Butterfly and Hurricane
Amare è una cosa difficile.
È necessario che ci sia la voglia di ispezionarsi e conoscersi per poi affondare nella coscienza dell’altro privi di riguardo. Capire quanto si è disposti a piegarsi per accettare le nefandezze che l’oggetto del desiderio, talvolta viscido e corrotto, nasconde nel suo punto più oscuro e profondo.
E quando infine arriviamo a incontrare un paio d’occhi che sono stati fatti per farci ingoiare il disgusto, pur di averli sempre incollati a noi, siamo disposti a spostare l’asta del nostro giudizio del bene e del male.
Ci sporchiamo le mani e il cuore.
Ma in quegli occhi, poi, potremo immergerci senza ritegno.
E sarà meraviglioso.
È necessario che ci sia la voglia di ispezionarsi e conoscersi per poi affondare nella coscienza dell’altro privi di riguardo. Capire quanto si è disposti a piegarsi per accettare le nefandezze che l’oggetto del desiderio, talvolta viscido e corrotto, nasconde nel suo punto più oscuro e profondo.
E quando infine arriviamo a incontrare un paio d’occhi che sono stati fatti per farci ingoiare il disgusto, pur di averli sempre incollati a noi, siamo disposti a spostare l’asta del nostro giudizio del bene e del male.
Ci sporchiamo le mani e il cuore.
Ma in quegli occhi, poi, potremo immergerci senza ritegno.
E sarà meraviglioso.
Prologo
Febbraio 2009
Il rumore dei proiettili alle nostre spalle mi ricorda quante volte, in passato, abbia deriso la morte.
Non mi credevo immortale, semplicemente non ho mai preso la mia vita sul serio, nella convinzione che la terra si sarebbe presa il mio corpo quando quello sarebbe diventato solo una carcassa vecchia e fragile, pronta per far pasteggiare vermi e scarafaggi.
Era lontano per me. Così lontano.
Ma adesso ho paura, un terrore viscerale e indescrivibile si è attaccato ai miei occhi e dal fondo urla e scalpita, riverberando fino all’iride; poi guardo i suoi e capisco che prova tutto ciò che provo io.
Un colpo rimbomba dietro il muro che ci divide da quella gente che ci vuole morti.
Allora ci guardiamo, cercando di scacciare via quella stessa paura che ci terrorizza. La morte è troppo vicina e il tempo è troppo poco.
Così, mentre il cielo accompagna il lamento delle armi che ci perseguitano, io l’abbraccio come mai ho fatto prima d’ora, forse nella speranza che nessuno si accorga di noi due, che non siamo nient’altro – adesso mi è chiaro – che due minuscoli ingranaggi di una mostruosa macchina infernale. Il pensiero corre via dal frastuono e arriva a Matt, al suo sorriso storto e ai suoi occhi di quel verde profondo che sbaraglia e fa lacrimare.
Li rivedo in quell’oceano tempestoso che è davanti a me.
E allora ci diamo un bacio, prima di farci male(1), entrambi con l’immagine di Matt a infonderci molta più forza di quella che ci resta.
Infine, schiena contro schiena e con le pistole strette davanti al viso, siamo pronti ad affrontare il nostro destino.
Sai, penso che morire con te vicino non sarà poi così tanto male.
Non mi credevo immortale, semplicemente non ho mai preso la mia vita sul serio, nella convinzione che la terra si sarebbe presa il mio corpo quando quello sarebbe diventato solo una carcassa vecchia e fragile, pronta per far pasteggiare vermi e scarafaggi.
Era lontano per me. Così lontano.
Ma adesso ho paura, un terrore viscerale e indescrivibile si è attaccato ai miei occhi e dal fondo urla e scalpita, riverberando fino all’iride; poi guardo i suoi e capisco che prova tutto ciò che provo io.
Un colpo rimbomba dietro il muro che ci divide da quella gente che ci vuole morti.
Allora ci guardiamo, cercando di scacciare via quella stessa paura che ci terrorizza. La morte è troppo vicina e il tempo è troppo poco.
Così, mentre il cielo accompagna il lamento delle armi che ci perseguitano, io l’abbraccio come mai ho fatto prima d’ora, forse nella speranza che nessuno si accorga di noi due, che non siamo nient’altro – adesso mi è chiaro – che due minuscoli ingranaggi di una mostruosa macchina infernale. Il pensiero corre via dal frastuono e arriva a Matt, al suo sorriso storto e ai suoi occhi di quel verde profondo che sbaraglia e fa lacrimare.
Li rivedo in quell’oceano tempestoso che è davanti a me.
E allora ci diamo un bacio, prima di farci male(1), entrambi con l’immagine di Matt a infonderci molta più forza di quella che ci resta.
Infine, schiena contro schiena e con le pistole strette davanti al viso, siamo pronti ad affrontare il nostro destino.
Sai, penso che morire con te vicino non sarà poi così tanto male.
Febbraio 2003
Uno sbuffo di rabbia e frustrazione schizzò via dalla bocca, mentre i grandi occhi grigi, increspati in un’espressione di doloroso disgusto, osservavano la chiazza rossa sui propri slip.
«Áine… sicuro stai bene? È tanto che sei lì dentro.»
La voce di Vicky, la donna che si era presa a cuore la sua situazione, proruppe al di là della porta del bagno con un tono preoccupato.
La sua risposta, invece, arrivò stentata dopo qualche secondo, giusto il tempo necessario per prendersela con l’universo e con chi pretendeva di esserne a capo.
«Bene, sì… fra poco esco.»
Quel giorno la sua vita avrebbe subíto un drastico cambiamento, non bastava quello come dramma? Suo nonno – l’indistruttibile Nick – era appena morto e alla ragazzina non restava più nessuno a occuparsi di lei.
Quando Nick l’aveva lasciata a causa di un infarto era apparsa quasi per magia Vicky, a raccontarle che conosceva bene suo nonno, che aveva tanto sentito parlare della sua formidabile nipotina e che sapeva di un posto perfetto per lei.
Áine non aveva nemmeno avuto il tempo di disperarsi per la morte dell’unica sua figura di riferimento, perché non aveva che tredici anni – compiuti da una manciata di giorni – e qualcuno di lei doveva pur prendersi cura, così si era affidata a quella donna, che tutto sommato le dava l’idea di essere molto più cortese e gentile di tutti gli assistenti sociali di cui aveva fatto la conoscenza.
Dunque, il giorno dopo il funerale di suo nonno avrebbero fatto i bagagli e Áine avrebbe abbandonato la casa in cui viveva, le poche e strane amicizie che nel corso degli anni era riuscita a costruire, la sua scuola: in poche parole tutto.
E come se non fosse già abbastanza drammatica quella situazione, quel mal di pancia che la stava torturando da un paio di giorni a quella parte si era tradotto nell’arrivo delle prime mestruazioni.
Che merda la vita.
Glielo aveva chiesto, a Vicky, come fosse possibile che una donna giovane e deliziosa come lei potesse conoscere un uomo dalla dubbia morale come Nicholas O’neill, o almeno era così che veniva descritto da molti, ma la giovane donna aveva glissato.
In tutta onestà, per Áine suo nonno era grandioso: magari un po’ burbero, ma ogni volta che tornava a casa la sera le dava un buffetto e insisteva per correggerle i compiti, che la bambina svolgeva sempre con noiosa puntualità. e quando i suoi occhi grigi, identici a quelli di lei, scorrevano le righe disordinate dei fogli, la sua bocca screpolata e coperta dalla barba incolta sputava sempre una risata e si complimentava.
“E brava bambola, anche questa volta nemmeno un errore!” e via, a premiarla con le barrette di cioccolato che si portava sempre dietro.
Non era chiaro perché il sapore di quella cioccolata amara salì alla bocca proprio in quel momento, mentre la povera orfanella se ne stava lì a osservare le mutandine macchiate che sembrava le gridassero che non è mica più una bambina: benvenuta adolescenza e tutto quello che tristemente ne consegue!
Con le lacrime agli occhi e la rabbia a farsi spazio con assoluta maleducazione, Áine afferrò un assorbente che teneva pronto da molto tempo e lo sistemò alla bene e meglio, prima di farsi forza e decidere di uscire dal bagno.
Che stracazzo di schifo la vita.
«Ehi, tutto ok?» chiese con rinnovata preoccupazione Vicky; Áine si affrettò ad asciugare le lacrime con la manica della felpa consumata, per poi sbuffare di stare bene.
Sempre che qualcosa possa andare bene a una tredicenne appena rimasta sola al mondo, a fare i conti col suo primo giorno di mestruazioni e che in men che non si dica verrà portata via da casa sua per trasferirsi in un luogo a lei ignoto, chiaro.
Triste, arrabbiata e inconsolabile, Áine afferrò l’ultimo bagaglio rimasto e così, dopo aver dato un ultimo sguardo alla casa come avrebbe fatto un’attrice di Hollywood nel suo ruolo più drammatico, si chiuse la porta alle spalle per seguire l’ondulare della chioma castana di Vicky che precedeva il suo passo verso l’automobile che le stava aspettando.
«Immagino ti mancherà molto, ma ricordati che questa rimane legalmente casa tua. È in tuo possesso Áine, solo che dovrai aspettare di aver compiuto diciotto anni per poterci tornare a vivere. Vedrai, il tempo alla Wammy’s House passerà in fretta.»
Nonostante avesse capito l’intendo benevolo di Vicky, quelle parole non la consolarono affatto. Probabilmente niente al mondo, in quel momento, sarebbe riuscita a tirarla su di morale se non la cioccolata che era solito regalarle suo nonno, per ricordarle quanto per lui fosse speciale.
Quel sole pallido e malato non la scaldava abbastanza e nelle parole della sua responsabile non trovava conforto, così infilò le cuffie e scacciò i pensieri con la musica che ascoltava grazie al suo lettore cd. Il viaggio fra le campagne della contea passò rapidamente e finalmente il paesaggio rupestre lasciò il passo a quello urbano di Winchester.
Áine mise in pausa i Radiohead solo quando capì che l’auto stesse rallentando: lo sguardo grigio seguì lo schiudersi di un enorme cancello in ferro battuto, che l’auto attraversò fino ad arrivare a un cortile molto ben curato. Fu l’ultima a scendere dalla macchina, con il lettore cd stretto al petto e lo zaino sulle spalle, infine – passetto passetto – seguì Vicky fino al grande portone di legno scuro, davanti al quale le stava attendendo un uomo. Sembrava burbero, infastidito e facilmente irritabile, ma salutò Vicky con un abbraccio caloroso, rendendo palese che i due si conoscessero da tempo.
Áine ragionò che con ogni probabilità quella giovane donna avesse vissuto lì in passato, ma non disse una sola parola, limitandosi a starsene ferma e muta, in attesa che le venisse detto cosa avrebbe dovuto fare. Una volta entrati all’interno dell’istituto, l’uomo fece loro strada verso il proprio studio. C’era silenzio, probabilmente perché i ragazzi e le ragazze della Wammy’s House erano impegnati a seguire le lezioni.
Una volta dentro l’uomo che si era presentato come Roger, il direttore di quell’istituto, aveva chiesto loro di mettersi comode permettendole di spogliarsi di sciarpe cappelli e cappotti. A quel punto Roger prese a squadrarla con attenzione: quegli occhi coperti dagli occhiali spessi afferrarono i corti capelli rossi e scompigliati, gli occhi grandi e grigi e con una lieve smorfia valutò l’abbigliamento che Áine aveva scelto per coprire il suo corpicino dinoccolato.
«Ma che problema avete voi giovani coi colori? Solo nero, sempre e solo nero!» Si lamentò, prima di chiedere ad Áine di sedersi, concedendole infine un accennato e accogliente sorriso.
Roger cominciò a spiegare che quello in cui si trovava fosse un istituto che accoglieva ragazze e ragazzi plus-dotati, ovvero con un quoziente intellettivo ben superiore alla media e con capacità spiccate in vari ambiti.
«Qui alla Wammy’s House, che prende il nome dal suo fondatore, voi avrete la possibilità di imparare a suonare qualsiasi strumento, dipingere, apprendere sport di ogni genere, ma specialmente vi concentrerete sullo studio delle scienze e della filosofia, che vi aiuteranno a farvi uscire di qui con una formazione di altissimo livello.»
«Ehi, fermo un attimo…» il viso della ragazzina si fece scuro e meditabondo, come se stesse cercando di cogliere il significato intrinseco dietro le parole del direttore dell’istituto: «In che senso plus-dotata? Su che base mi avete portata qui?»
«Ricordi Áine… abbiamo fatto dei test quando ci siamo conosciute. Tuo nonno mi aveva detto che fossi brillante e i test lo hanno confermato, per questo motivo hai il diritto di entrare qui dentro.»
«E di dare il massimo per poter prendere il posto di L.» Proseguì Roger, il quale non aveva dato alcuna possibilità di replica alla nuova arrivata, proseguendo invece a stilarle una lunga lista di regole che Áine avrebbe dovuto rispettare per poter rimanere alla Wammy’s House.
«Dovrai prendere molto seriamente quello che sto per dirti. Regola numero uno: da questo momento il tuo nome, per tutti, sarà Ái. Non ti sarà permesso di rivelare il tuo vero nome a nessuno. È fondamentale che tu capisca quanto sia di vitale importanza tutelare la vostra vera identità, perché in futuro potreste trovarvi nella situazione di non voler fornire nessun tipo di informazione personale a nessuno.»
«Regola numero due: tutte le lezioni vanno seguite con regolarità; la malattia o i permessi speciali sono le uniche eccezioni alla regola, per il resto ogni tipo di infrazione verrà giudicata e punita adeguatamente.»
«Regola numero tre: dovrai rispettare il coprifuoco. Ci sono giorni specifici in cui è permesso ai ragazzi di protrarsi svegli oltre l’orario previsto, ma nella norma ci si deve recare nella propria stanza entro le 10:00 di sera. E regola numero quattro: una volta a settimana si deve effettuare un colloquio di un’ora con uno psicoterapeuta. Come per le lezioni eccezion fatta è la malattia. Ogni infrazione verrà punita.»
Si chiese, la ragazzina, se avrebbe mai ricordato tutte quelle regole che nella sua testa rendevano la Wammy’s House più vicina a un carcere minorile che a un istituto di altissima formazione. Ovviamente si guardò bene dal dirlo, ma quel tanto pensare le fece rischiare di non ascoltare le altre regole.
«Regola numero cinque: non è consentito fumare o consumare alcolici, tantomeno droghe. Se si viene sorpresi a compiere una delle azioni non consentite, ci sarà una punizione.»
«Strano, non me lo sarei mai aspettato.» borbottò la giovane, ma Roger fece finta di non sentire, preferendo invece andare avanti: «Regola numero sei: il rispetto dell’altro è alla base della Wammy’s House. Non tolleriamo il bullismo e ogni sua forma verrà…»
«Punita, scommetto.»
Vicky tentò di trattenere una risata e al contempo sussurrò ad Áine – ormai per tutti Ái – di cercare di essere rispettosa.
«Regola numero sette: quando L intende mettersi in contatto con gli studenti, ogni altra attività verrà sospesa e voi dovrete recarvi in aula magna quanto prima. Infine, regola numero otto: È severamente proibito l’uso di macchine fotografiche, tanto quanto è proibito possedere armi di alcuna natura. Ti sembrerà scontato, ma non sai quante pericolosissime armi abbiamo sequestrato nel corso degli anni. Se si viene trovati in possesso di una di queste due cose, si verrà puniti. Tutto chiaro?»
Confusa e accigliata, Ái agganciò lo sguardo a quello di Roger. Tutte quelle regole non facevano altro che puzzarle di oppressione e questo non le piaceva affatto. Comunque Roger non sembrò fare caso al disappunto che aveva incrinato il viso del nuovo acquisto della Wammy’s House, probabilmente perché aveva già più volte notato quell’espressione sul viso dei ragazzi e delle ragazze che, ben prima di lei, avevano ricevuto quel regolamento al proprio ingresso.
«Ti assicuro che non è così terribile come sembra, a Roger piace spaventare i ragazzi per ritardare il più possibile il momento della ribellione. Far parte della Wammy’s House è un onore, Áine… voglio dire Ái.» Vicky sorrise e allungò una mano per stringere quella di Ái «Ormai lo avrai capito che questa è stata la mia casa per anni.»
«Hai delle domande da farmi?» le chiese Roger, interrompendo così lo scambio di sguardi con Viky. A quel punto la nuova arrivata si schiarì la voce.
«Solo una» Ái tornò a guardare Roger: «Chi sarebbe questo L?»
«Áine… sicuro stai bene? È tanto che sei lì dentro.»
La voce di Vicky, la donna che si era presa a cuore la sua situazione, proruppe al di là della porta del bagno con un tono preoccupato.
La sua risposta, invece, arrivò stentata dopo qualche secondo, giusto il tempo necessario per prendersela con l’universo e con chi pretendeva di esserne a capo.
«Bene, sì… fra poco esco.»
Quel giorno la sua vita avrebbe subíto un drastico cambiamento, non bastava quello come dramma? Suo nonno – l’indistruttibile Nick – era appena morto e alla ragazzina non restava più nessuno a occuparsi di lei.
Quando Nick l’aveva lasciata a causa di un infarto era apparsa quasi per magia Vicky, a raccontarle che conosceva bene suo nonno, che aveva tanto sentito parlare della sua formidabile nipotina e che sapeva di un posto perfetto per lei.
Áine non aveva nemmeno avuto il tempo di disperarsi per la morte dell’unica sua figura di riferimento, perché non aveva che tredici anni – compiuti da una manciata di giorni – e qualcuno di lei doveva pur prendersi cura, così si era affidata a quella donna, che tutto sommato le dava l’idea di essere molto più cortese e gentile di tutti gli assistenti sociali di cui aveva fatto la conoscenza.
Dunque, il giorno dopo il funerale di suo nonno avrebbero fatto i bagagli e Áine avrebbe abbandonato la casa in cui viveva, le poche e strane amicizie che nel corso degli anni era riuscita a costruire, la sua scuola: in poche parole tutto.
E come se non fosse già abbastanza drammatica quella situazione, quel mal di pancia che la stava torturando da un paio di giorni a quella parte si era tradotto nell’arrivo delle prime mestruazioni.
Che merda la vita.
Glielo aveva chiesto, a Vicky, come fosse possibile che una donna giovane e deliziosa come lei potesse conoscere un uomo dalla dubbia morale come Nicholas O’neill, o almeno era così che veniva descritto da molti, ma la giovane donna aveva glissato.
In tutta onestà, per Áine suo nonno era grandioso: magari un po’ burbero, ma ogni volta che tornava a casa la sera le dava un buffetto e insisteva per correggerle i compiti, che la bambina svolgeva sempre con noiosa puntualità. e quando i suoi occhi grigi, identici a quelli di lei, scorrevano le righe disordinate dei fogli, la sua bocca screpolata e coperta dalla barba incolta sputava sempre una risata e si complimentava.
“E brava bambola, anche questa volta nemmeno un errore!” e via, a premiarla con le barrette di cioccolato che si portava sempre dietro.
Non era chiaro perché il sapore di quella cioccolata amara salì alla bocca proprio in quel momento, mentre la povera orfanella se ne stava lì a osservare le mutandine macchiate che sembrava le gridassero che non è mica più una bambina: benvenuta adolescenza e tutto quello che tristemente ne consegue!
Con le lacrime agli occhi e la rabbia a farsi spazio con assoluta maleducazione, Áine afferrò un assorbente che teneva pronto da molto tempo e lo sistemò alla bene e meglio, prima di farsi forza e decidere di uscire dal bagno.
Che stracazzo di schifo la vita.
«Ehi, tutto ok?» chiese con rinnovata preoccupazione Vicky; Áine si affrettò ad asciugare le lacrime con la manica della felpa consumata, per poi sbuffare di stare bene.
Sempre che qualcosa possa andare bene a una tredicenne appena rimasta sola al mondo, a fare i conti col suo primo giorno di mestruazioni e che in men che non si dica verrà portata via da casa sua per trasferirsi in un luogo a lei ignoto, chiaro.
Triste, arrabbiata e inconsolabile, Áine afferrò l’ultimo bagaglio rimasto e così, dopo aver dato un ultimo sguardo alla casa come avrebbe fatto un’attrice di Hollywood nel suo ruolo più drammatico, si chiuse la porta alle spalle per seguire l’ondulare della chioma castana di Vicky che precedeva il suo passo verso l’automobile che le stava aspettando.
«Immagino ti mancherà molto, ma ricordati che questa rimane legalmente casa tua. È in tuo possesso Áine, solo che dovrai aspettare di aver compiuto diciotto anni per poterci tornare a vivere. Vedrai, il tempo alla Wammy’s House passerà in fretta.»
Nonostante avesse capito l’intendo benevolo di Vicky, quelle parole non la consolarono affatto. Probabilmente niente al mondo, in quel momento, sarebbe riuscita a tirarla su di morale se non la cioccolata che era solito regalarle suo nonno, per ricordarle quanto per lui fosse speciale.
Quel sole pallido e malato non la scaldava abbastanza e nelle parole della sua responsabile non trovava conforto, così infilò le cuffie e scacciò i pensieri con la musica che ascoltava grazie al suo lettore cd. Il viaggio fra le campagne della contea passò rapidamente e finalmente il paesaggio rupestre lasciò il passo a quello urbano di Winchester.
Áine mise in pausa i Radiohead solo quando capì che l’auto stesse rallentando: lo sguardo grigio seguì lo schiudersi di un enorme cancello in ferro battuto, che l’auto attraversò fino ad arrivare a un cortile molto ben curato. Fu l’ultima a scendere dalla macchina, con il lettore cd stretto al petto e lo zaino sulle spalle, infine – passetto passetto – seguì Vicky fino al grande portone di legno scuro, davanti al quale le stava attendendo un uomo. Sembrava burbero, infastidito e facilmente irritabile, ma salutò Vicky con un abbraccio caloroso, rendendo palese che i due si conoscessero da tempo.
Áine ragionò che con ogni probabilità quella giovane donna avesse vissuto lì in passato, ma non disse una sola parola, limitandosi a starsene ferma e muta, in attesa che le venisse detto cosa avrebbe dovuto fare. Una volta entrati all’interno dell’istituto, l’uomo fece loro strada verso il proprio studio. C’era silenzio, probabilmente perché i ragazzi e le ragazze della Wammy’s House erano impegnati a seguire le lezioni.
Una volta dentro l’uomo che si era presentato come Roger, il direttore di quell’istituto, aveva chiesto loro di mettersi comode permettendole di spogliarsi di sciarpe cappelli e cappotti. A quel punto Roger prese a squadrarla con attenzione: quegli occhi coperti dagli occhiali spessi afferrarono i corti capelli rossi e scompigliati, gli occhi grandi e grigi e con una lieve smorfia valutò l’abbigliamento che Áine aveva scelto per coprire il suo corpicino dinoccolato.
«Ma che problema avete voi giovani coi colori? Solo nero, sempre e solo nero!» Si lamentò, prima di chiedere ad Áine di sedersi, concedendole infine un accennato e accogliente sorriso.
Roger cominciò a spiegare che quello in cui si trovava fosse un istituto che accoglieva ragazze e ragazzi plus-dotati, ovvero con un quoziente intellettivo ben superiore alla media e con capacità spiccate in vari ambiti.
«Qui alla Wammy’s House, che prende il nome dal suo fondatore, voi avrete la possibilità di imparare a suonare qualsiasi strumento, dipingere, apprendere sport di ogni genere, ma specialmente vi concentrerete sullo studio delle scienze e della filosofia, che vi aiuteranno a farvi uscire di qui con una formazione di altissimo livello.»
«Ehi, fermo un attimo…» il viso della ragazzina si fece scuro e meditabondo, come se stesse cercando di cogliere il significato intrinseco dietro le parole del direttore dell’istituto: «In che senso plus-dotata? Su che base mi avete portata qui?»
«Ricordi Áine… abbiamo fatto dei test quando ci siamo conosciute. Tuo nonno mi aveva detto che fossi brillante e i test lo hanno confermato, per questo motivo hai il diritto di entrare qui dentro.»
«E di dare il massimo per poter prendere il posto di L.» Proseguì Roger, il quale non aveva dato alcuna possibilità di replica alla nuova arrivata, proseguendo invece a stilarle una lunga lista di regole che Áine avrebbe dovuto rispettare per poter rimanere alla Wammy’s House.
«Dovrai prendere molto seriamente quello che sto per dirti. Regola numero uno: da questo momento il tuo nome, per tutti, sarà Ái. Non ti sarà permesso di rivelare il tuo vero nome a nessuno. È fondamentale che tu capisca quanto sia di vitale importanza tutelare la vostra vera identità, perché in futuro potreste trovarvi nella situazione di non voler fornire nessun tipo di informazione personale a nessuno.»
«Regola numero due: tutte le lezioni vanno seguite con regolarità; la malattia o i permessi speciali sono le uniche eccezioni alla regola, per il resto ogni tipo di infrazione verrà giudicata e punita adeguatamente.»
«Regola numero tre: dovrai rispettare il coprifuoco. Ci sono giorni specifici in cui è permesso ai ragazzi di protrarsi svegli oltre l’orario previsto, ma nella norma ci si deve recare nella propria stanza entro le 10:00 di sera. E regola numero quattro: una volta a settimana si deve effettuare un colloquio di un’ora con uno psicoterapeuta. Come per le lezioni eccezion fatta è la malattia. Ogni infrazione verrà punita.»
Si chiese, la ragazzina, se avrebbe mai ricordato tutte quelle regole che nella sua testa rendevano la Wammy’s House più vicina a un carcere minorile che a un istituto di altissima formazione. Ovviamente si guardò bene dal dirlo, ma quel tanto pensare le fece rischiare di non ascoltare le altre regole.
«Regola numero cinque: non è consentito fumare o consumare alcolici, tantomeno droghe. Se si viene sorpresi a compiere una delle azioni non consentite, ci sarà una punizione.»
«Strano, non me lo sarei mai aspettato.» borbottò la giovane, ma Roger fece finta di non sentire, preferendo invece andare avanti: «Regola numero sei: il rispetto dell’altro è alla base della Wammy’s House. Non tolleriamo il bullismo e ogni sua forma verrà…»
«Punita, scommetto.»
Vicky tentò di trattenere una risata e al contempo sussurrò ad Áine – ormai per tutti Ái – di cercare di essere rispettosa.
«Regola numero sette: quando L intende mettersi in contatto con gli studenti, ogni altra attività verrà sospesa e voi dovrete recarvi in aula magna quanto prima. Infine, regola numero otto: È severamente proibito l’uso di macchine fotografiche, tanto quanto è proibito possedere armi di alcuna natura. Ti sembrerà scontato, ma non sai quante pericolosissime armi abbiamo sequestrato nel corso degli anni. Se si viene trovati in possesso di una di queste due cose, si verrà puniti. Tutto chiaro?»
Confusa e accigliata, Ái agganciò lo sguardo a quello di Roger. Tutte quelle regole non facevano altro che puzzarle di oppressione e questo non le piaceva affatto. Comunque Roger non sembrò fare caso al disappunto che aveva incrinato il viso del nuovo acquisto della Wammy’s House, probabilmente perché aveva già più volte notato quell’espressione sul viso dei ragazzi e delle ragazze che, ben prima di lei, avevano ricevuto quel regolamento al proprio ingresso.
«Ti assicuro che non è così terribile come sembra, a Roger piace spaventare i ragazzi per ritardare il più possibile il momento della ribellione. Far parte della Wammy’s House è un onore, Áine… voglio dire Ái.» Vicky sorrise e allungò una mano per stringere quella di Ái «Ormai lo avrai capito che questa è stata la mia casa per anni.»
«Hai delle domande da farmi?» le chiese Roger, interrompendo così lo scambio di sguardi con Viky. A quel punto la nuova arrivata si schiarì la voce.
«Solo una» Ái tornò a guardare Roger: «Chi sarebbe questo L?»
•
La sua nuova stanza era ampia e soleggiata, sebbene il sole in quella fredda giornata di febbraio non fosse che un pallido ricordo. Divisa in due ambienti, chiunque avrebbe capito subito che fosse già in parte occupata da qualcuno. Sospirò a fondo e sedette sul letto con sconforto, perdendo lo sguardo fra tutti i libri, gli album da disegno, i colori e i vestiti che occupavano lo spazio accanto alla grande finestra presente nella stanza. Aveva sempre avuto difficoltà a fare amicizia perché aveva un pessimo rapporto con la gestione delle proprie emozioni; condividere lo spazio con una sconosciuta, poi, terrorizzava Ái come niente al mondo. Immerse le dita nei corti capelli mossi e schiuse le labbra morbide in un singulto affaticato.
Presto la donna che risulta essere l’unico contatto con il tuo passato ti lascerà sola, a lottare con i mostri che ti ricordano che tuo nonno è morto, che la tua vita ha sterzato brutalmente in un’altra direzione, che sei sola a rimboccarti le maniche e ricominciare.
In un attimo gli occhi si inumidirono e la poca serenità che le era rimasta aggrappata, schizzò via con i singhiozzi del pianto.
Cara, è la fine (2).
Prima di permettere al panico di prendere pieno possesso di lei, la giovane irlandese si sforzò di pensare a suo nonno, sempre così rassicurante nei suoi confronti, capace di spronarla e scuoterla al punto di farle scorgere ciò che di buono c’era in lei. E come per magia riuscì a ricacciare indietro le lacrime con la consapevolezza che, in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto affrontare quell’orribile giornata.
Lasciò tutte le sue cose in quella stanza e con animo più fermo tornò nello studio di Roger, dove trovò anche Vicky che, con il suo permesso, si chinò per abbracciarla.
«Stai bene Ái, fidati se ti dico che qui dentro troverai la tua nuova famiglia, devi solo dare un po’ di fiducia alla Wammy’s House.»
Non che credesse davvero alle parole pronunciate da Vicky, eppure Ái annuì e ricambiò con debolezza l’abbraccio, probabilmente perché era più forte l’esigenza di ritrovare un minimo di positività che non di lasciare che il dolore e lo sconforto la fagocitassero in un sol boccone.
Salutarono Vicky e poi la ragazzina seguì Roger fino a una delle aule, nella quale faticò a fare il proprio ingresso, attanagliata da una timidezza mai provata fino a quel momento.
«Ascoltatemi bene, voglio silenzio assoluto. Ehi, silenzio!»
Le voci dei ragazzi oltre la porta non sembrarono sopirsi nonostante il tono autoritario di Roger; per la prima volta da giorni Ái si lasciò agguantare dall’accenno di un sorriso.
“Forse tutte quelle regole non sono poi così ferree” pensò mentre stropicciava le mani una nell’altra nell’attesa di essere chiamata nell’aula.
«Oggi è arrivata una nuova ragazza, che sono certo accoglierete con gentilezza, non è vero?» dal tono della voce, Roger non sembrava molto sicuro della risposta che avrebbe ricevuto e questo rafforzò il flebile sorriso spuntato sul volto. Quantomeno il direttore era riuscito ad attirare l’attenzione dei ragazzi dato che, a seguito di quell’ultima quanto minacciosa domanda, si erano d’improvviso tutti ammutoliti.
«Entra pure.»
Preso l’ennesimo e ampio respiro, la giovane varcò la soglia dell’aula; non fu necessario guardarsi intorno per sapere di avere tutti gli occhi dei suoi coetanei puntati addosso.
«Vi presento Ái. Siate gentili con lei e ricordatevi il motivo per cui ognuno di voi si trova alla Wammy’s House.»
Solo nel momento in cui sentì la mano di Roger stringerle la spalla e la sua voce augurarle buona fortuna, Ái si decise a far scorrere lo sguardo davanti a sé: presenti in quella stanza vi erano appena una decina di studenti, fra i quali solo tre erano ragazze. Si chiese se la situazione fosse la stessa anche in altre aulee, o se fosse normale questa evidente disparità di genere.
«Benvenuta Ái, io sono il professor Lovegood, insegno fisica, chimica e algebra e purtroppo per te passerai in mia compagnia molto tempo. Molti dei tuoi colleghi ritengono il mio modo di insegnare estremamente noioso.»
Qualche risata soffocata uscì dalla bocca dei suoi nuovi compagni; persino lei si trovò a sorridere nel sentire le parole sarcastiche e autoironiche del professor Lovegood, il quale le chiese la cortesia di andare a prendere posto nel banco libero in penultima fila. Avrebbe superato la sua difficoltà con il contatto fisico per poter baciare quelle sue guance barbute all’istante, visto che l’uomo l’aveva appena liberata dall’imbarazzo di essere al centro dell’attenzione come una bestia al circo; dunque senza farselo ripetere due volte schizzò dove le era stato indicato.
Nel momento in cui Roger si congedò, la lezione riprese e Ái frugò nella borsa che aveva portato con sé per tirare fuori il necessario per prendere appunti. Si impose di non fare caso al tanto bisbigliare che la circondava, fin quando da una voce proveniente dalle sue spalle non arrivò una domanda diretta.
«Che razza di nome è Ái? Spero davvero che te l’abbia assegnato il vecchio.»
Un sibilo fastidioso, ecco come Ái percepì quelle parole.
Si morse il labbro e grattò la nuca con gesto nervoso, ma si obbligò a non rispondere e non voltarsi. Quella voce dal timbro maschile, però, insistette nel voler attirare la sua attenzione.
«Ehi, non ti hanno insegnato l’educazione?»
Fu automatico per Ái pensare che fortunatamente per lui gliel’avevano insegnata eccome, altrimenti non si sarebbe risparmiata nell’insultarlo con ogni parola colorita di sua conoscenza. Inclinò il capo di lato quanto necessario per spiare un viso incorniciato da un folto caschetto color del grano, con una frangia tagliata para, lunga abbastanza da sfiorare un paio di occhi chiari e algidi come laghi glaciali. Un ragazzino che suppergiù doveva avere la sua stessa età e che dondolava sulla propria sedia, mentre non smetteva di fissarla con inquietante insistenza.
«Dai…è appena arrivata, non darle subito il tormento.»
Spostò nell’immediato l’attenzione sul ragazzino seduto al fianco del biondino, con la voglia di vedere in faccia l’angelo che l’aveva appena supportata e a lui accennò un sorriso ricco di riconoscenza, prima di girarsi di nuovo e puntare lo sguardo sul quaderno ancora intonso.
«Oh…andiamo Matt, volevo solo fare un po’ di conversazione con la nuova arrivata.»
«Ed ecco a chi mi stavo riferendo prima. Se ritieni noiosa la mia lezione puoi anche uscire, Mello. Non sarò di certo io a rimpiangere la tua assenza.»
Un altro coro di risate accompagnò la battuta del professor Lovegood; lo stesso Mello allargò il sorriso scoprendo una fila di denti bianchi.
« In realtà sì professore, mi annoia terribilmente la lezione di oggi, il programma è per ritardati (3), e nessuno di noi teoricamente lo è.»
Nel sentire la provocazione dello studente l’insegnante, senza mostrarsi in alcun modo stizzito dal suo comportamento, si limitò a indicargli la porta. Ái sentì il fastidioso suono della sedia grattare il pavimento e sbirciò con attenzione il ragazzino avviarsi verso l’uscita dell’aula.
Prima di uscire però le lanciò un’occhiata gelida, in pieno contrasto con l’ampio sorriso che illuminava il viso pallido.
Raramente si era sentita così tanto in imbarazzo solo a causa di un’occhiata; a dirla tutta, forse, nessun paio d’occhi l’aveva messa in soggezione come quelli di quel ragazzino di nome Mello. Così Ái tornò a fissare il proprio quaderno ancora intonso, decisa a non rialzare lo sguardo fin quando non avesse sentito la porta dell’aula richiudersi e il professor Lovegood riprendere la lezione.
Non era stato di certo quello che si può definire un caloroso benvenuto alla Wammy’s House, per Áine O’neill.
(1) “E allora ci diamo un bacio prima di farci male” è la frase di “Ci diamo un bacio” canzone di Di Martino. Credo dovrete abituarvi alla continua presenza di musica in questa storia.
(2) “Cara è la fine” è il titolo di una canzone dei Marlene Kuntz.
(3) Un commento decisamente abilista da parte di Mello. Non che io lo appoggi, sia ben chiaro; penso solo che sia in linea con il personaggio, specialmente con la sua fase di crescita ancora alquanto immatura.
Care lettrici e cari lettori, sono davvero felice di essere qui. Alcuni di voi seguivano la vecchia versione di questa storia, che purtroppo si è sviluppata a singhiozzi nel corso degli anni e che – oltre a presentare alcune e serie problematiche strutturali – è andata incontro a intoppi di varia natura. Ora, io di tempo per scrivere ormai ne ho davvero pochissimo, ma non sopportavo l’idea che questa storia, a cui tengo tantissimo e che si è fatta spazio nella mia testa senza alcuna voglia di andarsene, potesse rimanere incompleta. Ebbene mi sono fatta coraggio e ho deciso di riscriverla da capo, visto che specialmente i primi capitoli mi trovano profondamente insoddisfatta.
Dunque, per chi già seguiva la vecchia versione, non stupitevi nel ricordare più di un passaggio, in quanto il canovaccio di base sarà sempre lo stesso; essenzialmente aggiungerò delle parti e pulirò la scrittura che nel corso degli anni ha subíto profondi cambiamenti.
Questa sarà una storia travagliata, che tratterà un legame tripolare decisamente atipico. Spero di riuscire a trasmettervi tutto l’amore che io provo per questi tre ragazzi.
I più attenti di voi avranno notato che questo prologo presenta due salti temporali: preparatevi perché sarà così per tutto il corso della storia, ragion per cui tenete bene a mente le date perché io sono prontissima a farvi venire dei gran mal di testa :) .
Infine, un ultimo piccolo appunto: a un certo punto ci sarà una connessione con la mia primissima fanfiction “Come arance nel deserto”, in quanto questa storia è sostanzialmente un sequel della precedente. Non sarà necessario recuperarne la lettura, quando sarà il momento vi fornirò spiegazioni alla fine dei capitoli interessati.
Per il momento taccio, credo di avervi trattenuti e trattenute abbastanza.
Non mi resta che dare il benvenut* ai nuovi lettori e lettrici e – se ancora siete sintonizzati su questi schermi – bentornat* a chi si affaccia per la prima volta. Spero di essere per voi una gradevole compagnia.
Bri


