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Autore: Orso Scrive    26/08/2025    3 recensioni
Per punizione, Alberto Manfredi e Aurora Bresciani vengono inviati come scorta a una missione archeologica in Siria. Ma quella che sarebbe dovuta essere una semplice permanenza nel deserto di Badia, si tramuterà in una lotta contro alcuni terroristi decisi a impadronirsi di un antico segreto...
Genere: Avventura, Commedia, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'A&A - STRANE INDAGINI'
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Prologo

 

 

Deserto di Badia, Siria, maggio 2023

 

 

Se mi avessero detto che mi sarei commosso in un deserto pieno di sabbia, sassi e sterpaglie, mi sarei messo a ridere.

Ma era davvero possibile non commuoversi, di fronte a un simile spettacolo? C’era qualcuno in grado di restare impassibile, davanti a tanta meraviglia? Il tenente Alberto Manfredi non lo riteneva umanamente possibile.

Il cielo notturno era di una purezza sconfinata. Non una luce artificiale, nemmeno la più flebile, lo inquinava. E questo nel raggio di decine, forse addirittura di centinaia di chilometri tutto attorno. Ovunque si volgesse lo sguardo, erano solo buio e astri. Era come essere soli al mondo, gli ultimi sopravvissuti dopo la scomparsa di tutti gli altri esseri umani. Stelle rifulgenti e nebulose colorate, a migliaia e milioni, si protendevano fino all’ultimo orizzonte, perdendosi al di là dei neri rilievi lontani, riconoscibili per l’oscurità compatta di cui erano fatti. La Via Lattea, come un fiume celeste, si apriva la sua eterna strada in mezzo alle costellazioni imperiture. Gli astri erano tanto sfolgoranti da tingere di blu la trapunta cosmica.

Sembra di stare in un racconto delle Mille e una notte, sotto un magico cielo d’Oriente.

Alberto si sistemò meglio sul capitello su cui si era seduto. Era il resto di una colonna, che emergeva dal terreno. Tre rocchi circolari, che un tempo avevano composto il fusto, giacevano poco discosti. Sabbia e vento li avevano corrosi e levigati. Vicino, c’era ciò che rimaneva del frontone d’ingresso di quello che doveva essere stato un meraviglioso tempio di epoca romana, probabilmente dedicato al dio solare Baal.

Uno zampettare rapido e leggerissimo attrasse la sua attenzione. Un criceto – il piccolo roditore del deserto siriano, simile a un topo – sbucò in mezzo ad alcune pietre, si guardò attorno, fiutò l’aria, sfregò le orecchie con le zampette e sparì di nuovo nella sua tana sotterranea.

Anche se ho voglia di tornarmene in Italia, mi mancherà tutto questo.

Il tempo da trascorrere nel deserto siriano, come scorta alla missione archeologica, era quasi concluso. Il giorno seguente, sarebbero arrivati altri agenti a rilevare il compito di sorvegliare lo scavo e gli studiosi impegnati nelle ricerche. Loro, che si trovavano lì da circa un mese, sarebbero ripartiti molto presto alla volta di casa.

E Alberto aveva davvero voglia, di tornare in Italia. Da quando aveva intrecciato la sua vita con Elena Zamboni, aveva scoperto quanto fosse bello fare rientro a casa, avere un tetto sotto cui stare. Da quando c’era lei al suo fianco, trascorrere il tempo in giro per l’Italia a cercare di recuperare opere del patrimonio culturale trafugato non era più il solo scopo della sua esistenza.

«Voglia di partire, Manfredino?»

La voce di Aurora Bresciani gli risuonò nei timpani, rompendo il silenzio assoluto del deserto. Alberto sussultò appena.

Tanto per cambiare, l’amica di sempre gli aveva letto nel pensiero.

Si strinse nelle spalle.

«Diciamo di sì», rispose. «Anche se, tutto sommato, questo posto mi mancherà.»

E mi mancherà anche stare insieme a te, almeno fino al prossimo incarico.

Questo, ovviamente, lo tenne per sé. Ma, comunque, era vero. Il fatto che la cotta che si era preso per Elena ormai sei mesi prima si stesse poco alla volta tramutando in una relazione stabile e affettuosa, non poteva certo cancellare quell’altra verità: ossia, che Aurora fosse la sua più grande e importante amica. E lo sarebbe stata per sempre, qualunque cosa fosse accaduta.

Aurora si mise a sedere su un pezzo di colonna, al suo fianco. Come lui, indossava giacca e pantaloni militari color cachi. Il grado ricamato sulla manica la indicava come sottotenente. Aveva raccolto i capelli rossi sotto un basco di lana nera, identico a quello che indossava sempre Manfredi. La sola differenza era che, mentre su quello di Alberto era appuntato uno stemmino con il simbolo del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale – un drago davanti al Pantheon – la spilletta sul basco di Aurora raffigurava un teschio ghignante circondato dal motto “Oltre la morte”.

Aurora si mise in bocca l’eterna sigaretta e l’accese.

«A me, non mancherà per niente», confessò poi, lasciando andare uno sbuffo di fumo. «Troppo piatto, per i miei gusti. Mi mette sgomento, avere davanti a me un orizzonte di cui non scorgo la fine. E fa anche troppo caldo. Per non parlare di quello stronzo di Castelli e dei suoi quattro accoliti: gente così, preferisco dimenticarla per sempre. Non vedo l’ora di essere lontanissima.»

Alberto inarcò un sopracciglio. Fissò i monti scuri in lontananza, contro i quali si infrangeva il cielo.

«Non mi sembra poi tanto brutto…» borbottò.

Dal deserto giungeva una brezza piuttosto fresca. Nonostante fosse primavera, la notte nel deserto continuava a mantenersi fredda. Lo fece rabbrividire.

«E nemmeno tanto caldo», soggiunse.

«Adesso, magari, no», replicò lei, scrollando le spalle. «Ma di giorno… io non la sopporto, l’aria secca di questo posto arido, Manfredino. Mi fa bruciare gli occhi. Mi si sono seccati i capelli. Ho le labbra screpolate. Sudo di continuo come una scrofa in calore.»

Prese un tiro dalla sigaretta e soffiò piano dalla bocca una nuvoletta di fumo.

«E poi, in questo dannato accampamento, non riesco a farmi una doccia come si deve», soggiunse, in tono lamentoso. «Sono qui che faccio così schifo che, ormai, il mio titolo di dea della bellezza è compromesso in modo irrimediabile.»

Questa volta, Manfredi sogghignò.

Fai sempre la dura, ma guai a toglierti acqua e sapone.

Ovviamente, si guardò bene dal dirlo. Aurora era un’igienista convinta. Quello era un punto su cui non la si doveva toccare nemmeno per sbaglio.

«Per non parlare della sabbia», andò avanti a lagnarsi lei.

«Cos’ha la sabbia, che non va?» domandò Alberto, paziente.

Era un mese intero, cioè dal momento in cui avevano messo piede sul suolo siriano, che l’amica non faceva altro che lamentarsi di ogni singola cosa. Aveva sopportato fino a quel momento, quindi avrebbe potuto farlo ancora per qualche ora, in vista della partenza imminente.

Aurora prese una nuova, lunga boccata di fumo. La lasciò andare in lente volute, che si dispersero nell’aria pura della notte.

«Ma tutto non va, della sabbia», disse. «Si infila ovunque, quella schifosa. L’ho trovata persino nei pacchetti di sigarette. Mi si appiccica alla pelle e me la rovina. Per non parlare delle tonnellate di granelli che mi sono entrati nelle mutande. A parte che mi hanno irritato tutto, là sotto, così che adesso sono più rossa dei miei peli… ma poi sono certa che, da lì, mi siano risaliti nel buco del culo e nella figa. Vedrai che, quando torneremo a casa, andrò avanti a pisciare e a cagare sabbia per dieci giorni!»

Spero proprio di non vederlo, a dire il vero.

«Povera Aurorina», disse Alberto, fingendosi comprensivo. Le mise una mano sulla spalla. «La prossima volta che Iannaccone ci affibbierà una missione all’estero, farò in modo di sincerarmi che voglia spedirci all’Antartico, in mezzo ai ghiacci e al gelo eterno.»

Evitò di dirle che, se si trovavano lì, in mezzo al deserto, era solo per poterla salvare da un grosso guaio. Era stata una decisione che il colonnello Iannaccone aveva preso per evitare che Aurora finisse trasferita chissà dove o che, peggio ancora, perdesse il suo posto di lavoro.

Che posso farci, sarai anche una furia scatenata, ma per te farei qualunque cosa. Anche sorbirmi le tue lamentele in mezzo al deserto. Sei troppo importante per me. Ma mica te lo dico, no no.

«Grazie», sussurrò lei. Prese un’altra boccata di fumo. «Appena torniamo in Italia, non preoccuparti, se dovessi scomparire per tre o quattro giorni: sarò immersa nella vasca da bagno a ripulirmi come si deve. E, magari, andrò in una qualche spa per farmi fare un massaggio e un trattamento reidratante.»

Metterai a repentaglio la scorte idriche mondiali, e ti arriverà una bolletta da salasso. Con quella miseria che chiamano stipendio, poi.

«Okay, ricevuto, però non puoi certo dire che…» cominciò Alberto.

Un rombo improvviso lo interruppe.

Entrambi puntarono lo sguardo verso il nero deserto circostante, cercando di capire che cosa stesse succedendo. Sgranarono gli occhi, quando videro una nube di polvere sollevarsi dalla vasta piana stepposa, oscurando le stelle. Alcuni veicoli si stavano avvicinando a grande velocità. Puntavano senza dubbio verso il campo base della missione archeologica.

D’istinto, balzarono in piedi.

«Non ti pare un po’ presto, perché arrivino a darci il cambio?» mormorò Manfredi, circospetto.

La vista di Aurora era sempre stata più acuta di quella dell’amico.

«Non stanno venendo a darci il cambio, Manfredino», replicò.

La sua mano corse alla fondina attaccata al cinturone dell’uniforme. Trovò il calcio in noce della sua Smith & Wesson 29 da .44 Magnum e lo strinse.

La nube e il rombo sollevati dai veicoli erano sempre più vicini.

 

 
   
 
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