Come tutti
È mattina presto e il vagone è talmente affollato che è difficile evitare di strofinarsi addosso a qualcuno. Sulle porte poi si è come risucchiati indietro dalla massa che sale a bordo, incurante di chi tenta invece di scendere. Per un attimo accarezza l’idea di lasciare che i flutti lo travolgano, lo sospingano nuovamente nel caldo umido del treno portandolo chissà dove, in un quartiere nuovo, sconosciuto e smisurato - nel senso letterale del termine, un luogo di cui proprio non conosce basi e altezze e profondità, che non può dominare - ma poi respira l’aria fredda del binario, che lo riporta alla realtà. Grigia e di cemento ma almeno solida e stabile e, soprattutto, più spaziosa.
Come ogni mattina, varca la soglia del suo ufficio in perfetto orario. Ha il tempo di aprire le finestre per quindici minuti per arieggiare a fondo la sua stanza in fondo al corridoio, sistemare sulla scrivania tutte le pratiche secondo un preciso ordine di priorità prima di iniziare a ricevere chi ha prenotato un appuntamento.
Quando dice avanti il prossimo lo fa senza alzare lo sguardo dai fogli. Aspetta che siedano sulla sedia di fronte alla sua scrivania e che tirino fuori le carte. Se gli è possibile, a parte qualche minimo contatto visivo e verbale, interagisce solo con quelle.
Raramente è tutto in regola. La maggior parte delle volte chi gli sta di fronte non sa che cosa deve fare e allora lo chiede a lui – mentre lui dovrebbe solo limitarsi a raccogliere, registrare e depositare.
In generale, nessuno è mai davvero preciso, nessuno compila i documenti come dovrebbe, nessuno conosce l’ordine dei passaggi - e lui, alla fine, è pagato per perdere tempo.
Tuttavia, quella mattina sembra essere partita piuttosto bene perché alle undici ha già evaso metà del suo lavoro.
“Avanti il prossimo.”
La porta si chiude, la sedia si sposta.
“Buongiorno.” È una voce femminile.
Non alza mai la testa, non gli interessa stabilire un contatto visivo. Si prende sempre il suo tempo.
Una mano piccola e curata gli porge un voluminoso plico.
Il nome scritto sul frontespizio è la prima cosa che legge, e lo colpisce. È un nome come un altro, possono essercene tanti uguali al suo. È per questo che scorre subito con un dito a controllare l’indirizzo, per esserne certo oltre ogni ragionevole dubbio, senza dover alzare gli occhi. Non vuole farlo subito, prima deve calmarsi.
Osserva le mani di lei, che sono nervose e picchiettano con le dita sul tavolo. Le vibrazioni si trasmettono alle sue.
“Che cosa deve fare?”
“Devo vendere il mio appartamento. Ho la procura di mio marito ma il notaio dice che non può procedere al rogito.”
Vendere. Perché? Dove se ne va?
Sistema l’espressione del suo viso come meglio può, nasconde la sorpresa in un colpo di tosse e un sorso d’acqua e poi finalmente la guarda. Ha già chiuso il negozio - una merceria - lo sa perché ci passava davanti tutte le sere con la scusa di fermarsi all’edicola accanto e di comprare giornali che poi non avrebbe letto. La vetrina è andata man mano spogliandosi di nastri, bottoni, calze, piccoli lavori a maglia e a uncinetto. Debiti, aveva detto l’edicolante.
Dopo che la donna aveva calato la serranda definitivamente, quando la sera rientrava dall’ufficio aveva preso l’abitudine di fermarsi sulle scale, davanti alla sua porta, per capire se fosse in casa, al sicuro, perché ce n’era di gentaglia in giro, quello dell’edicola aveva detto che con i suoi debiti c’entravano sicuramente gli usurai. Un paio di volte le aveva lasciato sulla porta una cena presa dal cinese sotto casa perché sapeva che le piaceva. Chissà, forse aveva buttato via tutto, non si era fidata di quei regali anonimi.
“Vediamo prima i documenti che ha con sé.”
Lei ha spillato insieme diversi fogli fra di loro riempiendoli di post it colorati pieni di annotazioni in una grafia lenta e ornata. Lui respira a fondo e inizia a staccarli uno a uno, mettendo i post it in fila uno accanto all’altro, come i vagoni di un treno.
Resta in lettura assorta per qualche minuto, poi alza lo sguardo.
“Perché non posso vendere?”
“Perché qui manca il decreto del giudice tutelare.”
“Non capisco.”
“Suo… marito. È capace di intendere e di volere?”
“Sì. Ma è… completamente paralizzato. Non… parla. È ricoverato in un istituto.”
“Allora deve parlare il giudice al posto suo. Oggi è impossibile ottenere alcunché.”
“Ma domattina ho il notaio. Se salta tutto, la banca mi prende la casa. Se la vendo, pago la banca e mi resta qualcosa. Che cosa devo fare?”
“Aspettare. Come tutti. Compili questi moduli, inserisca un recapito, una mail. Su questo foglio ci sono le istruzioni per pagare i diritti di cancelleria. Le segua alla lettera.”
“Ma domattina come faccio?”
“Prenda tempo.”
“Non ne ho.”
Neanche lui ne ha più. Ha aspettato troppo.
_____
Quella sera, il treno è più vuoto. Trova un posto a sedere nell’ultimo vagone.
È esausto. Non è più abituato ad essere agguerrito e tenace, a lavorare febbrilmente. Non è più abituato ad avere un obiettivo che non sia quello di galleggiare in un mare di carte e quindi è stato faticoso nuotare nella corrente, spingersi ai piani superiori, bussare e chiedere, rappresentare quasi come proprie urgenze non sue. Lei non è come tutti, nel suo essere niente. Niente per lui, ovviamente. Anzi, forse sarebbe il caso di dire che è lui a non essere niente per lei. Mentre stampava, bollava, protocollava se lo ripeteva continuamente.
Solo alle quattro del pomeriggio è riuscito a conferire con il giudice, estorcendogli il decreto. Non passa mai davanti a nessuno, non è deontologicamente accettabile e per quella firma rubata a qualcun altro avrà sicuramente sulla coscienza le istanze di altri disperati che hanno fretta di risolvere i loro problemi – strano, li chiama disperati ora, prima erano solo individui – e alle cinque, prima di staccare, ha inviato l’atto direttamente al notaio.
Ha fatto in tempo.
_____
Nei giorni a seguire, tutto ritorna misurato e consueto. Pratiche, individui, istruzioni, avanti il prossimo, ma lui deve essere stanco più del solito perché si sente rallentato. Crede di vederla in giro: sulla strada, al supermercato. Una mattina, nel treno affollato e umido di fiato e pioggia, talmente umido che gli occhiali si appannano, gli è sembrato di vederla in fondo al vagone. Il suo viso pallido, incorniciato di capelli biondi, spiccava nella massa grigia dei cappotti e dei cappelli. Era chiaramente un’allucinazione eppure, mentre faticava a scendere come ogni mattina si era voltato nuovamente indietro, gli era sembrato di vederla ancora, ondeggiare nel mare inquieto della folla, come una sirena nascosta fra le rocce. Per un attimo si è fatto buio, per un attimo ha pensato di lasciarsi spingere di nuovo dentro. Poi è uscito.
La casa di lei è silenziosa. Se ne sarà già andata? Prova a lasciare nuovamente una cena del cinese sulla sua porta, poi scende a notte fonda a spiare e non trova più la busta di cartone, forse allora non è ancora andata via. Come se cambiasse qualcosa.
Una sera invece trova tracce di polvere, un pezzetto di nastro da pacchi, il tappeto spostato e il legno della porta sporco di ditate. Anche uno strano bottone che ricorda l’opale e che raccoglie e mette in tasca. Deve avere traslocato. Certo che cambia qualcosa.
Continua a vederla in giro, è chiaro che si tratta di un condizionamento che lo porta a rimanere trasognato davanti al computer, che gli rimescola fogli e pensieri. Confonde gli appuntamenti, guarda troppo le persone, sfonda il muro di solitudine autoimposta con la quale navigava sereno fino a poco tempo prima. Non si aspetta più di vederla, comincia proprio a cercarla.
Nella tasca della giacca tiene il bottone opalescente. Una sera lo tira fuori mentre è sul treno e si accorge che non si tratta di un bottone ma di un ciondolo. Sul palmo della mano cambia colore, brilla nonostante i neon del vagone. Quante sfumature ha quella pietra? Quanti colori nascosti non ha mai voluto vedere?
Una volta a casa, tira fuori il ciondolo dalla tasca e lo posa sul tavolino che ha all’ingresso. Non può tenerlo e non può restituirglielo perché se lo facesse si svelerebbe, verrebbe fuori tutto il suo tormento e lei capirebbe che è lui l’ombra che sfiorava la sua porta e le offriva del cibo - per placare la sua, di fame.
Ed è confuso, lì nell’ingresso di casa, talmente confuso che quando suonano alla porta non chiede chi sia, non guarda attraverso lo spioncino, apre e basta. Sul pianerottolo c’è lei, con il suo sguardo di sirena.
Ha gli occhi verdi, della stessa sfumatura verde che domina il ciondolo. Lo recupera sul tavolino, fa un passo avanti, esce dalla porta e dai suoi confini e glielo restituisce, senza dire nulla.
“Grazie.” dice lei. E restano lì a guardarsi nel mare ormai buio delle scale.
Fine
Come ogni mattina, varca la soglia del suo ufficio in perfetto orario. Ha il tempo di aprire le finestre per quindici minuti per arieggiare a fondo la sua stanza in fondo al corridoio, sistemare sulla scrivania tutte le pratiche secondo un preciso ordine di priorità prima di iniziare a ricevere chi ha prenotato un appuntamento.
Quando dice avanti il prossimo lo fa senza alzare lo sguardo dai fogli. Aspetta che siedano sulla sedia di fronte alla sua scrivania e che tirino fuori le carte. Se gli è possibile, a parte qualche minimo contatto visivo e verbale, interagisce solo con quelle.
Raramente è tutto in regola. La maggior parte delle volte chi gli sta di fronte non sa che cosa deve fare e allora lo chiede a lui – mentre lui dovrebbe solo limitarsi a raccogliere, registrare e depositare.
In generale, nessuno è mai davvero preciso, nessuno compila i documenti come dovrebbe, nessuno conosce l’ordine dei passaggi - e lui, alla fine, è pagato per perdere tempo.
Tuttavia, quella mattina sembra essere partita piuttosto bene perché alle undici ha già evaso metà del suo lavoro.
“Avanti il prossimo.”
La porta si chiude, la sedia si sposta.
“Buongiorno.” È una voce femminile.
Non alza mai la testa, non gli interessa stabilire un contatto visivo. Si prende sempre il suo tempo.
Una mano piccola e curata gli porge un voluminoso plico.
Il nome scritto sul frontespizio è la prima cosa che legge, e lo colpisce. È un nome come un altro, possono essercene tanti uguali al suo. È per questo che scorre subito con un dito a controllare l’indirizzo, per esserne certo oltre ogni ragionevole dubbio, senza dover alzare gli occhi. Non vuole farlo subito, prima deve calmarsi.
Osserva le mani di lei, che sono nervose e picchiettano con le dita sul tavolo. Le vibrazioni si trasmettono alle sue.
“Che cosa deve fare?”
“Devo vendere il mio appartamento. Ho la procura di mio marito ma il notaio dice che non può procedere al rogito.”
Vendere. Perché? Dove se ne va?
Sistema l’espressione del suo viso come meglio può, nasconde la sorpresa in un colpo di tosse e un sorso d’acqua e poi finalmente la guarda. Ha già chiuso il negozio - una merceria - lo sa perché ci passava davanti tutte le sere con la scusa di fermarsi all’edicola accanto e di comprare giornali che poi non avrebbe letto. La vetrina è andata man mano spogliandosi di nastri, bottoni, calze, piccoli lavori a maglia e a uncinetto. Debiti, aveva detto l’edicolante.
Dopo che la donna aveva calato la serranda definitivamente, quando la sera rientrava dall’ufficio aveva preso l’abitudine di fermarsi sulle scale, davanti alla sua porta, per capire se fosse in casa, al sicuro, perché ce n’era di gentaglia in giro, quello dell’edicola aveva detto che con i suoi debiti c’entravano sicuramente gli usurai. Un paio di volte le aveva lasciato sulla porta una cena presa dal cinese sotto casa perché sapeva che le piaceva. Chissà, forse aveva buttato via tutto, non si era fidata di quei regali anonimi.
“Vediamo prima i documenti che ha con sé.”
Lei ha spillato insieme diversi fogli fra di loro riempiendoli di post it colorati pieni di annotazioni in una grafia lenta e ornata. Lui respira a fondo e inizia a staccarli uno a uno, mettendo i post it in fila uno accanto all’altro, come i vagoni di un treno.
Resta in lettura assorta per qualche minuto, poi alza lo sguardo.
“Perché non posso vendere?”
“Perché qui manca il decreto del giudice tutelare.”
“Non capisco.”
“Suo… marito. È capace di intendere e di volere?”
“Sì. Ma è… completamente paralizzato. Non… parla. È ricoverato in un istituto.”
“Allora deve parlare il giudice al posto suo. Oggi è impossibile ottenere alcunché.”
“Ma domattina ho il notaio. Se salta tutto, la banca mi prende la casa. Se la vendo, pago la banca e mi resta qualcosa. Che cosa devo fare?”
“Aspettare. Come tutti. Compili questi moduli, inserisca un recapito, una mail. Su questo foglio ci sono le istruzioni per pagare i diritti di cancelleria. Le segua alla lettera.”
“Ma domattina come faccio?”
“Prenda tempo.”
“Non ne ho.”
Neanche lui ne ha più. Ha aspettato troppo.
_____
Quella sera, il treno è più vuoto. Trova un posto a sedere nell’ultimo vagone.
È esausto. Non è più abituato ad essere agguerrito e tenace, a lavorare febbrilmente. Non è più abituato ad avere un obiettivo che non sia quello di galleggiare in un mare di carte e quindi è stato faticoso nuotare nella corrente, spingersi ai piani superiori, bussare e chiedere, rappresentare quasi come proprie urgenze non sue. Lei non è come tutti, nel suo essere niente. Niente per lui, ovviamente. Anzi, forse sarebbe il caso di dire che è lui a non essere niente per lei. Mentre stampava, bollava, protocollava se lo ripeteva continuamente.
Solo alle quattro del pomeriggio è riuscito a conferire con il giudice, estorcendogli il decreto. Non passa mai davanti a nessuno, non è deontologicamente accettabile e per quella firma rubata a qualcun altro avrà sicuramente sulla coscienza le istanze di altri disperati che hanno fretta di risolvere i loro problemi – strano, li chiama disperati ora, prima erano solo individui – e alle cinque, prima di staccare, ha inviato l’atto direttamente al notaio.
Ha fatto in tempo.
_____
Nei giorni a seguire, tutto ritorna misurato e consueto. Pratiche, individui, istruzioni, avanti il prossimo, ma lui deve essere stanco più del solito perché si sente rallentato. Crede di vederla in giro: sulla strada, al supermercato. Una mattina, nel treno affollato e umido di fiato e pioggia, talmente umido che gli occhiali si appannano, gli è sembrato di vederla in fondo al vagone. Il suo viso pallido, incorniciato di capelli biondi, spiccava nella massa grigia dei cappotti e dei cappelli. Era chiaramente un’allucinazione eppure, mentre faticava a scendere come ogni mattina si era voltato nuovamente indietro, gli era sembrato di vederla ancora, ondeggiare nel mare inquieto della folla, come una sirena nascosta fra le rocce. Per un attimo si è fatto buio, per un attimo ha pensato di lasciarsi spingere di nuovo dentro. Poi è uscito.
La casa di lei è silenziosa. Se ne sarà già andata? Prova a lasciare nuovamente una cena del cinese sulla sua porta, poi scende a notte fonda a spiare e non trova più la busta di cartone, forse allora non è ancora andata via. Come se cambiasse qualcosa.
Una sera invece trova tracce di polvere, un pezzetto di nastro da pacchi, il tappeto spostato e il legno della porta sporco di ditate. Anche uno strano bottone che ricorda l’opale e che raccoglie e mette in tasca. Deve avere traslocato. Certo che cambia qualcosa.
Continua a vederla in giro, è chiaro che si tratta di un condizionamento che lo porta a rimanere trasognato davanti al computer, che gli rimescola fogli e pensieri. Confonde gli appuntamenti, guarda troppo le persone, sfonda il muro di solitudine autoimposta con la quale navigava sereno fino a poco tempo prima. Non si aspetta più di vederla, comincia proprio a cercarla.
Nella tasca della giacca tiene il bottone opalescente. Una sera lo tira fuori mentre è sul treno e si accorge che non si tratta di un bottone ma di un ciondolo. Sul palmo della mano cambia colore, brilla nonostante i neon del vagone. Quante sfumature ha quella pietra? Quanti colori nascosti non ha mai voluto vedere?
Una volta a casa, tira fuori il ciondolo dalla tasca e lo posa sul tavolino che ha all’ingresso. Non può tenerlo e non può restituirglielo perché se lo facesse si svelerebbe, verrebbe fuori tutto il suo tormento e lei capirebbe che è lui l’ombra che sfiorava la sua porta e le offriva del cibo - per placare la sua, di fame.
Ed è confuso, lì nell’ingresso di casa, talmente confuso che quando suonano alla porta non chiede chi sia, non guarda attraverso lo spioncino, apre e basta. Sul pianerottolo c’è lei, con il suo sguardo di sirena.
Ha gli occhi verdi, della stessa sfumatura verde che domina il ciondolo. Lo recupera sul tavolino, fa un passo avanti, esce dalla porta e dai suoi confini e glielo restituisce, senza dire nulla.
“Grazie.” dice lei. E restano lì a guardarsi nel mare ormai buio delle scale.
Fine


