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Autore: LubaLuft    05/03/2025    0 recensioni
“Bucky, metti gli occhiali e gli auricolari, per favore.”
Quella dietro la porta però non è la voce di Stark, ma di Steve.
Quando si tratta di lui, Bucky non fa domande ma esegue, da qualche parte nel suo cuore c’è una radice di assoluta fiducia nei suoi confronti che non è mai avvizzita.
Nelle sue orecchie risuona uno swing vagamente familiare – sì, proveniva… no… proviene! - dal retro del night club al piano terra del palazzo di fronte, e la musica si infila subito fra i secchi della spazzatura e gli effluvi vagamente rancidi, fumosi, sudati che emanano dal locale. A Bucky gira la testa mentre la stanza in cui è rinchiuso si trasforma in un quadrato di mura ingiallite, un pavimento di legno polveroso e una porta finestra aperta sulla scala antincendio. Casa.
Genere: Hurt/Comfort, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: James ’Bucky’ Barnes, Natasha Romanoff/Vedova Nera, Steve Rogers/Captain America, Tony Stark/Iron Man
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Margarita



 
Natasha osserva lo schermo che riprende la stanza-bunker in cui è rinchiuso Bucky. 
Il Soldato è in piedi davanti alla finestra, ermeticamente sigillata da un cristallo a prova del suo micidiale braccio sinistro - e anche di vento atomico. Si tratta di un prototipo di Tony Stark, il quale vorrebbe rivestirci tutte le finestre del Pentagono.
“Di preciso… come passa le sue giornate? Cosa fa?”
La Vedova sembra sinceramente curiosa, e nel suo tono Steve riesce a cogliere anche una lieve sfumatura d’affetto, nonostante le legnate che si sono dati con Bucky durante il loro ultimo scontro: lui le aveva quasi staccato il collo e lei gli aveva assestato un calcio nelle palle che per poco non lo aveva castrato.
Quando Nat lo aveva raccontato a Stark, Tony se ne era uscito con un teatralissimo e sottilmente sadico oouch!! Bucky gli aveva pur sempre ucciso i genitori, sebbene in quel momento fosse sotto il controllo dell’Hydra, e se anche aveva lasciato cadere i suoi propositi di vendetta, ci poteva stare fare un po’ lo stronzo - altrimenti non sarebbe stato Tony.
Anche Steve osserva Bucky. Lo scruta, come se volesse registrare ogni suo movimento, ogni dettaglio del suo comportamento, per ricondurlo al paradigma familiare che è scolpito nella sua mente da quando lo conosce: il modo in cui dondola la testa per sciogliere i muscoli del collo o tormenta il lobo dell’orecchio destro quando è sovrappensiero, o ancora la sua difficoltà a prendere sonno se prima non strofina i piedi uno sull’altro. 
Lo faceva anche con gli scarponi, quando erano al fronte. 
“Non fa niente. E allo stesso tempo, fa di tutto.” replica poi, sollevando lentamente le braccia e allargandole come a voler esprimere un grossolano concetto di quantità. 
Il suo amico è monitorato costantemente. L’obiettivo della detenzione non è soltanto quello di impedirgli di nuocere a se stesso e agli altri. Stark vuole analizzare le sue reazioni a una serie di stimoli: verbali, sonori, olfattivi, tutto ciò che può permettere di cogliere il sintomo prima che il morbo si trasformi in flagello.
“Che cosa intendi per tutto?…” rilancia Natasha.
“Combatte, per esempio. Contro i suoi traumi: quando si riaffacciano li affronta. A volte è Bucky ad avere la meglio, a volte no. Se è Bucky a vincere la mano, lo vedi che si distende, lo senti anche ridere. Oppure, se è tranquillo, si mette a leggere, anche per ore. E poi all’improvviso tutto precipita e sprofonda di nuovo nel buio e grida di rabbia, prende a pugni l’aria. Ha già spaccato il tavolino e la sedia.”
“E anche il letto, vedo…”
“Oh, quello… È andata così: un paio di notti fa deve aver avuto uno dei suoi incubi ed è finito con il culo per terra. La cosa lo ha mandato fuori di testa, ha caricato il braccio e ci ha staccato uno a uno i piedi del letto, come se fossero di burro, e poi ha appoggiato il materasso sul pavimento. Per ragioni di sicurezza e per recuperare i pezzi del letto hanno dovuto placarlo con una dose massiccia di tranquillanti.”
“E come glieli hanno somministrati? Sparandoglieli addosso come con i leoni?”
“No. Ha una placca medicata ricaricabile al centro della schiena, dove non può arrivare. È computerizzata, rilascia i medicinali sotto controllo esterno.”
“Sai… non credo che non ci possa arrivare, credo che non voglia arrivarci. Credo che sappia che è per il suo bene. Che cosa dicono i test?”
“Che il suo codice è ancora attivo e che il fatto che si stia ricordando chi fosse Bucky Barnes prima che gli facessero il lavaggio del cervello rende tutto più instabile. Sovrappone i piani, li confonde. Galleggia fra presente e passato. Dorme più sereno a contatto con la terra, ha detto Stark quando ha saputo del letto e ha detto anche che gli avrebbe procurato un tappeto. Credo che abbia ragione, Bucky è più calmo da quando si è sistemato su quella specie di giaciglio.”
“Quindi quel coso persiano arrotolato qua fuori è di Stark? Fattura pregiata.”
“Sai com’è fatto Tony…”
“Però non glielo ha ancora dato.”
“Appunto…”
“Steve. Hai detto che dormire sul pavimento lo fa stare più tranquillo. Perché, secondo te?”
Steve scuote la testa. “Non saprei risponderti. Anzi, quando ai tempi ci hanno pignorato il letto perché eravamo indietro con l’affitto, sono riuscito a placare la sua rabbia solamente disegnando per lui un ritratto di Rita Hayworth. Margarita Cansino, per l’esattezza, lui preferisce chiamarla così, sa più di esotico.”
“Prova a rifletterci. Forse ha a che fare con ricordi piacevoli?”
“Se si può definire piacevole essere obbligati a dormire per terra …”
“Però in quei momenti c’eri sempre tu con lui, vero…?”
Lo sguardo di Natasha è eloquente.
Anche quello di Steve, in risposta al suo.
“Credi che non ci abbia pensato, a portarlo a casa con me? Con queste premesse Tony non lo farà mai uscire, garantisce per lui e ha troppo da perdere. Potrebbe ammazzare me, il vicino di casa, il lattaio, il Presidente, chiunque.”
“Allora entraci tu, lì dentro. Entra nella sua testa, Steve. Disinnescala. Trova le radici di quel maledetto codice, dai una nuova lettura alle parole che lo tengono in ostaggio, una nuova interpretazione.”
 
____
 
“Si chiama B.A.R.F.Binarily Augmented Retro-Framing. Mi rendo conto che come acronimo fa un po’ schifo, prima o poi dovrò trovargli un nome decente. Comunque… l’idea che hai avuto è geniale e folle allo stesso tempo. Vorrei che fosse venuta a me, per poi dirmi di no da solo.”
“Come si potrebbe procedere?”
“Dipende dall’obiettivo. Io ho sfruttato il B.A.R.F. per gestire il lutto dei miei genitori. Come vedi c’entra sempre Barnes. Che cosa vuoi farne?”
“Vorrei evocare l’immagine del nostro monolocale di Brooklyn.”
“E come credi di poterci riuscire?”
“Reinterpretando il codice. Portandolo indietro e usando esattamente quelle parole.”
“Tu sei fuori di testa, Rogers. Potrebbe visualizzare qualsiasi cosa se stimoliamo il suo ippocampo con quella sua giaculatoria in cirillico. Potrebbe impazzire definitivamente e poi sarei costretto a porre fine alla sua vita. E ti assicuro che non voglio, sto facendo un enorme lavoro su me stesso per non cedere alla tentazione.”
“Tony. Ci posso riuscire. Sono solo parole. Hanno un loro significato, in qualunque lingua le si pronunci. Però mi servono quegli occhiali. Sigarette. Swing. Deve poter tornare da me com’era.”
Stark sospira.
“Swing, hai detto. Ah, voi nostalgici… Ti darò un vecchio disco dei miei.”

 
______

 
Bucky sta leggendo The Things They Carried, i racconti di Tim O’Brien sul Viet Nam. Uno in particolare lo ha colpito, Sweetheart of the Song-Tra-Bong: Mary Anne va a trovare il fidanzato-soldato sulle montagne. Finisce con una collana di lingue umane appesa al collo, in giro per le foreste a stanare i piccoli uomini in pigiama insieme ai Berretti Verdi.
Un’ombra fra le ombre, Mary Anne, con il suo stomaco pieno di qualcosa di denso e nero - la stessa oscurità che a Bucky ha colonizzato il cervello. Eppure, leggerne in un racconto, approcciare la cosa tramite un'opera letteraria la rende più gestibile. In un certo senso la rende universale.
 
Le luci si spengono all’improvviso, sul più bello. Strano.
Il cassetto del passavivande scivola cigolando verso l’esterno e poi si richiude con un colpo secco. La luce ritorna. Il cassetto ora contiene un paio di strani occhiali, un pacchetto di Camel, auricolari. Una trovata di Stark, è evidente.
“Bucky, metti gli occhiali e gli auricolari, per favore.”
Quella dietro la porta però non è la voce di Stark, ma di Steve.
Quando si tratta di lui, Bucky non fa domande ma esegue, da qualche parte nel suo cuore c’è una radice di assoluta fiducia nei suoi confronti che non è mai avvizzita. 
Nelle sue orecchie risuona uno swing vagamente familiare – sì, proveniva… no… proviene! - dal retro del night club al piano terra del palazzo di fronte, e la musica si infila subito fra i secchi della spazzatura e gli effluvi vagamente rancidi, fumosi, sudati che emanano dal locale. A Bucky gira la testa mentre la stanza in cui è rinchiuso si trasforma in un quadrato di mura ingiallite, un pavimento di legno polveroso e una porta finestra aperta sulla scala antincendio. Casa. 
È l’alba. Steve è seduto sulle scale a disegnare, in canottiera e mutande. Bucky è sul materasso che hanno dovuto sistemare sul pavimento. È tornato da poco, ha bevuto e fumato, ha ballato. È luglio. L’appartamento è una fornace.
“Bucky” dice Steve. Quale Steve? Quello fuori sulle scale, leggero e smagrito? Oppure quello che gli parla negli auricolari, gli descrive la scena e gli ripete una specie di cantilena? Bucky ne conosce perfettamente le parole, tutte le volte che le sente si trasforma in Mary Anne, con le lingue appese al collo e le mani sporche di sangue. Però è strano… Steve le pronuncia e le traduce, la sua voce le trasforma, le inserisce in un quadro. Steve sta ridisegnando la realtà. 
Si alza e va verso la finestra. Con lo stomaco che gli balla e le mani che gli tremano si accende una sigaretta. Il ferro delle scale è arrugginito, Coleman del piano di sotto ci è caduto dopo essersi fatto tre piani e si è preso il tetano. “Ti ricordi, Bucky?”
È tutto normale, è Brooklyn e ci sono i disperati, ovunque, e anche i fortunati - ma forse ancora non lo sanno, né gli uni né gli altri. C’è l’estate che brucia, l’acqua che va e viene, gente che dorme sulle scale esterne per disperazione. Bucky però non è disperato, è pieno di vita e d’amore per il suo amico fragile e ostinato. 
“Ricorda, Bucky” dice Steve nelle sue orecchie (quale Steve?) e Bucky ricorda, capisce che cosa gli sta accadendo grazie a quegli strani occhiali, e si commuove fino alle lacrime mentre cerca di accoppiare immagini e parole. 
Uno. Nove. Diciassette. 1917: James Buchanan Barnes è nato. 
Carro merci. È caduto fra le montagne, è morto da soldato. Poi è rinato come Soldato ed è stato riempito d’odio. Steve non è riuscito a salvarlo. Steve lo ha salvato.
La voce di Steve continua intanto a danzare nelle sue orecchie, è gentile e piena come lo swing, distende i nervi, trasforma in innocuo ciò che è spaventoso. Bucky scavalca la soglia della finestra e si avvicina all’altro Steve che continua a disegnare. La luce del sole ancora basso lo ricopre d’oro.
“Stevie…”
L’altro lo guarda. 
“Disegneresti una cosa per me? Quella cosa.
Steve sospira. 
“Ogni tuo desiderio, Bucky…”
Gli auricolari ora tacciono. 
Per Bucky, osservare la matita di Steve che scivola lenta e tratteggia le sopracciglia perfette di Margarita equivale a tornare a casa.
 
   
 
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