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Autore: auburngods    31/07/2025    1 recensioni
Anni '80. Un college americano da cartolina, un gruppo di disadattati, una casa fatiscente e un nome che doveva essere uno scherzo: Delta Phi Gay.
Dante, attivista gay con un passato da atleta, fonda una confraternita insieme all’amico festaiolo Rico e all’enigmatico Adam (che forse parla coi morti). Una confraternita che si pone come luogo sicuro per gli studenti più emarginati. Inizialmente derisi, i Delta decidono di mostrare il loro valore partecipando all'annuale torneo di sfida tra le confraternite più rispettate… inclusa la temibile Alpha Alpha Alpha, un branco di ragazzi ricchi, muscolosi e spietati.
Tra i Delta c'è anche Elliott, nerd ossessivo afflitto da compulsioni e fantasie erotiche, che vuole solo sopravvivere al college e perdere la verginità. Magari con Blake, l’atleta sexy dell'Alpha che dovrebbe odiare.
Tra vendette slapstick, fantasmi in soffitta, un coach di mascolinità e un decano corrotto, riuscirà Delta Phi Gay a raggiungere il TOP?
Genere: Demenziale, Erotico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Violenza
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Capitolo I
 
Delta Phi Gamma 
(o il Manifesto della Gloria

 

La casa era un insulto. Dante, in piedi sul vialetto sterrato, si concesse un momento per odiare ogni trave scrostata. Ecco ciò che l’università rifilava in pompa magna ai casi disperati. 

La struttura, un vecchio dormitorio caduto in disuso, aveva tre piani, più un attico che pareva un residuo bellico piegato per i dolori di stomaco, con un comignolo che pendeva come un dito rotto. La vernice doveva essere stata gialla, una volta. Ora era un mosaico di muffa, graffiti, e quella patina che si forma sui denti dei fumatori anziani.

Il portico si reggeva con un’impalcatura fatta di legno e sputo, e sulla trave superiore campeggiavano le lettere incrostate: δφγ. Nemmeno la dignità di avere l’insegna scritta in maiuscolo. L’ultima lettera, la Gamma,  pareva un po’ traballante, pronta a crollare da un momento all’altro, un po’ come la loro autostima collettiva. 

Il giardino non era incolto, era selvaggio. Un cespuglio di rose divorato da ortiche, erba alta fino al ginocchio, una carriola arrugginita rovesciata come una carcassa. C’era anche una sedia a dondolo, sfondata, che oscillava appena nel vento: Adam, alla sinistra di Dante, la fissava come se vi vedesse sopra lo spettro di un’anziana con la dentiera e una carabina sulle ginocchia, nascosta sotto una pesante coperta di lana. In fondo, era del Sud. Adam, non il fantasma della vecchia. Ma probabilmente anche lei. 

«Siamo assicurati?» volle sapere Rico. 

Dante liquidò le più che legittime preoccupazioni dell’amico con una smorfia. Sguainò le chiavi che il custode gli aveva consegnato con espressione da funerale e condusse la combriccola fino alla porta. Il chiavistello arrugginito emise un suono simile a un rantolo. 

Il salone d’ingresso odorava di legno ammuffito, tappezzeria marcia e qualcosa su cui Dante non voleva indagare troppo a fondo. 

Si spostarono nel salotto: enorme, spoglio, con un camino annerito da fumi antichi. La moquette era macchiata e strappata in più punti, i divani sfondati. Adam, in un impeto di coraggio o follia, sollevò un vecchio cuscino spennato, prima di lasciarlo ricadere sul pavimento con un’espressione disgustata. 

«Lì qualcosa deve aver partorito di recente», rantolò. «Scommetto che questa casa è piena di funghi e stiamo inalando spore allucinogene.» 

«Tipo quelle che ti hanno generato?» Rico emise una risatina quasi nevrotica. 

Dante, che aveva bisogno di un momento di solitaria introspezione, si propose di ispezionare i piani superiori. 

Il secondo livello era diviso in tre stanze. Le porte erano tutte diverse, come se fossero state rubate da altre case. Una era in legno massello, ancora in buone condizioni, un’altra aveva una finestrella opaca in vetro smerigliato, la terza era rosa confetto con un adesivo di Garfield che diceva Odio il lunedì, incrostato da decenni di polvere. 

Dante spinse la prima porta con la punta del piede. La stanza era abbastanza agibile, se si avevano standard bassi. Pavimento in parquet disconnesso, una scrivania appoggiata di sbieco contro il muro, una rete metallica del letto piegata come se qualcuno ci avesse combattuto sopra. O scopato. O entrambe le cose. 

Un enorme armadio incassato nel muro ricordava più una trappola da film splatter che un mobile. Le pareti erano tappezzate da carta da parati a fiori grigiastri, ormai scoloriti fino a sembrare muffa industriale. 

La stanza accanto era piena di luce, forse perché la finestra non aveva più tende, o forse perché non aveva più vetri. Un lato era stato coperto con un cartone per la pizza. Sarebbe stata perfetta per Rico, se solo non avessero dovuto dormire insieme. 

La stanza di Garfield era chiusa a chiave e, per il momento, rimaneva un mistero irrisolto.  

Al terzo piano, le stanze erano più grandi, ma anche più maledette. Una era piena di materassi impilati come il letto della principessa sul pisello, ma con un’evidente chiazza marrone su quello in cima. Un’altra aveva dei disegni infantili incisi nel legno della parete: facce tonde con occhi a spirale. Dante si appuntò immediatamente di murarla. E poi c’era la stanza con lo specchio sul soffitto: un enorme specchio ovale, incastonato sopra il letto, tutto incrinato. Un tempo doveva essere stata una stanza progettata per i piaceri più disinibiti, ora aveva solo un’aria triste, da ex lupanare diventato rifugio per piccioni e fantasmi di prostitute sgozzate. Era certo che Adam l’avrebbe reclamata come suo regno. 

L’ultimo piano non era raggiungibile dalle scale principali, ma da una botola con scala a scomparsa, nascosta nel soffitto del corridoio. Quando Dante tirò giù la scaletta, gli cadde in testa una valanga di polvere e qualcosa che poteva essere un’ala di pipistrello. 

Tossì, schifato, e si aggrappò al corrimano pericolante, mentre saliva in preda alla curiosità. L’attico era enorme: soffitto spiovente, assi grezze, un lucernario rotto da cui filtrava la luce a fasci obliqui, come in una vecchia chiesa. Al centro della stanza c’era un baule chiuso con un grosso lucchetto, e una poltrona consunta in un angolo ospitava un peluche privo di testa. Nonostante la spettralità dell’ambiente, Dante ci vedeva del potenziale. Magari una sala ricreativa, dove divertirsi tutti insieme nei giorni di pioggia. 

All’improvvisò, udì una trave scricchiolare in modo sinistro. Un uccello nascosto nel lucernario prese il volo, gli passò a filo dei capelli e lasciò cadere qualcosa che sembrava un dentino da latte. 

Dante si buttò giù dalle scale, chiuse la botola, e scese ai piani inferiori a gambe levate. 

«Non c’è male», sorrise, quando trovò i suoi amici ad aspettarlo in cucina, forse il locale meno ignobile. Rico era seduto su una sedia, con i piedi appoggiati sul tavolo e un sacchetto di patatine a metà. Adam era in piedi vicino al lavandino, intento a scrutare una macchia verdastra sul muro come se stesse divinando. «Ho trovato una stanza-bordello e un attico infestato dallo spirito di un lattante.» 

«Fico», convenne Adam, senza voltarsi, «io ho trovato tre cucchiaini arrugginiti e una rivista del ‘74 intitolata Jocks & Stocks. Dentro c’è un cruciverba fallico.» 

«Io ho scoperto che se tocchi il frigo troppo forte, parte da solo e poi sputa acqua dal basso», aggiunse Rico, accennando alla pozzanghera ai suoi piedi. «Senti questo rumore? Sono i batteri dell’HIV che si riproducono!» 

«Andiamo, ragazzi! È perfetta!» 

«Scommetto che è ciò che disse la famiglia DeFeo quando si trasferì a Amityville», mormorò Adam, mentre spolverava gli occhiali sulla salopette. 

«Pensateci.» Dante non aveva alcuna intenzione di lasciare che il cinismo degli amici potesse scoraggiare la sua visione: aveva vent’anni, un brufolo sul mento che stava evolvendo in forma senziente e una missione nel cuore. «Nessuno ci controllerà. Nessuno verrà qui a dire come dobbiamo comportarci, chi possiamo essere, quanto possiamo gridare o fare festa. È un buco di culo. Nessuno ci guarda. Quindi possiamo fare quello che cazzo vogliamo!»  

Rico alzò un sopracciglio: «Tipo respirare amianto e farci mangiare da fantasmi repubblicani?» 

«Ha bisogno di un po’ di olio di gomito, è vero, ma questa bimba è salda come un pesce.» Dante batté una mano contro lo stipite della cucina e un pezzo d’intonaco si staccò dalla porta che conduceva sul retro. 

Adam finì di pulire gli occhiali e li inforcò nuovamente. Non sorrise: Adam non sorrideva mai. Ma dietro le lenti tonde, i suoi occhietti vispi scintillavano: «Io ci sto. Posso anche trasferirmi questa sera.» 

«Calmati, zio Fester.» Rico continuava a fissare Dante con lo scetticismo negli occhi, il pacchetto di patatine che frusciava mentre lui continuava a frugare sul fondo. «Non lo so, Dante… sono le tempistiche a non convincermi. Come facciamo a sistemarla in tempo per la Rush Week? C’è un sacco di lavoro da fare e noi siamo tre poveri stronzi senza un soldo.» 

Dante replicò che aveva pensato anche a quello: da quando era stato cacciato dalla sua precedente confraternita, non aveva fatto altro che investire in quel progetto. Aveva messo da parte un fondo apposito per coprire certe spese, come piccole ristrutturazioni (aiutato, inoltre, da una cospicua somma lasciata in eredità da una zia che aveva visitato una volta durante una vacanza in Spagna). Aveva fatto tutto secondo il regolamento: lo statuto, le lettere greche, la promessa di inclusività e fratellanza. Aveva persino scritto un manifesto, intitolato Manifesto della Gloria, che presentava parole come ideologia patriarcale e che probabilmente nessuno avrebbe letto. 

«Abbiamo le fondamenta.» Dante batté tre volte sul pavimento col tacco degli stivaletti. «Ora ci serve solo un piano per attirare gente. Un Rush Week alternativo. Un’identità.» 

Rico ridacchiò, mentre scrutava l’interno del pacchetto di patatine ormai vuoto: «Seriamente, Dante… pensi davvero che fioccheranno decine di iscrizioni per la confraternita gay nella Casa del Diavolo?» 

«Io non sono gay», gli fece notare Adam. 

«Tu non sei nemmeno umano, se è per questo.» 

«Devo essere stato piccolo, una volta… credo…» 

Rico scosse la testa e lo lasciò ai suoi racconti della cripta. 

«Non serve per forza che gli studenti siano gay.» Dante incrociò le braccia sul petto. «Solo… fuori posto. Emarginati. Disadattati. Quei ragazzi che non vengono mai scelti. Quelli che mangiano da soli in mensa.» 

Una pausa, un mezzo silenzio rotto solo dal ronzio del frigorifero più morto che vivo. Poi Adam allungò una mano lungo il bancone della cucina e, con un dito, disegnò un cuore tra secoli di polvere. Dante quasi si commosse: da Adam si sarebbe aspettato un cuore realistico, non un cuoricino. 

«Rush Week, baby», annunciò il suo spettrale amico, «chi non teme di morire socialmente o fisicamente… è dei nostri.» 

Dante sorrise e sollevò un pugno in segno di incoraggiamento: «Proclamo la Delta Phi Gamma ufficialmente operativa!» 

Rico, con un sorriso di affettuosa resa, sollevò gli occhi al soffitto, e mormorò: «Che Dio ci aiuti.» 
 



NDA | Ciao, bimby! Come al solito, io non so concentrarmi su un progetto alla volta. Sinceramente, non pensavo sarei tornato così presto con un progetto originale, avevo perso la fantasia. Ma questa storia mi chiamava da parecchio, ed è esplosa quando ho riguardato Bottoms qualche sera fa. 
Sono sempre stato un grande fan delle commedie sexy e demenziali americane anni '80 come Porky's o The Last American Virgin. Non so perché, considerando che metà di queste non sono assolutamente invecchiate bene e al giorno d'oggi sono la fiera della cultura dello st***o. Da una parte c'è sicuramente il fattore nostalgia e il guilty pleasure, dall'altra però c'è anche una voglia di rivendicare in chiave queer un genere che ha sempre fatto della misoginia il suo punto focale. Delta Phi Gay, in particolare, s'ispira a Revenge of the Nerds, con cui ho una specie di rapporto feticistico (non entrerò nel dettaglio). Vedetela come una prova che si può scrivere una storia gay politicamente scorretta senza necessariamente insultare qualcuno. Il TW comunque lo utilizzo lo stesso: qui si prende in giro chiunque, uomini e donne, gay ed etero, cis e trans, grassi e magri, ariani e minoranze. C'è pure una battuta anacronistica sui pronomi. Non mi prendo nessuna responsabilità di piedi pestati per terra. Vi giuro che, a volte, una battuta è solo una battuta. 
   
 
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