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Autore: mystery_koopa    22/09/2025    5 recensioni
[Sansa!Centric] [Post-S8]
Sulle note di "Back to December", Sansa Stark ripercorre il proprio passato, tra incubi e ricordi, in una lettera d'amore a Grande Inverno.
Genere: Angst, Introspettivo, Song-fic | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Sansa Stark
Note: Missing Moments | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Ritorni d’Inverno
 
*
 
“These days, I haven't been sleeping
Stayin' up playin' back myself leaving”
 
Le notti di primavera sono ancora fredde, nel Nord: anche dopo la caduta della Barriera, la fine della Lunga Notte, la morte definitiva di tutti quegli occhi di ghiaccio che a lungo hanno tormentato i miei sogni. Ma questa è una terra dura, inospitale per chi non c’è cresciuto, anche senza una minaccia soprannaturale ad alterarne il clima – e se il pallido sole del giorno lascia rinascere la speranza, insieme ai fiori e ai primi germogli nei campi coltivati, dopo il tramonto non si può far altro che avvolgersi in una pelliccia di fianco al focolare, quando non si riesce a dormire.
 
E sono ormai giorni che continuo a svegliarmi a notte fonda, sempre a seguito dello stesso incubo. Salgo in carrozza: siamo io, mio padre e Arya, mentre il resto della famiglia ci saluta al di fuori del finestrino. Scosto la tendina per vederli meglio, e il sorriso che sembrava intravedersi si tramuta in un’espressione di dolore, negli occhi muti di mia madre – e i miei fratelli sono riversi a terra, Bran incapace di muoversi, Rickon con una freccia conficcata nel cuore, Robb con la testa sostituita da quella del suo metalupo, il corpo dissanguato. E di nuovo mia madre che prova a gridare, ma senza riuscire a produrre alcun suono.
Mi giro verso l’interno in cerca di conforto e la testa di mio padre si stacca di netto dal collo, rotolando giù dalla portiera aperta sull’altro lato del veicolo, e il volto di Arya è irriconoscibile, e continua a cambiare, come in un carosello continuo di maschere.
Allora scendo, e il prato si trasforma in fango, e poi in sangue, e inghiotte tutti, anche chi prova a soccorrere mia madre, l’ultima a restare in piedi, oltre a me.
Lady e Vento Grigio, Maestro Luwin, la mia più cara amica Jeyne, l’anziana serva scuoiata viva, Hodor e la vecchia Nan, Theon e i suoi occhi spenti: anche loro inghiottiti dal sangue, sepolti dalla terra umida, che riempie anche la bocca di Catelyn, soffocando la sua supplica per la salvezza dei figli.
Intorno a me non rimane più nulla, nemmeno la carrozza, solo questa distesa sporca, che ha inghiottito tutto, e ora risale lungo le mura di pietra del Castello, verso la finestra della mia stanza.
 
E in quel momento mi sveglio, ogni volta. E questi pensieri continuano a turbinarmi in testa e neanche il peso della rinata corona del Nord riesce a mandarli via, quando la indosso al mattino, subito prima di recarmi nella Sala Grande per ricevere le udienze del giorno.
 
Guardandomi allo specchio rivedo gli occhi di mia madre e la sicurezza di mio padre. Quando sorrido, sempre meno, è come se tramite me continuasse a propagarsi la loro gioia più grande, come nel giorno della nascita di Bran, che ricordo come fosse ieri.
Ultimamente, sempre più spesso, nel mio sguardo duro vedo solo il dolore più nero, quello di quando mio fratello cadde dalla torre.
 
“When your birthday passed, and I didn’t call”
 
I giorni passano estremamente lenti, a volte, soprattutto quando giungono i compleanni delle persone che ho perso, e mi trovo a contare con le dita quanti anni avrebbero avuto, i miei genitori, i miei fratelli e tutti gli altri, se solo fossero stati qui al mio fianco, senza trovare il coraggio di pronunciare tali numeri ad alta voce.
 
Ho inviato un corvo ad Approdo del Re, per il compleanno di Bran. Anche se so che non si tratta davvero di lui, ma che c’è qualcun altro all’interno del suo corpo, che governa i Sei Regni e leggerà la mia lettera, qualcuno che ne ha conservato i ricordi ma non l’anima.
Al compleanno di Arya, invece, la lettera l’ho scritta senza inviarla, conservandola in un cassetto, in assenza di destinazioni conosciute. Ho immaginato l’odore acre del Mare del Tramonto mischiarsi a quello della carta e dell’inchiostro; ho immaginato il suo ritorno, dopo aver esplorato luoghi in cui nessun uomo si è mai spinto.
 
E infine è giunto anche il compleanno di Jon, quel bastardo che in realtà non lo è mai stato – cugino di sangue, fratello nell’anima – e mi sono sentita in colpa, perché il suo volto è l’unico a non comparire mai, nei miei sogni, nostalgici o catastrofici essi siano. Mi piace immaginarlo libero, oltre quel confine che una volta pareva invalicabile, Re tra pari del suo nuovo popolo, invece che Re Targaryen tra le macerie al fianco di Daenerys.
Non gli ho scritto, né ho mai ricevuto sue notizie dirette, dal giorno in cui è partito per l’ultima volta da qui, senza voltarsi indietro. Forse non voglio rompere questa mia infantile illusione, che sia felice, finalmente, nonostante l’esilio a cui io stessa, tra gli altri, l’ho forzato. Forse temo un suo ritorno qui più di qualsiasi altra cosa, ora che non avrei più parole da dedicargli, né scuse, né rimpianti. Solo nostalgia, solo ricordi di un passato morto al calare dell’ultimo inverno.
 
Sono sempre stata la più vicina a mia madre, tra gli eredi Stark: nel modo di esprimersi, nelle azioni, nei pensieri, nei crudeli giudizi su di lui.
Ma la stretta delle sue braccia quando l’ho raggiunto al Castello Nero non l’ho mai dimenticata.
 
“Then I think about summer, all the beautiful times
I watched you laughin' from the passenger's side”
 
E ripenso all’estate, a quei ricordi che ho appena definito morti, ma che sono vivi più che mai nella mia mente, tra le pagine dei miei diari e delle mie lettere, nelle sacre sculture della cripta di famiglia e nelle facce silenziose degli Alberi-Diga, tramite cui chi ho perso continua a guardarmi, per concessione degli Antichi Dei.
A quella carrozza nei miei sogni, di cui sono eterna passeggera, a volte anche ora che, nel momento in cui apro gli occhi, mi ritrovo ad essere alla guida di questa Casa, in questa casa.
 
Da bambina non sognavo altro che andarmene da Grande Inverno. Sognavo la capitale, il matrimonio, le corti raffinate dei romanzi, mentre leggevo alla finestra o tessevo con mia madre, e vedevo Arya distrarsi, usando i ferri da maglia come spade contro ombre immaginarie.
Senza sapere che quelli sarebbero stati i giorni migliori della mia vita: gli unici che fino ad oggi ho trascorso senza temere che davvero un’ombra uscisse dai muri per uccidere me – bambina innocente che ha provato in ogni modo a non crescere, anche dopo aver visto la testa di suo padre su una picca, dopo esser stata spogliata in pubblico da quel promesso sposo su cui tanto aveva fantasticato, per poi sposarne lo zio e vederlo soffocare tra atroci dolori.
Ogni insulto di Cersei, ogni schiaffo di Joffrey, ogni parola di conforto di Tyrion, ogni carezza di Shae. Ogni lacrima versata – così tante, una dopo l’altra, a secchiate, nel vano tentativo di affogare la mia solitudine tra i singhiozzi.
Tutto ciò che ho subito allora è diventato parte di me, e mi ha costretta a crescere, un pianto alla volta, a giocare alla stessa scacchiera a cui erano seduti gli altri, per sopravvivere ad Approdo del Re.
 
Quando Lord Baelish mi ha portata via, rivedendo nei miei occhi quelli di mia madre, ho sperato che il peggio fosse alle spalle, che questa casa mi avrebbe riaccolta a braccia aperte – e solo oggi mi rendo conto di come il non crollare di quell’assurda speranza fosse il vero simbolo della mia crescita incompleta, l’unica reliquia dei tempi verdi a Grande Inverno che non ero ancora riuscita a lasciar andare.

“And realized I loved you in the fall”
 
Ero ancora una passeggera, anche se più consapevole del dolore, rispetto a prima: era solo cambiato il conducente della carrozza, o meglio, della nave. E mi portò a Nido dell’Aquila.
E ancora inutilmente sperai, illudendomi, di aver trovato la mia nuova casa, il mio nuovo promesso sposo nel piccolo Robyn, per quanto fragile e instabile egli fosse; di poter tornare ad essere figlia, tra le braccia materne di mia Zia Lysa.
 
E invece capii lì, che il mio posto del cuore fosse Grande Inverno, ormai caduta in mano al traditore Roose Bolton. Che il luogo che tanto avevo sognato di lasciare sarebbe stato l’unico a potermi ridare un po’ di pace, a potermi permettere di ricostruire la famiglia che avevo perso, e stavo continuando a perdere, un funerale dopo l’altro.
Un giorno lo ricostruii in miniatura, una scultura di neve, con le sue mura e le sue torri. E Robyn lo distrusse per capriccio, e io lo colpii con uno schiaffo, e sua madre iniziò a strepitare, identica al moccioso innaturalmente attaccato al suo seno.
 
La Valle di Arryn mi ha sempre ricordato il Nord, nella sua inospitalità, nella sua durezza verso gli stranieri, tanto da aver spinto i suoi regnanti a creare una Porta del Cielo, per spingerli a libero piacimento verso l’Inferno.
Al mio arrivo, l’autunno era ormai inoltrato, nella sua alternanza tra fredde nebbie, foglie dorate e candore delle prime nevi. Mi gela ancora il sangue al pensiero della presa folle di Zia Lysa sul mio polso, mentre mi accusa di aver sedotto suo marito, mentre sento il vento proveniente dall’apertura nel pavimento scompigliarmi i capelli, a mano a mano che lei mi avvicina a quel vuoto senza fondo – e poi il suo urlo disumano, mentre precipita e Petyr la guarda deluso, il nome di mia madre a incorniciargli le labbra in un sorriso malato.
 
Quando lasciai anche quel posto, l’inverno era ormai nel pieno delle sue forze. E per l’ultima volta credetti a Petyr, quando mi disse che, soltanto per amore mio e di mia madre, aveva trovato un modo per riportarmi a casa.
 
“And then the cold came, the dark days when fear crept into my mind”
 
Mi aveva venduta. In nome del suo unico amore, il potere: quello di rompere l’alleanza tra Bolton e Lannister, di governare la Valle come unico reggente, a tempo indeterminato, di controllare tutto ciò che gli restava di mia madre, nient’altro all’infuori di me.
Il mio ritorno a casa non fu certo come l’avevo sognato. Maestro Luwin, Jeyne, Hodor… tutte le facce conosciute erano scomparse, e le poche rimaste si erano tramutate in fantasmi, costretti a fingere di non vedere il mio sguardo infranto.
Nessuno sembrava sentire i miei pianti, ogni volta che il mio nuovo marito entrava o usciva da quella che era stata la stanza dei miei genitori, e presto quei singhiozzi si tramutarono in orgogliosi silenzi, come ultimo, disperato, tentativo di non farmi sfuggire dalle labbra anche l’ultimo soffio di dignità.
Gli occhi vacui di Theon furono l’ultima cosa che vidi, prima che Ramsay mi rubasse l’ultimo velo d’innocenza, e seppero ferirmi più del suo tradimento. Ma il modo in cui l’ho stretto morente tra le mie braccia, appuntandogli la spilla degli Stark al petto, non lo potrò mai dimenticare.
 
Non avevo paura di morire – sapevo che Ramsay aveva bisogno di me, per mantenere il controllo sul Nord – ma avevo paura di vivere, vedendo quelle mura che mi avevano protetta dagli incubi della mia infanzia tramutarsi in prigioni nere, diventare testimoni di violenze che mai avrei pensato di dover subire, nemmeno nei peggiori giorni al fianco di Joffrey.
 
Finché mentre lui si beava della morte di Stannis Baratheon, Myranda non è precipitata dalle mura, spezzandosi il collo, e le sue minacce si sono congelate nel vento. Le ho dato più dolore di quanto le sue mani ne abbiano mai dato a me. E gettandomi nella neve fresca sono rinata, e Theon con me.
Fuggendo ho riconquistato me stessa, prima ancora di riprendere casa mia.
 
Non è servito molto tempo affinché i suoi stessi mastini, a cui avrebbe voluto lasciare i corpi dei miei fratelli, sbranassero via l’ultimo spiraglio di vita di Bolton, senza che lo degnassi nemmeno di uno sguardo d’addio, mentre la paura della morte che mai mi aveva sfiorata, a Grande Inverno, s’impossessava delle sue ultime parole.
Ma ancora una volta non ero io alla guida, e a salvarmi era stato lo stesso uomo che aveva firmato la mia condanna.
 
“You gave me all your love, and all I gave you was goodbye”
 
Ti amo, Sansa, come ho amato tua madre.
Eppure ci hai tradite entrambe. Ti ringrazio per le tue lezioni, Lord Baelish, non le dimenticherò mai: negli incubi che mi tengono sveglia la notte, nelle mie decisioni da Regina, mentre siedo su quel trono che tanto avresti desiderato condividere con una marionetta, quale credevi io fossi. Sognavi noi due al comando del Nord, dei Sette Regni interi, e ora sei tornato in quel fango a cui appartieni, e non compari nemmeno nei miei incubi, con la tua anima sporca.
 
*
 
Anche dopo la morte dell’inverno, la notte continua a portarmi gli stessi sogni, il sangue il fango il vento gelido. Ma al mattino non sono più una passeggera, e anche se il peso della corona non riesce ad allontanare ogni pensiero, la mia carrozza procede, segnata dalle avversità, ma senza mai fermarsi.
E so che, nonostante non abbia nessuno al mio fianco, non sono sola su quel trono.
Non mi hanno dato abbastanza consigli, mio padre e mia madre, non ne hanno avuto il tempo, e ho dovuto imparare da sola a sopravvivere, attraverso le stagioni. In fondo, però, i loro occhi di pietra nella cripta di famiglia mi parlano, mi guidano, anche se sono io adesso a tenerne in mano le redini.
Ricevo i lord in difficoltà dopo l’inverno appena trascorso, gli emissari provenienti dal Sud, i maestri e le loro lettere, qualche vaga voce dall’estremo Nord, con cui Jon ancora mi parla di sé nonostante tutte quelle lettere mai scritte, mai spedite, mai ricevute.
 
Non sono più un uccelletto spaurito, ma non ho smesso di volare – e anche Sandor Clegane se n’è accorto, in quell’ultimo istante, prima di lasciarsi tutto alle spalle per combattere contro il proprio demone. Anche io ho sconfitto i miei, senza andarmene, ma restando. Tornando.
Perché sì, solo tornando a Grande Inverno ho capito ciò che sono.



 
*



SPAZIO AUTORE:
Questa storia partecipa alla challenge "Il Mercato delle FF" indetta da Rya_2 sul Forum Ferisce la Penna. L'idea originale era di scrivere una flashfic, ma è andata così XD
Ho amato la crescita di Sansa nell'arco della serie, anche perché è uno dei pochi personaggi, secondo me, a non essere stato trattato con troppa fretta nelle stagioni conclusive.
È la prima volta che scrivo di lei, spero di essere riuscito a prenderla nel modo giusto.
Ho utilizzato due prompt:
- P2 di Pampa309: “Then I think about summer, all the beautiful times / I watched you laughin' from the passenger's side / And realized I loved you in the fall” (Back to December, Taylor Swift), che ho espanso includendo l'intero secondo verso della canzone.
- P2 di Mari Lace : "La solitudine, invece, anche a innaffiarla con interi secchi di lacrime, non c’è verso di estinguerla" (da Rutka, La bambina segreta).
La storia è inoltre candidata agli Oscar della Penna 2026 nella categoria "Miglior colonna sonora".
Grazie a chiunque abbia dedicato qualche minuto alla lettura, a presto! 💜

mys.


 
  
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