Storie originali > Commedia
Segui la storia  |       
Autore: Ciuffettina    04/07/2025    3 recensioni
Renato ha 21 anni, 100 kg di ansia e una madre che minaccia l'insonnia a ogni trasferta. Ha detto no al fratello perfetto, sì a uno stage precario, e va a Milano con un trolley più sgangherato della sua autostima.
Genere: Commedia, Hurt/Comfort, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Renato era sul Frecciarossa da meno di mezz’ora ma avvertiva già il fortissimo impulso di scendere alla prima fermata, saltare su un treno, uno qualunque, e ritornare a casa il più in fretta possibile.
Non tanto perché rimpiangesse Madonna dell’Arco (anche se il profumo dei cornetti appena sfornati di Villa Giulia e il motorino del vicino alle due di notte gli mancassero più del previsto), quanto per la sensazione di star facendo qualcosa più grande di lui. E ce ne voleva!
Tutto era cominciato quando aveva risposto a un annuncio su Internet: “Stage in una piccola agenzia di grafica. Possibilità di assunzione”.
Da quel momento, in casa sua, era scoppiato il finimondo.
Sua madre aveva snocciolato l’intero repertorio da “mammina apprensiva sull’orlo del melodramma”:
«So che vuoi dimostrare che sei grande, ma proprio a Milano? Non ci stanno agenzie qui vicino?»
(“Certo che ci stanno, peccato che cerchino un grafico senior, mentre io tengo più chili che esperienza”)
Poi: «Ma ti rendi conto di quanto stai lontano? E se ti succede qualcosa? A chi chiami?»
(Pronto Soccorso, questo sconosciuto.)
Infine il colpo basso: «Il pensiero di te a Milano da solo mi toglie il sonno».
Traduzione: “Non dormirò per colpa tua, sciagurato!”
Suo padre, invece, aveva alzato gli occhi da il Giornale di Napoli e si era limitato a dire: «A Milano? Tu
Come se, invece di uno stage da grafico, Renato avesse annunciato di voler scalare l’Everest con gli infradito.
Soltanto Sara, la fidanzata, l’aveva sostenuto: se non coglieva quell’occasione, l’avrebbe rimpianto per tutta la vita.
Chiuse gli occhi e tornò col pensiero al loro ultimo dialogo.


«Sei nervoso, Ren?» gli aveva chiesto Sara, che l’aveva accompagnato con la propria Panda alla stazione di Napoli.
«No». Un sospiro. «Cioè sì. Un po’» aveva risposto, un po’ imbarazzato.
«Sicuro di volerlo fare?» gli aveva chiesto lei, posandogli una mano sul braccio. «Sei ancora in tempo per dire: “Ho scherzato, torno a casa e mi faccio assumere dal fratello brillante”».
Renato aveva fissato le rotaie, come se avessero potuto svelargli che cosa lo avrebbe aspettato a Milano. «No, non sono sicuro. Una parte di me mi strilla nelle orecchie di tornare a casa e di lasciar perdere però… non voglio passare la vita incazzato col mondo come zio Peppiniello che continua a ripetere che, se non si fosse rotto il menisco, ora sarebbe più famoso di Maradona, Schillaci e Totti messi insieme» aveva sorriso, poi aveva continuato più serio: «Non voglio sprecare questa occasione, voglio provarci da solo. Anche se mi verrà un’ulcera».
Lei aveva frugato nella borsetta, ne aveva estratto un’etichetta in legno del “Viaggiator Goloso” e gliela aveva consegnata, dicendogli: «Attaccalo al tuo trolley, almeno penserai un po’ a me» poi l’aveva abbracciato. «Mi mancherai, patatone».
«Anche tu, romanticona» aveva risposto, ricambiando l'abbraccio.
«Cerca di far colpo, mi raccomando! Non diventare trasparente».
Era scoppiato a ridere. «
Trasparente? Ma come si fa a non notare un tipo come me?» aveva detto, indicando il proprio fisico, fin troppo abbondante.
«Sai che cosa intendo». Gli aveva puntato un dito contro. «E se qualcuno ti tratta male, dimmelo».
Le aveva accarezzato i capelli con affetto. «Sei minuta ma scommetto che saresti capace di attraversare tutta l’Italia per dargli uno schiaffo».
«Pure due, se necessario. E anche belli sonori. Nessuno tocca il mio Ren!» aveva replicato lei in tono bellicoso.
Purtroppo, in quel momento il capotreno aveva annunciato che il convoglio stava per partire.
Renato era salito sulla carrozza assegnatagli e si era voltato a guardare per l’ultima volta quel bel volto birichino, quei grandi occhi blu e quella zazzera castana. «Ce la farò, promesso».
Sara aveva fatto un cuore con le mani e aveva finto di lanciarglielo. «E se non ce la fai… promettimi che non ti sentirai un fallito per questo».
Lui aveva finto di acchiapparlo al volo. «Ci proverò».



Sospirò. “Se Milano non fosse così lontano, potrei scendere ogni week end… beh per fortuna ci stanno le videochat… appena mi sistemo ne faccio una bella lunga”. Per distrarsi dalle sue malinconie, si mise a guardare fuori dal finestrino, come se fissare il paesaggio che scorreva fuori potesse aiutarlo a non pensare al suo trolley malandato, infilato alla bell’e meglio dietro al suo sedile o alla sua vita, ancora più sgaruppata, abbandonata a Madonna dell’Arco.
Difficile non pensarci: dopo una notte insonne causata dalle sue apnee notturne e incubi vari, i suoi genitori avevano tentato l’ultimo assalto alla sua già fragile autostima, durante il rito della colazione.


«Stai attento, eh, che a Milano fa freddo anche ad agosto» aveva detto la madre, sistemandogli il colletto della Polo. «E poi con la tua salute… mangi male, ti stanchi subito… a Milano chi si prenderebbe cura di te?»
«Ci penso io a me stesso. Sono un ventunenne, non un panda albino in via d’estinzione» aveva cercato di scherzare.
«Ma quale ventunenne. Non sai farti nemmeno una lavatrice, figurati se riesci a farti un piatto di pasta. A Milano non ci sta nessuno, Renatì, saresti là da solo…» Si era interrotta con aria drammatica, poi l’illuminazione: «Potrei venire io con te».
Renato, che stava addentando avidamente la sua terza brioche alla crema, si era bloccato inorridito: «Che cosa? No! Non se ne parla!»
«Ma perché non ci ho pensato subito?» Un colpo di mani aveva suggellato l’idea. «Ti accompagno quando vai allo stage, così vedo com’è il posto. Poi ti preparo qualcosa da mangiare la sera, è la soluzione perfetta! Vado subito a fare la valigia». Si era avviata verso la porta con un sorriso trionfante.
Renato aveva sbattuto il palmo sul tavolo. «No, mamma, no! Voglio farcela da solo!»
La voce gli si era incrinata fino all’orlo del pianto.
«Per una volta. Una».
Sua madre si era girata a fissarlo, un po’ ferita. «Ma Renatì, io ti voglio solo proteggere».
«Marì, lascia che si arrangi» era intervenuto il padre con tono duro, posando il giornale che stava leggendo. «Dice di essere grande, no? Talmente grande da buttare nel cesso un posto fisso perché preferisce disegnare pupazzetti invece di pensare a sistemarsi». Poi si era girato verso il figlio: «Vuoi andare a Milano? Vacci pure, spezzando il cuore a tua madre. Cerca almeno di fare bella figura e non fare il pagliaccio come il tuo solito ché quelli al Nord non scherzano». Poi, l’immancabile colpo basso: «Comunque ricordati che Federico all’età tua teneva già un lavoro. Un lavoro
vero, non un tirocinio dove ti sfruttano e basta».
Non aveva replicato. Gli era bastato soltanto che la mamma avesse accantonato l’idea di fargli da madre siamese (figura ben peggiore di un fratello siamese). Aveva annuito, si era alzato da tavola, aveva infilato il suo zaino con dentro il portatile, aveva afferrato il trolley come se fosse stato un giubbotto salvagente e aveva detto: «Ci sentiamo quando arrivo».



Stanco di guardare fuori, cercò di trovare una posizione comoda per farsi una dormita, per fortuna che aveva avuto l’ispirazione di prendere due sedili, invece che uno solo.
E infatti ci stava.
Certo, come una mozzarella nella sua confezione: morbida, ma a contatto pieno col bordo da ogni lato.
La pancia premeva appena contro il tavolinetto chiuso e le cosce strabordavano dal bordo del sedile come muffin ben lievitati.
Mentre cercava di addormentarsi, si chiese, per l’ennesima volta, se davvero aveva fatto bene a rifiutare l’offerta che Federico gli aveva fatto qualche settimana prima, durante il pranzo domenicale.


Federico, le maniche rimboccate e l’aria di chi aveva risolto i problemi prima ancora che si presentassero, aveva detto: «Ho parlato col mio capo. Gli ho detto che sei sveglio, serio ed educato. È disposto a farti un colloquio giovedì prossimo».
Federì, ma chi t’ha chiesto di parlare col capo tuo?” aveva pensato con una punta di stizza.
I loro genitori, al contrario, erano diventati raggianti.
Il padre aveva esultato: «Federì, sei sempre ‘nu signore! Sei proprio l’orgoglio della famiglia mia».
La madre si era commossa fino alle lacrime: «Vedi, Renatì, che significa tenere un fratello come si deve? Così, per fortuna, non devi più partire».
Un fratello come si deve. Uno che non pesa cento chilogrammi. Uno che non manda i suoi genitori in apprensione se va a fare uno stage a Milano”. Non aveva risposto subito, consapevole dell’enorme delusione che stava per dare a tutti quanti. Aveva guardato Federico, poi sua madre, poi suo padre, infine la tovaglia con stampati sopra gli animali della fattoria.
Nel frattempo le frasi di esultanza erano continuate: «Meno male che ci sta tuo fratello» «Senza ‘e llui, chissà addò stavi» «Eh, Federico è sempre stato un passo avanti…» «Sei contento, eh Renatì?»
Aveva sospirato poi aveva risposto, quasi sottovoce: «Ti ringrazio, Federico, ma, come ben sai, tengo lo stage a Milano».
«E che problema c’è?» aveva obiettato il padre. «Lo annulli, no? Basta che li chiami…»
«Certo che potrei farlo annullare… ma non voglio» aveva detto, con voce più decisa e fissandolo negli occhi. «Vado là, imparo e poi posso presentarmi in qualsiasi agenzia qui nel napoletano. Voglio trovarmi un lavoro per conto mio, senza raccomandazioni».
Tutti e tre lo l’avevano fissato inorriditi, come se avesse bestemmiato durante il pellegrinaggio dei fujenti al Santuario il giorno di Pasquetta.
Federico, che stava per bere, si era fermato a metà gesto, il bicchiere d’acqua sospeso in aria. «La mia non è una raccomandazione, eh. Solo una spinta, una segnalazione… poi tocca a te far capire al mio capo che gli ho consigliato la persona giusta. Se sarai assunto, sarà soltanto per merito tuo, non mio».
Renato aveva sospirato: «Diventare assistente amministrativo in uno studio professionale non è ciò che sogno. Voglio diventare un grafico».
La madre aveva alzato gli occhi al cielo: «Ma Renatì, devi andare proprio a Milano? È così lontano, lo sai che poi mi preoccupo, tu sei così… caotico. Dammi retta, perché non resti qui e aspetti? Così, se un domani ci staranno degli stage da grafico qui vicino, ci andrai».
«Non ci stanno stage qui vicino, voglio andare a Milano» aveva ripetuto, cercando di sembrare deciso, ma sentendosi più un bambino di cinque anni che fa le bizze che un ventunenne pronto a entrare nel mondo del lavoro.
Il padre era uscito dalla cucina, biascicando qualcosa tra i denti che sembrava un “Arrangiati, ingrato”.
La madre aveva arricciato appena le labbra, aveva abbassato le palpebre e aveva scosso piano la testa, come se avesse voluto dire: “Ecco, ci risiamo. Pensi di avere ragione ma non hai ragione, sei solo un bambino. Poi non venire a chiagnere da me quando ti cadrà il mondo addosso”.
Federico non aveva detto nulla, ma lo sguardo che gli aveva rivolto era quello che si lancia a un gattino che cerca di attraversare l’autostrada: affettuoso, ma già rassegnato al peggio.



In quel momento gli era sembrata la scelta giusta, coraggiosa persino, ma adesso, con la sua nuova vita che si avvicinava un chilometro dopo l’altro, i dubbi lo assalirono. “Chi me l’ha fatto fare?” pensò. “E se mi stessi soltanto illudendo? E se deluderò tutti quanti?
Ma dentro, sotto quella vocina insicura, ce n’era un’altra. Più audace. Più coraggiosa. Quella che aveva risposto all’annuncio dell’agenzia di grafica.
Quella voce diceva: “Se non ora, quando? Se non Milano, dove?”
Era la stessa vocina che l’aveva salvato più volte dai pensieri cupi. Quella che credeva ancora che da qualche parte ci fosse un posto anche per lui; uno dove non si sentisse sempre il fratello malriuscito di Federico, l’amico di tutti ma mai indispensabile, lo stagista che fa le fotocopie e poi sparisce… un posto nel quale avrebbe potuto fare la differenza.
Madonna dell’Arco era ormai lontana e Milano lo aspettava.
O meglio, lo aspettava un ufficio in cui nessuno lo conosceva, dove forse avrebbero notato soltanto il suo peso, il suo accento da “terrone”, o la sua goffaggine. Ma intanto, eccolo lì.
Comodo a sufficienza. Stretto, ma determinato.
E, sotto sotto, anche un po’ fiero.
«No, non sparirò…» disse a mezza voce. «D’altronde come si fa a non notare un tipo come me?»
   
 
Leggi le 3 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Commedia / Vai alla pagina dell'autore: Ciuffettina