Roma
Quel sabato mattina Tobio si era svegliato presto. L’ansia anticipatoria, forse. O forse l’autobus incastrato sotto l’albergo al centro storico che aveva prenotato per le due notti, e lo scambio colorito a seguire fra l’autista (“A trucido!”) e l’automobilista (“A ‘nfame!”)
Quando spalancò le finestre, maggio gli entrò dentro la camera, con il sole e il polline dei pioppi in piccoli vortici impazziti. Starnutì, sia per il sole che per il polline. Era senza maglietta e la luce calda lo salutò investendolo in pieno. Se lì al terzo piano era primavera piena, al quarto e al quinto piano molto probabilmente era già estate da un pezzo.
Due rondini gli tagliarono lo sguardo passandogli vicinissime al davanzale come due caccia in ricognizione.
Gli squillò il cellulare. Il boke.
“Ehi, Sexy-yama…”
Una voce sussurrata e suadente.
“S-shōyō?”
“Affacciati di nuovo.”
“Ma dove sei?”
“Resta nudo però.”
“Ma che cazz…?”
“Ti porto la colazione. A letto.”
“Eh?” Ma la triade semantica nudo-colazione-letto già gli aveva acceso una certa scintilla. Anticipatoria pure quella.
Tornò alla finestra.
“Mmm, bravo… ora però girati di schiena. Più verso il davanzale, non vedo bene.”
“Boke, vuoi che caschi di sotto?…” protestò Tobio.
Ma l’altro ignorò bellamente. “Per gli Dèi del Tōhoku, i tuoi trapezi…”
“Hai finito?” Ma ormai rideva, probabilmente era pure arrossito. O era il sole?
“No. Gli obliqui adesso. Tira giù l’elastico dei boxer.”
“Mi arrestano.”
“No, arrestano prima me. Senti, va bene un maritozzo con la panna? Vedo una pasticceria…”
Tobio si sporse e vide anche lui la pasticceria all’angolo. La strada ora era totalmente bloccata, l’autobus sempre fermo tra una una macchina in doppia fila e altre due che non potevano fare manovra. Tutto intorno, un capannello di gente.
“Quanto ci metti a venire?…” chiese allora Tobio.
La risata dell’altro gli fece drizzare tutti capelli che aveva in testa.
“Dipende da quanto sei bravo… e, soprattutto, devo prima riuscire a scendere dall’autobus.”


