsi.»
«Si saranno accorti che siamo scappati.» Ipotizzò Nimue, trovando l’accordo degli altri due.
Il Lakad fece per parlare ma la Dragon Slayer l’anticipò. «Salveremo Millie e tutti gli altri bambini ma adesso dobbiamo andarcene. Se ci beccano non riusciremo a fare proprio un bel niente!»
Alla fine, si decisero.
Diana li guidò lungo le stradine evitando i maghi di Goblin Thief sparsi un po’ ovunque, a guardia di chissà cosa. Arrivarono al negozio di dolci e fu solo allora che Naevin si permise di tirare un sospiro di sollievo. Vide spuntare dei piccoli visi tondi da dietro il bancone e la sua mente tornò subito all’espressione spaurita di Millie mentre lo supplicava di portarla via da lì.
Se Diana si accorse del suo disagio, non lo diede a vedere e si premurò di lanciare un’occhiata rassicurante ai bambini. «Per prima cosa dobbiamo portare loro via da qui ma non possiamo farlo se la città pullula di nemici.»
«Non c’è un passaggio segreto che porta fuori Exca?» Domandò Nimue, rivolgendosi ai più piccoli.
Alcuni di loro annuirono ma fu una di loro a prendere parola: «Le fogne. Ma non so dove conducano.»
«Sempre meglio che rimanere qui...» La Dragon Slayer si mosse appena di un passo, incerta. Aguzzò le orecchie e con grande stupore notò delle voci familiari correre nella loro direzione – certo, erano parecchio lontani, ma con un po’ di fortuna potrebbero farcela. «Forse ho un’idea.»
I suoi occhi viola si posarono su Naevin che annuì. «Se è per salvare questi bambini, farò tutto quello che vuoi.» Dinanzi a una tale fiducia, Diana si sentì più sollevata.
«Ok. Appena fuori da questo negozio girate a destra e proseguite lungo la strada. Fate attenzione, ci sono due maghi a pattugliare la zona, non fatevi scoprire. Oltrepassate la piazza in silenzio e poi correte. Il più veloce possibile, chiaro?»
«E tu?» Domandò il moro. «Sarebbe più facile se a guidarci ci fossi-»
«Io devo trovare Millie, ricordi?»
Non ci volle certo un genio per capire che non c’era solo questo in gioco. Anche Nimue se ne accorse. Per questo le si avvicinò con cautela posandole entrambe le mani sulle spalle; nonostante i sette anni di differenza, erano basse più o meno allo stesso modo. «Fa’ attenzione. Non ficcarti in situazione da cui sai già che sarà impossibile uscire.»
Diana la ringraziò mentalmente. La ringraziò per essere sempre stata tanto attenta e premurosa nei suoi confronti. In una maniera che non riusciva a spiegarsi, stava cominciando ad apprezzare la sua compagnia. «So badare a me stessa. Piuttosto, Naevin, dovrai difenderli tu.»
«Non preoccuparti. Non permetterò a nessuno di far loro del male.»
La più giovane annuì, riconoscente. «Continuate a correre finché non incontrate Hydra. Lui, Nypha e altre due persone sono appena entrate a Exca.»
In breve tempo, si prepararono a uscire. Il primo obiettivo era mettere in salvo quelle povere creature. Il secondo: uccidere Kiel Reidar nel modo più doloroso possibile per aver sfruttato dei bambini per i suoi luridi scopi!
Naevin fece per aprire la porta del negozietto, quando con la coda dell’occhio vide Diana piegarsi in due dal dolore, tenendosi la testa tra le mani.
A chinarsi accanto a lei fu la dottoressa. «Che ti prende?»
La Dragon Slayer mugugnò qualcosa per poi sollevare gli occhi, carichi di tensione. «C’è... c’è qualcosa a pochi isolati da qui... non riesco a capire cosa-» La frase venne interrotta dall’ennesimo rantolo. Cercò di ignorare quel dolore lancinante dovuto al forte rumore che le sue orecchie stavano percependo: non era un suono nuovo, quello.
E, purtroppo, ricordava perfettamente quand’era stata l’ultima volta che qualcosa l’aveva scossa così tanto. Fu allora che il rumore sparì, all’improvviso. Diana raddrizzò la schiena e si concentrò. C’erano una sola voce che le arrivava forte, chiara e rabbiosa: quella di Orias.
Lui sta lanciando maledizioni a destra a sinistro ma di Lily... nessuna traccia. Com’è possibile? Che abbia ripreso il controllo del suo corpo? Eppure, Orias non mi sembra molto contento...!
«Lily...»
Quel nome che tanto odiava le sfuggì dalle labbra prima che potesse impedirlo, catturando immediatamente l’attenzione di Nimue che per la prima volta da quando l’aveva incontrata mostrò la sua preoccupazione, anche se solo per un istante. «Cos’è successo? Come sta Lily?»
Incerta, la giovane incrociò il suo sguardo. «Non lo so. È come se fosse sparita. Sento solo Orias che sbraita robe strane in una lingua che non conosco. Sembra incazzato.»
La dottoressa si bloccò per un attimo. Naevin le lanciò un’occhiata preoccupata, cercando di capire se fosse o meno il caso di intervenire. Poi, guardò Diana e ciò che vide lo fece irrigidire ancora di più: la Dragon Slayer aveva gli occhi sgranati e il viso terribilmente pallido. Probabilmente, ciò che si agitava nella mente di Nimue era tanto spaventoso da lasciare allibita persino lei.
«Ma che... diavolo...?» Tentò di parlare, Diana, ma non sapeva davvero cosa dire.
Nimue inspirò ed espirò lentamente prima di tornare in sé. «Ti prego, non farle del male.» Per la prima volta, la voce della dottoressa possedeva un’inflessione dovuta alla supplica che le stava rivolgendo. «Qualsiasi cosa tu veda, non farle del male. Lily è... è una mia amica.»
 
 
 
 
§
 
 
 
 
Diana arrivò quando la carneficina si era già consumata.
Quello che prima sarebbe dovuto essere un ragazzo dai capelli neri, un mago di Goblin Thief, era solo un ammasso di carne sanguinolenta che puzzava di morte. La Dragon Slayer distolse lo sguardo per calamitarlo sull’ammasso informe di pelo nero che era rannicchiato in un angolo del chiostro – il cortile interno della villa da cui lei, Nimue e Naevin erano fuggiti poco prima.
Linker – lei non lo sapeva ma il mago si chiamava così – era stato ucciso a unghiate; la stessa sorte era toccata a tutti e trentadue i sottoposti di Kiel in cui la creatura si era imbattuta.
Diana la osservò tenendosi a distanza. Gli occhi erano bianchi, perlacei, fissi al pavimento. Respirava a fatica come fosse stata ferita ma non lo era. In realtà, sembrava più che altro spaventata.
Con cautela, la ragazza avanzò di un passo. «Lily?»
La bestia ringhiò e finalmente la vide. C’erano tante cose che sarebbero potute succedere, a quel punto. Immaginò di dover combattere contro di lei, di non avere neanche il tempo di fare una singola mossa, di essere costretta a ucciderla... ma non accadde nulla di tutto questo. Diana osservò la creatura contorcersi, sentì le ossa scricchiolare, i muscoli restringersi e lacerarsi, il sangue fluire rapidamente. Quando, poi, capì quello che stava succedendo, qualcosa dentro di lei si mosse prima ancora di formulare un pensieri: afferrò Lily per le spalle prima che cadesse al suolo come un sacco di patate. La sentì mugugnare qualcosa – sentì finalmente la sua voce – ma poi svenne.
Colui che non smise di parlare, invece, era Orias che nel giro di un secondo tornò a possedere il corpo della mora con una facilità estrema. Diana fece un passo indietro istintivamente osservandolo mentre si rimetteva in piedi incurante che Lily fosse completamente nuda.
«Finalmente! Cazzo! Che rottura di palle!»
La Dragon Slayer fece una smorfia. «Che diavolo sta succedendo? Cos’era quella cosa
Orias la guardò. Gli occhi grigi della maga non erano mai stati così colmi di esasperazione come in quel momento. «Il nostro cucciolo. Problemi?!»
«Sii serio per una volta.»
L’altro lanciò qualche bestemmia prima di tornare a prestarle attenzione. «Per favore, sono esausto! Tenere a bada quel botolo di peli e morte non è affatto facile, sai? Ci ho provato. È scappato. Ma ci ho provato. Ringrazia che ho saputo sfruttare un momento di debolezza, altrimenti saresti già morta.»
Continua a blaterare di cose ovvie solo a lui...! Stava cominciando a innervosirsi.
«Come non detto. Sta’ zitto. Non voglio saperlo da te.» Fece per voltarsi e andarsene ma prima gli lanciò un’altra occhiata sprezzante. «Vestiti.»
Orias abbassò lo sguardò e solo allora si rese conto della situazione. «E che cazzo...»
«Dobbiamo andarcene in fretta. Voi due idioti avete fatto troppo casino e sta per arrivare un sacco di gente.»
«Ehi! Io non-» La sua protesta venne interrotta sul nascere: qualcosa di piccolo e appuntito lo ferì a braccia e gambe. Imprecò a mezza bocca prima di togliersi dalla linea di tiro della nuova arrivata, una ragazza con indosso un abito rosa dalle spalline gonfie e calze nere..
Anche Diana si spostò agilmente e insieme si accucciarono dietro lo stesso muretto. Quando buttarono un occhio sul nemico, la videro avanzare leggiadramente fino al centro del cortile. Non sembrava affatto notare i suoi compagni morti tutt’attorno; la sua attenzione era rivolta a loro.
«Oh, ma dai! Non nascondetevi!» Azzardò una piroette e i suoi lunghi capelli neri oscillarono seguendone il movimento. Gli occhi rossi brillavano, eccitati all’idea di portare a termine la missione che la somma Emilia le aveva affidato. «Mi chiamo Camellia, piacere di conoscervi!»
«Ma guarda un po’, è persino educata...»
Diana, per puro amor proprio, ignorò la battuta. «Liberiamoci di lei il prima possibile.»
Intanto, Camellia creò un bocciolo tra le mani, sintomo che non si sarebbe persa in inutili chiacchiere.
«Vi auguro una buona morte.» Il suo sorriso si allargò sempre di più, sino a farsi raccapricciante.
 
 
 
 
§
 
 
 
 
I lavori di ricostruzione andavano a rilento e a Royal questa cosa faceva incazzare.
La verità era un’altra: il fatto che Ella fosse ancora incosciente, l’assenza di Clizia e il non saperla al sicuro... tutte queste cose lo facevano davvero incazzare. Che poi la gilda fosse ancora mezza distrutta a lui non importava granché ma avere Alastor come coinquilino – perché sia mai che andasse a ricercarsi un buco per fatti suoi – era pressoché avvilente. Si era visto costretto a ospitarlo dal momento che non aveva una casa sua... e mica lui, Royal Vandom, poteva lasciare un suo compagno di gilda dormire per strada! Più che altro gli sarebbero arrivati molti reclami per aver lasciato a piede libero un fantasma: incrociare Al di notte, sotto un lampione, avrebbe fatto morire d’infarto anche il più temerario degli avventurieri.
Ma, più che altro, Royal era incazzato con se stesso.
Era incazzato con quegli stronzi del regno di Lazuli. Era incazzato con quella tizia – Ophelia. Era incazzato con l’orologio che rintoccava inesorabile sul suo petto.
E dato che la giornata non poteva che peggiorare, alle quattro del pomeriggio udì suonare il campanello. Royal, con zero voglia di chiacchiere, si vide costretto ad andare ad aprire dal momento che l’ospite si era messo a citofonare senza interruzioni per dieci minuti – al punto che persino Alastor aveva cominciato a ronzare per casa e si era, infine, chiuso in bagno.
Una volta appurato chi fosse, al Master dell’Ancient Aurora partì una grandissima imprecazione interiore. Davanti a lui c’era Jace Ivory.
Che Dio me la mandi buona...
«Qual buon vento ti porta qui a Magnolia, Jace?»
Il consigliere di re Rambaud Fiore gongolò sul posto lanciando diverse occhiate invadenti in casa. «Ma ciao, Royal! Disturbo?»
Voleva entrare; era chiaro. Con un sospiro, l’uomo dovette accontentarlo.
Se era venuto fin lì doveva esserci un motivo.
«Però! Casa piccola ma confortevole! Mi piace!»
Royal alzò gli occhi al cielo senza essere visto per poi invitarlo a sedere al tavolo della cucina su cui campeggiavano documenti su documenti – in pratica, quello che era riuscito a recuperare dalla sede della gilda. «Ripeto... come mai sei qui, Jace? Raramente lasci il palazzo incustodito.»
Gli occhi azzurri dell’altro brillarono. «In effetti, sono venuto per due motivi. Volevo discutere con te di due cosette che sono certo possano interessarti.»
«Spara.»
Jace non se lo fece ripetere due volte ma attese che il padrone di casa fosse seduto di fronte a lui prima di sganciare la bomba. «Il responsabile che ha attaccato la tua gilda sta cercando la Bestia, ergo, uno dei tuoi sottoposti, vero?»
Royal si irrigidì ma non distolse lo sguardo, fingendosi confuso.
«È inutile che tenti di convincermi del contrario. Tanto lo so che Lily non è del tutto umana e che è lei la creatura che se ne andava in giro a uccidere chiunque le capiti a tiro. Te lo sto dicendo come preambolo alla richiesta che sto per farti. Che ne diresti se-»
I pugni con cui Royal colpì il tavolo mandandolo in frantumi – spargendo, altresì, i fogli in giro per la stanza – lo interruppero sul nascere. Nonostante il veto che si era imposto, il Master stava lasciando fluire l’elettricità per tutto il suo corpo – riuscì quasi a sentire la lancetta dei minuti scattare in avanti di un passo.
L’aria si fece statica. «Se ti azzardi ad alzare un solo dito su di lei o a parlare di quest’argomento con qualcuno, giuro che ti ammazzo.»
«Oh, suvvia! Non ho intenzione di fare niente, non è un mio problema! Tanto più che ha smesso di fare le bizze da un po’ di anni, no? Piuttosto, sono curioso. Come fate tu e Killian a contenerla?»
«Non sono affari che ti riguardano!»
Jace non abbandonò il suo sorriso canzonatorio nemmeno per un istante. Alla fine, però, dovette arrendersi e cercò di trovare un modo per poter parlare senza farlo infuriare più del necessario. «Senti, Royal, ti parlo con il cuore in mano.»
«Quale cuore?»
L’altro lo ignorò. «Che quella ragazzina sia un Incubo oppure no, non mi interessa. Sono qui solo per farti una proposta. So bene che tu e la tua gilda ne state ospitando un altro, il responsabile della strage di quei rapitori di bambini. Hai presente, no? Eliza deve avertene parlato.»
«E con questo?»
«Voglio parlare con lui.»
Royal sbuffò un mezzo insulto. «E perché, di grazia? Tutt’un tratto ti viene in mente di venire a rompere le palle?»
«Beh, no. La verità è che finora sono stato molto impegnato.»
Il Master dell’Aurora alzò gli occhi al cielo. Era esattamente per questo che quando c’era da andare a palazzo mandava sempre Killian – in qualche modo riusciva a non alterarsi, al contrario di lui. Sembrava quasi che lo facesse apposta ad assumere quell’atteggiamento strafottente e da saputello.
Fece per rispondergli per le rime; col cavolo che avrebbe permesso a quel tizio inquietante di scambiare anche solo quattro parole con un suo compagno!
Ma fu l’inaspettata presenza di Alastor a zittirlo.
Questo apparve sull’uscio della porta che conduceva al corridoio, in piedi e con lo stesso aspetto cadaverico di sempre. «Sarà una cosa lunga?»
Jace saltò in piedi dalla gioia. «Certo che no! Grazie mille per aver accettato di parlare con me!»
Ma che cavolo... Royal fece una smorfia. E io che pensavo che Al non fosse il tipo da interviste...
«Bene! Passiamo al secondo motivo per cui sono qui.» Il consigliere tirò fuori dalla tasca del cappotto nero una busta e la porse al Master agitandogliela sotto il naso. Questo gliela strappò quasi di mano; la lesse. «Conosci chi potrebbe averla scritta? L’ho trovata in un libro della biblioteca che era stato sigillato circa cent’anni fa. Nessuno ha mai aperto quel libro per un secolo eppure da quello che dice questo tizio, sembra conoscere alla perfezione tutto quello che sta accadendo e che accadrà.»
Più leggeva e più Royal aveva un brutto presentimento.
Jace dondolò sul posto. «Per di più è indirizzata a te.»
Persino Alastor corrucciò la fronte, confuso. E dire che erano davvero poche – pochissime – le cose che avrebbero potuto sorprendere un tipo come lui.
Il Master dell’Aurora continuò a fissare le iniziali del mittente come a sperare che si spiegassero da sole da un momento all’altro.
 
Ah, Royal. O dovrei dire "povero Royal"? Non fraintendermi, non sono uno che si crogiola nelle disgrazie altrui. Ma scommetto che vedere il tuo volto mentre leggi questa lettera mi avrebbe divertito parecchio.
La tua gilda? Distrutta. Ella? Ancora a letto, inerte.
Ed eccomi qui, cento anni prima di te, a raccontarti cosa hai appena vissuto. Strano, vero?

Ma non è strano per me. Io vedo il futuro, Royal. Lo vedo come tu guarderesti un fiume scorrere: sempre uguale, sempre lo stesso tragitto, senza deviazioni, senza esitazioni. Finora non ho mai visto nessuno abbandonare la pista, non ho mai incontrato qualcuno che fosse stato in grado di cambiare disco.
Eppure, io non smetto di sperare. Spero che qualcuno possa davvero cambiare le cose. Spero che qualcuno dimostri che il futuro non è un libro già concluso, ma un foglio ancora da riempire.
Qualcuno tipo... Lily. Lei mi sta simpatica, sai? Non chiedermi perché; probabilmente è solo la mia pietà nei suoi confronti a parlare. Mi piace immaginare che ce la farà, che riuscirà a sovvertire un ordine che io ho solo potuto osservare, impotente.
E se così sarà, allora per la prima volta avrò visto qualcosa che non era già deciso. Sarebbe bello, no?

J.C.


P.S. un consiglio da amico: conserva il tempo che ti rimane da vivere... ne avrai bisogno.





 
 




 

 
Wow! Rieccomi!

Prima del previsto, grandioso! ^^ È solo perché ho concluso con l’università ma tra pochissimo sarò oberata di lavoro e chissà se riuscirò ad aggiornare come all’inizio della storia (ossia una volta ogni due settimane); sarebbe meraviglioso.

Ad ogni modo, questo capitolo mette in chiaro tre cose:
  1. Lily è la Bestia (noooo, ma daaiii?! – scommetto che l’avevate capito tutti o che, per lo meno, l’avevano sospettato)
  2. il passato di Nimue (cucciola lei *.*)
  3. J.C. è un tipo vissuto circa cent’anni fa! È un tipo teatrale, farà in modo di essere presente il più possibile, statene certi!
CAMELLIA ► https://i.pinimg.com/736x/29/da/ad/29daad7feb999fa5f8ffe93689563002.jpg

C’è da fare un appunto: lei lavora per Emilia, non per la gilda Goblin Thief… è lì solo per controllare che vada tutto bene e che Kiel non faccia cagate (sulla carta).

Curiosità n. 34 ► Quindi, chi sa che Lily è la Bestia? Royal, Killian e Nimue (e ora anche Diana) – Orias ha un ruolo particolare: aiuta Lily a tenere a bada questa sua parte mostruosa. Di solito ci riesce ma quando la rabbia è troppa, diventa difficile controllarla. Lily (e suo padre) e Alastor sono Incubi ma lo sono in modo diverso. In che senso? Non posso ancora dirvelo... Sorry ^^

Alla prossima ^^

Rosy


 
  
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