Il peso di un Abbraccio
Prompt: 1. Abbraccio
Reiner non vede niente. Il nero inghiotte qualsiasi cosa i suoi occhi possano accarezzare. La bocca è asciutta, un colpo di tosse gli gratta il fondo della gola. Braccia e gambe… Non le sente, all’altezza delle giunture il dolore sfrigola e i suoi neuroni non carpiscono altro da manovrare. Un tessuto leggero gli solletica la carne viva. È certo che qualcuno, nel lasso temporale in cui ha perso conoscenza, gliele abbia amputate per prudenza e avvolte con qualcosa per impedirne la ricrescita. Furbo. Una tale mossa è troppo calcolatrice per essere stata partorita da Sasha, Connie o Jean; dev’essere stato Armin o il comandante Erwin a suggerirlo. Tende l’orecchio, ma tutto ciò che recepisce è un susseguirsi di grida disperate, fragori di case crollate, boati delle esplosioni. Non biasima i suoi ex-amici di ciò che è successo, anzi. Si pente con amarezza di ciò che è accaduto, nella sua testa si susseguono senza sosta una sfilza di “se” e di “ma”. Cos’avrebbe mai potuto dire a quella gente ignara del mondo esterno, affinché lo comprendessero? Cos’avrebbe potuto dire a Eren, la cui colpa è stata solo di nascere dal lato sbagliato delle mura? Niente potrebbe redimere la scelleratezza con cui lui ha agito o l’ignavia di Bertholdt, che non gli ha impedito di sbagliare. La stanchezza è tanta da soffocare la sua memoria, a cui giungono frammenti incoerenti di ricordi: i ragazzi che gli fanno saltare la corazza impenetrabile, la sua coscienza dispersa nel corpo del Titano, i polpastrelli di Bertholdt che gli solleticano la pelle di ciò che resta del suo corpo umano. Rantola, tossisce. Non riesce a chiamare aiuto, ma spera che Zeke o Pieck lo trascinino via da quella catacomba che è divenuta Shiganshina, prima che venga seppellito lì dentro.
Ma più di tutto si augura che il suo compagno d’armi stia bene.
Ma più di tutto si augura che il suo compagno d’armi stia bene.
Quando la spossatezza della battaglia prende il sopravvento, il suo buon auspicio annega nell’oblio che inonda la sua mente.
Un barlume di consapevolezza galleggia pigro in mezzo al mare di nulla che avvolge la sua coscienza. Dopo mesi, la sua schiena preme contro una superficie morbida e non contro il cemento duro. Adesso le punte dei capelli sfiorano la federa soffice di un cuscino, l’odore della polvere da sparo è stato sostituito da quello del disinfettante che gli pizzica le narici, artiglia con le dita le lenzuola da cui è coperto. È passato molto tempo, se le braccia gli sono ricresciute. Le palpebre paiono pesare tonnellate, impiega una manciata di secondi prima di spalancarle e con impazienza fa roteare le pupille nelle orbite. È in una stanza d’ospedale bianca, alla sua destra giace una sedia di legno, davanti a sé ha un armadio di metallo e alla sinistra vi è una finestra. Le tende di lino impediscono ai raggi del sole nascente di straripare nella stanza, ma sono sufficientemente chiare da permettergli di studiare il mondo appena emerso dal buio pesto. Dati i mobili moderni nella stanza, Reiner realizza di essere da qualche parte a Marley. La prima sensazione che lo attanaglia è il freddo, ma non quello che fa rizzare i peli sulle braccia e rende le labbra livide. È la sensazione aliena di risvegliarsi senza un altro corpo accanto o, meglio, quello ben conosciuto di Bertholdt, che ha avuto vicino a ogni risveglio da un paio di anni a questa parte. Si tira a sedere, i muscoli contriti gli intorpidiscono i movimenti e li rendono goffi. La sua mente passa in rassegna gli scenari peggiori, ovvero tutti quelli in cui il suo compagno è sparito, divorato da una Morte assai bramosa di assaggiare quel frutto prematuro. Ruota il busto, appoggia le piante dei piedi a terra, incurante di essere scalzo e che la pelle gli s’incolli sulle mattonelle lisce. S’arresta sul posto quando la serratura della porta scatta, mentre luce calda e radiosa si riversa nella penombra, accecandolo.
Si ripara gli occhi col dorso della mano, i suoni distinti che coglie sono quelli dei passi del nuovo arrivato, o della nuova arrivata, che si avvicinano a lui.
«Reiner?»
Le sue orecchie si drizzano, come mille altre volte hanno già fatto quando quella voce ha pronunciato il suo nome.
«Bertholdt.»
Quando si riabitua alla luce, riesce a mettere a fuoco il ragazzo davanti a sé. L’altro pare alto, altissimo, come il Gigante di cui è portatore, e incombe su tutta la stanza. Si sente in soggezione, però sa che a metterlo a disagio sono le occhiaie scure dell’altro, l’accenno di barba che gli copre il mento e le guance scavate. Pare che abbia il doppio degli anni e Reiner sa bene che quello è solo il primo dei sintomi della guerra.
«Sei vivo…» ogni parola pronunciata da Bertholdt è scandita dall’incredulità.
Restano congelati in quel momento, a studiarsi con lo sgomento di chi crede d’avere di fronte un fantasma. Le dita dell’altro sono salde sulla maniglia della porta, il corpo rigido come un pezzo di legno.
«Anche tu lo sei» sussurra Reiner, che dell’incertezza ne ha fatto anche lui un mantra.
Poi è sufficiente un guizzo delle loro mani, l’impercettibile spasmo che li ha sempre calamitati uno nelle braccia dell’altro, e s’uniscono in un groviglio di corpi, braccia, gambe. È nell’incavo del collo di Bertholdt che Reiner ne constata la concretezza, mentre l’altro lo fa cingendolo con tutta la forza rimastagli in corpo. Il peso di quell’abbraccio si può misurare solo attraverso lacrime, sangue e preghiere sussurrate alla notte.
«Pensavo di averti perso» mormorano all’unisono, in una rivelazione che di sorprendente ha ben poco.
Reiner si spinge sulle punte dei piedi, allaccia le mani dietro il collo dell’altro e preme le labbra contro le sue. Celebra il miracolo di essere entrambi vivi smettendo di celarsi dietro tocchi fugaci, concretizzando quell’affetto che non può essere espresso né dinanzi ai demoni dell’isola né ai loro commilitoni. I peli ispidi dell’altro lo pungono, eppure rimane incastrato in quel bacio.
Quel lieve pizzicore è nulla, se paragonato alla sofferenza di una vita trascorsa senza Bertholdt.
Si ripara gli occhi col dorso della mano, i suoni distinti che coglie sono quelli dei passi del nuovo arrivato, o della nuova arrivata, che si avvicinano a lui.
«Reiner?»
Le sue orecchie si drizzano, come mille altre volte hanno già fatto quando quella voce ha pronunciato il suo nome.
«Bertholdt.»
Quando si riabitua alla luce, riesce a mettere a fuoco il ragazzo davanti a sé. L’altro pare alto, altissimo, come il Gigante di cui è portatore, e incombe su tutta la stanza. Si sente in soggezione, però sa che a metterlo a disagio sono le occhiaie scure dell’altro, l’accenno di barba che gli copre il mento e le guance scavate. Pare che abbia il doppio degli anni e Reiner sa bene che quello è solo il primo dei sintomi della guerra.
«Sei vivo…» ogni parola pronunciata da Bertholdt è scandita dall’incredulità.
Restano congelati in quel momento, a studiarsi con lo sgomento di chi crede d’avere di fronte un fantasma. Le dita dell’altro sono salde sulla maniglia della porta, il corpo rigido come un pezzo di legno.
«Anche tu lo sei» sussurra Reiner, che dell’incertezza ne ha fatto anche lui un mantra.
Poi è sufficiente un guizzo delle loro mani, l’impercettibile spasmo che li ha sempre calamitati uno nelle braccia dell’altro, e s’uniscono in un groviglio di corpi, braccia, gambe. È nell’incavo del collo di Bertholdt che Reiner ne constata la concretezza, mentre l’altro lo fa cingendolo con tutta la forza rimastagli in corpo. Il peso di quell’abbraccio si può misurare solo attraverso lacrime, sangue e preghiere sussurrate alla notte.
«Pensavo di averti perso» mormorano all’unisono, in una rivelazione che di sorprendente ha ben poco.
Reiner si spinge sulle punte dei piedi, allaccia le mani dietro il collo dell’altro e preme le labbra contro le sue. Celebra il miracolo di essere entrambi vivi smettendo di celarsi dietro tocchi fugaci, concretizzando quell’affetto che non può essere espresso né dinanzi ai demoni dell’isola né ai loro commilitoni. I peli ispidi dell’altro lo pungono, eppure rimane incastrato in quel bacio.
Quel lieve pizzicore è nulla, se paragonato alla sofferenza di una vita trascorsa senza Bertholdt.


