Normalità
Prompt: 2. Macchia
Ben corruga la fronte, solleva lo spruzzino dello sgrassatore con due dita rocciose e punta l’arma improvvisata sul tavolo davanti a sé. Lo tratta con delicatezza, timoroso che una pressione maggiore possa distruggere l’oggetto. E non sarebbe il primo disastro del genere che combina a causa della forza del suo nuovo corpo. Sulla superficie di legno giace un pigiama azzurro di Franklin, su cui spicca un’enorme macchia rossa di pomodoro.
“Maledetto Johnny e la sua ossessione per la cucina italiana.”
Uno, due, tre spruzzate si propagano dall’erogatore e investono l’indumento come una pioggerellina. Sul tessuto il sapone sfrigola e lui ridacchia compiaciuto, perché è sicuro di aver sconfitto quel maledetto sporco. Dalla parte opposta della cucina riecheggia il fruscio di una porta scorrevole, da cui poi ne emergono Sue, con Franklin in braccio, e Herbie che produce uno scroscio di bip. Madre e figlio lo salutano sventolando la mano, mentre il robottino apre cassetti e sportelli per estrarne pentole e mestoli. Scocca un’occhiata all’orologio da parete, le cui lancette gli suggeriscono che è quasi ora di cena.
«Saluta zio Ben» mormora la donna al piccolo, che replica con una risatina contenta.
«Ga-ah!»
«Ciao, piccoletto.»
Ben gli avvicina l’indice e Franklin si zittisce, incuriosito dalla conformazione spigolosa del dito. Lo scruta, dopodiché allunga una manina e ne accarezza la pelle ruvida, ne tasta ogni centimetro finché non si ritiene soddisfatto della sua ispezione. Nonostante il contatto fisico, quel tocco delicato giunge ovattato al suo tatto. Si sente racchiuso in un guscio che non gli appartiene, come se quel maledetto strato di pietra di cui si è ricoperto separi il suo vero io dal mondo esterno. A volte si chiede se proverà di nuovo la sensazione del calore di un’altra persona sulla propria pelle, oppure se resterà soltanto qualcosa di vago racchiuso nella sua memoria tattile. Si perde nel viso sorpreso del bimbo, mentre, com’è diventata sua consueta abitudine, elenca quali tratti abbia ereditato da Susie e quali da Reed.
«Ehi.»
Sue gli sfiora la stessa mano, dita affusolate e dalle unghie a mandorla che incespicano su quella sua, orrenda e tozza se messe a paragone.
«A che pensi, Ben?»
«A come scrosti i danni di tuo fratello» ribatte lesto, riportando l’attenzione sul problema principale.
Lei si gira verso il pigiama e arriccia le labbra pallide in un sorriso. Dietro di sé, l’odore di soffritto e verdure gli accarezza le narici. L’odore è una sorta di schiaffo morale, perché gli rammenta cosa fosse la normalità prima del disastro.
«Di solito è Reed che crea certi intrugli capaci di sciogliere persino il tessuto. Non so se sono la persona adatta a cui chiedere.»
Gli passa il bambino e Franklin, contento, gli afferra un sopracciglio sporgente a mo’ di appiglio.
«Prego, fa’ pure marmocchio.»
Il pigiama viene sollevato dalla donna, che lo osserva sovrappensiero. Ben culla il piccolo, lo lascia esplorare sia con lo sguardo che col tatto, lo asseconda girando attorno al tavolo e lasciandolo afferrare ciò che trova – tranne quando desidera afferrare i coltelli e le forchette che Herbie usa per cucinare. Franklin borbotta indispettito e involontariamente gli schiaffa la manina sul viso. Per fortuna sente a malapena quei piccoli impatti: teme più per l’incolumità del bambino che per la sua.
«Pensi che ne sia in grado?»
«Uh? Di fare cosa?»
«La madre.»
Le labbra di lei sono arcuate in un mezzo sorriso, ma le sopracciglia sono inarcate, esprimono tutto il dubbio di cui è satura la domanda che gli ha appena posto. C’è gelo in quelle parole, frutto di paranoie che la donna ha tenuto per sé fino a quel momento. A primo acchito la domanda principale sarebbe: “Perché non chiedi a Reed?” Gli sembra un quesito troppo intimo per darvi risposta, una fragilità che Susan non dovrebbe mostrare a lui e il fiato gli si blocca nei polmoni. “E se sapesse…” ma anche se lei avesse capito qualcosa, perché mai avrebbe dovuto condividere proprio con lui quell’incertezza? Herbie bippa qualcosa di cui Ben non coglie appieno il significato; lo ignora e decide di avvicinarsi a Sue, poiché Franklin si protende verso di lei con insistenza.
«Perché non dovresti?»
C’è esitazione nel modo in cui lei si porta il bambino al petto e gli cede il pigiama. Sue evita lo sguardo di tutti i presenti, lo lascia vagare sull’arredamento, poi sul panorama che si estende al di là della vetrata.
«Ti occupi più tu dei panni di Franklin che io. Ci sono giornate in cui lo vedo a malapena e… Non mi sembra normale.»
Pare un termine così ironico se pronunciato dalla bocca di lei. Chiunque desidererebbe spogliarsi della propria pelle e rivestire quella di Susan: donna stupenda, in gamba, gran lavoratrice, madre, sorella e moglie affabile. Tutti i loro ammiratori si specchiano tutti su quella lastra apparentemente liscia, senza scorgerne le crepe che ne solcano la superficie. Se osservassero meglio, noterebbero che l’immagine riflessa è quanto di più lontano ci sia dalla perfezione.
Adesso sono le sue labbra a incresparsi in un sorriso, mentre osserva l’idolo di tutto il mondo crollare, farsi imperfetta e umana.
«Non parlare proprio a me di normalità, Susan» borbotta brusco.
Le iridi cristalline tremolano e lei è già pronta a pronunciare una scusa, ma Ben solleva il palmo della mano per zittirla.
«Quasi ogni giorno salvi il mondo, nel tempo libero dirigi una nazione e ti confronti con capi di stato provenienti da tutte le parti del globo. Ho solo una vaga idea di cosa tu intenda con ‘normalità’ in riferimento alla maternità, ma qualsiasi cosa tu ti sia prefissata in testa, lasciala andare.»
Sue adesso lo osserva di sottecchi, la bocca tirata in una linea ritta e il mento appena sollevato. Sta soppesando le sue parole, analizza le ipotesi per trarne una tesi logica che possa ritenere valida. Ben riconosce bene quell’espressione, dato che da un paio di anni a questa parte trascorrono quasi ogni giorno insieme. Come colpito al cuore da una freccia, sente una fitta dolorosa al petto mentre sostiene quello sguardo e cede alla necessità di darle le spalle. Si avvicina alle verdure che Herbie ha buttato in padella e finge di controllarle.
«Anche quando non avevamo poteri, la nostra esistenza era tutto fuorché standard. Non sei una cattiva madre se il tuo percorso è differente da quello delle altre. Oh, diamine, mi sembra di farti la paternale e non voglio sembrarti…»
«Grazie, Ben.»
La dolcezza di quel tono di voce lo contagia. Si sente indebolito, addirittura friabile, ma soprattutto lurido quando lei aggiunge un sorriso lieto e il suo cuore perde un battito. Di quell’orrido aspetto è solo contento che la roccia non mostri i rossori come farebbe una pelle normale. Si allontana dal fornello, impacciato, e si avvicina al tavolo. Afferra il vestitino di Franklin, stropicciandolo, si allontana dalla cucina e sconfina nel salotto. Il piccolo lo saluta con la manina, mentre lo sguardo indagatore di Sue lo insegue.
«E poi a me diverte fare il bucato. Infatti, vado a fare una lavatrice. Ci vediamo a cena.»
Herbie lo richiama con degli schioppi meccanici, ma lo ignora e sparisce oltre la soglia della porta.
Se fosse così semplice, laverebbe via via anche quel sentimento ingiusto che prova nei confronti di Sue.
“Maledetto Johnny e la sua ossessione per la cucina italiana.”
Uno, due, tre spruzzate si propagano dall’erogatore e investono l’indumento come una pioggerellina. Sul tessuto il sapone sfrigola e lui ridacchia compiaciuto, perché è sicuro di aver sconfitto quel maledetto sporco. Dalla parte opposta della cucina riecheggia il fruscio di una porta scorrevole, da cui poi ne emergono Sue, con Franklin in braccio, e Herbie che produce uno scroscio di bip. Madre e figlio lo salutano sventolando la mano, mentre il robottino apre cassetti e sportelli per estrarne pentole e mestoli. Scocca un’occhiata all’orologio da parete, le cui lancette gli suggeriscono che è quasi ora di cena.
«Saluta zio Ben» mormora la donna al piccolo, che replica con una risatina contenta.
«Ga-ah!»
«Ciao, piccoletto.»
Ben gli avvicina l’indice e Franklin si zittisce, incuriosito dalla conformazione spigolosa del dito. Lo scruta, dopodiché allunga una manina e ne accarezza la pelle ruvida, ne tasta ogni centimetro finché non si ritiene soddisfatto della sua ispezione. Nonostante il contatto fisico, quel tocco delicato giunge ovattato al suo tatto. Si sente racchiuso in un guscio che non gli appartiene, come se quel maledetto strato di pietra di cui si è ricoperto separi il suo vero io dal mondo esterno. A volte si chiede se proverà di nuovo la sensazione del calore di un’altra persona sulla propria pelle, oppure se resterà soltanto qualcosa di vago racchiuso nella sua memoria tattile. Si perde nel viso sorpreso del bimbo, mentre, com’è diventata sua consueta abitudine, elenca quali tratti abbia ereditato da Susie e quali da Reed.
«Ehi.»
Sue gli sfiora la stessa mano, dita affusolate e dalle unghie a mandorla che incespicano su quella sua, orrenda e tozza se messe a paragone.
«A che pensi, Ben?»
«A come scrosti i danni di tuo fratello» ribatte lesto, riportando l’attenzione sul problema principale.
Lei si gira verso il pigiama e arriccia le labbra pallide in un sorriso. Dietro di sé, l’odore di soffritto e verdure gli accarezza le narici. L’odore è una sorta di schiaffo morale, perché gli rammenta cosa fosse la normalità prima del disastro.
«Di solito è Reed che crea certi intrugli capaci di sciogliere persino il tessuto. Non so se sono la persona adatta a cui chiedere.»
Gli passa il bambino e Franklin, contento, gli afferra un sopracciglio sporgente a mo’ di appiglio.
«Prego, fa’ pure marmocchio.»
Il pigiama viene sollevato dalla donna, che lo osserva sovrappensiero. Ben culla il piccolo, lo lascia esplorare sia con lo sguardo che col tatto, lo asseconda girando attorno al tavolo e lasciandolo afferrare ciò che trova – tranne quando desidera afferrare i coltelli e le forchette che Herbie usa per cucinare. Franklin borbotta indispettito e involontariamente gli schiaffa la manina sul viso. Per fortuna sente a malapena quei piccoli impatti: teme più per l’incolumità del bambino che per la sua.
«Pensi che ne sia in grado?»
«Uh? Di fare cosa?»
«La madre.»
Le labbra di lei sono arcuate in un mezzo sorriso, ma le sopracciglia sono inarcate, esprimono tutto il dubbio di cui è satura la domanda che gli ha appena posto. C’è gelo in quelle parole, frutto di paranoie che la donna ha tenuto per sé fino a quel momento. A primo acchito la domanda principale sarebbe: “Perché non chiedi a Reed?” Gli sembra un quesito troppo intimo per darvi risposta, una fragilità che Susan non dovrebbe mostrare a lui e il fiato gli si blocca nei polmoni. “E se sapesse…” ma anche se lei avesse capito qualcosa, perché mai avrebbe dovuto condividere proprio con lui quell’incertezza? Herbie bippa qualcosa di cui Ben non coglie appieno il significato; lo ignora e decide di avvicinarsi a Sue, poiché Franklin si protende verso di lei con insistenza.
«Perché non dovresti?»
C’è esitazione nel modo in cui lei si porta il bambino al petto e gli cede il pigiama. Sue evita lo sguardo di tutti i presenti, lo lascia vagare sull’arredamento, poi sul panorama che si estende al di là della vetrata.
«Ti occupi più tu dei panni di Franklin che io. Ci sono giornate in cui lo vedo a malapena e… Non mi sembra normale.»
Pare un termine così ironico se pronunciato dalla bocca di lei. Chiunque desidererebbe spogliarsi della propria pelle e rivestire quella di Susan: donna stupenda, in gamba, gran lavoratrice, madre, sorella e moglie affabile. Tutti i loro ammiratori si specchiano tutti su quella lastra apparentemente liscia, senza scorgerne le crepe che ne solcano la superficie. Se osservassero meglio, noterebbero che l’immagine riflessa è quanto di più lontano ci sia dalla perfezione.
Adesso sono le sue labbra a incresparsi in un sorriso, mentre osserva l’idolo di tutto il mondo crollare, farsi imperfetta e umana.
«Non parlare proprio a me di normalità, Susan» borbotta brusco.
Le iridi cristalline tremolano e lei è già pronta a pronunciare una scusa, ma Ben solleva il palmo della mano per zittirla.
«Quasi ogni giorno salvi il mondo, nel tempo libero dirigi una nazione e ti confronti con capi di stato provenienti da tutte le parti del globo. Ho solo una vaga idea di cosa tu intenda con ‘normalità’ in riferimento alla maternità, ma qualsiasi cosa tu ti sia prefissata in testa, lasciala andare.»
Sue adesso lo osserva di sottecchi, la bocca tirata in una linea ritta e il mento appena sollevato. Sta soppesando le sue parole, analizza le ipotesi per trarne una tesi logica che possa ritenere valida. Ben riconosce bene quell’espressione, dato che da un paio di anni a questa parte trascorrono quasi ogni giorno insieme. Come colpito al cuore da una freccia, sente una fitta dolorosa al petto mentre sostiene quello sguardo e cede alla necessità di darle le spalle. Si avvicina alle verdure che Herbie ha buttato in padella e finge di controllarle.
«Anche quando non avevamo poteri, la nostra esistenza era tutto fuorché standard. Non sei una cattiva madre se il tuo percorso è differente da quello delle altre. Oh, diamine, mi sembra di farti la paternale e non voglio sembrarti…»
«Grazie, Ben.»
La dolcezza di quel tono di voce lo contagia. Si sente indebolito, addirittura friabile, ma soprattutto lurido quando lei aggiunge un sorriso lieto e il suo cuore perde un battito. Di quell’orrido aspetto è solo contento che la roccia non mostri i rossori come farebbe una pelle normale. Si allontana dal fornello, impacciato, e si avvicina al tavolo. Afferra il vestitino di Franklin, stropicciandolo, si allontana dalla cucina e sconfina nel salotto. Il piccolo lo saluta con la manina, mentre lo sguardo indagatore di Sue lo insegue.
«E poi a me diverte fare il bucato. Infatti, vado a fare una lavatrice. Ci vediamo a cena.»
Herbie lo richiama con degli schioppi meccanici, ma lo ignora e sparisce oltre la soglia della porta.
Se fosse così semplice, laverebbe via via anche quel sentimento ingiusto che prova nei confronti di Sue.


