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Autore: bougainvillier    08/02/2025    0 recensioni
Episodio 4 di Steins;Gate 0. Hiyajo Maho capisce che Okabe Rintaro non sta parlando con Amadeus.
« Hiyajo Maho non si lasciava trascinare facilmente dalle emozioni. Un’eccezione, un’unica volta, mesi fa. In un mese di luglio che era stato gelido e senza cuore, nero di emozioni e rosso di sangue. Come quello di lei. »
Genere: Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Altri, Okabe Rintarou
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Novilunio di lacrime cadenti


- A volte fa bene piangere, senpai.
- Piangere? Non è da me! Non si risolve nulla con le lacrime.
- Vero. Ma a volte è l’unica cosa da fare per liberarsi di un peso…


***

Hiyajo Maho non si lasciava trascinare facilmente dalle emozioni.

Un’eccezione, un’unica volta, mesi fa. In un mese di luglio che era stato gelido e senza cuore, nero di emozioni e rosso di sangue. Come il suo riverso in terra, all’ottavo piano dell’edificio Radio Kaikan di Akihabara, quel maledetto giorno; come lo scarlatto dei capelli di lei, che troppo presto questo mondo crudele si era portato via. S’era promessa di non piangere più, dopo il funerale. Mai più. Singhiozzi asciutti, in un angolo della sua stanza, accanto ai vestiti disordinati gettati sul pavimento e le carte appallottolate. Gli occhi vuoti e spenti fissi su un laptop rosso sulla scrivania, accanto al suo. Così aveva sofferto. In silenzio.

Fino a Dicembre.
Fino all’incontro con Okabe Rintaro.

S’era lasciata andare con uno sconosciuto. Un estraneo più piccolo di lei con cui aveva iniziato a parlare da solo pochi minuti. Aveva sentito di poterlo fare, davanti a lui. Forse il suo sguardo malinconico e a tratti perso nel vuoto le aveva ricordato il suo, o forse era il modo con cui aveva pronunciato il nome di lei che l’aveva colpita, che le aveva trasmesso inconsciamente una fiducia inattesa, insperata. Ed era stato incredibilmente facile, liberatorio. Condividevano lo stesso dolore, dopotutto. Lei e lui. Una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

Era questo il motivo che l’aveva spinta a seguirlo sulla terrazza del laboratorio.

Il cellulare aveva vibrato, lui l’aveva afferrato e si era allontanato. Nel mezzo di una festicciola di Natale, tra le risate allegre dei suoi amici. Le labbra sollevate appena, impercettibili. Un movimento colto solo da lei, lei che l’osservava silenziosamente, di sottecchi. Hiyajo Maho era una scienziata, dopotutto.

Immobile, a qualche passo fuori dalla porta. Deglutì bruscamente, i pugni stretti abbandonati sui fianchi. L’aria gelida sulla pelle, il soffio del vento che muoveva il cappuccio del cappotto e sfiorandole le guance la faceva appena tremare. Era una serata di luna nuova e tantissime stelle. Alzò la testa verso il cielo, gli occhi chiusi, l’udito aguzzato.

Lo sentì. Li sentì parlare.

“N-non è che non mi aspettavo di essere trattata da ragazza! N-non è assolutamente così!”

“E’ questo tuo lato che io… Io…” 

Rabbrividì, mille lame invisibili a trafiggerle le tempie. Il cuore fremeva in gola, il respiro si faceva più veloce. La conferma dei sospetti che da tempo aveva sollevato davanti ai suoi occhi, le iridi verdi strabuzzate. I muscoli delle gambe intirizziti ma pronti ad intervenire. Subito. Doveva fermarlo.

Okabe Rintaro stava parlando con Makise Kurisu.

Stava arrossendo, le sue guance s’erano imporporate e la voce s’era fatta morbida, il volto sollevato, non era più malinconico e imbronciato. Non sapeva che amicizia, no, che relazione ci fosse tra i due. Ma lo intuiva, lo sentiva. Nella razionalità dei fatti, lo aveva capito. E ora lo aveva visto.

Non c’era più Amadeus in quello schermo.
Forse non c’era mai stato.

S’avvicinò a lui e gli strappò il cellulare dalle mani, l’applicazione chiusa bruscamente. Hiyajo Maho non era una scienziata in quel momento. Non poteva più esserlo. Se lo fosse stata, forse non l’avrebbe nemmeno seguito. E se lo avesse fatto, come aveva fatto, lo avrebbe lasciato parlare con la sua kohai. Perché Amadeus doveva evolversi, sviluppare altri sentimenti. Era questo il progetto. Ma lei in quel momento era solo una ragazza di poco più che ventuno anni. Forse un’amica. E non avrebbe mai permesso un simile dolore.

“Te l’avevo detto che ti saresti fatto delle illusioni.” – pronunciò, gli occhi fissi su quelli spalancati e terrorizzati di lui. C’era l’orrore nelle sue pupille, la colpa, l’incubo. L’amore che svanisce. Sì, era amore quello tra Okabe Rintaro e Makise Kurisu.

“Cosa…”

“Kurisu è morta. Lei… ormai non c’è più.” – la voce uscì secca, incolore. Quasi priva di sentimenti, tutti quelli che stava trattenendo e che lentamente s’ingolfavano e attorcigliavano nel cuore. In un recesso, chiusi, seppelliti davanti a lui.

Le parole rimbombarono dentro di lei. Come se anche lei dovesse decifrare, tradurre quell’affermazione; come se avesse ascoltato una lingua sconosciuta, come se l’avesse sentito per la prima volta. La voce era uscita in automatico, quasi lontana ed estranea. Quasi non sua. Come se lei stessa dovesse ancora accettarlo.

“E’ morta…” – lui si lasciò cadere sulle ginocchia, la fronte imperlata di sudore, le mani che tremavano. Cacciò un urlo disperato. La sua eco graffiava, fendeva il buio della città insinuandosi tra i quartieri, i vicoli più remoti. Spezzò il silenzio della notte, infrangendosi in mille cristalli che trafissero anche il petto di lei.

Riconosceva quel dolore.
La realizzazione d’averla persa.

Perché quella figura sul display non era lei. E comprendeva anche come Amadeus potesse essere l’unica fonte di speranza, l’unica cosa a cui aggrapparsi quando hai perduto qualcuno a te caro, qualcuno di importante.

“Amadeus non è che un programma.”

Il tono di voce era ancora freddo, non poteva essere altrimenti. Eppure, calde lacrime imploravano di farsi strada e uscire, di riversarsi sul viso e scorrere, scorrere fin quanto bastava.

La comprendeva.
Riconosceva la falsa similitudine d’averla ancora accanto.

Era successo anche a lei, dopotutto. A volte le succedeva ancora, di parlare con lei. Ficcanaso, irriverente eppure gentile, brillante. Ma Amadeus era solo un programma, una ricerca, uno studio che stava anche dando degli ottimi risultati e di cui lei e il Dr. Leskinen erano fieri.

Amadeus non era la sua kohai.
Amadeus non era Kurisu.
Makise Kurisu era morta.

Ma Hiyajo Maho era una scienziata e gli scienziati sono distaccati davanti alle porte del cuore.

Questo lei lo sapeva. Aveva imparato. Non poteva permettersi di essere così irrazionale, sentimentale. Anche se il dolore di quel ragazzo dai vestiti scuri, singhiozzante e quasi preso dalla nausea, non faceva che ricordarglielo. Per questo doveva dirgli la cruda verità. Così che non s’illudesse. Non più.
 
“Ora alzati, Okabe Rintaro.” – pronunciò, una sfumatura dolce sul finire della frase quasi spezzata da un singhiozzo. Si morse il labbro inferiore e strinse il pugno della mano sinistra, dentro la giacca.

“Riprenditi…”

Gli porse la mano libera. Okabe l’afferrò e si rialzò, lo sguardo intensamente fisso su quello di lei. Un soffio lontano la raggiunse. Un ricordo dal passato, una brezza calda sfumata di rosso. Nelle corde vocali, ad avvolgerle, cullarle. Si lasciò trasportare.

Gli diede le spalle e con un filo di voce lo disse.

“… o ti ficcherò un elettrodo dentro l’ippocampo.”

Disse ciò che avrebbe detto lei.

E lacrime soffocate iniziarono finalmente a cadere come pioggia dagli angoli degli occhi arrossati. Libere, svincolate. Non più trattenute. Mille goccioline che le rigarono il volto, ben presto asciugate. Ed impetuose continuavano a scendere, ribelli, necessarie.

Perché era vero.

Avevi ragione tu, Kurisu. Piangere non risolve le cose, ma a volte è l’unica soluzione. E mi fa stare meglio.


***

Hiyajo Maho non si lasciava trascinare facilmente dalle emozioni.

Un’unica eccezione. Il funerale di Makise Kurisu.
Un’altra. Il pianto di Okabe Rintaro.
   
 
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