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Autore: LubaLuft    03/08/2025    1 recensioni
“Fra un mese sarò tuo. Non ti darai piacere in mia assenza, non ti sfogherai con altri uomini e non mi immaginerai alla tua mercè perché immaginare significherebbe soffrire. Dovrai aspettare.”
Un medico ateniese conosce un giovane danzatore egiziano, avvezzo all'arte della guerra e della seduzione.
Questa OS partecipa alle challenge "Lives Through Times" e "Just For Fun" del gruppo FB Non Solo Sherlock
Genere: Erotico, Introspettivo, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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La Gabbia D’Oro



 

Il medico declinò con cortese fermezza l’invito a sedere a tavola con il padrone di casa e, dopo essersi congedato rinnovando la sua gratitudine per l’ospitalità che si apprestava a ricevere, si lasciò condurre agli alloggi che gli erano stati riservati.

Aveva ancora i capogiri, e ogni tanto la sua fronte si imperlava di sudore. Prima di sbarcare si era lavato con acqua profumata, continuava tuttavia a sentire nelle narici l’afrore del bestiame che era stipato nel ventre della nave - eppure erano state proprio le profondità di quelle viscere a salvarlo.

Temeva da sempre i viaggi per mare, e nonostante si fosse preparato un piccolo panetto a base di farina, zenzero e menta, da masticare lentamente al bisogno, i marosi che la nave avevano incontrato a ridosso delle coste di Creta lo avevano messo davvero a dura prova, tanto da impedirgli di tenersi in piedi sul ponte. 

Anche da seduto la nausea era stata insopportabile. L’unica soluzione l’aveva trovata per lui un vecchio mozzo sdentato, che lo aveva portato giù nella stiva e lo aveva fatto sdraiare su un pagliericcio fra anfore colme di vino e olio e gabbie di legno nelle quali erano stipati alcuni volatili piuttosto rumorosi. Era rimasto lì, immobile come un corpo morto, immaginando di seguire il corso regolare di un fiume e non di ballare su un tappeto d’acqua impazzita finché, una volta arrivati in porto, il suo apprendista lo aveva raggiunto e lo aveva aiutato a risalire all’aria aperta. 

Il viaggio era terminato e bisognava comunque ringraziare gli Dei per aver gettato l’ancora con i legni tutti interi.

Ora che si trovava finalmente sulla terraferma, la terra d’Egitto, si augurò che potesse essergli sufficiente una notte di riposo per ritrovare la sua carne, il suo peso, l’equilibrio che per tanti giorni e altrettante notti lo aveva abbandonato. 

L’indomani lo attendeva una lunga giornata di colloqui e di confronti, essendo a capo di una delegazione greca di sapienti e studiosi dell’uomo e della natura, invitata a corte per cementare un sodalizio scientifico oltre che politico.

Si trovava in una dimora lussuosa, di proprietà di un influente funzionario di corte noto per i suoi interessi in campo medico e scientifico. 

Il corridoio che stava attraversando era immerso nella penombra, rischiarato debolmente da fiaccole che lasciavano indovinare decorazioni geometriche sulle pareti, il cui ritmo cadenzato faceva da contrappunto ai passi lenti e solenni del servitore che lo accompagnava.

Il servitore non conosceva il greco e si limitò a scostare una tenda finemente intessuta d’oro e ad introdurlo in una stanza che odorava piacevolmente di terra fresca e umida. Un’ampia finestra dava infatti sul giardino interno, il cui fogliame rigoglioso brillava alla luce della luna.

Inspirò a fondo, per rimuovere definitivamente l’odore salmastro e animale che lo aveva perseguitato per tutto il giorno.

Si spogliò completamente e immerse una pezza di lino in un catino di rame lucidissimo, tamponandosi il petto e il collo.

Il letto era avvolto da una rete a maglie sottilissime, concepita per tenere lontani gli insetti. Ne scostò i lembi. La testata era di legno e recava una decorazione raffigurante tre tori incoronati da una complicata ghirlanda di foglie. Il più maestoso, al centro, sfoggiava i propri attributi con una certa sfrontatezza. Doveva essere una decorazione di buon auspicio per un matrimonio fertile e prolifico - ma quella era una questione che non lo interessava in quanto uomo, semmai solo come medico.

Spense la lampada a olio perché la luna faceva entrare anche fin troppa luce, poi un rumore secco attirò la sua attenzione, seguito subito dopo da un altro della stessa natura. Un terzo colpo, poi un quarto. Era una specie di suono più che un rumore, fatto di legno e pietra.

Si affacciò stringendo in mano una coppa colma d’acqua - non aveva bevuto per ore, per via del suo stomaco in rivolta - e vide una creatura leggera e velata, flessuosa come un giunco, che roteava un bastone sulla sua testa sublimando quello che appariva come un atto di aggressione in un passo di danza. Il bastone fendeva l’aria buia, minacciava la luna e l’armonia del giardino eppure ne era parte integrante. 

La creatura danzante non sembrava avere sesso, i fianchi stretti parlavano di un uomo, le gambe sottili e armoniose suggerivano invece una donna. Le mani erano delicate, femminili, le spalle forse deponevano per una struttura ossea maschile. 

Appoggiò la coppa sul davanzale, affascinato e totalmente dimentico di essere nudo, tanto la danza lo catturava, totalmente muta se non fosse stato per il bastone che increspava il silenzio. 

E poi, con un gesto maldestro urtò la coppa, che cadde sulla pietra e rimbombò in tutto il giardino.

La creatura si fermò. Il medico allora si sentì gelare, colto sul fatto come un ladro in un granaio. I veli si acquietarono, ricadendo morbidi su quel corpo misterioso, ma il respiro restò affrettato, segno che dietro l’apparente leggerezza dei movimenti si nascondeva realtà uno sforzo fisico fino a quel momento dominato magnificamente.

Il medico si ritrasse precipitosamente, schiacciandosi contro la parete di pietra, che era fredda e grezza.

Restò immobile e trattenne il fiato mentre udiva un rumore di passi che dal cuore del giardino si avvicinavano verso la finestra.

Passi lenti, cadenzati da un lieve suono argentino che prima non era riuscito a percepire - forse erano dei gioielli che tremavano al vento.

La cornice della finestra disegnava un rettangolo chiaro sulla parete diametralmente opposta. Il corpo sottile e leggero della creatura sembrava continuare a danzarvi dentro anche se stava solo camminando.

Un fruscìo - i veli che sfioravano la pietra del davanzale - e la figura si arrestò. Il bastone colpì tre volte la pietra ma il medico non ebbe il coraggio di muoversi. Era nudo, colto a spiare un estraneo in una casa non sua quando avrebbe semplicemente potuto palesarsi e manifestargli il proprio apprezzamento.

Si rilassò soltanto quando vide che l’ombra misteriosa si allontanava, rimpicciolendo fino a sparire.

Tornò al letto nell’oscurità, si chiuse nella rete sottile e lasciò il corpo nudo alla brezza della notte. Era stanco e provato dal viaggio, impaziente di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare a un sonno ristoratore.

L’indomani, la delegazione fu accolta a corte e gli ospiti furono invitati a consultare documenti preziosi e a condividere studi e ricerche con la loro controparte egiziana. 

La giornata di studio fu lunga e proficua e culminò in festeggiamenti sontuosi. Il nobile funzionario aveva fatto preparare il giardino per donare ai suoi ospiti una serata di arte e danza raffinate, e mentre prendeva posto in uno scranno, il medico aveva ripensato alla notte precedente, si era chiesto se avrebbe ritrovato la misteriosa creatura danzante e fu assalito dal timore che questa potesse riconoscerlo in qualche modo - se si fosse trattato di un membro della famiglia sarebbe stato sconveniente. Non ebbe però il tempo di porsi altre domande perché un ritmo di sonagli penetrò tra le voci dei presenti le silenziò.

Alla luce dei fuochi accesi nel giardino, il miracolo di quella strana danza tornò a ripetersi, stavolta esponendo agli occhi di tutti la fisionomia della creatura notturna: un giovane della bellezza delicata e sensuale, leggero e scolpito, minaccioso e delicato, armato di grazia e bastone. 

Era truccato, gli occhi sottolineati dal nero e la bocca dal rosso, i capelli raccolti in un fermaglio a forma di serpente. I veli coprivano e scoprivano, le onde tornavano dal mare, tornava anche la sete.

Il medico si sentì perduto quando il giovane fissò su di lui uno sguardo singolare, ultraterreno quasi, che sembrava oltrepassare la sua carne senza vederla davvero. 

Sopportò la danza, la tensione, l’ansia, mentre i presenti lodavano la bravura del giovane, l’unico e sfortunato figlio del nobile funzionario, divenuto cieco a seguito di una grave malattia, strappato all’arte della guerra e donato a quella della danza.

Tahtib, si chiamava così quella danza così singolare. 

La notte successiva lo cercò nel giardino, con il cuore nuovamente in un mare scuro e senza fondo, stranamente padrone del proprio equilibrio.
 

_____________

 

Era rientrato ad Atene ormai da una settimana, e doveva attenderne altre tre, interminabili, prima di ripartire nuovamente per Alessandria d’Egitto.

Aveva chiesto e ottenuto di potervi tornare e trascorrervi un periodo di tre mesi, per approfondire le sue ricerche sulle sostanze che davano sogni a occhi aperti e procuravano il riso anche durante il pianto.

Il suo maestro, nonché decano dell’Alta Scuola di Medicina di Atene, non aveva posto eccezioni a quel viaggio ma lo aveva squadrato dalla testa ai piedi con estrema attenzione, come per sincerarsi delle sue condizioni di salute.

Che quell’uomo saggio e acuto avesse notato qualcosa di strano? Che si fosse accorto del disagio e del dolore che era costretto a sopportare per via del voto che aveva fatto?

Indossava sempre abiti comodi e larghi, si sedeva usando tutte le accortezze e si lavava rigorosamente da solo, limitandosi a chiamare il suo servitore solo per preparargli il bagno e gli abiti puliti. Impartiva le cure mediche con la stessa dedizione che aveva sempre mostrato e si imponeva di non pensare al giovane, alle sue movenze, alla sua voce e soprattutto al bastone che lo aveva tormentato, strisciando sul suo corpo come un castigo, premendogli sulla gola per troncargli il respiro, sul petto per fermargli il cuore e sul sesso per domarlo e scivolare poi lascivo fra la sue gambe.

Il pensiero di quel tocco si trasformò in un dolore acuto, puntiforme, che lo fece piegare in due e lo spinse a proteggersi con le mani ma era tutto inutile: le spire della gabbia d’oro che indossava, lisce e levigate all’esterno, erano disseminate di piccole spine all’interno, che pur essendo smussate, e quindi incapaci di ferire davvero, pungevano senza pietà ogni qualvolta il suo organo si risvegliava. Al mattino era terribile, la sera appena più sopportabile.

Tornò con la mente alle notti insonni che aveva trascorso a casa del giovane danzatore.

La prima notte, al suo arrivo, lo aveva solamente spiato dalla finestra.

la seconda era uscito in giardino e lo aveva osservato nascosto dietro a una colonna.

La terza notte, il giovane gli aveva fatto segno di avvicinarsi - come avesse potuto sentire la sua presenza era rimasto all’inizio un mistero, poi il medico aveva capito che al suo seguito c’era una giovane donna, figlia di un greco e di una egiziana, che era al servizio nella casa del funzionario e che si prestava come complice di quel pericoloso gioco di seduzione.

La quarta notte, il medico aveva afferrato la punta del bastone e il giovane, che era prima di tutto un guerriero, lo aveva strattonato e atterrato, poggiandogli un piede sullo sterno. Il medico aveva osato sganciare il filo d’oro che gli ornava la caviglia e baciargli le dita.

La quinta notte, il giovane lo aveva costretto a sedersi, battendo impaziente con il bastone sulla pietra ornata di una fonte asciutta, dura e bianca come il suolo della luna. Gli aveva danzato intorno e il medico aveva più volte afferrato i suoi veli con le dita facendoli poi svolazzare, fluorescenti come tentacoli di medusa.

La sesta notte, il giovane lo aveva sfiorato con le sue dita lunghe e piene di pietre colorate. Il medico aveva sopportato il tocco leggero e insistente vincendo la tentazione di afferrarlo a sua volta. La ragazza era stata chiara, del resto, tutto doveva svolgersi secondo le regole di una danza amorosa.

L’ultima notte, era stato condotto nella camera del giovane. La ragazza gli aveva detto di spogliarsi completamente e di restare in piedi.

Il giovane allora si era avvicinato, gli aveva posato le mani sul petto e aveva percorso il suo corpo con un’unica carezza che lo aveva fatto sussultare ma che il medico era riuscito a dominare, forse anche per la presenza della donna. Il giovane si era inginocchiato e aveva teso una mano dietro la schiena. La donna gli aveva dato un oggetto che brillava alla luce incerta delle fiaccole.

Il medico aveva smesso di respirare e aveva guardato in basso, mentre il giovane prendeva con delicatezza il suo sesso e lo chiudeva nella gabbia d’oro.

“Fra un mese ritornerai” disse la ragazza, in greco. “Fra un mese sarò tuo. Non ti darai piacere in mia assenza, non ti sfogherai con altri uomini e non mi immaginerai alla tua mercè perché immaginare significherebbe soffrire. Dovrai aspettare.”

Dovrai aspettare.

Aspettava, controllando i suoi istinti e sublimando il desiderio nella contemplazione, per non impazzire. Voleva possederlo ed era lui quello posseduto.

Sbarcò una notte, scendendo da un mercantile che trasportava spezie e stoffe. Era talmente impaziente da non soffrire il mal di mare.

La cena con il funzionario fu interminabile. “Non devi bere vino” gli disse la ragazza passandogli accanto “ma questo.” E gli versò un liquido ambrato, che sapeva di menta e miele.

Più tardi, all’ora convenuta, si spinse lungo il corridoio semibuio e quando fu nella sua stanza, al suo cospetto, si prostrò quasi ai suoi piedi.

Fu bendato, lavato con acqua aromatica dalla ragazza e invitato a sdraiarsi su un giaciglio di stoffe fresche e profumate.

Udì i passi di lei che si allontanavano, poi i passi di lui che si avvicinavano e la punta del bastone si poggiò finalmente sulle sue labbra. La baciò, dando inizio a un’altra danza.

Il dolore serrava a ondate la sua parte più sensibile mentre allo stesso tempo il sollievo si diffondeva sulla sua pelle man mano che il giovane lo baciava e lo accarezzava. Il contrasto lo sfiniva e lo deliziava, non ne avrebbe mai avuto abbastanza.

Poi uno scatto metallico lo fece trasalire e fu libero.

L’ultima cosa che ricordò con chiarezza, prima che la stanza si sdoppiasse e le sensazioni aumentassero a dismisura, fu la bocca di lui, una prigione delicata e insolente.
 

FINE

   
 
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