ATTENZIONE! Questa fic partecipa agli Oscar della Penna 2026, indetti sul forum Ferisce la penna. Visto che dovrà essere anche letta da utenti che non hanno familiarità con il fandom, ho deciso di inserire una breve spiegazione del contesto. Se conoscete Il Trono di Spade, potete beatamente ignorarla :)
Breve contesto per chi viene dagli Oscar: Il Trono di Spade è una serie tv fantasy medievale perlopiù ambientata nel continente fantastico di Westeros, il cui intreccio segue svariati personaggi nel tentativo di ottenere la corona dei Sette Regni. Il cast è amplissimo, la lore complicatissima; basta sapere che, circa quindici anni prima degli eventi della serie, l’ultimo re della dinastia Targaryen (che aveva governato i Sette Regni per tutta la loro storia) è stato destituito da una ribellione guidata da Robert Baratheon, Lord di Capo Tempesta, poi incoronato al suo posto. E che, nel corso della serie, all’alba dell’inverno più terribile di cui si ha memoria, il mondo conosciuto è minacciato dall’avanzata verso Sud degli Estranei: un esercito di morti viventi che intendono reclutare tra le proprie fila ogni umano sul proprio cammino.
Shireen è l’unica figlia di Stannis Baratheon, il fratello minore di re Robert. Ha circa dieci anni, e da neonata è stata colpita dal Morbo Grigio, una malattia solitamente mortale che le ha lasciato il volto sfigurato. Lei vive sull’isola-fortezza di Roccia del Drago, che prima della Ribellione apparteneva a casa Targaryen. Altri personaggi ricorrenti sono:
Selyse: sua madre;
Maestro Pylos: maestro = uomo istruito in varie aree del sapere, specialmente l’arte medica, alla Cittadella di Vecchia Città. Ha preso l’incarico di maestro della Roccia del Drago di recente, in sostituzione al vecchio maestro Cressen dopo la sua morte;
Ser Davos: o il "Cavaliere delle Cipolle", ex contrabbandiere che, durante la Ribellione, ha aiutato Stannis rifornendo il suo castello sotto assedio. Dopo la Ribellione Stannis ha ricompensato sia i crimini che il favore, nominandolo cavaliere e tagliandogli tutte le falangette della mano non dominante. È amico di Shireen, che gli insegna a leggere e scrivere;
Melisandre: o la "Donna Rossa", sacerdotessa di R’hllor (o Signore della Luce, divinità non molto conosciuta a Westeros, il cui culto dominante è quello dei Sette Dèi). Crede che Stannis sia l’eroe promesso dalle profezie, che fermerà la venuta degli Estranei. Grande fan dei sacrifici umani;
Robin: figlio di Lord Jon Arryn del Nido dell’Aquila, Protettore della Valle e Primo Cavaliere del re. Suo padre muore prima degli eventi della serie, sua madre qualche stagione più avanti;
Jon Snow: Lord Comandante dei Guardiani della Notte, ordine il cui scopo è proteggere il reame dai popoli e dai non-morti che si nascondono oltre il confine Nord dei Sette Regni. È il figlio bastardo di Ned Stark (morto pure lui), che era il Protettore del Nord e il Primo Cavaliere di re Robert dopo la morte di Jon Arryn;
Maestro Aemon: vecchio maestro dei Guardiani della Notte. Durante la permanenza di Shireen al Castello Nero si ammala, per morire poi qualche episodio dopo;
Sam: giovane attendente del maestro Aemon, lo sostituirà in seguito.
Alla morte prematura di re Robert, che non ha mai avuto figli legittimi, Stannis reclama il trono in quanto prossimo nella linea di successione. Non prima di essersi scontrato con altri pretendenti, tenta di conquistare la capitale nella Battaglia delle Acque Nere, in cui però viene sconfitto. Dopo aver ottenuto un prestito dalla Banca di Ferro di Braavos (una delle città libere al di fuori di Westeros) si decide a partire con tanto di famiglia verso il Castello Nero, la fortezza sulla Barriera che delimita i Sette Regni, per aiutare la difesa contro gli Estranei. Nel mentre inizia una campagna per riunificare il Nord, sottratto di recente alla famiglia Stark, che lo governava da secoli.
Sono citati anche alcuni personaggi fittizi e/o storici in-universe:
Aegon/Visenya/Rhaenys Targaryen: il primo re Targaryen e le sue due sorelle-mogli, che giunsero a dorso di drago a conquistare il continente;
Elyo Grivas: un Primo Spadaccino di Braavos (show only, infatti non se ne sa nulla);
Rhaenyra Targaryen: principessa Targaryen di duecento anni prima, al centro di una sanguinosa guerra civile ricordata come la "Danza dei Draghi", che la vide contendersi il Trono con suo fratello minore.
ROCCIA DEL DRAGO:
Seggio ancestrale di casa Targaryen, assegnato da re Robert al fratello dopo la Ribellione. È un’isola vulcanica che si affaccia sulla Baia delle Acque Nere, dal clima tempestoso e che ospita un villaggio di pescatori. Luoghi d’interesse:
Giardino di Aegon;
Tamburo di Pietra: torre principale della fortezza. Sulla cima c’è la Stanza del Tavolo Dipinto, che prende il nome dall’enorme tavolo di legno intagliato che riproduce la mappa di Westeros;
Torre del Drago Marino: torre che ospita gli alloggi del maestro, il suo laboratorio e, al piano di sopra, l’uccelliera.
Breve contesto per chi viene dagli Oscar: Il Trono di Spade è una serie tv fantasy medievale perlopiù ambientata nel continente fantastico di Westeros, il cui intreccio segue svariati personaggi nel tentativo di ottenere la corona dei Sette Regni. Il cast è amplissimo, la lore complicatissima; basta sapere che, circa quindici anni prima degli eventi della serie, l’ultimo re della dinastia Targaryen (che aveva governato i Sette Regni per tutta la loro storia) è stato destituito da una ribellione guidata da Robert Baratheon, Lord di Capo Tempesta, poi incoronato al suo posto. E che, nel corso della serie, all’alba dell’inverno più terribile di cui si ha memoria, il mondo conosciuto è minacciato dall’avanzata verso Sud degli Estranei: un esercito di morti viventi che intendono reclutare tra le proprie fila ogni umano sul proprio cammino.
Shireen è l’unica figlia di Stannis Baratheon, il fratello minore di re Robert. Ha circa dieci anni, e da neonata è stata colpita dal Morbo Grigio, una malattia solitamente mortale che le ha lasciato il volto sfigurato. Lei vive sull’isola-fortezza di Roccia del Drago, che prima della Ribellione apparteneva a casa Targaryen. Altri personaggi ricorrenti sono:
Selyse: sua madre;
Maestro Pylos: maestro = uomo istruito in varie aree del sapere, specialmente l’arte medica, alla Cittadella di Vecchia Città. Ha preso l’incarico di maestro della Roccia del Drago di recente, in sostituzione al vecchio maestro Cressen dopo la sua morte;
Ser Davos: o il "Cavaliere delle Cipolle", ex contrabbandiere che, durante la Ribellione, ha aiutato Stannis rifornendo il suo castello sotto assedio. Dopo la Ribellione Stannis ha ricompensato sia i crimini che il favore, nominandolo cavaliere e tagliandogli tutte le falangette della mano non dominante. È amico di Shireen, che gli insegna a leggere e scrivere;
Melisandre: o la "Donna Rossa", sacerdotessa di R’hllor (o Signore della Luce, divinità non molto conosciuta a Westeros, il cui culto dominante è quello dei Sette Dèi). Crede che Stannis sia l’eroe promesso dalle profezie, che fermerà la venuta degli Estranei. Grande fan dei sacrifici umani;
Robin: figlio di Lord Jon Arryn del Nido dell’Aquila, Protettore della Valle e Primo Cavaliere del re. Suo padre muore prima degli eventi della serie, sua madre qualche stagione più avanti;
Jon Snow: Lord Comandante dei Guardiani della Notte, ordine il cui scopo è proteggere il reame dai popoli e dai non-morti che si nascondono oltre il confine Nord dei Sette Regni. È il figlio bastardo di Ned Stark (morto pure lui), che era il Protettore del Nord e il Primo Cavaliere di re Robert dopo la morte di Jon Arryn;
Maestro Aemon: vecchio maestro dei Guardiani della Notte. Durante la permanenza di Shireen al Castello Nero si ammala, per morire poi qualche episodio dopo;
Sam: giovane attendente del maestro Aemon, lo sostituirà in seguito.
Alla morte prematura di re Robert, che non ha mai avuto figli legittimi, Stannis reclama il trono in quanto prossimo nella linea di successione. Non prima di essersi scontrato con altri pretendenti, tenta di conquistare la capitale nella Battaglia delle Acque Nere, in cui però viene sconfitto. Dopo aver ottenuto un prestito dalla Banca di Ferro di Braavos (una delle città libere al di fuori di Westeros) si decide a partire con tanto di famiglia verso il Castello Nero, la fortezza sulla Barriera che delimita i Sette Regni, per aiutare la difesa contro gli Estranei. Nel mentre inizia una campagna per riunificare il Nord, sottratto di recente alla famiglia Stark, che lo governava da secoli.
Sono citati anche alcuni personaggi fittizi e/o storici in-universe:
Aegon/Visenya/Rhaenys Targaryen: il primo re Targaryen e le sue due sorelle-mogli, che giunsero a dorso di drago a conquistare il continente;
Elyo Grivas: un Primo Spadaccino di Braavos (show only, infatti non se ne sa nulla);
Rhaenyra Targaryen: principessa Targaryen di duecento anni prima, al centro di una sanguinosa guerra civile ricordata come la "Danza dei Draghi", che la vide contendersi il Trono con suo fratello minore.
ROCCIA DEL DRAGO:
Seggio ancestrale di casa Targaryen, assegnato da re Robert al fratello dopo la Ribellione. È un’isola vulcanica che si affaccia sulla Baia delle Acque Nere, dal clima tempestoso e che ospita un villaggio di pescatori. Luoghi d’interesse:
Giardino di Aegon;
Tamburo di Pietra: torre principale della fortezza. Sulla cima c’è la Stanza del Tavolo Dipinto, che prende il nome dall’enorme tavolo di legno intagliato che riproduce la mappa di Westeros;
Torre del Drago Marino: torre che ospita gli alloggi del maestro, il suo laboratorio e, al piano di sopra, l’uccelliera.
LA PRINCIPESSA NELLA TORRE
di Shireen Baratheon
C’era una volta una giovane principessa, il cui nome era Shireen. Ella viveva sulla cima della torre più alta dell’Isola dell’Alba.
di Shireen Baratheon
C’era una volta una giovane principessa, il cui nome era Shireen. Ella viveva sulla cima della torre più alta dell’Isola dell’Alba.
Quando si ferma per bagnare d’inchiostro la punta della penna, Shireen esita, reggendola sospesa a sgocciolare nel calamaio.
È la prima volta che scrive qualcosa di proprio ingegno, qualcosa diverso dalle solite lettere, dai soliti dettati o compitini su traccia. Non saprebbe dire cosa, esattamente, l’abbia spinta a frugare tra i cassetti della biblioteca, nella vorace ricerca di una pergamena. Né che forma prenderà poi quello sghembo principio di trama che le si agita in mente. Sa solo quanto sarebbe imbarazzante mostrarla a chiunque, con una protagonista che le somiglia tanto.
Pensa che potrebbe cambiare qualche dettaglio, quello che non è importante. Quindi accartoccia il foglio, e comincia daccapo.
IL PRINCIPE NELLA TORRE
di Shireen Baratheon
C’era una volta un giovane principe, il cui nome era Tomm. Egli viveva sulla cima della torre più alta dell’Isola dell’Alba.
Il fanciullo era molto solo, da quando sua sorella Tylla era fuggita dal castello. Il loro padre Tytos, che era il re, temeva i pericoli che si nascondevano al di fuori della fortezza, e gli impediva di uscire all’aria aperta.
Il principino aveva paura del mondo, ma avrebbe voluto visitarlo. Aveva un binocolo, con cui poteva vedere fiumi, boschi e villaggi. Un giorno vide, nella finestra di una torre lontana, una figura familiare. Riconobbe sua sorella, e decise di raggiungerla.
di Shireen Baratheon
C’era una volta un giovane principe, il cui nome era Tomm. Egli viveva sulla cima della torre più alta dell’Isola dell’Alba.
Il fanciullo era molto solo, da quando sua sorella Tylla era fuggita dal castello. Il loro padre Tytos, che era il re, temeva i pericoli che si nascondevano al di fuori della fortezza, e gli impediva di uscire all’aria aperta.
Il principino aveva paura del mondo, ma avrebbe voluto visitarlo. Aveva un binocolo, con cui poteva vedere fiumi, boschi e villaggi. Un giorno vide, nella finestra di una torre lontana, una figura familiare. Riconobbe sua sorella, e decise di raggiungerla.
D’un tratto si sente chiamare, da chissà dove. Rapida come un grillo fa scivolare in tasca il foglio accantonato prima, soffiando su quello nuovo per asciugare l’inchiostro. Corre allo scaffale e afferra il primo libro che vede: Vite di Quattro Re, del Gran Maestro Kaeth.
Andrà bene, pensa, celando la pergamena al suo interno. Poi sguscia via, senza lasciar traccia di essere mai stata lì.
~
Shireen, mi è stato chiesto dal Primo Cavaliere di prendere in affido suo figlio Robin, affinché venga educato sull’isola. È poco più giovane di te, e un giorno potrebbe essere il tuo promesso. Sono sicuro che, nell’eventualità, saprai trattarlo con accoglienza e riguardo.
Quando aveva ricevuto la notizia, stipata di fretta sul fondo di una lettera, per qualche tempo Shireen aveva faticato a pensare ad altro. Prima era stata troppo piccola perché si riflettesse di fidanzamenti, e la prospettiva la emozionava tanto che, vedendo d’improvviso le vele gialle di ritorno al largo della Roccia del Drago, era subito corsa a chiedere a suo padre aggiornamenti sulle trattative. Lui aveva risposto che il Primo Cavaliere era morto prima che si potesse finalizzare alcunché, ma aveva aggiunto – probabilmente impietosito dalla sua delusione – che magari un giorno sarebbe potuta andare lei stessa al Nido dell’Aquila, insieme a Cressen, o chiunque volesse.
Non è del tutto sicura che il proposito sia ancora valido, eppure prima di dormire le piace immaginarsi alle porte di quel castello lontano, accolta da un giovane cortese vestito di bianco e d’azzurro, uno splendido cavaliere della Valle. E gli scrive lettere: non certo da spedire, ma perché tutte insieme le possa leggere in futuro. Racconta le sue giornate, le sue piccole avventure.
Non è del tutto sicura che il proposito sia ancora valido, eppure prima di dormire le piace immaginarsi alle porte di quel castello lontano, accolta da un giovane cortese vestito di bianco e d’azzurro, uno splendido cavaliere della Valle. E gli scrive lettere: non certo da spedire, ma perché tutte insieme le possa leggere in futuro. Racconta le sue giornate, le sue piccole avventure.
Caro Robin,
Oggi ho discusso con mia madre, quando sono tornata dalla spiaggia. Mi ha detto che non siamo a Dorne, e che c’è troppo vento per fare il bagno. Ha detto anche che il sole mi ha peggiorato le cicatrici, però io penso di no.
Sai, mi è successa una cosa. Ricordi la storia che sto scrivendo? Prima sono andata a recuperare le pergamene dal libro dove le avevo nascoste, e ho visto che qualcuno le ha corrette, segnando gli errori con l’inchiostro verde.
Chi potrebbe averle trovate? Non ci sono parole scritte, quindi non ho indizi. Mi toccherà cercare quella boccetta d’inchiostro. Ti farò sapere se scopro qualcosa.
Ti saluto. Spero che nella Valle faccia bel tempo, e che non vi manchi troppo il mare.
Con affetto, Shireen
Oggi ho discusso con mia madre, quando sono tornata dalla spiaggia. Mi ha detto che non siamo a Dorne, e che c’è troppo vento per fare il bagno. Ha detto anche che il sole mi ha peggiorato le cicatrici, però io penso di no.
Sai, mi è successa una cosa. Ricordi la storia che sto scrivendo? Prima sono andata a recuperare le pergamene dal libro dove le avevo nascoste, e ho visto che qualcuno le ha corrette, segnando gli errori con l’inchiostro verde.
Chi potrebbe averle trovate? Non ci sono parole scritte, quindi non ho indizi. Mi toccherà cercare quella boccetta d’inchiostro. Ti farò sapere se scopro qualcosa.
Ti saluto. Spero che nella Valle faccia bel tempo, e che non vi manchi troppo il mare.
Con affetto, Shireen
[...]
Le sorelle di Aegon erano entrambe guerriere e cavalcatrici di draghi, eppure differivano tra loro come il giorno con la notte: Visenya – la maggiore – era dura, severa, e al tempo stesso dotata di una certa oscura sensualità; Rhaenys, al contrario, era giovane, lieve e spiritosa. Il popolo sosteneva che Aegon avesse presa in moglie Visenya per costume, mentre Rhaenys per desiderio: difatti, per ogni notte in cui egli condivideva il talamo con la prima, dieci altre ne trascorreva in compagnia della seconda.
Le sorelle di Aegon erano entrambe guerriere e cavalcatrici di draghi, eppure differivano tra loro come il giorno con la notte: Visenya – la maggiore – era dura, severa, e al tempo stesso dotata di una certa oscura sensualità; Rhaenys, al contrario, era giovane, lieve e spiritosa. Il popolo sosteneva che Aegon avesse presa in moglie Visenya per costume, mentre Rhaenys per desiderio: difatti, per ogni notte in cui egli condivideva il talamo con la prima, dieci altre ne trascorreva in compagnia della seconda.
Quando le vede passeggiare per il Giardino di Aegon, sussurrandosi all’orecchio qualcosa di mistico e segreto ed elettrizzante, Shireen non può fare a meno di chiedersi chi delle due sia Visenya, e chi Rhaenys. Le segue con lo sguardo, voltando la pagina di pergamena impalpabile: il disegno nella sua mente pian piano si aggroviglia con quello nei suoi occhi.
La questione assilla la sua curiosità, anche se fatica a decidersi. La notte non porta consiglio e nemmeno il Cavaliere delle Cipolle, a cui pone lo stesso quesito l’indomani, durante la loro lezione.
“Non saprei, principessa. Che domanda fantasiosa!”
Lei incrocia le braccia, in segno di rimprovero. I raggi timidi nel solarium accendono fiamme nelle sue iridi di zaffiro.
“Non te la cavi così, ser. Il libro l’hai letto pure tu.”
“Sì, sì, hai ragione. Come sempre”, Davos sorride, mimando una sgraziata riverenza. “Allora mi auguro che la regina tua madre sia come Visenya, che visse molto a lungo.”
Al contrario di Rhaenys, sottinteso, caduta in guerra che era ancora giovanissima. Quale fato vorrebbe, il buon cavaliere, per la Donna Rossa?
Certo, riflette lei, alla mamma si addice. Sa metterlo su bene, un volto severo.
E infatti di lei non è mai contenta, mai, non passa giorno senza l’eco delle sue sgridate basse, velenose. Un tempo Shireen rispondeva col silenzio, ché a litigare da soli ci si stanca in fretta, ma ultimamente non ha più molta pazienza. Ormai ribatte ogni volta, arguta, ostinata, tutta tuo padre sei, eh? Che ne direbbe lui, se lo sapesse? Una nuvola rarefatta si scosta da davanti al sole, che ora la inonda bollente, in pieno volto. Sfidarla quasi la diverte: ogni giorno ride, in segreto, dei suoi piccoli passi ribelli. Ma poi se ne vergogna, se ne vergogna sempre.
È perché si distrae, perché si lamenta quando la pettina, perché sciupa i vestiti in mezzo ai rovi, perché sta sempre curva a leggere invece che cantare, ricamare, o qualsiasi cosa facciano le nobili fanciulle migliori di lei. È perché non è mai abbastanza carina, perché anche quando mette i nastrini e l’abito da festa la mamma la guarda di traverso, le palpebre strette a fessura, e prova a sistemarle i capelli, poi le maniche, quindi i capelli ancora, sbuffando, prima di capire che non c’è nulla da fare. È colpa mia, questo Shireen lo sa, e infatti si dispiace quando senza pensare le sputa addosso qualche cattiveria. E ogni volta che incrocia lo sguardo di suo padre cerca in quel blu fermo una sfumatura nuova, di disappunto, di delusione, non sia mai che gliel’ha detto veramente, la strega. E invece non lo dice mai, santa donna, anche quando la fa arrabbiare per davvero.
Ogni sera, Shireen prega gli dèi che la perdonino, per tutto ciò che ha detto o che ha pensato. Poi trova sua madre lungo la scala ripida che conduce ai loro alloggi, scusami, le sussurra, il capo chino. Lei inarca le sopracciglia, e vuole sempre l’ultima parola, ma poi spesso finisce per farle un sorriso. A volte le dà anche la buonanotte con un bacio sulla guancia, quella buona.
Scusami, sussurra lei adesso. Ser Davos la guarda, come confuso.
“E di cosa, principessa?”
Pensa che in realtà non riuscirebbe proprio ad immaginarsela, la mamma che cavalca un drago.
Invece Lady Melisandre potrebbe essere un drago lei stessa, per quanto ne sa. Sempre così inquietante, così silenziosa.
La annuncia solo il fruscio del vestito scarlatto sui gradini, quando appare di soppiatto sulla soglia dello studio del maestro Pylos. Sono due giorni che Shireen spia i suoi movimenti, nascosta nel giro di scale che porta all’uccelliera: chi, se non lui, si sarebbe disturbato a correggere la fiaba? Gliene ha preparata una versione nuova di zecca, riposta con cura dentro Vite di Quattro Re.
Dall’alto guarda la Donna Rossa ricevere dal maestro un grazioso cofanetto. Potrà mai venirne a capo? Sarà anche giovane, Rhaenys, eppure non la direbbe lieve, né spiritosa, Visenya. Gli uomini non le staccano gli occhi di dosso. Rhaenys. Le donne la salutano con sguardo basso, e poi cambiano strada. Visenya. Ha una voce morbida, un accento melodioso. Rhaenys. Anche lei arrossisce, quando la guarda un secondo di troppo. Visenya. Dopo la battaglia, suo padre non voleva vedere nessuno. Soltanto lei. Rhaenys?
Si congeda dal maestro e poi la vede, chissà come, ci riesce sempre.
“Che ci fai lì tutta sola, principessa?”
Per fortuna Shireen ha avuto modo di imparare a mentire. Si porta l’indice sul labbro, come a zittirla.
“Volevo vedere i corvi. Lui non mi lascia salire qui da sola.”
Lady Melisandre non sembra convinta, ma azzarda comunque un sorriso complice. Ha imparato a mentire anche lei, evidentemente.
“Allora non rientrare troppo tardi,” un lampo corre tra le sue iridi cremisi, “la notte è oscura e piena di terrori.” Visenya.
Il lettore misterioso lascia un altro messaggio al quinto giorno della sua indagine, senza che Pylos si sia mai avvicinato alla biblioteca. Sta facendo l’inventario, le spiega, quando passa a trovarlo per la lezione di aritmetica. In effetti, per quanto si guardi in giro, Shireen vede solo inchiostro nero, al massimo blu.
Una pista sbagliata non fa che avvicinare alla soluzione, si dice, e quindi non si perde d’animo. Gira tutto il castello, dall’uccelliera al salone, dal laboratorio all’armeria: va ovunque si possa usare penna e pergamena, anche solo per far di conto, alla ricerca di quel verde smeraldo. Una sera sale fin su dal Tavolo Dipinto, ma esita dietro lo stipite quando capisce di non essere sola.
Suo padre è di spalle, alla finestra; al fianco lei, alta e rossa e languida, gli accarezza la testa. Non riesce a sentirli. Lei si avvicina, gli sussurra qualcosa tra l’orecchio e il collo. Lui si volta, le labbra che si sfiorano per un istante. Poi due.
Il cuore le martella in petto mentre corre giù per il Tamburo di Pietra, due gradini per volta. Non doveva essere lì. E se qualcuno l’avesse vista? Se qualcuno la vedesse? Un’ombra improvvisa la immobilizza, bianca in volto, finché non vede il gargoyle che la proietta. La notte è oscura e piena di terrori.
Arrivata in camera si chiude la porta alle spalle, abbandonandosi a un mezzo, insoddisfacente, sospiro di sollievo. Prende il libro dallo scrittoio, chiudendolo con delicatezza; poi, in un gesto fulmineo, lo lancia a terra.
Caduta in guerra che era ancora giovanissima, ricorda lei.
Per gli dèi, le sta proprio bene.
~
Lasciò andare la fune, quindi cadde di ginocchia sull’erba. Poi, barcollando, raggiunse il largo sentiero.
Di lì passava un cavallo, che lo salutò con un inchino. “Anche lei è diretto al porto, messere?”
Il giovane Torrhen era sbalordito: di tutto ciò che gli era stato detto sul mondo esterno, certo non ricordava di aver sentito di cavalli che parlano. L’altro, però, non notò la sua espressione. “Il mio nome è Edd, e il mio sogno è diventare un grande esploratore. Le offrirei un passaggio, ma purtroppo ho una gamba malandata.”
Il principe spiegò il proprio intento, e il cavallo disse che sarebbero andati nella stessa direzione. Quella che lui aveva indicato era chiamata Torre Nuova – così Edd gli aveva detto – e le sue porte si sarebbero aperte solo risolvendo un terribile enigma.
I due partirono, sul calar del sole, sapendo che l’indomani avrebbero attraversato un grosso fiume. Non avendone mai visto uno da vicino, Torrhen aveva molta paura: non riuscì infatti a dormire per nulla, sul letto di paglia della locanda.
Sentì la mancanza di suo padre, ricordando quando ancora era piccolo, e riceveva da lui soltanto abbracci; quando sua sorella era l’erede, e lui non sentiva il peso di essere rimasto l’unica, deludente, possibilità.
~
Lasciò andare la fune, quindi cadde di ginocchia sull’erba. Poi, barcollando, raggiunse il largo sentiero.
Di lì passava un cavallo, che lo salutò con un inchino. “Anche lei è diretto al porto, messere?”
Il giovane Torrhen era sbalordito: di tutto ciò che gli era stato detto sul mondo esterno, certo non ricordava di aver sentito di cavalli che parlano. L’altro, però, non notò la sua espressione. “Il mio nome è Edd, e il mio sogno è diventare un grande esploratore. Le offrirei un passaggio, ma purtroppo ho una gamba malandata.”
Il principe spiegò il proprio intento, e il cavallo disse che sarebbero andati nella stessa direzione. Quella che lui aveva indicato era chiamata Torre Nuova – così Edd gli aveva detto – e le sue porte si sarebbero aperte solo risolvendo un terribile enigma.
I due partirono, sul calar del sole, sapendo che l’indomani avrebbero attraversato un grosso fiume. Non avendone mai visto uno da vicino, Torrhen aveva molta paura: non riuscì infatti a dormire per nulla, sul letto di paglia della locanda.
Sentì la mancanza di suo padre, ricordando quando ancora era piccolo, e riceveva da lui soltanto abbracci; quando sua sorella era l’erede, e lui non sentiva il peso di essere rimasto l’unica, deludente, possibilità.
~
Caro Robin,
Ho alcune novità. Innanzitutto, sono stata stupida: ho trovato l’inchiostro verde dopo settimane, sotto la cattedra in biblioteca, dove avrebbe potuto prenderlo chiunque. A mia discolpa, ero convinta di averci già guardato. Comunque, adesso scrive di nero, il mio lettore misterioso; l’inchiostro mi ha fatto solo perdere tempo.
Ieri ha aggiunto una parola per la prima volta: “meglio”. Avrei ragionato sulla grafia, fosse stata una scritta più lunga e meno abbozzata. Avrei potuto benissimo scriverla io in un momento di fretta… addirittura ser Davos ha una mano simile, avendo me come maestra. Ma non penso che saprebbe correggere la mia grammatica.
Ti saluto. Pensa, la prossima volta che scriverò potrei essere già al Nord. Inizieremo i preparativi quando mio padre tornerà da Braavos.
Con affetto, Shireen
Ho alcune novità. Innanzitutto, sono stata stupida: ho trovato l’inchiostro verde dopo settimane, sotto la cattedra in biblioteca, dove avrebbe potuto prenderlo chiunque. A mia discolpa, ero convinta di averci già guardato. Comunque, adesso scrive di nero, il mio lettore misterioso; l’inchiostro mi ha fatto solo perdere tempo.
Ieri ha aggiunto una parola per la prima volta: “meglio”. Avrei ragionato sulla grafia, fosse stata una scritta più lunga e meno abbozzata. Avrei potuto benissimo scriverla io in un momento di fretta… addirittura ser Davos ha una mano simile, avendo me come maestra. Ma non penso che saprebbe correggere la mia grammatica.
Ti saluto. Pensa, la prossima volta che scriverò potrei essere già al Nord. Inizieremo i preparativi quando mio padre tornerà da Braavos.
Con affetto, Shireen
[...]
Affacciata al parapetto di poppa dell’Arpia Celeste stava una fanciulla graziosa come un usignolo e vispa come un falco, gli occhi scuri come il mare di notte e i capelli corvini, raccolti in un fermaglio tempestato di rubini. Una camicia ad ampie maniche e un largo farsetto porpora celavano la sua figura esile, alta non più di cinque piedi.
Elysa di Myr era nel suo diciottesimo anno di età, ma era una navigatrice di grande perizia. Aveva un cuore gentile e una larga bocca facile al sorriso, e ancor più alla risata.
«Maestro Grivas!» gli gridò dall’alto. «Temo che il capitano non sia pronto a ricevervi.»
Affacciata al parapetto di poppa dell’Arpia Celeste stava una fanciulla graziosa come un usignolo e vispa come un falco, gli occhi scuri come il mare di notte e i capelli corvini, raccolti in un fermaglio tempestato di rubini. Una camicia ad ampie maniche e un largo farsetto porpora celavano la sua figura esile, alta non più di cinque piedi.
Elysa di Myr era nel suo diciottesimo anno di età, ma era una navigatrice di grande perizia. Aveva un cuore gentile e una larga bocca facile al sorriso, e ancor più alla risata.
«Maestro Grivas!» gli gridò dall’alto. «Temo che il capitano non sia pronto a ricevervi.»
Alla Roccia del Drago sono giorni silenziosi: le notti d’autunno si allungano, nere e aguzze, come le ombre dei doccioni nel cortile. Ogni mattina va a sedersi sugli scalini della Torre del Drago Marino, vicino alla prima feritoia, e un poco legge un poco sbircia l’orizzonte, in attesa di vedere comparire anche solo una punta di spillo, l’abbozzo di vele e remi di una galea che lei conosce. Spesso non trova nulla, quindi riporta gli occhi sulla pagina, ma più legge del leggendario spadaccino e della ragazza che lo accompagna – geniale nelle mappe ma inesperta nelle lettere – più sente la mancanza delle risate del Cavaliere delle Cipolle.
Non ha portato il libro a Braavos, ovviamente, quindi Shireen ha colto l’occasione per leggerlo di nuovo. Così ha una scusa per lasciare che si accumulino, quei tomi da preti rossi che le fanno trovare davanti alla porta. Ora coglie sfumature che prima le sfuggivano, trova ispirazione per quella sua storiella senza finale, che da giorni non prosegue.
Di questi tempi non vi si dedica più molto, come nemmeno alla sua piccola indagine.
È l’idea della partenza ad agitarla: ogni luogo le sembra d’un tratto colmo di significato, e finisce col vagare per ore, a rimuginare.
“Poi torneremo alla Roccia del Drago?” la prima volta lo chiede alla mamma, quasi per scusa. La incontra sulla soglia delle sue stanze, quando ha già chiuso la porta, grazie agli dèi, dopo averle perlustrate nella vana ricerca di qualcosa che fosse scritto da lei. Sperava almeno di trovare le lettere di suo padre – ne arrivava sempre una sola per entrambe, quindi Shireen non aveva mai potuto tenerle – e invece niente. È da quando lui è tornato sull’isola che non vede la sua grafia: a memoria non saprebbe riconoscerla. Le è rimasto solo impresso il ricciolino bizzarro che mette sui sette e sulle kappa. Completamente inutile, adesso.
“Spero di no, con tutto il cuore”, risponde lei, cupa.
Almeno non le ha ritorto la domanda contro. Ultimamente ha premura, Shireen, di comportarsi come lei vorrebbe, perché pensa sia giusto, perché le dispiace. Si impegna ad essere docile, a non rispondere alle offese, a dire Dio sempre e dèi mai. Però a volte dimentica, o si sbaglia, o pone una domanda di troppo, o troppo audace: ecco che lei ripete la stessa formula, sprezzante, calmissima, io ti lascerei qui. Non fosse che tuo padre ci tiene tanto.
Ogni volta Shireen mette su un volto di marmo; tra il furore e la beffa cresce quel germoglio di gioia perfetta, nel suo segreto.
E ogni notte prega gli dèi che non glielo concedano, quel prestito, che le sue vele rosse appaiano all’orizzonte solo per riportarlo a casa. Poi però pensa che non si merita altro che gli vada storto, pensa che di questi tempi non gli è andato dritto niente. Quindi prega R’hllor, che gli porti buona sorte e buoni affari.
Una mattina si sveglia che la nave di suo padre è già attraccata in porto, seguita al largo da scafi a strisce e alberi sottili. Qualcuno l’ha ascoltata.
A mezzogiorno ser Davos bussa alla sua porta. Si erano dati appuntamento per il giorno del ritorno: un’ultima lezione prima di ripartire. Perlopiù è lui che racconta del suo viaggio, e lei che domanda, ammirata. Ma più ascolta più la rapisce una strana malinconia.
“Secondo te i miei genitori si amano?” gli chiede all’improvviso. Lui ammutolisce, qualche secondo, spiazzato dal brusco cambio di argomento.
“Io… li conosco da quando sono ragazzi, principessa. Tuo padre non è affettuoso, è fatto così. Però si vogliono bene, a modo loro”, risponde poi, nello sguardo un lampo di disagio che non sa nascondere. “Perché questa domanda?”
“Così.”
Solo un’impressione.
Gli fa scrivere meglio un uovo oggi, che una gallina domani, congratulandosi quando lo vede riuscire, ormai senza intoppi. Meglio. Pensa che forse i tratti si somigliano, uno soltanto più distratto, più di fretta.
Pensa che vorrebbe dirgli della storia, e dell’indagine, e della sua rabbia, e della sua nostalgia. Dirgli che ha sempre sognato di salpare per porti lontani, di cavalcare per le lunghe strade e visitare castelli altri, e allora perché si sente male, ora, all’idea di andare via? Invece sai, questo gli dice, secondo me sei come Elysa di Myr.
“La bella fanciulla della storia?” ride lui. “Direi che somiglia più a te, principessa.”
La risposta la sorprende. Ha sempre pensato che nulla potesse toccarla, di ciò che leggeva nei suoi libri, nessuno somigliarle, proprio nessuno.
“Pensi che torneremo alla Roccia del Drago?” gli chiede infine, quando lui è sulla porta.
Per un attimo ser Davos esita, studiando il suo sguardo. Cercando ciò che vorrebbe sentire.
“Certo. Ne sono sicuro.”
Gli ultimi giorni sono un lungo addio. Va a fare ancora un bagno alla spiaggia segreta, quella stretta e aspra sotto le mura, anche se la mamma non vorrebbe. L’uccelliera è già vuota, quando passa a salutarla, la mano stretta sulla fredda ringhiera: si appoggia al nero davanzale, e ricorda quando il maestro Cressen la portava ad accarezzare i corvi. Quando percorre la galleria va avanti e indietro due volte, saltando sulle piastrelle più chiare, nel suo solito gioco.
Le basta uno sguardo alla spiaggia lunga, più affollata che mai, per ricordare il profilo della Furia, lo splendido galeone dalle vele dorate che ormai giace sul fondo della Baia. Quando era piccola suo padre la portava a volte a vederla sul pontile, raccontando di Isola Bella, o della Ribellione.
Era stato il suo primo pensiero, una volta informata della terrificante sconfitta, chissà quanto gli sarà dispiaciuto, per la Furia. Gliel’aveva rivelata lui stesso, quella storia di buio e altofuoco e amara ironia, quando nessun altro le aveva voluto spiegare. Non le risparmiava mai la verità, solo perché ancora era bambina. È fatto così.
Alla vigilia della partenza Shireen sale su per il Tamburo di Pietra, due gradini per volta, e arrivata in cima bussa sulla parete, prima di entrare. Suo padre le fa segno di avvicinarsi: indicando sul tavolo le spiega che giro faranno le navi, per arrivare lassù, al Forte Orientale, e quindi il tratto via terra per il Castello Nero. Parte di lei è convinta che sia lui, il suo lettore misterioso, eppure non insiste, lo pensa piano, piano. Ché quello che spera troppo forte, poi, le viene sempre tolto.
“Torneremo mai alla Roccia del Drago?” lo interrompe, poco più di un sussurro.
“Stiamo lasciando una guarnigione scarsa”, le risponde, senza espressione. “È improbabile che sarà ancora nostra, quando torneremo.”
Lei scorre i polpastrelli sui rilievi scavati nel legno, sui castelli, lungo i corsi d’acqua, famelica, imprimendo nella memoria quanto più possibile di quel disegno.
“Sei dispiaciuta?”
“Tu eri dispiaciuto, quando è affondata la Furia?” rilancia lei, senza esitare.
Per la prima volta le fissa gli occhi addosso, l’impressione di qualcosa, perlomeno, che gli balena in volto.
“Certo che lo ero.”
“Però sono felice di partire.”
“L’erede al Trono è anche Principe della Roccia del Drago,” concede lui, “o Principessa. Potrai tornare qui quando vorrai, un giorno.”
Ma un giorno sarà tutto diverso, vorrebbe dirgli, e invece gli fa un sorriso. Non sia mai che non ci tenga poi così tanto, a portarsela dietro.
Per ultima visita la biblioteca, quando già fa buio. Sente il cuore spezzarsi mentre prende le pergamene da dentro Vite di Quattro Re, per trasferirle nella Danza dei Draghi, del Gran Maestro Munkun, che porterà in viaggio.
La notte non riesce a prendere sonno, quindi legge l’Elyo Grivas finché non lo finisce. Per la prima volta ogni eroina ha il suo volto, e ha le sue cicatrici, e pensa ogni cosa che ha pensato, e ha fatto ogni cosa che lei ha fatto, ma non di meno è eroina. Per la prima volta da tanto impugna la penna, e riscrive la sua storia dal principio.
A letto prega gli dèi che nessuno se la prenda, casa sua, mentre sono lontani. Poi prega R’hllor per acque serene, e una sicura traversata.
Ma nessuno l’ascolta. Affacciata al parapetto di poppa della Valyriana, Shireen guarda l’isola della sua infanzia farsi piccola nella distanza, le sue torri nere sfumare nella nebbia. Sfumano le scale che mille volte ha corso, sfumano le spiagge della sua libertà, da cui sognava di andar via. Sfumano i balconi, i doccioni, i camini, e i rovi del Giardino, e le scogliere scabre.
Sta stretta al corrimano, nelle onde vivaci, lacrime silenti che le rigano il viso.
È sempre stato un castello tanto triste. Triste come l’Inverno, triste come lei, che non ha mai visto il freddo.
Ma non era forse anche l’unico a capire?
Non ha portato il libro a Braavos, ovviamente, quindi Shireen ha colto l’occasione per leggerlo di nuovo. Così ha una scusa per lasciare che si accumulino, quei tomi da preti rossi che le fanno trovare davanti alla porta. Ora coglie sfumature che prima le sfuggivano, trova ispirazione per quella sua storiella senza finale, che da giorni non prosegue.
Di questi tempi non vi si dedica più molto, come nemmeno alla sua piccola indagine.
È l’idea della partenza ad agitarla: ogni luogo le sembra d’un tratto colmo di significato, e finisce col vagare per ore, a rimuginare.
“Poi torneremo alla Roccia del Drago?” la prima volta lo chiede alla mamma, quasi per scusa. La incontra sulla soglia delle sue stanze, quando ha già chiuso la porta, grazie agli dèi, dopo averle perlustrate nella vana ricerca di qualcosa che fosse scritto da lei. Sperava almeno di trovare le lettere di suo padre – ne arrivava sempre una sola per entrambe, quindi Shireen non aveva mai potuto tenerle – e invece niente. È da quando lui è tornato sull’isola che non vede la sua grafia: a memoria non saprebbe riconoscerla. Le è rimasto solo impresso il ricciolino bizzarro che mette sui sette e sulle kappa. Completamente inutile, adesso.
“Spero di no, con tutto il cuore”, risponde lei, cupa.
Almeno non le ha ritorto la domanda contro. Ultimamente ha premura, Shireen, di comportarsi come lei vorrebbe, perché pensa sia giusto, perché le dispiace. Si impegna ad essere docile, a non rispondere alle offese, a dire Dio sempre e dèi mai. Però a volte dimentica, o si sbaglia, o pone una domanda di troppo, o troppo audace: ecco che lei ripete la stessa formula, sprezzante, calmissima, io ti lascerei qui. Non fosse che tuo padre ci tiene tanto.
Ogni volta Shireen mette su un volto di marmo; tra il furore e la beffa cresce quel germoglio di gioia perfetta, nel suo segreto.
E ogni notte prega gli dèi che non glielo concedano, quel prestito, che le sue vele rosse appaiano all’orizzonte solo per riportarlo a casa. Poi però pensa che non si merita altro che gli vada storto, pensa che di questi tempi non gli è andato dritto niente. Quindi prega R’hllor, che gli porti buona sorte e buoni affari.
Una mattina si sveglia che la nave di suo padre è già attraccata in porto, seguita al largo da scafi a strisce e alberi sottili. Qualcuno l’ha ascoltata.
A mezzogiorno ser Davos bussa alla sua porta. Si erano dati appuntamento per il giorno del ritorno: un’ultima lezione prima di ripartire. Perlopiù è lui che racconta del suo viaggio, e lei che domanda, ammirata. Ma più ascolta più la rapisce una strana malinconia.
“Secondo te i miei genitori si amano?” gli chiede all’improvviso. Lui ammutolisce, qualche secondo, spiazzato dal brusco cambio di argomento.
“Io… li conosco da quando sono ragazzi, principessa. Tuo padre non è affettuoso, è fatto così. Però si vogliono bene, a modo loro”, risponde poi, nello sguardo un lampo di disagio che non sa nascondere. “Perché questa domanda?”
“Così.”
Solo un’impressione.
Gli fa scrivere meglio un uovo oggi, che una gallina domani, congratulandosi quando lo vede riuscire, ormai senza intoppi. Meglio. Pensa che forse i tratti si somigliano, uno soltanto più distratto, più di fretta.
Pensa che vorrebbe dirgli della storia, e dell’indagine, e della sua rabbia, e della sua nostalgia. Dirgli che ha sempre sognato di salpare per porti lontani, di cavalcare per le lunghe strade e visitare castelli altri, e allora perché si sente male, ora, all’idea di andare via? Invece sai, questo gli dice, secondo me sei come Elysa di Myr.
“La bella fanciulla della storia?” ride lui. “Direi che somiglia più a te, principessa.”
La risposta la sorprende. Ha sempre pensato che nulla potesse toccarla, di ciò che leggeva nei suoi libri, nessuno somigliarle, proprio nessuno.
“Pensi che torneremo alla Roccia del Drago?” gli chiede infine, quando lui è sulla porta.
Per un attimo ser Davos esita, studiando il suo sguardo. Cercando ciò che vorrebbe sentire.
“Certo. Ne sono sicuro.”
Gli ultimi giorni sono un lungo addio. Va a fare ancora un bagno alla spiaggia segreta, quella stretta e aspra sotto le mura, anche se la mamma non vorrebbe. L’uccelliera è già vuota, quando passa a salutarla, la mano stretta sulla fredda ringhiera: si appoggia al nero davanzale, e ricorda quando il maestro Cressen la portava ad accarezzare i corvi. Quando percorre la galleria va avanti e indietro due volte, saltando sulle piastrelle più chiare, nel suo solito gioco.
Le basta uno sguardo alla spiaggia lunga, più affollata che mai, per ricordare il profilo della Furia, lo splendido galeone dalle vele dorate che ormai giace sul fondo della Baia. Quando era piccola suo padre la portava a volte a vederla sul pontile, raccontando di Isola Bella, o della Ribellione.
Era stato il suo primo pensiero, una volta informata della terrificante sconfitta, chissà quanto gli sarà dispiaciuto, per la Furia. Gliel’aveva rivelata lui stesso, quella storia di buio e altofuoco e amara ironia, quando nessun altro le aveva voluto spiegare. Non le risparmiava mai la verità, solo perché ancora era bambina. È fatto così.
Alla vigilia della partenza Shireen sale su per il Tamburo di Pietra, due gradini per volta, e arrivata in cima bussa sulla parete, prima di entrare. Suo padre le fa segno di avvicinarsi: indicando sul tavolo le spiega che giro faranno le navi, per arrivare lassù, al Forte Orientale, e quindi il tratto via terra per il Castello Nero. Parte di lei è convinta che sia lui, il suo lettore misterioso, eppure non insiste, lo pensa piano, piano. Ché quello che spera troppo forte, poi, le viene sempre tolto.
“Torneremo mai alla Roccia del Drago?” lo interrompe, poco più di un sussurro.
“Stiamo lasciando una guarnigione scarsa”, le risponde, senza espressione. “È improbabile che sarà ancora nostra, quando torneremo.”
Lei scorre i polpastrelli sui rilievi scavati nel legno, sui castelli, lungo i corsi d’acqua, famelica, imprimendo nella memoria quanto più possibile di quel disegno.
“Sei dispiaciuta?”
“Tu eri dispiaciuto, quando è affondata la Furia?” rilancia lei, senza esitare.
Per la prima volta le fissa gli occhi addosso, l’impressione di qualcosa, perlomeno, che gli balena in volto.
“Certo che lo ero.”
“Però sono felice di partire.”
“L’erede al Trono è anche Principe della Roccia del Drago,” concede lui, “o Principessa. Potrai tornare qui quando vorrai, un giorno.”
Ma un giorno sarà tutto diverso, vorrebbe dirgli, e invece gli fa un sorriso. Non sia mai che non ci tenga poi così tanto, a portarsela dietro.
Per ultima visita la biblioteca, quando già fa buio. Sente il cuore spezzarsi mentre prende le pergamene da dentro Vite di Quattro Re, per trasferirle nella Danza dei Draghi, del Gran Maestro Munkun, che porterà in viaggio.
La notte non riesce a prendere sonno, quindi legge l’Elyo Grivas finché non lo finisce. Per la prima volta ogni eroina ha il suo volto, e ha le sue cicatrici, e pensa ogni cosa che ha pensato, e ha fatto ogni cosa che lei ha fatto, ma non di meno è eroina. Per la prima volta da tanto impugna la penna, e riscrive la sua storia dal principio.
A letto prega gli dèi che nessuno se la prenda, casa sua, mentre sono lontani. Poi prega R’hllor per acque serene, e una sicura traversata.
Ma nessuno l’ascolta. Affacciata al parapetto di poppa della Valyriana, Shireen guarda l’isola della sua infanzia farsi piccola nella distanza, le sue torri nere sfumare nella nebbia. Sfumano le scale che mille volte ha corso, sfumano le spiagge della sua libertà, da cui sognava di andar via. Sfumano i balconi, i doccioni, i camini, e i rovi del Giardino, e le scogliere scabre.
Sta stretta al corrimano, nelle onde vivaci, lacrime silenti che le rigano il viso.
È sempre stato un castello tanto triste. Triste come l’Inverno, triste come lei, che non ha mai visto il freddo.
Ma non era forse anche l’unico a capire?
~
«Danza! Danza, ragazzo!» Il panciuto oste gli tese la grossa mano, che portava spessi anelli tempestati di gemme arancioni.
Il giovane Torrhen rifiutò con un gesto. Non sapeva danzare, e più di ogni cosa temeva mettersi in ridicolo. I briganti e la belva del fiume gli erano sembrati abbastanza.
Eppure – non seppe dire come – finì per essere trascinato nella mischia. I rapidi violini accompagnavano una folla di mille colori, tra larghe maniche e gonne svolazzanti. Pian piano, il principe si lasciò rapire dalla musica. Danzò e rise, perché non aveva più paura.
Fu una lunga notte. Nella stanza vicino alle stalle, Edd e il giovane Torrhen si raccontarono ogni cosa, ogni disavventura, ogni colpa. Venne l’alba: in quel momento si videro, e si perdonarono.
~
«Danza! Danza, ragazzo!» Il panciuto oste gli tese la grossa mano, che portava spessi anelli tempestati di gemme arancioni.
Il giovane Torrhen rifiutò con un gesto. Non sapeva danzare, e più di ogni cosa temeva mettersi in ridicolo. I briganti e la belva del fiume gli erano sembrati abbastanza.
Eppure – non seppe dire come – finì per essere trascinato nella mischia. I rapidi violini accompagnavano una folla di mille colori, tra larghe maniche e gonne svolazzanti. Pian piano, il principe si lasciò rapire dalla musica. Danzò e rise, perché non aveva più paura.
Fu una lunga notte. Nella stanza vicino alle stalle, Edd e il giovane Torrhen si raccontarono ogni cosa, ogni disavventura, ogni colpa. Venne l’alba: in quel momento si videro, e si perdonarono.
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Caro Robin,
È tanto che non ti scrivo. Ho saputo di tua madre, mi dispiace moltissimo.
Il Nord non è niente male. Ho visto la neve per la prima volta, e la Barriera è davvero impressionante. Ho anche fatto amicizia con una ragazza di nome Gilly, che – indovina! – a mia madre non piace. Poi continuo a scrivere, anche se non legge più nessuno.
Ti saluto. Sai… sono successe tante cose da quando mio padre e il tuo lavoravano insieme nella capitale. Credo che, con ogni probabilità, noi due non ci sposeremo mai. In realtà immagino che potrò sposare chi vorrò, quando mio padre diventerà re. Ma sarà tutto diverso allora. Lo è già.
Comunque, sono contenta di averti scritto. Un giorno tornerà la pace, e magari sarai ospite nel mio castello con la lady tua moglie, e ti farò leggere le mie sciocche lettere. O forse non le leggerai mai, ma le troverò io tra dieci, o vent’anni, e mi farò un gran ridere.
Questo è il momento in cui potrei dirti addio e posare la penna una volta per tutte. Però… in verità non voglio farlo. I saluti mi mettono molta tristezza.
Vorrei continuare questo bel sogno ancora per un po’. Posso?
Con affetto, Shireen
È tanto che non ti scrivo. Ho saputo di tua madre, mi dispiace moltissimo.
Il Nord non è niente male. Ho visto la neve per la prima volta, e la Barriera è davvero impressionante. Ho anche fatto amicizia con una ragazza di nome Gilly, che – indovina! – a mia madre non piace. Poi continuo a scrivere, anche se non legge più nessuno.
Ti saluto. Sai… sono successe tante cose da quando mio padre e il tuo lavoravano insieme nella capitale. Credo che, con ogni probabilità, noi due non ci sposeremo mai. In realtà immagino che potrò sposare chi vorrò, quando mio padre diventerà re. Ma sarà tutto diverso allora. Lo è già.
Comunque, sono contenta di averti scritto. Un giorno tornerà la pace, e magari sarai ospite nel mio castello con la lady tua moglie, e ti farò leggere le mie sciocche lettere. O forse non le leggerai mai, ma le troverò io tra dieci, o vent’anni, e mi farò un gran ridere.
Questo è il momento in cui potrei dirti addio e posare la penna una volta per tutte. Però… in verità non voglio farlo. I saluti mi mettono molta tristezza.
Vorrei continuare questo bel sogno ancora per un po’. Posso?
Con affetto, Shireen
[...]
Testimoni oculari ricordano che, quando Rhaenyra Targaryen discese infine per ritirarsi nelle proprie stanze, le sue vesti fiorirono d’un rosso sanguigno, offese dalle crudeli lame dello scranno. Ella avanzò come un fantasma, come una dea, noncurante dei lunghi tagli sottili che le si aprivano su ambo le braccia. È ancora credenza comune che ciò rappresentasse il rifiuto del Trono stesso, alla sua reggenza.
Naturalmente si tratta di mera speculazione, quasi di leggenda.
Testimoni oculari ricordano che, quando Rhaenyra Targaryen discese infine per ritirarsi nelle proprie stanze, le sue vesti fiorirono d’un rosso sanguigno, offese dalle crudeli lame dello scranno. Ella avanzò come un fantasma, come una dea, noncurante dei lunghi tagli sottili che le si aprivano su ambo le braccia. È ancora credenza comune che ciò rappresentasse il rifiuto del Trono stesso, alla sua reggenza.
Naturalmente si tratta di mera speculazione, quasi di leggenda.
Il Castello Nero sussurra; Shireen impara in fretta ad ascoltare.
Stretta nella mantellina scivola sotto il porticato, lungo il bianco cortile, strizza le palpebre per scorgere la svettante, sfuggente, sommità della Barriera. Nessuno la nota, non l’hanno mai fatto: stona come un cerbiatto in mezzo ai lupi, ma loro sussurrano, anche se c’è. Quindi li ascolta.
Seguono con lo sguardo il bagliore fioco della Portatrice di Luce, e poi sussurrano.
Shireen tiene la schiena dritta, il mento sollevato, uno sguardo fiero, anche se le trema il labbro. Mio padre è re di diritto. L’unico, vero, legittimo, si ripete, mentre cammina tra mille uomini che non lo amano. Li sente. Non amano quel suo dio che non sanno pronunciare, non amano le sue fiamme né le sue esecuzioni. Come nemmeno lei; non l’ha potuto vedere, quell’uomo che bruciava. La mamma l’ha trascinata in galleria, anche se lei non voleva, ché ancora ha gli incubi della spiaggia di casa accesa di roghi, della cenere sui pavimenti lucidi, ancora giorni dopo. Se qualcuno azzarda apprezzamenti sono sospettosi, misurati, accolti sempre da no, oppure da sì, ma.
Il Trono non lo vuole, è il suo pensiero amaro, non più di quanto volesse lei. Immagina la sua feroce arringa, di dire a tutti di stare zitti, che non ne sanno nulla, che lui è giusto, ed è buono, e sarà un ottimo re. Ma non trova il coraggio: la sua furia muore tra il cuore e la bocca.
Nemmeno lui la nota, ultimamente. La mette al suo tavolo ma non le parla, sempre occupato dalle faccende degli adulti.
Lei invece lo vede sempre, lo guarda da lontano mentre parla con il Lord Comandante, il bastardo Snow. Sai, sente sua madre confidare alla Donna Rossa, avrebbe sempre voluto un figlio maschio.
Due confratelli passano dietro di loro, sghignazzando. Stannis è fortunato, sussurra il primo, vorrei averla io, la sua puttana rossa. La regina ha più corna del cervo sui suoi vessilli, risponde l’altro, te lo dico io.
Lady Melisandre la cerca, ma lei sfugge; meno se la trova davanti, meglio è. Invece la vede sempre, vedendo lui, vede sussurri che non può sentire, e sguardi catturati senza sforzo, a volte un tocco rigido, impacciato. È fatto così. Sente qualcosa salirle in gola, ma lo ricaccia giù prima di interpretarlo.
Nelle corte giornate gli dèi sembrano tutti più neri, più maligni; le fredde sere si tingono di nuova malinconia. A volte di notte la tiene sveglia la paura delle fiamme, come dei Sette Inferi, ché la colpirà chiunque avrà ragione, traditrice, ignava, colpevole com’è. Ma le albe sono più brillanti, meglio sciacquano la sua tristezza.
Una volta lo apre davvero, il libro di preghiere della mamma: lo trova appuntato fitto, di riflessioni e confessioni, in una grafia frenetica, allungata. Non era lei. Come se ancora le importasse.
Però ancora scrive, più di quanto non abbia mai fatto. Ancora non trova un finale, ma raffina la forma: Munkun è un pozzo d’ispirazione, dalla fredda storia produce magia su inchiostro, di quella prosa deliziosa, viva di simboli. Ogni giorno impara nuove parole, chiedendo aiuto al maestro Aemon o al suo attendente; se le appunta su un foglio, per non dimenticarle.
Ha perduto il contatto con il suo lettore, dopo la partenza. Non immaginava che avere un pubblico le sarebbe mancato: scrivere per sé è diventato in fretta solitario, senza la pungente eccitazione di chi aspetta un parere. Inizia a lasciare fuori le pergamene, sul comodino, sullo scrittoio. Una volta le tiene in biblioteca tutta la notte, in bella vista sopra la cattedra, ma nessuno pare notarle. Sam sarà stato impegnato in migliori letture, evidentemente.
Quando lei c’è, il Castello Nero ha la buona grazia di non sussurrare sul suo conto. Ma Shireen sa cosa dicono appena volta l’angolo, nei soffi del vento e nelle notti insonni quasi lo sente. Povera piccina, sente, povera sciocca che nessuno nota, figlia di un re falso a cui non va mai dritto niente. Scommetto che voleva un maschio, ché una figlia è solo buona da sposare, ma chi la sposerebbe mai, sfigurata com’è? Si vergogna di lei, è ovvio, nemmeno la guarda.
Nemmeno la guarda. Siede allo scrittoio impegnato in qualcosa da grandi, da re. Ed è come Rhaenyra, equilibrista folle, le maniche grondanti del sangue che il Trono gli ha tratto; che muoverebbe i mari del mondo per cercare ciò che è suo, ciò che non avrà mai. Lei vaga per la stanza, fastidiosa, gli sposta le pedine sulla mappa, e lui nemmeno la guarda. Guardami, tiene stretto tra i denti, dietro alle palpebre, perché sai toccare lei, ma non guardare me? Guardami!
“Ti vergogni di me, padre?”
In questi anni ha imparato a tradurre il silenzio, a riempire il bianco delle sue lettere scarne, a inventare significati per i suoi regali graziosi, impersonali. Tornava a trovarla per il compleanno, e poche altre volte. In questi mesi ha imparato a leggere il niente, nelle sue iridi.
Quando lui distoglie gli occhi dalla pagina, nel loro blu fermo vede sorpresa.
Sa sempre stupirlo: forse un poco lo conosce.
La sorpresa si scioglie nell’amarezza, mentre le racconta, nel rimorso. È da quando è bambina che gliela vede addosso, quella colpa nauseante che è anche sua, davanti ad ogni bivio, ogni casualità; quel gusto grigio di una vita in attesa, in allerta. Sistema le pedine, senza dirle nulla.
Le pare quasi di intravedere rabbia, nell’ombra del suo sguardo, la stessa vivida scintilla che lei sempre soffoca, che soffocano entrambi. Quella furia creatrice che muove le tempeste sul castello che per lui era casa, come su quello che lo è per lei, che scorre nel loro sangue e nelle loro parole, che accende la fiamma dell’ingegno, il lume della soluzione. Sei la principessa Shireen Baratheon, le dice, e sei mia figlia. E forse non c’è solo rimorso, nella sua voce, solo rabbia o determinazione. Rhaenyra amava i suoi figli fieramente.
La stringe nelle sue braccia rigide, il cuore che batte forte, forte. È fatto così.
Per caso le cade l’occhio sul mobile di fianco allo scrittoio, su cui è adagiata una bassa pila di volumi. Sulla cima c’è Vite di Quattro Re, quello di casa: vede bene l’angolo smussato, le tre lettere sbiadite sulla copertina.
Quello che spera troppo forte, poi, le viene sempre tolto.
Che sciocca, sciocca pessimista.
È il Nord che sussurra, anche dopo la partenza. Dalla sua tenda sente richiami di corvi e folate gelide e incubi di draghi che si destano; lei danza, e piange, perché non ha più paura. Deve solo aspettare che torni l’alba, come torna ogni giorno.
Una di queste notti prende l’inchiostro, avvolta nella sua coperta, e, per l’ultima volta, comincia. Quando posa la penna è già l’ora dell’usignolo, già i primi raggi filtrano attraverso il telo mosso dal vento. Si chiede se papà abbia portato il libro con sé, in modo da lasciargli la versione ultimata. Poi pensa che sia sciocco, nascondersi ancora dietro questo segreto. Pensa che gliela darà lei stessa, dopo la battaglia. Perché dovrebbe ancora vergognarsi?
Stretta nella mantellina scivola sotto il porticato, lungo il bianco cortile, strizza le palpebre per scorgere la svettante, sfuggente, sommità della Barriera. Nessuno la nota, non l’hanno mai fatto: stona come un cerbiatto in mezzo ai lupi, ma loro sussurrano, anche se c’è. Quindi li ascolta.
Seguono con lo sguardo il bagliore fioco della Portatrice di Luce, e poi sussurrano.
Shireen tiene la schiena dritta, il mento sollevato, uno sguardo fiero, anche se le trema il labbro. Mio padre è re di diritto. L’unico, vero, legittimo, si ripete, mentre cammina tra mille uomini che non lo amano. Li sente. Non amano quel suo dio che non sanno pronunciare, non amano le sue fiamme né le sue esecuzioni. Come nemmeno lei; non l’ha potuto vedere, quell’uomo che bruciava. La mamma l’ha trascinata in galleria, anche se lei non voleva, ché ancora ha gli incubi della spiaggia di casa accesa di roghi, della cenere sui pavimenti lucidi, ancora giorni dopo. Se qualcuno azzarda apprezzamenti sono sospettosi, misurati, accolti sempre da no, oppure da sì, ma.
Il Trono non lo vuole, è il suo pensiero amaro, non più di quanto volesse lei. Immagina la sua feroce arringa, di dire a tutti di stare zitti, che non ne sanno nulla, che lui è giusto, ed è buono, e sarà un ottimo re. Ma non trova il coraggio: la sua furia muore tra il cuore e la bocca.
Nemmeno lui la nota, ultimamente. La mette al suo tavolo ma non le parla, sempre occupato dalle faccende degli adulti.
Lei invece lo vede sempre, lo guarda da lontano mentre parla con il Lord Comandante, il bastardo Snow. Sai, sente sua madre confidare alla Donna Rossa, avrebbe sempre voluto un figlio maschio.
Due confratelli passano dietro di loro, sghignazzando. Stannis è fortunato, sussurra il primo, vorrei averla io, la sua puttana rossa. La regina ha più corna del cervo sui suoi vessilli, risponde l’altro, te lo dico io.
Lady Melisandre la cerca, ma lei sfugge; meno se la trova davanti, meglio è. Invece la vede sempre, vedendo lui, vede sussurri che non può sentire, e sguardi catturati senza sforzo, a volte un tocco rigido, impacciato. È fatto così. Sente qualcosa salirle in gola, ma lo ricaccia giù prima di interpretarlo.
Nelle corte giornate gli dèi sembrano tutti più neri, più maligni; le fredde sere si tingono di nuova malinconia. A volte di notte la tiene sveglia la paura delle fiamme, come dei Sette Inferi, ché la colpirà chiunque avrà ragione, traditrice, ignava, colpevole com’è. Ma le albe sono più brillanti, meglio sciacquano la sua tristezza.
Una volta lo apre davvero, il libro di preghiere della mamma: lo trova appuntato fitto, di riflessioni e confessioni, in una grafia frenetica, allungata. Non era lei. Come se ancora le importasse.
Però ancora scrive, più di quanto non abbia mai fatto. Ancora non trova un finale, ma raffina la forma: Munkun è un pozzo d’ispirazione, dalla fredda storia produce magia su inchiostro, di quella prosa deliziosa, viva di simboli. Ogni giorno impara nuove parole, chiedendo aiuto al maestro Aemon o al suo attendente; se le appunta su un foglio, per non dimenticarle.
Ha perduto il contatto con il suo lettore, dopo la partenza. Non immaginava che avere un pubblico le sarebbe mancato: scrivere per sé è diventato in fretta solitario, senza la pungente eccitazione di chi aspetta un parere. Inizia a lasciare fuori le pergamene, sul comodino, sullo scrittoio. Una volta le tiene in biblioteca tutta la notte, in bella vista sopra la cattedra, ma nessuno pare notarle. Sam sarà stato impegnato in migliori letture, evidentemente.
Quando lei c’è, il Castello Nero ha la buona grazia di non sussurrare sul suo conto. Ma Shireen sa cosa dicono appena volta l’angolo, nei soffi del vento e nelle notti insonni quasi lo sente. Povera piccina, sente, povera sciocca che nessuno nota, figlia di un re falso a cui non va mai dritto niente. Scommetto che voleva un maschio, ché una figlia è solo buona da sposare, ma chi la sposerebbe mai, sfigurata com’è? Si vergogna di lei, è ovvio, nemmeno la guarda.
Nemmeno la guarda. Siede allo scrittoio impegnato in qualcosa da grandi, da re. Ed è come Rhaenyra, equilibrista folle, le maniche grondanti del sangue che il Trono gli ha tratto; che muoverebbe i mari del mondo per cercare ciò che è suo, ciò che non avrà mai. Lei vaga per la stanza, fastidiosa, gli sposta le pedine sulla mappa, e lui nemmeno la guarda. Guardami, tiene stretto tra i denti, dietro alle palpebre, perché sai toccare lei, ma non guardare me? Guardami!
“Ti vergogni di me, padre?”
In questi anni ha imparato a tradurre il silenzio, a riempire il bianco delle sue lettere scarne, a inventare significati per i suoi regali graziosi, impersonali. Tornava a trovarla per il compleanno, e poche altre volte. In questi mesi ha imparato a leggere il niente, nelle sue iridi.
Quando lui distoglie gli occhi dalla pagina, nel loro blu fermo vede sorpresa.
Sa sempre stupirlo: forse un poco lo conosce.
La sorpresa si scioglie nell’amarezza, mentre le racconta, nel rimorso. È da quando è bambina che gliela vede addosso, quella colpa nauseante che è anche sua, davanti ad ogni bivio, ogni casualità; quel gusto grigio di una vita in attesa, in allerta. Sistema le pedine, senza dirle nulla.
Le pare quasi di intravedere rabbia, nell’ombra del suo sguardo, la stessa vivida scintilla che lei sempre soffoca, che soffocano entrambi. Quella furia creatrice che muove le tempeste sul castello che per lui era casa, come su quello che lo è per lei, che scorre nel loro sangue e nelle loro parole, che accende la fiamma dell’ingegno, il lume della soluzione. Sei la principessa Shireen Baratheon, le dice, e sei mia figlia. E forse non c’è solo rimorso, nella sua voce, solo rabbia o determinazione. Rhaenyra amava i suoi figli fieramente.
La stringe nelle sue braccia rigide, il cuore che batte forte, forte. È fatto così.
Per caso le cade l’occhio sul mobile di fianco allo scrittoio, su cui è adagiata una bassa pila di volumi. Sulla cima c’è Vite di Quattro Re, quello di casa: vede bene l’angolo smussato, le tre lettere sbiadite sulla copertina.
Quello che spera troppo forte, poi, le viene sempre tolto.
Che sciocca, sciocca pessimista.
È il Nord che sussurra, anche dopo la partenza. Dalla sua tenda sente richiami di corvi e folate gelide e incubi di draghi che si destano; lei danza, e piange, perché non ha più paura. Deve solo aspettare che torni l’alba, come torna ogni giorno.
Una di queste notti prende l’inchiostro, avvolta nella sua coperta, e, per l’ultima volta, comincia. Quando posa la penna è già l’ora dell’usignolo, già i primi raggi filtrano attraverso il telo mosso dal vento. Si chiede se papà abbia portato il libro con sé, in modo da lasciargli la versione ultimata. Poi pensa che sia sciocco, nascondersi ancora dietro questo segreto. Pensa che gliela darà lei stessa, dopo la battaglia. Perché dovrebbe ancora vergognarsi?
C’era una volta un principe bambino, il cui nome era Torrhen. Egli viveva sulla cima del Forte Vecchio, un torrione aspro, spettrale, che si stagliava sui verdi prati.
Il fanciullo era molto solo, da quando sua sorella Tylla era fuggita dal castello. Ella era pallida e solenne, inesorabile come una tempesta nel deserto, come la sabbia di una clessidra. Ascoltava ogni consiglio e teneva sbarrate le porte del cuore, per custodirne i tesori. Ma aveva occhi tanto tristi…
Il fanciullo era molto solo, da quando sua sorella Tylla era fuggita dal castello. Ella era pallida e solenne, inesorabile come una tempesta nel deserto, come la sabbia di una clessidra. Ascoltava ogni consiglio e teneva sbarrate le porte del cuore, per custodirne i tesori. Ma aveva occhi tanto tristi…
~
Sulla cima trovò una camera rotonda; due drappi porpora costeggiavano la grande finestra della sua speranza. Ma solo un vecchio sedeva al telaio: un vecchio curvo, che lo riconobbe.
«La principessa è partita ieri», aveva occhi di diamante, e voce di brezza marina. «Spera di rivederti presto.»
«Io speravo di trovarla qui», parlò Torrhen, sfinito, aspro di delusione.
Il vecchio lo guardò a lungo, prima di rispondere. «Credi forse che non ne sia valsa la pena? Che, sapendo, non saresti mai partito?»
Ma come avrebbe potuto? Dopo aver vinto fiere e terrori, visto l’acqua e la neve, scoperto la bellezza dietro la paura? Era libero, infine, di tornare indietro o proseguire oltre; di incontrare lei, un altro giorno. Non aveva trovato quello che avrebbe voluto, ma pensò che spesso i migliori tesori sono ciò che il viaggio insegna, mentre si cerca altro.
Che forse è anche la morale, senza pretesa alcuna, di questa piccola, stramba storia.
Sulla cima trovò una camera rotonda; due drappi porpora costeggiavano la grande finestra della sua speranza. Ma solo un vecchio sedeva al telaio: un vecchio curvo, che lo riconobbe.
«La principessa è partita ieri», aveva occhi di diamante, e voce di brezza marina. «Spera di rivederti presto.»
«Io speravo di trovarla qui», parlò Torrhen, sfinito, aspro di delusione.
Il vecchio lo guardò a lungo, prima di rispondere. «Credi forse che non ne sia valsa la pena? Che, sapendo, non saresti mai partito?»
Ma come avrebbe potuto? Dopo aver vinto fiere e terrori, visto l’acqua e la neve, scoperto la bellezza dietro la paura? Era libero, infine, di tornare indietro o proseguire oltre; di incontrare lei, un altro giorno. Non aveva trovato quello che avrebbe voluto, ma pensò che spesso i migliori tesori sono ciò che il viaggio insegna, mentre si cerca altro.
Che forse è anche la morale, senza pretesa alcuna, di questa piccola, stramba storia.
NdA:
Ehilà! :)
Eccomi di nuovo a tediarvi con i trono-drammi! È quasi un anno che l’idea per questa fic mi ronza in mente, ma ho deciso di recuperarla soltanto un mesetto fa. Mi rendo conto di essere stata abbastanza monocorde finora, per quanto riguarda la scelta dei personaggi, ma purtroppo sono una grande appassionata del team Roccia del Drago e non posso farci niente. Désolée xD
Solitamente, quando mi lancio in un character study di questa lunghezza, è per esplorare o digerire degli aspetti di un personaggio in cui mi sono rivista, in qualche modo. Il confronto con le opere di fantasia e con la scrittura è sempre stato per me (come immagino anche per te, utente EFP che sta leggendo xD) incredibilmente terapeutico, e illuminante. Questa voleva essere una sorta di lettera d’amore verso le storie, la finzione, la creazione e tutto quel che c’è di simile ^^
Shireen è un bel personaggio esplorato pochissimo, in entrambe le opere originali. Ci sono alcune differenze, tra i libri e la serie, per quanto riguarda la sua personalità e il suo ruolo nella storia (banalmente la sua amicizia con Davos nei libri non esiste?), quindi io ho fatto il possibile per far fede alla seconda
I tre libri che Shireen legge nella one-shot sono tutti menzionati nella serie: “La storia di Aegon il Conquistatore e della Sua Conquista di Westeros” (quello che porta a Davos mentre è imprigionato nella 3x05, e che lei stessa legge nella 3x10), “Vita e Avventure di Elyo Grivas, Primo Spadaccino di Braavos” (che dà sempre a Davos nella 4x03) e “La Danza dei Draghi: Una Storia Vera” (che legge nella 5x09). “Vite di Quattro Re”, invece, è il libro che Tyrion regala a Joffrey per il suo matrimonio
Ho dibattuto a lungo se inserire riferimenti alla sua tragedia finale, ma alla fine ho optato per il no. Penso che la poveretta finisca il suo arco narrativo in quella scena bellina in cui suo padre le dice di volerle bene senza dirlo, e finalmente riceve un briciolo di validazione e senso di sicurezza (della durata approssimativamente di boh cinque episodi). Quindi chiudo la fic il più felicemente possibile lasciando solo un po’ di retrogusto a quelli di noi che sanno :’)
Ebbene, mi sono dilungata fin troppo, quindi vi saluto.
Ci si vede!!
Baci, Candy<3
P.S. mi ero premurata di utilizzare solo font che fossero websafe. Infatti da computer è tutto apposto. Poi lo apro da telefono e diventa un mega blob di Arial non richiesto. Spero che si veda giusto, chiedo venia (':


