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Autore: LubaLuft    30/06/2025    1 recensioni
Parigi, 25 luglio 2024. Mancano poche ore all’inizio delle Olimpiadi e Tetsurō ha qualche guaio a cui rimediare.
“Un rumore cupo di freni e ferraglia annunciò l’arrivo di un treno e Tetsurō fu investito da una folata di vento caldo e umido, che sapeva di miniera. A una donna che gli scendeva le scale davanti volò via un cappellino di paglia e lui, con cortesia tutta nipponica, si abbassò a raccoglierlo nonostante la folla che li incalzava per affrettarsi verso la banchina. Quando si rialzò, mentre glielo restituiva e lei si profondeva in mille ‘remerciements’ , un’ombra gli passò accanto, una sagoma che, a differenza del flusso umano che li circondava, proseguiva lenta, come se tutto il marasma che aveva intorno non lo riguardasse minimamente.
Quello era un suo tratto caratteristico: muoversi in mezzo agli altri senza mescolarsi agli altri, in virtù di un egocentrismo tutto sui generis che lo aveva sempre affascinato. Se si fosse trattato di lui, certo.
Perché no, non poteva essere lui.”
Spin-off di “Anatomia di un desiderio” .
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Yaoi | Personaggi: Kei Tsukishima, Tetsurou Kuroo
Note: Lemon, Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Fra il Giappone e l’Argentina… passando per Parigi '
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The Cinema Show


 
 
(Sendai - 24 marzo 2024)
 
“E dai, Kei… Vieni con me a Tōkyō domenica prossima! È l’ultima giornata di campionato, e poi festeggeremo alla grande la stagione pallavolistica giapponese più seguita degli ultimi trent’anni.”
Tetsurō faceva opera di convincimento e nel mentre si godeva la sensazione del corpo di Kei imprigionato tra le sue braccia e le sue gambe. I suoi capelli morbidi gli solleticavano il collo e il mento, e avvertiva sul petto il ritmo lento del suo respiro.
“Che cosa devo farti per essere più convincente…? Che ti non abbia già fatto nelle ultime due ore, intendo…” rilanciò, per nulla scoraggiato dal suo silenzio.
Kei allora sollevò piano la testa e, puntando i gomiti sul materasso, si allungò verso il suo viso. Tetsurō prima si gustò le gemme ambrate che lo fissavano e poi ne approfittò per allargare le mani e percorrere la sua schiena, partendo dalle scapole fino ai fianchi, che prese a stringere con voluttà.
Qualcosa a quel punto si riaccese in entrambi. Era quasi fatta. 
“Non hai che da chiedere, Tsukki…” continuò con tono allusivo, iniziando a baciarlo sul collo. Kei sembrava gradire e allo stesso tempo non avere alcuna intenzione di cedere. 
“Mmm… Facciamo così: io non ti chiederò nulla… e nemmeno tu. Siamo d’accordo?” si limitò a rispondere.
Tetsurō sbuffò teatralmente.
“E dai! Gli Adlers se la giocheranno di nuovo con i Jackals…”
“Uhm, sai che novità…”
“… E poi ci sono i ragazzi che vorrebbero salutarti. Bokuto non fa che chiedere di Tsukki. Tsukki…” pronunciò di nuovo il suo soprannome, stavolta con un tono basso e suadente, prima di incollare la bocca alla sua e spingerlo contro il suo bacino. Avrebbero potuto ricominciare subito daccapo, per la terza volta di fila, ma Kei, seppure a fatica, si staccò con gentilezza.
“No. Vorrei disintossicarmi un po’.”
“Non da me, spero.”
Kei gli prese il viso fra le mani. “Disintossicarmi da te è impossibile, temo. Parlavo di disintossicarmi dalla pallavolo.”
Io sono la pallavolo!” Esclamò Tetsurō. “Ehi, davvero pensi sia impossibile disintossicarti da me…?” chiese poi stringendolo forte.
“Sì.” 
E Kei lo baciò piano, uno di quei suoi baci morbidi e pazienti che lo metteva al tappeto, che gli calmava i bollenti spiriti e lo riempiva di pace. Dopo, tornò a stendersi su di lui nella stessa posizione di prima, con una mano aperta proprio sul suo cuore.
“Non verrò con te perché devo sistemare un paio di abstract per una collettanea, e se vuoi proprio saperla tutta…. Ne ho anche un po’ le palle piene di Takamiya.”
Tetsurō si irrigidì. “Che cosa vuoi dire?”
Kei si sollevò, mettendosi a sedere a gambe incrociate accanto a lui.
“Mi sta appiccicato addosso, sempre a chiedermi quante ore farò a settimana, quando recupererò se salto un allenamento, se voglio fermarmi di più con lui, se mi serve un passaggio. Sì, è asfissiante.”
Mentre enumerava le attenzioni eccessive del suo coach, Kei non lo aveva guardato ma aveva afferrato gli occhiali sul comodino e si era messo pulirne le lenti con una cura estenuante. Dopo un istante di silenzio, nel quale entrambi rimasero concentrati sulle lenti di Kei, Tetsurō scelse le parole che gli sembravano più adatte.
“Kei, tu sei il centrale migliore del tuo campionato, è logico che ti stia alle costole.” Poi, mantenendo un tono il più tranquillo possibile, aggiunse “Però, addirittura definirlo asfissiante… non è un po’ troppo?”
Kei si alzò dal letto e afferrò maglietta e boxer. “Lo è… da un po’. Anzi, diciamo da sempre, ma all’inizio non ci davo troppo peso.”
“Due anni nei Frogs non sono sempre, e tu poi sei un esperto quanto a misurazione del tempo… prendi me, per esempio: duro un’eternità e tu non protesti mai.” concluse ridendo di gusto.
“Ah-ah, ecco il solito pallone gonfiato.”
Suo malgrado, Kei arrossì. Riusciva ancora a imbarazzarsi dopo anni che stavano insieme ed era adorabile vederlo in difficoltà, con quella faccia sempre seria e misurata che si ritrovava che gli andava a fuoco. La pace che gli aveva trasmesso il suo bacio dolce e lento iniziò pericolosamente a vacillare e Tetsurō si ritrovò a desiderarlo di nuovo sdraiato sotto di sé, proprio con quel viso smarrito che lo contemplava mentre lui gli diceva certe cose a voce bassa.
“Vado a farmi una doccia. Ti va ancora il cinema?" 
No, il tono di Kei parlava chiaro, non ci sarebbero stati altri fuori programma senza vestiti addosso e poi era una bella serata, fredda ma limpida. Adorava uscire con lui ben coperto tenendolo a braccetto, aveva voglia di infilargli le mani in tasca.
“Sì, vada per il cinema. Poi ce ne andiamo a cena? Tanto proverò ancora a convincerti a venire con me.”
“Dammi un quarto d’ora.” 
Ma non appena fu solo con i propri pensieri, Tetsurō si concentrò di nuovo sulla sua agitazione latente, per prenderle le misure e tenerla sotto controllo. Il sospetto che Takamiya guardasse Kei con un certo interesse lo aveva avuto anche lui sin dal primo momento ma Kei non gliene aveva mai parlato così apertamente, e ora si chiedeva se non si fosse piuttosto lasciato sfuggire qualche segnale che avrebbe potuto fargli accendere una lampadina. 
A una cosa però aveva fatto caso: da quando c’era lui come allenatore, in trasferta Kei non si fermava mai a dormire fuori con la squadra e rientrava subito a Sendai, e non amava neanche le occasioni di ritrovo esterne alle competizioni vere e proprie. 
Più tardi, mentre erano in macchina, decise di riprendere il discorso da dove lo avevano interrotto perché le sue parole gli continuavano a ronzargli nelle orecchie.
“Kei. Scusami se ti sembro troppo diretto ma… Takamiya ti ha per caso… infastidito, per così dire?”
Kei incrociò le braccia, continuando a fissare la strada. 
“In un certo senso, sì, ma se glielo contestassi risponderebbe che sono un paranoico.” rispose poi.
Tetsurō iniziava davvero a innervosirsi e non riusciva a capire se fosse a causa della questione in sé o del tono apparentemente incurante con il quale ne parlava, di sicuro era tardi per frenare il suo bisogno di sapere.
“Chiarisci l’espressione un certo senso, per favore. Ci prova con te?”
“Diciamo che è molto attento, quando lo fa. Nessuno se ne accorgerebbe.”
“Devo intervenire?”
“Non ho bisogno di una guardia del corpo. Prima o poi si stuferà.”
“Ti ha messo le mani addosso? Kei… me lo diresti, vero?”
L’altro scosse la testa. “No, non lo ha fatto. E comunque io…”
La macchina davanti a loro inchiodò e Tetsurō quasi rischiò il tamponamento.
“Cazzo! Ci è mancato poco! Scusami stavi dicendo?”
“Stavo dicendo che va tutto bene, davvero” concluse senza fare una piega e scivolando definitivamente via dal discorso. Tetsurō provò a controbattere ma si fermò appena sentì la sua mano sulla coscia e una carezza morbida e fugace.

 
 
(Parigi - Museo di Storia Naturale - 26 luglio 2024)



 
Il primo tentativo era andato a vuoto. Il telefono di Kei aveva squillato a lungo e poi la chiamata si era interrotta da sola.
Allora gli aveva mandato una foto della facciata del museo vista dal Jardin des Plantes, con in primo piano i biglietti e un messaggio di accompagnamento: Ci passerò la notte, tenterò di ricostruire la mia evoluzione e di capire che cosa possa essere andato storto. Se vuoi aiutarmi, ho un biglietto anche per te.
Il messaggio lo aveva letto, almeno quello.
Il Museo era davvero enorme e a mezzanotte, quando arrivò, c’erano solo un paio di persone alla biglietteria e i custodi. Era una situazione singolare, vista la bolgia che in quegli stessi istanti trafficava ancora intorno al fiume.
Uno dei custodi gli disse che erano stati presi d’assalto dalla mattina fino all’inizio della parata, poi era calato il silenzio. 
Tetsurō lasciò il biglietto di Kei all’accoglienza, pregò di dirgli da parte sua che lo avrebbe aspettato nella Galerie e salì in avanscoperta.
Il colpo d’occhio lo lasciò senza fiato. Migliaia di esseri viventi giacevano nelle teche, lungo le navate, su giganteschi piedistalli ed avevano un aspetto talmente vero che sembravano solo essere stati momentaneamente colpiti da un incantesimo che ne aveva sospeso le funzioni vitali. Gli venne da schioccare le dita per risvegliarli e lo schiocco rimbombò nella sala. Udì una musica partire dal livello superiore, dove era presente la prima balconata ed era ubicata la mediateca, chiusa da una tenda, e comprese che era appena iniziata una delle proiezioni del film. Incuriosito, entrò e prese posto al centro del piccolo auditorium.
Una voce impostata iniziò a raccontare
 
“Sur la jetée d'Orly, un homme est frappé par le visage d'une femme qui regarde mourir un homme. Plus tard, après la Troisième Guerre mondiale qui a détruit Paris, les survivants se terrent dans les souterrains de Chaillot, où des techniciens expérimentent le voyage dans le temps. Car c'est dans le Temps que passera le seul moyen de survivre dans ce nouveau monde. Seuls l'avenir et le passé peuvent sauver le présent.”
 
Solo il futuro e il passato possono salvare il presente. 
 
Quella frase lo colpì nel profondo, perché nel piccolo universo in cui si muoveva con Kei c’era molto passato da cui poter ripartire e anche un abbozzo di futuro, nel quale ogni tanto si erano spinti a curiosare e che li aveva divertiti e anche un po’ inteneriti, perché la possibilità restare insieme a esplorarlo era come la promessa di meraviglie che potevano compiersi e a cui potevano davvero assistere. Era quello l’amore? Era quello il sottofondo di dolcezza e familiarità che rimaneva dopo le gioie del sesso, la calma piatta di un momento di noia o l’amarezza di una discussione? 
Se lo chiese per tutta la durata della proiezione, che era di una bellezza commovente. Una scena in particolare lo colpì, quando l’uomo a un certo punto smetteva di osservare le teche di vetro e posava lo sguardo il collo bianco e sottile della donna che teneva i capelli sollevati sulla nuca. Lo osservò anche Tetsurō e finalmente ebbe chiaro che cosa fosse il presente a cui si riferiva il narratore. Tra il coro muto degli animali e le quinte ancora debolmente illuminate del futuro si svolgeva il dramma di quel collo candido che l’uomo avrebbe potuto sfiorare davvero se la guerra e la distruzione non avessero cancellato tutto, e immaginò lui e Kei nella stessa situazione, senza complicazioni come l’orgoglio, la rabbia, del tutto trasparenti e pieni delle imperfezioni che tanto amavano l’uno dell’altro.
Vide la proiezione altre due volte, discutendone con Kenma. 
Quando erano passate ormai due ore, un po’ più disperato di com’era quando era entrato in sala decise di alzarsi e di andarsi a prendere qualcosa di fresco al distributore del piano terra ma si fermò di botto davanti all’immagine di Kei seduto all’ultima fila. Tetsurō pensò di essersi trasformato anche lui in uno di quegli animali imbalsamati perché mentre Kei gli si avvicinava rimaneva totalmente pietrificato.
 
 
   
 
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