Capitolo 10 Il giovedì la famiglia Mancini decise che la cultura andava ripetuta finché non diventavi colto per sfinimento. "All’opera!" annunciò la signora Mancini. Del marito ancora nessuna notizia certa. Io, che ancora profumavo di inadeguatezza e climatizzatore, mi infilai un abitino blu accollato, lungo fino alle ginocchia: il mio fedele “vestito delle grandi occasioni autunnali di Muravera”. Delicato, morbido, innocuo. Alina spalancò la porta ed entrò come una tempesta di paillettes: abito champagne, spacco da vertigine, décolleté che urlava ta-daa. La guardai e mi sentii un sacchetto del pane in confronto. Lei mi guardò con un sorrisetto tagliente. "Pronta per la messa?" "Sì… no… non ti piace?" "Se ci metti un naso da clown e le orecchie di Minnie forse passa inosservato. Ma da dove l’hai tirato fuori, un sarcofago dell’Ottocento?" Abbassai lo sguardo, muovendo la gonna per farle vedere che almeno il tessuto era morbido. Niente. Lei già frugava nell’armadio. "Ti presto il mio. Ma questo weekend andiamo a fare acquisti, va bene?" Un minuto dopo mi ritrovai in un abito nero praticamente gemello al suo. Lo scollo arrivava a un punto in cui persino io non riuscivo a guardarmi in faccia. "Se cade qualcosa a terra, non mi chino," mormorai allo specchio. Alina rise, soddisfatta: "Benvenuta nella civiltà. Quel mondo in cui le donne osano mostrarsi senza paura." “Forse non hanno una maledizione sulle spalle?” “Forse.” Il teatro dell’opera era un ventre caldo. Atmosfera carica d’attesa e sorrisi scintillanti. L’aria sapeva di velluto vecchio, profumi da signora, legno lucidato. Le luci calde ti leccavano la pelle. Faceva caldo e freddo allo stesso tempo. Dal palco un violino si lamentava con un suono mistico, poi un fagotto fece il barrito di un elefante influenzato. Io camminavo piano, attenta a non strisciare i tacchi sul parquet: avevo il terrore di lasciare una scia come una lumaca sopra il selciato. Devo dire che, a mio vantaggio, non strisciavo come una lumaca ma visti i tacchi vertiginosi che Alina mi aveva costretta a mettere, assomigliavo più ad un T-Rex con l’alluce valgo. Tutto mi sembrava irreale. Era come se la mia vita avesse improvvisamente schiacciato l’acceleratore: fino a poco prima rinchiusa nella casa desolata di zio Antonio, adesso mi ritrovavo immersa in un mare di persone scintillanti ed eventi mondani. Eppure, paradossalmente, mi sentivo ancora più sola proprio in mezzo a tutta quella folla. La gente mi scivolava accanto senza vedermi, distratta dalle paillettes delle altre. Qualche uomo lanciava uno sguardo rapido, ma lo abbandonava subito per posarsi sulla ragazza successiva. Mi sentivo come un vaso trasparente in una vetrina di vetri inutili: presente, ma invisibile. E come se l’inadeguatezza non bastasse, una malinconia ostinata cominciava a farsi strada. Non sapevo perché, ma i miei pensieri correvano tutti verso una persona a cui non avrei mai dovuto pensare. Sospirai, distogliendo lo sguardo dall’ennesimo ragazzo alto, dai capelli scuri, che mi passava accanto.Qualcuno a cui non avrei mai dovuto pensare. Sospirai girando lo sguardo dall'ennesimo ragazzo alto con i capelli scuri che mi passava accanto. Fu in quel momento che la voce di Alina mi riportò bruscamente alla realtà: "Hai visto la signora in pelliccia estiva?" sussurrò Alina. "Cosa? Sì." "Dicono che sia l’amante del ministro della salute." “Ah”, dissi senza convinzione. Per quanto il pettegolezzo fosse sport nazionale anche a Muravera, non mi ero mai interessata a giudicare le persone che mi stavano intorno. “Dai vieni, perché mi è sembrato di vedere il ministro con la moglie!” Le sorrisi e la seguii, cercando di non rovesciarmi sui tacchi delle scarpe. “Corri!” mi disse ancora e appena varcata la soglia, lo vidi. Ancora una volta lui: David. Un tuffo al cuore mi ricordò che il suo aspetto non mi lasciava affatto indifferente. I sogni che avevo cominciato a fare su di lui non stavano aiutando. Ad ogni modo, per quanto mi sforzassi di guardare da qualsiasi altra parte, alla fine lo osservai. Il cuore che rimbalzava dentro al petto. Le scarpe che cigolavano sotto ai miei piedi pietrificati. Per tutte le lucciole e le lanterne! Era bellissimo. Camicia scura, giacca tono su tono, zigomi alti, occhi così grandi da illuminare l’oscurità dell’ambiente. Parlava con un signore che non conoscevo. Fortunatamente non mi vide. "È lui?" bisbigliò Alina, con gli occhi da volpe. Il mio stomaco si chiuse di colpo. Un secondo prima ero pronta a ridere della signora in pelliccia estiva, un secondo dopo mi mancava l’aria. "Chi? No. Assolutamente." "Certo, no." Ci sedemmo. L’orchestra attaccò un’opera di quelle che fanno venire voglia di stringere qualcuno, e io accarezzai la borsetta come se fosse un cucciolo di foca in via d’estinzione. Quando il soprano salì a un do sopracuto, la mia pelle si accese a onde, come se il vento mi spettinasse dall’interno. Mi venne da piangere senza motivo. L’opera è qualcosa che ti prende il cuore e lo mette sul palcoscenico nudo, senza chiedere permesso. Avevo visto qualche scena in televisione, ma vederlo di persona, oh, vederlo di persona era tutta un’altra cosa. Intervallo. Campanelle, brusio, bicchieri di prosecco che scintillavano. L’aria odorava di fiori stanchi e dopobarba caro. Passeggiammo. Le mie spalle nude sentivano l’aria passare come una carezza. A volte fredda, a volte tiepida. La seta dell’abito mi frusciava addosso, viva, e ogni tanto scivolava come se non volesse restare ferma. Io, invece, obbedivo al mio istinto: lo cercavo tra la folla, e ogni volta che me ne accorgevo cercavo di smettere. Durava pochi secondi. Poi ricominciavo. Forse avrei dovuto parlare di più con Alina, ma lei era intenta a spettegolare con sua madre. Potevo solo seguirle, cercando di non farmi vedere. In fondo al corridoio incontrammo due cantanti che parlavano con la signora in pelliccia estiva. Accanto a loro il famoso ministro con sua moglie. Alina mi strizzò un occhio e mi trascinò li vicino. Sua madre e sua nonna tornarono al nostro palco. Noi restammo ad ascoltare. "Ore dieci," sussurrò Alina. Sorrisi convinta di trovarmi davanti una scena al limite dello scandalo. In effetti uno scandalo c’era… ero io che spalancavo la bocca vedendo David. Il cuore mi prese a calci. Qualcosa di pesante mi fece precipitare lo stomaco. Tirai su una mano per salutarlo e l’abbassai con l’altra. “L’hai visto?” Eccome se l’avevo visto. Non stava correndo, non stava venendo verso di me, come alla festa nel giardino di Alina. Si limitò ad alzare lo sguardo placidamente, incrociare il mio e farmi un cenno minimo. Un sorriso trattenuto, negli angoli della bocca. Come un: “Ti ho vista.” Bastò quello. Le ginocchia si fecero subito molli, le mani cominciarono a sudare scivolando sulla seta. La testa che pur girando come una trottola mi ricordava le sue parole: insignificante, vuota, ma il corpo tradiva ogni pensiero. Mi bruciavano gli occhi. Il cuore, annegava dentro una piscina immaginaria. Il vuoto infernale che mi divorava dentro. "Parlami" disse Alina. Mi squadrò dalla testa ai piedi come se cercasse il punto in cui ero ferita a morte. "Mi ha… salutata. Col sopracciglio." "A volte lo fanno." "Perché non…" "Forse è intimidito? O forse si sta facendo un’idea nuova di te: meno “galassia di gaffe”, più “costellazione interessante”." "Io non sono una costellazione, al massimo posso assomigliare a un meteorite." "Meglio:” disse lei, prendendomi a braccetto “i meteoriti li guardano tutti." “Finché non ti cadono in testa.” Riprendemmo a girare. Tre volte in dieci minuti i nostri occhi si incrociarono. Non scappava, non avanzava. Sembrava… studiarmi. Mi osservava come si guarda un quadro in cui l’immagine cambia a seconda della luce: un cavallo, un’alga, tua zia. Ogni volta che lo sorprendevo a guardarmi, facevo finta di contemplare un lampadario, un cartellone di Donizetti, il prezzo delle noccioline. Intanto il cuore faceva tuffi olimpionici con doppio avvitamento. Ero sfinita, sudata, bagnata dai tuffi immaginari eppure stavo immobile. La vita mondana sarebbe stata la mia fine. Mentre confrontavo quella baraonda con la mia esistenza devota di un tempo, capii con un brivido in che modo si sarebbe manifestata la maledizione della mia famiglia. L’ennesimo sguardo rubato a David mi fece capire che in qualche modo aveva già iniziato a realizzarsi. Ogni sorriso, ogni passo in quel teatro sembrava già scritto dentro di me. L’ennesimo sguardo rubato a David mi fece capire che, in qualche modo, aveva già cominciato a compiersi. Al secondo atto io e Alina tornammo al nostro palchetto. Io respiravo piano, sperando che la mia delusione non si capisse persino da lontano. L’odore del velluto era così forte che mi lasciò in bocca un sapore secco di polvere e fragole di plastica. Alina si chinò verso di me. "Ho conosciuto un ragazzo. Non fa parte del giro della mia famiglia. È dolce. Non parla per frasi fatte, vestiti di lusso. Ha visto tutte le puntate di Twin Light." "Lo ami già?" "Non si usa più quella parola. Però posso dirti che mi andrebbe di rivederlo. Magari possiamo commentare il finale." Le strinsi la mano sotto il bracciolo. Ero grata a lei, ma dentro stavo vivendo un’opera dentro l’opera. Il soprano moriva per amore, e io… non sapevo se volevo morire o vivere, se guardare o scappare. Uscimmo con gli occhi lucidi per colpa di un violoncello masochista. Nessuna delle due riusciva più a parlare. In macchina, la signora Mancini mi parlò dei programmi per l’indomani: un’asta, mobili antichi, argenteria da conquistare a gomitate eleganti. Io ero troppo delusa e stanca da quell’ambiente per continuare. Non ero neanche abituata a quella vita mondana e peggio che mai volevo restare concentrata sul lavoro o forse volevo solo evitare di rivederlo. Serviva una scusa: "Ho un po’ di mal di testa… forse domani resto a casa." Appena lo dissi, lo rimpiansi. Mi vidi già sola, in pigiama, a fissare il soffitto e rivedere un certo profilo in controluce. Venerdì mattina, subito dopo l’ora di colazione, la casa tremò. Finalmente era tornato il famoso Capitano, il padre di Alina. Fin dal principio capii perché nessuno ne parlava più di tanto. Lui entrò in casa come una mareggiata con le gambe: alto, sovrappeso, baffi importanti, capelli a chiazze bianche come la spuma delle onde. Odorava di dopobarba forte e mare di vetro. I filippini gli fecero un inchino e la signora Ruda, gli andò incontro per un saluto cordiale. "Dov’è la mia figlia col naso grosso?" urlò nell’ingresso. Alina comparve sorridendo con la grazia di chi aveva imparato a sorridere a comando. Era diversa da come la conoscevo, pacata con un modo di fare formale. Ma una luce di gioia brillava ancora in fondo ai suoi occhi. "Ah eccola! Vieni qua, piccolo mostro di papà!" Disse il padre, schiacciandole le guance come si fa con i bambini, poi si rivolse a sua moglie guardando nella mia direzione: "E questa chi è?" "Clementina, papà. Dalla Sardegna, Il signor Antonio, Donna Elita, non ti ricordano niente? " "Ah, la cugina sarda. Bella ragazza… a differenza di questa," e indicò la figlia col pollice come se si trattasse di un barile di aringhe. “Cugina?” sussurrai ad Alina che alzò le spalle facendomi capire che era meglio lasciar perdere. Le diedi retta e sorrisi come se avessi la faccia di cartone. Lui continuava a ridere delle sue stesse battute e a schernire ogni componente della famiglia, compresi i quadri, la disposizione dei mobili, i mobili e i lampadari esagerati e po’ pacchiani che non ricordava di aver scelto lui. A dispetto di come me l’ero immaginato dalla descrizione di Alina e la signora Mancini, quell’uomo sembrava molto meno raffinato della sua famiglia. Persino dei filippini che fissavano il vuoto inchinandosi di tanto in tanto. Era così stonato rispetto a tutte quelle persone che mi domandai come facesse ad andare d’accordo con una donna dolce e raffinata come la signora Mancini. Forse mi sbagliavo. Dopotutto l’amore era cieco o così dicevano le cammari di Muravera. Ma, a parte le mie infantili valutazioni, loro sembravano felici, persino Alina che era stata presa in giro per tutto il tempo. Io comunque non avevo esperienza di coppie o famiglie, così mi rifugiai nella mia stanza e chiamai zio per un confronto. Gli raccontai del capitano, dei baffi, delle parole stonate verso la figlia. "La gente è più complicata di quel che appare, bambina mia. Non giudicare subito. Ma tieniti lontana dalle persone arroganti e superficiali. Quelle che credono che tutto gli sia dovuto. Quelle sono le più pericolose." Sospirai, guardando fuori dal vetro. Se solo fosse stato facile…
Angolo dell'autrice:
Carissime/i, vi ringrazio per aver letto questa storia e grazie per ogni singolo commento che avete scritto.
Sappiate che vi sono riconoscente e se potessi vedervi di persona vi abbraccerei tutti.
Purtroppo, dalla scorsa settimana sono di nuovo sommersa di lavoro e tutto andrà più lentamente, però, cercherò di pubblicare un capitolo ogni domenica.
Grazie a tutti e un abbraccio virtuale <3
Shaara


