Bonus: ancora dolce nei ricordi miei
Un canticchiare leggero riempiva il silenzio della stanza. Era un tardo pomeriggio nervoso, eppure stranamente quieto. Per tutta la mattina c’era stato un gran via vai di gente intorno a quella camera. Persino il dottor Lassonne s’era fatto vedere e per diverse ore non ne era uscito. Poi la situazione si era un poco calmata, ma l’imperativo era categorico. Nessuno doveva entrare.
Tenere il bambino lontano da lì il più possibile era stato abbastanza facile. Era oramai grande a sufficienza da avere impegni che gli occupassero gran parte del tempo e della concentrazione. I precettori, la lezione di musica, gli allenamenti di scherma… E se non fosse stato pieno inverno sarebbe rimasto anche di più fuori in giardino con il cane.
Non aveva mai dormito tanto in vita sua. Ed era strano che gli capitasse proprio adesso che il suo aiuto fosse così necessario per i poveri di Parigi. Il Cavaliere Nero non aveva tempo da perdere. Ma Bernard Châtelet di energie non ne aveva mai avute così poche in corpo. E insomma, se uno non riusciva a stare in piedi l’altro non aveva modo di occuparsi delle persone in difficoltà.
Gli riusciva complicato muoversi. Sentiva come una stretta al petto e qualcosa solleticargli la pelle. A dirla tutta, aveva un vago ricordo di qualcuno che si raccomandava di non alzarsi dal letto, non affaticarsi, dormire molto affinché la ferita potesse rimarginarsi a dovere e non peggiorare. Voltò il viso dalla parte del muro e provò a riaddormentarsi.
Eppure non riusciva a prendere sonno. C’era ancora quel canticchiare continuo che gli dava sui nervi. Una cantilena infinita che gli impediva di riposare come avrebbe voluto. E poi un suono sottile ma costante. Leggero. Non comprendeva di cosa si trattasse.
Quando aprì gli occhi si scoprì in una stanza che non conosceva, coperto da lenzuola che non erano certamente le sue. Nulla di ciò che vedeva gli apparteneva ed era grato che fosse così. Non avrebbe mai sopportato di vivere in un luogo del genere. La sua coscienza non gliel’avrebbe mai permesso.
Riuscì con fatica ad alzare una mano per strofinare gli occhi e svegliarsi a dovere. Schiarì la vista e non comprese. Non si aspettava di certo di riprendersi da qualsiasi cosa fosse successa la notte precedente in un palazzo nobiliare e condividere la stanza con un bambino che colorava.
- E tu chi sei? - Domandò l'uomo, perplesso. Faticava a voltarsi del tutto, disteso nel letto. S’adoperò il giusto per capire cosa fosse che lo stringeva tanto e s’accorse della fasciatura sotto la casacca nera che indossava.
L'altro non lo guardava. La testa era bassa su un foglio, i pastelli colorati correvano avanti e indietro. Le gambe si muovevano lentamente sotto la sedia. - Non posso dirvelo. Non ho il permesso.
Bernard credette di essere preso in giro. Ora che rimetteva un poco in ordine i ricordi, s’avvedeva che quella fosse una delle stanze di palazzo Jarjayes. Che, per quanto poteva immaginare, era una casa di militari. Possibile che lo stessero facendo tenere d’occhio da un marmocchio ben vestito più preso dai suoi divertimenti che non dal prigioniero? Decise di contrattaccare.
- Però sei qui. - Fece lui. Pensava di coglierlo alla sprovvista.
Il bambino alzò le spalle. Totalmente disinteressato a dargli già la soddisfazione di concedergli un briciolo di attenzione in più. - Infatti non dovrei. Ma ero curioso.
- Di cosa?
Sbuffò. - Di vedervi.
Frans aprì la scatolina e infilò dentro i pastelli che non gli servivano più. Ne tirò fuori un paio d’altri mentre riprendeva a canticchiare qualcosa che gli aveva insegnato la sua cameriera preferita. Di tanto in tanto la voce aumentava d’intensità, poi tornava a bisbigliare. Lo divertiva intrattenersi così nel disegnare. Lo aiutava a concentrarsi.
L’uomo restò a guardarlo ancora in attesa che succedesse qualcosa. Ma poiché tutto rimaneva uguale, cercò di sdraiarsi meglio in un respiro profondo. Una mano corse alla fasciatura, provò ad allentarla perché almeno non pizzicasse più. Rinunciò quando s’accorse che il nodo era troppo stretto e lasciò che il capo ricadesse sul cuscino con un piccolo tonfo.
- Io sono arrabbiato con voi.
Quelle parole lo colsero di sorpresa. Pensava che avrebbero condiviso il tempo in silenzio, invece il suo guardiano gli aveva di nuovo rivolto la parola. E dal suo tono asciutto non pareva intenzionato a portare avanti una conversazione molto cordiale.
- E sentiamo: come mai? I nobili adesso mandano avanti i bambini per smuovere compassione?
Frans rimase colpito dal suo atteggiamento stizzito. Perché lo comprese bene – a differenza dell'insinuazione. E lo infastidiva molto quando qualcuno se la prendeva con lui senza motivo.
Alzò gli occhi, glieli puntò contro. Gelidi e taglienti. Troppo, per essere così piccolo. La mano sinistra smise subito di colorare. La destra, invece, stringeva un pastello. Così stretto da spezzarlo a metà. Ogni tanto quando si arrabbiava aveva il vizio di rompere le cose – sempre e solo oggetti di poco conto, per fortuna. E benché stessero provando in ogni modo a togliergli quella brutta abitudine (perché era sbagliata e non doveva permettersi di sfogare le sue frustrazioni così), capitava talvolta che accadesse ancora.
Calò il silenzio.
Bernard deglutì. Non si era mai sentito tanto a disagio; soprattutto non davanti a un bambino. Era certo che se fosse stato un poco più grande, lo avrebbe giustiziato senza nemmeno pensarci due volte.
- … Ma si può sapere chi sei?
- Non posso dirvelo! - Cantilenò l’altro. Come se quel tizio sdraiato nel letto destinato agli ospiti fosse stupido e non capisse un concetto tanto semplice. - Mi hanno proibito di parlarvi. Io lo faccio comunque, però, perché devo sapere chi è che ha ferito il mio papà.
L'uomo sgranò gli occhi. Non poteva credere alle sue orecchie. Quello era... Era figlio di... Non poteva essere. Nel modo più assoluto. Non gli somigliava. E poi non aveva affatto l’aria di essere figlio di un semplice attendente, di un servo. Se lo fosse stato, non si sarebbe trovato lì con tanta tranquillità a causare problemi con i padroni di casa.
- Io... - Balbettò appena. - Tu… sei suo figlio?
Frans sbuffò un'altra volta. Tornò a colorare, non gli interessava più guardarlo. Gli cominciava davvero a sembrare poco sveglio.
- Io sono fortunato, sapete? Ho un padre e un papà. So che ci sono dei bambini che non ne hanno neanche uno, purtroppo. - Tirò fuori un pastello di cera blu dalla scatolina. - Uno è quello vero. Domani andrò da lui. L'altro è quello con cui sono cresciuto. - Puntò di nuovo gli occhi sull'altro. - E che voi avete ferito.
- Beh, se quei due non si fossero messi in mezzo, nulla sarebbe stato.
- Io lo so che voi rubavate. - Puntualizzò il piccolo. - Loro dovevano prendervi perché le cose sbagliate non si fanno. E rubare è sbagliato.
Si percepiva chiara e netta la tensione tra i due. Uno estremamente serio nel rivendicare la propria posizione. L’altro in bilico tra il sentirsi ridicolo a discutere con un moccioso col sangue blu e voler sostenere la bontà delle sue azioni.
- Anche avere troppo rispetto a chi muore di fame è sbagliato. O questo ti va bene?
Frans corrugò la fronte mentre colorava un’onda di azzurro.
- Non lo so. Non so di cosa state parlando, se qualcuno ha fame deve mangiare. Però so che adesso il mio papà sta male. Ed è colpa vostra.
Bernard tacque. Ma l'attacco successivo lo destabilizzò: era più intelligente di molti adulti.
- Adesso che André sta male, qualcuno non è più povero?
Attese un attimo. Non poteva rispondergli per le rime. Non si trattava di un adulto, si sarebbero trovati entrambi in difficoltà a proseguire quella discussione alzando i toni. Bisognava cambiare strategia.
- Bambino, quanti anni hai?
- Otto.
- Sei sveglio.
L'altro scrollò le spalle di nuovo. Non gli importavano i complimenti. Non in quel momento. Voleva solo capire. Che se nessuno gli diceva niente, ci arrivava da solo alla risoluzione del problema.
- Chi sarebbero i tuoi genitori, dunque?
- Perché vi interessa? E poi, tutti dicono che assomiglio alla mia mamma.
L'uomo lo studiò meglio. Biondo, capelli ricci. Le guance tonde e lo sguardo fiero. Nobile, ovviamente. Comprese. Non aveva la minima idea che la nemesi avesse un figlio. Né che lo condividesse (in chissà quale modo) con la sua ultima vittima.
- Mi pare che tu voglia fare conversazione. Ma io sono solito conoscere la gente con cui parlo...
Non ci fu tempo per distendere i rapporti, però. La copertura stava per saltare, non si poteva più fare alcunché.
La porta si aprì di colpo. Frans l'aveva dimenticata socchiusa, rendendo quindi evidente la trasgressione del divieto. E quando si voltò, comprese di essere nei guai. Guai seri.
Sulla soglia, Oscar fissava prima uno e poi l'altro. La mano sulla maniglia, l'espressione severa. Glielo aveva ripetuto cento volte. In quella stanza non doveva recarsi. Era stata categorica. E ora doveva mantenere fede alla propria parola prendendo il posto del generale nel metterlo in castigo.
Bernard osservò quei due. Adesso era tutto più chiaro.
- Fuori di qui. - Solo tre parole. Bastarono quelle. Secche e decise. E il bambino sfrecciò via abbandonando il blocco da disegno e i pastelli sul tavolo. - Stavi davvero discutendo con un bambino di otto anni? Ti facevo un po' più uomo.
- Stavamo avendo un confronto di opinioni. Quel ragazzino è sveglio, comandante. Mi complimento con voi.
Oscar mosse impercettibilmente il capo per ringraziare. Non che ci fosse bisogno di un ladro per scoprire di avere un figlio intelligente. Ma la buona educazione imponeva quello e lei non mancò di rispettarla.
S’affacciò alla finestra e guardò fuori, oltre il balcone. Non si scorgeva anima viva per le campagne che circondavano palazzo Jarjayes. Finse di non notare il riflesso del tavolo ancora invaso dall’occorrente da disegno di Frans.
- Bernard Châtelet, nato nel 1760. Giornalista.
- Così è. Sei ben informata sul mio conto.
- Potrei saperne di più consegnandoti alle autorità. - Puntualizzò lei.
- E non lo farai?
- Devi guarire, prima.
Il prigioniero scoppiò a ridere, nonostante provasse dolore. Non riusciva proprio a trattenersi davanti al senso di giustizia duro e puro di quella donna soldato.
- Generoso da parte tua! Potrei comunque fuggire, sono piuttosto abile ormai…
- Mi sembra un progetto difficile da realizzare. Avevo mirato alla spalla, ma per qualche ragione il proiettile è passato vicino al cuore. Se ti alzi da quel letto troppo in fretta la tua ferita peggiorerà.
Soltanto in quel momento Bernard comprese la gravità della situazione. Per non morire doveva rimanere alle direttive della stessa persona che lo aveva quasi ucciso. Strinse il lenzuolo tra le dita. Un velo di rabbia e di fatica gli si pose addosso. Era del tutto nelle sue mani.
La porta d’un tratto s’aprì piano di nuovo. E questa volta non di soppiatto. André era salito nella camera del prigioniero per controllare che tutto fosse sotto controllo. Non voleva che Oscar rimanesse da sola con lui, che le potesse accadere qualcosa. Non era di certo la vista un poco malandata a tenerlo lontano dal proteggerla a ogni costo. Restò in disparte, ad assistere a una conversazione in cui forse avrebbe dovuto avere almeno una parola ma nella quale non l’avrebbe pretesa per non prevaricare la donna che amava.
- Se fossi morto per causa mia avrei dei rimorsi. - Proseguì Oscar. - Ma se sei così poco attaccato dalla vita da scappare e metterti in grave pericolo, è una responsabilità tua. Se ti muovi, ci sarà un ladro in meno in Francia.
L’uomo cercò di sdrammatizzare. - Ladro mi sembra troppo poco per il Cavaliere Nero…
- Allora prenditi tutto il tempo per pensare a cosa sei. Tanto da qui non ti alzerai.
Uscirono insieme dalla sua camera. In silenzio, senza commentare nulla nel raggio di ascolto dell’ospite poco desiderato. E quando Bernard Châtelet, giornalista e Cavaliere Nero, rimase da solo, s’accorse che se veramente quella donna soldato fosse stata come tutti gli altri ufficiali delle Guardie Reali, lo avrebbe freddato con un colpo volutamente dritto al cuore.
…
C’era voluto davvero poco perché palazzo precipitasse di nuovo nell’angoscia: giusto il tempo di scendere le scale. Il via vai era ripreso, il dottor Lassonne era stato fatto chiamare in fretta. Era stata una fitta rapida come una saetta, dolorosa come il fuoco sulla carne viva. In un istante era corsa dall’occhio sinistro fino alla testa. Le distanze s’erano sfasate, le altezze distorte, le profondità annullate.
Alla nonna tutti ripetevano di non preoccuparsi, che non sarebbe accaduto niente di grave. Era in ottime mani, suo nipote. Alcune cameriere s’erano ingegnate a tenerla in cucina, almeno per il tempo in cui il medico fosse arrivato e l’avesse poi visitato. Le avevano preparato una camomilla perché si tranquillizzasse. Finché poi non si era distratta un poco ricordandosi di dover preparare gli abiti del bambino per recarsi a casa del padre fino all’ora di cena il giorno dopo. Ma era talmente tesa! Al punto che neppure gli abbracci e i baci del suo piccolo Frans riuscivano a lenire il dolore per quanto stava accadendo al suo André.
Quando poi Oscar l’aveva chiamata nella camera, nel corridoio della servitù, non aveva potuto più trattenersi. Era scoppiata in un pianto disperato vedendo il nipote seduto sul letto, chino sulla toeletta a pulire la ferita all’occhio. Reggeva il capo con un braccio appoggiandolo al ginocchio mentre tamponava con delicatezza il viso. Il dottore non proferiva verbo. Aveva preso una sedia e gli si si era poi piazzato davanti con una candela in mano.
- Segui la luce. - Gli ripeteva il dottore. Era accigliato: perché il giovane non l’aveva ascoltato e perché chiaramente non stava vedendo la fiammella davanti a lui. - Avevo detto di non togliere le bende per nessun motivo.
André non aveva risposto. Non aveva granché da dire, in effetti. Aveva contravvenuto alla sua prescrizione e ora attendeva un responso che doveva solo essergli confermato. Che senso aveva giustificarsi.
Sapeva che alle spalle di Lassonne c’erano Oscar e la nonna. E se conosceva bene entrambe, poteva immaginare come stessero manifestando il medesimo stato d’animo. Una trincerandosi in una serietà che nascondeva rabbia e dolore; l’altra cercando di trattenere i singhiozzi per non infastidire il medico. Ringraziava che fossero chissà come riusciti a tenere Frans occupato in altro. Non avrebbe mai voluto che assistesse anche lui allo strazio di un verdetto come quello.
- Mi dispiace, ma hai perso per sempre l’uso dell’occhio sinistro.
Il mondo era crollato in quella stanza. Benché Lassonne provasse a rassicurare Marie che con un occhio solo un uomo può sopravvivere, il colpo per tutti era stato devastante. Al punto che Oscar era corsa a prendere la spada e poi nella stanza di Bernard. E gliel’avrebbe conficcata nel petto, là dove la pallottola non era stata in grado di finirlo. Ci avrebbe pensato da sola. Al diavolo che stava dormendo! Voleva vendicarsi con la stessa arma con cui lui aveva rovinato la vita di André. Il suo André. Lo stesso che poi l’aveva raggiunta, aveva cercato di farla ragionare. Che tutto sommato il Cavaliere Nero sarà stato anche un ladro, ma pur sempre a fin di bene. Non doveva sporcarsi le mani del suo sangue per lui. Gli bastava che gli stesse vicino, ma che prima gli desse un poco di tempo e di spazio per riordinare le idee e la vita. Giusto qualche ora. E alla sera, quando il bambino oramai s’era addormentato dopo una sera troppo frenetica in cui era stato davvero difficile separarlo da André perché non lo riempisse di domande, Oscar lo aveva raggiunto per dargli la buonanotte e si era seduta accanto a lui sul letto. Gli aveva stretto la mano e posato un bacio sulla tempia. Con il cuore e lo stomaco in subbuglio perché più le diceva di non sentirsi in colpa, più le era impossibile riuscirci.
Per un giorno intero Frans era stato lontano da André. La coincidenza di dover andare da Fersen, a Parigi, s’era rivelata provvidenziale. Così almeno dal mattino fino a cena avrebbe avuto una distrazione mentre a palazzo si provvedeva a organizzare lo spostamento di Bernard Châtelet a casa di Rosalie. La sua vittima era stata “più uomo di lui” nel chiedere a Oscar di non consegnarlo. Dunque si doveva trovare anche una giustificazione plausibile da dare al generale. Perché se lei aveva accettato di comprendere cosa fossero significate le gesta del Cavaliere Nero per la gente di Parigi, suo padre non sarebbe di certo stato tanto indulgente.
Ma era inevitabile che Frans ci avrebbe pensato comunque. In quel giorno di distanza aveva cercato di raccontare al conte quanto fosse preoccupato, cosa lo rendesse triste. S’era trovato però aggrovigliato in un intreccio di sentimenti e parole tale da poterlo riassumere solo con una: “tutto”. E benché si fosse poi crogiolato nelle distrazioni e nelle lezioni che i precettori gli davano a casa di suo padre quando si recava lì, non riusciva comunque a darsi pace.
Ora che, però, era finalmente di nuovo a palazzo e sveglio (ché la sera prima, dopo cena, era stato riportato già nel mondo dei sogni), Frans non aveva più intenzione di rimanere più separato da quell’uomo che fin dal principio gli aveva mostrato cosa significasse volergli bene. Così decise di non rimanere con le mani in mano. Che altrove avrebbe di sicuro risposte. Dal diretto interessato, per la precisione.
Gli mancava all'inverosimile André. Voleva passare del tempo con lui. Voleva ridere e giocare e correre in sua compagnia. Voleva leggergli una storia al lume di candela, come era accaduto nei giorni in cui l’altro era stato a letto con l’occhio bendato – prima che Marie lo accompagnasse fuori. Voleva parlargli e dirgli tantissime cose. O anche solo rimanere in silenzio al suo fianco.
Arrivato al piano della servitù, aprì lento la porta. Sgusciò dentro e la richiuse, con la massima cura. Non intendeva in alcun modo disturbare, o attirare l’attenzione. La stanza era semibuia: da quello che aveva capito, adesso il suo migliore amico non poteva stare troppo alla luce del sole. Dunque nel suo unico spazio privato doveva tenere le tende tirate o le persiane accostate. Al mattino, al pomeriggio… Sempre.
Ciò nonostante, Frans non aveva alcun problema a orientarcisi. La conosceva bene. Sapeva che a sinistra c’erano il letto e la toilette con lo specchio, a destra la scrivania. Poi una piccola libreria in fondo e un cassettone per i vestiti agli angoli della parete opposta alla porta.
Assottigliò lo sguardo per cercare di capire dove fosse la sedia. Non voleva disturbarlo, era ancora presto. Ma aveva un disperato bisogno di dargli un abbraccio e non lasciarlo andare mai più.
Si guardò intorno. Gli pareva che la stanza fosse vuota. Le coperte erano in ordine, ma il cuscino ancora da sprimacciare. Si respirava un’aria fredda, forse le finestre erano appena state richiuse. C’era ancora il suo libro sul comodino; sospirò nel scorgere il segno dove era rimasto. Avrebbe voluto che tutto fosse restato come quel giorno.
In un istante si lasciò trasportare dalla nostalgia. Lui non lo ricordava, ma tante volte André gli aveva raccontato di quando era grande appena per saper parlare e dopo il pranzo aveva insistito fino alle lacrime perché potesse restare con “‘Dré” e dunque il riposino l’aveva fatto disteso addosso a quella persona che un giorno avrebbe considerato a tutti gli effetti il suo papà. Ancora non bravissimo a cambiarlo, ma perfetto come cuscino.
- Buongiorno. Sei già sveglio…
Il bambino si ridestò dai pensieri. S’alzò di scatto dalla sedia e rimase immobile, con le braccia lungo i fianchi e i pugni stretti perché era arrabbiato e triste e voleva piangere ma non poteva. I (futuri) soldati non piangono.
- Buongiorno.
André trovava sempre tempo e modo per Frans. Anche quando era mattino presto e doveva cominciare a dare un senso alla sua presenza a palazzo adesso che tutto era diverso. Anche quando avrebbe preferito restare da solo per rimettere insieme i pensieri.
Oramai era inevitabile ritrovarselo ovunque. Lui arrivava in qualsiasi posto, magari soltanto per esserci. Anzi, soprattutto per quello. Era facile che decidesse di tenere una silenziosa compagnia mentre gli altri lavoravano, o erano impegnati in cose che non lo riguardavano. Frans si metteva in disparte che i suoi pastelli o i libri, ma non perdeva mai nessuno di vista.
Dunque André andò alla toilette, gli spettinò i capelli e posò il catino vuoto. Riordinò ciò che gli era servito per radersi, mise tutto in ordine. Sempre con quel paio d’occhi di ghiaccio puntati addosso a scrutarlo in ogni gesto. Lo percepiva dal suo silenzio angosciato che stavano per arrivare delle domande.
- Senti… - Cominciò Frans. Stringeva le mani nelle mani premendo il pollice nel palmo. - È vero che non ci vedi più?
L’altro si voltò. Non pensava che fosse così coraggioso da voler di sua sponte affrontare quel discorso difficile senza mezzi termini. Ma in effetti era pur sempre figlio di Oscar e il sangue freddo non mancava di certo in famiglia.
S’avvicinò aprendo mezza persiana e gli si accovacciò davanti. Così da poter essere alla sua stessa altezza per guardarlo bene in viso. Il bambino lo abbracciò con una calma che non gli si addiceva. Che di solito era tanto irruento e deciso, non sembrava neppure lo stesso. Le palpebre serrate strette per la paura di perderlo.
Frans sentì il magone nascergli in gola. Se André non poteva più vedere bene, non avrebbero più potuto fare tutto come prima. E prima di tutto loro due erano amici che si divertivano insieme.
Una mano lo accarezzò sul capo. La stessa che da sempre, da otto anni, lo accompagnava in ogni cosa. Che lo rassicurava e gli dava forza.
- Soltanto da un occhio, Frans. - lo rassicurò l’altro. - Potremo continuare a fare tutto ciò che facevamo prima. Giocheremo ancora, te lo prometto.
André lo strinse forte a sé quando si accorse che aveva cominciato a piangere. Il cuore s’infranse in mille pezzi.
- Frans, davvero... Va tutto bene, ho ancora l'occhio destro. - Era così difficile far ragionare un Jarjayes che ha deciso qualcosa. Soprattutto quando era per il negativo.
Il bambino scosse il capo. Rifiutava categoricamente la prospettiva di una consolazione superficiale. Lui sapeva che fosse tutto a posto. Lo sapeva. La loro vita insieme era sempre stata scandita da attività per cui vederci bene era importante. Quando andavano a cavallo, quando tiravano di scherma, quando passeggiavano fino alla Senna. E poi come avrebbero fatto a leggere insieme prima di dormire, nelle sere d’inverno con le persiane chiuse su una distesa infinita di neve e il camino che scoppiettava? Non sarebbero mai più andati a cercare le lucciole tra l’erba alta in estate!
Era anche ben consapevole, peraltro, che André era accanto a loro non soltanto perché era il nipote della nonna. E neppure perché voleva bene sia a lui che a Oscar. Loro due insieme andavano alla reggia, con i soldati. Gente che spara, che deve combattere. Tutte cose che richiedevano l’uso di entrambi gli occhi.
Il pensiero gli diede la forza per stringersi ancora più forte. Anche se oramai era un bambino grande e sollevarlo da terra cominciava a essere complesso – senza contare il divieto assoluto imposto dal generale. Ma poiché erano André era il suo amico speciale per tantissimi motivi ed erano soli nella stanza, venne fatto uno strappo alla regola.
Sembrò che in un attimo il tempo fosse balzato indietro. Capitava da sempre di dover consolare il bambino – per una ragione o per l’altra. E anche quando si trattava di qualcosa che era fuori dal controllo di chiunque, c’era sempre spazio tra le sue braccia per lui. Si poteva dire che ci fosse cresciuto in quello spazio ristretto e sicuro. Nel quale Frans era ancora sempre comunque piccolo, esile ma non di certo al punto di spezzarsi con un soffio di vento. Si tranquillizzava quando sentiva di essere accarezzato sulla schiena, tra i capelli. Ma costava veramente molto dover ammettere che questa volta non sarebbe passato tutto. E avrebbero trascorso il resto della vita ad averne la prova.
- André… - Bisbigliò lui contro la sua giacca.
- Dimmi.
Il bambino tirò su col naso e scostò il capo per guardalo in viso. - Io ti posso aiutare... Anzi, io… voglio aiutarti! Mi dirai cosa ti servirà, va bene? E io farò tutto.
L'altro gli sorrise. Gli asciugò le lacrime con il fazzoletto che teneva in tasca. Lo guardò: si sentì davvero fortunato. Ad avere la possibilità di averlo intorno e di avere con lui un rapporto familiare. Era grato di poter condividere le sue giornate con Frans, con il suo cuore così grande. Anche in giornate come quelle.
- Tu non devi preoccuparti. Continueremo a divertirci insieme, te lo prometto. Dovremo solo avere la pazienza di andare più cauti, va bene?
Lui annuì. Non era mai stato deluso dalla sua parola.
- E poi… - Proseguì. - Noi siamo sempre stati amici. Non vorrai metterti a fare tu da attendente a me?
A dispetto dell'ironia dell'obiezione e del tono divertito, era commosso dalla generosità di Frans. Pronto a tutto, inarrestabile davanti alle ingiustizie. Proprio come sua madre.
Il bambino rimase interdetto. - No, io... - Poi ci rifletté un attimo. E se anche fosse stato? Poteva farcela! Ormai era grande! E stava imparando anche a prendersi cura degli altri a dovere. - Sì! Sarò il tuo attendente.
André gli sorrise ancora e lo riportò a terra. Posò le mani sulle sue spalle. Un gesto tramandato in eredità da suo padre, lontanissimo nei ricordi della sua infanzia.
- Preferirei che tutto rimanesse com’è sempre stato. - Gli disse, con grande dolcezza. - E che adesso andassimo a fare colazione, così mi potrai raccontare cos’hai fatto ieri a casa del conte. Altrimenti poi arriva l’ora delle lezioni e non riesci a dirmi tutto. Ti va?
Il volto di Frans s’illuminò di nuovo. Accetto felice la sua proposta. Ieri era stata una giornata intensa! Insieme uscirono dalla camera, in un fiume di parole che sarebbe stato difficile arginare. Mano nella mano. Anche se oramai stava diventando grande e doveva essere ogni giorno sempre più indipendente del precedente. Ma era felice di poter restituire un poco di normalità a giorni destinati a cambiare per sempre.
Tenere il bambino lontano da lì il più possibile era stato abbastanza facile. Era oramai grande a sufficienza da avere impegni che gli occupassero gran parte del tempo e della concentrazione. I precettori, la lezione di musica, gli allenamenti di scherma… E se non fosse stato pieno inverno sarebbe rimasto anche di più fuori in giardino con il cane.
Non aveva mai dormito tanto in vita sua. Ed era strano che gli capitasse proprio adesso che il suo aiuto fosse così necessario per i poveri di Parigi. Il Cavaliere Nero non aveva tempo da perdere. Ma Bernard Châtelet di energie non ne aveva mai avute così poche in corpo. E insomma, se uno non riusciva a stare in piedi l’altro non aveva modo di occuparsi delle persone in difficoltà.
Gli riusciva complicato muoversi. Sentiva come una stretta al petto e qualcosa solleticargli la pelle. A dirla tutta, aveva un vago ricordo di qualcuno che si raccomandava di non alzarsi dal letto, non affaticarsi, dormire molto affinché la ferita potesse rimarginarsi a dovere e non peggiorare. Voltò il viso dalla parte del muro e provò a riaddormentarsi.
Eppure non riusciva a prendere sonno. C’era ancora quel canticchiare continuo che gli dava sui nervi. Una cantilena infinita che gli impediva di riposare come avrebbe voluto. E poi un suono sottile ma costante. Leggero. Non comprendeva di cosa si trattasse.
Quando aprì gli occhi si scoprì in una stanza che non conosceva, coperto da lenzuola che non erano certamente le sue. Nulla di ciò che vedeva gli apparteneva ed era grato che fosse così. Non avrebbe mai sopportato di vivere in un luogo del genere. La sua coscienza non gliel’avrebbe mai permesso.
Riuscì con fatica ad alzare una mano per strofinare gli occhi e svegliarsi a dovere. Schiarì la vista e non comprese. Non si aspettava di certo di riprendersi da qualsiasi cosa fosse successa la notte precedente in un palazzo nobiliare e condividere la stanza con un bambino che colorava.
- E tu chi sei? - Domandò l'uomo, perplesso. Faticava a voltarsi del tutto, disteso nel letto. S’adoperò il giusto per capire cosa fosse che lo stringeva tanto e s’accorse della fasciatura sotto la casacca nera che indossava.
L'altro non lo guardava. La testa era bassa su un foglio, i pastelli colorati correvano avanti e indietro. Le gambe si muovevano lentamente sotto la sedia. - Non posso dirvelo. Non ho il permesso.
Bernard credette di essere preso in giro. Ora che rimetteva un poco in ordine i ricordi, s’avvedeva che quella fosse una delle stanze di palazzo Jarjayes. Che, per quanto poteva immaginare, era una casa di militari. Possibile che lo stessero facendo tenere d’occhio da un marmocchio ben vestito più preso dai suoi divertimenti che non dal prigioniero? Decise di contrattaccare.
- Però sei qui. - Fece lui. Pensava di coglierlo alla sprovvista.
Il bambino alzò le spalle. Totalmente disinteressato a dargli già la soddisfazione di concedergli un briciolo di attenzione in più. - Infatti non dovrei. Ma ero curioso.
- Di cosa?
Sbuffò. - Di vedervi.
Frans aprì la scatolina e infilò dentro i pastelli che non gli servivano più. Ne tirò fuori un paio d’altri mentre riprendeva a canticchiare qualcosa che gli aveva insegnato la sua cameriera preferita. Di tanto in tanto la voce aumentava d’intensità, poi tornava a bisbigliare. Lo divertiva intrattenersi così nel disegnare. Lo aiutava a concentrarsi.
L’uomo restò a guardarlo ancora in attesa che succedesse qualcosa. Ma poiché tutto rimaneva uguale, cercò di sdraiarsi meglio in un respiro profondo. Una mano corse alla fasciatura, provò ad allentarla perché almeno non pizzicasse più. Rinunciò quando s’accorse che il nodo era troppo stretto e lasciò che il capo ricadesse sul cuscino con un piccolo tonfo.
- Io sono arrabbiato con voi.
Quelle parole lo colsero di sorpresa. Pensava che avrebbero condiviso il tempo in silenzio, invece il suo guardiano gli aveva di nuovo rivolto la parola. E dal suo tono asciutto non pareva intenzionato a portare avanti una conversazione molto cordiale.
- E sentiamo: come mai? I nobili adesso mandano avanti i bambini per smuovere compassione?
Frans rimase colpito dal suo atteggiamento stizzito. Perché lo comprese bene – a differenza dell'insinuazione. E lo infastidiva molto quando qualcuno se la prendeva con lui senza motivo.
Alzò gli occhi, glieli puntò contro. Gelidi e taglienti. Troppo, per essere così piccolo. La mano sinistra smise subito di colorare. La destra, invece, stringeva un pastello. Così stretto da spezzarlo a metà. Ogni tanto quando si arrabbiava aveva il vizio di rompere le cose – sempre e solo oggetti di poco conto, per fortuna. E benché stessero provando in ogni modo a togliergli quella brutta abitudine (perché era sbagliata e non doveva permettersi di sfogare le sue frustrazioni così), capitava talvolta che accadesse ancora.
Calò il silenzio.
Bernard deglutì. Non si era mai sentito tanto a disagio; soprattutto non davanti a un bambino. Era certo che se fosse stato un poco più grande, lo avrebbe giustiziato senza nemmeno pensarci due volte.
- … Ma si può sapere chi sei?
- Non posso dirvelo! - Cantilenò l’altro. Come se quel tizio sdraiato nel letto destinato agli ospiti fosse stupido e non capisse un concetto tanto semplice. - Mi hanno proibito di parlarvi. Io lo faccio comunque, però, perché devo sapere chi è che ha ferito il mio papà.
L'uomo sgranò gli occhi. Non poteva credere alle sue orecchie. Quello era... Era figlio di... Non poteva essere. Nel modo più assoluto. Non gli somigliava. E poi non aveva affatto l’aria di essere figlio di un semplice attendente, di un servo. Se lo fosse stato, non si sarebbe trovato lì con tanta tranquillità a causare problemi con i padroni di casa.
- Io... - Balbettò appena. - Tu… sei suo figlio?
Frans sbuffò un'altra volta. Tornò a colorare, non gli interessava più guardarlo. Gli cominciava davvero a sembrare poco sveglio.
- Io sono fortunato, sapete? Ho un padre e un papà. So che ci sono dei bambini che non ne hanno neanche uno, purtroppo. - Tirò fuori un pastello di cera blu dalla scatolina. - Uno è quello vero. Domani andrò da lui. L'altro è quello con cui sono cresciuto. - Puntò di nuovo gli occhi sull'altro. - E che voi avete ferito.
- Beh, se quei due non si fossero messi in mezzo, nulla sarebbe stato.
- Io lo so che voi rubavate. - Puntualizzò il piccolo. - Loro dovevano prendervi perché le cose sbagliate non si fanno. E rubare è sbagliato.
Si percepiva chiara e netta la tensione tra i due. Uno estremamente serio nel rivendicare la propria posizione. L’altro in bilico tra il sentirsi ridicolo a discutere con un moccioso col sangue blu e voler sostenere la bontà delle sue azioni.
- Anche avere troppo rispetto a chi muore di fame è sbagliato. O questo ti va bene?
Frans corrugò la fronte mentre colorava un’onda di azzurro.
- Non lo so. Non so di cosa state parlando, se qualcuno ha fame deve mangiare. Però so che adesso il mio papà sta male. Ed è colpa vostra.
Bernard tacque. Ma l'attacco successivo lo destabilizzò: era più intelligente di molti adulti.
- Adesso che André sta male, qualcuno non è più povero?
Attese un attimo. Non poteva rispondergli per le rime. Non si trattava di un adulto, si sarebbero trovati entrambi in difficoltà a proseguire quella discussione alzando i toni. Bisognava cambiare strategia.
- Bambino, quanti anni hai?
- Otto.
- Sei sveglio.
L'altro scrollò le spalle di nuovo. Non gli importavano i complimenti. Non in quel momento. Voleva solo capire. Che se nessuno gli diceva niente, ci arrivava da solo alla risoluzione del problema.
- Chi sarebbero i tuoi genitori, dunque?
- Perché vi interessa? E poi, tutti dicono che assomiglio alla mia mamma.
L'uomo lo studiò meglio. Biondo, capelli ricci. Le guance tonde e lo sguardo fiero. Nobile, ovviamente. Comprese. Non aveva la minima idea che la nemesi avesse un figlio. Né che lo condividesse (in chissà quale modo) con la sua ultima vittima.
- Mi pare che tu voglia fare conversazione. Ma io sono solito conoscere la gente con cui parlo...
Non ci fu tempo per distendere i rapporti, però. La copertura stava per saltare, non si poteva più fare alcunché.
La porta si aprì di colpo. Frans l'aveva dimenticata socchiusa, rendendo quindi evidente la trasgressione del divieto. E quando si voltò, comprese di essere nei guai. Guai seri.
Sulla soglia, Oscar fissava prima uno e poi l'altro. La mano sulla maniglia, l'espressione severa. Glielo aveva ripetuto cento volte. In quella stanza non doveva recarsi. Era stata categorica. E ora doveva mantenere fede alla propria parola prendendo il posto del generale nel metterlo in castigo.
Bernard osservò quei due. Adesso era tutto più chiaro.
- Fuori di qui. - Solo tre parole. Bastarono quelle. Secche e decise. E il bambino sfrecciò via abbandonando il blocco da disegno e i pastelli sul tavolo. - Stavi davvero discutendo con un bambino di otto anni? Ti facevo un po' più uomo.
- Stavamo avendo un confronto di opinioni. Quel ragazzino è sveglio, comandante. Mi complimento con voi.
Oscar mosse impercettibilmente il capo per ringraziare. Non che ci fosse bisogno di un ladro per scoprire di avere un figlio intelligente. Ma la buona educazione imponeva quello e lei non mancò di rispettarla.
S’affacciò alla finestra e guardò fuori, oltre il balcone. Non si scorgeva anima viva per le campagne che circondavano palazzo Jarjayes. Finse di non notare il riflesso del tavolo ancora invaso dall’occorrente da disegno di Frans.
- Bernard Châtelet, nato nel 1760. Giornalista.
- Così è. Sei ben informata sul mio conto.
- Potrei saperne di più consegnandoti alle autorità. - Puntualizzò lei.
- E non lo farai?
- Devi guarire, prima.
Il prigioniero scoppiò a ridere, nonostante provasse dolore. Non riusciva proprio a trattenersi davanti al senso di giustizia duro e puro di quella donna soldato.
- Generoso da parte tua! Potrei comunque fuggire, sono piuttosto abile ormai…
- Mi sembra un progetto difficile da realizzare. Avevo mirato alla spalla, ma per qualche ragione il proiettile è passato vicino al cuore. Se ti alzi da quel letto troppo in fretta la tua ferita peggiorerà.
Soltanto in quel momento Bernard comprese la gravità della situazione. Per non morire doveva rimanere alle direttive della stessa persona che lo aveva quasi ucciso. Strinse il lenzuolo tra le dita. Un velo di rabbia e di fatica gli si pose addosso. Era del tutto nelle sue mani.
La porta d’un tratto s’aprì piano di nuovo. E questa volta non di soppiatto. André era salito nella camera del prigioniero per controllare che tutto fosse sotto controllo. Non voleva che Oscar rimanesse da sola con lui, che le potesse accadere qualcosa. Non era di certo la vista un poco malandata a tenerlo lontano dal proteggerla a ogni costo. Restò in disparte, ad assistere a una conversazione in cui forse avrebbe dovuto avere almeno una parola ma nella quale non l’avrebbe pretesa per non prevaricare la donna che amava.
- Se fossi morto per causa mia avrei dei rimorsi. - Proseguì Oscar. - Ma se sei così poco attaccato dalla vita da scappare e metterti in grave pericolo, è una responsabilità tua. Se ti muovi, ci sarà un ladro in meno in Francia.
L’uomo cercò di sdrammatizzare. - Ladro mi sembra troppo poco per il Cavaliere Nero…
- Allora prenditi tutto il tempo per pensare a cosa sei. Tanto da qui non ti alzerai.
Uscirono insieme dalla sua camera. In silenzio, senza commentare nulla nel raggio di ascolto dell’ospite poco desiderato. E quando Bernard Châtelet, giornalista e Cavaliere Nero, rimase da solo, s’accorse che se veramente quella donna soldato fosse stata come tutti gli altri ufficiali delle Guardie Reali, lo avrebbe freddato con un colpo volutamente dritto al cuore.
…
C’era voluto davvero poco perché palazzo precipitasse di nuovo nell’angoscia: giusto il tempo di scendere le scale. Il via vai era ripreso, il dottor Lassonne era stato fatto chiamare in fretta. Era stata una fitta rapida come una saetta, dolorosa come il fuoco sulla carne viva. In un istante era corsa dall’occhio sinistro fino alla testa. Le distanze s’erano sfasate, le altezze distorte, le profondità annullate.
Alla nonna tutti ripetevano di non preoccuparsi, che non sarebbe accaduto niente di grave. Era in ottime mani, suo nipote. Alcune cameriere s’erano ingegnate a tenerla in cucina, almeno per il tempo in cui il medico fosse arrivato e l’avesse poi visitato. Le avevano preparato una camomilla perché si tranquillizzasse. Finché poi non si era distratta un poco ricordandosi di dover preparare gli abiti del bambino per recarsi a casa del padre fino all’ora di cena il giorno dopo. Ma era talmente tesa! Al punto che neppure gli abbracci e i baci del suo piccolo Frans riuscivano a lenire il dolore per quanto stava accadendo al suo André.
Quando poi Oscar l’aveva chiamata nella camera, nel corridoio della servitù, non aveva potuto più trattenersi. Era scoppiata in un pianto disperato vedendo il nipote seduto sul letto, chino sulla toeletta a pulire la ferita all’occhio. Reggeva il capo con un braccio appoggiandolo al ginocchio mentre tamponava con delicatezza il viso. Il dottore non proferiva verbo. Aveva preso una sedia e gli si si era poi piazzato davanti con una candela in mano.
- Segui la luce. - Gli ripeteva il dottore. Era accigliato: perché il giovane non l’aveva ascoltato e perché chiaramente non stava vedendo la fiammella davanti a lui. - Avevo detto di non togliere le bende per nessun motivo.
André non aveva risposto. Non aveva granché da dire, in effetti. Aveva contravvenuto alla sua prescrizione e ora attendeva un responso che doveva solo essergli confermato. Che senso aveva giustificarsi.
Sapeva che alle spalle di Lassonne c’erano Oscar e la nonna. E se conosceva bene entrambe, poteva immaginare come stessero manifestando il medesimo stato d’animo. Una trincerandosi in una serietà che nascondeva rabbia e dolore; l’altra cercando di trattenere i singhiozzi per non infastidire il medico. Ringraziava che fossero chissà come riusciti a tenere Frans occupato in altro. Non avrebbe mai voluto che assistesse anche lui allo strazio di un verdetto come quello.
- Mi dispiace, ma hai perso per sempre l’uso dell’occhio sinistro.
Il mondo era crollato in quella stanza. Benché Lassonne provasse a rassicurare Marie che con un occhio solo un uomo può sopravvivere, il colpo per tutti era stato devastante. Al punto che Oscar era corsa a prendere la spada e poi nella stanza di Bernard. E gliel’avrebbe conficcata nel petto, là dove la pallottola non era stata in grado di finirlo. Ci avrebbe pensato da sola. Al diavolo che stava dormendo! Voleva vendicarsi con la stessa arma con cui lui aveva rovinato la vita di André. Il suo André. Lo stesso che poi l’aveva raggiunta, aveva cercato di farla ragionare. Che tutto sommato il Cavaliere Nero sarà stato anche un ladro, ma pur sempre a fin di bene. Non doveva sporcarsi le mani del suo sangue per lui. Gli bastava che gli stesse vicino, ma che prima gli desse un poco di tempo e di spazio per riordinare le idee e la vita. Giusto qualche ora. E alla sera, quando il bambino oramai s’era addormentato dopo una sera troppo frenetica in cui era stato davvero difficile separarlo da André perché non lo riempisse di domande, Oscar lo aveva raggiunto per dargli la buonanotte e si era seduta accanto a lui sul letto. Gli aveva stretto la mano e posato un bacio sulla tempia. Con il cuore e lo stomaco in subbuglio perché più le diceva di non sentirsi in colpa, più le era impossibile riuscirci.
Per un giorno intero Frans era stato lontano da André. La coincidenza di dover andare da Fersen, a Parigi, s’era rivelata provvidenziale. Così almeno dal mattino fino a cena avrebbe avuto una distrazione mentre a palazzo si provvedeva a organizzare lo spostamento di Bernard Châtelet a casa di Rosalie. La sua vittima era stata “più uomo di lui” nel chiedere a Oscar di non consegnarlo. Dunque si doveva trovare anche una giustificazione plausibile da dare al generale. Perché se lei aveva accettato di comprendere cosa fossero significate le gesta del Cavaliere Nero per la gente di Parigi, suo padre non sarebbe di certo stato tanto indulgente.
Ma era inevitabile che Frans ci avrebbe pensato comunque. In quel giorno di distanza aveva cercato di raccontare al conte quanto fosse preoccupato, cosa lo rendesse triste. S’era trovato però aggrovigliato in un intreccio di sentimenti e parole tale da poterlo riassumere solo con una: “tutto”. E benché si fosse poi crogiolato nelle distrazioni e nelle lezioni che i precettori gli davano a casa di suo padre quando si recava lì, non riusciva comunque a darsi pace.
Ora che, però, era finalmente di nuovo a palazzo e sveglio (ché la sera prima, dopo cena, era stato riportato già nel mondo dei sogni), Frans non aveva più intenzione di rimanere più separato da quell’uomo che fin dal principio gli aveva mostrato cosa significasse volergli bene. Così decise di non rimanere con le mani in mano. Che altrove avrebbe di sicuro risposte. Dal diretto interessato, per la precisione.
Gli mancava all'inverosimile André. Voleva passare del tempo con lui. Voleva ridere e giocare e correre in sua compagnia. Voleva leggergli una storia al lume di candela, come era accaduto nei giorni in cui l’altro era stato a letto con l’occhio bendato – prima che Marie lo accompagnasse fuori. Voleva parlargli e dirgli tantissime cose. O anche solo rimanere in silenzio al suo fianco.
Arrivato al piano della servitù, aprì lento la porta. Sgusciò dentro e la richiuse, con la massima cura. Non intendeva in alcun modo disturbare, o attirare l’attenzione. La stanza era semibuia: da quello che aveva capito, adesso il suo migliore amico non poteva stare troppo alla luce del sole. Dunque nel suo unico spazio privato doveva tenere le tende tirate o le persiane accostate. Al mattino, al pomeriggio… Sempre.
Ciò nonostante, Frans non aveva alcun problema a orientarcisi. La conosceva bene. Sapeva che a sinistra c’erano il letto e la toilette con lo specchio, a destra la scrivania. Poi una piccola libreria in fondo e un cassettone per i vestiti agli angoli della parete opposta alla porta.
Assottigliò lo sguardo per cercare di capire dove fosse la sedia. Non voleva disturbarlo, era ancora presto. Ma aveva un disperato bisogno di dargli un abbraccio e non lasciarlo andare mai più.
Si guardò intorno. Gli pareva che la stanza fosse vuota. Le coperte erano in ordine, ma il cuscino ancora da sprimacciare. Si respirava un’aria fredda, forse le finestre erano appena state richiuse. C’era ancora il suo libro sul comodino; sospirò nel scorgere il segno dove era rimasto. Avrebbe voluto che tutto fosse restato come quel giorno.
In un istante si lasciò trasportare dalla nostalgia. Lui non lo ricordava, ma tante volte André gli aveva raccontato di quando era grande appena per saper parlare e dopo il pranzo aveva insistito fino alle lacrime perché potesse restare con “‘Dré” e dunque il riposino l’aveva fatto disteso addosso a quella persona che un giorno avrebbe considerato a tutti gli effetti il suo papà. Ancora non bravissimo a cambiarlo, ma perfetto come cuscino.
- Buongiorno. Sei già sveglio…
Il bambino si ridestò dai pensieri. S’alzò di scatto dalla sedia e rimase immobile, con le braccia lungo i fianchi e i pugni stretti perché era arrabbiato e triste e voleva piangere ma non poteva. I (futuri) soldati non piangono.
- Buongiorno.
André trovava sempre tempo e modo per Frans. Anche quando era mattino presto e doveva cominciare a dare un senso alla sua presenza a palazzo adesso che tutto era diverso. Anche quando avrebbe preferito restare da solo per rimettere insieme i pensieri.
Oramai era inevitabile ritrovarselo ovunque. Lui arrivava in qualsiasi posto, magari soltanto per esserci. Anzi, soprattutto per quello. Era facile che decidesse di tenere una silenziosa compagnia mentre gli altri lavoravano, o erano impegnati in cose che non lo riguardavano. Frans si metteva in disparte che i suoi pastelli o i libri, ma non perdeva mai nessuno di vista.
Dunque André andò alla toilette, gli spettinò i capelli e posò il catino vuoto. Riordinò ciò che gli era servito per radersi, mise tutto in ordine. Sempre con quel paio d’occhi di ghiaccio puntati addosso a scrutarlo in ogni gesto. Lo percepiva dal suo silenzio angosciato che stavano per arrivare delle domande.
- Senti… - Cominciò Frans. Stringeva le mani nelle mani premendo il pollice nel palmo. - È vero che non ci vedi più?
L’altro si voltò. Non pensava che fosse così coraggioso da voler di sua sponte affrontare quel discorso difficile senza mezzi termini. Ma in effetti era pur sempre figlio di Oscar e il sangue freddo non mancava di certo in famiglia.
S’avvicinò aprendo mezza persiana e gli si accovacciò davanti. Così da poter essere alla sua stessa altezza per guardarlo bene in viso. Il bambino lo abbracciò con una calma che non gli si addiceva. Che di solito era tanto irruento e deciso, non sembrava neppure lo stesso. Le palpebre serrate strette per la paura di perderlo.
Frans sentì il magone nascergli in gola. Se André non poteva più vedere bene, non avrebbero più potuto fare tutto come prima. E prima di tutto loro due erano amici che si divertivano insieme.
Una mano lo accarezzò sul capo. La stessa che da sempre, da otto anni, lo accompagnava in ogni cosa. Che lo rassicurava e gli dava forza.
- Soltanto da un occhio, Frans. - lo rassicurò l’altro. - Potremo continuare a fare tutto ciò che facevamo prima. Giocheremo ancora, te lo prometto.
André lo strinse forte a sé quando si accorse che aveva cominciato a piangere. Il cuore s’infranse in mille pezzi.
- Frans, davvero... Va tutto bene, ho ancora l'occhio destro. - Era così difficile far ragionare un Jarjayes che ha deciso qualcosa. Soprattutto quando era per il negativo.
Il bambino scosse il capo. Rifiutava categoricamente la prospettiva di una consolazione superficiale. Lui sapeva che fosse tutto a posto. Lo sapeva. La loro vita insieme era sempre stata scandita da attività per cui vederci bene era importante. Quando andavano a cavallo, quando tiravano di scherma, quando passeggiavano fino alla Senna. E poi come avrebbero fatto a leggere insieme prima di dormire, nelle sere d’inverno con le persiane chiuse su una distesa infinita di neve e il camino che scoppiettava? Non sarebbero mai più andati a cercare le lucciole tra l’erba alta in estate!
Era anche ben consapevole, peraltro, che André era accanto a loro non soltanto perché era il nipote della nonna. E neppure perché voleva bene sia a lui che a Oscar. Loro due insieme andavano alla reggia, con i soldati. Gente che spara, che deve combattere. Tutte cose che richiedevano l’uso di entrambi gli occhi.
Il pensiero gli diede la forza per stringersi ancora più forte. Anche se oramai era un bambino grande e sollevarlo da terra cominciava a essere complesso – senza contare il divieto assoluto imposto dal generale. Ma poiché erano André era il suo amico speciale per tantissimi motivi ed erano soli nella stanza, venne fatto uno strappo alla regola.
Sembrò che in un attimo il tempo fosse balzato indietro. Capitava da sempre di dover consolare il bambino – per una ragione o per l’altra. E anche quando si trattava di qualcosa che era fuori dal controllo di chiunque, c’era sempre spazio tra le sue braccia per lui. Si poteva dire che ci fosse cresciuto in quello spazio ristretto e sicuro. Nel quale Frans era ancora sempre comunque piccolo, esile ma non di certo al punto di spezzarsi con un soffio di vento. Si tranquillizzava quando sentiva di essere accarezzato sulla schiena, tra i capelli. Ma costava veramente molto dover ammettere che questa volta non sarebbe passato tutto. E avrebbero trascorso il resto della vita ad averne la prova.
- André… - Bisbigliò lui contro la sua giacca.
- Dimmi.
Il bambino tirò su col naso e scostò il capo per guardalo in viso. - Io ti posso aiutare... Anzi, io… voglio aiutarti! Mi dirai cosa ti servirà, va bene? E io farò tutto.
L'altro gli sorrise. Gli asciugò le lacrime con il fazzoletto che teneva in tasca. Lo guardò: si sentì davvero fortunato. Ad avere la possibilità di averlo intorno e di avere con lui un rapporto familiare. Era grato di poter condividere le sue giornate con Frans, con il suo cuore così grande. Anche in giornate come quelle.
- Tu non devi preoccuparti. Continueremo a divertirci insieme, te lo prometto. Dovremo solo avere la pazienza di andare più cauti, va bene?
Lui annuì. Non era mai stato deluso dalla sua parola.
- E poi… - Proseguì. - Noi siamo sempre stati amici. Non vorrai metterti a fare tu da attendente a me?
A dispetto dell'ironia dell'obiezione e del tono divertito, era commosso dalla generosità di Frans. Pronto a tutto, inarrestabile davanti alle ingiustizie. Proprio come sua madre.
Il bambino rimase interdetto. - No, io... - Poi ci rifletté un attimo. E se anche fosse stato? Poteva farcela! Ormai era grande! E stava imparando anche a prendersi cura degli altri a dovere. - Sì! Sarò il tuo attendente.
André gli sorrise ancora e lo riportò a terra. Posò le mani sulle sue spalle. Un gesto tramandato in eredità da suo padre, lontanissimo nei ricordi della sua infanzia.
- Preferirei che tutto rimanesse com’è sempre stato. - Gli disse, con grande dolcezza. - E che adesso andassimo a fare colazione, così mi potrai raccontare cos’hai fatto ieri a casa del conte. Altrimenti poi arriva l’ora delle lezioni e non riesci a dirmi tutto. Ti va?
Il volto di Frans s’illuminò di nuovo. Accetto felice la sua proposta. Ieri era stata una giornata intensa! Insieme uscirono dalla camera, in un fiume di parole che sarebbe stato difficile arginare. Mano nella mano. Anche se oramai stava diventando grande e doveva essere ogni giorno sempre più indipendente del precedente. Ma era felice di poter restituire un poco di normalità a giorni destinati a cambiare per sempre.
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