Berthold è sul divano, già in pigiama.
Legge sempre in camera, ma la lampadina della sua abat-jour si è fulminata la sera prima, e la stanza ha una pessima illuminazione.
La luce in salotto, invece gli permette vedere le parole di “Project Hail Mary”, di Andy Weir, senza perdere altre dodici diottrie.
Ha deciso che pagina 109 sarà l’ultima della serata, e che è ora di andare a dormire.
Chiude il libro, ma, contemporaneamente, sente la porta di camera di Reiner aprirsi.
Immagina stia venendo a dargli la buonanotte, ma quando alza lo sguardo e incontra un sorriso enigmatico, e il computer tra le braccia del suo coinquilino, capisce che probabilmente c’è di più.
-Ho trovato qualcosa.
Si siede accanto a lui sul divano, aprendo il computer sotto lo sguardo curioso di Berthold.
-Cosa?
Sblocca il computer con il pin (che Berthold si è voltato per non vedere), e alla schermata di blocco standard del PC, si sostituisce una foto di due bambini.
No.
Una loro foto, di quando erano bambini.
Sono al parco in cui si sono conosciuti, nella sabbiera che era il loro gioco preferito.
Un piccolissimo Reiner, tutto paffuto e biondissimo come sempre, con il braccio attorno alle spalle di un altrettanto piccolo Berthold, con i vestiti che gli cadono addosso come tende da quanto gli stanno larghi e la faccia paonazza.
Sorridono, a Reiner manca un dente e Berthold ha gli occhi enormi e imbarazzati.
Il Berthold adulto si lascia scappare una risata incredula.
-No!
Esclama, e arrossisce quasi come nella foto.
-Guarda che belli eravamo.
Reiner parla con tenerezza, mentre ingrandisce l’immagine per vedere meglio i loro volti.
-Bellissimi. Avevo le orecchie enormi.
Berthold vuole essere ironico, ma esce anche a lui un tono gentile, accompagnato da un sorriso morbido.
-Eri buffo!
-Ma da dove l’hai tirata fuori?
-Stavo facendo pulizia nel computer, e ho ricordato di aver trasferito qui l’intero rullino della macchina fotografica di mia madre, prima che la buttasse.
Berthold assottiglia gli occhi con fare scherzoso.
-Quindi ne hai altre?
Reiner si volta a guardarlo, e sorride mentre annuisce lentamente.
Fa scorrere un’altra foto sul monitor.
Ora ci sono loro due nel primo giorno di elementari, in posa, con i loro zaini enormi, davanti alla scuola.
C’è anche Annie, imbronciata e con i capelli che le cadono davanti al viso.
E poi ancora, foto di loro al compleanno di Reiner, foto di loro in gita, al campo estivo accanto a Zeke, alla festa di fine anno della scuola con Annie e Pieck e tutti i loro compagni, di una vacanza che le loro famiglie hanno fatto assieme.
Ci sono foto di loro in momenti speciali della loro infanzia, foto che li vedono crescere.
E mentre guardano dei ragazzini cominciare il primo giorno delle medie, Reiner sospira con nostalgia.
-E’ incredibile pensare che anche noi siamo stati così piccoli, mh?
-Sì…è che…sembra ieri. – Berthold alza gli occhi sul soffitto – Sembra ieri che hai cercato di cacciarmi dalla sabbiera perché ci volevi giocare da solo.
-E ti assicuro che lo schiaffone che mi ha dato mia madre per mettermi in riga, quel giorno, brucia ancora.
Ride, massaggiandosi la nuca come se veramente lo sentisse ancora.
-Probabilmente quel ceffone è la ragione per cui siamo amici.
-Ti ho prestato la mia paletta e il mio secchiello e ci abbiamo giocato assieme, vero?
Berthold ridacchia, inarcando le sopracciglia.
-Non pensavo lo ricordassi!
-Era il mio pegno, lo ricordo benissimo!
Ridono assieme, e poi si guardano per un attimo, a vicenda.
Di quei bambini nelle foto non è rimasto niente.
I pesi, le responsabilità e le colpe che si portano addosso hanno cancellato in loro ogni innocenza.
Ma ci sono ancora, di nuovo, loro due.
E Reiner sospira, osservando Berthold abbassare lo sguardo con timidezza.
-Sono contento di aver preso quel ceffone. Non saremmo qui, altrimenti.
Si rende conto di suonare un po’ smielato quando l’altro gli rivolge un’occhiata esitante.
Cerca di ridere, di dargli una delle sue pacche scherzose, ma è serio. Mortalmente.
Nessuno lo ha mai capito bene come Berthold.
Quando si sono separati ha dovuto imparare ad essere qualcun altro perché anche gli altri lo capissero.
-Io… sono contento che hai condiviso quei giochi per la sabbia.
Berthold non alza neppure lo sguardo mentre lo dice, ma anche lui è convinto delle sue parole.
-Mi sei…scusami. Mi sei mancato.
Si copre gli occhi, imbarazzato. E’ difficile ammetterlo a voce alta.
Ma è vero.
Nessuno lo ha mai capito bene come Reiner.
Quando si sono separati, Berthold ha convissuto per anni con la sensazione che gli avessero portato via una parte di lui.
Reiner espira una risatina debole, mentre, perché non li vede nessuno, gli circonda le spalle con un braccio.
Sono di nuovo loro.
Si separano poco dopo, anche se Reiner aveva altre foto.
E’ tardi, e quel turbine di nostalgia li ha sì divertiti, ma anche resi estremamente malinconici.
Quando Berthold si stende a letto, però, si rende conto che ha provato un’altra sensazione, per tutto il tempo.
Inquietudine.
Perché è stato davvero strano il fatto che, nonostante siano stati una parte fondamentale della loro infanzia e della loro vita, dei gemelli Galliard non c’è traccia in nessuna delle foto che Berthold ha visto.


