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Autore: Teddy_bear    04/08/2025    0 recensioni
Una raccolta di racconti e miti interiori che raccontano la paura, la fragilità e il desiderio di rinascita.
Tra uccelli vanitosi e alberi dimenticati, bambini interiori e città immaginate, ogni storia è una traccia per chi si sente smarrito, una metamorfosi in punta di voce.
Racconti per chi ha avuto crepe, e ci ha intravisto la luce.
Genere: Fantasy, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: AU | Avvertimenti: Tematiche delicate
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L’albero

 

In una foresta fitta e assai lontana, non si riusciva a camminare senza che fronde, foglie o rami ti toccassero e graffiassero. Vi erano alberi di ogni tipo, ogni natura e specie – a partire dai pini, per poi passare ai salici, e poi ancora le querce. Non importava la temperatura attorno e, in generale, le condizioni che vi erano, poiché la moltitudine d’alberi resisteva per pura casualità. Si narra che fossero tra loro molto vicini, che dialogassero con sussurri e che gli uccelli talvolta prendessero parte a quelle conversazioni. Si dice anche che gli alberi di questa foresta fossero i nascondigli preferiti degli scoiattoli. Tra gli uccelli e gli scoiattoli c’erano sempre diverbi e divergenze, su chi fosse l’animale migliore tra loro due – gli uccelli sono animali molto poetici, ma anche assai vanitosi – ma soprattutto su chi amasse di più quegli alberi e quella foresta.

«Io amo di più quest’albero, perché gli ho concesso l’utilità. Senza di me, l’albero sarebbe stato meno albero. Io ho reso l’albero, albero. Poiché per quale altro motivo gli alberi nascono e crescono e passano la loro vita, se non per darci rifugio, riparo e sicurezza incondizionatamente?» aveva detto un giorno lo scoiattolo, che si riporta si chiamasse Ulisse, per via dei suoi travagli prima di riuscire finalmente a trovare e a stabilirsi in quella foresta; poi, al suo discorso aggiunse:

«Ora lo vedi verde, e non d’un verde sbiadito, come se fosse stato dipinto da un pittore che aveva poca voglia e smania di dargli importanza – no. Tu lo vedi verde, verde come viridis in lingua latina. Tu lo vedi robusto, forte, pesante, tanto che, se cadesse, il mondo intero finirebbe su se stesso per l’immensa voragine. Tu lo vedi meraviglioso, straordinario nel senso di fuori dal comune. Questo solo per la mia tana: la mia tana ti permette di cogliere di più le sue sfumature, la sua bellezza, la sua rigorosità. Senza la mia tana, dimmi, l’avresti distinto dagli altri alberi? Ti sembrava differente, oppure si sarebbe perduto e non sarebbe più stato un albero-albero, ma sarebbe divenuto un albero-camaleonte?»

Lo scoiattolo era sicuro di quello che diceva. E lo proferiva con il petto gonfio, il cuore colmo di orgoglio e vanità.

L’uccello cinguettava di risposta, quasi deridendolo, perché si sa – come disse quel poeta assai illustre nelle sue Operette dell’Ottocento – gli uccelli sono gli animali più predisposti al riso per natura, finché i cinguettii non divennero linguaggio, e si riporta che gli rispose:

«Oh, caro Ulisse, forse hai perduto troppe case ed è per questo che parli così. Forse casa, per te, non è stato nessun luogo, e questo è il motivo per cui senti il bisogno di rendere l’albero speciale, che invece sarebbe stato speciale di per sé, intrinsecamente, anche senza la tua tana. Io amo di più di te l’albero, perché non lo abito. È lui che abita me: quando ci ripenso, siccome ne sono lontano, proiettando la sua immagine – ben sigillata dai miei occhi – nella mia immaginazione, come sosteneva quello scrittore francese che compose il De Amore; quando, per qualche momento, mi pare di averlo smarrito in mezzo a questa foresta, quando il verde che tu dici essere viridis non guizza senza indugio nei miei occhi, come acciecante tormenta di sabbia. Io non amo quest’albero meno perché ne sono distante, anzi in verità io lo amo di più proprio per codesta ragione, e ne disto perché lo amo.»

Ulisse e l’uccello sarebbero stati in grado di continuare quella conversazione per ore, per giorni se necessario, facendo vibrare ogni foglia mossa dai loro respiri, e poi versi, e poi qualcosa che non si sa dire, ma sembrava simile alle urla degli esseri umani quando perdevano la pazienza e la giusta metriotes. Chi può dirlo chi l’avrebbe avuta vinta; forse bisognava chiedere all’albero da chi si sentisse amato meglio – e lo stesso agli altri alberi, che a loro volta erano con altri uccelli e altri scoiattoli a discutere su quelle questioni – ma, a dire la verità, per gli alberi – loro che erano in grado di far respirare gli esseri viventi – questi sentimentalismi parevano sciocche cogitazioni odoranti di fanciulli in fasce.

In quella selva così fitta, gli alberi avevano delle radici eccezionali: ben robuste nella terra, si diceva fossero fatte degli stessi elementi che riportava Ernest Hemingway in una sua frase famosa, associata, forse forse erroneamente, al romanzo Isole nella corrente:

«Ma di cosa sei fatta tu?»

«Di quello che ami. Più l’acciaio.»

Quindi gli alberi, lì in mezzo, in quella parte del mondo sospesa tra chissàdove e chissàinchemodo, avevano le radici fatte d’amore e d’acciaio – che poi, allora, erano fatte di un solo elemento, poiché è giusto credere che l’amore e l’acciaio siano la stessa materia. Cerere li amò molto, più degli uccelli innamorati con un sentimento puro che permetteva loro come di respirare – se avessero potuto – più degli scoiattoli innamorati con un sentimento duro che il respiro loro, per certi versi, glielo toglieva.

Nessuno potrebbe amare quegli alberi più di Cerere, colei che diede ferro, e calore, e amore, e passione, e sostanza, e fatica, e di nuovo amore, e pazienza, e premura, e coraggio, e desiderio a quelle radici che potevano mostrare quanto fossero curati quegli alberi fin sopra la punta della foglia più alta, in cima alla loro acconciatura di fronde.

Tutti tranne uno.

Non si sa il perché, ma tra questa moltitudine di alberi, rigogliosi, stupendi, fatiscenti, c’era un albero che non era bello come loro. Anzi, era brutto. Ma no, è troppo poco: non brutto. Bruttissimo. Il brutto anatroccolo degli alberi, più brutto del brutto anatroccolo nella toccante favola. Inizialmente brutto solo perché diverso, anche se non si riuscirebbe a spiegare precisamente in cosa.

E molte volte è così, perché si parte prevenuti solo sulla differenza, senza argomentarla, senza sapere neanche cosa sia. Credendo che essere diversi sia solo non essere come me e non essere come te e non essere come noi, con la presunzione che questo non essere ciò sia meno positivo di quell’essere altro; dall’alto dei loro troni che credono giusti ed etici solo perché rossi, additano tutto quello che è blu, solo in quanto blu, senza sapere neanche se sia davvero blu o, nei casi peggiori, senza sapere neanche cosa sia il blu fine a se stesso.

Poi, col tempo, si capì che il suo problema erano le radici: non erano diverse in quanto nate differenti, poiché la forma era sempre quella, canonica a tutte le radici, ma erano diverse perché differentemente amate da Cerere rispetto a quelle degli altri alberi. E quindi l’acciaio senza l’amore non era acciaio, e viceversa.

Non se ne conosce il motivo, è inutile domandarselo. Anche tra quelli che erano gli dèi, nei tempi antichi, poteva capitare un qualcosa che non fosse a noi comprensibile della loro natura divina – perché proprio Enea, tra tutti gli uomini, doveva mettere alla luce quel giovanotto che poi avrebbe fondato Albalonga?

Infine, con il susseguirsi di lune – neanche tante – l’albero rinsecchì: e in quella foresta si poteva presto scorgere la dissomiglianza tra un albero maltrattato e innumerevoli alberi ben tenuti. Non vi era alcuna premura o attenzione nei suoi confronti, da parte della creatrice, e per questo motivo avvenne il suo personale declino poco a poco.

Per lui era un perenne autunno la sua realtà. Non poteva sperare che un uccello gli volasse vicino, e neanche che uno scoiattolo ci si facesse dentro la tana; poteva solo sperare che, già in precario equilibrio, non lo colpisse un fulmine facendolo cadere, o che la pioggia non rovinasse troppo la sua corteccia.

Sperava di diventare un libro, un giorno, quell’albero. Strano a dirsi per la temporalità di questa leggenda, ma è così che si riporta: voleva essere libero, lībĕr, staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui, e voleva essere un libro, lĭbĕr, per poter raccontare di com’è riuscito a staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui.

Si narra che ci riuscì.

Si narra che il libro nato da quell’albero sia proprio questo.

 
Spazio autrice: sto scrivendo questa raccolta di racconti, per provare qualcosa di nuovo :)) e di più introspettivo e inerente alle emozioni umane. Se vi va, datemi un riscontro e ditemi cosa ne pensate! Grazie, bacioni x.
   
 
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