Storie originali > Epico
Segui la storia  |       
Autore: Puffardella    29/09/2025    2 recensioni
Terzo e ultimo libro della saga "Il Re della Terra dei Fiordi", seguito de "Il Principe del Nord" e "L'Orso e la Lupa"
Dopo la morte dell’Orso e la sconfitta nella guerra contro Roma, il destino delle Terre del Nord è nelle mani di suo figlio Kaleva, cresciuto e addestrato come Berserkr nelle terre norrene. Adrian, suo fratellastro, lo raggiunge per pianificare la vendetta contro Roma. Ma la strada è incerta: per riunire un esercito, Kaleva dovrà prima riconquistare il suo legittimo regno.
Tra lotte di potere, antiche alleanze e conflitti imminenti, l’ultimo atto di una saga epica si apre sull’orlo di uno scontro decisivo, che determinerà il destino di popoli e regni.
Genere: Fantasy, Guerra, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A


Nota dell’autrice
Siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio, e il mio primo pensiero è un grazie.
Grazie a chi ha seguito la storia passo dopo passo, a chi ha trovato il tempo di lasciare un commento, un incoraggiamento, un suggerimento. Grazie a chi ha sostenuto questa avventura in qualsiasi modo, piccolo o grande che fosse.
Un ringraziamento speciale va anche a chi si è accostato in silenzio, leggendo senza lasciare traccia: il semplice fatto che abbiate scelto di arrivare fino in fondo mi commuove e mi gratifica profondamente.
Sapere che queste pagine vi hanno fatto compagnia, anche solo per un momento, è per me il dono più prezioso.
Con gratitudine e affetto,

Puffardella.


SEI ANNI DOPO
 
KALEVA
Kaleva attraversava al galoppo la strada sterrata che tagliava in due la valle, per buona parte coltivata a grano.
I primi germogli avevano da poco iniziato a sbucare dal terreno e regalavano alla vallata tinte di un verde brillante, in contrasto con quello più cupo del lago e dei boschi intorno.
L’aria della mattina era frizzante e l’atmosfera gioiosa.
In sella davanti a lui, la piccola Astrid rideva felice, il visino sollevato e gli occhi chiusi. Nonostante avesse solo tre anni, era già una temeraria. Niente sembrava spaventarla, nemmeno cavalcare su una puledra esuberante come quella.
Rantgar attendeva pazientemente il suo turno all’entrata del villaggio, insieme alla balia.
«Andiamo da tuo cugino, Astrid. Ora è il suo turno» le annunciò Kaleva.
La piccola tentò una debole protesta ma, per amore del cugino, si lasciò subito convincere.
Quando lo ebbero raggiunto, Kaleva balzò giù dal cavallo, prese la figlia con una mano, la sollevò sopra la testa e chiese al nipote, che lo guardava divertito coi suoi grandi occhi nocciola: «Ehi, Rantgar, hai visto quella peste di tua cugina? Era qui poco fa. Secondo me se l’è mangiata il cavallo.»
«Non mi ha mangiato il cavallo, padre. Sono qui» rise forte la bambina.
«Per la barba di Odino, sento la sua voce ma non la vedo…» continuò a scherzare Kaleva facendo l’occhiolino a Rantgar, che ridacchiava tenendosi la pancia con tutte e due le mani.
Dopo aver giocato con la figlia ancora un po’, la depositò a terra e le diede un bacio sui capelli biondi. L’affidò alla balia, poi arruffò la zazzera al nipote.
«Sei pronto, Rantgar? Oggi cavalcherai da solo. Sei grande, ormai» gli annunciò.
Rantgar non rispose. Il piccolo se ne stava immobile a guardare concentrato in direzione del bosco. A un certo punto, indicò un punto imprecisato tra gli alberi e gridò, con gli occhi sgranati: «Kayden!»
Kaleva si voltò a controllare, sorpreso che i corni non avessero annunciato l’arrivo di qualcuno. E, infatti, non vide nessuno. Ma poi, dopo una manciata di secondi, un cavaliere sbucò in effetti dalla selva.
«Che mi venga un colpo!» esclamò stupito quando riconobbe il druido britannico, esattamente come aveva dichiarato il nipote.
I corni suonarono in quel momento.
 


Seduto nella Sala dei Banchetti, Kaleva osservava il druido con un largo sorriso sulle labbra. Le sue visite gli facevano sempre un enorme piacere. Anche al piccolo Rantgar, che di norma gli ronzava intorno come le api sui fiori. Esattamente come in quel momento.
«Avanti, Rantgar, raggiungi tua madre» lo esortò Kaleva dopo un po’, vedendo che non ne voleva sapere di accomiatarsi. Il piccolo sbuffò dispiaciuto ma, alla fine, ubbidì. Salutò Kayden e si decise a raggiungere la balia, che si era fermata ad attenderlo sulla porta con Astrid in braccio.
«Continui a chiamarlo Rantgar, anche se il nome che sua madre ha scelto per lui è un altro» disse Kayden una volta rimasti soli.
Kaleva fece spallucce. «Mi rifiuto di chiamare mio nipote con un nome romano» asserì.
«Però è quello che è» ribatté Kayden.
Kaleva si mordicchiò un labbro, indeciso se replicare o meno. Kyla gli aveva giurato che il padre del piccolo fosse un uomo dall’animo nobile. Nobile o meno rimaneva un romano e, pertanto, un acerrimo nemico del popolo germanico. Era già abbastanza difficile dover convivere con la consapevolezza che nelle vene di suo nipote scorresse sangue romano. Chiamarlo Fabio, come si ostinava a fare sua sorella, non avrebbe fatto altro che metterlo continuamente di fronte a quella dura realtà.
Decise di non voler affrontare quell’argomento con il Britanno, perciò cambiò discorso.
«A proposito di Kyla, mia sorella nutre nei tuoi riguardi una diffidenza viscerale. Dice che metti nella testa del piccolo strane idee…»
«Non metto niente nella testa di Rantgar che non sia già radicato in lui. Tutto ciò che faccio è tiraglielo fuori.»
«Beh, smettila di farlo, Kayden. Sai già che non ti permetterò di fare di lui un druido.»
«Anche se è quello che vuole?»
«È solo un bambino, che ne sa lui che cosa vuole...»
«Lui lo sa, puoi starne certo» ribadì con fermezza il druido.
Kaleva sbuffò spazientito. Si tirò in piedi, afferrò la brocca di birra appoggiata sul tavolo e riempì una coppa. A un certo punto sospirò a fondo, si puntellò con le mani sul piano del tavolo, chinò la testa e disse, in tono amaro: «Gli dèi mi puniscono per qualche motivo, Kayden. Mia moglie mi ha dato tre figlie, tutte femmine. Solo Astrid è ancora viva. Hildr è di nuovo incinta, ma a questo punto non mi importa che sia un maschio, voglio solo che il piccolo sopravviva.»
Si interruppe un attimo, sollevò nuovamente lo sguardo sul Britanno e proseguì: «Eppure, anche se al momento questa è la cosa che mi preoccupa maggiormente, non posso non pormi la questione, Kayden: se non dovessi avere un figlio maschio sarà Rantgar il mio successore. Pertanto, amico mio, ti prego di smetterla di incoraggiare il ragazzino a diventare ciò che, con ogni probabilità, non è destinato a essere.»
Rimase fermo a osservarlo a lungo, nella speranza che il druido replicasse qualcosa, magari una delle sue infallibili predizioni, ma quello rimase in un ostinato silenzio, che Kaleva interpretò negativamente. Se il druido non aveva niente da dire, probabilmente aveva visto qualcosa che preferiva tacergli per non ferirlo.
Cercò di non starci troppo a rimuginare sopra. Prese nuovamente posto di fronte al suo ospite e, tenendo i gomiti appoggiati sulle cosce e il boccale di birra tra le mani, gli chiese: «A proposito di eredi: come sta Emric?»
«Cresce sano e forte. Fionn va spesso a trovarlo e questo gli fa bene: rinforza il legame che ha con le sue radici. Ma continua a essere profondamente arrabbiato col padre.»
«E fa bene!» esclamò risentito Kaleva, battendo un pugno sul tavolo. «Non è l’unico ad essere arrabbiato con tuo fratello, Kayden. Sono passati sei anni dal giorno in cui ci siamo salutati. Mi aveva promesso che si sarebbe fatto vivo prima o poi, ma non è mai accaduto. Non si è mai degnato, nemmeno una volta, nemmeno il giorno delle mie nozze, di venire a trovarmi. Lo credevo un uomo di parola, un uomo per cui l’amicizia significasse qualcosa. A quanto pare mi sbagliavo» concluse, per poi tracannare la birra in un unico, lungo sorso.
Kayden si limitò ancora una volta a fissarlo in un silenzio snervante e Kaleva iniziò a credere che il druido avesse perso le sue capacità mistiche.
Decise che stavolta sarebbe andato in fondo alla cosa. Posò la coppa sul tavolo, fece un profondo respiro per calmare la rabbia e continuò: «So che sta bene, dal momento che la gente continua a parlare di lui e delle sue imprese. I nuovi padroni di Roma continuano a bisticciarsi e a farsi guerra per quel maledetto impero, che Thor li fulmini, e in una situazione del genere tuo fratello, a quanto sembra, ci sguazza a meraviglia. Il fatto di sapere che stia bene dovrebbe rallegrarmi, e in effetti è così. Mi chiedo solo se lo rivedrò mai più...»
Si grattò la testa e poi, gettandosi all’indietro sullo schienale della sedia e allargando le braccia in un gesto di resa, aggiunse: «Non era una semplice constatazione, Kayden: ho bisogno che tu mi dica se rivedrò mai più mio fratello.»
«Non lo so, Kaleva» rispose il druido, con sorprendente onestà.
«Non lo sai?» gli fece eco, inebetito. Trovava impensabile credere che Kayden, il druido più potente che fosse mai esistito sulla terra, lo stesso che aveva contribuito a sconfiggere Roma con le sue portentose visioni, non riuscisse a vedere una cosa relativamente semplice come quella.
«Anni fa feci una promessa a mio fratello che intendo mantenere: che non avrei mai più usato i miei poteri per avere sue notizie» gli spiegò infine il druido.
«Beh» sospirò Kaleva «uno dei due, per lo meno, sa mantenere fede alle promesse.»
«Posso solo dirti che intendo mettermi in viaggio per andare a cercarlo. Emric ha bisogno di lui ed è giusto che lo sappia» lo informò Kayden a quel punto.
Kaleva si sentì rinfrancato da quella notizia. Annuì con decisione.
«È una buona notizia, Kayden. Davvero una buona notizia. Cercalo, e quando lo avrai trovato digli questo da parte mia: il sangue non è acqua. Forse per un Romano ma non per un Caledone, come me e lui. Digli che non smetterò mai di aspettarlo. Mai.»
Kayden si alzò in piedi, annuì brevemente e rispose: «Lo farò, gli porterò il tuo messaggio.»
Kaleva accompagnò il suo ospite alla porta, ma prima di congedarsi del tutto, Kayden lo fissò con uno sguardo profondo, affilato come la lama di un pugnale.
«Chiedi a tuo nipote il sesso del bimbo che sta per nascerti. Lui lo sa.»
Kaleva scosse la testa, irritato da quell’affermazione. Stava per ribadirgli di smetterla di infilare nella testa del nipote strane idee o, peggio, di mettergliele in bocca, ma il druido lo anticipò: «Non sono stato io a farglielo sapere, è stato lui a rivelarlo a me. Lo ha fatto apparendomi in sogno. Ed è questo il motivo per cui oggi sono venuto a trovarti, per averne l’assoluta conferma. Vuoi sapere se tuo figlio nascerà vivo, se starà bene, se sarà un maschio? Chiedilo a lui.»
 
MESI DOPO
 
ADRIAN
La sala sul retro della taverna era, come sempre, affollatissima. Adrian stava agitando i dadi dentro la turricola. Ci stava mettendo più del necessario, allo scopo di innervosire il suo avversario e, in generale, la gente che stava intorno a loro.
Stava perdendo, ma non era un problema. Non giocava mai per i soldi, ma per la scazzottata che di solito riusciva a scatenare dopo ogni partita. Così, per fomentare gli animi, mentre agitava i dadi nel cilindro di legno insultava tutti i presenti, accusandoli di avergli portato sfortuna.
Poi si accanì contro il suo avversario. Mentre gli offendeva la madre e tutte le sorelle, l’ombra di una figura singolare passò di fianco al suo tavolo. Da buon soldato qual era, abituato a cogliere ogni minimo particolare anche in mezzo al finimondo, Adrian riuscì a intravedere l’uomo tra la masnada urlante di gente. Aveva barba e capelli insolitamente lunghi e si muoveva con un’andatura rozza, simile a quella di un orso ferito: con le spalle curve e il passo pesante.
Adrian sentì le viscere rivoltarsi quando realizzò chi fosse.
Kayden andò a sistemarsi in un angolo buio della sala, forse in attesa che finisse di giocare.
Adrian smise di fare chiasso e imprecò a denti stretti. Tutta l’euforia provata solo un istante prima era svanita, sostituita ora da un cieco sentimento di rabbia.
Desideroso ormai solo di concludere in fretta quella partita per affrontare il fratello, sbatté il cilindro sul tavolo, scoprì i dadi e, senza nemmeno controllarli, dichiarò al suo avversario che poteva ritenersi vincitore.
Quello rise sguaiatamente e iniziò a raccogliere tutte le monete della puntata sul tavolo, mentre la folla intorno a loro urlava, chi esultando per aver vinto le scommesse contro di lui, chi infuriato per averle perse. Uno di questi ultimi gli sbarrò la strada e, con fare minaccioso, gli disse che aveva perso tutto a causa sua.
«Se non ti piace perdere, allora non scommettere» lo ammonì con tono glaciale Adrian. Cercò di scansarlo, ma quello non glielo permise. Gli ostruì il passaggio e lo colpì sul mento con un pugno. Gli uomini di Adrian si mossero tempestivamente in sua difesa. Lui, però, li richiamò all’ordine. Sputò un grumo di sangue ai piedi del suo aggressore e, massaggiandosi la mascella, gli disse, con voce bassa e torva: «Non voglio rogne, coglione. Non oggi. Perciò togliti dai piedi.»
Quello guardò prima lui, poi gli uomini che si erano sistemati alle sue spalle, infine decise saggiamente che era meglio ritirarsi.
Adrian fece un cenno con la testa ai suoi uomini e quelli si incamminarono verso la porta. Mentre anche il resto degli astanti scemava lentamente verso l’uscita, raggiunse il fratello, sedette di fronte a lui e lo guardò in cagnesco.
Non era molto cambiato negli ultimi sei anni. Era rimasto lo stesso sporco e cencioso druido che ricordava.
«Avevamo un accordo, tu ed io» esordì duramente.
«Non ho usato i miei poteri per sapere dove ti trovavi. La tua fama ti precede ovunque, Adrian.»
«L’accordo prevedeva che tu ed io non ci incontrassimo più, druido. Ti credevo morto. Non era quello che volevi?»
Kayden non rispose e Adrian scosse la testa, stizzito e rassegnato.
«Che cosa vuoi?» gli chiese.
«Ti porto un messaggio da parte di Kaleva. Vuole sapere quando suo fratello si degnerà di andare a trovarlo.»
«Fratellastro, non fratello. E per giunta solo da parte di madre...» contestò Adrian in tono sprezzante, ma poi si vergognò delle sue stesse parole, abbassò la testa scuotendola e chiese, in tono più condiscendente: «Lui come sta? Ho sentito dire che alla fine l’ha sposata, la sua principessa. Ha due o tre figlie femmine, se non sbaglio…»
Era stato Willigis a dirglielo. Andava a trovare il vecchio bastardo del suo ex capo in Cipro, dove aveva scelto di stabilirsi, ogni volta che poteva. Lui e Lidia, che ogni volta che lo vedeva si commuoveva fino alle lacrime per la sua somiglianza con il nipote, sembravano finalmente aver trovato la serenità che avevano cercato per tutta la vita.
Non si fermava mai troppo da loro, giusto il tempo di necessario a raccogliere notizie dalla Grande Isola.
«Ha una figlia femmina» precisò Kayden. «La primogenita è morta dopo pochi mesi di vita. Si è spenta nel sonno. L’ultima è nata morta prima del termine.»
«Mi dispiace…» sospirò sinceramente contrito Adrian.
«La regina è di nuovo incinta e stavolta darà alla luce un figlio maschio» aggiunse Kayden.
Adrian iniziò a tamburellare nervosamente sul tavolo con le dita. Ogni volta che il fratello faceva sfoggio dei suoi poteri, sentiva le viscere contorcerglisi dal fastidio.
«Di’ a Kaleva che non ho mai smesso di ritenerlo il mio re e che, prima o poi, andrò a salutarlo.»
Stava per rimettersi in piedi quando Kayden lo fermò.
«Non sono qui solo per riferirti un messaggio di Kaleva. In realtà sono venuto a portarti questo» disse, mostrandogli un bracciale di cuoio. Sopra c’era scritto il nome del figlio. Adrian guardò il bracciale a lungo, poi di nuovo il druido.
«Lo ha fatto Emric per te. Porta sempre al polso quello che tu regalasti a Enya e che provvedesti a fargli avere tramite Fionn. È tutto consumato e ci ha dovuto mettere delle aggiunte per poterselo allacciare, ma dice che è l’unico modo che ha per sentirvi vicini, sia tu che la madre…»
«Sta’ zitto, Kayden» ringhiò tra i denti Adrian, iniziando a perdere il controllo.
«Spera che, se lo metterai al polso, anche tu ti ricorderai di avere un figlio…»
«Zitto, ho detto!» gridò Adrian alzandosi in piedi e rovesciando la sedia sul pavimento. Si passò le dita di entrambe le mani tra i capelli, poi le intrecciò dietro la nuca. Si prese del tempo per ritrovare la calma, dopodiché proseguì, con la voce incrinata dall’indignazione e dal dolore: «Come ti permetti di venire qui a parlarmi di mio figlio?»
«Qualcuno doveva pur farlo, Adrian. Tuo figlio ha bisogno di te. Non capisce perché lo hai abbandonato. Ogni giorno diventa più irrequieto, e la rabbia che sente dentro finirà per sopraffarlo.»
«E a te che cosa te ne importa?»
«Sai che è così. Mi importa, di tutti e due.»
«Ah, adesso ti importa. Ma dov’eri tu quando avevo più bisogno di te? Dimmelo!»
«Adrian, se potessi riportarti tua moglie in vita, io…»
Adrian iniziò a ridacchiare e a scuotere la testa, disgustato dall’ottusità del fratello.
«Tu non hai mai capito niente, Kayden... Credi che io sia arrabbiato con te per via di Enya? Credi che ti ritenga responsabile della sua morte? Non è così, bastardo di un druido! Enya sarebbe morta in ogni caso, anche se tu me ne avessi parlato prima. Non avremmo comunque potuto farci niente, nessuno dei due. Quello che mi aspettavo da te, “fratello”, era che tu mi sostenessi nel dolore. Avevo bisogno di sapere che potevo contare su di te anche in quella circostanza, invece hai preferito tenermi all’oscuro di tutto e farmi affrontare il lutto da solo. La verità, Kayden, è che tu eri cambiato prima della morte di mia moglie. Del fratello che amavo, che piangeva insieme a me per la perdita di nostra madre o per quella di Ailisa, che non si vergognava di mostrarmi i suoi sentimenti e le sue debolezze e si faceva carico delle mie afflizioni, non è rimasto nulla. Ed è questo che mi fa arrabbiare! Quel fratello mi manca fottutamente, darei qualsiasi cosa pur di riaverlo indietro!»
«Non puoi» ammise amaramente Kayden.
«E allora vattene! Vattene, druido, e non azzardarti mai più a venire a farmi la morale su come dovrei comportarmi con mio figlio! Non ne hai nessun diritto!»
Adrian tacque. Dalla sala adiacente proveniva il brusio delle persone sedute ai tavoli e il profumo di carne arrostita e pane appena sfornato. Qualcuno disse ad alta voce qualcosa di osceno in un latino ibrido - frutto delle molte etnie insediatesi a Roma dopo il disfacimento dell’impero - e scoppiò l’ilarità generale.
«Kaleva ed Emric non sono le uniche persone che hanno bisogno di te, Adrian. Anche io ho bisogno di te» confessò dopo un po’ Kayden.
Adrian lo guardò incredulo. «Mi prendi per il culo?»
Kayden scosse la testa. «Tu hai ragione, io non sono più quello di una volta. Non potrebbe essere diversamente. Hai menzionato nostra madre e quanto fu grande il dolore che provammo nel perderla. Eppure, quel dolore, col tempo è andato sfumando. Ne conserviamo il ricordo, ma non la stessa intensità. Ora, prova a immaginare cosa accadrebbe se tu avessi la capacità di percepire il dolore degli altri, se fossi costretto a provarlo di continuo, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Riusciresti a sopportarlo? Ci riusciresti, Adrian? No, credimi se ti dico che ne rimarresti schiacciato e a lungo andare impazziresti, o moriresti. L’unica alternativa sarebbe imparare a controllare i sentimenti, a soffocare le emozioni. È quello che ho dovuto fare io. Ci sono voluti anni perché ci riuscissi, e alla fine ho imparato così bene da non essere più in grado di provare niente. Niente, capisci? Dolore, rabbia, odio, compassione, non provo più niente per la stragrande maggioranza delle persone. L’unico in grado di farmi ancora provare dei sentimenti, sei tu. Sei l’ultimo piccolo brandello di umanità rimasta in me, Adrian, fratello… Ecco perché ho bisogno di te, più che di chiunque altro.»
Kayden aveva parlato con la solita espressione imperturbabile sul volto, ma con un tono di voce insolitamente personale. Eppure non fu questo a sorprendere Adrian, piuttosto le lacrime che, a un certo punto, avevano iniziato a bagnargli gli occhi. Piangeva e sembrava che nemmeno se ne rendesse conto.
Adrian non replicò, rimase a fissarlo con la fronte corrugata e le labbra schiuse, disorientato. Kayden si accorse della sua perplessità. Si portò una mano sulla guancia, si bagnò le dita con le lacrime e le osservò brevemente, ma senza mostrare alcuna emozione, come se si trattasse delle lacrime di qualcun altro.
«Questo sono diventato, Adrian» disse mettendosi in piedi. «È tutto ciò che rimane del Kayden che amavi ed è tutto ciò che puoi avere. Vorrei tanto ti bastasse, ma se anche così non fosse lo capirei. A ogni modo non sono qui per questo. Il bracciale di tuo figlio, mettilo. Stabilirà un legame tra voi due. E chissà che, un domani, tu non trovi il coraggio di affrontare i tuoi demoni e ti decida a tornare da lui. Se lo farai, sarai a un passo più vicino da Kaleva. E forse, anche da me.»
A quel punto si mosse lentamente verso la porta. Adrian si sentiva frastornato e combattuto. Una parte di lui continuava a detestarlo con tutte le sue forze; l’altra desiderava corrergli incontro, tenerlo stretto tra le braccia, scuoterlo fino a farlo riprendere dal torpore in cui era scivolato per poter sopravvivere.
Prima che uscisse dalla stanza, lo chiamò. Quando Kayden si fu voltato nuovamente verso di lui, gli disse: «Hai detto che Kaleva avrà presto un maschio.»
«È così» rispose sicuro di sé il druido.
«Cercherò di esserci per la Cerimonia del Nome. È tutto quello che mi sento di dirti in questo momento.»
Kayden annuì e ad Adrian parve che i tratti del suo viso si distendessero in qualcosa di simile a un sorriso.
«È già qualcosa» disse Kayden.
 
 
 
KALEVA
La sera ottobrina profumava di foglie secche e funghi. Il cielo era terso, privo di luna ma incredibilmente stellato.
Nel silenzio riverente che era sceso su tutta la valle, il pianto del piccolo risuonava con forza. Kaleva lo guardava dimenarsi sopra la lastra di pietra vicino al braciere sul quale aveva messo a scaldare il ferro con cui, di lì a poco, avrebbe impresso nella sua carne il Mannaz, come suo padre aveva fatto con lui quasi trent’anni prima.
Quel piccolo era destinato ad amministrare tutte le genti del Nord, non più solo Germani e Caledoni, ma anche Norreni e perfino Britanni. Kaleva si chiedeva se sarebbe stato in grado di fare di suo figlio un uomo di tempra, giusto e coraggioso, qualità necessarie ad assolvere al meglio quella immane responsabilità che presto o tardi avrebbe ereditato.
Si augurava di sì.
Il cuore gli batteva all’impazzata mentre prendeva il ferro rovente dalle braci e si avvicinava al piccolo, protetto agli occhi dei presenti dal cerchio di Adelingi inginocchiati sul terreno umido.
A suo padre, la runa era stata marchiata sul polso, lui l’aveva sul petto. Per il figlio aveva scelto la spalla destra. Gli incrociò le manine sulla pancia e fece quanto doveva fare. La pelle del piccolo, che prese a singhiozzare ancora più forte, sfrigolò al contatto con il ferro rovente, ma tutto durò appena un attimo. Dopo la cerimonia, Kaleva urlò agli Adelingi di rimettersi in piedi, avvolse finalmente suo figlio in un telo candido e lo portò alla madre. Ma, prima di pronunciare le ultime parole di rito e poter ritenere conclusa la cerimonia, bisognava presentare il piccolo a tutta la comunità.
Kaleva sollevò suo figlio in alto sopra la testa e, con voce possente, dichiarò: «Hartalah!»
Tutti i presenti diedero il benvenuto al piccolo principe, ripetendo in maniera gioiosa il suo nome.
Kaleva approfittò di quel momento per farsi una veloce panoramica di tutti gli astanti. Il cugino Eirikr, il Nuovo Re dei Norreni, era ovviamente in prima fila insieme a Wolfgang, a sua sorella Kyla e al piccolo Rantgar, che continuava ad amare come un figlio suo. Alle loro spalle c’erano Bjorn e il branco dei lupi. Tra la folla scorse anche Fionn. E, in disparte come sempre, Kayden.
Nonostante la lontananza, Kaleva ebbe la netta sensazione che il druido stesse sorridendo. Kaleva ne rimase piacevolmente stupito, ma subito distolse lo sguardo, impaziente di verificare se, tra tutti quei volti, fosse presente anche quello che più sperava di vedere. E poi, quando aveva cominciato a perdere le speranze, un istante prima che l’Adelingo a capo dei guerrieri germanici ordinasse a tutti di prostrarsi davanti al loro futuro re, individuò Adrian ai margini della folla. Teneva amorevolmente una mano sulla spalla esile di un ragazzino dai capelli scuri e lo sguardo serio e concentrato.
Si scambiarono un lungo sguardo colmo d’affetto e Kaleva si sentì travolgere dalla gioia.
Si voltò di nuovo in cerca del druido - il quale era sicuro fosse l’artefice di quel miracolo - per ringraziarlo, e non si sorprese di constatare che non era più al suo posto.
Non aveva importanza. Dovunque fosse in quel momento, sapeva che avrebbe ascoltato i suoi pensieri.
«Grazie» pronunciò quindi a voce bassa, mentre tutti i presenti si prostravano dinanzi al figlio: il futuro Re della Terra dei Fiordi.
   
 
Leggi le 2 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Epico / Vai alla pagina dell'autore: Puffardella