Cinema
Era rimasto solo il Nekoma nella foresteria dello Shinzen. Il Karasuno era appena risalito sul pulmino per Sendai e anche le altre squadre si erano man mano dileguate tutte in ordine sparso.
Il professor Nekomata e il suo collaboratore Naoi avevano preferito rientrare subito a Nerima ed erano ripartiti al tramonto mentre Kurō e gli altri - complici Bokuto e Akaashi che si erano attardati ad allenarsi ancora nella palestra n.3 - avevano ottenuto di poter restare a dormire lì ancora per una notte invece di farsi un’ora e mezza di treno e saltare la cena.
Quanto alla cena, ci avrebbe pensato Taketora Yamamoto, che si era tenuto il menù del macrobiotico e che da quando aveva rivisto Kiyoko Shimizu aveva capito che doveva e poteva mangiare meglio, avrebbe risolto così il suo leggero sovrappeso e conquistato la ragazza dei suoi sogni. Certo, avrebbe dovuto vedersela prima con Noya e Tanaka, qualcosa gli diceva che quei due erano due ossi duri. Ma tanto Shimizu non se li era mai filati di pezza, voleva pur dire qualcosa.
“Fra dieci minuti arriva l’asporto!!” esclamò tutto trionfante irrompendo nello stanzone in cui dormivano. “Non so di preciso che cosa ho ordinato ma è tutta roba salutare!”
Tetsurō Kurō lo inquadrò con l’occhio sinistro, di taglio. “Yamamoto. La scorsa volta che hai ordinato qualcosa di salutare ci siamo quasi intossicati.”
“Ehm… in realtà mi ero dimenticato di mettere giusto due cosette in frigorifero…”
“Già. E io non so come tu faccia a non morire almeno una volta al giorno. Per mano mia, intendo.”
Tetsurō sospirò, passandosi una mano fra i capelli.
Sono naturali oppure la mattina infili un dito in una presa di corrente?
Beh, sono piuttosto bravo con le dita…
Quella voce, sottile e affilata come una katana, gli piaceva decisamente troppo e lui aveva risposto decisamente a cazzo, provando a rimediare con un bravo a muro, intendo che però aveva sortito come unico effetto un guizzo infastidito dietro le lenti degli occhiali. Doveva averlo preso per un maniaco.
Si impose di non pensarci più, anche perché la suddetta voce l’aveva avuta nelle orecchie durante tutto il tempo del campo di allenamento, l’aveva sentita scivolare giù lungo la schiena insieme al sudore.
Non era un buon segno.
La cena arrivò in perfetto orario.
Aperte le scatole di cartone biologico ultrariciclato, i ragazzi tirarono fuori strani manicaretti con un vago profumo di salse dagli ingredienti misteriosi. Non sembrava roba malvagia, in effetti, il vero problema era l’inconsistenza calorica alla base di quel tipo di cucina.
“Non c’è pomodoro crudo, vero?” chiese Kozume. ”Sono allergico.”
“No, Kenma” rispose Yamamoto con decisione. “Sono stato chiaro quando ho ordinato.”
Rassicurato, Kenma si appropriò della dose giusta per colmare i suoi bisogni alimentari.
Anche Lev Haiba misurò la dose giusta, che nel suo caso equivaleva più o meno al triplo di quella che aveva preso Kenma.
Di cibo ve ne era comunque in abbondanza per tutti e presto calò il silenzio, rotto solo dai rumori che facevano somigliare il Nekoma a una squadra di ruminanti anziché di gatti.
Siete una piccola comunità di selvaggi, oro colato per qualsiasi etnologo. Lo si evince da come mangiate e da come lo stangone giappo-sovietico si vanta della lunghezza dei propri escrementi. Trogloditi.
A un certo punto, il rumore sonoro e prolungato di un rutto confermò la tesi sopra esposta. Tetsurō si era trovato subito d’accordo. Si sarebbe trovato sempre d’accordo con qualsiasi altra tesi espressa da quella voce profonda e tagliente nonostante il corpo sottile. Una katana con due piccole gemme d’ambra incastonate nell’elsa.
Non era un buon segno.
Verso le dieci metà squadra - soprattutto i primini e qualcuno del secondo anno - già dormiva con la bolla al naso. Fra questi anche Kenma, che però aveva una strana espressione, come se stesse facendo brutti sogni. Era sicuramente finito dentro a un suo videogioco onirico, gli era già capitato ed era stato chiaro: il sonno catalizza il processo creativo, quindi non bisognava disturbarlo, e lui ultimamente scriveva anche sceneggiature per giochi di ruolo.
Yaku parlottava con Inuoka e Kai, Lev - neanche a dirlo - era in bagno e si era portato anche due numeri di Monthly Volleyball, segno che la cosa era lunga. Kurō doveva ancora farsi una doccia e l’idea di mettere piede in quel bagno dopo la seduta di Lev non lo allettava per niente. Decise allora di intrufolarsi nei bagni del corpo B, la parte dell’istituto dove avevano pernottato quelli del Karasuno.
Sorrideva mentre camminava con una torcia in mano nel buio del vialetto, lo stesso lungo il quale il samurai dalla pelle d’avorio la sera faceva avanti e indietro curioso di vedere i suoi muri a Bokuto.
Quelle sere, la palestra 3 era sempre rimasta aperta fino a tardi, in uno sfarfallìo di falene e nuvole impazzite di moscerini: erano il correlativo oggettivo di ciò che agitava il suo stomaco e la sua mente quando se lo trovava davanti e non poteva abbassare granché lo sguardo semplicemente perché l’altro era più alto di lui. Aveva sempre la sensazione di essere radiografato e che si vedessero sulla lastra anche i suoi sentimenti e le sue pulsioni, innestati al tessuto osseo, irrorati dal sangue e irraggiati dai nervi. Un cazzo di problema, oltre che un bruttissimo segno.
I bagni erano enormi, i corvi li avevano lasciati più puliti di come li avevano trovati. In effetti, ci voleva poco con quel capitano-sbirro che si ritrovavano.
Si spogliò e si infilò in una delle docce. Il silenzio si riempì degli scrosci d’acqua e della sua voce sullo sfondo che canticchiava Friday I’m in love.
Era in paradiso, una doccia da re senza dover fare prima la fila e sorbirsi il fracasso di tutti i suoi kohai e di almeno un paio di senpai.
Ma quando era ormai asciugato e rivestito, davanti alla porta dell’antibagno si beccò un’altra doccia, stavolta fredda: la serratura era bloccata. Eppure non aveva chiuso a chiave! Niente panico, si disse, da qualche parte c’era sicuramente una cassetta degli attrezzi. Sarebbe bastato smontare la maniglia e sbloccarla. Si guardò intorno in cerca di un armadietto che poteva contenere qualcosa del genere ma a parte quello dei medicinali… nulla. Quando stava per rassegnarsi a comunicare la sua posizione agli altri, si accorse di un oggetto sul pavimento, dietro a un lavandino.
Un paio di occhiali da vista.
Quegli occhiali.
Tirò fuori il cellulare dal tascone della tuta. Aveva un ridicolo 4% di batteria e doveva fare una scelta. Cercò il numero nella chat Quelli della 3 che Bokuto aveva preteso di creare e compose un messaggio:
Ciao. Sei arrivato?
Lui sì che lo era.
Poco dopo, la risposta:
Certo che no. Sono quasi 500 chilometri. Hinata ha già vomitato due volte e vorrei che abbandonassimo Nishinoya e Tanaka alla prossima piazzola di emergenza.
Tetsurō rilanciò:
Indossi le lenti a contatto, vero?
Risposta:
Hai installato una webcam nel nostro pulmino?
Tetsurō intanto si era seduto sul pavimento, appoggiato alla porta, le gambe aperte e un sorriso divertito.
Hai dimenticato gli occhiali.
Non un grazie, solo un:
Che cosa ci fai nel nostro bagno?
Sono rimasto chiuso dentro. Puoi dire a Hinata di chiamare Kenma? Non ho batteria.
Potevi scrivergli direttamente tu.
I tuoi occhiali erano più importanti.
Tetsurō attese con pazienza. Qualche minuto dopo, un messaggio che gli cancellò il sorriso dalla faccia
Kozume non risponde. in compenso sembra che vaghi nel corpo principale della scuola in preda a un attacco di parasonnia, così mi ha detto Lev, che gli sta appresso insieme a Yamamoto. A proposito, sai che cos’è, vero?
Sì che lo sapeva. Kenma ne soffriva da quando era piccolo, semplicemente si alzava in piena notte e vagava in preda a un delirio onirico. Non lo si poteva svegliare ma seguire ed assecondare finché non gli passava.
Ho chiamato Yaku ma neanche lui risponde. Non ho altri contatti. Quanto hai di batteria?
Tetsurō constatò un 2%.
Poco.
Smetti di scrivermi allora.
No, parlare con te mi tiene lontano dal panico. Brutto segno.
Sullo schermo, i puntini apparivano e scomparivano.
Dopo qualche minuto, un nuovo messaggio
Ho chiamato Lev. Mi ha detto che sta portando Kenma da te. Gli ha detto che sei prigioniero dei tedeschi e che hai finito le munizioni. Di cosa vi drogate?
Eh?
Ti ho detto quello che ti dovevo dire.
Lev aveva avuto l’idea giusta: parlare con Kenma, capire in quale videogioco fosse finito nel suo delirio onirico e sfruttare il tutto per portarlo da lui.
Grazie per l’aiuto, Tsukki.
Grazie per gli occhiali.
Te li riporto sabato prossimo.
Ok.
Un rumore di passi piuttosto concitato ruppe la bolla di quiete che quell’ultimo stringato messaggio, ok, aveva creato attorno a Tetsurō mentre stringeva. gli occhiali di Tsukki nella mano destra e ne accarezzava le astine.
“Comandante, ora ti liberiamo. Abbiamo le munizioni. I crucchi sono sotto tiro, vero Kenma? Allontanati dalla porta.”
“Ehi… no! Basta smontare la maniglia!!”
“Tora! Riprendi tutto con il cellulare!”
Un paio di calci e la porta si aprì.
Kenma piangeva di gioia perché il suo comandante era finalmente libero. Kurō lo abbracciò per consolarlo, ringraziando i suoi uomini per il coraggio dimostrato. Il video finì nella chat della 3 e in tutte le altre sotto chat nate durante il campo di allenamento con il titolo “Il comandante Kurō e la Compagnia N”.
Mentre tornavano indietro, un ultimo messaggio brillò nel buio del vialetto:
Hai mai pensato di darti al cinema?
Il telefono si spense prima che potesse rispondergli Porno?
Game over.


