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Autore: The Custodian ofthe Doors    25/02/2025    0 recensioni
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In un epoca sorprendentemente di pace, quando nulla turba l'equilibrio del mondo e dell'umanità, il pericolo più grande non è altro che la noia di coloro che hanno e possono tutto.
*
“ Problemi in Paradiso?”.
*
Il foglio volteggiò lento nell'aria densa delle Praterie degli Asfodeli, lì dove sorgeva il muro che li divideva dai Campi di Pena.
L'anima guardò altri fogli colorati svolazzare oltre quelle alte mura scure, caduti dal cielo, forse da quello vero e non dalla volta rocciosa che faceva loro da soffitto.
*
E se è la vita dei loro figli quella che gli dei vogliono veder in gioco, non vi sarà nessuno che potrà impedirlo.
*
“Riuscirai a “sopravvivere”? Sarai in grado di ingannare Thanatos?
Questa è la sfida della morte.
Questa è la Death Race.”
Genere: Avventura, Azione, Commedia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash | Personaggi: Altro personaggio, Gli Dèi, Nuova generazione di Semidei, Semidei Fanfiction Interattive
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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XXIV- Wire.
 
 
In pedi vicino al limitare delle mura Clara ondeggiava sui talloni, in attesa.
Si sentiva sciocca in quel momento, ma la leggera ansia che le pungolava lo stomaco non accennava a volersene andare, nonostante non fosse la prima volta che si trovava in quell’esatta situazione.
La temperatura era ancora abbastanza mite, le famose ottobrate romane erano una costante della sua breve vita che apprezzava sempre molto. Forse perché le piaceva l’autunno ma non troppo il freddo, in effetti Clara lo disprezzava con una certa passione, il freddo.
Durante il primo inverno che aveva passato al Campo non aveva mai perso l’occasione per infilare la mani congelate tra il pelo folto di Quarto, presa bonariamente in giro dagli altri lupi e sgridata in continuazione dal suo perché non faceva altro che farlo rabbrividire ogni volta.
Gli altri semidei non le prestavano molta attenzione, forse perché era l’unica a girare costantemente accompagnata da un lupo, come un’infante bisognosa di una balia, o forse per via dei suoi divini natali, se così li si poteva chiamare. Non la trattavano male, questo no, non erano sgarbati, per lo meno non più di quanto i veterani non lo fossero con tutte le nuove reclute, erano solo- erano solo distanti.
Alzò la testa verso l’alto, a guardare le alte mura, fissandone le merlature appuntite, impossibilitata a spingere lo sguardo più in là, a trapassare i mattoni ed il calcestruzzo, lo strato di pozzolana che ricopriva la parte interna del perimetro del Campo. Oltre quei mattoni, tra le strade di sampietrini e gli edifici antichi, imponenti e colorati, c’era un tempio dedicato ad ogni divinità, un luogo di preghiera per ogni dio. Per tutti, tranne che per suo padre.
Clara chiuse gli occhi prendendo un respiro profondo, non sapeva neanche se poteva davvero definirlo “padre”, se potesse immaginare quell’uomo, quell’essere, come suo genitore. Tecnicamente era Giovanni Mancini suo padre, l’essere umano, quello che aveva sposato sua madre, che l’aveva tradita con altre donne, il vero problema.
Oh, perché Clara ormai l’aveva capito, sapeva perfettamente che in quel matrimonio il problema non era il fisico fragile e debole di Ada, lo sapeva per certo, lo aveva sempre sentito mormorare in giro ma alla fine aveva capito cosa significassero davvero quelle parole. Com’era possibile che in tutti quegli anni il sor Mancini avesse tradito così tante volte sua moglie e non avesse neanche un figlio illegittimo? La fortuna di un uomo poteva durare fino ad un certo punto.
Le pene di una donna potevano continuare all’infinito.
Fece scrocchiare l’osso del collo con un movimento lento e rigido, serrando la mascella, cercando di scacciare dalla testa quei pensieri inutili e di concentrarsi su altro, sulle cose belle, sulla stretta allo stomaco dovuta ad un qualcuno che di certo non era suo padre, nessuno dei due.
Scrutò con attenzione il cielo, sperando di veder comparire qualcosa, una nube all’orizzonte, un vago presagio di pioggia che potesse poi giustificare l’arrivo di qualcosa di ben più apprezzato.
 
Di più colorato, come un arcobaleno.
 
Ogni volta che ci rifletteva si sentiva un po’ una ragazzina, ingenua come ormai – di certo – non era più.
I suoi compagni avevano provato a fare qualche blando commento, a farle qualche battuta leggera, nulla di troppo impegnativo, nulla di troppo personale, nulla che le permettesse davvero di iniziare una conversazione con loro.
Non erano cattivi, non lo erano per niente. Erano solo distanti. Guardinghi. Attenti.
 
Sono solo spaventati. Spaventati dalla possibilità che qualche commento possa darmi fastidio.
Paura di una reazione.

 
Paura di me. Di mio padre. Del mio sangue. Del mio lignaggio.
 
Li vedeva tentennare, vedeva soprattutto i più giovani, i nuovi arrivati, mentre gli adulti, i guaritori di Apollo, le cacciatrici di Diana, cercavano di essere più amichevoli, di comportarsi come se non ci fosse nulla di strano; così come i figli di Marte, che si sforzavano di parlarle normalmente, di dimostrare a tutti che loro, figli della guerra, non avevano paura di nulla, neanche delle figlia di un mostro.
 
Che ipocrisia. Io sarei figlia di un mostro, ma tutte le crudeltà fatte dai loro genitori non gli hanno tolto il titolo di Dei, non li hanno rilegati al livello di bestie.
 
Quarto aveva provato a spiegarglielo, a farle capire dove fosse la differenza e Clara aveva capito, davvero, capiva perché fossero spaventati, capiva cosa potessero temere, cosa aveva fatto quell’essere, ma continuava a trovarlo ingiusto ed ipocrita, sia come trattavano lei, come se da un momento all’altro avrebbe potuto perdere la testa ed ucciderli tutti, sia come derubricavano le crudeltà commesse dai loro genitori.
 
Trasformare in mostro una giovane assalita, murarla viva, scuoiare vivo un satiro, uccidere per puro piacere sadico, accanirsi contro le vittime perché i carnefici sono loro pari.
Ma è il mio sangue quello maledetto, non il loro.
Come se tutto il sangue divino non fosse marcio fino all’ultima goccia
.
 
Ma non aveva senso pensare a quelle cose adesso, quello che Clara voleva fare era solo attendere l’arrivo della pioggia leggera che avrebbe preceduto il suo amico.
 
Posso chiamarlo così ormai, no? “Amico” sembra la parola più adatta.
 
E forse lo era, alla fin fine, malgrado le barriere linguistiche, Alphonse era il suo unico, vero amico. Il giovane non sembrava minimamente spaventato da lei, eppure Clara era sicura sapesse, fosse consapevole di quale marchio le bruciava rovente sulla pelle. Però pareva proprio non curarsene.
In circostanze diverse forse si sarebbe fatta molte più domande, avrebbe avuto molti più dubbi, ma la verità era che ogni qual volta lei e Alphonse si incontravano Clara sentiva come una spinta, come una corrente che la trascinava inevitabilmente verso il ragazzino. Era un’attrazione, una forza fisica concreta, come i magneti, un qualcosa a cui non sapeva dar spiegazione visto quanto poco tempo avevano passato assieme da che si erano conosciuti.
Stavano comunque facendo grandi passi avanti: Alphonse era decisamente più bravo di lei con le lingue, ne parlava come minimo tre per quel che era riuscita a distinguere e aveva anche iniziato a parlare un po’ di italiano, una cosa davvero impressionante agli occhi della ragazzina, non tanto a quelli di Quarto, che li alzava sempre al cielo ogni qual volta la sua protetta riuscisse ad infilare nei loro discori qualche nuova parola che Alphonse era riuscito a dirle.
Forse avrebbe dovuto iniziare anche lei a sforzarsi ed imparare una lingua familiare all’altro, magari poteva provare con il francese, se non ricordava male c’era una figlia di Venere che aveva il padre francofono, forse se glielo avesse chiesto con gentilezza le avrebbe potuto insegnare qualcosa, anche poche parole alla volta, giusto per poter comunicare con più agevolezza, ecco.
Immersa nei suoi pensieri Clara ci mise un attimo per cogliere l’odore di pioggia ed il leggero e lontano ticchettio d’acqua sui prati rigogliosi e sulle fronde ancora cariche di foglie.
Puntò lo sguardo dritto davanti a sé, sul cielo improvvisamente nuvolo e sul vago alone che la pioggia dipingeva nel cielo, sfocandolo.
Senza neanche rendersene cono Clara si mise più dritta con la schiena, lisciandosi i pantaloni della divisa militare e assicurandosi che le cinghie dell’armatura leggera che aveva indossato quel giorno fossero ben chiuse. Poi alzò di nuovo lo sguardo, fremendo impaziente, incapace di trattenere quel leggero sorriso che la costringeva ad arricciare le labbra, inutilmente, pur di nascondere quanto fosse emozionata per quell’ennesimo incontro.
Non è come se non ci vedessimo mai e non è come se ci vedessimo sempre in altre situazioni, è solo così che ci incontriamo.
 
Eppure non riuscì a non sorridere quando vide le nuvole aprirsi ed un leggero fascio colorato sfumare nel nulla del cielo, mescolandosi alla vegetazione che circondava il Campo.
Sapeva che sarebbe successo tutto in un momento, le nuvole, la pioggia, il sole ed i riflessi colorati dell’arcobaleno, prima che una massa trasparente non cominciasse a prendere forma e poi consistenza una volta arrivata in prossimità del suolo.
Clara strinse e rilassò le mani, sempre più irrequieta, aveva quasi voglia di mettersi a saltellare, ma sarebbe stato decisamente troppo imbarazzate e l’imbarazzo era l’ultima cosa che voleva provare in quei momenti, alla presenza di quel ragazzo.
Il profilo imponente e minaccioso di Enny si concretizzò velocemente sotto il suo sguardo, mentre le zampe enormi e pericolose della bestia affondavano nella terra umida per avanzare verso di lei, poche falcate e poi una frenata brusca, come sempre.
Clara sorrise all’enorme lupo, facendogli un cenno con la testa a mo’ di saluto. Alphonse le aveva detto, o forse era meglio dire indicato, tante volte di poter accarezzare Enny, ma a differenza del ragazzo lei aveva un discreto senso di preservazione della vita, anche se Quarto giurava di non averlo mai visto.

«Buongiorno.» proruppe una voce dall’alto. Ci fu un po’ di movimento sulla groppa del lupo e poi un massa scura scivolò a terra.
Alphonse le sorrise raggiante, la schiena dritta e la testa alta, per quanto la sua postura fosse rilassata sembrava quasi che il giovane non fosse fisicamente in grado di curvare le spalle, di assumere quella classica posa un po’ molle che molti ragazzi della loro età avevano.
Clara gli sorrise di rimando, in modo meno aperto rispetto all’altro, cercando di contenere un po’ il suo entusiasmo e finendo come sempre per sfociare in quell’ironia pungente che l’animava quando si sentiva in ansia o imbarazzata.
 
«A dire il vero sarebbe buon pomeriggio, vista l’ora, ma te l’abbono.» disse stringendosi nelle spalle.
Alphonse la guardò assottigliando lo sguardo, concentrato. «Abb-? Cosa?» domando poi.
Le scappò un altro sorriso storto ed un risolino che soffocò in fretta, schiarendosi la voce.
«Abbono, non so come spiegartelo, te lo concedo?» provò ancora.
Lui annuì con più veemenza. «Concedere, si?» 
Non fu possibile per Clara non lasciarsi contagiare dall’entusiasmo che animò la voce del suo amico, facendola sospirare divertita. Un sospiro che le si bloccò presto in gola quando il ragazzino le prese la mano per posarvi sopra un bacio leggero, come faceva ogni singola volta che si vedevano, che fossero ricoperti di terra, icore o anche sangue, Alphonse non mancava mai di esibirsi in quel gesto così galante e decisamente non pensato per qualcuno del suo rango sociale. Quel giorno non aveva fatto eccezione e come ogni singola volta Clara trattenne il respiro finché l’altro non si rimise dritto, sorridendole con più gentilezza, senza però lasciarle la mano.

«È sempre un piacere rivederti, fräulein Clara.» disse con la sua voce profonda, quella classica degli adolescenti che ancora devono abituarsi al cambio di timbro.
Ma Clara non poteva far a meno di rabbrividire ogni volta che il ragazzo usava quel tono basso, morbido, quasi ammaliante, era più forte di lei, non riusciva ad impedirselo.
 
Sciocchezze Clara, tutte sciocchezze. Te ce devi solo abituà.
 
Si schiarì la voce con qualche colpo di tosse. «Stai migliorando a parlare, quella era una frase lunga.» rispose lei con quel pizzico di sarcasmo che non riusciva proprio a togliersi, cercando però di parlare l’italiano migliore che le fosse mai stato insegnato a scuola, per essere più chiara possibile.
Se Alphonse percepì quella leggera presa in giro non ci diede peso, sorrise anzi più ampliamente, probabilmente a fine giornata gli avrebbero doluto le guance se avesse continuato di quel passo, ma a lui non importava, non quando la ragazza per cui, ormai l’aveva accettato, aveva palesemente una cotta non aveva fatto nulla per liberare mano, lasciandola stretta morbidamente alla sua.

«Andiamo?» le chiese quindi stando attento a non stringere di più, certo che se Clara si fosse accorta della cosa avrebbe ritirato l’arto in fretta, imbarazzata. E sì, vederla arrossire era davvero carino, ma non succedeva troppo spesso e rischiare di non poterle tenere la mano solo per la vaga possibilità di vederla arrossire non era decisamente nei suoi piani.
Clara annuì alla sua proposta, lanciando solo uno sguardo veloce all’imponente portone di legno massiccio che chiudeva il suo Campo per poi tornare immediatamente a concentrarsi su di lui.
 
«Facciamo di nuovo ricognizione, vero? Il giro, capito? Girare?» iniziò lei facendo un passo avanti, verso Enny. «Quarto oggi non c’è, sta con la sua famiglia, ha tipo il giorno libero. Oddio, mo come te lo spiego che è un giorno libero?» continuò a borbottare tra sé e sé, ignara del sorriso da beota che si era aperto sul viso dell’altro, che la seguiva come un pulcino, completamente disinteressato alle sue difficoltà di comunicare qualunque cosa volesse comunicargli.
Distolse l’attenzione da Clara giusto quanto gli servì per scorgere lo sguardo quasi schifato che gli rivolse Enny, lo stava chiaramente giudicando e Alphonse si limitò ad alzare le spalle e tornare poi a guardare la ragazza.
Ogni volta che scendeva sulla terra per incontrarla il mondo gli pareva più bello, i colori più brillanti, l’autunno scintillante di rosso, arancio e giallo, persino le foglie marroni risplendevano di una patina lucida che rifletteva il sole che filtrava tra nuvole rade. L’erba era più verde, il profumo delle campagne romane quasi afrodisiaco, neanche gli infiniti campi verdi della sua patria riuscivano a suscitare in lui lo stesso senso di dipendenza. No, erano le valli e le colline tra cui si trovava ora ad emanare il profumo più buono che avesse mai sentito, quello che avrebbe potuto ricordare anche tra decenni, fresco, vagamente fumoso per via dei primi camini accesi, denso e ferroso come la terra smossa dagli aratri. Ogni volta che Enny si tuffava a picco verso il suolo italico ad Alphonse sembrava quasi di poter tornare a respirare, come se fino a quel momento avesse trattenuto il fiato, come se tra i corridoi e le grandi sale della sua dimora non vi fosse sufficiente ossigeno, come se fosse tutto lì, nella città eterna, tra i monumenti antichi, nei parchi floridi, tra le campagne popolate da contadini e greggi liberi.
Come se tutti i colori e tutte l’aria fossero condensati attorno ad una singola persona.
Alphonse continuò a seguire Clara prestando solo in parte attenzione a ciò che stava dicendo, discorsi che poteva cogliere solo in parte visto che il suo italiano non era ancora così buono, in sottofondo il grugnito infastidito di Enny, indietro rispetto a loro di qualche passo.
Ci pensava spesso, a come quella ragazza fosse capitata per puro caso nella sua vita, per volere del Fato, e come gli avesse rubato il cuore con così tanta semplicità, così velocemente. Quando l’aveva confessato a sua madre la donna aveva riso di cuore, carezzandogli il capo come faceva quand’era bambino, dicendogli che sapeva che questo momento sarebbe arrivato prima o poi, ma che non si aspettava certo fosse così repentino. Anche suo fratello maggiore aveva riso, prendendolo in giro bonariamente su come si sarebbe di certo messo in ridicolo per la sua prima cotta, come sarebbe corso da lui a chieder consiglio prima o poi. Se tutto ciò lo aveva lasciato imbarazzato ma felice del palese supporto della sua famiglia, che lo aveva anche spinto a conoscere meglio Clara, ad imparare qualcosa su di lei, sulla cultura e gli usi del suo popolo, mettendolo in lista per ogni singola collaborazione ufficiale, ciò che lo aveva colpito di più era stata la reazione dell’altro suo fratello, del mezzano: ricordava perfettamente il suo sguardo, quelle iridi verdi puntate verso di lui, il silenzio assordante con lui l’aveva ascoltato, l’impassibilità del suo volto e poi l’espressione guardinga ed infastidita.
 
“È iniziato, dunque, era inevitabile, dopotutto. Nostra madre ha ragione, è troppo presto, quelle donne non sono capaci di pazienza, probabilmente avrei dovuto immaginarlo.”
 
Non aveva detto nulla di più, non aveva fatto commenti su Clara, su ciò che aveva raccontato loro, sulla spada d’oro a mosaico, sugli altri lupi, nulla. Aveva lasciato il giardino in silenzio, probabilmente diretto alla ricerca di loro padre visto che quando Alphonse aveva incontrato l’uomo questo già sapeva tutto.
Ma perché aveva avuto quella reazione? Non sembrava minimamente felice, tutt’altro, e cosa significava quel “è iniziato”?
Alphonse cercò di scacciare via quei pensieri fastidiosi che gli si riaffacciavano alla mente ogni volta che pensava troppo intensamente a quanto il luogo e la persona con cui si trovava in quel momento fossero speciali, fossero diventati una parte della sua routine, un tassello essenziale per essere felice.
Sì, Clara era diventata nel giro di pochissimo tempo la principale ragione della sua felicità e Alphonse non aveva davvero alcun motivo per lamentarsi.
Allungò il passo quel tanto che bastava per poter affiancare la giovane e guardarla in viso mentre questa ancora parlava, ora di una figlia di Venere che aveva discendenze francesi, Alphonse lo conosceva il francese, si? Non è che lei si impegnava a imparare una lingua tutta nuova e poi scopriva che Alphonse non spiccicava una parola di francese, no?
Chissà che significava quella parola: spiccicia-? Oh, lo avrebbe imparato prima o poi, in quel momento la sua attenzione era tutta rivolta agli occhi da gatto di Clara e dal modo in cui gesticolava con l’unica mano libera e Alphonse non sarebbe stato in grado di immaginare nulla di più incantevole.
Non prestò attenzione ai passi strascicati con cui Enny li stava seguendo, rassegnato a dover far da scorta a quei due ragazzini tutto da solo, senza neanche aver il conforto di un altro lupo che poteva capirlo. Non prestò attenzione neanche all’ambiente che lo circondava, alla strada lastricati di sampietrini su cui Clara camminava con tanta sicurezza, la direzione dettata dall’abitudine del ripetere sempre la stessa rotta attorno agli ettari ed ettari che costituivano uno dei parchi più grandi della città.
Così come Clara non si rese conto del modo in cui lui la stava guardando, delle loro mani ancora unite, del grande lupo alle loro spalle.
Nessuno dei due si rese poi conto della tranquillità dell’ambiente che li circondava, di come non avessero mai incontrato un singolo problema durante le loro passeggiate, non un animale selvatico pericoloso, niente cinghiali, niente mostri, niente mortali, solo i rumori di uno scenario di campagna rilegato nei confini di una città che sembrava crescere ogni anno un po’ di più.
Nessuno dei due era ancora abbastanza forte per avvertire l’enorme bolla che li avvolgeva e li proteggeva, schermandoli da ogni problema, da ogni inconveniente.


Con un gesto delicato la Dea sfiorò la superficie dell’acqua su cui era protesa e l’immagine che vi galleggiava dentro si sfumò leggermente per poi rimettersi perfettamente a fuoco.
Alzandosi in piedi la Dea si sistemò la veste chiara con gesti precisi e lenti, pensierosa.
 
«Siete soddisfatte?» chiese senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Un fruscio di stoffe arrivò dalla sua destra, la Dea si voltò per osservare l’altro essere che le si era avvicinato, stringendo le labbra in una linea dura quando incontrò il volto perfetto di un’altra Dea. I lunghi capelli biondi parevano splendere come l’oro bianco, chiari e fini, intrecciati in complesse trecce che le sfioravano i fianchi. La pelle pallida rifletteva lo splendore surreale della sua chioma, accentuando ancor di più i penetranti occhi azzurro ghiaccio che la scrutavano con palese e sprezzante orgoglio. Oh, era soddisfatta, eccome se non lo era, tronfia nell’esecuzione del suo compito.
 
«Molto, Regina.» disse solo con la sua voce suadente.

Dall’altro lato della sala arrivò invece una risatina altrettanto soddisfatta, e la regina volse ancora il capo per osserva un’altra donna bellissima, incredibilmente simile alla prima ma anche così diversa: se la Dea che aveva appena parlato era fatta d’oro bianco, neve e ghiaccio, di una bellezza affilata, pericolosa, ferina, la Dea che si trovava alla sua sinistra, tranquillamente abbandonata sul triclinio risplendeva della luce del sole, i capelli dorati brillavano come la sabbia bagnata dalle onde del mare, morbide come le ciocche che le incorniciavano il viso pieno, le labbra carnose, gli occhi celesti come il cielo di primavera.
«Soddisfattissima, mia cara, è probabilmente uno dei nostri lavori migliori!» esclamò in uno scampanellio cristallino, una nota di pura presunzione, di convinta superbia a colorarle la voce. «Erano secoli che non mi permettevate più di fare qualcosa del genere, di così grosso. Probabilmente dai tempi di Elena e Paride.» continuò tranquilla.
La Dea d’argento si lasciò scappare un risolino divertito. «Questo perché tu sei così gentile da chiedere il permesso, mia cara, io faccio semplicemente ciò che voglio, senza render conto a nessuno.»
L’altra scoppiò a ridere apertamente, «Oh, perché tu non hai a che fare con quel guastafeste di suo marito: quando si tratta di far danni per sé è sempre tutto giustificato, ma quando siamo noi altri è subito tragedia e ammutinamento!»
«Un vero peccato.» annuì comprensiva.

«Ora basta, ve ne prego.» intervenne la regina. «Non credo ci sia nulla di divertente, è un’operazione delicata, di cui non dovreste prendervi gioco. Spero vivamente che la situazione si velocizzi al più presto, così da poter raccogliere in fretta il frutto del nostro lavoro.»
«Nostro?» chiese la seconda Dea «Presumo voi intendiate mio e di Afrodite, Regina.» precisò piccata.
Era sospirò, cercando di mantenere la calma. «La vostra è solo una parte in uno schema molto più grande.»
«La nostra è solo la parte che farà sì che tutto si realizzi.» ritorse con più durezza.
«Non siete curiose di sapere a chi somiglierà?» le interruppe Afrodite, lo sguardo perso fisso sul bordo lucido della vasca in malachite.
Era strinse ancora le labbra prima di cercare di riprendere la sua solita compostezza. «Indipendentemente da ciò che sarà, apparterrà ugualmente ad entrambi.» si voltò poi completamente verso la sua ospite, fissandola dritta in quelle iridi ghiacciate. «Nessuno avrà più diritto rispetto all’altro.»
La Dea non distolse lo sguardo, sorridendole invece sino a scoprire i denti bianchi e perfetti, gli incisivi dritti ed i canini appuntiti come quelli di una bestia.
«Tenetelo a mente anche voi, Regina. Fate il vostro come da accordo e noi faremo il nostro senza deragliare dal cammino che abbiamo tracciato.» fece un passo verso di lei, lo sguardo altero e deciso. «È nel miglior interesse di tutti, non tradite la nostra fiducia o, come ha detto il vostro oracolo, il patto sarà infranto e le nostri stirpi cadranno per sempre nell’oblio.»
Era non si mosse, non abbassò lo sguardo, si limitò ad annuire.
Lo sapeva, lo sapevano tutti fin troppo bene cosa sarebbe successo se avessero provato a cambiare il Fato e nessuno di loro era intenzionato a vedere il sole tramontare sulla propria casata per mera avidità, sarebbe stato sciocco, sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbero fatto.
 


 
*



Il tempio di Ares era un enorme edificio in stile ellenico, esattamente come tutti gli altri presenti lì attorno. Ciò che lo distingueva principalmente era il colore: le imponenti colonne lisce erano dipinte con una tinta sanguigna, pareva quasi creta liquida colata direttamente sulla pietra. Erano poggiate su base quadrata, anch’esse dello stesso color creta rossa, opaco, ben lontano dal lucido scintillio del marmo levigato del tempio di Apollo, dando quasi l’impressione che il tempio del dio della Guerra fosse più rustico, meno rifinito.
Le colonne e la struttura principale si erigevano su di un lungo pavimento in granito purpureo, i gradini che lo dividevano dal terreno erano ampi e bassi, perfetti per far salire anche dei cavalli.
Un’altra grande differenza era data dalle decorazioni, dal dipinto rosso su sfondo nero che occupava tutto il timpano del tempio, rappresentando le più classiche scene di guerra, si srotolava una storia infinita: i soldati, correvano su terre batture, le spade alzate ed una pioggia di frecce a colorare il cielo di rosso, alle loro spalle cavalli e bighe alzavano nubi di polveri disegnate da mille puntini purpurei; ma fu quando i soldati giunsero al limitare della cornice del frontone, sparendo oltre il bordo, che le anime notarono, non senza un certo sgomento, come quelle figurine fossero improvvisamente apparse sulle sommità delle colonne. I soldai ed i cavalieri si rincorrevano lungo i pilastri lisci, ora improvvisamente dipinti di nero su sfondo sanguigno. Come le antiche colonne rappresentati le battaglie più importanti ogni figurante percorse giri su giri, spirali discendenti sino alla base dalla colonna, lasciando dietro di sé lo spazio necessario affinché tutti coloro che li seguivano potessero mostrare le proprie imprese.
Gli uomini divennero carrozze, le carrozze navi, le navi tempeste, le tempeste folgori e lotte divine, mostri messi in ginocchio da eroi e comandanti, da uno sparuto gruppo di semidei ad una legione intera, dalle mandrie indomite di puledre cavalcate da donne guerriere a destrieri alati.
Ogni lotta, ogni conflitto sembrava esser dipinto in tempo reale al centro esatto del timpano del tempio, donandogli la vita che le anime che lo osservavano non possedevano più.
Per un momento Eliza si era domandata se, aspettando a sufficienza, avrebbe potuto scorgere anche sé stessa e i suoi compagni su quelle colonne.
Batté le palpebre per distogliersi dall’ipnosi che quelle immagini le stavano gettando contro, in ogni caso non sarebbe stata in grado di vedere sé stessa, Eliza Reed non era mai stata su un campo di battaglia, non aveva mai combattuto, in realtà aveva cessato di esistere ben prima di perdere la vita in quel maledetto assedio.
Guardò i suoi compagni ed immediatamente il suo sguardo si fermò su Nathan, che scrutava le pesanti porte di metallo bruno che chiudevano il tempio di suo padre. Per un momento non successe nulla, ma poi una delle grandi ante si aprì e ne uscì una giovane con un curioso completo nero ricamato d'oro. La ragazza aveva tratti ispanici e quando scese le scale fece un cenno del capo al soldato, mormorando un quieto “Hasta la victoria siempre” con un mezzo sorrisetto beffardo, qualcosa che Eliza non comprese, ma che evidentemente non sfuggì al figlio di Ares.
Nathan serrò i denti ma non disse nulla, limitandosi ad annuire a mo’ di ringraziamento.
Fu Jonas a richiamare la sua attenzione.

«Parli spagnolo?» domandò curioso.
L’altro scosse il capo. «No, ma conosco fin troppo bene quella frase. C’è stata una- mezza rivoluzione a Cuba quando ero ancora in vita. Quello che mi ha detto era il motto del tipo che guidò la rivolta.» cercò di spiegare spiccio, senza entrare in dettaglio.
«Che significa?» chiese allora Lea. «Perché “victoria” e “siempre” posso capirli, ma la parola prima no.»
«Qualcosa tipo “Fino alla vittoria sempre” o “Alla vittoria sempre”.» borbottò lui.
Eliza alzò le sopracciglia, sorpresa. «Era un incoraggiamento quindi, non sembra tu l’abbia gradito molto.»
Nathan si strinse nelle spalle. «Cuba e America non vanno troppo d’accordo. O almeno era così quando ero vivo io, non so come siano finite le cose adesso.»
«Adesso non è importante. Lascia ogni pensiero sul passato su questi gradini e vai ad affrontare la tua prova, figlio di Ares.» tagliò corto Cicno, avvicinandosi finalmente al resto del gruppo.
Nathan lo guardò con la coda dell’occhio, senza neanche voltarsi. Si era reso conto di come il greco fosse rimasto in disparte per tutto il tratto che divideva il tempio del padre da quello del suo e per quanto gli costasse ammetterlo, sentiva il pruriginoso bisogno di chiedergli cosa diamine gli passasse per la testa, come si sentisse, se quello che aveva detto loro appena fuori dalla casa di Apollo fosse vero o se gli stesse nascondendo qualcosa. Era ovvio che il giovane non volesse condividere troppo il suo passato, così com’era ovvio, agli occhi di Nathan, che non era stato semplicemente “nulla” quello che Cicno aveva trovato ad attenderlo per la sua prova. Ma al contempo Nathan sapeva anche di non poter far troppe domande, che non ne aveva il diritto, soprattutto per una prova tanto delicata quanto questa.
Riportò lo sguardo sulle porte e prese un respiro profondo, voleva sbrigarsi, voleva entrare, affrontare il fantasma di chiunque gli si fosse palesato e poi andarsene il più velocemente possibile. Non sapeva se sperare o meno di incontrare qualcuno del suo passato, se pregare per l’anima rinata di sua madre – era già morta di nuovo? O era ancora la su a godersi una nuova e meritata vita? E Lucy? Quanto tempo era passato? C’era la più vaga possibilità che Olivia fosse già morta?
o se magari sperare nell’anima di un suo vecchio commilitone, un semidio del campo, persino-
 
Persino qualche vecchio nemico, a questo punto.
 
Era con questi pensieri a martellargli la mente che Nathan aveva salutato i suoi compagni, sordo ai loro auguri, ai loro incoraggiamenti, questo finché non aveva sentito qualcosa di freddo scivolargli in mano.
Si era voltato per incontrare lo sguardo fermo e serio di Eliza, che senza proferir parola lo costrinse a stringere di più la presa sul ciondolo che gli aveva appena passato.
 
«Sono le armi che mi ha donato mia madre, stai entrando nel tempio del Dio della Guerra, tra tutti noi tu sei forse il più a rischio di uno scontro fisico. Che sia ad armi pari. La vittoria non ti deluderà.»
Deglutendo a denti stretti Nathan le porse la mano libera che lei strinse con decisione.
«Fatti onore soldato.»
«Non ne dubitare.»
«Non l’ho fatto neanche per un momento.»
 
Le parole di Eliza erano state forse più importanti di quanto Nathan non avrebbe amato ammettere, nel momento in cui le porte si chiusero alle sue spalle gli parve quasi che la voce della donna fosse l’unico suono presente in quel luogo.
L’ingresso era un stanza circolare, semplice, spartana, al cui centro, sul pavimento di granito rossastro tempestato di minuscole pietre nere e bianche, era stato posato un mosaico rappresentate un elmo. Il perimetro della sala era delineato da colonne rosse come quelle esterne, tra di esse si aprivano vari corridoi che puntavano nelle più disparate direzioni, anche quelle in cui non avrebbe dovuto esserci altro che il muro del tempio o la grande arena che Nathan riusciva a vedere perfettamente attraverso l’arco che si trovava proprio davanti alla porta principale.
Non poté far a meno di far schioccare la lingua contro il palato in un verso di pura derisione: certo, era ovvio che nel tempio di suo padre ci fosse un luogo dove combattere, era ovvio che Ares non avrebbe voluto altro che il sangue ed il sudore dei suoi figli come prova del loro valore.
Con passo sicuro si avviò dritto verso quello spiazzo aperto, che sembrava quasi inondato di luce solare, luce naturale. Riuscì presto a mettere a fuoco il terreno battuto, le rastrelliere piene di armi perfettamente lucidate ed ordinate, gli scudi, gli elmi, i pettorali di cuoio e le armature di metallo. C’erano un paio di fontanelle, nulla di più grande di una bacinella da bucato, probabilmente utilizzate solo per ripulirsi dopo un combattimento. Di fianco delle panche e delle casse, forse utilizzate anch’esse come sedute.
Sentiva il rumore di metallo che si scontrava, sentiva il suono delle piastre delle armature che tintinnavano, di scarpe che sfregavano la terra asciutta ma non polverosa, i respiri pesanti, i versi affaticati e quelli rabbiosi dei combattenti, udiva persino uno scalpitio di zoccoli ed una voce, famigliare ma lontana, che dava consigli, che faceva osservazioni.
Nathan si fermò esattamente sul limitare della sala rotonda, dove finiva il granito ed iniziata la terra e rimase immobile, senza fiato ad ammirare lo spettacolo di fronte ai suoi occhi.
Nell’arena, che sembrava molto di più uno stadio antico ma immacolato come il giorno in cui era stata depositata l’ultima pietra, il figlio di Ares si ritrovò ad osservare ammaliato decine e decine, centinaia di eroi allenarsi senza posa, con sicurezza e precisione, con serietà ma anche- gioia?
Tutti quegli uomini e quelle donne sembravano perfettamente a loro agio, ridevano, si complimentavano a vicenda per un colpo ben infilato, prendevano bonariamente in giro il compagno a cui avevano appena parato l’affondo. Per un momento Nathan credette di esser tornato indietro nel tempo, al Campo Mezzosangue, quando il pomeriggio, dopo le lezioni, lui e i suoi fratelli si allenavano assieme per ammazzare il tempo e per migliorare ancora. Non erano vere competizioni, non erano veri scontri – non sempre per lo meno -  erano solo dei ragazzini che si divertivano a fare la lotta, a duellare, che ridevano gli uni degli altri, che si godevano quegli attimi in cui brandire una spada non era altro che un gioco, in cui potevano dimenticare per un momento che quella stessa spada, quegli stessi movimenti, quelle stesse tecniche, avrebbero fatto la differenza tra la vita e la morte.
Non riusciva a comprendere, non capiva perché sembrassero tutti così tranquilli, perché nessuno lottava con furia, come se…
 
Non sono anime in gara, questi non sono concorrenti. Sono anime beate, sono- sono anime che vengono dalle Isole dei Beati. Sono i veri beati.
 
«Un po’ in ritardo per l’allentamento, Nathan, avresti dovuto interessarti un po’ di anni fa per trovare un luogo in cui duellare con tuoi pari.»
Più che la voce fu il rumore degli zoccoli a scuotere Nathan dal suo torpore, portandolo a voltarsi e costringendolo ad alzare il capo per incontrare, proprio come una vita fa, il volto solenne ma gentile di Chirone.
Il soldato batté le palpebre scioccato.
Stava avendo delle allucinazioni. Stava decisamente avendo le allucinazioni. Quello non poteva essere Chirone, lui era il responsabile del Campo, era il direttore effettivo, quello che prendeva tutte le decisioni, che metteva pace, che istruiva i semidei. Chirone non poteva essere lì, era immortale, a meno che-
 
A meno che questa non sia già la mia prova. Mi hanno riportato al Campo, mi stanno facendo vedere come potrebbe essere la mia vita se solo-
 
No, scosse la testa, non era il Campo quello, perché al Campo Mezzosangue non poteva esserci qualcuno che somigliava così incredibilmente a Perseo e quello… quello più in là somigliava così tanto ad Ettore che quasi pareva ricalcato da uno dei dipinti che il centauro stesso usava per insegnar ai nuovi studenti i miti più famosi.
Ma se quello era davvero l’Ade, se quelli erano davvero i più grandi Eroi del mondo antico, forse quello che gli stavano offrendo non era un modo alternativo per rinascere.
 
Mi offrono di rimanere qui, di rimanere con i più grandi, in eterno a combattere come ogni figlio di Ares dovrebbe desiderare. Per sempre a compiacere mio padre lottando per dimostrare di essere il migliore tra i migliori.
 
Questo sembrava già più probabile, ma rimaneva comunque un problema che non gli permetteva di concentrarsi, di pensare in modo più lucido, più razionale.
 
«Che diamine ci fai tu qui?» domandò attonito guardando Chirone a bocca aperta.
L’ansiano maestro gli sorrise gentile, poggiando contro il fianco umano una tabella di legno su cui erano pinzati un bel mucchietto di fogli. 
«Anche per me è bello rivederti, Wright. Quando tua madre ci ha detto che sei caduto in battaglia i tuoi fratelli hanno bruciato un drappo in tuo onore, sia io che Alexia eravamo dell’idea che negarti la sepoltura nel cimitero militare sarebbe stato un oltraggio. Il fatto che tuo padre non abbia protestato ci diede la conferma d’aver fatto la cosa giusta.»
A Nathan però quelle parole suonarono vuote. Che significava tutto ciò? Sepolto? Non era finito nella pira funebre? Perché quel mezzo cavallo pensava che fosse quella la cosa più importante da dirgli?
«Chirone.» ripeté con fermezza. «Perché sei qui?»
L’altro alzò le spalle con disinvoltura. «Forse perché sono morto?» rispose con lo stesso tono leggero.
«Tu non puoi morire! Sei immortale per l’amor del cielo! Sei- sei il maestro degli eroi! Colui che ha addestrato i più grandi e- e ti hanno reso immortale per questo! Tu-»
«La mia immortalità era legata al mio ruolo, Nathan. Nel momento in cui ho cessato di essere la guida dei semidei la sabbia nella mia clessidra a ricominciato a scorrere sino ad esaurirsi. Sono morto, figliolo, ecco perché sono qui.»
 Nathan lo fissò senza capire, fermo, immobile e assolutamente scioccato da quella rivelazione.
«Ma se tu sei morto… chi c’è al Campo ora? Chi è il direttore? Chi si occupa dei ragazzi e-»
 
Olivia. Sei morto prima o dopo Olivia?
 
«Mia figlia. Chirone, c’è una profezia su mia figlia! C’è bisogno di una squadra! Bisogna mandare-»
«Fermo. Nathan, fai un respiro profondo. Va tutto bene ragazzo, una cosa alla volta, risponderò a tutte le tue domande, va bene?»
«Come puoi dirmi di stare calmo! E che cazzo respiro a fare? Sono morto, cazzo, MORTO!» gridò con quanto fiato aveva in corpo, lo stesso che aveva appena detto di non necessitare.
Chirone lo guardò dispiaciuto, comprensivo e pacato come era sempre stato. Sospirò.
«C’è una tua sorella ora, al mio posto. Quella povera ragazza si è vista giocare un bel tiro mancino da una figlia di Atena, una brava ragazza in verità, ma ciò non toglie che ha letteralmente incastrato l’altra.» sorrise bonario. «Adesso il Campo è molto cambiato, ci sono state due grandi profezie e- no, fammi finire di parlare, una cosa per volta.» lo ammonì alzando una mano, facendogli poi cenno di sedersi su una delle panche lì vicino, incamminandosi verso di questa.
Nathan non voleva sedersi, non voleva stare zitto, non voleva sentire una cosa alla volta. Voleva sapere solo che fine avesse fatto sua figlia, se fosse viva, se fosse arrivata ad essere una donna, se avesse almeno superato l’età a cui erano morti i suoi genitori.
 
Non voglio sapere cos’altro è successo, non mi interessa, voglio solo sapere di mia figlia, solo di lei, solo di Olivia.
 
Ma forse, pensò tra sé e sé, quello era parte della sua punizione per aver perso contro l’Amazzone, esser costretto ad ascoltare Chirone raccontargli quasi un secolo di storia e soffrire, schiacciato dall’ansia e dalla paura prima di poter sapere cosa ne fosse stato della profezia su Olivia, se fossero riusciti a salvarla o meno.
 
«Ci sono state due grandi profezie. Ricordi quella dei figli dei tre fratelli? Si è avverata. Crono ha cercato di tornare su questa terra e un figlio di Poseidone lo ha impedito. Non solo lui, a dire il vero, la sua compagna, la figlia di Atena di cui ti dicevo prima, lo ha aiutato e con lei anche un figlio di Ade ed una figlia di Zeus.»
Nathan storse il naso. «Tutta gente che non sarebbe dovuta esistere, ma ovviamente le profezie si avverano solo per chi non ha una corona in testa.» sputò cinico.
Chirone ebbe almeno la decenza di sembrare imbarazzato per la cosa. «La figlia di Zeus si sacrificò per salvare il Campo e poi, tornata alla sua forma umana, si è consacrata ad Artemide per non esser lei l’eroe della profezia, ci ha fatto guadagnare un po’ di tempo.»
«Con tutto il rispetto, di cosa cazzo hanno fatto i figli di divinità che avevano giurato di non aver figli mortali ma che, come ogni dannata volta, se ne sono fottuti dei loro giuramenti e hanno comunque avuto dei figli la cui esistenza ci ha portati sull’orlo del baratro, non me ne potrebbe fottere di meno.» replicò freddo.
Il centauro annuì. «Crono è stato sconfitto, ma subito dopo è stata pronunciata un’altra profezia e l’anno successivo siamo tornati a combattere, contro la madre Gea.»
Nathan stava diventando sempre più nervoso, sempre più impaziente. «Chirone.» disse solo a denti stretti.
Ma l’altro gli fece cenno di attendere. «Devi sapere che cosa è successo, è l’unico modo in cui potrai essere più avvantaggiato dei tuoi compagni.»
A quello il figlio di Ares drizzò le orecchie: come faceva Chirone a sapere che avesse dei compagni? Perché lo dava per scontato?
«E tu che ne sai?»
«L’ho vissu-»
«No, cosa ti fa pensare che ho dei compagni?» lo interruppe con fermezza, deciso a non permettergli di sviare il discorso.
Chirone sospirò. «Non sei il primo dei tuoi fratelli ad essere arrivato nel tempio di tuo padre, altri si sono susseguiti prima di te e tutti loro avevano qualcuno ad attenderli fuori. Non so cosa stia succedendo, Nathan, cosa questa gara voglia da voi, ma siete rimasti solo semidei ed eroi. Di entrambe le fazioni.» disse infine, le ultime parole cariche di significato.
Nathan alzò un sopracciglio. «Che fazioni?»
«La guerra contro Gea… l’unico modo per fermarla era riunire i due fronti, divini e semidivini.» si fermò un momento, prendendo fiato per ripetere, per l’ennesima volta, ciò che aveva già detto ad altri. «Il mondo greco e quello romano.»
«Che cazzo vuol dire?»
«Vuol dire che così come gli Dei si sono spostati a New York City, millenni prima si sono spostati nel centro pulsante di una nuova città, di un nuovo regno, quello Romano. I Romani veneravano i nostri stessi Dei ma li chiavano con nomi diversi, davano loro connotazioni simili ai nostri ma non esattamente le stesse. Non hai notato nulla, venendo qui? Sei passato per centinaia di vicoli, hai sfilato tra centinaia di templi, non hai notato nulla di strano? Un alfabeto simile a quello che utilizzavi in vita ma le cui parole non avevano senso per te?» provò a chiedergli il centauro.
Nathan annuì mestamente. «Si, qualcosa con una maison tipo…»
«Mansio, forse?» lo corresse l’altro.
Il biondo fece un gesto d’assenso. «Quello, sì. Che significa?»
«Casa, vuol dire “magione”, per la precisione, ma è latino. Sei passato tra i vicoli della zona Romana. Hai visto dei semidei con le maglio viola?» domandò ancora.
«Non abbiamo deciso di ascoltare finalmente i figli di Afrodite e di scegliere un colore più indossabile per le maglie del Campo, vero?» chiese retorico.
Chirone sorrise. «La cabina di Afrodite continua a fare petizioni per cambiare la maglia da arancione a verde militare, ma poi le altre cabine si lamentano che sembrerebbero tutti vestiti come voi, i figli di Nike o quelli di Atena.»
Nathan scosse la testa, cercando di scacciare quei pensieri. «Di nuovo, con tutto il rispetto Chirone, perché ne ho davvero tanto per te, ma non me ne potrebbe fregare di meno. Questi- romani, cosa mi serve sapere che ci sono anche loro? Sono semidei come noi, giusto?»
«Sono diventati nostri alleati, dopo la terza grande profezia di questo secolo.»
«Sì, ma cosa mi cambia? Perché mi interessa?»
«Perché potrebbero avere delle benedizioni che voi non avete.»
«Davvero? Oh, ma che cosa assurda! Non mi è mai capitato di trovarmi davanti a gente con qualche vantaggio più del mio.» replico beffardo.
«Nathan, sento dell’ironia della tua voce ma-»
«Olivia. Non me ne frega niente del resto, voglio sapere di Olivia.» lo interruppe subito.
Chirone, a quello, sospirò. «Non posso dirti nulla, lo sai.»
«Cazzate! Sono morto, certo che puoi dirmi qualcosa! La profezia parlava della sua morte, diceva che i suoi giorni sarebbero finiti al sorgere-»
«Non è rimasta al Campo, Nathan. Ha ereditato solo lievemente i poteri di sua madre ma nulla che potesse effettivamente renderla interessante per i mostri. Quando abbiamo scongiurato la possibilità di una discendenza divina predominante tua madre ha lasciato il Campo e ha cresciuto tua figlia come una mortale. Non so cosa le sia successo, non so se la profezia si sia avverata, finché Alexia era in vita di certo no. Ma posso dirti con certezza che nessun semidio è mai partito in missione per scoprirlo, l’oracolo non ha mai ripetuto la profezia, nessuna divinità ci ha mai chiesto di risolvere la questione. Non lo so, ragazzo mio, non ho la più pallida idea di ciò che sia successo ad Olivia.»
 
Oh.
 
Nathan si lasciò cadere sulla panca, svuotato di ogni energia, di ogni forza, anche di quel poco di sangue che sei prove gli avevano ridato.
Con mani tremanti si prese la testa, impuntando i gomiti sulle ginocchia divaricate, espirando con lentezza quell’aria stantia che gli riempiva inutilmente i polmoni.
Non era andato nessuno in missione, nessuno aveva fatto nulla. Olivia non era cresciuta al Campo, ma come una comune mortale, lontana da tutto il dramma dei semidei, sì, ma sola, senza famiglia.
Nathan non aveva dei nonni, il padre di Lucy non sapeva che fine avesse fatto, sua madre, ad un certo punto, era morta e Olivia, la sua bambina- l’aveva lasciata sola, l’avevano lasciata tutti sola, anche il Campo Mezzosangue, anche Chirone, anche gli Dei.
 
Io, io l’ho lasciata da sola. Sono andato a morire dall’altra parte del mondo. Non ha mai davvero conosciuto né me né sua madre. Probabilmente non avrà mai ricordato neanche le nostre voci, forse solo i nostri volti.
Fotografie…ne avevamo? Ne abbiamo fatte abbastanza? Forse qualcuno al Campo, quella del nostro matrimonio, quando è nata lei… ma sono abbastanza? Non ha nulla di nostro, l’abbiamo lasciata sola.

 
Serrò le labbra e si premette i palmi delle mani contro gli occhi.
Cosa aveva fatto?
 
Che cazzo abbiamo fatto, Lucy? Abbiamo messo al mondo un’orfana. L’abbiamo portata in un mondo vuoto, non l’abbiamo protetta, non l’abbiamo amata abbastanza… che cazzo abbiamo fatto?
 
«Nathan.» lo chiamò gentilmente Chirone, chinandosi verso di lui e carezzandogli piano il capo, con quei gesti paterni che erano stati sempre in grado di calmare i più piccoli.
 
Gesti che mia figlia non ha mai potuto sperimentare, perché non c’ero, perché sono morto, perché mi sono fatto ammazzare.
 
Tradimento. Nathan sentiva questo, nel centro del petto, nella testa contro le tempie, nelle orecchie pulsanti, nello stomaco che si chiudeva, contraendosi su sé stesso.
Per non tradire suo padre, per non tradire la Guerra, Nathan aveva tradito la persona che più aveva amato al mondo, persino più di Lucy e di sua madre messe assieme.
Per non tradire un dio che per tutta la vita non aveva fatto altro che chiedere, chiedere e chiedere – pretendere, pretendere e pretendere – Nathan aveva tradito la fiducia più pura e innocente che qualcuno avesse mai riposto in lui: quella di un figlio verso il proprio genitore.

«Nathan, posso immaginare come ti senti, ho visto molti dei miei ragazzi andare a morire per i capricci degli Dei, ma non sappiamo se Olivia sia viva, se non abbia vissuto una vita normale, priva di mostri…»
«Era sola. Ha vissuto una vita sola. In qualunque modo l’abbia fatto, comunque sia vissuta, era sola. L’ho abbandonata e- per cosa l’ho abbandonata? Che senso ha mettere al mondo un’anima per poi abbandonarla?» mormorò senza spostare le mani. Un brivido gli corse per tutta la schiena ed il giovane uomo sospirò una risata pericolosamente tremula. «L’ho tradita. Ho tradito tutte e tre.»
Chirone abbassò il capo, consapevole di non poter dir nulla che fosse in grado di rincuorare il semidio.
Rimase per qualche minuto in silenzio, un attimo di raccolta per far riprendere il giovane, poi si schiarì la voce.
«Devi affrontare la tua prova, figlio di Ares.» disse con voce gentile. Alzò il plico e sfogliò qualche pagina, storcendo la bocca quando lesse il nome del soldato. «Non hai ricevuto la benedizione delle Guardie dell’Ade, a te tuo padre chiederà qualcosa in più, di dimostrargli che la tua sconfitta non macchierà per sempre il tuo nome ed il suo.»
Nathan non si mosse, la mente annebbiata, un cumulo nebuloso come la Foschia di Ecate.
«Devi tornare all’interno del tempio e cercare questa sala.»
Non poté vederlo ma Chirone torse il busto per cercare qualcosa nelle sacche che aveva appese al dorso equino. Ne tirò fuori una scatola, qualcosa che produsse una serie di bip acuti, poi un sibilo meccanico.
Chirone gli batté gentilmente la mano sulla spalla, spronandolo ad alzarsi.
Nathan si sfregò gli occhi e prese un respiro profondo, drizzando la schiena ma rimanendo a fissare i combattenti davanti a lui con sguardo vuoto.
«Prendi.» mormorò il vecchio maestro.
Era un foglietto, di quelli che si prendevano alle poste, con su scritto un numero. Nathan non lo guardò davvero, lesse solo velocemente quel “822”, prima di tornare a fissare il nulla.
«So per certo che hai qualcuno fuori ad attenderti, dei compagni, me lo hai confermato anche tu. Sono anche loro ad affrontare la propria prova?»
Lui scosse la testa.
«Attendono te? È molto gentile da parte loro, saranno preoccupati.»
«Sono l’ultimo.» rispose flebile. Non si sentiva così stanco da così tanto tempo, da-
 
Da quando sono stato convocato. Da quando sono salito su quella dannata portaerei.
 
«Allora non farli attendere. Non lasciarli ad aspettarti.»
A quelle parole Nathan si voltò di scatto, lo sguardo improvvisamente duro, furente.
Sapeva perfettamente cosa stava facendo il centauro, sapeva che era tutto un modo per spronarlo, ma usare quelle parole era un tiro mancino.
«Non osare.» ringhiò quasi.
Chirone allargò le spalle ma non replicò a quel commento. «Vai, la tua prova ti attende.» disse solo in fine.
Nathan si alzò con rabbia, il foglietto stretto in pungo e l’antico fuoco che aveva sempre animato i figli della Guerra ad ardere nel profondo del petto, a bruciare lo stomaco collassato su sé stesso per il dolore.
Non disse altro al suo vecchio istruttore, colui sotto il cui sguardo aveva combattuto e combattuto fino allo sfinimento, fino a diventare l’eroe ed il guerriero che era stato, che era ancora.
Si mise sull’attenti, però, un gesto che gli venne naturale nonostante non volesse porgere alcun saluto all’essere che aveva mandato in cenere anche le sue ultime, fragili speranze.
La mano che stringeva il biglietto fremette per la voglia di raggiungere la fronte in un gesto ufficiale, militare, ma Nathan si trattenne. Si concesse solo un cenno con il capo e Chirone gliene restituì uno identico. Dopodiché il soldato si voltò e tornò sui suoi passi, deciso a trovare la stanza in cui affrontare la sfida che avrebbe messo fine a quella dannata prova.



 
*




La spada cozzò contro l’altra, scintille azzurrine esplosero nell’aria e Giordano saltò indietro, flettendo le ginocchia e tornando subito in posizione di difesa.
«Devi stare più attento sulla destra, pieghi male il polso, devi accompagnare il movimento con il corpo.» fece serafico Amore indicandogli l’arto con la propria lama.
Gio annuì. «Ancora.» disse solo e fu il turno del dio di annuire.
Era strano vederlo in quella forma, dopo aver passato mesi e mesi in compagnia della bella Amore avere di fronte un giovane altrettanto bello ma in modo così diverso ancora lo destabilizzava.
Nella sua forma maschile, quella tecnicamente “giusta”, amore era un ragazzo di forse vent’anni, alto circa un metro e ottanta, dal corpo longilineo e asciutto ma tonico, atletico. I capelli gli cadevano sulla fronte in onde morbide, i riflessi color caramello parevano brillare sotto il sole autunnale. Il volto era più definito, delicato ma dalle linee più decise, più squadrate: era un accostamento strano ma Gio avrebbe detto che era fatto di angoli tondeggianti, pelle morbida e muscoli di ferro.
Un po’ lo metteva a disagio, un po’ lo confondeva. Amore l’aveva rassicurato spiegandogli che era normale che si sentisse attratto da lui anche nella sua forma maschile, che era dovuto al suo potere, alla sua aura, ma Giordano non ne era troppo sicuro.
 
«Secondo me sei te e basta
 
Gli aveva confidato con espressione crucciata.
Amore aveva sorriso radioso come le stelle, ridendo di quella risata cristallina che Giordano non riusciva a capacitarsi potesse esser prodotta da un essere umano.
 
Perché non lo è, non è umano, è divino.
 
L’aveva abbracciato e poi gli aveva stampato un bacio in fronte, prima di fermarsi, prendergli il volto tra le mani e ghignare ammiccando:
 
«Posso?»

Aveva mormorato ammaliante e Giordano si era trovato a deglutire un improvviso eccesso di saliva, annuendo incerto.
Baciare un uomo non era diverso dal baciare una donna, forse perché Amore aveva sempre le stesse labbra morbide e calde, aveva sempre lo stesso profumo di cera e rose, di vento e pulito. Non aveva le stesse curve, certo, non aveva i fianchi tondeggianti, o le cosce soffici, però non era male, era solo diverso.
Continuava a preferire la sua forma femminile, probabilmente ormai ci si era affezionato. La versione maschile aveva comunque un grandissimo vantaggio: non lo faceva sentire in colpa quando si allenavano, quando combattevano.
 
Ed è schifosamente evidente chi sia suo padre, in queste situazioni.
 
Amore si stava dimostrando un maestro – e una maestra – decisamente all’altezza delle aspettative, forse anche qualcosa di più.
Gio era stato allenato da Raja, da Bas, da Al stesso e anche da Clara, quando non si faceva troppe paranoie ma per quanto tutti i suoi “addestratori” fossero sempre stati più che capaci, ai loro occhi lui rimaneva sempre il piccolo Giordi.
 
Senza contare che avevo a mala pena nove anni quando mi allenavano loro.
 
Ora era un adolescente, aveva quindici anni, un corpo decisamente più maturo e la volontà di diventare forte, sempre più forte.
Amore non si faceva scrupoli, non era crudele, non lo malmenava inutilmente, ma non c’andava neanche leggero, non si tratteneva solo perché gli faceva pena, lo faceva per evitare di ucciderlo.
Gli addestramenti con la spada non erano tra i più frequenti, Amore credeva che Gio dovesse prima essere in grado di difendersi a mani nude e poi con l’ausilio delle armi, ma di tanto in tanto gli concedeva la gioia di un duello vero e proprio, per ricompensarlo dei progressi fatti nel combattimento.
 
O per tirarmi su di morale, per farmi sfogare.
 
Di questo si trattava, di renderlo felice con un’attività che amasse praticare, che fremesse di fare costantemente, per non fargli pensare ad altro.
 
Come al fatto che quello stronzo di Ade sia venuto più volte a far visita a Maria, ma mai una volta a me. Bell’amico di merda che ho. Anzi, begli amici di merda che ho.
 
Oh, sì, perché non solo il dio era andato a trovare la sua amante più e più volte senza pensare di far un salto a salutare lui, non solo non gli aveva mai detto nulla, ma non l’aveva fatto neanche Maria.
Giordano le aveva chiesto più volte se avesse avuto modo di vedere Ade, se avesse ricevuto una lettera, un telegrafo, una telefonata, un dannato piccione viaggiatore, un qualcosa, ma no: Maria aveva sempre negato, senza però aggiungere altro, senza lamentarsi.
 
E grazie tante che non si lamentava, perché lo vedeva. La traditrice, i traditori.
 
L’aveva scoperto per puro caso, era arrivato prima del dovuto a casa Di Angelo e aveva scorto una pozza d’ombra chiudersi sul pavimento, lì dove Ade era appena scomparsi dopo aver salutato Maria.
Le scuse della giovane non erano servite a nulla, anche perché scuse poi non erano, ma solo una serie indefinita di “il tempo che ci è concesso è breve”, “non è affare che ti interessi”, “non è colpa mia se preferisce vedere me a te”.
Era stato abbastanza duro con lei, le aveva risposto stizzito, perché certo, era ovvio che preferisse lei a lui:
 
«Sono solo lo stronzo bloccato da quasi un anno qui, in questa città di merda a farti da cane da guardia, perché la povera dama non può star sola. Sono solo lo stronzo costretto a rimanere a farti compagnia mentre la mia famiglia è da qualche parte oltre il confine a combattere e morire. Certo, perché dovrebbe vedere me? Dopotutto non sto mica qui a fargli un favore, a evitare che i suoi nemici si rendano conto che c’è qualcuno a cui tiene e magari decidere di ferire te per ferire lui! Chi se ne frega di me, sono solo un mastino senza importanza! Non ho mica una dannata famiglia io! Non ho obbiettivi, non ho missioni, non ho sogni! Chi se ne frega di me! Posso anche bruciare all’inferno, magari così quel figlio di puttana si degnerebbe di farsi vedere!»
 
Aveva sentito tuonare, proprio sopra la sua testa, ma non vi aveva badato, se Zeus voleva fulminarlo poteva anche farlo per quanto lo riguardava, avrebbe scalato l’Olimpo a mani nude e sarebbe andato a dirgliene quattro anche a lui.
Aveva sentito la terra tremare e vi aveva pesato il piede contro.
 
«Provaci! Vienimi a dire qualcosa, traditore del cazzo! Ecco cosa succede ad esserti amico! Ecco cosa succede a mettere la propria vita in pausa per uno come te! Siete tutti uguali voi Dei, credete che tutto vi sia dovuto e non badate a chi vi sta intorno. Vi interessa solo la gente da cui potete ottenere qualcosa e ovviamente non sono io quello che puoi portarti a letto!»
 
Maria non aveva proferito parola, paonazza e indignata ma anche imbarazzata, colpevole, profondamente colpevole tanto quanto lo era Ade.
Giordano le aveva dato le spalle e se n’era andato furibondo, senza mai guardarsi indietro. Nessuno dei mostri che popolavano la città aveva osato avvicinarglisi, anche gli animali normali o i mortali
gli si erano tenuti alla larga. Se non fosse stato così arrabbiato, se non fosse stato così accecato dal senso di tradimento che gli bruciava il petto si sarebbe reso conto di come l’acqua nei canali sembrava rallentare, cercando quasi di non correre alla sua stessa velocità, come le piante flettessero i loro steli lontano da lui, come le lancette degli orologi vibrassero assieme ai bulloni che le tenevano attaccate al muro, come improvvise nubi sembrassero gettare un’ombra temporalesca sui suoi passi, sul capo incassato nelle spalle, sul volto contratto da un’espressione cupa.
Amore lo attendeva nella corriera come sempre, Giordano si era domandato tante volte cosa facesse la dea quando lui non c’era e lei gli aveva sempre risposto vagamente, asserendo come dipendesse tutto dai giorni e da cosa avesse da fare, se i suoi incarichi per l’Olimpo fossero impellenti o meno.
La dea Fortuna l’aveva guardato dritto negli occhi quel giorno ed aveva posato una mano sulla spalla dell’Amore, costringendolo a rimanere dove si trovasse, certa che se fosse stato solo avrebbe potuto fare qualcosa che poi avrebbero rimpianto.
Non si era chiesto perché la dea lo aspettasse vicino alla portiera, pronta a scendere e corrergli incontro, non si chiese quando le fossero comparse in mano due spade e non si domandò neanche come avesse fatto a trasformarsi così velocemente nella sua contro parte maschile.
 
«Che hai fatto?» domandò porgendogli l’elsa di una spana.
Giordano si tolse con gesti secchi e rabbiosi la giacca che portava indosso e la scaraventò senza cerimonie sul pavimento della corriera.
«Quello stronzo di Ade.» sibilò a denti stretti. «Va a trovare Maria, lo fa in continuazione, ma è troppo occupato per parlare con me, per dirmi se ha scoperto qualcosa, se sa cosa sta succedendo sul fronte orientale. Però per venirsi a divertire non è troppo impegnato, figlio di puttana.» continuò afferrando la spada e tornando sui suoi passi, allontanandosi da Amore quel tanto che bastava per mettersi in posizione d’attacco.
Il dio si spostò velocemente prendendo anche lui il suo posto.
«È mosso dal desiderio, per quanto gli possa far piacere vederti non ha verso di te lo stesso interesse che ha verso la mortale.» gli spiegò con calma.
«Oh, certo, mica mi si scopa a me.» ringhiò partendo all’attacco.
Malgrado fossero palesemente alimentati dalla rabbia, i suoi movimenti erano precisi e sicuri, mancavano ancora della finezza di un vero combattente, dell’arguzia e della letalità di un esperto, ma ciò che sapeva fare, le mosse che conosceva, le replicava con esattezza, con coscienza, con l’intento di far più danno possibile. A differenza di tutti i loro precedenti incontri, questa volta Giordano non si preoccupò di poter ferire l’amico, fidandosi ciecamente dell’immensa superiorità del dio.
«Ho pregato. Sai che prego ogni cazzo di giorno, che gli chiedo come sta, cosa sta succedendo, se può darmi delle notizie, se ha saputo qualcosa. Lo sai.» disse furente.
Amore parò i suoi colpi con facilità. «Lo so.» replicò secco.
«E non mi risponde! Non mi dice mai un cazzo di niente. Non si spreca neanche di mandarmi un segno, di farmi capire che mi ha sentito, anche se non può rispondermi. Non ha tempo, sua maestà, non ha tempo per mandarmi un cazzo di segno divino che mi faccia capire che no, non c’è nulla di nuovo. Però ne ha di tempo per infilarsi sotto la gonna di una ragazzina che ha a mala pena cinque anni più di me, chissà quanto è felice sua moglie!»
Un affondo dopo l’altro, una stoccata dopo l’altra Amore parò ogni mossa, ma Giordano non smise di attaccare, non smise di menare un fendente dopo l’altro, preciso, sicuro, violento.
«Non sto facendo nulla Amore, nulla, per la mia famiglia. Sto qui, fermo come un coglione, a guardare la sua amante far lezioni di francese con un deficiente che non sa cosa sia davvero il francese, la scorto dal sarto, dal libraio, in tutti quei posti che si addicono ad una signorina, gli faccio da dannatissima dama di compagnia quando dovrei solo allenarmi, quando dovrei diventare più forte perché se non lo faccio, se non divento forte non posso andare al fronte, non posso andare dalla mia famiglia, non posso andare dai miei! Me ne restavo a Roma allora, cazzo! Me ne restavo da solo, come sono sempre stato, a farmi gli affari miei! Avrei dovuto dire di no, avrei dovuto dirgli di andare al diavolo!» tirò un colpo dritto, così forte da conficcare la spada nel terreno. Amore lo guardò senza proferir parola, spostandosi solo in attesa che liberasse l’arma per poter tornare a combattere.
«E invece, no! Perché sono un dannato sciocco!» proruppe impuntando i piedi e cercando di tirare via la spada. «Gli ho detto che gli amici si sporcano le mani per gli altri amici, ma a quanto pare lui ha capito altro, ha interpretato la cosa come cazzo voleva e mi ha messo a sporcarmi le mani per far sì la sua amante non si sporcasse le sue e-» provò ancora tirarla via ma la lama sembrava esser rimasta incastrata nella terra battuta.
«E RIDAMI LA MIA SPADA CAZZO! SONO GIÀ ABBASTANZA ARRABBIATO CON TE PLUTO, NON PEGGIORARE LA SITUAZIONE DI MERDA IN CUI TI TROVI!»
Lo gridò a pieni polmoni, così forte da far vibrare i vetri della corriera e di tutti i mezzi abbandonati in quella rimessa.
Amore trasalì, senza riuscire ad impedirsi di fare anche qualche passo indietro, un leggero sudore freddo a sfiorirgli la pelle. Prese un respiro tremulo e alzò gli occhi al cielo, alla ricerca di qualcosa che trovò immediatamente.
Un grosso corvo nero, appollaiato su di un palo elettrico, se ne stava tutto gonfio e schiacciato, la testolina lucida ritratta tra le ali.
Non era piaciuto neanche a lui quell’urlo, non gli era minimamente piaciuta la rabbia con cui Giordano si era espresso, non gli era piaciuto il modo in cui l’aria aveva risposto a quello scatto, come un comando indiretto che aveva trovato immediato riscontro.
Il corvo puntò gli occhi lucidi in quelli brillanti di Amore, una domanda silenziosa a cui il dio annuì lievemente, incapace di pronunciar parola, quasi temendo di poter attirare così l’attenzione di ragazzino su di lui e sul suo compagno rapace.
Per un momento non successe nulla, la staticità si era impossessata di tutto l’aere, congelando le foglie, il vento e la vita di migliaia di piccole creature lì vicine. Poi, lentamente, fremendo lievemente, il terreno si aprì, liberando la spada di Giordano dalla sua morsa.
Il ragazzo la sollevò con un gesto seccato, lanciando un’occhiata ammonitrice alla frattura che si richiuse velocemente su sé stessa.
Giordano poggiò la punta impolverata della spada a terra, prendendo un respiro profondo, tremante di rabbia e di una strana forza repressa che gli schiacciava il petto, togliendogli il respiro, impedendo ai polmoni di spandersi quanto avrebbero voluto. Come una bestia che si agitava dentro la gabbia della sua cassa toracica, girando in tondo, incapace di liberarsi da quella prigione e mostrarsi al pieno della sua potenza.
Fu un attimo, la belva diede un colpo più forte contro le sbarre d’ossa e Giordano tremò, come se qualcuno gli avesse dato una spinta, come se il suolo su cui poggiava i piedi non fosse stabile, non fosse solido. Strinse la presa sulla spada e batté le palpebre cercando di capire cosa diavolo fosse, perché si sentisse in quel modo, perché il sole sembrava esser stato improvvisamente risucchiato dalle nubi che l’avevano seguito da casa di Maria.
Se quello era Zeus che lo ammoniva, poteva andare allegramente a farsi fottere, non era dell’umore giusto in quel momento. Non quando aveva appena scoperto un così vile tradimento, non quando aveva toccato con mano quanto la carne fosse più debole dello spirito, quanto anche gli Dei dessero ragione ai loro istinti più bassi, ignorando promesse fatte a coloro che avevano chiamato amico.
Come poteva essere così crudele, Ade? Come poteva ignorare i suoi tormenti, le sue domande, le sue paure, solo per poter appagare liberamente i suoi istinti sessuali senza dover far lo sforzo di buttare il suo sguardo divino oltre le Alpi e dirgli cosa stesse succedendo?
 
Mi avevi proposto tu stesso di mandarmi da loro, di aiutarmi ad arrivare più velocemente possibile e io, stupido, stupido come solo un moccioso può essere, ti ho detto che ci sarei arrivato da solo, con le mie sole forze, che sarebbe stata la mia missione. Una missione che tu hai traviato, da cui mi hai fatto allontanare solo ed unicamente per tuo tornaconto.
Come posso fidarmi di te, d’ora in poi? Come posso crederti mio amico quando so che reputi l’abbraccio di una donna più importante della vita della mia famiglia?
 
Un battito al centro del petto, a spingere forte sul cuore fremente, come il rintocco di un orologio, come il colpo di un martello in una fucina. Il suo corpo vibrò di una forza che mai aveva provato e l’unica cosa che Giordano riuscì a fare fu stringere ancora di più la spada, ancora e ancora, finché non sentì l’elsa piegarsi sotto la presa soffocante, unico modo di sfogare quell’ondata di potere che ruggiva nelle sue vene.
Il corvo gracchiò allarmato e Amore imprecò a denti stretti, lasciando cadere la sua di arma e precipitandosi verso il ragazzino.
 
«Giordano, Giordano. Guardami. Giordi? Guarda me, alza gli occhi, guardami.» lo chiamò ansioso, cercando gli occhi dell’altro.
Lo costrinse ad alzare la testa ed imprecò di nuovo quando quelle iridi ambrate lo fissarono vuote, vacue, ma con un lieve riflesso dorato, come i raggi di Apollo che s’infrangevano sulla superficie dell’acqua della laguna al tramonto. Era un luccichio leggero, quasi il riflesso di un riflesso, ma era lì, era lì, c’era.
 
Troppo presto, non dovrebbe essere già lì, dovrebbe reggere ancora.
 
Serrando i denti Amore spinse il capo di Giordano contro il suo petto, scoprendogli la nuca umida di sudore, tirando la pelle fina sulle vertebre appuntite, alla disperata ricerca di qualcosa che non doveva esserci – per favore, Dei onnipotenti, per favore – non poteva esserci.
E lì, lieve come il luccichio negli occhi persi di Giordano, appena sotto l’epidermide ancora morbida come quella di un bambino, un filo d’oro, discontinuo, compariva e scompariva con le ombre e le luci mosse dalle nuvole temporalesche che si facevano sempre più dense nel cielo inquieto.
Amore chiuse gli occhi, stringendo a sé Giordano, posandogli un bacio tra i capelli scompigliati, cercando di dargli tutto il conforto di cui aveva bisogno in quel momento, tutto quello che Amore poteva dargli.
 
«Va tutto bene… andrà tutto bene, non hai bisogno di lui, Gio. Diventerai un eroe, il più grande di tutti, lo so. Non hai bisogno di noi Dei, amore mio, hai già in te tutto quello di cui necessiti, presto ti temeranno e rimpiangeranno d’averti ferito. Brillerai come mille stelle, figlio dei mortali, e allora tutto questo dolore servirà solo ad alimentare la tua potenza devastante.»
 
Amore alzò ancora una volta lo sguardo verso il corvo e questo, attento, annuì.
Si alzò in volo, disegnando giri concentrici sopra i due prima di puntare verso il cielo e scomparire tra nuvole troppo lontane per poterlo accogliere così velocemente.
Erano riusciti a tenerlo al sicuro fino ad ora, a tenere chiusa la gabbia con tanta precisione, e quello sciocco di Ade, uno dei pochi ad averne le chiavi, aveva appena inserito la sua in uno dei tanti lucchetti che tenevano le sbarre sigillate.
Una contrazione spiacevolmente irata piegò i bei lineamenti del Dio dell’Amore che, silenziosamente, redarguì quello dei Morti:
 
L’amore è spietato, zio. Se fallirai di nuovo la sua fiducia dovrai prepararti a passare i prossimi millenni lontano dal mio favore. Ho fatto di peggio per meno, non provocarmi.
 
La terra si lasciò scappare un brontolio irritato che sembrò molto più un lamento.
Ade era stato avvertito ed Eros sapeva con certezza che il suo stolto parente aveva capito fino in fondo la portata di quella minaccia.



 
*




I corridoi che percorrevano il tempio di Ares erano numerati da lastre di marmo incise con precisone. Non c’erano fronzoli, non c’erano decori, solo una lastra, il suo numero e la cornice liscia che li conteneva.
Trovare la stanza 822 era stato piuttosto semplice e anche più veloce del previsto, ma sebbene Nathan avesse registrato quell’informazione di sottofondo, trovando perfettamente logico una possibile magia divina che permetteva al diretto interessato di raggiungere la stanza a lui assegnata con facilità, tutta la sua concentrazione era fissa su un’unica cosa: Olivia.
Era inutile cercare di pensare ad altro, cercare di ipotizzare in cosa sarebbe consistita la sua prova, chi avrebbe incontrato, l’unica cosa che gli martellava la mente era la sicurezza d’aver lasciato sua figlia da sola al mondo, di non averle passato nessun retaggio divino che la rendesse preda dei mostri, certo, ma che magra consolazione a confronto della solitudine a cui l’aveva condannata.
Aveva perso Lucy durante una missione divina, aveva perso Olivia durante una missione mortale.
La prima volta aveva trovato un cadavere ad attenderlo a casa, la seconda volta era stato il suo, di cadavere, a tornare in patria.
E Chirone, dannato mezzo cavallo, gli aveva esplicitamente detto che a nessuno era stata affidata la profezia di sua figlia, che nessun eroe aveva cercato di risolverla, di salvare Olivia da qualunque fosse stato il suo destino.
Che senso aveva, allora, tornare su?
Si fermò di colpo: non aveva chiesto a Chirone in che anno era morto, non sapeva in che epoca erano ora, la su, nel mondo dei vivi.
Non ebbe neanche la forza di imprecare, si faceva pena da solo.
No, non aveva senso tornare a vivere la sua vita se Olivia era morta, se non avrebbe potuto salvarla, se ormai la profezia si era avverata.
E se invece fosse stata ancora viva? Se erano nel 2012, l’anno della morte di quel figlio di Apollo, allora Olivia doveva avere circa cinquant’anni, quanto era giusto nei suoi confronti tornare su? Una donna di cinquant’anni con un padre di venti… sarebbe sopravvissuto a sua figlia, l’avrebbe vista anziana, avrebbe avuto la certezza che sarebbe stato compito suo seppellirla.
Aveva trovato un uomo da amare? Aveva trovato qualcuno che la amasse, che le desse tutto l’affetto che i suoi genitori non avevano potuto darle? Aveva trovato una famiglia pronta ad accoglierla come se fosse una di loro? Aveva avuto figli? Ricordava Alexia? Ricordava lui e Lucy? Era-
 
Sarebbe giusto, per me, tornare su e intromettermi nella sua vita? Dopo tutto questo tempo?
Sarebbe felice di vedermi? O le rovinerei la vita? O distruggerei l’equilibrio che ha costruito in tutti questi anni?

 
Fu con la mente offuscata da tutte quelle domande che entrò nella stanza 822, alzando il capo solo per forza dell’abitudine, per controllare l’interno della sala, per cercare di scorgere eventuali nemici nascosti negli angoli, trappole, oggetti magici.
Non vi era nessuno nascosto dietro le colonne che decoravano le mura altrimenti lisce, non c’erano oggetti se non un piccolo braciere spento, non c’erano anime se non quella di un uomo che gli dava le spalle, completamente assorto nei sui pensieri.
Nathan aggrottò le sopracciglia, cercando di capire chi fosse, quale uomo del suo passato. Non gli sembrava un suo comandante, un sergente o un qualunque superiore, non sembrava neanche uno dei suoi compagni del Campo o un altro soldato e di certo, quello non era suo padre.
Era un uomo alto, dal fisico imponente e muscoloso, vestito di un classico completo greco, un unico drappeggio sulla spalla destra fermato con una spilla d’oro.
I capelli scuri e ricci gli sfioravano il collo e Nathan poteva intuire facilmente fossero tenuti legati da una fascia in tessuto.
Si fermò appena dopo l’entrata, drizzando la schiena e infilando la mano in tasca, stringendo con lentezza il ciondolo di Eliza, pronto ad estrarlo e richiamare a sé le lame che la compagna gli aveva prestato.
 
Con la benedizione di Nike, sperando non debba sporcarle.
 
Si schiarì la voce ma l’uomo parve non sentirlo.
Ripeté il suono ancora un paio di volte, ma quando anche alla terza l’altro lo ignorò una leggera fitta di fastidio lo pungolò al fianco.
 
«Ehi.» chiamò a voce alta.
A quello finalmente ebbe la reazione sperata e l’uomo si voltò a guardarlo annoiato.
«Oh, sei arrivato, finalmente, pensavo mi avresti fatto aspettare ancora, stavo per andarmene.» gli disse quasi infastidito dalla sua presenza.
Nathan assottigliò lo sguardo, quello stronzo gli stava già sul cazzo.
«Potevi andartene allora, sono sicuro che Ares avrebbe potuto fare a meno di te.» replicò aspro, consapevole del fatto che probabilmente avrebbe solo innervosito l’anima di fronte a lui, provocandolo.
 
Ma forse è quello che voglio, forse è quello di cui ho bisogno, prendere a pungi qualcuno.
 
Allentò inconsciamente la presa sul ciondolo di Eliza, sì, gli prudevano le mani, non voleva un duello, voleva colpire qualcuno, a mani nude, brutale come era stato accusato tante volte di essere.
Ma l’altro, seppur infastidito, non sembrò averla presa troppo sul personale. Nathan ebbe la sgradevole sensazione di essere per lui quello che era una mosca per un cavallo: un fastidio, ma nulla di più.
 
«Non mi interessano i tuoi capricci, Ares mi ha chiamato qui e io ho risposto, avrei preferito rimanere sulla mia isola, questo è certo, ma non si rifiuta una convocazione dal Dio della Guerra.» disse con noncuranza. «Sai chi sono? Mi hai riconosciuto?»
Nathan lo guardò scettico: sì, gli stava decisamente sul cazzo. «Dovrei?»
L’altro sbuffo, annoiato. «Sono Eracle, sono l’eroe più famoso al mondo, nonché tuo nonno. Ma non mi sorprende che tu non sappia queste cose, voi figli di Ares non brillate per intelligenza e a quanto pare mia figlia ha fatto un pessimo lavoro nel crescerti, visto che sei morto così giovane.»
Il soldato digrignò i denti, sentiva i muscoli tremargli in corpo dalla rabbia.

Figlio di puttana-
 
«Non ti azzardare a parlare così di mia madre. Non me ne fotte un cazzo di chi sei, da dove vieni, dove preferiresti stare ora o perché sei qui. Dammi la mia cazzo di prova o togliti dalle palle prima che ti prenda a pugni in faccia.» rispose rabbioso. Quello stronzo l’aveva beccato proprio nel momento sbagliato.
Eracle alzò un sopracciglio, scettico. «Vedo che non ti ha insegnato neanche il rispetto, ma cosa mi sarei dovuto aspettare da una mortale, dopotutto.» sospirò scuotendo il capo. «Non ho alcuna prova per te, ti sei fatto battere da un’amazzone, è già abbastanza imbarazzante questo, non ho intenzione di farti di nuovo combattere per vederti perdere miseramente. Non sei mio figlio, ma sei mio nipote, sei comunque parte della mia discendenza e non ho piacere ad avere dei perdenti nel mio albero genealogico. Quindi va pure, esci da qui e vinci, per l’Olimpo, io ho affrontato dodici prove ben più difficili di queste, tu dovresti essere più che capace di superare quelle che ti verranno proposte.»
Nathan lo guardò con aperto astio, avvicinandosi di più al dio, minaccioso.
«Ma chi cazzo ti credi di essere? Per prima cosa, mia madre mi ha cresciuto perfettamente, meglio di quanto la tua non abbia cresciuto te, stronzo-»
«Questo stronzo è l’eroe degli eroi, mezzosangue.» lo interruppe guardandolo con superiorità, un ghigno strafottente a piegargli le labbra fini adornate dalla barba folta. «Se avessi partecipato io a questa gara, voi altri mortali sareste tutti scomparsi da tempo. Da solo, senza aver bisogno dell’aiuto di nessuno, specie della feccia che ti porti dietro.» sputò con disprezzo.
Oh, quindi era questo il gioco a cui voleva giocare? Voleva insultare sua madre e anche i suoi compagni?
 
Padre, se la mia sfida è quella di resistere e non spaccare la faccia a questo pezzo di merda, allora sappi che sono vicinissimo a fallire.
 
Un borbottio lontano gli solleticò le orecchie, ma Nathan preferì ignorarlo: se lo stronzo non avesse tenuto la bocca chiusa sarebbe stato felicissimo di scomparire dalla faccia della terra dopo averlo gonfiato di botte.

«Riesci solo a vantarti ed insultare gli altri, stronzetto? Devi pulirti la bocca prima di parlare di mia madre e dei miei compagni, portagli rispetto, a tutti loro.» lo minacciò.
Eracle però rise, di cuore, come se Nathan avesse detto la cosa più divertente del mondo.
«A tutti loro? Oh, oh! L’ironia! Sai, nipote, posso capire la tua strenue difesa nei confronti di mia figlia, lo apprezzo, davvero, anche io ho sempre portato grande rispetto a mia madre.» iniziò accondiscendente. «E posso concedertelo per la figlia di Nike, un soldato morto in guerra, cosa gli si può dire contro, soprattutto se pensi che si è finta un uomo per poter combattere quando non le era permesso.»
Nathan s’irrigidì: certo, aveva sospettato che Eliza fosse riuscita ad arruolarsi con un sotterfugio, magari aiutata da suo padre, mentendo sulla sua identità, ma sentirselo dire così apertamente… lo metteva a disagio, aveva la sensazione di essersi intromesso in qualcosa che non lo riguardava, qualcosa che non avrebbe dovuto sapere finché non fosse stata la stessa Eliza a raccontaglielo.
 
Ma lo stronzo è un dio- Sì, lo hanno fatto dio a questo pezzo di merda.
Ancora una volta Zeus si conferma artefice di idee del cazzo.

 
Nessun tuono lo raggiunse e Nathan seppe che quella, con tutta probabilità, era idea comune di molti.
Eracle però non parve badare ai suoi tumulti interni e gli sorrise più ampiamente.
«Cosa? Non te lo aveva detto? Bah, non ti facevo così stupido ma, di nuovo, non sei certo figlio di Atena, dovevo aspettarmelo…»
«Bastardo-»
«Oh, sì, voi soldati siete tutti così volgari, me ne ero quasi dimenticato. La tua amica non lo è. Neanche la figlia di Apollo, anche lei è morta in modo… onorevole. Stupido, ma onorevole. Il figlio di Eolo? Un delinquente che non avrebbe mai dovuto mettere piede nei Campi Elisi, sarebbe dovuto finire in quelli di Pena, assieme al ragazzino… l’inutilità di certe vite mi sorprende… come quella della figlia dei Ecate. Una strega che non sa fare magie, avrebbe dovuto incontrare Circe o mia moglie… lei era una vera strega, degna dei Campi di Pena, non come la tua amichetta, lei sarebbe semplicemente dovuta scomparire assimilata dalla Foschia di sua madre.» ragionò a voce alta, senza un solo pensiero, senza preoccupazioni, come se stesse parlando del tempo e non dei suoi compagni, dei suoi amici.
La rabbia gli stava facendo alzare i peli dietro la nuca, sulle braccia, gli stava coprendo la pelle di brividi, gli spasmi muscolari così forti da farlo tremare nel tentativo di controllarsi, di costringersi a non prendere a calci in bocca quel bastardo figlio di puttana.
«Ma ammetto che non sono stati loro la delusione più grande- beh, è stato abbastanza imbarazzante vederti sconfitto da quell’amazzone certo, davvero, davvero imbarazzante per un mio nipote, uno spettacolo pietoso. Ma più di questo, sì, non credo ci sia una parola migliore, feccia, mh, esatto, ho centrato la parola al primo colpo, racchiude davvero tutto …» lo guardò come un adulto guarderebbe un bambino, con la stessa accondiscendenza, con la stessa pietà, come se fosse troppo stupido per arrivarci, come se fosse davvero deluso dalle sue azioni ma non si fosse aspettato nulla di meglio, come se le sue aspettative fossero basse e Nathan le avesse centrate in pieno.
«Chiamali feccia di nuovo-»
«Ma è quello che sono nipote, anzi, quello che è.»
 
Cosa? È? Solo uno di loro?
 
Ripensò velocemente a come avesse definito tutti quanti e il disprezzo con cui aveva parlato di Cade gli balenò subito in mente.
 
«Si è riscattato, Cade ha fatto il suo dovere, ha protetto la sua patria e il suo popolo. Qualcosa che forse tu non conosci, fedeltà, sai? Questa oscura entità.» rispose acido ed ironico.
Eracle storse il naso. «Non il figlio di Eolo, sciocco! Parlo di quel folle, quel piccolo, borioso ragazzetto che si crede tanto importante, credeva di valere così tanto, ma alla fine ha ottenuto quello che meritava, le pene dell’inferno.»
Nathan scattò a quell’affermazione. «Non t’azzardare! Era un bambino spaventato! Non parlare di cose che non sai!» ringhiò avvicinandosi ancora.
Il dio però si espresse in un verso scettico e derisorio. «Un bambino? Era un uomo fin troppo consapevole del suo potere e del suo ascendente sugli altri! Credeva d’essere un premio così importante da valere la vita di centinaia di uomini. Ma non era altro che uno stolto, uno sciocco che credeva di avere il controllo su ogni cosa. È bastato che uno dei suoi spasimanti venisse a chiedere consiglio a me, un eroe esperto, che aveva affrontato missioni ben superiori a quelle tre stupide prove a cui sottoponeva tutti quegli altri idioti. Un uomo intelligente tra di loro che ha chiesto il mio aiuto e io l’ho accontentato, gli ho detto come il modo migliore per vincere fosse ignorare le sue richieste.
“Negagli ciò che vuole. Mostragli che sei superiore a tanta idiozia, che sei più forte, che non può piegarti. Dimostragli che il suo amore non vale alcun sacrificio, neanche il più banale. Il suo unico valore è il suo corpo e ve ne sono a migliaia su questo mondo. Lui non vale così tanto”.»
 
Eracle continuò a parlare, ma Nathan non lo ascoltava, non riusciva più a sentire neanche una parola, solo rumore.
Non stava parlando di Jonas, non stava parlando del ragazzino che si era tolto la vita per paura del mondo in cui viveva, dei mostri che lo abitavano. No, non parlava di lui.
 
Uno dei suoi spasimanti. Un premio così importante da valere la vita di centinaia di uomini. Controllo, tre prove, mettere alla prova altri perché si dimostrassero degni del suo amore.
Un amore che non vale alcun sacrificio.
Un corpo, solo un corpo come tanti altri.

Non vale così tanto.
Lui non vale così tanto.
 
Davanti ai suoi occhi, impressa a fuoco sulle retini, l’immagine di un’anima incandescente, una luce calda e accecante che nasceva dall’interno del corpo, andando ad illuminarlo come una lanterna, mostrando anni, millenni, di ferite, di torture…
Qualcuno bello, così bello che in molti, forse in troppi, avevano rischiato la vita pur di star al suo fianco, pur di averlo, di possederlo.
 
Solo un corpo. Un corpo che non vale così tanto, ma bellissimo, bello come il Sole.
 
Cicno.
Eracle parlava di Cicno, di un passato in cui il suo compagno aveva sottoposto altri a tre prove per vincere il suo favore, il suo amore, per vincere lui.
Ma qualcuno aveva cercato consiglio per poter vincere e l’aveva chiesto ad Eracle-
 
Un mito antico. Un giovane bellissimo che mai aveva trovato qualcuno che lo amasse davvero, che fosse disposto a soffrire e anche a morire per lui, che fosse pronto a sopravvivere, per lui.
Il suo amato che si sottopone finalmente alle prove, arrivato alla terza teme di non poterla superare e chiede consiglio ad un eroe famoso per la risoluzione di dodici fatiche impossibili e questo gli consiglia di smettere di lottare, di non piegarsi al volere del suo amato, che ciò lo farà vincere.
Il giovane però aveva visto in quel rifiuto di sottoporsi alla prova la conferma che anche per l’amato lui non fosse altro che il suo aspetto, null’altro che un bel premio da vincere, non qualcosa di così importante da rischiare la vita. Non così importante da accettare l’atto estremo.
Il rifiuto aveva spezzato il cuore del giovane, che tradito e accecato dal dolore si era suicidato, lanciandosi in mare.
Ma suo padre, il divino Apollo, l’aveva salvato trasformandolo in cigno, permettendogli di spiccare il volo e sopravvivere al salto.
Solo che sua madre ne restò ignara, non sapeva che il suo unico, prezioso, bellissimo figlio fosse sopravvissuto, e distrutta dalla perdita era morta a sua volta, gettandosi dalla stessa rupe.
Il giovane, tornato umano, scoperta la sorte della donna, si era pugnalato, accolto finalmente da Thanatos
Triste, per la fine della vita di uno dei suoi figli più splendenti, Apollo prese le sue ceneri ancora ardenti della pira funebre e le sparse nel cielo, creando la costellazione del Cicno.

 
Era Cicno, era il suo mito, Cicno era un mito antico, quello che gli era sempre sfuggito, Cicno di Tebe, o meglio, Cicno il Crudele, conosciuto per la freddezza e l’impietosità con cui sottoponeva prove mortali ai suoi spasimanti, impassibile alla difficoltà e alla pericolosità di tali richieste.

Si è tolto la vita, Cicno non ci ha mai nascosto di essersi suicidato e non ci ha mai nascosto d’essere un dannato… un dannato delle cerchia più profonde, una che prende il suo stesso nome, il girone dei crudeli.
 
«…spezzargli il collo, come si fa con le oche, quell’essere è inutile, nipote, ti darà solo problemi e finirà, al più, per pugnalarti alle spalle. Non ne vale la pena.»
Al sentir ripetere quelle parole, al sentirgli affermare come, di nuovo, reputasse uno dei suoi compagni inutile-
 
Cicno! Cicno sopra tutti! Quello che ha salvato Jonas, che ha trovato, curato e guidato Cade di nuovo da noi, quello che ci ha protetti, che ci ha difesi e guariti anche quando non volevamo, quando avremmo potuto farne a meno. Quello che ci ha confortato ma non ci ha mai negato la verità, quello che si è buttato in una dannata cascata di fuoco per salvare un bambino terrorizzato e coraggioso… lui? Lui è inutile? Per lui non ne vale la pena?
 
La rabbia che gli ruggì nelle vene dovette sentirla anche il dio, perché lo guardò alzando un sopracciglio, pronto a parlare, a continuare a gettare fango sul suo compagno, su quello che orami, che gli piacesse o meno, era diventato suo amico, si era più che guadagnato la sua fiducia, il suo rispetto.
No, Nathan non l’avrebbe permesso, non avrebbe lasciato quello stronzo parlar male di Cicno, deridere il suo amore tradito.
 
Tradito. Abbandonato. Lasciato solo al mondo, senza nessun altro, senza coloro che avrebbero dovuto amarlo più di chiunque altro.

Come Olivia, come la mia Olivia.
 
Il suono statico che risuonava nelle sue orecchie sembrava spaventosamente simile a quello che produceva una vita fa il sangue che gli scorreva nelle vene prima di un combattimento, quando la mente gli andava in blackout e il mondo si tingeva di rosso come il sangue, come l’ira, come il drappo di suo padre.
Ma il ruggire del sangue che correva veloce non riuscì comunque a coprire il rumore che produsse l’impatto del pugno di Nathan dritto sul naso di Eracle.
Il silenzio che ne seguì fu denso d’aspettative. Nathan era perfettamente consapevole delle possibili ripercussioni, quel figlio di puttana era suo nonno, certo, ma era pur sempre un dio, nuovo, non antico come i veri Dei e di certo non altrettanto potente, ma pur sempre un dio e Nathan gli aveva appena dato un pungo sul naso perché lo stronzo aveva avuto la brillante idea di insultare un suo compagno.
 
E quando sei in guerra, quando sei in missione, i tuoi compagni diventano la tua famiglia, diventano i tuoi fratelli e non si lascia mai un fratello indietro, non lo si abbandona, lo si difende anche fino alla morte. Perché morire al fianco dei propri fratelli è onorevole quanto tornare indietro con tutti loro al tuo fianco.
 
«Tu, piccolo lurido-» il dio si portò la mano al naso, asciugando l’icore che gli colava lento e viscoso sul volto.
Gli occhi scuri brillarono d’ira e umiliazione, come si era permesso, un semplice semidio, di colpirlo in quel modo, così apertamente? Come si era permesso di ferirlo?
Con la stessa rabbia che spesso l’aveva animano nella sua vita mortale, Eracle si lasciò andare in un grido furioso e caricò il braccio, per colpire a sua volta Nathan con tutta la divina forza che aveva in corpo.
Il soldato sapeva cosa lo stava per raggiungere, conosceva perfettamente la forza del dio e non perse tempo ad assumere una posa difensiva, a portare i pugni davanti al volto in posizione di chiusura, come un buon pugile. Ma non appena Eracle lo sfiorò un improvviso flash esplose tra di loro, come le scintille di due lame che si scontrano, spingendoli l’uno lontano dall’altro.
Stordito, Nathan batté le palpebre, cercando di scacciare tutti quei puntini luminosi che vorticavano nel suo campo visivo, trovandosi stupidamente a domandarsi se quello non fosse ciò che Eliza aveva visto uscendo dal tempio di sua madre.
Abbassò le braccia, cercando tracce dell’impatto, di un qualche tipo di ferita, trovando però la pelle liscia e priva di lesioni o anche solo di lividi.
Eracle urlò di nuovo e Nathan fu costretto a riportare l’attenzione su di lui, cercando di assumere di nuovo la sua posizione di difesa, inutilmente.
 
«La benedizione di tuo padre non ti salverà la vita, stupido mortale.» La follia fiammeggiante che brillava negli occhi scuri della divinità rispecchiava perfettamente il sentimento che lo alimentava, l’incapacità d’accettare un’umiliazione tale, che un qualunque semidio fosse riuscito a colpirlo, a farlo sanguinare.
Senza il minimo scrupolo Eracle portò le mani attorno al collo di Nathan, stringendo sempre di più, indifferente ai tentativi dell’uomo di liberarsi, di colpirlo ancora. Per ogni pugno messo a segno il dio stringeva un po’ di più, sempre un po’ di più.
 
«Te l’avevo detto, dovevi ascoltarmi, i miei consigli non falliscono mai. Avrai la protezione di tuo padre, ma questa può difenderti solo dagli scontri. Io sono un dio, piccolo, inutile mortale, un dio! E se non posso colpirti, ti spezzerò il collo, come avresti dovuto fare con quel cigno.»
Nathan boccheggiò, tirandogli un altro pugno sul fianco.  Se l’idea di quell’idiota era di uccidere un figlio di Ares, nel suo tempio, dopo che era stato il dio stesso a convocarlo e pensare di farla franca, allora era davvero un deficiente e Nathan sarebbe stato felicissimo di morire ancora e portarsi dietro quel grandissimo figlio di puttana.
Serrò i denti, sentiva la saliva scivolargli dagli angoli delle labbra, la lingua gonfia nella bocca ed una pressione sempre più insopportabile a spingere dietro agli occhi. Occhi che cominciarono ad abbandonarlo, mentre i puntini luminosi diventavano neri e si allargavano in macchie sempre più grandi, sempre più dense.
Stava morendo soffocato, stava morendo soffocato anche se era già morto.
Cercò di deglutire, costringendo la trachea a contrarsi e rilassarsi, cercando di combattere la stretta schiacciante delle mani di quello che era stato l’uomo più forte della Terra. Era morto, si ripeté, era morto, non gli serviva respirare. Doveva resistere, non poteva morire, gli altri sarebbero rimasti ad aspettarlo lì fuori per chissà quanto tempo e se poi qualcuno si fosse addentrato nel tempio l’avrebbe trovato così, strangolato da colui che aveva dato i natali a sua madre. Se questo era quello che sarebbe successo, Nathan sperò vivamente che fosse Eliza a trovarlo, perché se fossero entrati Cade o Cicno – gli dei non vogliano che entrino assieme – era sicurissimo che avrebbero trovato il modo per uccidere loro Eracle.
 
Soprattutto Cicno. Cicno sarebbe felicissimo di ammazzarlo e se lo merita, se lo merita tutto il bastardo. Ma non Lea, lei non può entrare, neanche il ragazzino, darebbe di matto… ma mai quanto la pazza, sarebbe capace di fare danni veri per la prima volta in vita sua. E non sa tenere la bocca chiusa, si farebbe ammazzare.

Non potevano trovarlo così, soffocato, non sarebbe morto senza combattere, ma non poteva morire così.
 
«Moccioso resistente. A quanto pare un po’ del mio retaggio divino ti è arrivato, sei più forte di quanto non credessi, sei-»
 
E si bloccò.
Così come la pressione schiacciate lo aveva privato dell’aria, dell’energia, così come il corpo massiccio del dio l’aveva inchiodato a terra, così scomparve. Veloce, immediato.
Nathan si lasciò andare, le braccia tremanti incapaci di tenerlo sollevato. Fissò il soffitto tossendo e prendendo boccate di un’aria di cui non avrebbe dovuto necessitare.
Batté le palpebre e raccolse tutte le forze che gli erano rimaste per alzare almeno il capo e cercare di capire cosa fosse successo, perché Eracle si fosse ritratto così velocemente.
Era forse arrivato qualcuno?
 
Non uno dei miei pazzi. Non uno dei miei.
 
Pregò suo padre, pregò Nike e anche Apollo, Ecate, Pothos e persino  Eolo.
Ma ciò che scorse sul volto di Eracle non era sorpresa, non erano le emozioni che l’apparizione di un’anima avrebbe potuto scatenare. No, quello che brillava negli occhi del dio, con la stessa ferocia con cui prima aveva brillato la rabbia, era paura.
Eracle, l’eroe degli eroi, così grande da essersi guadagnato la vita eterna ed il titolo di dio, fissava terrorizzato qualcosa alle sue spalle.
 
O qualcuno, fissa qualcuno.
 
E l’unico che avrebbe potuto spaventarlo così tanto era il dio a cui quel tempio era dedicato.

Ce ne hai messo di tempo, padre, con comodo.

Pensò ironico, incapace di trattenere un ennesimo colpo di tosse.

 
«Mi spiace deluderti, soldato, tuo padre al momento è impegnato, ma non preoccuparti, mi sentirà poi.»

 
Nathan sgranò gli occhi, un improvviso scatto d’adrenalina ad animarlo, a dargli la forza di ruotare su sé stesso e stendersi sul ventre, impuntando le mani a terra e cercando di tirarsi su, di guardare in faccia il dio che gli aveva appena letto la mente.
 
Davanti a lui, fermo in piedi con lo sguardo fisso su Eracle, se ne stava un dio – un uomo? – dall’aspetto di un quarantenne: i capelli scuri erano tenuti corti, in un taglio dal sapore vecchio, classico, qualcosa che aveva visto sfoggiare ai suoi superiori più anziani. La pelle olivastra era segnata da qualche piccola cicatrice, le sopracciglia folte gettavano un’ombra scura, innaturale, sugli occhi luminosi, che sembravano rilucere di luce propria, vibrante e mutevole come quella di una fiamma.
Indossava un lungo cappotto nero e Nathan si domandò come si vestissero gli Dei in quell’epoca, se quello non fosse uno dei Dodici abbigliato secondo la moda del momento.
Se avesse dovuto buttare ad indovinare, Nathan avrebbe optato per Poseidone, perché mai aveva visto Apollo moro e perché l’aura del Dio del Sole era diversa, era luminosa e calda ma non- non così, non così calda, quello che emanava quel dio sembrava quasi fuoco, ustionante come le fucine dei figli di Efesto.

Efesto? Nel tempio di Ares?
 
Il dio spostò allora lo sguardo su di lui e sorrise, le labbra si tirarono a scoprire una fila di denti avorio, dritti, lucidi e affilati come quelli di una bestia, come le zanne di un drago.
 
«Non dire sciocchezze, soldato, lo sai che tuo padre e suo fratello mal si sopportano, credi davvero che Efesto entrerebbe così tranquillamente qui dentro? È tuo padre quello impulsivo tra i due, e pure quello più tonto, detto tra noi.» gli fece l’occhiolino.
Nathan lo guardò allibito: quel dio aveva appena dato del tonto ad Ares, nel suo tempio, fatto un complimento indiretto ad Efesto e poi gli aveva fatto il dannato occhiolino.
L’espressione giocosa di quell’essere però durò poco, non appena riportò lo sguardo su Eracle il sorriso divertito si tinse di una sfumatura di sadismo che fece rabbrividire l’anima, portandolo inconsciamente a chiudersi su sé stesso, malgrado qualcosa gli dicesse che la divinità non gli avrebbe fatto nulla, non a lui quanto meno.
Si ritrasse, spostandosi verso la parete, lasciando campo libero al nuovo arrivato, che senza più rivolgergli anche solo un’occhiata avanzò con lentezza, un passo dopo l’altro, verso Eracle.
Ad ogni movimento, ad ogni tonfo secco che s’espandeva per la sala, Nathan ricominciò a sentire la stessa pressione che le mani dell’eroe gli avevano applicato contro, ma questa volta la pressione lo schiaccio contro il muro, premendo su tutto il corpo. L’immagine che gli balenò chiara in mente fu quella di uno pneumatico che veniva gonfiato, un’atmosfera dopo l’altra, finché la camera d’aria riusciva a sopportare, deformando la gomma ed il copertone quando questa diventava eccessiva.
Nathan osservò Eracle inciampare sui suoi stessi passi, mormorando qualcosa che non riuscì a comprendere, la pressione schiacciante nelle orecchie a renderlo quasi sordo, ancora una volta solo lo scorrere del suo sangue a risuonare nei timpani.
Chiunque fosse quell’essere era potente, lo era in modo spaventoso, atterrante, inquietante, totalizzante.
 
Che diamine succede? Chi diamine è?
 
La vista cominciò a sfocarglisi e Nathan cercò con tutte le sue forze di mantenerla chiara, di focalizzarsi su qualcosa, sul volto spaventato di Eracle.
 
“Non mi sei mai piaciuto, lo sai vero? Sono anni che attendo una scusa per farti fuori”
 
Voleva ucciderlo? Il dio in nero volva uccidere l’eroe degli eroi?
 
“Non puoi farlo! Mio padre ne sarebbe furioso e-”
“Me n’è mai fregato qualcosa di quello che pensa tuo padre, Eracle? Cosa può farmi?”
“Potrebbe privarti dei tuoi poteri come ha fatto con Apollo e allora-”
“Oh, potrebbe provarci, sì… solo se non avessi i miei poteri saresti così pavido da sfidarmi, vero, eroe?”

 
Lo stava deridendo, si stava prendendo gioco di Eracle e quello non poteva far altro che subire.
 
“Stai al tuo posto, pensa ai tuoi inutili affaruncoli sulla tua stupida isola. Non sei mai servito a nulla, sei stato solo un mediocre intrattenimento per gli Dei, vedi di ricordartelo e di comportarti di conseguenza. Se interferirai ancora con la gara, neanche tuo padre potrà salvarti.”
 
Furono le ultime parole che Nathan sentì rimbombargli nella mente, poi il dio in nero allungò una mano verso di lui ed il soldato chiuse automaticamente gli occhi. Subito dopo un flash gli balenò dietro le palpebre e Nathan seppe con certezza che Eracle era appena scomparso.

Riaprì lentamente gli occhi, sentendo la pressione scivolargli di dosso. Quando questa non lo tenne più inchiodato al muro ci mise poco a caracollare a terra, sostenendosi sulle braccia malferme e prendendo respiri profondi.
 
«Su, su, non fare così, non ci sono andato giù così tanto pensante, dai.» gli disse il dio dandogli qualche pacca sulla spalla.
Nathan alzò la testa, ansimante. «Col cazzo.» gli rispose prima di pensarci. Poi si morse la lingua.
Il dio invece scoppiò a ridere, dandogli un’altra pacca che lo mandò lungo per terra.
«Oh, calcolato male, scusa.» ridacchiò afferrandolo per il bavero della giacca militare e tirandolo a sedere.
Seduto più stabilmente, con le gambe piegate e la schiena poggiata al muro, il figlio di Ares si prese un momento per osservare quell’uomo, aggrottando le sopracciglia.
 
«Chi siete? Non vi conosco, siete un dio nuovo?» domandò cauto.
L’altro gli sorrise, scoprendo di nuovo quella fila di zanne ferine. «No, no che non mi conosci, ma va bene così.»
«Non mi avete detto se siete o meno un dio.» rimarcò.
«Vero, non te l’ho detto.» continuò a sorridere quello.
Nathan deglutì, non era sciocco, lo sentiva, sapeva che c’era qualcosa che non andava, in lui, in quella situazione.
 
Ed è famigliare.

Si disse cercando di schiarirsi le idee, cercando di afferrare un pensiero che era lì, proprio davanti ai suoi occhi, proprio sulla punta della lingua, proprio com’era stato per Cicno per tutto quel tempo.
 
Cicno il Crudele. Il mito della costellazione del cigno.

Avrebbe dovuto capirlo la prima volta che si era illuminato, quando aveva detto di essere stato tradito, che si era suicidato, ma era sempre stato troppo preso dalle prove, dai problemi che si susseguivano uno dopo l’altro: prima le sfere, poi Cade che scompariva e-
 
Un uomo vestito di nero che fuma un sigaro e ti parla nella mente.
 
Nathan guardò quel dio, quell’essere, con improvvisa chiarezza.

«Uh, ce ne hai messo di tempo a fare due più due. Ma forse dovevo aspettarmelo da uno che faceva schifo a matematica.»
 
«Chi siete davvero?» domandò ancora.

 
«Un grandissimo rompipalle che non dovrebbe trovarsi qui, ora.»
 

Chi gli rispose fu qualcuno che Nathan non sentiva più da una vita, letteralmente.
Voltandosi verso l’entrata, in tutto il suo splendore, si erigeva un uomo alto e imponente, ben più di quanto non gli fosse sembrato Eracle.
La pelle mulatta brillava fiocamente sotto i riflessi delle torce, tinta dall’alone sanguigno che l’armatura lucida emanava. Il dorso era intarsiato finemente, replicando perfettamente i muscoli sottostanti. Le gambe massicce erano adornate da calzari alti sino al ginocchio, attorno alla vita e poi su, fermata sotto le fibbie dell’armatura, una tunica purpurea copriva le cosce larghe probabilmente più del torace di Jonas. Alle braccia muscolose bracciali di cuoio e ferro nero si stringevano sulla pelle vergata di cicatrici.
Il collo taurino ed il viso squadrato non facevano altro che accentuare l’aspetto mastodontico del Dio della Guerra.
Indossava il suo elmo rosso, ma se lo tolse con un gesto consumato, portandolo sotto il braccio e scompigliandosi i capelli neri con la mano libera.
Nathan si concesse solo uno sguardo veloce agli occhi del padre, due tizzoni ardenti, anelli di fuoco in cui avrebbe potuto vedere il ciclo infinito di tutte le guerre del mondo, proprio come le colonne che adornavano l’esterno del tempio.
Ares lo guardò con attenzione, scansionando l’anima del figlio alla ricerca di tutte le ferite che avrebbe dovuto essersi procurato nel corso della gara ma che invece, grazie a qualcuno di sua conoscenza, non aveva.
 
«Se solo tu stessi un po’ più attento alla tua prole, io potrei effettivamente continuare a farmi gli affari miei.» disse il figuro in nero stringendosi nelle spalle.
Ares non sembrò minimamente impressionato da quella spiegazione.
«Ti sta solo sul cazzo Eracle e non vedevi l’ora di poterlo far cagare sotto dalla paura.» rispose infatti centrando in pieno il punto.
L’altro gli sorrise. «Anche.»
Il dio espirò, palesemente divertito. «Qual che sia il tuo proposito, hai fatto la tua parte, ora fuori da casa mia, da adesso in poi me ne occupo io.»
Nathan avrebbe voluto protestare, avrebbe voluto chiedere a quell’essere chi era, cos’era, perché li stava aiutando, perché l’aveva salvato. Ma suo padre dovette intuire facilmente i suoi pensieri e gli fece cenno di tacere. Non sembrava arrabbiato, non sembrava deluso, ad esser onesti, Nathan non aveva mai visto Ares così tranquillo e la cosa lo preoccupava.
 
«Va bene, va bene, capisco quando non sono gradito, anche se non me lo si dice esplicitamente.» ridacchio l’essere alzando le mani in segno di resa.
Ares invece alzò gli occhi al cielo. «Mi sembrava di esser stato piuttosto esplicito invece.»
«Mi hai detto di andare fuori da casa tua, non che non sei felice di avermi qui, è semantica cugino, o forse semiotica… dannazione, le mischio sempre queste due, forse dovrei andare a chiedere ad Atena.»
Il Dio della Guerra non poté trattenere il latrato divertito che gli esplose nel petto.
«Sì, te ne prego, vai ad importunarla, è diventata ancora più insopportabile da quando è iniziata la gara.»
Il figuro in nero ammiccò al dio e poi, guardando Nathan, gli fece l’occhiolino.
«Non so se ci rivedremo mai, ma vedi di stare attento, tu e tutti i tuoi amici, capito soldatino?»
 
Non aspettò una risposta, fece un cenno di saluto ad Ares, lo aggirò ed uscì dalla stanza, silenzioso com’era arrivato, senza voltarsi, perduto oltre lo stipite dell’uscio.
Il semidio rimase a fissare l’armatura di suo padre, senza battere le palpebre, incapace ancora di comprendere cosa fosse appena successo.
Fu però il dio a riscuoterlo schiarendosi la voce, proprio come aveva fatto Nathan quando era entrato in quella stessa sala.
 
«Ora, veniamo a noi, figlio, hai fatto un bel po’ di cazzate, eh?»
 


 
*




Le stagioni si erano rincorse veloci come lo erano le loro corse sui grandi lupi che li scortavano ovunque.
Malgrado fosse passato un altro anno Quarto ed Enny continuavano a non andare troppo d’accordo, qualcosa sul fatto che Enny fosse spocchioso e privo di senso d’umorismo – che detto da Quarto era davvero ridicolo – eppure Al rideva ogni qual volta il discorso uscisse fuori, senza mai saltare neanche una volta. Secondo Clara il problema era tutto nel fatto che, a detta del tedesco, Enny si fosse sempre comportato in modo molto affettuoso nei suoi confronti ed il suo rifiutarsi di intrattenere discorsi troppo lunghi con Quarto era evidentemente dovuto ad altro, ma non all’incapacità del lupo grigio di essere “simpatico”.
La ragazza si sistemò meglio l’armatura, scuotendo la testa divertita mentre dietro di lei, camminando ad agio, Quarto sottolineava per l’ennesima volta quanto fosse poco educato da parte dell’altro smettere di prestare attenzione a quello che gli stava dicendo di punto in bianco. 
Vicino a lui Al annuiva concorde, lanciando qualche occhiata di rimprovero ad Enny che, per tutta risposta, alzava invece gli occhi al cielo, palesemente scocciato.
 
«Davvero maleducato, Quarto, mi dispiace parecchio.»
«Molto.» lo corresse Clara distrattamente, «Parecchio non ci sta bene, puoi usarlo con il tempo.»
Al alzò le sopracciglia, attento, ed iniziò a tastarsi le tasche della giacca che indossava, per poi tirar fuori una piccola agenda ed una matita. Si affrettò a scribacchiare qualcosa sulla prima pagina disponibile. «“molto” solo?» chiese poi.
La ragazza si girò, continuando a camminare all’indietro. «Molto, tanto, davvero o davvero tanto o davvero molto. Questi dire, sì.» elencò contandoli sulle dita.
Quarto la guadò scettico. «Comodo dare lezioni agli altri quando tu hai imparato davvero poco della sua lingua.» le fece notare.
Clara storse il naso, punta sul vivo. «Lo sai che ho problemi a mantenere la concentrazione. E poi Al è un talento naturale, lui sì che è intelligente.»
Alphonse alzò gli occhi dal taccuino per sorriderle radioso. «Danke.»
«Non c’è di ché, è la verità dopotutto.» gli sorrise di rimando.
 
Situazioni così erano ormai all’ordine del giorno: da quando Clara ed Al si erano rincontrati per colpa del cinghiale dorato ogni qual volta vi fosse una missione congiunta tra le due fazioni erano sempre loro ad esser appaiati. Non una volta era stato assegnato loro un terzo compagno, due semidei della loro portata e due lupi erano più che sufficienti per qualunque situazione bizzarra si fosse venuta a creare ed i ragazzi, onestamente, non erano poi così rammaricati all’idea di passare un po’ di tempo assieme.
Il loro rapporto era diventato sempre più stretto, sempre più amichevole e, a voler esser onesti, forse anche qualcosa in più. Clara non se lo sapeva spiegare e non riusciva a farlo neanche con Quarto, a mettere le idee in fila, ad esprimere ciò che pensava, che provava, ma la vertà era che la semidea sentiva una fortissima attrazione verso il compagno, qualcosa di così grande ed intenso che alle volte, la spaventava.
Clara non era certo sciocca, sì, aveva dei problemi con la scuola, come ne aveva sempre avuti d’altronde, ma non aveva il paraocchi, aveva capito d’aver una cotta per l’altro e, se avesse dovuto scommetterci, anche Alphonse provava qualcosa per lei.
Eppure- eppure la sensazione strana le rimaneva comunque addosso.
Gli piaceva Al, lo trovava carino, anzi, ogni giorno che passava sembrava diventare più bello, più alto, più muscoloso e persino più potente. Le scintille che avvolgevano le sue spade si erano ben presto trasformate in fulmini tonanti, onde d’urto assordanti capaci di spazzare via nemici con facilità e la velocità con cui il ragazzo si muoveva sul campo di battaglia stava iniziando a rendere del tutto inutile avere una cavalcatura come Enny. Per non parlare del carattere dolce e anche un po’ timido. Aveva tutte le carte in regola per essere affascinante, per attrarla sotto ogni punto di vista, ma Clara spesso aveva anche la sensazione che ci fosse qualcosa di più.
 
Come se non avessi via di scampo, come se non avessi alternativa.
 
Era una sensazione di conclusione, era definito, non era qualcosa che poteva scegliere lei, pur volendo Clara non sarebbe mai riuscita ad allontanarsi da Al, non quando ogni singola cellula del suo corpo ne era attratta come da una calamita.
Ed era tutto così perfetto! Sembrava quasi che persino gli Dei approvassero questo loro rapporto, questa relazione che lentamente stava andando a solidificarsi.
Quarto le aveva detto che, in effetti, era davvero una bella fortuna che loro due si fossero incontrati e “presi al volo”, in tutta la sua vita non gli era mai capitato di vedere un semidio romano andar così d’accordo con uno di quegli altri. Era un bel colpo di fortuna.
 
Il destino. Qualcuno ha detto che evidentemente era destino che ci incontrassimo. Lo ha detto ad Alphonse sua madre, che era scritto nelle stelle che le nostre vite si incrociassero.
 
Clara continuò a camminare alla cieca, guardando senza davvero vederli il ragazzo ed il lupo marrone davanti a lei, pensierosa.
Non le piaceva il modo in cui tutti rimarcassero quella cosa, quel “destino”. Sì, era proprio come se non avessero altra scelta se non avvicinarsi. Come calamite, come se fossero legati da dei fili invisibili.
Battendo un paio di volte le palpebre tornò a focalizzare lo sguardo sugli altri, cercando però gli occhi freddi di Enny, intento ad odorare l’aria per poi puntare verso qualcosa.
Fu un momento, una frazione di secondo: Clara mosse solo gli occhi, senza girare il capo, riuscendo a scorgere al limitare del suo campo visivo una figura femminile, una cascata bionda fatta di lunghe trecce e fermagli d’argento scintillanti.
Le si formò un nodo in gola ed il cuore le batté prepotente nelle orecchie. I passi dei suoi compagni si fecero più lenti, come se stessero avanzando nell’acqua, come se i loro corpi fossero avvolti dalla melassa. Rallentarono Alphonse e Quarto, rallentò Enny e rallentò anche la donna che stava cercando di lasciare le campagne romane.
Mentre il fiato le si faceva corto ed il battito costante di un tamburo le invadeva la mente, Clara giurò di poter vedere qualcosa di fine e quasi invisibile, come il filo della ragnatela di un ragno, partire dalle mani della donna e raggiungere Alphonse.
La ragnatela vibrò sotto il riverbero del sole, brillando bianca come i riflessi della luce per poi mutare per un attimo, in una tonalità più calda, quasi dorata.
Clara poteva sentire il sapore salmastro del suo stesso sudore colargli sulle labbra, dritto dalla punta del suo naso, mentre un’improvvisa fatica l’avvolgeva ed i suoi compagni riuscivano a liberarsi dalla melassa e ricominciare a camminare come se nulla fosse accaduto.
La donna era scomparsa, Enny continuava ad annusare l’aria e Alphonse, riuscito ad intercettare il suo sguardo, le sorrideva timidamente, allungando una mano verso di lei.
Clara l’afferrò senza pensarci ed il ragazzo utilizzò quella presa per tirarla con delicatezza verso di sé, abbracciandola un po’ impacciato, tentennante.
 
«Alla prossima missione, sì?» le chiese continuando a sorridere.
Lei batté le palpebre sorpresa, voltando il capo per ritrovarsi faccia a faccia con l’entrata principale del Campo Giove.
Quando c’erano arrivati?
Si rigirò verso Alphonse e gli restituì un sorriso un po’ incerto. «Oh, sì, certo, certo. Non mi ero- bene.» si schiarì la voce e strinse leggermente la mano dell’altro. «Certamente, alla prossima missione, quindi, a domani… siamo di pattuglia, giusto?» chiese per conferma.
Alphonse annuì convinto, ma non le lasciò la mano. «Io…» iniziò con un filo di voce.
La ragazza alzò un sopracciglio. «Con calma, a parole tue.» gli disse incoraggiante.
Anche l’altro si schiarì la voce, decisamente imbarazzato.
«Domani, la ronda… è solo una ronda e- mi chiedevo, siamo vicino al bosco, in alto, sì, c’è la- no, no, il?» si voltò verso Quarto, implorando silenziosamente il suo aiuto.
Il lupo ridacchiò come solo un lupo può fare, ma annuì. «“Il”, il è giusto. Il belvedere. Domani avete la ronda al Tuscolo, dove c’è il belvedere.»
Al gli sorrise grato. «Esatto. Il belvedere. È solo una ronda e non c’è molto da fare, penso- pensavo, potremmo mangiare… lì?»
Clara rimase interdetta. «Vuoi mangiare alle fraschette? Enny ce la fa a trasformarsi in un cane?»
«Clara! Dei dei cieli! Collabora!» le ringhiò Quarto direttamente nella sua testa.
La semidea lo guardò male ma non aggiunse nulla, tornando a concentrarsi sul giovane davanti a lei che boccheggiava in cerca delle parole giuste, sfregando inconsapevolmente il pollice sul dorso della mano dell’altra, irrequieto.
In fondo, Clara non era stupida e Al le piaceva davvero, quindi decise che magari poteva rendergli la vita più facile se stava cercando di chiederle quello che credeva stesse cercando di chiederle.
 
E lo so per certo. Non c’è altra possibilità, anche adesso, è come se fosse un copione, una scena alla volta, un lista da spuntare. So cosa mi sta chiedendo, me lo aspettavo presto o tardi, doveva succedere e ne sono felice, davvero, lo voglio davvero, eppure…
 
Eppure, nel retro della sua mente, all’angolo estremo del suo campo visivo, c’era qualcosa che le diceva che non potevano esserci alternative, che tutto quello che desiderava era giusto e si sarebbe avverato.
 
«No, io-» Alphonse si lasciò andare in un verso di pura frustrazione, voltato la testa verso Enny per dirgli qualcosa in quella lingua strana che Clara non aveva mai sentito prima di incontrare lui.
Il lupo grigio dovette rispondergli qualcosa perché il ragazzo sembrò mandarlo al diavolo per poi rigirarsi verso di lei e portare anche l’altra mano a stringere la sua.
«Dopo la ronda. Il belvedere. Mangiamo lì e- la giornata è libera- no, tu sei libera, dopo?»
Clara cercò maldestramente di non sorridere, mordendosi le labbra ma ritrovandosi comunque a ridacchiare a bocca chiusa.
«Dì un po’, mi stai mica chiedendo un appuntamento?» lo punzecchiò divertita, già dimentica dei pensieri che le avevano occupato la mente poco prima.
A quella parola Alphonse sembrò illuminarsi, annuendo vigorosamente e girandosi, per l’ennesima volta, a dire qualcosa al suo lupo, che grugnì.
«Sì! Quello! Vuoi?» chiese speranzoso, gli occhi blu che sembravano vibrare della stessa energia dell’alone azzurro che avvolgeva le sue spade.
Nel sentire tutto l’entusiasmo del ragazzo Clara non poté più trattenere le risate ed annuì, felice.
«Perché no? Mi piacerebbe. Dobbiamo preparare un pranso al sacco però, cosa mangiamo?»
Al scosse la testa. «Ci penso io! Chiedo nelle cucine, le cuoche mi dicono sempre sì, mi accontenteranno di certo!»
«È davvero affascinante quanto tu non riesca a dire “appuntamento” per poi pronunciare perfettamente “accontenteranno”. Bene, allora mi affido a te.» sorrise ancora, le stavano iniziando a far male le guance.
Il giovane gonfiò il petto come un pavone, Clara si aspettava quasi che facesse la ruota tanto sembrava orgoglioso di quanto appena deciso, non rimase sorpresa infatti quando Alphonse le lasciò in fine le mani per farle un inchino formale ma carico d’energia repressa.
Salutò anche Quarto allo stesso modo e poi, quasi saltellando, raggiunse Enny e gli salì in groppa con un unico, agile movimento.
 
«A domani allora.» le disse di nuovo, sorridendo e salutandola con entusiasmo.
«A domani, Alphonse. Enny.» fece lei.
 
Il grande lupo grigio non aspettò altro, dando loro le spalle e saltando verso il cielo con un balzo agile e repentino.
Clara li seguì con lo sguardo finché non furono spariti e anche allora continuò a fissare il cielo, imbambolata.
Era felice, era davvero felice per quell’appuntamento – il suo primo appuntamento! -  ma sentiva come se le stesse sfuggendo qualcosa, come se ci fosse un pensiero che avrebbe dovuto balenarle in mente ma che le sfuggiva.
 
 
Seduta sulla sommità delle mura, ad osservare sorniona la scena sottostante, Venere mosse con leggerezza la mano ed un filo trasparente, come quello di una ragnatela, si tese tra lei e la semidea davanti alle porte del Campo Giove.
Il filo vibrò come la corda di un arco e piccole perle d’acqua risalirono dalla ragazzina sino alle punte delle dita della Dea, dissolvendosi nell’aria.
La giovane Clara aveva ragione, sotto un certo punto di vista: c’era davvero un filo che la legava al piccolo principino, ce n’era più di uno in effetti, ma non erano i fili del destino quanto più fili di marionette.
 


 
*




Lo sguardo ardente di Ares non l’aveva lasciato neanche per un momento, intenso e penetrante come se lo ricordava da una vita passate, ma Nathan aveva avuto ragione da vendere quando aveva pensato di non aver mai visto suo padre così calmo, così tranquillo.
Nathan lo ricordava apparire nei suoi sogni, stentoreo e imponente, che lo fissava con la fermezza e l’orgoglio che solo il Dio della Guerra poteva emanare. Ricordava la sua voce profonda e rombante dirgli cosa si aspettava da lui, cosa avrebbe dovuto fare, quale sarebbe stata la missione successiva, dove doveva andare, chi doveva affrontare. Ricordava il momento che aveva ricevuto la sua benedizione la prima volta e anche la seconda.
Un comandante, un generale, un guerriero, un re.
Davanti a lui, però, c’era un essere rilassato, quasi… umano. Per la prima volta Ares gli parve un padre di famiglia, appena tornato dal lavoro, che si vede suo malgrado costretto a parlare con il figlio perché, a detta della moglie, doveva decisamente fargli un discorsetto da uomo a uomo.
Era destabilizzante.
Lo osservò avanzare nella sala, poggiare l’elmo su di un mobile che, onestamente, Nathan non ricordava se fosse stato presente anche prima o se fosse apparso in quel momento, come quella che sembrava a tutti gli effetti una sedia da campeggio.
Il dio gli fece un cenno vago con la mano.
 
«Che tu ci creda o no, con l’armatura addosso questa è la seduta più comoda.» spiegò con tono neutro, neanche stessero discutendo del tempo. Un altro cenno ed una seconda sedia apparve davanti all’altra.
«Su, tirati in piedi e siediti qui, abbiamo di che parlare ed è tutto il dannato giorno che non faccio altro che correre da una parte all’altra. C’è un limite a quanto un dio possa dividersi e la mia unica consolazione ora è sapere che c’è chi è messo peggio di me. Ermes ne sta uscendo pazzo, Apollo ha risolto non presentandosi a nessuno e Afrodite ha avuto la brillante idea di farsi dare una stazione di controllo da quel cretino di mio fratello. Sempre la più sveglia.» concluse con un sorriso appena accennato.
Nathan batté le palpebre assolutamente confuso da quel leggero colloquiare e si riscosse solo quando il padre alzò un sopracciglio, prendendo un’espressione molto più simile a quella che il soldato ricordava d’avergli visto in passato.
Si sbrigò ad alzarsi e ondeggiò leggermente, instabile e ancora stordito da quei continui cambi di pressione.
«Che cazzo è successo?» riuscì a farfugliare allungando una mano per poggiarla su uno dei braccioli della sedia e sorreggersi.
Ares si strinse nelle spalle. «Eracle ha cercato di strangolarti, mi pareva abbastanza chiaro, non dirmi che la mancanza d’ossigeno ti ha danneggiato il cervello, ancora non ce l’hai, non farti venire strane idee e dolori inesistenti.»
Nathan lo guardò esterrefatto. «Non ce l’ho ancora
Il dio strinse le labbra. «Non davvero? Onestamente ragazzo, me l’hanno spiegato in che proporzione e a che velocità avreste riacquistato la vostra forma corporea, ma non me ne poteva fregar di meno e ho smesso di ascoltare, mi sono fermato al “e per all’ora riavranno già tutti il loro sangue”, mi è bastato, sai che noia i combattimenti senza neanche un po’ di spargimento di sangue?»
Il semidio si passò la mano libera sul volto. «Non sta succedendo davvero.» mormorò tra sé e sé, sperando vivamente che fosse tutto un sogno, che fosse magari la sua dannatissima prova e che per vincere ne sarebbe solo dovuto uscire sano e mentalmente stabile.
«No, ragazzino, non è la tua prova questa. Ma guarda te, Afrodite mi dice sempre che non ci parlo abbastanza con voi, che dovrei discutere di altro e non sempre di guerra e di lotte e di combattimenti, io ci provo e questa è la reazione che mi becco.» incrociò le braccia al petto e scosse la testa. «E ti vuoi sedere per l’Olimpo? Stai ondeggiando come un dannato pendolo, mi stai facendo venire il mal di mare.»
Nathan lo guardò preso in contropiede, sposandosi lentamente fino a sedersi sulla sedia da campeggio.
«Tu puoi… avere il mal di mare?» domandò onestamente curioso.
Ares fece un verso infastidito. «Non sai che dito al culo è Poseidone quando ci si mette. Si lamenta sempre di Zeus, che non ha senso dell’umorismo, così come Ade, ma la verità è che sono tutti fratelli. Letteralmente, ce ne fosse uno tra quei sei che abbia un minimo di senso dell’umorismo, Apollo ed Ermes potevano solo che essere figli illegittimi, io mi sono beccato il black humor ed Efesto è caduto da piccolo, quindi non vale. Ma non è di questo che dovremmo parlare.» disse poi più seriamente.
«Non di quanto gli Dei siano simpatici, no, decisamente no.»
«Dioniso anche è simpatico, soprattutto se beve. In effetti anche mamma è abbastanza divertente se beve, e Demetra anche. Non Ade, a lui prende la sbornia triste…» continuò però il dio pensieroso, del tutto lontano dal vero scopo di quella conversazione.
Nathan si mosse inquieto sulla sedia, aveva la sensazione di sta perdendo tempo, che suo padre stesse parlando della qualunque solo per poi tornare ad essere lo stesso Dio della Guerra altero e iracondo che gli uomini avevano sempre conosciuto e cancellarlo dalla faccia della terra per aver perso la sfida precedente.
Forse i suoi pensieri erano troppo rumorosi, o forse l’ansia era palese sul suo volto, nei suoi movimenti rigidi, ma Ares si bloccò, osservandolo con attenzione.
 
«Ti sei fatto fare il culo da Mirina.» disse semplicemente.
Nathan annuì, non c’era alcun motivo per negare l’ovvio. «Era un’avversaria molto forte, lo è stata più di me.»
«Certo che lo è più di te, è una guerriera amazzone, è morta in guerra, ha ricevuto la mia benedizione più volte di quanto non sia successo alla tua intera cabina. Non avevi possibilità di sconfiggerla da solo, anche per questo la mia protezione non ha funzionato come sempre. Dovevi solo dimostrarle di essere un valido combattente, degno del suo rispetto.» il dio si sporse in avanti, poggiando i gomiti sulle ginocchia, il mento sulle mani intrecciate, tenendo lo sguardo di fuoco fisso in quello azzurro del figlio. «Perché non l’hai fatto?» chiese solo.
L’americano cercò di mettersi il più dritto possibile, di avere una postura militare, sicura di sé.
Non si sarebbe mai aspettato che fosse questa la sua prova, discutere le motivazioni della sua sconfitta con suo padre neanche fosse il suo superiore a cui dover far rapporto, ma si rese presto conto che era invece proprio quella la situazione in cui si trovava e che suo padre voleva spiegazioni.
 
Non scuse. Non vuole che accampi scuse su come non sia stata colpa mia, come fossero presenti altri fattori. Vuole la verità, vuole che mi prenda le responsabilità delle mie azioni, senza abbassare la testa, pronto alle conseguenze.
 
E questo avrebbe fatto, si disse prendendo un respiro profondo e sforzandosi di guardare la divinità negli occhi.

«Mi sono lascito distrarre dalla situazione. Ho avuto la presunzione di essere l’unico della mia squadra sufficientemente forte da poter affrontare una guardia da solo, che il mio compito fosse quello di proteggere i miei compagni e basta. Credevo che il mio allentamento al Campo e nei Marines mi avrebbe automaticamente classificato come il miglior combattente e quando mi sono trovato ad affrontare la mia sfidante non sono stato in grado di mantenere la concentrazione.»
«Vuoi dirmi che se non avessi altri pensieri per la testa potresti sconfiggere Mirina?» domandò impassibile.
Nathan deglutì.
 
Onestà, devo solo essere onesto e affrontare qualunque conseguenza senza ritrarmi.
 
«Non posso dirlo con certezza, no. Se dovessi affrontarla di nuovo ed essere completamente e unicamente concentrato sul nostro incontro sicuramente riuscirei ad infilare più colpi di quanto non abbia fatto nella scorsa prova, sarei anche sicuramente in grado di schivare e parare più colpi. Ma non posso affermare che la sconfiggerei per certo. Non ripeterò due volte il mio errore, non peccherò di superbia ancora una volta.»
A quell’ultima frase Ares ghignò. «Certo che lo farai, certo che peccherai ancora di superbia, è il tuo difetto fatale, ragazzo, è il difetto fatale di tanti di voi, specie figli miei e di Atena, la superbia l’avete ereditata da noi assieme a molti doni incredibili, peccato che non abbiate anche la nostra immortalità ed il nostro potere.» fece scrocchiare il collo e si ritirò dritto, poggiandosi allo schienale.
«Ma posso crederti quando dici che non farai più un errore del genere quando affronterai la tua prossima sfida.» acconsentì annuendo placido. «Altro da aggiungere?»
Nathan ci pensò, indeciso se parlare ancora o meno, ma alla fine non riuscì a trattenersi.
«Sono stato messo fuori combattimento da un colpo alla nuca, però. Era un colpo infame, alle spalle.» precisò borbottando.
Ares rise divertito. «Sì, Roger lo fa, quando si rompe le palle di una situazione la chiude nel modo più semplice e veloce, qualunque questo sia. Ma nel tuo caso-» aggiunse con lentezza, «nel tuo caso ti ha fatto un favore, o per meglio dire l’ha fatto ad un caro amico.»
A quelle parole Nathan riportò lo sguardo sul padre, accigliato. Ares annuì ancora, alzando lo sguardo al soffitto e sospirando, come se stesse pensando a tutt’altro in quel momento.
«Come avrai capito, non c’è nessuno della tua famiglia da farti incontrare.» disse poi completamente estemporaneo, cambiando discorso.
«No, un momento, cosa vuol dire-»
«Prima il lavoro, poi se rimane tempo parleremo anche d’altro.» tagliò corto il dio. «Non c’è nessuno della tua famiglia da farti incontrare, solo quel deficiente era libero, pensavo sarebbe stato divertente, ma l’Olimpo non voglia che per una volta la progenie di mio padre faccia il suo cazzo di dovere senza far danni.» guardò il figlio alzando un sopracciglio. «Sì, io e i miei fratelli siamo inclusi, non so che idea di merda abbiate di me ma sono piuttosto realistico e obbiettivo, in realtà.»
Nathan si ritrovò per l’ennesima volta impreparato alle parole del dio. «Io non-»
«Sì, sì, non l’hai mai pensato, non è questo il punto soldato. Sai che tua madre e tua moglie sono rinate, i tuoi commilitoni, mi spiace dirtelo, ma tra coloro che sono morti, chi ha partecipato alla Death Race non è più qui, non aveva speranze contro i semidei e non ti servo certo io per dirti che ogni sfida ha puntato sempre più a lasciare in gara solo voi.»
Si fermò un attimo ad osservarlo e Nathan annuì, portandosi inconsciamente la mano al collo e massaggiando la pelle ancora dolorante.
«Hai parlato anche con Chirone.» continuò lui.
«Pensavo fosse immortale…» disse piano il semidio.
«Lo era, finché non ha deciso di andare in pensione. La pensione è la morte dell’anima, per tanti versi, per lui lo è stato letteralmente. In ogni caso, questo risponde alla tua domanda più importante, non credi?»
Nathan si accigliò. «La- Chirone in pensione?»
«No, deficiente.» lo guardò male il dio. «Il fatto che non ci sia nessun altro che può parlarti.»
La divinità lasciò che quell’informazione si facesse spazio nella mente del figlio, osservandolo con attenzione e anche un pizzico di impazienza.
L’attesa venne però ripagata quando un lampo di consapevolezza balenò negli occhi del semidio.
Non c’era nessuno della sua famiglia e dei suoi commilitoni che potesse venire a convincerlo a lasciare la gara. Non sua madre e Lucy, entrambe rinate, non i suoi compagni caduti, scomparsi perché solo povere anime mortali in una sfida fatta per gli immortali. Le anime dei suoi cari erano finite, questo poteva solo dire una cosa.
 
«Olivia è ancora viva.» mormorò.
Ares non si mosse, alzò a mala pena un sopracciglio, come a volergli dire che c’aveva messo anche troppo, ma la mente di Nathan era tornata ad essere uno schermo statico, pieno di neve e null’altro, il beep continuo della rete interrotta, il suono sfrigolante del canale saltato.
Il suo cervello si spense in un blackout immediato e definitivo.
Olivia non poteva apparirgli nel Tempio di Ares perché non era mai stata nelle lande dell’Ade. Non era morta, era ancora sulla terra, la profezia non si era avverata.
«Per ora.» ci tenne però a puntualizzare il dio.
«Come?» riuscì a mala pena a chiedere Nathan, battendo le palpebre perso.
«La profezia non si è ancora avvera, per ora. Sai cosa diceva? Sai quali sono i requisiti per cui non si avveri?»
Il soldato scosse lentamente in capo, a corto di parole, di voce, incapace di comprendere.
Era viva, la sua Olivia era viva. La sua bambina, la sua piccola principessa, quell’esserino minuto che strillava come un jingle natalizio ogni volta che lo vedeva.
La profezia che riguardava sua figlia non si era ancora avverata-
 
 Per il momento.
 
Ares sospirò, come se lo scocciasse dover parlare anche di questo, quando aveva sperato che quel cretino di suo figlio si fosse sforzato, nella totalità della sua morte, di reperire più informazioni possibili.
Evidentemente però non era stato così, e mentre parlava con pacatezza, scandendo bene ogni parola, assicurandosi che lo sguardo vacuo del giovane uomo rimanesse focalizzato su di lui, Ares si domandò per quale diavolo di motivo gli stava dando quell’informazione, perché stava seriamente rischiando che uno dei suoi figli spostasse completamente il proprio focus dalla gara alla sua vita personale, su di una missione diametralmente diversa. 
Ma in verità Ares sapeva perché lo stava facendo, perché stava depennando uno dei suoi figli – l’ennesimo probabilmente ­– dalla lista dei possibili vincitori.
 
Perché nessuno di loro vincerà. Un’anima tornerà in vita, tornerà sulla terra per continuare il suo percorso lì dove l’aveva interrotto, ma che io sia dannato se quel folle permetterà che sia qualcuno morto così tanti anni fa a farlo. No, il semidio che riavrà indietro la vita sarà qualcuno che l’ha abbandonata da poco, la domanda è quindi cosa ne farà di tutti voi altri.
 
Ares sapeva anche che il suo amico avrebbe rispettato la promessa fatta, non ne aveva dubbio alcuno, ma sapeva anche che il vero premio non era quello che una povera anima a caso si sarebbe riguadagnato. C’erano moltissimi problemi, tante regole non scritte che dovevano essere infrante per riuscire a realizzare il grande piano della Death Race e sebbene gli Dei tutti fossero rimasti complessivamente soddisfatti dalle premesse, tanto da sorvolare sui tecnicismi, Ares si era reso conto ben presto che il prezzo che l’Olimpo avrebbe dovuto pagare sarebbe stato servito loro in futuro, dopo che il loro mortale avrebbe fatto quel che voleva fare, gettando via ciò che non gli sarebbe più servito in seguito.
Il dio fece roteare le spalle, osservando il giovane davanti a lui senza aspettarsi una risposta, aspettando solo che arrivasse alla conclusione più ovvia.
 
Lentamente, maledettamente piano. Perché tutti i miei figli devono essere così lenti se non c’è un po’ di sana violenza nel mix?
 
Non l’avrebbe certo ammesso davanti ad Atena però, col cavolo che quella vecchia strega avrebbe avuto la soddisfazione di sapere che la pensavano allo stesso modo.
 
«In ogni caso.» riprese a parlare, vagamente annoiato da quella situazione – e dire che non vedeva l’ora di sedersi cinque minuti per riprendere fiato. «Non ti dirò di mollare la gara, perché nessuno dei miei figli può farlo. Sei un soldato, Nathan, combatterai fino alla fine, qualunque sia questa. Perciò, se vuoi dirmi che ti ritiri, beh, la mia risposta è semplice: col cazzo che lo farai. Continuerai ad affrontare ogni singola prova e le supererai tutte, sino ad arrivare al podio.»
A quelle parole Nathan sembrò riscuotersi. «Nike- La divina Nike ha detto alla mia compagna che questa è l’unica gara in cui accetterà un argento, perché sarà la posizione più alta a cui potrà arrivare…» disse lasciando la frase in sospeso.
Il dio annuì. «Ci sono cose più grandi di voi, meccanismi, giochi, obiettivi più grandi del vostro. Ma Nike è la solita acida competitiva che rimanda tutto solo alla vittoria o alla sconfitta. C’è ancora un oro per voi, per uno di voi, le premesse che vi sono state fatte ad inizio gara non verranno deluse, ma rimane il fatto che c’è qualcuno che ne guadagnerà più di quanto non farà il vincitore. Vedila così: voi anime potete ambire all’oro, ad altri andrà una corona di platino e diamanti. E poi-» continuò con leggerezza, «in ogni caso, il vostro premio sarà comunque effimero, probabilmente è anche per quello che Nike se la sta prendendo così male.»
«Che vuol dire?» chiese Nathan più attento.
Ares si strinse nelle spalle. «Qualcuno tornerà a vivere la propria vita dall’esatto momento in cui l’aveva interrotta, certo, ma qualunque sia il modo in cui deciderà di proseguire, qualunque cosa deciderà di fare, rimarrà comunque mortale e prima o poi, morirà di nuovo.
Se la vedi così, non è poi una così grande vittoria, non pensi?»
«Ma avrà tempo, una nuova vita per- vivere.» ribatté il giovane.
«Siete semidei, Nathan. Non ci sono altre anime che supereranno questa prova, neanche gli eroi completamente mortali, neanche i nostri servitori più potenti. Non lo capisci, ragazzino? Il vostro premio è di consolazione, tornerete a camminare sulla superficie ma esser morti già una volta non vi darà nessun nuovo potere, sarete comunque mezzosangue, verrete comunque ritracciati e attaccati dai mostri, dovrete comunque ricercare l’aiuto dei Campi. Forse qualcuno di voi vivrà per un paio d’anni, ma la spanna di vita di un semidio è breve, tu sei già troppo grande per gli standard.» gli lanciò uno sguardo di sfida. «Tra tutti i tuoi compagni, credi che qualcuno potrebbe sopravvivere da solo?»
Nathan serrò la mascella. «Sono persone ingamba, se la saprebbero cavare. Eliza è un soldato, sa combattere e Cade anche sa come difendersi, come sopravvivere. Jane sta imparando ad utilizzare al meglio i suoi poteri, è un processo lento, ma sa fare già più di quanto non sapesse fare ad inizio gara. Lea è una guaritrice e Jonas-»
«Tutte belle parole, ma ne sei convinto?»
A quella domanda, Nathan tacque.
Ares ghignò. «La figlia di Nike e il figlio di Eolo possono difendersi, sì, ma possono integrarsi? La figlia di Ecate non vuole davvero vivere, vuole solo vendicarsi. La figlia di Apollo non sa neanche lei cosa farebbe una volta rinata e il figlio di Pothos- beh, il ragazzino non credo abbia possibilità di vincere, a meno che non vi immoliate voi per lui.»
Era vero, era tutto dolorosamente vero ma Nathan non voleva pensarci, non voleva ammetterlo, non voleva neanche contemplare l’ipotesi, provare ad immaginarsi come sarebbero vissuti i suoi amici nell’epoca moderna.
 
Moderna anche per me, sono almeno cinquant’anni che sono morto, a sentire il quel ragazzino amico di-

 
Cicno.


«Il Crudele.» disse solo il dio.
Nathan lo guardò con cautela, cercando di scorgere sul viso del padre una qualunque emozione, un qualsiasi segno di approvazione o disapprovazione. Ma quello scosse il capo.
«Oh, non guardarmi così, non sarà stato un soldato, ma ha piegato al suo volere uomini di grande forza, coraggio e onore. Non si è mai direttamente sporcato le mani, non del loro sangue per lo meno, e la sua morte ha dato la vita ad uno degli animali preferiti di Afrodite.
Per di più è un sadico, non puoi aspettarti che non mi stia simpatico.» concluse con semplicità. «Detto ciò – continuò serio – lui è per certo quello che potrebbe sconfiggervi tutti. La vostra unica fortuna è che suo padre non ha alcun interesse nel vederlo vincere.»
«Cicno non accetterebbe comunque nessun aiuto da lui.» mormorò Nathan.
Ares annuì. «Ci scommetto, se sai la sua storia capirai perfettamente perché. In ogni caso, solo perché Apollo non vuole che lui vinca, non vuol dire che voglia lo stesso per gli altri suoi figli. Alla fine dei giochi, mentre l’ultima anima rimasta sarà rispedita tra i mortali, vivrà quel poco che riuscirà a vivere e poi morirà di nuovo, dimenticata da tutti, l’unico ricordo che rimarrà di questa gara sarà l’orgoglio e la soddisfazione del genitore divino di quel poveraccio.
Tutti vogliono vincere, ma sono davvero pochi gli Dei così magnanimi da permettere ai propri figli di scegliere il proprio destino e si trovano tutti fuori dal cerchio di quella piazza.» concluse indicando con un cenno vago verso le sue spalle.
Nathan deglutì, aveva capito bene cosa gli aveva appena detto indirettamente suo padre? Non ne era convintissimo, Ares saltava da un discorso all’altro con una logica che evidentemente il dio vedeva chiaramente ma che al figlio sembrava farraginosa.
Gli aveva dato moltissime informazioni: aveva confermato le parole di Nike sul fatto che vi fosse un altro concorrente, che non ambisse al loro stesso premio ma a qualcosa di ancora più grande. Gli aveva detto anche che chiunque avrebbe vinto sarebbe probabilmente morto nuovamente molto presto.
 
A meno che non si mette al servizio del suo genitore divino. Perché gli Dei raramente concedono alla propria progenie di vivere in pace.
 
O almeno gli Dei che sedevano nella Sala del Consiglio non l’avrebbero permesso ai loro figli, ma coloro che dimoravano fuori da quella cerchia avrebbero potuto mostrarsi più magnanimi.
 
Come Pothos. Che abbia cercato di dirmi che se dovesse vincere Jonas suo padre sarebbe così magnanimo da aiutarlo? Da salvarlo dai mostri che popolano la terra?

Probabilmente solo il Dio del rimpianto sarebbe stato così gentile, dubitava fortemente che Ecate avrebbe concesso la stessa gentilezza a Jane, però Nike avrebbe potuto prendere Eliza come sua combattente, mentre per quanto riguardava Cade… no, Eolo non avrebbe assolutamente mosso un dito per lui. Per Lea forse Apollo avrebbe potuto far qualcosa ma per Cicno...
 
Cicno si taglierebbe un braccio, magari anche l’altro, pur di non farsi aiutare da suo padre. Morirebbe di nuovo quel coglione.
Che avessero vinto o perso, in ogni caso, sembrava che avrebbero comunque rischiato qualcosa, perso ancora di più.
E tutto per una medaglia d’argento.
 
Oro. Una medaglia d’oro. Contro una di platino e diamanti.
 
«Chi è l’essere che mi ha salvato? È un nuovo dio? È- è forse l’altro giocatore?» chiese costringendosi a sostenere lo sguardo di suo padre.
Quell’essere aveva un’aura di puro potere che lo avvolgeva, potere e terrore. Aveva affrontato Eracle senza batter ciglio, l’aveva insultato ed umiliato, l’aveva minacciato e non aveva minimamente badato alle parole del dio, alla possibilità che Zeus potesse punirlo per le sue azioni contro il grande eroe.
 
Se n’è sbattuto il cazzo, non aveva paura, anzi, gli ha detto che voleva vedere cosa avrebbe potuto fargli Zeus.
Il dannato padre degli Dei. Quell’essere non ha paura del dannato re dei re, di colui che ha sconfitto Crono.
Chi diavolo è?

 
Il Dio della Guerra si lasciò sfuggire un ghignetto divertito ed una mezza risata trattenuta.
«Qualcuno di davvero potente, che ti consiglio di non metterti contro o anche solo di non andargli sul cazzo.»
«Non aveva paura di Zeus.» insistette il soldato.
A quello Ares rise apertamente. «Vecchio bastardo! Certo che no, quel deficiente non ha più senso di preservazione e quando non hai più nulla da perdere non c’è nulla che possa farti paura.» disse battendosi le mani sulle gambe, assolutamente deliziato da quell’immagine.
«Bene, sei stato qui a poltrire anche per troppo tempo, ragazzino, è ora che ti togli dalle palle e torni ad affrontare le tue prove.» concluse definitivo.
La sedia di Nathan scomparve prima ancora che il soldato potesse pensare d’alzarsi, trovandosi di punto in bianco a terra.
«Aspet- padre! Quindi chi è? E poi, la mia prova? È tutto qui? Non devo fare nulla di più? L’amazzone-» parlò freneticamente, rialzandosi in piedi ancora traballante.
Ares dismise tutte le sue domande con un cenno della mano.
«Sì, tutto qui, mi sono rotto il cazzo, è vero che ho corso da uno all’altro di voi tutto il tempo e che volevo riposarmi un po’, ma da chi credi che l’abbiate preso l’iperattivismo? È difficile stare fermi per troppo tempo quando hai tutto questo potere dentro, mi sta venendo un tic nervoso a starmene qui seduto. Che mi hai chiesto? Ah, sì, la prova è tutta qui, molla e ti vengo ad ammazzare personalmente e non sarà bello, quella raffica di mitra in quella catapecchia ti sembrerà una giornata alla spa. No- prima che me lo chiedi, non vado alla spa, anche se Afrodite insiste dicendomi che mi servirebbe, che sembro stressato. Che poi, vorrei sapere che cazzo si aspetta la gente da me, voi umani non fare altro che litigare in continuazione, quando mi rilasso secondo voi? Mai, ecco quando, non che mi dispiaccia poi vedervi litigare, siete divertenti. Che altro hai detto?» gli domandò alzandosi e riprendendosi l’elmo.
Nathan lo guardò allibito. «La- la prova scorsa?» provò confuso.
Ares annuì secco. «Sì, Mirina che ti ha fatto potentemente il culo perché sei una mezza calzetta e hai anche avuto la faccia tosta di farti venire le fisime mentali mentre combattevi, una mossa da coglioni, ma so che lo sai. Vediamo, non ho tempo di farti ricombattere con lei, soprattutto perché ti riempirebbe di nuovo di botte e non ci sarebbe Roger a salvarti, quindi facciamo così.»
Il dio si avvicinò con sicurezza ed un ché di sbrigativo verso il figlio e, veloce e preciso, gli assestò una schicchera al centro della fronte.
«Ahio, cazzo!» fece il soldato chiudendo gli occhi e portandosi una mano alla fronte.
Ares grugnì soddisfatto, un suono incredibilmente simile a quelli che Nathan anche faceva di tanto in tanto, ecco da chi l’aveva ripreso.
«Ti ci sta bene, dovrei dartene di più vista la figura di merda che hai fatto.»
«Preferivo combattere.» bofonchiò l’altro.
«Oh, avrai tempo per farlo, tranquillo. E visto che ti sei dimostrato un pivello alle prime armi, lo farai senza la mia benedizione. Me la sono ripresa.»
A quelle parole Nathan sgranò gli occhi, guardando il padre scioccato.
«COSA?»
«Non fare quella faccia sorpresa, questa è la conseguenza delle tue azioni, la mia benedizione è solo per chi se la merita. Quindi ora vedi che devi fare, ti ho dato più informazioni di quante non ne abbia tante a tanti altri tuoi fratelli, come minimo devi arrivare fino alla finale, anche se non vincerai, non sono come Nike io, mi basta che ti faccia onore. Visto? E poi dicono che sono uno stronzo.» ricominciò a parlottare tra sé e sé, lasciando Nathan sempre più esterrefatto a fissarlo.
Era vero, gli aveva detto tantissime cose, alcune più personali, pensò cupamente, altre riguardanti la gara.
 
Ma non ha risposto proprio a tutte le mie domande.
 
«Padre, quell’essere er-»
Ares lo interruppe subito. «Sì, quello è il vincitore finale.»
«Perché mi ha salvato allora? Che cosa vuole?» tentò disperatamente di ottenere altre risposte.
«Chi è non ti deve interessare, così come ciò che vuole.»
«Con tutto il rispetto, se gareggia anche lui, dovrei sapere contro chi sto combattendo e qual è la posta in gioco.» disse con tutta la fermezza di cui era capace.
Il dio alzò un sopracciglio, pensoso. «Non gareggia contro di te, è una gara parallela la sua, il suo premio è diverso dal vostro e non posso dirti cos’è non solo perché non ti riguarda ma anche perché neanche io ho ancora capito bene cosa voglia.»
Nathan lo guardò stupito, un dio che non sapeva cosa volesse un altro essere?


Vuol dire che o è una divinità o un essere mitologico, qualcuno con un grande potere o sotto l’ala di qualcuno ancora più grande degli Dei stessi.
 
Il tempo di quel pensiero bastò ad Ares per riscuotersi e poggiare una mano sulla spalla del figlio.
 
«Adesso basta con le domande e vattene fuori di qui, i tuoi compagni ti stanno aspettando e la prossima prova sarà un dito al culo come il dio che l’ha progettata.»
Con presa salda lo fece girare su sé stesso e iniziò a spingerlo verso l’uscita.
«Vedi di non imbarazzarmi di nuovo, ascolta la soldatessa che la maggior parte delle volte ha idee sufficientemente buone per tenervi tutti in vita. Tieni la strega, il ladruncolo, il moccioso e anche il Crudele lontano dall’acqua e se vi dice di fare qualcosa, anche se vi sembra insensato, fatelo.»
«Chi? Ci dice di fare cosa a chi?» chiese Nathan cercando di impuntare inutilmente i piedi e di voltare il capo per guardare in viso suo padre.
«Il Crudele, di chi cazzo pensi che stia parlando? Del muro? Almeno ascolta quando parlo, ragazzino.» rispose dandogli uno scappellotto dietro la nuca.
Nathan incassò la testa tra le spalle, innervosito. «E che cazzo ne so io, ahio! La smetti di picchiarmi?» abbaiò senza neanche pensare più al fatto che quello a cui stava rispondendo male fosse il suo divin genitore.
«Ringrazia l’Olimpo che non ti faccio di peggio e ora, fuori dalle palle, vedi di fare bella figura sta volta e impara ad ascoltare la gente quando ti parla!»
 
E con quell’ultimo ammonimento lo spinse oltre la soglia della stanza 822 senza neanche un commiato decente.
Nathan inciampicò nei suoi stessi passi, caracollando quasi a terra per l’ennesima volta da quando era entrato nel tempio di suo padre, se non fosse che invece del pavimento andò a scontrarsi contro un muro. No, non un muro, una porta.
La fredda lastra di metallo su cui aveva poggiato le mani si aprì immediatamente ed il soldato dovette riacquistare l’equilibrio in fretta, maledicendo quel vago senso di debolezza e confusione che ancora attanagliavano il suo corpo. Socchiuse gli occhi ad un improvviso aumento di luminosità, allungando una mano per poggiarsi di nuovo alla porta ora aperta.
Che diavolo era successo? Era finito nella stanza davanti alla sua? O forse era tornato nell’arena dove Chirone osservava eroi provenienti da ogni parte del mondo allenarsi? Il chiacchiericcio era abbastanza forte ma non sentiva il clangore del metallo, delle spade e degli scudi, il fischio delle frecce, i tonfi delle mazze.


Dove cazzo mi ha spedito?
 
C’era troppa luce, eppure non poteva aver lasciato l’inferno, e cos’era quel dannato sibilo che aveva nelle orecchie? Gli sembrava lo stesso che aveva provato per colpa di quell’essere, del vincitore.
Si mosse a tentoni, portandosi la mano libera all’orecchio, stringendo le palpebre il più possibile nel tentativo di scuotere via quella sensazione fastidiosa, quel senso di vertigine che si stava facendo sempre più prepotente quando solo poco prima credeva stesse per svanire del tutto.
Non era così che si era immaginato la sua prova, non era così che si era immaginato di uscire dal Tempio di Ares e, come a volersi ulteriormente far beffa di lui, il suo cervello gli ripropose l’immagine della giovane cubana che l’aveva salutato con quel sorrisetto fastidioso prima dell’inizio della prova.
 
“Hasta la victoria siempre”
 
Qualcuno si stava facendo delle grasse risate alle sue spalle, ne era sicuro, forse proprio quell’uomo in nero, forse suo padre o quel figlio di puttana di Eracle, che ora poteva accanirsi su di lui, una volta fuori dal regno di Ares.
Si costrinse a fare un passo avanti, non voleva rimanere sulla soglia della porta, non voleva che la gente lo vedesse così, fermo impalato, stordito, non voleva che un suo fratello gli passasse vicino deridendolo o provando pena per lui, per il suo stato.
Riuscì a fare a mala pena due passi prima che un braccio forte gli si stringesse attorno alla vita, tirandolo su di peso e costringendolo a passare il proprio braccio attorno alle spalle di qualcuno.
Qualcuno con una presa salda, sicura. Qualcuno più alto di lui.
 
«Pressione. Un essere divino per certo, mi ha letteralmente schiacciato contro la parete solo con la sua presenza.» riuscì a farfugliare prima che la nausea gli chiudesse lo stomaco, abbandonandosi completamente contro l’altro corpo, sicuro che l’avrebbe sostenuto senza problemi.
«Hai anche dei segni rossi attorno al collo. Ti ha strangolato?» gli venne chiesto.
Nathan storse il naso. «Non lui, mio nonno- il padre di mia madre, Eracle.» rispose ingoiano il sapore di bile che gli stava risalendo la gola.
Il braccio attorno alla sua vita ebbe un leggero fremito, ma rimase stabile.
Il biondo tirò su la testa, reclinandola all’indietro per poi girarla e poggiare la fronte contro la spalla dell’altro.
«Gli ho dato un pugno in faccia, a quel figlio di puttana. Avrei voluto fare di più.» ammise a bassa voce.
Sentì il compagno tirarlo di più verso di sé, prima di aiutarlo a scendere i gradini in silenzio, senza dar l’impressione di voler rispondere, lasciando che le voci preoccupate degli altri lo raggiungessero prima che altre mani lo afferrassero e lo costringessero a sedere sull’ultimo gradino.
 
«Cos’ha?» chiese perentoria Eliza.
Lea si chinò vicino a Nathan, posandogli una mano sulla fronte e poi una sulla guancia, sollevandogli il volto. «È pallido e ha dei lividi sul collo.»
«Lo hanno strangolato… chi cazzo ti ha strangolato?» domandò rabbioso Cade stringendogli una spalla, un po’ per sostenerlo, un po’ per scuoterlo.
«Cazzo… è per questo che sta così? Gli è mancato l’ossigeno al cervello per troppo tempo? Ma a noi fa effetto?» continuò la voce concitata di Jonas, da qualche parte alla sinistra del soldato.
Qualcosa lo sfiorò sulla schiena e Nathan si lasciò andare all’indietro, ritrovandosi ancora ad appoggiarsi completamente a Cicno.
 
«Eracle.» rispose con voce rauca, provando ad aprire lentamente gli occhi.
I primi che incontrò furono quelli verdi e cupi di Eliza, che lo fissava con espressione grave, le labbra serrate in una linea piatta e fina, tirate. 
«È stata questa la tua prova? Combattere contro di lui?»
«No, ma è uno stronzo e mi ha fatto rodere il culo.» ammise senza vergogna.
«Ti prego, dimmi che non gli hai risposto male e che lui non ti ha strangolato per questo. E non voglio sentire storie, ti fai curare stavolta.» lo ammonì Lea preoccupata.
«Gli ho dato un pungo, gli ho rotto il naso, credo.»
«Cosa!?» gracchiò la figlia di Apollo sconvolta.
«Dio, abbassa la voce, strepiti come una cornacchia. Il soldatino non è un completo idiota, se l’ha colpito avrà avuto le sue buone ragioni.» sbottò Jane, ferma a braccia incrociate vicino ad un ansioso Jonas.
«Avrà avuto anche le sue ragioni, ma ha preso a pugni l’eroe più famoso della storia mitologica, non ha fatto una cosa intelligentissima.» fece il giovane rigirandosi tra le dita il legaccio che aveva al polso.
Cade fece una smorfia. «Spero avesse come minimo insultato tua madre.»
Anche Nathan fece una smorfia, sposando lentamente la mano dal proprio grembo fino a terra, cercando di prendere alla cieca la gamba del pantalone di Cicno.
«Non proprio, ma ha comunque detto un botto di puttanate.»
Quel gesto non sfuggì all’attenzione di Eliza che fece scattare subito lo sguardo sul greco, fermo in silenzio a sostenere il compagno, le braccia incrociate al petto ed il capo voltato a sinistra, lontano da loro, fuggendo gli occhi indagatori della figlia di Nike.
«Così hai pensato bene di colpirlo? Che diavolo ti è saltato in mente, quello è un dio!» lo rimproverò ancora Lea.
«Credimi, se fossi stata lì avresti cercato di colpirlo anche te.» sibilò Nathan guardandola male.
«Certo! Diamo sfogo ai nostri istinti più bassi! Guarda come ti ha ridotto!»
«Non è stato lui.»
«Non ti ha strangolato lui?» domandò confuso Cade.
«Sì, lui mi ha strangolato, o meglio c’ha provato. Ma poi-» si fermò, guardando i suoi compagni incerto sul come sganciare una bomba del genere.
 
Come un cerotto, uno strappo solo.
 
«Poi è arrivato un uomo, sulla quarantina, moro, vestito di nero…» iniziò lentamente, lasciando che la consapevolezza e lo stupore si facessero spazio sui loro volti.
«L’uomo in nero?» chiese dubbiosa Jane.
Nathan annuì. «Non è davvero un uomo, è un essere divino per certo, potrebbe persino essere un dio. È arrivato dal nulla ed Eracle, un figlio di Zeus, se l’è letteralmente fatta sotto. Era terrorizzato, lo ha minacciato di chiedere l’intervento di suo padre ma a quello non gliene è potuto fregar di meno. Non ha paura degli Dei, non ha paura di Zeus e- e è potente, lo è davvero tanto.» si fermò di nuovo, deglutendo nel tentativo di ricacciare quel sapore acido giù per la gola, nel tentativo di trovare le parole giuste, il coraggio anche, forse, per continuare a parlare. «Eracle mi ha tolto l’aria per un po’, ma ha dovuto attaccarmi fisicamente per farmi del male, mentre l’altro… la sua aura, è bastata la sua aura e mi sono ritrovato schiacciato contro la parete, incapace di muovermi, di sentire, di respirare.»
Chiuse gli occhi e se mi massaggiò con la mano libera.
«Quindi- q-quindi quell’uomo in nero, quello che ci ha sempre aiutato… è un dio? Ne abbiamo la conferma? Pe-pe è dalla nostra parte, ti ha salvato da Eracle. Cazzo, hai combattuto contro Eracle.» ripeté Jonas ancora incredulo, la r che grattava stonata sulla lingua, qualcosa che sembrava scappare al controllo della traduzione magica quando il giovane era troppo agitato o emozionato.
Il soldato deglutì sonoramente, ancora e ancora, facendo scattare sull’attenti Lea, preoccupata che l’amico potesse vomitare. La giovane fece per parlare, per chiedere all’altro quali fossero i suoi sintomi, ma si interruppe non appena scorse un movimento, una mano che si posava sul capo del figlio di Ares, emanando un leggero tepore che sembrò immediatamente rilassarlo.
Lea alzò lo sguardo verso il fratello, dritto e rigido, un braccio ancora avvolto attorno a sé stesso, l’altro proteso per impartire un qualche incanto curativo al loro compagno debilitato.
Aspettarono per una manciata di minuti che Nathan raccogliesse le forze, che la magia di Apollo facesse effetto e quando il giovane chiuse e riaprì gli occhi un paio di volte, sembrò finalmente più lucido, più presente a sé.
«È sicuramente lui e non è contro di noi, anche perché a sentir mio padre anche lui sta gareggiando ma non per il nostro stesso premio.»
«Se sta partecipando alla Death Race allora dev’essere anche lui un’anima, no?» chiese Jane accigliata.
«Non sta gareggiando in quel senso, non sta facendo le nostre stesse prove, ma più probabilmente una missione parallela.» guardò Eliza «Per questo tua madre ti ha detto che non avresti vinto davvero.»
La figlia di Nike annuì. «Un giocatore che gioca un altro gioco, un premio che non è per noi, un vincitore che è molto peggio di un’anima.» ripeté le parole di sua madre.
«Mio padre non mi ha detto molto di più, ha confermato tutto quello che ti ha detto Nike. Ha solo aggiunto che il suo premio sarà decisamente più consistente del nostro.»
 
E che chiunque di noi vincerà sarà comunque un perdente perché la nostra nuova vita sarà breve e quasi sicuramente votata ai capricci del nostro genitore divino.
 
«E delle alleanze a cui ha accennato mia madre?» chiese ancora l’altra.
Nathan le fece cenno di no. «Non mi ha detto nulla, ma se dovessi scommettere, Ares sarà dalla sua parte. Gli sta simpatico, hanno molta confidenza, per questo credo che debba essere un dio.»
Ci fu un lungo momento di silenzio in cui tutti rimasero chiusi dei propri pensieri, meditabondi.
Finché Cade non si schiarì la voce:
 
«Quindi…la tua prova com’è andata? L’hai superata, no?» provò per alleggerire la tensione che si era creata.
Nathan accennò un mezzo sorriso. «Probabilmente la più semplice e banale tra tutte. Anche io ho visto solo mio padre, mi ha fatto una bella lavata di capo, beh, più che altro mi ha insultato perché mi sono fatto fare il culo dall’amazzone, mi ha tolto la sua benedizione e poi mi ha buttato fuori a calci in culo, minacciandomi di farmi valere o sarebbe tornato a darmi il resto.» disse con semplicità.
«Certo, facile proprio, se togliamo un eroe ora divinità che ha provato a strangolarti e un misterioso uomo in nero che lo ha fatto scappare.» borbottò Jonas ironico.
«Ti ha tolto la benedizione?» chiese invece scioccata Lea.
Il soldato annuì ancora. «Ha detto che non me la merito più perché gli ho fatto fare brutta figura e- Ah, cazzo! Ha detto che la prossima prova sarà un dito al culo e che devo tenere te, te, te e anche te – disse indicando Jonas, Lea, Cade e poi tirando il pantalone a Cicno – lontani dall’acqua.» poi fece una smorfia. «Mi ha anche detto che dobbiamo ascoltare Eliza perché i suoi piani hanno qualche probabilità in più di tenerci in vita e di ascoltare anche i suoi, di piani.» concluse tirando per la terza volta la stoffa del vestito del Greco.
Cade batté le palpebre velocemente, abbastanza confuso da tutte quelle parole ma anche positivamente convinto che non gli servisse sapere tutta quella roba.
«Beh, quindi a parte la mezza zuffa e un tipo che ti ha quasi schiacciato solo con la sua presenza, ti sei fatto fare la ramanzina da tuo padre?»
«Se vuoi farla semplice…» gli mormorò Jonas concorde.
«Ehi! Provate voi a farvi insultare dal Dio della Guerra e a spiegargli perché un’altra combattente vi ha fatto malamente il culo!» rispose con più verve il soldato, mostrando come stesse riprendendo completamente le forze e anche il solito caratteraccio.
«È comunque una cosa positiva, se non hai visto l’anima di nessuno dei tuoi cari vuol dire che sono tutti vivi, giusto?» fece notar loro d’improvviso Jane.
A quelle parole Lea si voltò di scatto verso Nathan, gli occhi illuminati da una gioia che forse non avrebbe dovuto provare.
«Vuol dire che Olivia è viva! Nathan! Olivia è ancora viva!» gridò felice scuotendo il compagno.
Ma invece di sorridere, d’esser felice, il soldato si rabbuiò, il ricordo della parole di suo padre ad offuscargli nuovamente la mente.
«Per ora…» mormorò. Si schiarì la voce. «Per ora sì, e farò di tutto perché rimanga così.»
 


 
*




La luce che illuminava la scrivania era calda e gentile, tipica dei pomeriggi d’autunno inoltrato, quando il sole sembrava tramontare sempre più velocemente e lo scorrere del tempo prendeva un ritmo diverso, un qualcosa di letargico che sarebbe andato intensificandosi sino all’inverno.
Eros poggiò il viso sulla mano, lasciando vagare lo sguardo oltre la finestra, sul prato verde, brillante, sull’erba più alta del solito, sui fiori di campo che ondeggiavano alle brezze sempre più fredde.
All’interno della casa si stava bene, la temperatura era piacevolmente tiepida e con il passare dei secoli il dio si era reso conto di quanto apprezzasse indugiare nell’ampia scelta di vestiario mortale. Non avrebbe avuto alcun bisogno di coprirsi, di vestire strati pesanti di tessuto per potersi proteggere dal freddo, era una divinità dopotutto, gli sarebbe bastato così poco per non soffrire i cambi stagionali, eppure, chiuso della sua felpa blu, Eros provava una strana soddisfazione nel constatare d’aver scelto il giusto indumento, che sì, era finalmente giunto il momento di tirar fuori le sue maglie invernali.
Portò distrattamente una mano ai lacci che pendevano dal collo della felpa, giocando sovrappensiero con l’estremità sfilacciata, la mente persa altrove, in decine di ragionamenti diversi, in centinaia di posti lontani, in milioni di cuori frementi. Poteva percepire anche da lì, da quel pacifico e silenzioso angolo di mondo, i mortali affannarsi e correre come formiche sulla superficie terrestre, avvertiva i loro sentimenti, le loro intenzioni ed ogni volta che il suo dominio era tirato in ballo, ogni qual volta l’amore fosse protagonista delle vite di quegli sfortunati esseri.
Ma sebbene normalmente questo sarebbe stato sufficiente per ridestarlo dai suoi pensieri, in quel momento tutta la sua attenzione era concentrata in un punto specifico e ovunque. C’era nebbia nella sua mente, le voci degli umani solo un vago e lontano sottofondo, il suo pensiero principale che perdeva in continuazione focus, sfocandosi come una fotografia fuori fuoco.
C’era qualcosa che gli sfuggiva ed era così evidente, così ingombrante, da non permettergli di mantenere tutta la sua attenzione sull’immagine che stava scrutando, sulla figura che incombeva nei suoi pensieri da fin troppo tempo.
Continuando a giocare con i lacci della felpa voltò il capo alla sua destra, sistemando meglio la gamba che aveva portato al petto, rannicchiandosi sulla sedia imbottita. Poggiò il gomito sul ginocchio, arrotolando e srotolando la fettuccia attorno all’indice, contrasse le labbra in un broncio che sarebbe stato in grado di conquistare qualunque cuore, tranne, forse, chi davanti a lui.
 
«Mi sto perdendo qualcosa.» disse semplicemente, la voce bassa ma sicura.
Dall’altro lato della scrivania, seduto come si deve sulla sua sedia girevole, Gio alzò la testa dalle carte che aveva davanti, dagli schemi e dai diagrammi che rappresentavano anime ancora in gara, anime scomparse, anime sparite nel nulla.
Perché stava tenendo conto di tutti quei numeri?
Eros se lo chiese ma non lo fece anche ad alta voce, certo che quella domanda sarebbe stata felicemente usata come mezzo di distrazione.
«Qualcosa? O qualcuno? Perché se parli di cose, magari di armi, allora ne ho un sacco io, la stragrande maggioranza direi. Se parli di qualcuno, di anime, beh, ce ne siamo persi un bel po’ direi quasi tutti i morti del mondo dall’antichità sino ad ora.» rispose l’uomo con semplicità.
Eros però scosse la testa, socchiudendo gli occhi ad un’altra smorfia.
«Cosa pensi di esserti perso allora?»
«Qualcosa di tuo.»
Gio lo guardò accigliato, senza capire. «Qualcosa che ti ho dato io? O qualcosa che mi hai fregato? Ipno lo fa in continuazione, crede che non me ne accorga-»
«No.» lo interruppe il dio.
Stettero entrambi in silenzio per un po’, uno cercando di organizzare i propri pensieri e l’altro in paziente attesa.
Poi Eros prese un respiro profondo, come se fosse pesante, come se si stesse preparando a dargli una brutta notizia.
«Non è solo caos e scompiglio l’obiettivo, non è tutto quello che vuoi, non è solo rinfacciare a tutti i loro peccati, le colpe di cui non potranno mai lavarsi le mani. Non vuoi solo giocare e questo lo so, l’ho sempre saputo e ti ho sempre appoggiato, ma perché ho la sensazione che ci sia qualcosa di terribilmente più grande? Più grande del tuo desiderio di metter tutti gli Dei in condizione tale da non potersi nascondere, da non poter accampar scuse. Qualcosa di più di vederli ammettere i loro errori e vederli umiliati per questo. Perché ho la sensazione che qualcosa finirà male?» mormorò in fine.
Giordano lo fissò per un momento, colto forse alla sprovvista da quella domanda così semplice eppure così seria, così importante.
Abbassò lo sguardo sulle carte e le rimise in ordine con gesti poco curati, solo per aver qualcosa da fare e non esser costretto a guardare negli occhi l’amico. Alzò le spalle come se non sapesse cosa dirgli.
«Perché forse sarà così, ma non dimenticare, Amore, che tutti noi abbiamo una concezione diversa di “male”.» rispose con tono gentile ma basso.
Il dio smise di giocare con il laccio, tenendolo solo stretto in pugno.
«Per me, ho la sensazione che sarà male per me.» Precisò secco.
A quelle parole Giordano alzò lo sguardo, incrociando finalmente quello roseo dell’altro. Qualcosa lampeggiò per un attino nelle iridi scintillanti dell’uomo, qualcosa che Eros non faticò a riconoscere come dispiacere.

Rimorso.
 
«Forse sì, forse sì, purtroppo.»
 

 
*




La piazza era ancora abbastanza affollata, ma si potevano vedere chiaramente gruppetti di semidei avviarsi lentamente nella stessa direzione verso cui puntava la facciata del tempio di Poseidone.
Eliza stava studiando tutte quelle anime con sguardo indagatore, cercando di cogliere le loro caratteristiche fisiche, i colori ricorrenti dei capelli per chi era più lontano e degli occhi di chi le passava più vicino. A sentire Nathan alcuni figli degli Dei ereditavano precisi particolari che li distinguevano dagli altri e li identificavano come discendenza dei loro genitori divini, ma per il momento la ragazza aveva individuato solo un cospicuo numero di biondi – figli di Atena? Di Afrodite? Di Apollo? – e di giovani ben piazzati – Ares? Efesto? Ancora Apollo? – senza però aver la certezza della stirpe dalla quale discendessero.
Il soldato invece, era ancora seduto sull’ultimo gradino del tempio di suo padre, dove Lea l’aveva costretto a rimanere per tutto il tempo necessario affinché non fosse riuscita a fargli sparire quei segni rossi dal collo, rifiutando qualunque protesta, infischiandosene della possibilità di star perdendo tempo. Più ne passava e più la giovane sembrava prendere confidenza nelle sue stesse direttive, prestando sempre meno attenzione alla gara in sé e molto di più al modo in cui ognuno di loro affrontava ogni sfida.


Si sta affezionando, probabilmente l’ha già fatto, e la Death Race è diventata ai suoi occhi meno importante di noi.
 
Lo pensò con un ché di amaro, dispiaciuta per quello che sarebbe stato sicuramente un ostacolo per l’amica… Già, amica, una dei sei che erano ancora in gara.
Anche questo pensiero ebbe un sapore amaro, ma Eliza di costrinse a pensare ad altro, a non tornare per l’ennesima volta a domandarsi come avrebbero fatto, come si sarebbero comportati arrivati alla finale.
Ripensò così alle parole di Nathan, al suo incontro con l’uomo in nero, che l’aveva salvato, che era un giocatore, il vincitore, e che gareggiava con loro ma per un premio completamente diverso.
 
Ben peggio di un’anima, di un essere divino. Cosa diavolo è allora? E cosa vuole da noi? Perché ci sta aiutando?
 
Era naturale pensare che l’uomo in nero avesse rivolto le sue gentilezze anche verso altri membri della gara, verso altre anime. Se si prendeva in considerazione il fatto che ormai fossero tutti semidei, e anche abbastanza giovani pareva, Eliza avrebbe trasformato quel “naturale” in un “certo”.
Perché aveva la netta sensazione che quell’uomo avesse un occhio di riguardo verso i più piccoli e i più deboli? Verso coloro che erano soli?
Era apparso a Cicno per spingerlo ad aiutare Jonas, un ragazzino solo e indifeso. Era apparso a Jane, sperduta nelle Praterie degli Asfodeli. Aveva aiutato lei e Nathan quando nessun altro poteva aiutarli e di nuovo Jonas nel momento in cui stava per arrendersi alla paura e al fuoco. Aveva salvato Nathan da morte certa, dallo svanire nel nulla per mano di un dio e l’aveva fatto nella casa di un altro.
Sì, era sciocco credere che avesse fatto così tanto solo per loro e guardando tutti quei gruppetti di eroi, tutte quelle squadre, Eliza non poteva immaginare altro motivo per cui sembrassero tutti ben o male in salute, con poche ferite, spesso anche provvisti di armi.
 
Sta giocando assieme a noi, o sta giocando con noi?
 
Riportò lo sguardo su Nathan, seduto in silenzio con la schiena ancora poggiata alle gambe di Cicno. Cicno che non si era mosso di un millimetro, immobile come la statua che sembrava essere, pietrificato per sempre nella sua bellezza e nella tensione del suo corpo.
Non era difficile notarlo, il greco aveva sempre tenuto una postura dritta ma mai troppo rigida, era sempre pronto a scattare ma aveva un ché di rilassato nel portamento, nelle movenze, tale da illudere tutti che l’ambiente attorno a lui non lo allarmasse. Da quando Nathan era uscito dal Tempio di Ares però, qualcosa era cambiato.
Cicno era stato il primo a percepire, o forse semplicemente a vedere chiaramente, che qualcosa non andasse nell’americano. Si era mosso con sicurezza, salendo le scale velocemente ma senza correre, facendo loro cenno di rimanere dov’erano e andando immediatamente a sostenere il compagno non appena era stato sufficientemente vicino.
Eliza non aveva la sua stessa vista da falco, non poteva scorgere gli spasmi, i tic, le contrazioni involontarie, ma le era sembrato di vedere un velo scuro calare sul volto del figlio di Apollo, un grigiore tipico di chi riceve brutte notizie, tanto palese e riconoscibile che Eliza stessa, per un terribile minuto, aveva temuto che anche il soldato li avrebbe presto lasciati.
Non aveva più proferito parola, Cicno. Aveva accompagnato Nathan tra di loro, l’aveva lasciato alle mani preoccupate di tutti gli altri e poi, silenziosamente, si era solo posto alle spalle del biondo, sostenendo il peso di quel corpo che non avrebbe dovuto aver peso.
Era ancora lì, ancora fermo, ancora in silenzio, con il volto sempre girato lontano dal loro sguardo, la mano ancora sulla testa di Nathan, a lasciare carezze lievi e distratte tra i capelli scompigliati, l’epidermide che brillava fiocamente e che probabilmente stava facendo molto più di quanto non stesse riuscendo a fare Lea con canti curativi completi, per aiutare l’anima a riprendersi completamente.
Seduto di fianco a Nathan, Cade cercava di impegnare gli altri con chiacchiere leggere e sconnesse, saltando dal far ipotesi sulla prossima prova al fare commenti sull’uomo in nero, su Ares che a quanto pare soffriva di iperattivismo, qualunque cosa questo significasse, e anche su Eracle.
E ogni volta che quel nome veniva pronunciato il figlio della Guerra faceva una smorfia senza riuscire, di tanto in tanto, a buttare un occhio al greco.
 
«Mi aspettavo che ti avrebbe fatto combattere sai? Buttato in un’arena tipo le lotte dei galli.»
«Che cosa crudele.» borbottò Jonas dall’altro lato dell’irlandese.
Nathan storse il naso. «Ha detto che non aveva tempo e che l’amazzone mi avrebbe rifatto il culo una seconda volta.»
«Penso sia davvero divertente che anche tuo padre ha dismesso così velocemente la tua sconfitta. A quanto pare sei l’unico a cui ha dato davvero fastidio.» gli fece notare Lea sospirando pesantemente, quei dannati lividi non volevano saperne di andarsene.
«Grazie al cazzo, sono io quello che si è preso le botte, chi altro dovrebbe esserne infastidito?»
«Avevi paura che tuo padre ti ripudiasse.» gli ricordò la giovane.
«Infatti gli ha tolto la benedizione divina, per me questo è un po’ come se l’avesse ripudiato.»
Nathan grugnì infastidito, «Grazie Jane.»
«Di nulla.» rispose lei semplicemente.
«Probabilmente il fatto che sia riuscito a dare un pungo in faccia ad Eracle ha influito, non è cosa da tutti i giorni affrontare un eroe della sua fama.» disse Jonas pensieroso, «Anche se poi non sei riuscito a sconfiggerlo ed è venuto in tuo soccorso l’uomo in nero, hai dimostrato parecchio coraggio, no?»
«Ha dimostrato di essere uno stupido, sconsiderato, testa calda, ecco cosa.» sbottò Lea. «Avrebbe potuto ucciderti.»
«Se ci fossi stata tu e avessi sentito quello che stava dicendo, ti assicuro che c’avresti provato pure tu a menargli.»
«Ma si può sapere che cavolo ti ha detto?» s’intromise Cade curioso.
Seguì un lungo momento di silenzio dove per lo sconcerto di tutti i semidei, Nathan parve palesemente a disagio, in imbarazzo quasi e decisamente combattuto sul parlare o meno.
«Io- Io non…»
Fece scattare velocemente lo sguardo da un volto all’altro, in cerca di una risposta sensata o forse di un modo per evitare di rispondere e basta.
«Ha- Ha per caso detto qualcosa su tua figlia?» provò Lea parlando lentamente. «Credevo che Ares ti avesse detto che la sua profezia non si è ancora avverata.»
«Ed è così! Non si è avverata e non succederà, te l’ho detto, farò di tutto perché non si avveri.»
«Se non ti ha insultato tua figlia o tua moglie o tua madre…» provò ancora Cade lasciando la frase in sospeso.
«Perché sembra che hai appena ingoiato una raganella e non sai se sputarla o mandarla giù?» domandò Jane alzando un sopracciglio.
Mentalmente, Nathan la ringraziò. «Ma che cazzo di esempio è? Ma porca puttana, chi cazzo ci deve pensare se mandare giù una rana o sputarla? E poi è il rospo, ingoiare il rospo, Olimpo in fiamme, che cazzo mi rappresenta la raganella?» eruppe a voce alta, come era sempre solito fare.
Quell’esplosione improvvisa sembrò quasi rilassare gli altri, distraendoli momentaneamente dal punto focale della faccenda.
Eliza li guardò senza intervenire, per il momento, ma il suo sguardo era puntato dritto sulla mano di Cicno posta sul capo di Nathan, ora ferma.
Nathan aveva saputo qualcosa riguardante Cicno, riguardante il suo passato, qualcosa di doloroso.
La semidea si riscosse quando la figura magra di Cade si frappose tra lei ed il figlio di Apollo.
Con le braccia incrociate dietro la testa il rosso le lanciò uno sguardo eloquente e alzò un sopracciglio come a voler indicare i loro compagni alle sue spalle.


«A Cicno non piace per niente.»
Eliza annuì. «Sembra a disagio.»
«Lo è. Pensi che questo Eracle sia qualcuno del suo passato?»
«Quasi sicuramente, sì. O questo o è legato a qualcuno della sua vita. Aveva un amante prediletto, sbaglio? Si è suicidato per qualcosa che lo riguardava.»
Fu il turno di Cade di annuire. «Ma non era lui, si chiamava Filio, ne sono sicuro.»
«Qualunque cosa fosse, non l’ho mai visto così, neanche dopo il raggio del Guardiano o dopo essere uscito dal tempio di suo padre. Andiamo via, chiama gli altri, diamo a Cicno un po’ di spazio-» si fermò e sbirciò Nathan da sopra la spalla di Cade, «diamone un po’ anche a lui, la conversazione con Ares non dev’essere stata piacevole, così come quella con Eracle.»
Senza aggiungere altro Cade girò sui tacchi e batté le mani con forza.
 
«Allora bambini belli, chi è pronto per mettersi in marcia verso la prossima prova? Il nostro piccolo di casa ha ricominciato a strepitare, quindi do per scontato che stia meglio, si?»
Nathan lo fulminò. «Chiamami ancora così e ti spacco la faccia.»
Per tutta risposta, Cade gli fece l’occhiolino. «Abbiamo appurato che non sei poi questo gran ché nel corpo a corpo, non puoi stancarti subito di nuovo, il nostro ospedale portatile ti ha appena rimesso in piedi, su, su.» si abbassò poi a prendere Jonas per il polso e lo trascinò in piedi, contro le proteste del ragazzino sul non voler esser strattonato a destra e manca e le laconiche osservazioni di Jane su come fosse essenziale spostarlo di tanto in tanto, vista la sua propensione le trovarsi sempre nel posto meno consigliato.
Lea invece si poggiò sui talloni e porse le mani a Nathan, pronta ad aiutarlo a tirarsi in piedi.
«Ce la faccio anche da solo.»
«Non fare lo scontroso, hai preso una bella botta, fatti aiutare.» chiese con più gentilezza.
«Hai sentito roscio malpelo, mi avete rimesso in forma.»
Lea alzò gli occhi al cielo ma lo aiutò ugualmente, rischiando poi un’occhiata a Cicno, crucciata.
«Cicno?»
Il greco annuì solo, prendendo un respiro breve per poi espirare subito dopo e volarsi finalmente verso di loro, accennando un sorriso tirato.
 I due beati tentennarono per un attimo, come se dubitassero che l’altro li avrebbe seguiti. Nathan cercò invano di incontrare lo sguardo ceruleo del compagno, sfuggente e distante, puntato ora a terra, ora di lato. Non lo voleva guardare, non voleva guardare proprio lui nello specifico.
 
Perché sa, sa che ora so.
 
Non lo biasimava per quel comportamento, non l’avrebbe fatto in ogni caso, specie dopo quello che quel bastardo di Eracle aveva detto sul suo conto. Avrebbe però voluto rassicurarlo del fatto che quella nuova conoscenza non aveva in alcun modo intaccato la considerazione che aveva di lui, anzi, forse l’aveva solo aumentata.
 
Non perché tu abbia fatto qualcosa di giusto, non perché le tue prove non fossero crudeli, ma perché sei stato tradito, abbandonato da tutti, anche da tuo padre, anche da colui che avrebbe dovuto vegliarti e proteggerti.
Come può crescere un bambino con la sola ammirazione? Senza amore?

Come può vivere qualcuno che ha perso tutto?
 
“…e quando non hai più nulla da perdere non c’è nulla che possa farti paura.”
 
Era quello che suo padre gli aveva detto riguardo all’altro giocatore, ma calzava anche maledettamente bene per Cicno.
Una risata bonaria gli arrivò alle orecchie come un eco.
Nathan voltò di scatto la testa, cercando di individuare l’uomo, l’essere, a cui questa apparteneva, senza successo.
 
«Che hai?» chiese subito Lea guardinga.
«Il tipo che mi ha salvato, mi sta palesemente ridendo in testa.»
«Cosa?» chiese Jonas ad alta voce, attirando l’attenzione dei due verso gli altri.
«L’uomo in nero. Quello che abbiamo visto tutti, stava ridendo.» spiegò Nathan infastidito.
Eliza aggrottò le sopracciglia. «Come se si stesse prendendo gioco di te?»
Nathan digrignò i denti. «No… è solo divertito dai miei pensieri…»
«Quindi può leggerci nella mente anche se non è vicino a noi.» disse Jane secca, arricciando il naso al pensiero. «È definitivamente un dio.»
«Se non lo è, c’è molto vicino.» concordò Cade.
A quello il soldato si girò ancora per guardare Cicno. «Non so se è un dio, non so se è qualcos’altro, ma i suoi occhi… i suoi occhi brillavano in modo sinistro.»
Il greco continuò, ostinato, a fissare il terreno, ma fu chiaro che avesse sentito quelle parole, malgrado Nathan non fosse in grado di dire se l’avesse capite o meno.
Tentennò, ondeggiando avanti e indietro, indeciso se avvicinarsi all’altro ed insistere o meno.
Per suo fortuna Eliza richiamò di nuovo tutti all’ordine e li spronò a rimettersi in cammino.
 
«Qualunque cosa stia facendo, ora non è qui, non lo vedo da nessuna parte ed è inutile rimanere fermi quando la maggior parte delle anime si sta dirigendo verso la prossima prova.» disse con tono definitivo, che non accettava contraddizioni.
Cade annuì. «Chi pensate che possa essere, quindi?» domandò prendendo sottobraccio Jonas e trascinandolo via.
«Ehi, mollami un po’, che ti prende adesso?» gli chiese il ragazzino cercando di liberarsi.
Il rosso strinse leggermente la presa un paio di volte, come a dirgli di lasciar stare. «Non andare da loro.» mormorò poi.
Jonas alzò un sopracciglio. «Come?»
«Nathan e Cicno, soprattutto Cicno presumo. Hai visto che faccia che ha?» continuò a bassa voce.
L’altro annuì lentamente, arrischiando un’occhiata oltre la propria spalla prima di voltarsi a fissare la schiena di Eliza, deglutendo. «L’hai notato anche tu? Pare quasi che l’abbia fatta lui la sfida di Ares.»
«Io ed Eliza pensiamo che sia qualcosa che gli ha detto Nathan.»
«Ogni volta che nomina quel tipo si irrigidisce.»
La voce spettrale di Jane li colse entrambi di sorpresa, così come il suo viso pallido e l’espressione cupa. «Non mi piace.» disse poi.
Cade annuì. «Come dice la nostra ragazza delle Praterie, non piace neanche a me.»
«Credete che sia qualcosa del suo passato? Il suo- dio, lo posso definire fidanzato?» borbottò Jonas a disagio.
Jane scosse il capo. «Amante, credo sia la definizione migliore. Ai miei tempi si chiamava così qualcuno con cui ti intrattenevi se non eravate sposati.»
«Qualunque sia la definizione, non gli fa bene pensarci.» asserì Cade serio muovendo appena le labbra. Sorrise ad una crucciata Lea che li superò per andare a confabulare con Eliza e guardò anche lui alle loro spalle con discrezione. «E Nathan si sente in colpa da morire per qualunque cosa gli abbia raccontato.»


Rimasti ormai solo loro dietro a tutti Nathan cerò per l’ennesima volta di intercettare gli occhi sfuggenti di Cicno, serrando le labbra con forza quando si rese conto della tensione che traspariva dalla mascella del greco.
 
«Mi dispiace.» mormorò.
Cicno annuì e il figlio di Ares si passò una mano sul volto, stanco.
«Avrei voluto fare più che rompergli il naso.» ammise sincero.
A quello Cicno accennò un sorriso amaro, non proprio uno dei suoi classici sorrisetti soddisfatti, ma almeno un passo avanti.
«Non sono riuscito neanche a tirare fuori le spade di Eliza, quindi non ho decisamente fatto tutto il fattibile ma – deglutì – il tipo che mi ha salvato, gli ha messo davvero una paura folle, ha detto che non vedeva l’ora d’aver l’occasione di farlo fuori.»
Quella frase sembrò catturare un minimo l’attenzione del compagno e Nathan non esitò allora a continuare. «Mio padre anche non sembrava per nulla infastidito da quelle minacce e- ecco, sì, gli stai simpatico? Dice che sei- okay, so che potrebbe non suonare come un complimento, ma tu conosci gli Dei, quindi sai che lo è, sì? Papà dice che sei un sadico, non puoi non essergli simpatico.» Concluse guardandolo speranzoso di una reazione.
Cicno chiuse gli occhi, le labbra che si piegavano in una smorfia che poteva sembrare un sorriso, ma nascondeva un fiume di emozioni diverse.
Certo che stava simpatico ad Ares, aveva fatto combattere fino alla morte centinaia di validi combattenti, il Dio della Guerra riconosceva sempre le capacità di coloro che riuscivano a muovere gli animi più coraggiosi alla battaglia.
Ma dubitava seriamente che quello fosse l’unico commento che Ares aveva condiviso con suo figlio.
Riaprì gli occhi ma continuò a tenere il capo basso, annuendo a mala pena.
Riuscì a scorgere il modo in cui Nathan arricciò il naso, probabilmente certo di aver fallito anche con quel tentativo di farlo ridere.
Oh, com’era curiosa la vita, aveva speso anni a ridere delle battute degli altri, millenni a fingere di non sentire le risa sguaiate dei suoi torturatori, le loro provocazione, giorni e giorni a sorridere a quei sette semidei a lui sconosciuti per guadagnarsi la loro fiducia e ora uno di loro, proprio quello che si era sempre fidato meno, cercava in ogni modo di rincuorarlo per qualcosa di cui non era neanche colpevole.
L’ironia della sua esistenza alle volte lo stupiva.
Nathan si schiarì la voce, drizzando la schiena ed aprendo le spalle.
 
«Non ho ovviamente intenzione di dire nulla, è la tua storia, sta a te decidere chi può conoscerla.» disse mantenendo comunque un tono morbido, ben distante da quella postura militaresca che aveva appena assunto. «Anche se ammetto che mi rode davvero il culo che mi ci siano voluti due Dei per ricordarmi del tuo mito.»
A quella frase Cicno si ritrovò a sorridere più ampiamente, seppur senza gioia.
Ah, finalmente aveva ricordato il suo vero nome.
 
«Il Crudele.» mormorò.
 
Nathan annuì. «Una terrazza intera che porta il tuo nome, anche se dubito seriamente che tu sia stato il primo della storia.»
«Solo quello nella cui storia sono intervenute delle divinità.»
«Ascolta.» disse a quel punto il soldato, posandogli con delicatezza una mano sul braccio e fermandosi, ignorando il modo in cui tre teste si erano girate verso di loro e di come Jane avesse avuto la prontezza di spingere via gli altri due e rigirarsi subito.
Cicno guardò per un attimo la sua mano, risalendo sino al volto del figlio di Ares.
Quello deglutì, prendendo un respiro profondo. «Non ti giudicherò per ciò che hai fatto. Non sto- non sto dicendo che sia stato giusto, non sto dicendo che tu non sia stato… crudele nelle tue richieste, ma nessuno merita ciò che ti è successo, okay?» si passò una mano tra i capelli, imbarazzato. «Cazzo, non sono bravo in queste cose, il roscio sarebbe sicuramente in grado di consolarti meglio e-»
«Credi davvero che io abbia bisogno di essere consolato?» gli domandò freddo Cicno.
Nathan fece un smorfia, rimpiangendo palesemente la sua scelta di parole. «No, non sto dicendo questo, mi sono espresso male.» ammise, «Però quello che ti è successo è stato comunque terribile.»
Sul volto del greco si aprì un sorrisetto sadico, qualcosa che Nathan prima credeva calzasse a pennello su di lui, e che ora sapeva essere perfetto per quel viso.
«Ho messo in palio me stesso per la vita di decine e decine di guerrieri ed eroi, ho proposto loro sfide mortali e non ho battuto ciglio quando mi sono state riportate le loro spoglie una volta fallite le mie richieste. Credo che la morte sia proprio quello che si merita qualcuno come me, non trovi?»
«Hai perso la sola persona che amavi e che davvero desideravi al tuo fianco ed è successo per colpa di un figlio di puttana che si credeva e si crede ancora superiore a tutto e tutti.» rispose duro.
Cicno si strinse debolmente nelle spalle. «Ti ha detto che non ne valevo la pena, suppongo, che un corpo è solo un corpo e che ce ne sono a migliaia come il mio.»
«Non sei solo il tuo corpo.» sibilò a denti stretti, afferrandolo per una spalla. «Non dare ragione a quello stronzo. E con tutto il rispetto per il tuo compagno, se lui ha creduto alle parole di Eracle, allora era uno stronzo tanto quanto lui.» lo scosse, «Ti ha tradito, ha tradito la tua fiducia e sì, cazzo, erano delle sfide di merda e tu sei “solo” un essere umano e nessuna vita dovrebbe valere più delle altre ma non mi pare che tu li abbia obbligati, no? Mi sembra che abbiano scelto loro di affrontare le sfide che gli proponevi.»
Cicno lo guardò con una strana luce negli occhi. «No, ma ho messo un prezzo a me stesso, un prezzo altissimo, conscio di quali sarebbero potute essere le conseguenze. Nathan, stai trovando delle giustificazioni per me? Stia giustificando le mie azioni? Il sangue che mi sporca le mani?» gli chiese quasi in tono di sfida, ma anche confuso e-
 
Sorpreso.
Perché mi stai scusando? Perché non sei furioso? Perché non lo trovi aberrante?
 
Il soldato sembrò boccheggiare per un momento, abbassando la testa, lasciando scivolare la mano dalla spalla di Cicno, lungo il suo braccio, sfiorando i bracciali argentei.
 
«Il tuo mito non è solo la fine della tua vita.» disse in un soffio. «Come hai vissuto fino a quel momento è importante, chi avevi al tuo fianco, chi ti ha protetto, amato, chi ti è stato vicino fino alla fine e chi- chi ti ha abbandonato per seguire il volere di qualcun altro.»
Il greco assottigliò lo sguardo, cercando di ignorare con tutte le sue forze il fatto che l’altro gli avesse appena confessato non solo di conoscere i suoi crimini, ma anche le sofferenze della sua fanciullezza, della sua infanzia.
 
Sa cosa sono stato, come sono stato trattato, il male che mi è stato fatto e non solo quello che ho fatto.
 
Ma Cicno non era stupido, non lo era per niente e per questo chiese sicuro:
«Stiamo ancora parlando di me?»
Lo sguardo azzurro di Nathan scattò sul suo e questa volta il figlio di Apollo non vi si sottrasse, sostenendolo senza batter ciglio, facendosi sordo e cieco alla folla che sciamava per la piazza, alla distanza che aumentava tra loro ed il resto della squadra, e lì, in prima fila, sporti sul bordo di quel belvedere, Cicno riuscì perfettamente a cogliere i sensi di colpa, il rimorso, il rimpianto.
 
Il dolore, l’abbandono.
Ti stai incolpando di qualcosa, qualcosa che credi saresti riuscito ad impedire, qualcosa che ti tormenta ed io te lo ricordo, trovi rassomiglianze tra le mie colpe e le tue.

 
«Nessuno dovrebbe mai essere tradito da coloro che più ama al mondo, da coloro che avrebbero dovuto difenderlo.»
«Ero capacissimo di difendermi da solo.» gli fece notare, cinico.
Nathan scosse il capo. «No, ci sono certe cose che solo gli altri possono proteggere.»
Il greco si lasciò sfuggire un verso sarcastico. «Difendere e proteggere sono due cose diverse, figlio di Ares. Non so chi, in vita, tu non sia riuscito a proteggere, ma non fare l’errore di sovrapporre il volto di quella persona al mio. Non merito la tua compassione, se sapessi cosa ho fatto, se sapessi davvero tutto quello che ho fatto, proveresti orrore ad avermi accostato a qualcuno che ancora oggi ami così intensamente.» poi il suo sguardo si fece più dolce, più triste. «È ammirevole la forza con cui arde ancora in te, cerca di non dimenticarlo, non lasciare che ti prendano anche questo.» mormorò.
Mosse a mala pena la mano, una lieve carezza a quella del giovane ancora ferma vicino alla sua.
«Credo sia giunto il momento di andare.» disse solo, senza più guardarlo.
Se solo avesse saputo ciò che aveva fatto, se solo avesse saputo cosa stava facendo in quel momento, tutta la pena che provava nei suoi confronti sarebbe svanita nel nulla, come la Foschia di Ecate
 
Giocare con la vita, con l’anima di una persona è qualcosa che mi riesce fin troppo bene anche nella morte, vero, mio Signore?
 
Domandò amaramente, massaggiandosi il petto, lì dove il cuore aveva da poco ricominciato a battere, lì dove quell’opprimente sensazione di costrizione lo attanagliava dopo millenni di vuoto eco.
Poi qualcosa lo sfiorò.
Cicno si girò per incontrare lo sguardo limpido e preoccupato di Nathan, che gli aveva preso la mano, stringendola con fermezza, ma con una delicatezza che di solito si riservava solo ai bambini.
 
Ah, bambini. Ti ricordo forse il triste fato di tua figlia, semidio? Abbandonata dalla propria madre, anche lei morta per colpa della sua stessa progenie, com’è successo alla mia? Abbandonata da un padre che non le è stato vicino, arrivando troppo tardi?
Non è di me che hai pietà, non è me che compatisci, è la sorte della tua famiglia che si riflette nella mia
.
 
«Eppure sei sopravvissuto.»
Cicno aggrottò le sopracciglia. «L’ho dovuto fare per forza, finché non ho deciso di porvi una fine-»
«No, non a quello. Sei sopravvissuto al Guardiano
Quell’affermazione lo lasciò spiazzato, a fissare il biondo senza una risposta, smarrito.
«Se sapessi tutto quello che hai fatto in vita, dici che non avrei nei tuoi confronti il comportamento che ho ora e non posso darti torto perché probabilmente non so tutto. Però, se in questa gara c’è stata anche una sola cosa giusta che gli Dei hanno fatto, è stato scegliere il merito, l’unico, per cui essere reputati degni d’aver vissuto.» deglutì, stringendo di più la sua mano. «Hai amato. Hai amato, giusto? È la cosa che conta di più, no?» gli chiese con uno strano tremolio nella voce.
 
Perché non è solo a me che ti stai riferendo. Vuoi la conferma che, anche se per breve tempo, l’amore che hai provato per la tua famiglia sia stato sufficiente, sia bastato per loro, per fargli sapere quanto erano importanti per te.
 
Non potremmo essere più diversi, figlio di Ares.
 
Un lieve luccichio si spanse dal palmo caldo di Cicno, brillando fiocamente e scaldando con gentilezza la mano pallida di Nathan.
 
Cicno aveva amato, non era questo tutto quello che contava? Bastava questo, bastava che fossero stati loro ad amare, non importava quanto gli altri li avessero amati. Aveva amato, vero?
 
«Ferocemente.»
 

 
*





C’era una leggera pioggerella che batteva sulle fronde fitte dei castagni, impedendo all’acqua di bagnare la terra in cui affondavano le loro radici.
La brezza fresca che soffiava lasciava lunghi brividi sulla pelle esposta, lì dove le maniche delle camicie erano state arrotolate per poter lavorare più facilmente, per poter sfogare un po’ di quel calore che la corsa e l’allenamento animavano sotto l’epidermide coperta ora di pelle d’oca.
Il tronco dell’albero era ruvido e duro, solido contro la sua schiena, schermato dal busto di cuoio, dalle placche di metallo battuto che si rigavano ad ogni minimo spostamento. C’erano sicuramente dei trucioli di corteccia tra i suoi capelli, l’armatura la costringeva ad una postura eretta ed il vento che le si insinuava nel collo sbottonato della camicia la faceva sussultare ogni singola volta. Ma in quel momento nulla era davvero importante, non la sua scomodità, non il freddo che le asciugava il sudore addosso, non i capelli che le tiravano, impicciati nel legno irregolare. Tutto quello non era altro che un sottofondo, una musica da camera che proveniva da una casa vicina, attutita da pareti e distanza. La sua attenzione era tutta sul calore cocente che le serrava la gola, sulle mani morbide e bollenti di Alphonse che le carezzavano il collo, il volto, sul pollice che scivolava sul labbro bagnato ogni qual volta il giovane si allontanasse dal suo volto per guardarla, sognante, con quegli occhi accecanti, blu come i cieli dipinti delle volte delle cattedrali, come gli zaffiri della collana della regina, come il cielo tra la notte e il tramonto.
Gli passò le dita tra i capelli neri, spostandogli qualche ciocca che gli ricadeva sulle tempie, stringendogli il viso tra le mani per poterlo riattirare a sé, per poter sentire ancora quelle labbra morbide contro le sue, spaccate dal freddo e dal vizio di strapparsi le pellicine. Le venne spontaneo farlo anche in quel momento, tirar il labbro tra i denti per poter togliere quelle fastidiose sporgenze, ma Alphonse si spinse con più forza contro di lei, costringendola a lasciar la presa, ad accogliere nuovamente la sua lingua contro la propria.
Era inebriante, era intossicante. Clara non sapeva come definirlo, ma quella sensazione di inevitabilità, quell’opprimente desiderio di vicinanza, che spariva solo quando Alphonse era lì con lei, quando la stringeva a sé, era come una droga, come l’oppio per gli artisti, come l’assenzio e la cocaina, ne aveva sentito la mancanza per troppo tempo e dopo averlo provato non poteva più farne a meno, non poteva più distanziarsene.
Espirò dal naso, cercando di mantenere un respiro costante, di non farsi prendere dalla foga, dal desiderio che le bruciava nelle vene, qualcosa che non aveva mai provato ma che da quasi un anno a quella parte le solleticava la mente come il ticchettio costante di una pendola, sempre lì, a qualunque ora, in qualunque momento. Stava diventando un’ossessione, una dipendenza a cui non voleva porre rimedio.
Lo pensò chiaramente stringendo le braccia attorno al collo di Alphonse, staccando la schiena dal tronco del castagno per potersi spingere ancor di più contro di lui, per poter sentire ancora di più quel calore, quel pizzicorio sulla pelle, quel brivido che le correva lungo la schiena, così simile eppure così diverso da quello del vento.
Qualcosa però si frappose tra di loro e Al si lasciò sfuggire un piccolo gemito di dolore, allontanandosi leggermente ed abbassando lo sguardo per cercare di capire cosa fosse. Anche lei fece lo stesso, sbattendo la testa contro la sua.
 
«Ahi!» dissero all’unisono tirandosi indietro.
Si fissarono per un attimo, massaggiandosi la fronte, per poi lasciarsi andare a risolini sciocchi, complici.
Il ragazzo si tastò il fianco, cercando di capire se non si fosse sposta l’armatura forse, per poi tastare con tocco lieve anche il fianco della sua compagna, trovando facilmente la causa di quell’interruzione.
Alphonse infilò la mano nella tasca di Clara e ne trasse fuori un coltellino a serramanico, alzandolo tra di loro per farlo vedere anche all’altra e ammiccando divertito.
Clara alzò gli occhi al cielo, sbuffando un verso lamentoso.
 
«Oh, andiamo!»
L’altro ridacchiò. «Credi sia il modo di Venere per dirci di tornare ad allenarci?» le chiese con una nota di malizia nella voce allegra.
La giovane alzò di nuovo gli occhi al cielo, arricciando il naso infastidita. «Se così fosse, ne sarei davvero molto sorpresa e anche un po’ delusa, Venere dovrebbe incitarci a far questo, non ad allenarci.» precisò infilando l’indice nel collo del pettorale di pelle di Alphonse per riattirarlo a sé, stampandogli un bacio a fior di labbra e rubandogli il coltello di mano.
Al rise, sporgendosi per un altro bacio, un altro ed un altro ancora. Le prese il volto tra le mani e le baciò la punta del naso, per poi sfregarvi contro il suo.
«Forse tiene al nostro addestramento perché se diventassimo più forti avremmo più tempo per questo.» l’ennesimo bacio e poi la prese per mano, tirandola via dall’albero, di nuovo verso la radura bagnata a quella pioggerella fine.
Alphonse fece un giro su sé stesso, lasciando la presa per richiamare due lunghe spade argentee, scintillanti di riflessi e di uno strano pulviscolo azzurro che, ben preso, si condensò in scariche elettriche che s’avvolgevano attorno alle lame come un filo irregolare.
«Pronta?» le chiese facendo roteare le spade in modo scenico.
Clara alzò un sopracciglio, per nulla impressionata. Fece schioccare la lingua contro il palato, un’abitudine che Quarto le rimproverava sempre ma che Alphonse trovava imbarazzatamente attraente. Suo fratello aveva ragione da vendere dicendogli che la pubertà lo stava facendo diventare un idiota.
 
“Quella ragazza ti sta rendendo un vero tonto, fratellino.”
 
Oh, non doveva assolutamente farglielo sapere, magari l’avrebbe confidato a sua madre, però.
Rimase a guardare Clara imbambolato mentre faceva scattare il coltellino a serramanico in un’esplosione dorata, lasciando apparire la spada d’oro.
Clara si sgranchì il collo, intorpidito. «La prossima volta ci stai tu contro il muro.» lo avvertì.
Al le sorrise, trasognato «La prossima volta posso stare ovunque tu voglia.»
La risata che ne seguì fu cristallina, limpida di ogni preoccupazione, di ogni imbarazzo. Clara fece un inchino forzatamente ampio, fingendo di tirare l’angolo di una gonna immaginaria.
«Quale gentilezza, vostra altezza.» lo prese bonariamente in giro.
In tutta risposta Alphonse le fece la linguaccia e, con un gesto repentino del braccio, le lanciò contro un piccolo lampo, che le diede la scossa, facendola saltare in piedi, la bocca comicamente spalancata per quel gesto improvviso.
«Oh! Come vi permettete! Che mossa meschina, come osate!» proruppe drammaticamente.
Alphonse ebbe a mala pena il tempo di ridere anche lui che dovette parare il colpo della compagna.
Clara spostò il peso sul piede destro, ritirando con un gesto secco la frusta di metallo in cui si era frammentata la lama della sua spada.
Era affascinante guardare quei tasselli riunirsi in un unico, solido e affilato pezzo d’oro imperiale lungo circa un metro e venti, quando poco prima aveva sfiorato i sei metri di estensione.
«Ah! Quindi è questo quello che vuoi? Un combattimento per un innocuo scherzetto?» chiese sorridendole.
Lei annuì, portando la mano libera al petto. «Devo difendere il mio onore, vostra altezza.»
«Per favore, non chiamarmi così anche te!» si lamentò mettendosi però in posizione d’attacco.
Il luccichio che brillò provocatorio negli occhi da gatto della giovane gli fecero correre un brivido per tutto il corpo.
«Perché? Se no cosa mi fai?» soffio ghignando.

E forse erano ancora troppo giovani, forse non sapevano molto della vita e ciò che conoscevano l’avevano scoperto assieme, ma questo non impediva loro di seguire quella corda che tirava dal petto di uno a quello dell’altra.
Dento le mura del Campo Giove, nel boschetto dei castagni, scintille blu ed oro zampillavano verso il cielo come il getto di una fontana. I fulmini che salivano dal terreno erano diventati uno spettacolo ormai comune per gli abitanti di Nuova Roma, ma questo non li rendeva comunque meno impressionanti, meno spaventosi, quasi quanto le saette d’oro che spezzavano quelle scariche di corrente elettrica così potente da esser chiaramente visibile anche sotto il sole d’Aprile.
Il terreno tremava inquieto, ancora memore dei tempi antichi in cui quello scintillio prezioso l’aveva ridotto in catene, fin troppo cosciente del brontolio soddisfatto che risaliva dalle sue più oscure profondità ogni qual volta un frammento di quel potere venisse rilasciato nell’aree.
Lo sapeva la terra, lo sapevano le acque, lo sapevano i venti ed i cieli, la forza di quel potere stava aumentando ogni giorno di più, ad una velocita disarmante, alimentata da un potere così simile a quello del padre degli Dei eppure così diverso, proveniente da un altro mondo, da un altro piano delle dimensioni.
Non sarebbero dovuti crescere così velocemente, quella vicinanza forzata avrebbe dovuto alimentare la fiducia che avevano l’uno nell’altra, non la forza devastante del dominio della loro discendenza.

Venere si mordicchiò l’unghia perfettamente ovale, sovrappensiero.
 
«Non dovrebbero essere già a questo punto.» mormorò pensierosa.
Davanti ai suoi occhi, riflesso in uno specchio di ghiaccio levigato, poteva osservare chiaramente le emanazioni di potere divino dei due semidei eruttare verso il cielo.
Si lasciò ricadere contro lo schienale coperto di soffice pelliccia bianca, lo sguardo fisso sulle immagini che si susseguivano ad un mondo di distanza.
«Sei preoccupata anche tu?» chiese la sua compagna.
Venere annuì. «Sono lieta di sapere che la cosa turba anche te.»
«Non potrebbe essere altrimenti. Sapevamo ci fossero delle probabilità contro di noi…»
«Ma non pensavi fossero così schiaccianti.»
L’altra annuì, passandosi le mani tra i capelli, tirando indietro le fini trecce quasi albine in cui era stata acconciata la sua chioma.
«Pensi che perderemo il controllo?» domandò seria.
Venere ci rifletté per un momento, annuì e poi scosse la testa. «Non sulle loro volontà, questo no, sono troppo giovani per non esser manipolabili, ma le loro anime…»
«Per quanto la testa potrà dir loro di eseguire un comando, semmai dovessero trovarsi in una situazione di pericolo saranno i loro sentimenti a prevalere, non il nostro volere. Sì, lo temo anch’io.»
La dea sospirò infastidita, «L’ultima cosa di cui ho bisogno è Giove di mal umore, renderebbe solo ancora più complicato il mio lavoro e presumo che neanche tu muori dalla voglia di vedere il tuo Re furente.»
L’altra le rispose con una smorfia più che eloquente, poi aggiunse. «Quegli stolti credono che il nostro compito sia semplice, che muovere i fili sia una sciocchezza, non comprendono quanto sia complicato legare un’anima e comandarla senza intaccare minimamente la sua volontà o la sua essenza. Se dovessero metter mano sulle nostre marionette le distruggerebbero.»
«Le trasformerebbero in involucri vuoti. Perfettamente obedienti-»
«Assolutamente instabili.» concluse l’altra Dea.
Venere si volse verso di lei, guardandola con serietà.
«Parlerò con Apollo, chiederò a lui di scrutare ancora nel futuro, di interpellare tutti i suoi Oracoli, persino la Sibilla. Puoi muoverti anche tu, senza che il tuo Re lo sappia?»
La bionda sorrise, i denti bianchissimi in perfetta contrapposizione alle labbra rosee e piene della Dea.
«Ho i miei metodi, cara, non preoccuparti, c’è modo di scappare all’occhio cieco del mio sovrano, dimentichi quali siano i miei di poteri.»
«Oh, cara, non ho certo dimenticato che creatura dai mille talenti tu sia, è che sono veramente molti.» la lusingò ritrovando per un momento quel suo tono affascinante e ammaliante, qualcosa che condivideva proprio con la Dea di fronte a lei.
«Parla con i tuoi oracoli, amica mia, io interrogherò i miei.»
Una leggera nebbiolina iniziò ad alzarsi dal terreno, come la risacca lenta e costante del mare, quella distesa d’acqua a cui entrambe dovevano in natali, seppur in modi diversi.
Per Venere fu la sua chiamata per il commiato, si alzò dal suo giaciglio e sfilò vicino all’altra, scambiandosi un ultimo sguardo d’intesa prima di sparire oltre la volta di pietra che l’aveva condotta in quegli stessi alloggi.
La suola liscia dei suoi sandali affondò nell’erba fresca che si trovava su uno dei versanti del Monte Olimpo, alle sue spalle il vago riflesso dell’arcobaleno andò a scemare sino a sparire del tutto.
Venere non badò alle creature che si inchinavano al loro passaggio, alle auree che volavano via veloci, per non intralciarla, continuò a camminare pensierosa, indecisa su chi interpellare per primo, se dirigersi subito alla Sala del Trono o se cercar prima altrove suo nipote.
Fu la seconda opzione a vincere, quando il profilo rilassato di Apollo le apparve al limitare del suo campo visivo, mollemente sdraiato sullo stesso prato su cui la dea era discesa.
 
«È sesto senso, Apollo? O divinazione?» domandò con voce quieta, fermandosi di fianco a lui.
Il dio sciolse le mani che teneva intrecciate dietro il capo e si tirò a sedere, stiracchiandosi.
«La seconda, i voli degli uccelli erano particolarmente chiari quest’oggi, indicavano con insistenza questo fazzoletto di terra. Presumo fosse per te, quindi.» disse guardandola da basso con la testa inclinata.
Senza troppe cerimonie Venere si sedette di fianco a lui, annuendo. «Ho bisogno dei tuoi servigi, o forse sarebbe meglio dire che l’Olimpo ne ha bisogno, tutti noi.»
Apollo storse il naso. «Non suona per nulla bene, Venere, e ho la sensazione che non si parli né di cure né di contagi. È ispirazione, quella che cerchi?»
«No, sono conferme.»
«Oracolo, quindi. Qualcosa sta andando per il verso storto con i nostri mortali? Odori di freddo, di ghiaccio e di magia, sei stata da loro.» affermò con certezza.
Venere non lo guardò, rimase a fissare l’orizzonte, riuscendo a vedervi chiaramente oltre.
«Stanno diventando troppo potenti troppo in fretta.»
«Entrambi?» chiese l’altro stupito.
«La terra trema, Apollo, e non è paura, è soddisfazione, è godimento. Sta ridendo di noi, di come il suo potere presto ci sfuggirà di mano.»
Il dio del Sole chiuse gli occhi, ispirando lentamente quell’aria pura e fresca, ferma a millenni prima, quando gli uomini non avevano ancora avvelenato il loro stesso mondo.
 
Un mondo che finirà, se la profezia si avvererà a nostro svantaggio.
 
«Dobbiamo andare a parlare con Sibilla.» disse in fine.
Venere lo guardò curiosa. «Perché non gli oracoli? Perché non Delphi, la Pizia sarebbe di certo più propensa a rispondere alle nostre domande, a cercare una via più sicura per noi.»
«Sarebbe utile senza ombra di dubbio, ma quella mortale ha pregato il fronte sbagliato, gli Oracoli greci non possono vedere con troppa chiarezza il Fato sotto le fila romane.» le ricordò.
Lei serrò le labbra, infastidita da quel rimando. «Allora l’Augure. Apollo, è necessario che chiunque cerchi soluzioni sia dalla nostra parte. Sai perfettamente che la Sibilla non ha mai apprezzato troppo le nostre visite. Specialmente le tue.»
«Non credo abbiamo molta scelta, in ogni caso. Presumo tu sia venuta a chiedere il mio consiglio prima di incontrare Giove per un motivo, no?»
«Voglio delle risposte sicure, la profezia è stata pronunciata dall’Oracolo di Delphi, è con lei che pretendo colloquio.»
Il dio però scosse il capo. «La Pizia non ricorderà per filo e per segno quello che ha detto, ma la Sibilla sì, lei sa, risponderà a me e se non lo farà, allora risponderà ad Ecate.»
Si alzò con un movimento fluido, porgendo la mano alla dea per aiutarla a fare lo stesso. Venere continuò a fissarlo seria, non pienamente soddisfatta di quella decisione.
«Ha cambiato dimora, sai dove si trova?» chiese lei.
«Sì, ne sono a conoscenza.»
«Sai anche che il momento che discenderemo sulla terra anche gli altri si accorgeranno di noi.»
Apollo si voltò a fronteggiarla ma il suo sguardo fu immediatamente catturato da altro, da una figura luminescente, tremula e sfocata, trasparente.
«Iride?» chiamò sorpreso.
Anche Venere si girò a quel nome, notando la figura farsi sempre più densa, più colorata, sino a prendere la forma di una donna dal corpo asciutto e fine, come quello di un atleta. I capelli scuri legati in una treccia avvolta attorno alla testa, a loro volta intrecciati a quelle che sembravano rami d’alloro. La sua veste era corta e dall’aspetto confortevole, ideale per correre come i calzari stringati che le arrivavano a metà polpaccio.
Come molte divinità quello che più incantava della dea erano gli occhi iridescenti, il cui minimo movimento li faceva brillare di centinaia di colori diversi, di tutte le sfumature dello spettro della luce, in un modo che poteva forse ricordare gli occhi caleidoscopici di Venere, ma che racchiudeva tutto un altro significato.

«Divino Apollo, Divina Venere.» disse la dea avvicinandosi con passo veloce e sicuro. «Porto un messaggio urgente.»
«Qualcosa di così importante da esser venuta tu stessa a comunicarcelo?» chiese lui alzando un sopracciglio, per niente felice della cosa.
Iride annuì. «Sa che la state cercando e che volete parlare con lei.»
Chi fosse questa persona fu immediatamente chiaro ad entrambi e Venere, portandosi una mano alle labbra, pensierosa, si trovò costretta ad ammettere che la decisione di Apollo era stata quella giusta.
«La Sibilla. Ovviamente sapeva già che saremmo andati a consultarla.» concluse con voce inespressiva.
Apollo le regalò un sorrisetto tirato. «Deve averlo letto nelle sue carte, chissà da quanto tempo sapeva già delle nostre intensioni.»
«Vi aspetta a Napoli, nella sua vecchia dimora.» riprese la parola Iride. «E mi ha chiesto di aggiungere, se non l’aveste già intuito da voi, che non sarete soli»
Questa volte il sorriso del dio prese una piega quasi disgustata. «I nostri o i loro?»
Iride scosse il capo. «Questo non me l’ha detto.» e con ciò, come se fosse giunta al termine del suo incarico, la dea mosse la mano in un gesto secco, aprendo nell’aria uno squarcio che brillava dei colori dell’arcobaleno. «Ma visto che mi ha esplicitamente chiesto di aprivi un passaggio per giungere da lei, direi che la risposta è abbastanza ovvia, non credete?» a quelle parole la dea iniziò a brillare di nuovo fiocamente, sfocando i contorni del suo corpo sino a diventare evanescente e poi scomparire come l’arcobaleno in cielo.
Venere strinse le labbra. «Dannazione.»
Apollo annuì. «Anche la tua amica è coinvolta con la magia, giusto?»
«Non può essere lei, non può aver già trovato qualcosa, vorrebbe dire che non è nulla di buono.»
«Il tempo scorre diversamente nei loro piani.» le ricordò il dio.
«Fidati di me e prega che non sia lei.» rispose secca, marciando con determinazione verso il portale che Iride aveva lasciato loro aperto.
Non si curò di accertarsi che l’altro la stesse seguendo, decisa a metter fine a quella storia il prima possibile, ad avere delle risposte il prima possibile.
Quando il velo iridescente l’accolse, colorandole la pelle di luce frammentata, Venere avvertì un brivido di caldo, prima di ritrovarsi avvolta dall’aria fresca e umida di una grotta, un anfratto nella roccia che la dea aveva visitato secoli prima, quando Roma era ancora all’apice del suo potere ed il grande Impero che la loro gente aveva costruito era riunito sotto un unico, purpureo stendardo.
Al suo fianco Apollo apparve in una pioggia di scintille e come lei si ritrovò ad osservare l’ampia sala in cui era approdato.
Il soffitto della grotta era sorprendentemente alto, tra le ombre gettate dalle candele che illuminavano l’ambiente si potevano scorgere le punte delle stalattiti, qualcosa si muoveva placidamente nascosto tra le rocce.
Il pavimento era un’unica distesa di pietra, ma era facile individuare pesanti tappeti posizionati ai piedi di un triclinio, sormontati da cuscini e coperte di lana grezza.
C’erano candele posizionate strategicamente su incavi nei muri, su piatti di metallo e candelabri, delle torce bagnate d’olio costeggiavano una delle pareti da cui sgorgava acqua limpida e ghiacciata, che s’andava raccogliendo in un basamento forato da cui poi fluiva chissà dove.
Ma non era la fonte, né la zona dei tappeti, ad attirare di più tutti l’attenzione, non erano le mensole traboccanti di carte e di ingredienti, non le decide di piccoli calderoni allineati alla parete, l’occhio di qualunque visitatore sarebbe sempre stato attirato dall’enorme pentola di peltro che sobbolliva al centro della sala.
 
Le streghe e le divinatrici sono sempre state legate, soprattutto coloro che venerano la Strega Madre.
 
Pensò distrattamente Venere posando lo sguardo sulla donna che si sporgeva tranquilla sul liquido bollente.
 
«Avete discusso con Iride o tra di voi, per arrivar qui con-» si bloccò, lanciò uno sguardo alla meridiana appesa tra le scaffalature, un oggetto assolutamente inutile in un luogo privo di sole, ma che la donna parve leggere invece perfettamente, «- ben dieci minuti di ritardo. Congratulazioni, ma purtroppo non avete ugualmente battuto il record di Nettuno, Bacco o Mercurio. Soprattutto il suo, mi sorprende sempre quanto il messaggero degli Dei possa esser ritardatario.»
La voce della donna era profonda ma chiara, parlava con sicurezza, senza il minimo timore di infuriare gli Dei davanti a lei, come se sapesse per certo che non avrebbero potuto farle nulla, non in quell’occasione, non in quelle a venire per un lungo periodo. Ed aveva perfettamente ragione.
Sibilla, perché ormai il suo vero nome era stato eraso secoli prima, si trovava in una posizione incredibilmente avvantaggiata e ne era consapevole. Per quanto non fosse in grado di enunciare profezie nello stesso modo della Pizia, godeva del favore di Ecate più di quanto non godesse di quello di Apollo e la vicinanza alla Strega Madre la poneva irrimediabilmente nelle grazie di tutte le altre streghe, soprattutto di coloro che veneravano il culto della dea dai tre volti.
La donna si tirò su dal suo peltro e accennò un sorrisetto verso gli Dei, spostando con nonchalance i ciuffi castani che erano sfuggiti alla presa della crocchia.
Apollo provò il grandissimo istinto di toglierle quel sorriso dal volto, ma sapeva anche lui quanto la divinatrice fosse protetta, specie in quella particolare situazione.
 
«Sai perfettamente per cosa siamo venuti, quindi possiamo saltare i convenevoli e andare dritti al punto.» tagliò corto Venere avanzando verso di lei.
Sibilla non smise di sorridere, inclinando il capo con la stessa curiosità sadica di un gatto che osserva la sua preda. «Le mie predizioni parlavano di un commiato felice dalla vostra amica, come mai siete così irata, ora?»
La dea la fulminò con lo sguardo. «Stai giocando con il fuoco, Sibilla.»
«Lo faccio di continuo, divina Venere. La vostra controparte greca è molto più allegra di voi. Come lo sono le controparti di tutti gli altri.» concluse annuendo.
Diede le spalle alla Dea della Bellezza e si avviò verso le mensole contenenti alcune pergamene dall’aspetto ben tenuto, prendendone con sicurezza una al primo colpo.
«Volete aspettare l’altro ospite o preferite andare dritti al punto?» chiese avviandosi verso i tappeti.
«Chi stiamo aspettando?» domandò Apollo guardandosi attorno in cerca di indizi.
Sedendosi a terra con grazia, a gambe incrociate, Sibilla alzò lo sguardo dalle carta solo per sorridere, divertita. «La regina.»
A quelle parole un brivido freddo sfiorò i due Dei Romani, portandoli a scambiarsi un’occhiata d’intesa.
«Questo vuol dire che-»
«No, il suo re non sa, per questo non è ancora qui, riesce a sfuggire allo sguardo guercio del suo sposo, ma deve comunque far attenzione, se non a lui, hai suoi corvi.»
«Pensi dovremmo attendere per molto? La nostra presenza prolungata sulla terra, nello stesso luogo, potrebbe essere sospetta.»
«Mi ero illusa che voi Dei foste in grado di nascondervi ai vostri pari.» mormorò sarcastica.
«Sibilla.» la richiamò Apollo, ancor più innervosito dal tono della veggente.
La donna però si strinse nelle spalle, tenendo il capo chino sulle sue carte, piene di scritte piccole ed incomprensibili agli occhi di tutti, ma non a quelli della sua stirpe.
«Potete accomodarvi, se volete, la regina sta arrivando. Mi terrei lontano dal calderone, fosse in voi.» lo ignorò completamente continuando la sua ricerca.
La sua voce non fece in tempo a raggiungere ogni angolo della grotta che un riflesso colorato, un raggio di puro arcobaleno, eruppe dall’enorme pentolone centrale, alzandosi in aria per poi tuffarsi a terra in un arco quasi perfetto.
Dalla luce si formò lo strascico di un vestito di raso celeste, i ricami d’oro catturarono ogni riflesso dell’arcobaleno, riflettendoli come un cristallo perfettamente trasparente.
Da quella cascata di luce prese forma una donna sulla quarantina, forse qualcosa di più, forse qualcosa di meno. Il suo volto era quello calmo e placido di una madre consapevole e amorevole, la stessa espressione che aveva rivolto ai suoi figli, da bambini, qualora si erano presentati a lei con un problema da risolvere, accondiscendente, sicura, le modellava i lineamenti in un sorriso rassicurante.
I capelli ramati erano raccolti in un complicato intreccio che le scendeva lungo la schiena, scivolando sull’orlo della veste ammucchiato ai suoi piedi.
Con grazia ultraterrena, come fosse immersa in una bolla d’acqua invisibile, la dea si volse verso le altre divinità e fece loro un leggero cenno del capo.
«Buongiorno.» disse semplicemente, poi spostò la sua attenzione sulla donna. «Sibilla, mia cara.» salutò con più affetto.
Sibilla alzò il capo ma non si tirò in piedi. «Buongiorno a voi, regina. Prego, venite a prendere posto.»
Apollo alzò un sopracciglio. «Non sei stata così gentile con noi.» le fece notare.
Sibilla si strinse di nuovo nelle spalle. «Questo perché voi non siete gentili come lei.»
La dea rise lievemente, nascondendosi dietro un mano candida e piccola, gli occhi le brillarono come pietre preziose, un colore indefinito che si rifletté solo in uno scintillio bianco.
«Su cara, non fare così, è una situazione delicata quella in cui ci troviamo.» le disse andandosi però a sedere sul triclinio. Guardò Venere. «La vostra amica sta lavorando duramente, ma voi avrete risposte prima di lei. L’ho già visto
Venere strinse le labbra ma si avvicinò senza aggiunger altro, seguita da Apollo.
«Sapete quindi qual è il problema.» Affermò con certezza.
La regina annuì. «Stanno diventando troppo potenti troppo velocemente. Il mio bambino… crescono così in fretta, mi sembra così vicino il giorno in cui i suoi fratelli lo portarono a me, avvolto nei loro mantelli. Ti sarei davvero grata se mi dicessi che non c’è alcun bisogno di dividerli, sarà un duro colpo per il suo piccolo cuore.» disse apprensiva.
«Se dovessimo arrivare a tanto, nessuno dei due ricorderà nulla, sono le nostre malie quelle che li tengono uniti, servirà solo un soffio per disfare le tele.» le rispose Venere sicura. «Ma questo dipende dalla profezia e da ciò che la Sibilla potrà dirci a riguardo.»
Gli occhi dei tre Dei si posarono sul capo chino della donna, che annuì distrattamente, avvicinando il foglio al volto.
«L’ultima profezia dello scorso secolo.» mormorò appena sfiorando il foglio ingiallito.
«Sappiamo cosa disse, il loro Oracolo e cosa vidi io stessa, ma tu saprai illuminarci su ciò che verrà dopo.» la incalzò la regina.
«Non ci servirà sapere cosa verrà dopo, quello è già certo. Ciò che devi dirci è come rimettere la storia sui giusti binari, come controllarli per far sì che la profezia si avveri così come più ci conviene, perché in caso contrario metteremo semplicemente tutto a tacere.» continuò Apollo.
Sibilla lo guardò fisso negli occhi, senza battere le palpebre, come se le parole del dio le suonassero strane, sbagliate.
«Controllare… far sì che la profezia si avveri così come conviene… mettere a tacere… credete veramente di poter interferire con il Fato?»
Le fiamme delle candele ondeggiarono sfiorate da un vento fantasma, lanciando aloni tremuli sulle pareti irregolari. L’acqua della fonte parve rallentare il suo fluire, le braci sotto i calderoni spegnersi, il bollore del loro contenuto quietarsi.
La voce della Sibilla risuonò chiara della grotta, profonda come le gallerie che si diramavano sotto quella montagna, sotto il vulcano per il momento quieto.
«Credete che vi sia possibilità di scelta? Eppure, divino Apollo, Dio protettore degli Oracoli, tu meglio di tutti dovresti sapere che il Fato agisce secondo disegni oscuri ed inscalfibili. Hai forse già dimenticato cosa disse la Pizia, tua fedele servitrice?
 
“Potente è l’anima che gli eroi veglieranno, scintillante sabbia in fragile cristallo,
protetta da instancabili guerrieri mortali, nascosta agli occhi di chi la brama.”
»

La Sibilla rise, divertita dalle richieste del dio, dallo sguardo irato di Venere a cui veniva sottratto il potere sulle creature che aveva vegliato, sulla storia che con tanta attenzione aveva curato.

«Stolti i Signori che crederanno di poterla domare,
all’alba della fine cielo e terra chineranno il capo al volere del Fato
e la bestia sopita romperà le catene che gli Dei le avranno avvinto.

 
Crogiolatevi nella vostra boria, brindate alla nascita di un mostro che sovrasterà ogni vostro nemico, ma null’altro che illusione sarà il vostro festoso giubilio, perché nessuno di voi sarà in grado di soggiogarlo al vostro volere ed il mostro che avrete creato voi stessi vi si ritorcerà contro.» sputò con tono duro, derisorio, mentre le fiamme ripresero improvvisamente forza, ruggendo come le bestie che le loro luci disegnarono sulle pareti.
Mostri dalle zanne appuntite e dai lunghi artigli presero a correre sui muri, dalle loro schiene deformità indefinite si aprirono in ali spigolose, code coperte di scaglie acuminate frustavano la roccia nuda generando esplosioni di scintille come il cozzare di lame.
Il vento aumentò mentre le bestie correvano in circolo per la sala in un carosello inquietante e violento, come la carica di una muta a caccia.
La Sibilla allungò le braccia davanti a sé, le mani olivastre protese verso il cielo.


«Esigua sarà la vostra unica speranza, nelle mani del dio che è, che sarà e che è stato.
Salvezza e distruzione danzeranno sul palmo della sua mano e solo il Fato potrà decretare la vittoria o la caduta dei nostri mondi.
»

 
Le bestie girarono sempre più velocemente, finché non vi fu altro che un vortice d’ombre ad avvolgere l’intera grotta.
Gli Dei si ritrassero, sconvolti dalle parole della Sibilla, dalla forza della sua voce, della sua profezia, di una predizione che sarebbe dovuta esser loro d’aiuto, di monito, ma che aveva il sapore ferroso del sangue e della minaccia, della fine.
 
Poi una luce brillò improvvisamente sopra il calderone, un lampo d’oro che scacciò le ombre che urlarono rabbiose e selvagge, come le bestie di cui avevano assunto la forma.
L’aria nella grotta implose verso il suo centro per poi esplodere con forza, scuotendo fastidiosamente gli Dei senza però far loro nulla.
La Sibilla invece ne fu colpita in pieno, spinta verso la parete, svenendo sul colpo.
Venere chiuse gli occhi, maledicendo il tempismo del nuovo arrivato, già conscia di cosa sarebbe successo di lì a breve, di come sarebbe presto stata costretta a sciogliere il suo prezioso lavoro, a liberare le sue belle marionette.
Né lei né Apollo si voltarono subito a fronteggiare il dio appena apparso, ma la regina, invece, non ebbe alcun timore nel puntare i suoi occhi limpidi in quelli tempestosi dell’altro.
 
«Avreste potuto farle del male, Giove.» disse tranquillamente, le parole scandite con chiarezza ed una punta di rimprovero.
Il re degli Dei si sistemò distrattamente la tunica purpurea, che pareva brillare di luce propria in quell’altro oscuro, ma mai come la veste della regina.
«Ha affrontato la furia di più di un essere divino, non verrà ferita per così poco.»
L’altra accennò un sorriso. «Presumo uno dei corvi di mio marito sia giunto alla tua dimora.» continuò con voce gentile.
Giove annuì. «Esattamente. E se sei scesa sulla terra per consultare uno dei nostri divinatori, posso facilmente immaginare quale sia il motivo della tua visita, ma non quello di tanta segretezza.»
La dea proruppe in un risolino. «Perché te, esattamente come mio marito, sei impaziente e questo lo dimostra.» aggiunse indicando con un gesto vago il corpo privo di sensi della Sibilla.
«La mia pazienza è adeguata all’oggetto del mio interesse.»
«Hai interrotto la divinazione della Sibilla.»
«Sarei dovuto essere presente fin da principio.» insistette duro, fulminando con lo sguardo Apollo, «Ma apparentemente mio figlio ha preferito tenermi all’oscuro.»
Apollo accennò un sorriso tirato. «La parola del Fato non attende le comodità di nessuno, padre, e poi, non volevamo preoccuparti intuil-»
«Taci. Qualunque cosa riguardi l’ultima profezia è tutto fuorché inutile.» tuono.
Tornò poi a prestare la sua completa attenzione alla regina, ignorando lo sguardo infastidito di Venere, superandola per portarsi davanti all’altra donna, fermandosi ad una distanza rispettosa ma che lo fece comunque torreggiare sopra di lei.
«Quindi ora dimmi, qual è stato il verdetto della mia Sibilla, Frigg?»


 
*



La strada era costeggiata da una bassa ringhiera di ferro battuto, una serie di archi che si intersecavano tra di loro in un moto continuo ed infinito. A guardarlo con attenzione si poteva notare come non vi fossero segni di saldatura, come se il metallo si fosse aggregato in quella stessa forma, perfetto.
Cicno alzò gli occhi verso i suoi compagni che lo precedevano parlando quietamente.
Davanti a lui, l’ultimo della fine, Nathan camminava con passo malfermo, portandosi ti tanto in tanto la mano al fianco, probabilmente ancora indolenzito dall’incontro con il dio.
 
Eracle. Dannato bastardo.
 
Il greco serrò le labbra, deglutendo a forza, senza sorprendersi quando un bruciore che non pensava di poter ricordare gli esplose nelle gola. 
Se la massaggiò distrattamente, il metallo dei suoi bracciali gli batté sulle clavicole sporgenti, ricordandogli della loro presenza, divenuta ormai familiare, scontata.
Non aveva ancora capito a cosa potessero servire quei gioielli, ma conoscendo gli Dei dovevano aver per forza una funzione, ne era certo. Per il momento l’avevano avvisato della vicinanza di Jonas, del suo collare, e avevano permesso ad entrambi di stabilire una connessione con l’altro.
 
Una connessione più che fastidiosa, per quanto anche utile, forse.
 
Un’altra cosa di cui era certo era che dovevano essercene degli altri. Cicno non era uno stolto e non si arrogava il possesso esclusivo di quegli oggetti, no, non era possibile, se avevano uno scopo, se avevano un motivo d’esistere non potevano esser stati creati solo ed unicamente per lui e Jonas.
Nathan inciampicò e Cicno espirò con forza, cercando di prendere dei respiri profondi per stabilizzare il battito accelerato del suo cuore.
 
Un cuore, ho un cuore. Ho di nuovo un cuore funzionante.
 
Non poteva rischiare che gli altri se ne accorgessero, non ora, aveva troppo a cui pensare, la sua mente era in tumulto e l’ultima cosa di cui aveva bisogno erano sei persone ansiose e spaventate che lo tempestavano di domande.
Anche se, ben presto, avrebbe dovuto rispondere ad altre domande.
Respirò lentamente, trattenendo l’aria solfurea per cinque secondi, per poi espirarla e trattenere il respiro per altri cinque secondi. Era un buon modo per calmarsi, per riprendere il controllo.
Una lieve imprecazione ben nascosta gli arrivò alle orecchie e Cicno imprecò mentalmente accelerando il passo sino ad arrivare al fianco di Nathan.
Gli passò un braccio attorno alla vita e gli premette la mano sul petto con decisione.
 
«Che cazz-»
«Sta zitto.» li stroncò immediatamente.
Nathan chiuse subito la bocca, guardandolo incerto prima di annuire.
Era strano avere il figlio di Ares così collaborativo e per quanto Cicno l’avesse desiderato tantissime volte ora lo irritava e basta, gli faceva rabbia, lo odiava.
Nathan non era accondiscendente perché era la cosa giusta da fare, lasciarsi sostenere, lasciarsi curare, ma perché sapeva cose sul suo passato che lo mettevano a disagio, che lo facevano sentire in colpa e la pietà degli altri era l’ultima cosa che Cicno voleva.
La sua mano prese a brillare fiocamente, come una lampada di carta al cui interno è stata accesa una candela, e Nathan strinse i denti quando il calore piacevole di quell’arto divenne quasi incandescente, come se gli stessero pressando una borsa dell’acqua calda addosso.
Si lasciò sfuggire un sibilo leggero e Cicno lo zittì di nuovo.
«Così faccio prima.» gli disse solo e Nathan annuì.
Le parole del greco non erano state solo un modo per quietarlo, oltre il dolore di un oggetto bollente a bruciargli la pelle il soldato sentì immediatamente anche il più vago fastidio abbandonarlo.
Drizzò la schiena e strinse con delicatezza il polso dell’altro.
«È passato tutto, sto bene ora.» disse togliendosi la mano di dosso. «Grazie.» aggiunse poi goffo.
Cicno annuì e spostò il braccio dalla sua vita alla schiena, spingendolo in avanti.
«Allora accelera il passo.»
«Sai dove stiamo andando?» gli domandò.
«Anche se il bastardo è protettore degli oracoli, non sono un divinatore.»
«Vabbè, una vaga idea?» provò ancora con una punta d’imbarazzo.
Quanto lo irritava, quando lo infastidiva quel cambio di comportamento, pensò Cicno mentre faceva cadere definitivamente il braccio dalla busto dell’altro.
«Tra di noi sei tu ad aver vissuto qui dentro, io ero nella mia personalissima Terrazza, ricordi?»
«Però dai cazzo, sto cercando di fare conversazione e di alleggerire l’aria che tira, collabora un po’ porca puttana.» sbottò l’americano alzando leggermente la voce.
«Ah! Il soldatino si è definitivamente ripreso!» strepitò Cade voltandosi e scontrandosi con Jane che gli camminava ancora dietro.
«Per l’amor del cielo, guarda dove vai, non ci sei solo tu su questa via!» lo rimproverò rifilandogli uno schiaffo sul braccio.
Cade la guardò sorpreso ma poi scoppiò immediatamente a ridere. «Elsa! Vedi che non è solo Binneas che prende le brutte abitudini mie e del soldatino e comincia ad imprecare? Anche la nostra strega adesso picchia la gente come fai tu!»
Eliza gli lanciò un’occhiataccia oltre la spalla. «Idiota.» sentenziò solo, scatenando una serie di risolini mal trattenuti da parte di Lea e Jonas.
Il rosso tornò a guardare Jane ammiccando. «Mi adora.»
«Credici.» lo freddò. Poi si rivolse agli altri due. «Qual è il vostro problema? Perché il bambino si lamentava?»
Nathan aprì la bocca, indignato. «Chi cazzo hai chiamato bambino?»
«Non quello che ha cinquemila anni.» gli rispose impassibile. «Ti sta rompendo le scatole su qualcosa che è successo alla sua prova? Di solito è te che tutti importunano per le faccende legate agli Dei.»
«Ma che cazzo!» sbottò Nathan. «Non importuno nessuno io! Stavo solo cercando di fare conversazione, porca di quella puttana, guarda te se uno prova a fare la brava persona poi come finisce» borbottò a bassa voce, ma non abbastanza bassa perché sfuggisse a Jane, il cui sguardo indagatore si fissò allora su Cicno.
«Perché ha bisogno di fare conversazione? Che hai?» gli chiese affiancandolo.
Cicno prese un respiro profondo, valutando se fosse opportuno dire qualcosa e, nel caso, quanto.

Come le frecce, prima va allargata un poco la ferita e poi va estratta la punta, all’inizio sembrerà più doloroso, ma così facendo non si strapperà la carne, non peggiorerà la ferita.
 
Doveva aprirsi un minimo e poi strappare via quel dardo avvelenato che gli corrodeva l’anima da tutta la morte.
 
«Lascialo in pace, non è un discorso che vuole affrontare ora.» intervenne però Nathan.
Davanti a loro Lea si voltò, camminando all’indietro per poter guardare bene i compagni.
«Ho sentito Nathan dire una cosa gentile. Perché ho sentito Nathan dire una cosa gentile? Che è successo?»
Il soldato roteò gli occhi. «Io sono sempre gentile, cazzo.»
«Di certo non educato.» mormorò Jonas.
«Ti ci metti anche tu?»
«Ho detto qualcosa di falso, forse?»
«Binneas ha centrato il punto, soldatino.»
«La smettete di chiamarmi così, porco Zeus?»
«Ma se le bestemmie non sono gradite agli Dei pagani come a quello cristiano, perché Zeus non l’ha mai fulminato?»
«Non so cosa dirti, onestamente.»
«Smettetela di ciarlare voi! Cicno, hai un’espressione cerea e anche prima, al Tempio di Ares-» iniziò Lea prima che il fratello alzasse una mano, facendo tacere immediatamente tutti.

«Eracle è l’uomo che consigliò a quello che potrei definire come il mio amato di rifiutare le mie prove.» disse con voce ferma.
Lo sguardo confuso dei suoi compagni però gli suggerì che quella frase non doveva aver detto nulla a nessuno di loro e che quindi sarebbe stato costretto a spiegare di più. Riprese a camminare e con lui gli altri.
«Quando ero in vita avevo decine e decine di spasimanti, erano tutti attratti dalla mia bellezza e dalla fama delle mie capacità. Per poter scegliere chi fosse il migliore, il più degno di sedere al mio fianco, sottoponevo chiunque si proponesse a tre sfide.»
Jonas lo guardò improvvisamente più attento. «Sfide? Intendi- perdonami ma, nell’antichità, nei miti, una sfida, una prova, non era mai nulla di bello, anzi, molte erano…» si morse la lingua, sperando con tutto il cuore di sbagliarsi.
 
Mi ha detto che le sue mani erano sporche di sangue, ma che non se le era macchiate lui direttamente.
 
Cicno accennò una smorfia che forse doveva essere un sorriso.
«Mortali? Sì, lo erano. Potevano ritirarsi, rinunciare, ma molti tentarono lo stesso e morirono.»
«Per le tue prove? Li hai mandati a morire?» chiese crucciata Jane.
Lea si voltò di scatto a guardarla, pronta ad ammonirla, ma Cicno invece, semplicemente, annuì.
«Sì, non avrai creduto che fossi finito nei Campi di Pena solo perché mi ero suicidato.»
Jane non distolse lo sguardo, annuì invece, come se avesse capito, come se quelle parole avessero assolutamente senso. «E quel tipo cosa c’entrava?»
Il greco sospirò. «C’era un giovane, un uomo, che credevo sarebbe stato il vincitore di ogni prova, lo speravo ardentemente. Ne superò due su tre, per l’ultima però chiese aiuto a Eracle. Gli disse di rifiutarsi, che era l’unico modo per vincere. Per vincermi
Non disse loro delle parole dell’eroe, di quelle che gli aveva riportato Filio, di ciò che il giovane gli aveva spiegato con tanta decisione, con tanto orgoglio.
Oh, perché Filio era orgoglioso delle conclusioni a cui era arrivato.
 
“Non puoi chiedere tanto, Cicno, sei solo un uomo come molti altri. Sei bello, questa è la tua dote più grande, ma sono centinaia i giovani bellissimi a Tebe e prima o poi la tua giovinezza sfiorirà e allora loro saranno tutti più desiderabili di te. È inutile combattere così ardentemente per qualcosa destinato a finire, non ha senso vincere un premio che presto svanirà, capisci?”
 
Aveva capito, Cicno, aveva capito perfettamente, aveva capito che, ancora una volta, ciò che la gente voleva da lui era solo la sua perfezione esteriore.
Dopotutto, una statua ha valore solo se ben lavorata, altrimenti non è altro che la pietra che è stata intagliata.
Il costo di un’opera è superiore a quello del mero materiale.
 
«E allora tu…» sussurrò Jonas incerto.
Cicno gli sorrise, seppur senza gioia, senza sentimenti. «Persi tutto, avevo riposto ogni mia speranza in lui. Non avevo intenzione di continuare a vivere in quel modo. Mi sono gettato da una scogliera.
Poi quel bastardo del mio maledetto padre ha pensato di apparire per la prima volta nella mia vita e di privarmi anche della beatitudine della morte.»
Ci fu un momento di silenzio, in cui le altre anime attesero che Cicno continuasse la sua storia, ma quando il greco tacque Cade di schiarì la voce, guardando Nathan:
 
«Spero che il pungo a quello stronzo tu lo abbia dato per Cicno.» disse solo.
Dietro di lui Eliza annuì concorde. «Dovevi sfoderare le mie lame, avresti potuto tagliargli la testa.»
A quelle parole Cicno rise, una risata amara che gli costò sguardi preoccupati dai suoi compagni.
«Non siate così pronti a difendermi, se sapeste tutto ciò che ho fatto non avreste tutti questi riguardi. Sono comunque finito nei Campi di Pena. – espirò – Mi hanno intitolato un’intera Terrazza.» ripeté per la seconda volta.
«Quella dei crudeli, se non ricordo male.» disse Lea a voce bassa, sperando di sentirsi correggere.
Il fratello però annuì. «Cicno il Crudele. Questo è il nome con cui ero conosciuto in vita. O per lo meno, durante gli ultimi anni della mia vita.»
«Quindi vuoi tornare in vita per vendicarti di lui?» domandò estemporanea Jane.
Cicno ci pensò per un lungo momento, poi scosse il capo. «Non credo ne sarei in grado, non da solo per lo meno. Gli è stato conferito l’onore più grande, è diventato un dio, avrei bisogno dell’aiuto di un’altra divinità e-» si bloccò, ma gli altri poterono facilmente intuire il continuo di quella frase: e lui non si sarebbe mai abbassato a chiedere aiuto a suo padre.
Tornò il silenzio, per quanto ce ne potesse essere in una lunga fila di anime dirette tutte verso lo stesso luogo, intente a chiacchierare, seppur quietamente, le une con le altre.
La figlia di Ecate aggrottò le sopracciglia, pensierosa. «Pensi che i poteri di mia madre sarebbero in grado di ucciderlo?»
Cicno si riscosse, preso di sprovvista da quella domanda. «La divina Ecate ha un potere immenso, non dubito sarebbe in grado di farlo, ma dubito al contempo che Zeus glielo lascerebbe fare.»
«Non avrebbe alcun motivo per farlo, gli Dei necessitano sempre di aver qualcosa indietro.» aggiunse Lea.
I greco storse il naso, grato d’esser in testa a tutti e che gli altri non potessero vedere il suo volto.
«Gradirei se smettessimo di parlarne.»
«Oh! Ma certo, perdonaci, non volevamo- ecco, non volevamo-»
«Infilare il dito nella piaga.» finì Cade per lei. «Non sono cose di cui è piacevole parlare, quindi ora smettiamo.» batté le mani con forza, sorridendo ai compagni.
Jane fissò ancora la nuca di Cicno per un lungo momento, pensosa. «Se vincerò io, dopo esser tornata sulla terra ed aver ucciso mio zio e mia cugina proverò ad uccidere lui. Forse non riuscirò a far più che infastidirlo, ma farò in modo che sia un fastidio che ricorderà per tutta l’eternità.»
Gli altri la guardarono zittendosi, scioccati da quell’affermazione così semplice eppure così violenta, in qualche modo.
Cicno non poté far a meno di sorridere, divertito, ma non si girò neanche a quello.
«Moriresti subito dopo averci provato, lo sai si? No, perché magari alla fine a dirti che sei pazza non eravamo poi così fuori strada e- ahio! Elza!» saltò su Cade massaggiandosi il collo, lì dove la figlia di Nike l’aveva colpito con uno schiaffo ben assestato.
«Pensi mai, prima di aprire bocca?» gli chiese in un sibilo, a denti stretti.
Cade la guardò crucciato. «Che domande fai, mi pareva fosse chiaro a tutti che non lo faccio.»
«Oh Signore…» piagnucolò Jonas alzando gli occhi al cielo. «Perché finiamo sempre così?»
Sarebbe stato un ottimo argomento di discussione ma fortunatamente per loro le anime che li precedevano stavano iniziando a rallentare, per ammassarsi come sempre davanti al palco che ospitava la divinità ideatrice della prova successiva.
Ciò che risultava strano però, soprattutto agli occhi semidivini di Cicno, era il fatto che all’orizzonte non scorgeva nessun palco e nessuno schermo, o comunque si chiamassero quelle lastre che riflettevano le immagini.
Provò a concentrarsi, ad eliminare le voci dei suoi compagni, degli altri concorrenti, il suono dei loro passi, il clangore delle armi che sbatacchiavano contro i corpi. C’era qualcosa che stonava, un rumore di fondo familiare ma che lo lasciava con uno strano senso di inquietudine, di fastidio. Cicno avvertì chiaramente il suo ritrovato cuore iniziare a battere più velocemente, il respiro accelerare, mentre un brivido lieve gli percorreva la schiena, dalla base sino al collo, spandendosi per le spalle. Non c’era mai stato un rumore differente, c’era lo strano sfrigolio degli schermi, il fischio di quegli oggetti che amplificavano i suoni come un anfiteatro ben progettato, ma mai, mai un rumore costante, ripetitivo, come quello.
Un rumore che Cicno non riusciva ad indentificare, ma che il suo corpo doveva aver riconosciuto ben prima della sua mente, istintivamente.
 
Come gli animali.
Pericolo
.
 
Ma cosa poteva esserci di tanto pericoloso da scatenare nel suo corpo una reazione così spontanea, così immediata?
 
Cosa mi fa paura?
Quei viscidi esseri, le grandi altezze, il-

 
Cicno si fermò, i suoi compagni si bloccarono di conseguenza e qualcuno, dietro di loro, li insultò per essersi fermati così, nel mezzo della via.
 
«Cicno?» chiese Lea perplessa.
«Sentite anche voi questo rumore?» domandò lui senza voltarsi.
La sorella scosse il capo. «Non sento nulla di diverso dal solito, su cosa devo concentrarmi?»
«L’odore, allora.» questa volta si girò, cercando con lo sguardo quello verde e scintillante di Cade. «Che odore senti?»
 
Dimmi che mi sto sbagliando.
 
Il figlio di Eolo lo guardò serio, prendendo un respiro profondo, lasciando che le correnti portassero al suo naso un aroma diverso, fresco, limpido. Un odore che Cade aveva sentito molto in vita così come nella morte, soprattutto quando si aggirava per i parchi lastricati dei Campi Elisi, adoranti da fiori luminescenti, panchine di pietra e fontane gorgoglianti.
 
«Acqua.»



 
*
 



Nella stanza silenziosa risuonava il rumore costante di una goccia.
La pietra nuda era grigia e scura, del colore che prendevano le rocce sott’acqua, quella strana sfumatura quasi nerastra che alla prima lama di luce diventa subito chiara.
Sulle colonne che costeggiavano la sala circolare si arrampicavano vegetazioni aliene a quell’ambiente, dalle tinte sgargianti e le chiome ondeggianti in un etere denso come un liquido. Al centro del soffitto a cupola si apriva un’enorme finestra rotonda, la cui cornice decorata era stata corrosa da secoli e secoli di flutti e correnti.
Non c’erano decorazioni particolari, non vi erano sui capitelli lisci e neanche sui basamenti a gradini, non sulle pareti piatte o sul lastricato consunto su cui la sabbia rotolava placida, spinta dalle scie lasciate dai pesci che fluttuavano tranquilli per ogni dove.
Come se si trovassero in fondo al mare.
Come se non si trovassero nella dimora del loro dio.
I passi che risuonavano sul pavimento erano leggeri, attutiti in parte dalla sabbia, in parte da una vita passata a cercare di non dare dell’occhio, ad allenarsi affinché nessuno si accorgesse di lui.
Poseidone lo stava aspettando, seduto sotto l’occhio di bue che l’apertura del soffitto gettava direttamente sotto di sé, le braccia poggiate sui braccioli della seduta che occupava, rilucente di madreperla candida.
Quando aveva accettato di partecipare a quel gioco l’aveva fatto sinceramente convinto che sarebbe stata una buona idea, che si sarebbero divertiti e che nessun eroe si sarebbe fatto del male. Nessuno che non se ne fosse già fatto a sufficienza da morire.
Aveva rivisto come un disco rotto la stessa immagine più e più volte, di un ragazzino senza neanche un filo di barba che obbligava il Re degli Dei ad accordargli un desiderio, per poi usarlo per costringere quegli stessi Dei a riconoscere tutta la loro progenie, sempre.
Suo figlio non si era reso conto di quanto fosse stato fortunato a non esser stato riconosciuto fino al momento del bisogno. Suo figlio sopravvalutava un po’ troppe cose, a suo dire, ma per fortuna aveva un buon cane da guardia vicino e Poseidone si sarebbe accontentato di questo.

È anche troppo. Mi sono preso anche troppo e presto mi verrà rinfacciato.
 
Non c’era parola migliore per esprimere ciò che, ne era certo, sarebbe stato il fulcro di quella prova.
Poseidone aveva offerto il suo aiuto e quando gli era stato approvato, con la piccola clausola di non poter fare nessuna delle prove finali, non le ultime tre per lo meno, il Dio dei Mari si era accontentato della prima sfida della seconda parte.
 
Non tra le prime sei, poco importanti, poco difficili, ma neanche tra le ultime, tra le più attese.
 
Zeus era stato chiaro su quel punto, su quanto non volesse concedergli più gloria del previsto.
Perché Poseidone, negli ultimi decenni, di gloria ne aveva avuta fin troppa.
 
E così come i miei fratelli mi odiano per questo, anche tu mi odierai, seppur per un motivo diverso.
 
Simile, ma completamente diverso.
Poseidone non si scompose quando Giordano il Mortale entrò nella sua casa, senza preoccuparsi di essere annunciato o che il dio non avesse voglia di vederlo. Giordano era fatto così, si prendeva quello che voleva.
 
O almeno è così ora, ce l’abbiamo fatto diventare noi.
 
L’uomo lo guardo con quei suoi maledettissimi occhi scintillanti, inclinando leggermente la testa di lato e spostando con un gesto pigro della mano un piccolo sciame di sardine che gli si era avvicinato curioso, attratto dall’aura che emanava.
 
«Che faccia lunga che hai, Nettuno, momento sbagliato?» chiese l’uomo.
Il dio fece una smorfia. «Panteon sbagliato.» borbottò solo.
Gio si strinse nelle spalle. «Due cose sbagliate una dopo l’altra, è il mio giorno fortunato allora.»
Poseidone espirò con forza, già infastidito. «Taglia i convenevoli, Giordano, sappiamo entrambi perché sei qui, dì quello che vuoi dirmi e chiudiamo questa storia.»
Il ghignò che l’uomo gli restituì fece scappare il pesce rossastro che si era coraggiosamente spinto sino al suo volto, spaventato da quell’improvviso sfoggio di zanne.
Il Dio dei Mari avvertì una spiacevole sensazione solleticargli il fondo della gola: non stava più controllando il suo aspetto in loro presenza, non nello stesso modo in cui si era ostinato a fare per anni.
 
Quasi un secolo.
 
«Ti comporterai bene, vero?» domandò con voce mielosa, un contrasto fastidioso alla fila di denti acuminati che mostrava senza vergogna.
Poseidone sentì uno spiacevole tic fremergli all’angolo della bocca. «Farò quello che dovrò fare.» asserì deciso.
Gio però scosse la testa, facendogli cenno di no con l’indice. «No, no, no, non è così che devi rispondermi, Nettuno.»
«Poseidone.» ripeté quello a denti stretti.
L’uomo si strinse nelle spalle, noncurante. «Sei sempre lo stesso stronzo, il nome non cambia nulla.»
Quella risposta arrivò con tono duro, privo di sentimenti, ed il secondo dei Tre Fratelli si ritrovò a deglutire il brivido che gli fece drizzare i capelli sulla nuca, assieme alla rabbia che montava lenta ed inesorabile come la corrente marina, come uno tsunami pronto a riversare tutta la sua forza sulla terra.
 
Quella terra che ami tanto, Giordano, quella che potrei spazzare via con uno schiocco di dita.
 
La piega delle labbra dell’uomo si allargò in modo innaturale, fino a che gli angoli della bocca non parvero superare gli zigomi alti. Quando il labbro superiore si sollevò sino a scoprire le gengive rosa ogni creatura marina che aveva osato uscire dalla sua tana vi tornò terrorizzata, scattante come i fulmini del Re degli Dei.
«Risposta sbagliata. Vuoi riprovare?»
Poseidone storse il naso, infastidito da quella palese violazione della sua mente, ma Giordano parve solo trovarlo divertente.
«Su, su, lo sai che non sta bene minacciare poveri innocenti, vero?» rise bonario, il volto tornato normale, nessuna traccia dello squarcio che, per un momento, era diventata la sua bocca.
«La mia risposta è sempre la stessa: sono stato messo al corrente delle regole e delle limitazioni che la mia prova deve avere e ho organizzato il tutto secondo queste direttive. Non farò nulla di più e nulla di meno.»
Giordano batté le mani. «Ah! Questa è la risposta che volevo sentire. Circa. Sono felice che non ti immischierai-»  
«Non permetterò neanche a te di farlo, è la mia gara, se le anime vogliono superarla dovranno farlo secondo le regole. Non contratterò su questo.» lo interruppe battendo il pugno sul bracciolo.
L’uomo si fermò, inclinando di nuovo la testa come una bestiolina curiosa, come un predatore che valuta la sua preda.
«Ma davvero?»
«Hai già interferito abbastanza durante le prove precedenti, ora siamo alla seconda metà, la parte più difficile della Death Race è ufficialmente iniziata e non ti permetterò di portare avanti solo chi più di aggrada.» continuò alzandosi in piedi ed avviandosi con passi lenti ma sicuri verso il suo ospite. «Ho visto cosa hai fatto, come hai tolto le armi a chi le aveva trovate, come hai difeso e salvato chi reputavi degno e come hai condannato anche coloro che avevano la vittoria in mano. Non so quale sia il tuo gioco, Giordano, ma le regole sono fatte per un motivo, le tue stesse regole, e non sarai tu a infrangerle, non sotto il mio sguardo.»
Si fermò davanti a lui, fissando gli occhi verdi in quelli scintillanti dell’essere che lo fronteggiava, fiero ed immobile, inscalfibile a quella stessa luce che secoli prima l’aveva ridotto il catene, l’aveva relegato nell’oscurità. Non aveva paura di lui, Giordano era potente ma anche Poseidone lo era e non avrebbe mai abbassato il capo davanti ad un mero mortale, non c’era nulla che quell’uomo potesse usare contro di lui, che potesse farlo capitolare.
 
«Ah, quindi le regole vanno rispettate dici, e i giuramenti?»
 
La domanda rimase a fluttuare nell’aria, proprio come poco prima avevano fatto quei piccoli pesci.
Poseidone sentì ancora quella contrazione involontaria del labbro, mentre una vocina, nella profondità della sua mente, gli domandava se avessero sentito bene, se le implicazioni di quella domanda fossero proprio ciò che credevano essere.
 
Alla fine è arrivato, è arrivato il momento in cui mi servirà il conto.
 
«Le regole sono imprescindibili, giusto? Proprio come le promesse, vanno mantenute. Se non le si mantiene allora si verrà puniti, è questo quello che stai cercando di dirmi?» mormorò quieto, senza mai battere le palpebre, tenendo le iridi ferine fisse in quelle tondeggianti del dio.
Giordano avanzò di un passo, avvicinandosi al viso di Poseidone fino a quando quello non poté percepire perfettamente il respiro del mortale contro la sua pelle.
«Curioso. E si applica a tutti, questa regola? Si applica a tutti coloro che infrangono le regole?» L’espressione curiosa ma rilassata di Giordano si piegò in qualcosa di più serio, di minaccioso.
Attorno a loro l’aria parve diventare rarefatta, densa e calda, sempre più calda, pesante.
Poseidone poté giurare, per un momento, che l’icore nel suo sangue si fosse solidificato per poi sciogliersi completamente, più fluido dell’acqua, perso in una corsa folle per ogni vicolo in cui si srotolavano le sue vene, come un’arteria stradale impazzita.
«Tu, i tuo fratello, tutti voi, dovete solo che ringraziare il Signore che non fossi in me al tempo, dovete inginocchiarvi e rendere grazie a chi mi spinse nella Dimensione Onirica e mi tenne lontano da voi, dai vostri complotti, dalle vostre macchinazione, dal vostro vile tradimento. Devi ringraziare Dio d’avermi fatto perdere negli infiniti meandri dell’universo quando ti sei fatto una famiglia, perché altrimenti avresti sperimentato anche tu lo stesso dolore che ho provato io quando mi è stata strappata la mia.»
Un lieve crepitio si levò dall’uomo, quando piccole scosse di energia statica iniziarono a zampillare tra le fibre delle sue vesti, così leggere da sfuggire all’occhio umano ma non a quello divino. Così come non sfuggì allo sguardo di Poseidone l’alone luminoso che si era animato sulla nuca dell’uomo.
«Mi stai forse minacciando? Vuoi dirmi che avresti il coraggio di uccidere degli innocenti?» chiese deglutendo, tirandosi leggermente indietro con il capo.
Giordano batté le palpebre, un singolo battito prima di tornare a fissarlo come un gufo nel mezzo del bosco, come se attorno a lui fosse tutto buio e solo i suoi occhi rilucessero tra le ombre delle fronde.
«Hai fatto di peggio, ricordi? Non puoi giudicare me, le mie azioni, le mie intenzioni.»
«Non è la stessa-»
«Non puoi accampar scuse, non puoi far ammenda alla mia morale, ai miei ideali solo quando ti fa comodo. Siamo semi caduti da uno stesso, antico albero, abbiamo affondato nel nostre radici nella stessa terra, non dimenticare che veniamo dalla stessa famiglia, Nettuno, ciò che ci differenzia è solo come abbiamo scelto di vivere questo scherzo del destino che chiamano vita.»
La luce si intensificò, proiettando l’ombra dell’uomo contro il dio, allungandosi sino ai confini della sala circolare, sino a spingersi oltre le colonne. Il profilo nero della sua figura vibrava inqueto, come se vi fosse un fuoco ad animarlo, come se l’ombra stessa fremesse nello sforzo di rimanere contenuta.
Stava tirando la corda, Poseidone lo sapeva perfettamente ma non aveva la minima intenzione di tirarsi indietro, di mostrargli quanto quelle parole avessero effetto su di lui.
«La tua terra è ben diversa dalla mia.» sputò a denti stretti.
Giordano gli sorrise. «Vero, i miei genitori mi hanno voluto ed amato, hanno combattuto per la mia salvezza, a differenza dei tuoi. A differenza di quello che tu hai fatto con i tuoi figli, in questo possiamo dire che tu abbia ripreso da tua madre, no? Rassegnazione al fato della tua progenie. Ma anche da tuo padre: indifferenza alla vita che hai messo al mondo.»
La terra tremò lievemente, il Re dei Mari strinse con forza i pugni, furente.
«Non osare paragonarmi a loro! Sai perfettamente quanto è delicata e fragile la vita dei mortali, lo sei tu stesso, l’hai provato sulla tua pelle!»
« Io?» chiese in un sibilo minaccioso. «Io non devo osare? Tu, figlio di Crono, tu non devi permetterti di usare il mio essere umano a tuo piacimento. Tu non devi osare ricordarti della mia anima mortale solo quanto più ti conviene, perché io lo ricordo perfettamente, lo ricordo sempre! E so di essere più di questo, più del mio sangue divino, più di quello mortale, più dell’oro, dell’argento e del ferro. Ed è disgustoso il tuo tentativo di usarlo contro di me. È disgustoso come giustifichi le tue, le vostre, azioni, ciò che avete fatto in passato, cosa fate nel presente e cosa farete nel futuro.» con uno scatto repentini afferrò il dio per il drappo indaco che aveva indosso e lo strattonò con forza a sé, la sua ombra ondeggiò ancora e strane protuberanze si mossero al confine della sua proiezione, allungando piccole mani deformi verso le colonne ed il pavimento coperto di sabbia.
Gli occhi di Giordano brillavano ardenti come i bracieri dell’Olimpo e Poseidone si domandò, per la prima volta da che l’uomo aveva posato piede nella sua dimora, se non fosse andato troppo in là, se non avesse fatto un passo falso.
 
«Non posso essere umano quando volete ed un mostro quando vi fa comodo.»
 
La sua voce arrivò dal fondo di un precipizio, nello stesso, inquietante, terrificante modo in cui la voce del vero padre degli Dei risaliva le profondità del Tartaro.
La luce dietro al suo collo brillò e brillò, le mani nella sua ombra raschiarono qualunque superficie riuscissero a toccare e gli occhi dell’uomo si addensarono in un’unica lastra scintillante di metallo.
Poi la temperatura calò di colpo, la luce cessò d’improvviso e le ombre si ritirarono sino a scomparire sotto il fascio naturale dell’apertura sul soffitto della sala.
Giordano lasciò la presa sulle vesti del dio e fece un passo indietro, tranquillo, indifferente, il suo classico sorrisetto fastidioso a tirargli le labbra.
 
«Penso ora sia chiaro, no?» domandò allegro.
Poseidone sistemò il drappo con gesti malfermi, notando troppo tardi il lieve tremore delle sue mani, testardo nel ripetersi che non era vero, non era successo nulla, quell’essere non lo spaventava.
 
Sono il Dio dei Mari, il Re di ogni oceano ed ogni fiume, delle correnti e dei terremoti, secondo dei Tre Grandi Fratelli, terzo degli Dei Maggiori. Non sarà un mero mortale a farmi tremare, non può nulla contro di me, non può farmi nulla.
 
Con un moto di pura rabbia Poseidone lo guardò con occhi fiammeggianti, deciso a scuotere quell’essere umano come aveva fatto migliaia di volte con le terre di quel mondo.
 
«Vuoi forse dirmi che saresti disposto a rinnegare ciò per cui hai sempre combattuto? Che saresti disposto a ferire un innocente? Saresti disposto ad uccidere mio figlio, solo perché risultato di una mia infrazione?» ruggì provocatorio.
Giordano però non sembrò affatto colpito da quell’esplosione improvvisa, continuando a sorridergli come se nulla fosse appena successo.
«Solo se sarai in prima fila ad assistere.» rispose lapidario.
Il dio tentennò, impreparato a quelle parole.
«Cosa?»
«Credi che il tuo mortale possa sopravvivermi?» chiese allora Gio, intrecciando le mani dietro alla schiena, sporgendosi leggermente in avanti come un ragazzino curioso, con la stessa innocenza a brillargli negli occhi.
Per un momento Poseidone giurò di poterlo rivedere, il Giordano di sedici anni appena arrivato sull’Olimpo, con la faccia da bambino e lo sguardo limpido macchiato dai ricordi della guerra vissuta nell’infanzia.
Si ritrovò ad indietreggiare, sbilanciato da quell’immagine, da quel flash improvviso.
«È sopravvissuto a Crono e a Gea.» disse tentennante.
Gio annuì. «Fantastico. Ma sopravvivrebbe a me
A quello il Dio dei Mari tacque, consapevole di non poter rispondere, consapevole di quale fosse la realtà.
«Ha superato l’età critica, Nettuno, vuoi provare anche tu, quello che ho provato io?»















II
   
 
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