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Buona lettura!
Come il sole d’inverno
(Seconda parte)
Non siamo mai così privi di difese come nel momento in cui amiamo.
– Sigmund Freud
9
Thorfinn fece un profondo respiro. Seduto sulla poltrona dello studio privato di Leif, non poteva fare altro se non cercare di rendere un minimo produttiva quell'ora di conversazione che, in altre circostanze, si sarebbe svolta nel mutismo più assoluto.
Le prime volte era andata proprio così: non parlava, rintanato nel suo guscio duro, incrostato di polvere e cicatrici; la bocca era cucita, serrata con forza, mentre il suo sguardo truce urlava parole strazianti e incomprensibili, intrise di dolore e furia cieca.
Per anni interi aveva creduto che niente e nessuno avrebbe mai potuto aggiustarlo: era un rottame impotente e malfunzionante, un disastro della natura che non era nemmeno stato in grado di salvare suo padre — o quantomeno di rendergli la dovuta giustizia.
Thorfinn bramava la vendetta come un disperato in cerca di una fonte d'acqua dopo giorni di agonia trascorsi a vagare nel torrido deserto: era una questione di vita o di morte, un incubo a occhi aperti che non aveva mai fine. E quel nome, quel maledetto nome, gli avvelenava il cuore ogni notte e intorbidiva ogni suo pensiero, facendolo affogare sempre più in quella spirale di odio e rancore.
(Askeladd).
Come cenere che impasta la lingua e contamina i polmoni.
Il nome di quell'uomo continuava ancora a divorargli le interiora dopo undici anni. Però, quel giorno, non voleva parlare di quello con Leif. Non subito, almeno.
«Tre giorni fa ho fatto a botte coi soliti cinque idioti,» bofonchiò, le unghie spezzate che cercavano di tirare via qualche pellicina dalle dita, «però, dopo essermi sfogato, non sono tornato a casa. Sono andato… da un'altra parte».
«Sei andato dalla persona che ti ha curato le ferite?» domandò Leif con pacatezza. Un sorriso bonario gli accentuò le rughe sul volto.
Thorfinn sussultò, colto alla sprovvista. Come l'aveva capito? La sua espressione sorpresa portò Leif a proseguire: «Ogni volta che vieni qui dopo una rissa, le tue ferite sono sempre maltrattate: non solo ti sono state inferte, ma tu non te ne occupi più di quel tanto, lasci sempre che sia il tempo a curarle, e per questo ci vuole molto di più. Oggi, invece, mi sembrano già in piena fase di guarigione, come se qualcuno che ci sa fare coi disinfettanti e i cerotti ti abbia dato una mano. È così?»
Thorfinn annuì piano, avvertendo le gote pizzicare al ricordo di Canuto che gli spalmava il miele sul labbro spaccato. Dopo quanto accaduto quella sera, a scuola non ne avevano fatto parola con nessuno, ma si erano avvicinati molto di più rispetto a quanto già non lo fossero prima: essere vicini di banco, essere sempre in coppia quando era necessario svolgere delle ricerche di gruppo ed essere anche l'unico compagno di classe con il quale Canuto riuscisse a interagire senza provare disagio alcuno erano elementi che giocavano a suo favore. E se ne rese conto solo in quel momento, di quanto importanti fossero.
«Si tratta di un mio compagno di classe. Quello nuovo — anche se ormai sta per iniziare il secondo semestre. Non so il perché io sia andato proprio da lui dopo la rissa, ma… ecco…»
Diamine, no. Parlarne con Leif si stava rivelando una pessima idea: si bloccava di continuo e si sentiva come un adolescente alle prese con qualcosa che non riusciva a comprendere e, per tale motivo, provava timore
(ma, in fin dei conti, non era proprio così? Non era davvero un adolescente che sperimentava per la prima volta certe sensazioni?)
«Non lo so» borbottò frettoloso, ingarbugliato nei suoi stessi pensieri.
«Che cosa provi se pensi a lui? Intendo in relazione a ciò che hai vissuto quella sera».
«Non lo so» ripeté ancora, iniziando ad agitarsi sul posto. Il cuore batteva un po' più celere nella cassa toracica e Thorfinn non sapeva cosa fare per rallentare i battiti. Deglutì a fatica, prima di proseguire: «L'unica cosa di cui sono certo è che dopo la rissa sono andato da lui. E che prima che potessi tirarmi indietro, avevo già premuto il dito sul campanello di casa sua. E che quando mi ha invitato a entrare, non ho opposto resistenza».
«E gli hai permesso di medicarti le ferite, giusto?»
«Sì».
«Secondo te, perché?»
Non lo so, avrebbe voluto rispondere per l'ennesima volta. Non capiva nemmeno dove volesse andare a parare Leif con tutti quegli interrogativi, ma di sicuro ora comprendeva come mai Canuto, i primi giorni di scuola, si fosse rintanato in un mutismo impenetrabile: replicare a certe domande, alle volte, era davvero complicato.
Si guardò intorno, quasi come se fosse alla ricerca di risposte altrove, e non dentro di sé. Osservò la libreria in legno alle spalle dell'uomo colma di volumi di psicologia, viaggi e cultura nordica; ciò che più spiccava tra gli scaffali, però, era sicuramente il modellino di una nave vichinga che a Thorfinn aveva sempre fatto venire voglia di mettersi in viaggio diretto chissà dove solo guardandolo. La luce calda che illuminava lo studio faceva risaltare il colore delle pareti, un verde salvia che il ragazzo, nel corso delle prime sedute, aveva detestato con tutto se stesso — ora lo lasciava alquanto indifferente.
«Perché lui non mi ha dato scelta» disse infine, mettendosi sulla difensiva. «Voglio dire, si era impuntato che voleva disinfettare ogni taglio e io l'ho lasciato fare».
Era una bugia. Era una bugia su tutti i fronti: si era fatto medicare da Canuto perché l'aveva guardato negli occhi e in quelle iridi azzurre vi aveva scorto una determinazione — mista a preoccupazione — che l'aveva scosso nel profondo; si era presentato a casa sua perché aveva provato un desiderio viscerale di vederlo e di farsi vedere ridotto in quello stato — i loro mondi erano entrati in collisione, come una goccia di vernice color ruggine che cade con un tonfo sgraziato su una tela immacolata.
Voleva che Canuto capisse fino a che punto fosse disastrato, quanto le loro vite fossero differenti l'una dall'altra. E forse voleva davvero spaventarlo, farlo arretrare, consentirgli di prendere le distanze dall'ammasso informe che erano le sue emozioni e i suoi sentimenti: se Canuto si fosse lasciato divorare dalla paura, se si fosse allontanato una volta per tutte, allora Thorfinn avrebbe potuto proteggerlo per davvero.
«Lui non ha fatto domande. Mi ha medicato le ferite e basta. E poi mi ha invitato a rimanere per cena. E poi...»
E poi l'ho stretto a me, perché voleva a tutti i costi guardare un film horror pur sapendo che si sarebbe spaventato a morte. L'ho stretto a me e te lo giuro, Leif, avrei voluto che quel momento non finisse mai. Ed è stato proprio lì che ho mandato all'aria il mio intento di allontanarlo, perché mi era ormai diventato impossibile. Io senza di lui non posso stare. Non più. Non dopo quello che è successo quella sera. Che di base sono cose alquanto banali, ma io non le ho mai condivise con qualcuno. Sono sempre stato solo e prima di incontrarlo non ho mai provato il desiderio di stringere legami con il prossimo. Ma con lui è diverso, perché anche quando voglio stargli alla larga, in un modo o nell'altro finisco irrimediabilmente per orbitargli attorno. E no, queste cose non te le dirò mai, vecchiaccio. Perché tanto avrai già capito tutto, quindi non ce ne sarà nemmeno bisogno.
«… e poi abbiamo guardato un film» concluse sbrigativo, dopo essere riemerso dal vasto oceano che erano i suoi pensieri. «È stata una serata molto tranquilla».
«Se potessi replicarla, la rivivresti?»
«Rissa inclusa?»
Leif ridacchiò. «Certo che no. Intendo tutto ciò che ne è conseguito: cenare con un compagno di classe, guardare un film, trascorrere dei momenti in compagnia. Rivivresti tutto ciò?»
E Thorfinn, nel rispondere, ripensò alla domanda che gli aveva posto Canuto quella sera: «Se ci sei tu, perché no?»
«Solo se si tratta di lui».
Leif parve contento di quella risposta. «È sicuramente un passo in avanti» commentò. «All'inizio non permettevi a nessuno di avvicinarsi a te, mentre ora hai cambiato prospettiva. Qualsiasi cosa tu provi in questo momento, anche se non la capisci e ti spaventa, non rigettarla. Impara ad accoglierla, ad ascoltarla, a sentirla tua. Se ti fa stare bene, non è una cosa sbagliata».
Ciò che provava per Canuto, allora, non era sbagliato? Andava bene così? Era qualcosa che poteva essere baciato dal sole d'inverno?
Tutto ciò che sapeva era che a breve sarebbe cominciata la vinterferie e non poteva sopportare di non vederlo per una settimana intera.
Quando la seduta terminò e Thorfinn uscì dallo studio, la prima cosa che fece fu estrarre il telefono dalla tasca dei pantaloni. Subito dopo, inviò un messaggio a Canuto: Ti va di andare al cinema, una di queste sere?
10
Canuto aveva scelto un film drammatico, ricco di monologhi e alquanto introspettivo. Se lo aspettava? Certo che sì.
In fondo, dopo essere quasi morto di paura durante la visione di un horror, era giusto che decidesse lui cosa guardare questa volta, e Thorfinn si era adeguato di conseguenza.
La sala era alquanto piena ma, con un po' di fortuna, erano riusciti ad acquistare due biglietti in penultima fila, abbastanza centrali. Con due bottigliette di Faxe Kondi e un maxi sacchetto di lösgodis, si godettero la visione senza proferire parola, tanto erano presi dalla trama e dalla bravura degli attori di mettere in scena situazioni di vita reale in grado di far immedesimare lo spettatore, sia nel bene che nel male.
Accadde però qualcosa, durante la seconda parte della visione, quando il sacchetto di caramelle era ormai quasi vuoto, che portò entrambi ad avvicinarsi ancora di più senza neanche guardarsi negli occhi.
«Non esiste padre che non ami il proprio figlio» aveva detto il protagonista durante una scena pregna di tensione, con una gravità nel tono di voce tale da far sussultare più di una persona in sala. Thorfinn non fu esente da ciò, e nemmeno Canuto.
Le loro mani si incontrarono a metà strada, come se sapessero già che presto si sarebbero trovate, perché avevano bisogno di sentirsi, di esserci insieme in quell'istante; le dita si intrecciarono lentamente tra loro, unendosi in una stretta salda e indissolubile.
(Per un attimo, parve a entrambi di trovarsi nel nucleo di una stella).
Quella frase li aveva scossi in due maniere differenti: Thorfinn conosceva a menadito la sua, il dolore per la perdita del padre gli pungolava ancora il cuore con una daga insanguinata e il nome del suo assassino era l'origine dei suoi più grandi tormenti; ignorava le motivazioni di Canuto ma, dal modo in cui aveva stretto la mano alla sua, doveva essere qualcosa di altrettanto importante e delicato.
Forse avevano un punto in comune. Forse non erano poi tanto diversi.
Durante i titoli di coda accompagnati dalla colonna sonora, loro rimasero lì un po' di più, mentre gli altri spettatori si alzavano e indossavano i cappotti per uscire. Rimasero lì, nel mutismo più assoluto, le dita delle loro mani ancora intrecciate e un piccolo foro nei loro petti, all'altezza del cuore.
11
«C'erano troppi monologhi, per i miei gusti. Però tutto sommato mi è piaciuto».
«Alcuni monologhi però sono stati d'impatto, non credi? In particolare quando c'è stato il confronto tra il padre e il figlio. Mi sono venuti i brividi».
«A te vengono i brividi per tutto, non fai testo».
«Non dire così, Thorfinn!»
Canuto si coprì il volto con le mani, alquanto imbarazzato. Nel vedergli compiere quel gesto, Thorfinn accennò un piccolo sorriso, cosa che non faceva da anni.
Distendere le labbra, incurvarle all'insù, pensare a quanto si sentisse bene in sua compagnia erano azioni che lo disorientavano ma, come gli aveva detto Leif, doveva imparare ad accogliere e fare proprie tutte le nuove sensazioni che stava scoprendo poco per volta.
«Eddai, scherzavo. Quel momento è piaciuto anche a me. Quella frase…»
«Non esiste padre che non ami il proprio figlio» recitò Canuto, le mani non più davanti al volto, ma lungo i fianchi. «È stata d'impatto».
«Sì, molto».
Si fermarono, guardandosi negli occhi. Erano da poco usciti dal cinema, intorno a loro gruppetti di ragazzi o famiglie con bambini piccoli avanzavano nella loro stessa direzione oppure in quella opposta. Loro due erano lì, immobili, mentre il mondo circostante proseguiva nel suo lungo percorso sconosciuto ai più.
«Devi per forza chiamare Ragnar, ora?»
Canuto scosse il capo, accennando un sorriso. «Posso rimanere ancora un po'».
Thorfinn si umettò le labbra e, per qualche astruso motivo, percepì un lontanissimo sentore di miele sulla ferita ormai cicatrizzata. Per un attimo, le corde vocali parvero intrecciarsi tra loro, maldestre. Inspirò aria dal naso e poi chiese: «Vuoi venire a casa mia?»
12
Helga e Ylva si trovavano in salotto. La prima era intenta a leggere un libro seduta sulla poltrona, la seconda invece aveva il monopolio dell'intero tavolo, tutta concentrata sugli innumerevoli documenti da visionare e firmare per gli eventi che si sarebbero tenuti nei mesi successivi in collaborazione con il centro culturale per il quale lavorava.
Per Thorfinn fu strano vederle insieme in quel momento della sera; non tanto Ylva, dato che lei lavorava quasi sempre fino a tardi, quanto più sua madre, che di solito a quell'ora era già andata a letto da un po'. In undici anni, quella era forse la prima volta che la vedeva così serena, nonostante il suo viso fosse velato da una leggera patina di stanchezza.
Presentare loro Canuto fu un passaggio inevitabile, ma che andò a buon fine: niente domande scomode, niente intromissioni, solo uno sguardo eloquente da parte di Ylva — come a dirgli: finalmente porti un compagno di classe a casa e ce lo presenti — e un sorriso gentile da parte di Helga. Andò meglio di quanto si aspettasse e il sollievo che provò in ogni cellula del corpo gli provocò una scarica lungo tutta la colonna vertebrale.
Canuto si sfilò il pesante cappotto e la sciarpa, e lo stesso fece Thorfinn. Lasciarono gli indumenti sull'appendiabiti nel corridoio d'ingresso e poi salirono le scale, diretti al primo piano.
«Vostra altezza mi perdonerà se la mia camera è un disastro» disse mentre apriva la porta che conduceva a un mondo che, fino a quel momento, era stato accessibile a lui e a lui soltanto.
Canuto ridacchiò, seguendolo e rimanendo a bocca semiaperta una volta entrato. Forse non si aspettava davvero tutto quel disordine o forse, più semplicemente, ne rimase affascinato.
La camera di Thorfinn era un inno al caos e all'anarchia interiore, pur seguendo una logica tutta sua che, in fin dei conti, aveva un senso. Le pareti erano tappezzate da poster di band metalcore, sia scandinave che non, mentre l'unica mensola presente ospitava una lunga selezione di DVD di film e manga horror, tra cui le opere di Junji Ito. Sulla scrivania, oltre a un piccolo televisore e a una console circondata da cuffie e controller, vi erano anche tantissimi biglietti di concerti — alcuni dei quali erano stati organizzati da Ylva —, i souvenir più disparati e un'infinità di plettri poggiati sopra una altrettanta infinità di spartiti. Una chitarra elettrica nera opaca riposava su un supporto non distante dalla scrivania, con il cavo arrotolato alla base. Le corde mostravano i tipici segni dell'usura, indicando che fossero state pizzicate con costanza nel corso del tempo. Vicino a essa vi era un piccolo amplificatore con pedali per effetti sparsi sul pavimento.
In mezzo a quel marasma di oggetti disseminati ovunque e vestiti evasi dall'armadio, Canuto seppe però dove dirigersi: prese con delicatezza una cornice poggiata sulla scrivania e osservò la foto contenuta al suo interno.
«È tuo padre?» domandò piano, quasi avesse il timore di distruggere un cristallo con un singolo sussurro.
Vederlo lì, al centro del suo caos, con in mano il suo cuore, fu per Thorfinn un maremoto di sensazioni impossibili da inscatolare.
«Sì, è lui» replicò, un nodo stretto alla gola e la consapevolezza che Canuto si fosse ormai inoltrato troppo in profondità in quel bosco dove non filtrava la luce. Fu lì che realizzò per davvero quanto Canuto fosse diventato importante per lui: perché stava per raccontargli della sua condanna, il macigno del quale non si sarebbe mai liberato.
E per la prima volta temette di perderlo. E se fosse successo, allora si sarebbe lasciato sopraffare dall'oscurità per sempre.
13
La foto che Canuto aveva osservato era stata scattata poche settimane prima il consumarsi della tragedia. Ritraeva Thorfinn, che a quei tempi aveva sei anni, in spalla a suo padre, un omone dal sorriso bonario che infondeva un senso di protezione solo guardandolo.
«Si chiamava Thors» disse Thorfinn dopo essersi seduto sul bordo del letto. Canuto fece altrettanto, e i loro corpi ora di nuovo vicini creavano un contrasto tra vestiti raffinati e una felpa di due taglie più grande in mezzo a una camera del tutto a soqquadro.
(Che disastro).
«Prima che io e mia sorella nascessimo, era un militare delle forze speciali in Norvegia. Dopo aver messo su famiglia ed essersi trasferito in Islanda, però, decise di reinventarsi come giornalista investigativo, perché era stanco della violenza. Mi diceva sempre che sotto l'apparenza di un mondo perfetto se ne estende uno marcio di disonestà e che lui non ne voleva più fare parte. Per anni si è impegnato a svelare corruzione e abusi di potere nel mondo della sicurezza privata e della difesa e io… io lo ammiravo tantissimo per questo».
Era il suo eroe, il suo punto di riferimento, il suo pilastro. Thors era un uomo eccezionale, ma non lo pensava solo perché si trattava di suo padre: la riconoscenza riflessa nei volti di tutti coloro che aveva aiutato nel corso del tempo era la prova inconfutabile di ciò, di tutto il bene che quel gigante era riuscito a fare. Solo una persona come lui, che aveva vissuto e sperimentato la violenza sulla propria pelle poteva capire quanto il mondo avesse un disperato bisogno di giustizia.
«Il suo lavoro l'aveva portato a scoprire segreti scomodi riguardo un'organizzazione potente e anche di pratiche e collaborazioni illecite tra governi e corporazioni. Aveva un appuntamento con un informatore in un luogo isolato e quella volta ho insistito così tanto per andare con lui che alla fine ha accettato solo per sfinimento». Una bile amara e ingombrante gli risalì su per la gola, costringendolo a interrompersi. Il gelo si impossessò di lui, impudico e crudele, e una morsa atroce gli soffocò i polmoni.
«Mi sentivo come dentro un film. Volevo… volevo solo vederlo in azione, mentre svolgeva il lavoro per il quale ha sempre dato tutto se stesso. L'informatore avrebbe dovuto consegnargli una chiavetta USB contenente gli ultimi tasselli del puzzle che gli avrebbero permesso di incastrare i sospettati. Quando siamo arrivati sul luogo dell'incontro, però…»
(Askeladd).
Non seppe quando accadde, ma si ritrovò a tremare tra le braccia di Canuto, con le narici pregne del suo profumo e il volto premuto contro il tessuto della sua camicia. Forse non c'era bisogno di aggiungere altro, non quella sera. Forse Canuto aveva già intuito cosa fosse successo, a quale orrore fosse stato costretto ad assistere: suo padre assassinato davanti ai suoi occhi da un mercenario dallo sguardo di ghiaccio, lo stesso che, per ragioni ancora insondabili, gli aveva risparmiato la vita. Undici anni dopo, Thorfinn non riusciva ancora a comprendere il perché, e ogni tentativo di afferrare la verità e di farsi giustizia da solo si sgretolava come cenere tra le dita, lasciando un alone nero di fuliggine cancerogena.
Di quei momenti non ricordava tutto, ma la loro impronta emotiva si era impressa sottopelle come una maledizione e riviveva il trauma tutte le notti nei suoi incubi più torbidi; erano reminiscenze putride come il fango, intrise del senso di allerta di Thors che gli intimava di rimanere in macchina e di non uscire per nessun motivo al mondo, della figura di Askeladd che emergeva dall'ombra e si rivelava per ciò che era in realtà, della realizzazione che non c'era mai stato un informatore, bensì un sicario assoldato da coloro che non volevano che tutto il marciume che Thors aveva scovato dopo lunghe ricerche vedesse la luce del sole e, per tale motivo, avevano deciso di farlo tacere per sempre nel modo più bestiale possibile.
In fondo a loro non importava che Thors lasciasse una moglie e due figli nel baratro assoluto, costretti a trasferirsi altrove per proteggersi: quell’uomo era una spina nel fianco e per tale motivo andava rimossa alla svelta. Solo questo.
(Come passare il dito su una superficie polverosa e poi andarsene via, senza più tornare indietro).
«Quel bastardo l'ha ammazzato davanti ai miei occhi. Sono sicuro che l'ha fatto. Eppure ricordo solo le sue iridi che mi fissano, nient'altro. E ho pensato: ora ammazza anche me».
Sprofondò ancora di più tra le braccia di Canuto, il quale aveva iniziato a carezzargli la schiena con garbo e tenerezza.
«Non ho potuto fare nulla. Nemmeno quando la polizia mi ha interrogato per fare luce sull'accaduto, perché il mio cervello ha smesso di funzionare e tutto ciò che ricordo sono gli occhi di quell'uomo. So solo che, in base alle ricostruzioni, si tratta di un sicario di nome Askeladd. Ma cosa me ne faccio di un nome, se quel maledetto è vivo e vegeto chissà dove? Io… non sono riuscito a salvare mio padre».
«Ma eri un bambino, Thorfinn». Canuto sciolse l'abbraccio per poterlo guardare negli occhi. «Tu non hai colpe. Tuo padre ti ha protetto fino alla fine e se sei qui, ora, lo devi a lui. Ha fatto il possibile per salvarti… e il dolore che ti porti dentro è più che comprensibile. Ma non devi pensare, neanche per un istante, che sia stata colpa tua».
È ciò che invece penso da undici anni a questa parte, avrebbe voluto replicare, ma tutto ciò che riuscì a dire fu: «Perché sei così?»
«Così come?» domandò a sua volta Canuto, preso in contropiede.
«Così come sei. È da quando mi hai accolto in casa tua senza pretendere una spiegazione che non capisco più nulla. Tu mi scombini le idee, mi fai sentire vulnerabile. Perché sei così? Non hai paura di me?»
Canuto sgranò gli occhi e sussultò appena. Abbassò lo sguardo e cercò le mani di Thorfinn, stringendole alle proprie. «Io non ho paura di te. Ho il terrore di tante cose, ma quando sono con te mi sento al sicuro. Semmai… semmai alcune volte ho paura per te. Quando ti ho visto in quelle condizioni pietose, in un primo momento sono rimasto paralizzato dal panico. Poi però l'unica cosa a cui ho pensato è stata che tu eri lì e avevi bisogno di aiuto e io potevo essere quell'aiuto».
Canuto si interruppe, poi incurvò le labbra in un lieve sorriso. «Ti ricordi com'ero, quando è iniziato il primo semestre? Dopo aver sempre preso lezioni private, frequentare una scuola pubblica proprio l'ultimo anno delle superiori era una follia, ma per la prima volta avevo scelto con la mia testa e mi sono ritrovato catapultato in un mondo che non conoscevo affatto. Ero un fascio di nervi, in particolare se penso a tutte le persone che volevano avvicinarsi a me solo per ottenere favori. Perché nessuno mi ha mai considerato per ciò che sono, mi hanno sempre visto come il figlio del politico Sweyn». Alzò nuovamente lo sguardo su di lui, ora sorridendo in maniera più dolce. «Tu invece no. Sei sempre stato schietto, non mi hai mai trattato coi guanti ed era palese quanto la mia posizione sociale ti fosse indifferente. All'inizio ero intimorito da te, non lo nego, perché mai nessuno mi aveva trattato come hai fatto tu. Però, poi, non ho potuto fare a meno di pensare che se ti avessi conosciuto prima probabilmente le cose nella mia vita sarebbero andate in tutt'altra maniera. Quindi… grazie. Grazie per tutto quello che hai fatto per me».
Qualcuno l'aveva mai ringraziato in quegli anni di vita raffazzonata? Thorfinn non impiegò molto a trovare una risposta, ed era no. Canuto lo stava ringraziando per essere stato se stesso nei suoi confronti. Per essere stato rude e anche un po' intimidatorio, per avergli mostrato una fetta di mondo che non conosceva.
Ma Thorfinn era fatto anche di rabbia, rancore e cicatrici che grondavano ancora sangue. Era tutto ciò che era sopravvissuto il giorno in cui suo padre era morto, uno scarabocchio fatto di spigoli che si scontrava con chiunque si azzardasse a provocarlo, un ragazzo che forse non avrebbe mai più sorriso come il bambino che era stato ritratto in quella foto. Si rifugiava nella sua furia cieca ogniqualvolta necessitava di sfogare il dolore e la frustrazione perché era l'unico modo che conosceva per affrontare il vuoto che provava all'altezza del petto.
(Poi era arrivato Canuto, e quel vuoto aveva iniziato pian piano a colmarlo con la sua presenza. Thorfinn, però, non sapeva come prendersene cura. E questo lo spaventava).
«Io non ho fatto proprio niente. Tu, piuttosto, devi smetterla di farmi sentire così. Queste cose io non le capisco, non so come comportarmi».
«Allora dovrei dire lo stesso di te. Dovresti smetterla anche tu… di farmi sentire così».
Thorfinn sciolse la stretta delle loro mani. Subito dopo, poggiò con irruenza le labbra su quelle di Canuto.
14
Non fu un bacio gentile. Non all'inizio, almeno. Fu impetuoso, istintivo, talmente impacciato che si sarebbe presto tramutato in un mezzo disastro se solo Canuto non avesse preso il volto di Thorfinn tra le mani e non avesse iniziato a guidarlo verso una direzione più morbida, più dolce e pacata.
Le loro labbra erano così diverse, eppure sembravano fatte apposta per incontrarsi, per unirsi, per desiderarsi.
(Come carta vetrata che sfrega sul velluto).
Quando trovarono il loro personale ritmo, un po' più lento e passionale, Thorfinn ne approfittò per far scorrere la lingua sul labbro inferiore di Canuto, nell'impaziente richiesta di andare oltre.
Il ragazzo sussultò appena, poi schiuse le labbra e, quando le loro lingue si incontrarono, fu come diventare una cosa sola: qualcosa, dentro di loro, si sciolse, rimodellandosi poi in una forma del tutto differente, meno ingombrante e più piacevole.
Del tutto in balìa delle sensazioni che stava provando, Thorfinn inclinò il corpo verso di lui; le mani scivolarono sui suoi fianchi, invitandolo a stendersi sul letto. Non fu tanto quell'iniziativa che lo fece impazzire, quanto più il fatto che Canuto assecondò quel desiderio, allontanandogli le mani dal volto e gettandogli le braccia al collo.
Caddero insieme su quel letto che aveva sempre affrontato notti solitarie e colme di mostri spaventosi; in quella stanza dove regnava il caos ma, se ci si sapeva orientare, si poteva sempre trovare una via d'uscita
(o l'incastro perfetto per potervici restare).
Se qualcuno gli avesse detto che un giorno lui e Canuto sarebbero arrivati a tanto — perché lo era —, Thorfinn avrebbe sicuramente riso sprezzante, ritenendolo uno scenario impossibile. Ora invece stava succedendo. Stava succedendo per davvero e, quando si staccarono per riprendere fiato e Canuto gli passò con delicatezza l'indice sul labbro quasi del tutto guarito, Thorfinn comprese una cosa: che Canuto era come il sole.
Ma non un sole qualunque, era come quello d'inverno, che ti bacia il viso senza scottare le gote e ti puoi beare del suo calore senza temere ripercussioni.
(Era come il sole d'inverno, Canuto, timido eppure meraviglioso).
Non faceva male, illuminava le giornate e, anche se per poche ore, la sua luce era fonte di sicurezza. Il giorno dopo sarebbe nuovamente sorto a est, scacciando ogni incubo nero come la pece, rischiarando un mondo ancora mezzo addormentato con tutta la placidità di cui era capace. Era un sole da baciare, da divorare, da caderci dentro fino a perdere del tutto la cognizione dello spazio e del tempo.
Era ciò di cui Thorfinn aveva bisogno per sentirsi più umano. Ed era ciò che Canuto era disposto a dargli senza riserva alcuna.
«Un giorno mi racconterai anche tu di quello che ti passa per la testa» parlò a mezza voce, guardandolo negli occhi.
Canuto annuì piano, come se fosse tornato alla realtà solo in quel momento. «Lo farò» promise, senza interrompere il contatto visivo.
Thorfinn avrebbe voluto baciarlo ancora — e ancora e ancora e ancora —, ma dei passi lungo le scale lo misero sull'attenti.
«Che succede?» domandò Canuto sottovoce, notando il suo mutamento d'espressione.
«Credo che a breve non saremo più soli» replicò Thorfinn, trovando conferma nella sua supposizione poco dopo: Ylva bussò tre volte, senza però chiedere di entrare.
Thorfinn sospirò, a malincuore si allontanò da Canuto e, dopo essersi alzato in piedi, si avvicinò alla porta. Frattanto, Canuto ne aveva approfittato per alzarsi in piedi a sua volta e cercare di dissimulare il più possibile, fallendo miseramente.
«Inizia a essere un po' tardi» lo informò Ylva quando Thorfinn socchiuse la porta. «E non vorrei che a casa sua qualcuno si preoccupi. Su, preparatevi, intanto vado ad accendere la macchina».
«E io che c'entro?»
Ylva lo guardò come se avesse a che fare con un ragazzino alla prima cotta — oh cielo, era proprio così.
«Secondo te, non ci sarà giusto un filino di imbarazzo tra me e Canuto se dovessimo rimanere da soli? Specie dopo quello che è successo in questa camera».
«Guarda che noi…!»
«Non farmelo ripetere un'altra volta. Vi aspetto giù».
E così dicendo gli diede le spalle e si incamminò lungo le scale. Thorfinn richiuse la porta, reprimendo a stento un grugnito di frustrazione e altre emozioni che doveva ancora imparare a conoscere.
«Dobbiamo andare» disse soltanto, avvicinandosi a Canuto.
Questi annuì ancora, con le gote un poco arrossate e un lieve senso di spaesamento riflesso nello sguardo. E come dargli torto.
«Oh, al diavolo» borbottò Thorfinn, alzandosi sulle punte per unire nuovamente le labbra alle sue. Detestava con ogni fibra del suo essere la differenza d'altezza che intercorreva tra di loro, ma cosa ci poteva fare?
Traballarono un po', ma non caddero. La presa si fece salda e tutto il resto perse la propria importanza. Quando Thorfinn avvertì le labbra di Canuto incurvarsi in un sorriso mentre il bacio proseguiva, comprese, forse, che quella doveva essere la felicità.
E giurò a se stesso che se la sarebbe tenuta stretta.
Thors avrebbe voluto così.
E, ora, lo voleva anche lui.
• Storia scritta per il Romance Month indetto dal forum Torre di Carta sempre con il prompt Hurt/Comfort.
• Storia scritta per la Valentine’s Day Challenge (III Edizione) indetta dal forum Siate Curiosi Sempre con i prompt la citazione che trovate a inizio capitolo + “sorridere durante un bacio”.
• DA DOVE INIZIO? Intanto che mai nella vita avrei pensato di portare a termine una mini long in così poco tempo ma ehi, c'è sempre una prima volta. L'effetto che questi due hanno avuto su di me è a dir poco miracoloso, ve lo dico.
Inoltre, come penso abbiate già intuito, dato che in questa storia non si risolvono tutti i problemi, sappiate che ci saranno dei sequel (con anche dei flashback legati alle prime interazioni tra Thorfinn e Canuto) e che quindi creerò una serie dedicata a questo universo — che non avrei mai pensato si sarebbe espanso perché io ingenuamente credevo davvero di risolvere tutto con questa mini long, e invece…
• Andando nello specifico di questo capitolo: Leif è un personaggio bellissimo e nella serie è proprio lui che parla di Vinland a Thorfinn e agli altri bambini per la prima volta e non solo, perché è colui che dopo la morte di Thors cerca Thorfinn in lungo e in largo e non si dà pace fino a quando non lo ritrova.
Questo perché Thorfinn, nella serie, dopo la morte di suo padre decide di seguire Askeladd ovunque vada al solo fine di poterlo sfidare, ucciderlo e vendicare così la morte di Thors. In undici anni, non è mai riuscito a batterlo. E infatti continua a seguirlo proprio per questo, tanto per dirvi che lui non sa nemmeno cosa ne farà della propria vita dopo essersi vendicato, ma questa è un'altra storia.
Quindi, insomma, non potevo non rendere Leif lo psicologo di Thorfinn in questa storia, così come non potevo non rimaneggiare in questo modo il canon legato alla figura di Askeladd: qui Thorfinn non lo segue, ma è come se Askeladd fosse sempre presente nella sua vita, come cenere sui polpastrelli che non se ne va — dato che Askeladd significa proprio “ragazzo di cenere”, non potevo lasciarmi sfuggire questo paragone.
• Ho rimaneggiato il canon anche per quanto riguarda la figura di Thors, ovvero: lui era un guerriero, il più forte di tutti, che arriva a un punto della sua vita in cui non vuole più avere a che fare coi combattimenti e la violenza, pertanto inscena la sua morte e diserta, andando in Islanda con Helga e Ylva a quel tempo ancora neonata.
Floki è colui che nel canon incarica Askeladd di uccidere Thors in quanto disertore, mentre in questa storia Thors si è reinventato come giornalista investigativo ma ha comunque abbandonato la violenza e, per farlo tacere, certe organizzazioni hanno pensato di assoldare Askeladd per portare a termine questo compito.
E sì, non ho risparmiato Thorfinn dall'assistere anche qui alla morte del padre, sto uno schifo, non lo nego.
• In tutto questo, volete sapere un'altra cosa? Che Canuto non se la passa bene col padre, quindi ci sarà ancora tanto da sviscerare e raccontare, nelle prossime storie.
Tra l'altro, la frase che ha colpito sia lui che Thorfinn, ovvero «Non esiste padre che non ami il proprio figlio» è canon, la dice proprio Canuto in un momento alquanto intenso in cui Thorfinn rimane colpito dalle sue parole.
Per quanto riguarda Thors possiamo confermare che sì, ha amato suo figlio. Ma Sweyn — che in questo caso non è il Re di Danimarca ma un politico molto influente? Eh, si vedrà.
• Giuro che ho quasi finito: ormai è fattuale che ci troviamo in Danimarca, se nel capitolo precedente ero stata vaga, qui ho scelto la direzione da prendere.
Ho lasciato qualche indizio legato ad esempio alla vinterferie, che in Danimarca è considerata la settimana di pausa invernale che cade solitamente tra il 12 e il 18 febbraio — quindi ci sono anche delle coordinate temporali.
Inoltre, la Faxe Kondi è la bibita più gettonata in Danimarca, spesso usata come alternativa alla Coca-Cola o alla Pepsi nei fast food e nei cinema.
Le lösgodis, invece, sono le caramelle sfuse, molto apprezzate sia in Danimarca che in Svezia, e si possono scegliere tra centinaia di gusti — un po' come la liquirizia salata nel capitolo precedente.
• Dato che queste non sono più N.d.A., ma un trattato di non belligeranza che poi passerò a Canuto per firmarlo, vi saluto qui. Vi ringrazio per aver dato una possibilità a questa storia e a questi personaggi e spero che anche questo capitolo sia stato di vostro gradimento.
Thorfinn e Canuto sono solo all'inizio, ma essersi avvicinati così tanto farà sicuramente la differenza, d’ora in avanti.
E sì, quei due forse non lo ammetteranno mai esplicitamente, ma stanno insieme. Confermo io.
Avremo modo di riparlarne meglio nei sequel.
Alla prossima!
M a k o


