Quinta parte
La verità e l’inganno
La verità e l’inganno
Il castello di Baer Drumian sorgeva solitario tra le brume della foresta di Myredin, lì dove si definiva il confine tra il regno di Nemeth e quello di Camelot. Un tempo fortezza nobile e fiera, ora giaceva spezzata, con le torri di guardia ridotte a un cumulo di macerie e i rampicanti selvatici che avvolgevano le mura come una ragnatela.
All’interno di quelle rovine, delle risa spavalde risuonavano incontrastate. In una stanza grande, la più grande del luogo, Morholt – un uomo dalla stazza enorme e dallo sguardo inflessibile – rideva sguaiatamente nonostante l’espressione severa dipinta sul volto.
«Portatelo via!» ordinò ai suoi due sgherri, indicando il corpo malconcio di un pover’uomo, il cui viso era coperto di sangue. «Chi è il prossimo?»
A quella domanda, un omuncolo di bassa statura e dalla faccia sporca e sdentata si fece avanti. Era Sulivhan, il braccio destro di Morholt.
«Viene da Camelot, capo.» annunciò grattandosi il mento pronunciato. «Dice di avere qualcosa per noi.»
«Ah, sì?» chiese Morholt, sovrappensiero. «Bene… fallo entrare…»
Il suo respiro era calmo e impaziente al tempo stesso. Era ormai più di un anno che aveva preso possesso di quella fortezza e aveva messo in piedi il suo regno. Non un regno reale, limitato da confini territoriali, bensì un regno commerciale, dove ogni cosa aveva un prezzo e le informazioni erano il bene più prezioso di tutti. Con le sue conoscenze, aveva esteso in breve tempo la sua rete di potere su ogni territorio limitrofo, Nemeth, Mercia, Camelot… In tutti questi regni vi erano delle spie o dei tirapiedi che lo tenevano aggiornato sugli eventi principali delle figure importanti, sovrani inclusi. Lui le sfruttava a suo vantaggio, saccheggiando carichi di rifornimenti, villaggi poco protetti, nobili facoltosi. Nessuno aveva via di scampo se lui decideva di puntarlo come bersaglio. Nessuno.
L’arrivo di un tipo avvolto da un sudicio mantello da viaggio interruppe i suoi pensieri. Il volto si scorgeva a malapena, così come i capelli scuri.
«Cos’hai per me?» gli chiese Morholt, in tono grave.
«Un’informazione.» rispose il tipo, con sudditanza. «Sono venuto a conoscenza di un fatto assolutamente degno di rilevanza riguardo al re di Camelot.»
Morholt si grattò il petto muscoloso, per niente stupito. Un’informazione sul re poteva essere utile quanto quella su uno stalliere. Dipendeva tutto dal suo contenuto.
«Sentiamo…»
Il tipo col mantello deglutì per farsi coraggio.
«Ho saputo da fonti certe che il re ha in programma di spostare dalla stanza del tesoro un manufatto di grande valore.»
«Quale manufatto?» domandò subito Morholt. I suoi occhi iniziarono a brillare di pura bramosia.
«Non saprei, purtroppo. Tuttavia, il re non è solito tenere oggetti di poco conto nella tesoreria reale. Sicuramente deve essere un manufatto tutt’altro che ordinario.»
«Mmm… e quando dovrebbe avvenire questo spostamento?»
Il tipo col mantello scosse il capo, a disagio.
«Non sono sicuro di quando avverrà. Io sono…»
«Inutile!» tuonò Morholt, alzandosi in piedi. «Sei un essere inutile! Cosa vuoi che me ne faccia di un’informazione tanto inesatta?! Eh?!»
«Ma io… AHHH!»
Morholt gli assestò un pugno nello stomaco, facendolo piegare in due dal dolore.
«Io non ho tempo da perdere! Scopri dove e quando avverrà il trasporto del manufatto e fammelo sapere per tempo, altrimenti non mi limiterò solo a questa carezza. Mi hai capito?!»
L’informatore annuì dolorante, dimenandosi a terra. Mentre si rialzava, si risistemò con premura alcune ciocche dei capelli davanti all’orecchio sinistro, coprendo rapidamente una vistosa cicatrice.
«Vattene, allora! E finisci il lavoro che hai iniziato.»
«C-certo, signore! Non la deluderò!»
Mentre il tipo col mantello si allontanava, Morholt trasformò l’espressione truce in un sogghigno da cui traspariva tutta la sua avidità. Non sapeva ancora in che modo, ma da quella storia aveva intenzione di ricavare parecchio oro.
Lui era Morholt, il Gigante dell’Est. Tutti erano degli insetti insignificanti in confronto a lui, persino i re. Presto, chiunque avrebbe compreso quell’ineluttabile verità.
«Chi è il prossimo?»
***
La luce fioca del mattino filtrava timidamente dalla finestra di una piccola stanza del castello di Camelot, illuminando le pareti di pietra grezza con ombre danzanti. L’alloggio in cui risiedevano Lucan e Doryan era accogliente nella sua semplicità. Due letti di legno scuro, con coperte e cuscini in buono stato, occupavano i lati opposti della stanza. Sul pavimento in pietra era steso un tappeto consunto, mentre in un angolo c’era un piccolo tavolino di legno su cui erano sparsi pezzi d’armatura non ancora lucidati, una brocca d’acqua e due bicchieri di stagno. L’odore della cera permeava l’aria. Doryan era intento a leggere un libro, seduto sul proprio letto. Lucan, invece, passeggiava su e giù per la stanza, borbottando tra sé mentre rivolgeva alcuni quesiti all’amico.
«Secondo me l’abbiamo sognato…» disse, gesticolando con le braccia.
«Mmmh…» mormorò Doryan, continuando a tenere lo sguardo fisso sul libro.
«No, no, ma che dico?!… Non può essere stato solo un sogno… Era troppo intenso… troppo reale! Non credi?»
«Mmmh…»
«E poi come potremmo aver fatto lo stesso identico sogno, nello stesso momento? No, non può essere… Dimentica quello che ho detto.»
«Mmmh…»
«Secondo me abbiamo a che fare con qualcosa di…»
«Lucan…» lo interruppe Doryan, facendogli cenno con la mano di avvicinarsi. «… puoi dare un’occhiata anche tu a questa parte del libro?»
Lucan lo guardò di sottecchi.
«Dì la verità: non mi stavi ascoltando, vero?»
«No.» ammise Doryan senza problemi, sventolando il volume tra le mani. «Aiutami un attimo, per favore.»
Lucan sospirò un po’ scocciato, ma non troppo da rifiutare una richiesta di aiuto. Così, posò gli occhi sulle pagine del libro.
«Cosa dovrei vedere?»
«Non noti nulla di strano?»
«Oh, sì!» rispose Lucan aggrottando le sopracciglia. «Tutto, in realtà. Qui è pieno di segni incomprensibili. Non si capisce neanche una parola. Si può sapere in che lingua è scritto?»
Doryan scosse il capo.
«In nessuna. Questi segni rappresentano un codice.» spiegò, sfogliando le pagine del libro. «Questo è uno dei diari di mio nonno Attilius. L’ultimo, a dire il vero. Qui sono scritti tutti i suoi appunti sulle missioni che ha intrapreso nel corso della sua vita.»
«Sì, lo so. Ti ho visto leggerli almeno un migliaio di volte. Ma perché me lo fai vedere? Vuoi che ti aiuti a capire cosa c’è scritto nell’enigma?»
«È un codice, non un enigma.»
«È la stessa cosa.»
«Non è la stessa cosa.» ribatté Doryan incalzante. «L’enigma è un rompicapo, creato per essere risolto con l’intelletto. Il codice è un linguaggio segreto, celato a chi non conosce la chiave per leggerlo.»
Lucan rifletté per un attimo.
«Mmmh… credo di aver capito la differenza. Ma ancora non comprendo cosa vuoi che faccia.»
Doryan deglutì, risistemandosi con una mano i capelli scompigliati.
«Questo libro è il settimo diario di mio nonno. Ogni pagina di ogni volume è scritta in lingua conosciuta, tranne le ultime dieci pagine. In questa parte ci sono solo simboli e segni che non riesco a capire, per quanto mi sforzi. Ho chiesto consiglio persino al bibliotecario di corte, ma neanche lui ne è venuto a capo. Tuttavia…»
Doryan tolse il libro dalle mani di Lucan e indicò con l’indice un disegno a piè di pagina.
«In ognuna delle dieci pagine in codice c’è un simbolo che si ripete. L’unico, dato che gli altri sono tutti diversi. E guarda cosa rappresenta…»
Lucan fissò con stupore il simbolo tratteggiato.
«Una bilancia.»
«Una bilancia, esatto!» confermò Doryan. «Non ti sembra strano?»
Lucan spostò i suoi occhi scuri sull’amico. Finalmente iniziava a capirci qualcosa.
«Tu stai suggerendo che la visione di ieri sia collegata a questo codice…»
Doryan annuì sovrappensiero.
«Sì. Più ci penso e più me ne convinco.»
«Ma… è assurdo!» esclamò Lucan, scettico. «Come potrebbe essere possibile? E perché?»
Il volto di Doryan s’incupì d’un tratto.
«Non ti so rispondere, purtroppo. Ma è l’unico indizio che mi è sembrato sensato.»
«A tal proposito…» lo interruppe Lucan, assumendo uno sguardo cupo. «Non credi che sia il caso di avvertire il re? Sai, di quello che ci è successo ieri…»
Doryan scosse il capo con veemenza.
«No! Assolutamente no. Ciò che ci è successo non è chiaro nemmeno a noi che lo abbiamo visto, figuriamoci se lo dovessimo raccontare a qualcuno. Dirlo al re significherebbe rischiare di perdere la sua fiducia senza alcun motivo. Perché, di qualsiasi cosa si tratti, è ovvio che c’entra la magia.»
«Ma non è colpa nostra!» protestò Lucan. «Non abbiamo usato noi la magia!»
«Lo so questo, ma mettiti nei panni del re. Scoprirebbe che due apprendisti cavalieri hanno avuto a che fare con degli eventi magici sotto il suo naso. Artù è un uomo giusto, ma non scende a compromessi quando si tratta della stregoneria. Anche se non c’entriamo niente, finirebbe per vederci sotto una cattiva luce. E non credo che…»
Sbam!
I due ragazzi si voltarono verso la porta. D’improvviso, avevano udito un rumore secco provenire proprio fuori dalla stanza. Entrambi si affrettarono a uscire per capire cosa fosse successo e quando la aprirono, videro una figura con un lungo vestito rosso svoltare l’angolo del corridoio a grandi falcate. Dopo un cenno d’intesa, iniziarono a inseguirla.
«Fermati!» gridò Lucan, accelerando il passo. La figura vestita di rosso non sembrava correre particolarmente veloce, ciononostante aveva acquisito un discreto vantaggio sui due. Poi, svoltata per l’ennesimo corridoio, sembrò inspiegabilmente essere sparita nel nulla.
«Dannazione!» sbottò ancora Lucan, fermandosi di colpo e scrutando in ogni direzione.
«Dove sarà finito?» mormorò Doryan, affannato.
Il corridoio sembrava completamente deserto. Non c’era traccia di anima viva.
Ma come poteva essere?!
Il tipo vestito di rosso doveva pur essere andato da qualche parte!
Proprio mentre i due si interrogavano su questa stranezza, ecco arrivare loro incontro Merlino, con in mano uno straccio e un secchio pieno d’acqua.
«Salve, ragazzi. Tutto bene?» domandò con un sorriso gentile ma stanco. Doveva aver lavorato molto perché aveva la fronte imperlata di sudore e le gambe visibilmente affaticate.
«Per caso, hai visto qualcuno passare di qui?» chiese Doryan speranzoso. «Una persona con un vestito rosso?»
Merlino scrollò la testa.
«No, non ho visto nessuno. Ho appena finito di pulire questo corridoio. È stato un lavoro sfiancante con questo caldo. Anzi, fate attenzione a dove mettete i piedi perché è ancora bagnato.»
Lucan e Doryan annuirono meccanicamente e si scambiarono uno sguardo deluso.
«Grazie comunque, Merlino.» disse Lucan, prima di girarsi per tornare indietro. Camminarono per alcuni minuti con lentezza, sbuffando a turno. «Chi poteva essere quel tipo?»
«Non lo so, Lucan. Ma non mi piace questa storia. Credo che ci stesse spiando.»
«Ma perché? Noi siamo solo due apprendisti! A chi potrebbe interessare cosa diciamo o facciamo?!»
Doryan non rispose. Non sapeva che dire. La faccenda era molto strana. Altre volte gli era capitato di sentirsi spiato, senza però avere un valido motivo che confermasse i suoi sospetti.
Mentre camminavano verso la loro stanza, la frustrazione pesava a ogni passo. Tuttavia, prima di entrare nell’alloggio, notarono qualcosa sul pavimento: un piccolo foglio piegato malamente.
Doryan si chinò a raccoglierlo e lo aprì con attenzione. Lucan si avvicinò per leggerlo.
Sul biglietto era appuntata l’ubicazione di un luogo poco fuori la cittadella di Camelot, con tanto di indicazioni su come arrivarci. Infine, c’era un messaggio che recitava: «Presentatevi a mezzo dì, se tenete alla vita del vostro re.»
***
Il sole aveva quasi raggiunto il punto più alto nel cielo quando Lucan e Doryan arrivarono nel luogo indicato sul biglietto. Si trovavano appena fuori le mura di Camelot, in una radura nascosta tra alberi fitti e cespugli selvatici. Il terreno era irregolare e l’erba alta ondeggiava al vento, nascondendo a malapena un sentiero stretto che conduceva verso una vecchia costruzione in legno.
«È qui.» sussurrò Doryan, osservando con attenzione le annotazioni sul biglietto.
Avevano discusso a lungo sul da farsi dopo aver letto il contenuto. Andare in quel luogo era stata una scelta azzardata e sicuramente molto pericolosa, ma non potevano ignorare le minacce che erano state rivolte ad Artù. Così, si erano avventurati in quell’impresa, fino a raggiungere la destinazione indicata. Una volta sopraggiunti, Lucan strinse la spada di legno che poggiava sul fianco, pronto a qualsiasi evenienza.
«Non c’è nessuno in vista, però… non mi piace questa calma.»
Un silenzio inquietante li avvolgeva, rotto solo dal fruscio delle foglie e dal canto lontano degli uccelli. I due avanzarono con cautela lungo il sentiero, ogni passo carico di tensione.
«Stai attento, Lucan.» consigliò Doryan. «Non sappiamo chi o cosa ci aspetta.»
Quando raggiunsero l’ingresso dell’edificio, una porta vecchia e cigolante, affinarono lo sguardo, attenti a possibili minacce. L’unica cosa che avvertirono, però, fu l’aria umida e stantia che portava con sé un pesante odore di muffa. Le assi del pavimento scricchiolavano sotto i loro passi incerti, mentre le travi del soffitto erano annerite dal fumo. Da una finestra rotta entrava uno spiffero di vento che smuoveva delle lenzuola ingiallite appoggiate ai due grandi tavoli al centro della stanza.
Lucan strinse la spada col cuore che batteva più forte.
«Non mi piace questo posto...» sussurrò, guardandosi intorno con diffidenza. «Sembra che nessuno ci metta piede da anni.»
Doryan annuì, preoccupato ma anche un po’ incuriosito.
«Un tempo, questa doveva essere la bottega di qualche artigiano…»
Un lieve rumore alle loro spalle li fece voltare di scatto. Dalla penombra emerse una figura fragile ma dallo sguardo penetrante: un uomo anziano, avvolto in una tunica rossa sbiadita, i capelli bianchi come fili d’argento e la barba molto lunga. Con passo lento e deciso, si avvicinò a loro.
«Benvenuti.» disse con voce roca ma ferma. «Vi stavo aspettando.»
Sia Doryan che Lucan estrassero le loro spade dal fodero.
«Chi siete?» domandò Lucan con un leggero timore.
Il vecchio sorrise e scosse il capo, sventolando i suoi lunghi capelli bianchi.
«Non posso crederci. Che domanda incredibilmente stupida!» sbottò con teatralità, spostando gli occhi ora sull’uno, ora sull’altro ragazzo. «Ma d’altronde, cosa dovrei aspettarmi da due bambini che vanno a un incontro senza la benché minima idea di cosa li attenda?! Eh? Eh?!»
Doryan fissò Lucan un po’ spaesato. Quel tipo sembrava davvero strano e imprevedibile, specialmente dal tono della voce e dai suoi gesti inconsulti.
«Cosa volete? Perché ci avete fatto venire qui?»
«Ecco!» esclamò il vecchio, puntando il dito su Doryan. «Questa è una domanda sensata.»
«Anche la mia lo era…» fece notare Lucan con disappunto.
«No, non lo era.» lo contraddisse il vecchio, guardandolo torvo. «Sapere chi sono non salverà la vostra vita o quella del re. Sapere cosa voglio, invece, sì.»
Lucan si innervosì e gli puntò contro la sua spada.
«Qui l’unico in pericolo siete voi, signore!»
Con un gesto semplice e rapido della mano, il vecchio fece cadere entrambe le armi dei due apprendisti cavalieri. Doryan rimase scioccato nel vedere i suoi occhi illuminarsi come l’oro più puro.
«Siete… siete…»
«… uno stregone!» terminò Lucan, ugualmente sbigottito.
«Mmmh… che intuito! Davvero ammirevole…» li prese in giro il vecchio. «Ora, se non vi dispiace, mi piacerebbe andare dritto al punto. Non ho mica tutto il giorno!»
Lo stregone si mosse a piccoli passi attorno ai due ragazzi. Le sue dita, nodose come rami secchi, tracciavano nell’aria simboli invisibili, ma densi come fumo.
«Cosa state facendo?» domandò con timore Doryan.
«Non temete, non userò alcun incantesimo su di voi.» mormorò il vecchio, senza interrompere i suoi movimenti. «Ne lancerò uno intorno a voi. Ciò che cerco è il ricordo di un evento accaduto ieri pomeriggio. Ho avvertito un’energia magica mai sentita prima e devo capire cosa fosse…»
Doryan e Lucan si guardarono con cautela. Il vecchio si riferiva quasi certamente alla loro visione. Ma come faceva a saperlo? E cosa c’entrava lui? Forse, aveva a che fare con quanto avvenuto? In testa avevano troppe domande e poco tempo per reagire.
Lo stregone chiuse immediatamente gli occhi e dalla sua bocca uscì un soffio caldo, quasi un lamento sommesso: «Tīd, beheald þæt wæs. Þurh ascan forloga, ārīs sōþ mid winde.»
Una brezza leggera si alzò tra loro. Polvere sottile prese a roteare intorno ai due ragazzi, disegnando forme tremolanti, immagini spezzate, echi di voci lontane.
Il volto del vecchio si fece più teso. Le sopracciglia si strinsero in un’espressione di dubbio profondo.
«La nebbia… una donna… una bilancia…» mormorò tra sé.
I suoi occhi si aprirono di scatto e in quel preciso istante la visione si dissolse in un turbine di vento. Per un lungo momento, nessuno parlò. Poi, lo stregone si voltò verso Lucan e Doryan, con uno sguardo intenso.
«Adesso inizio a capire…»
Doryan sgranò gli occhi.
«Cosa significa?»
Il vecchio non rispose subito. Si avvicinò invece alla finestra, scrutando l’orizzonte. Il cielo si era fatto scuro, e una pioggia sottile batteva contro il fragile tetto della casupola.
«Che siete connessi a una magia molto potente. Non ne comprendo l’origine, ma è legata all’Antica Religione.»
Doryan abbassò lo sguardo. Sentiva un peso indistinto nel petto, come se quelle parole avessero dato forma a un timore che fino a poco prima era solo una vaga inquietudine.
Una magia potente…
Il ricordo della donna nella nebbia, coi suoi occhi ramati e quella bilancia, si fece improvvisamente vivido, quasi tangibile. Un brivido gli percorse la schiena.
«Perché?» domandò infine Lucan, rompendo il silenzio. «Perché volevate sapere cos’era successo?»
Il suo tono non era né ostile né impaurito, ma conteneva una dose evidente di apprensione. Il vecchio fissò prima lui e poi Doryan con circospezione.
«Perché dovevo essere sicuro che la vostra disavventura non avesse nulla a che fare con il re.»
«Il re?!» ripeterono i due ragazzi sbalorditi.
«Sì, esatto. Il re. Siete diventati sordi per caso?»
«Ma… ma voi siete uno stregone! Perché mai dovrebbe interessarvi di re Artù?»
Il vecchio sospirò lentamente ma con enfasi. I suoi occhi chiari tradivano una tensione opprimente.
«Non potete capire…»
«Metteteci alla prova!» protestò Doryan, convinto. Lui e Lucan avevano rischiato molto ad andare a quell’incontro. Il minimo che potevano esigere era avere delle spiegazioni.
Il vecchio stregone sospirò, scoraggiato. Sapeva che i due ragazzi non si sarebbe accontentati di una risposta evasiva. Così, parlò più chiaramente.
«Perché il suo destino e il mio sono connessi inesorabilmente. Sono avvolti a doppio filo come se fossero gemelli, similmente a come è accaduto a voi.» disse, indicando i due ragazzi con le sue dita ossute.
«Noi due?!» ripeterono all’unisono Lucan e Doryan, sbigottiti.
«Sì, perché il destino non distingue uno stregone da un re, un nobile da un servo. La verità è che agisce in maniera molto più complessa e difficile da prevedere.»
Doryan e Lucan si scambiarono un’occhiata perplessa. Non avevano compreso appieno cosa significassero quelle parole, tuttavia suonavano ambigue, a prescindere da come volessero essere interpretate.
Doryan si grattò la nuca, incerto.
«Non ha molto senso ciò che dite…» mormorò.
Lo stregone alzò le spalle, sorridendo solo con la bocca. Gli occhi rimasero seri e malinconici.
«Non importa che non capiate. Sappiate solo che il mio destino, e la mia scelta, è di proteggere Artù dai pericoli che lo bersagliano. Lui può anche aver deciso di non volere la magia nelle sue terre, ma la magia è, e resterà per sempre, parte della sua vita.»
Doryan lo guardò con un’espressione sempre più sconcertata. Uno stregone che difendeva un re… usando la magia che quest’ultimo aveva bandito?
«Le vostre parole non fanno che rendere la spiegazione ancora più incomprensibile…»
«Già…» concordò Lucan, fissando il vecchio. «… eppure, io gli credo.»
Il ragazzo non sapeva spiegare il perché, ma in fondo al cuore sentiva che l’uomo davanti a loro non stava mentendo.
Doryan spostò lo sguardo dal vecchio all’amico, stupito solo in parte. Lucan aveva sempre avuto una grande bontà d’animo, fin da bambino. Ogni volta che lo vedeva così sicuro di una sua verità, per quanto improbabile, non poteva fare a meno di crederci anche lui. E così era anche in questa occasione.
«Allora…» continuò. «…facciamo conto che crediamo alla vostra spiegazione… qualunque cosa voglia significare. Se non siete qui per farci del male… potete spiegarci meglio, o dirci qualcosa in più riguardo alla donna della visione? Chi era? E cosa voleva da noi?»
Il vecchio fece una smorfia e scosse il capo.
«Mi dispiace, ma non posso dirvi ciò che non so.» rispose con lentezza. «Non so chi sia, né quale motivo l’abbia spinta a mettersi in contatto con voi. Tuttavia, posso dirvi questo: ciò che ho percepito nel suo potere era vivo, pulsante. Ed era antico… come se la magia stessa scorresse nelle sue vene.»
I due giovani rimasero immobili a riflettere su quanto ascoltato. Dopo un istante, Doryan fece un passo avanti, nonostante il timore.
«Cosa significa che il suo potere era vivo?»
«Che lei non è uno spirito.» spiegò lo stregone. «Né una creatura legata al velo. È un essere vivente, come noi. Però, la sua magia è… diversa. Non ne ho mai sentito una simile prima d’ora.»
Doryan si mise una mano sotto il mento. Poi chiese: «Ma credete che tornerà?»
Il vecchio lo guardò per un lungo momento, come se vedesse qualcosa che nemmeno lui stesso riusciva a spiegarsi. Poi sorrise, ancora una volta senza gioia.
«Se la vita mi ha insegnato una cosa, è che un problema non smette mai di cercarti. Sparisce, si nasconde, ma state pur certi che prima o poi vi ritroverà.»
Pronunciate quelle parole sarcastiche che suonavano come un avvertimento, fece qualche passo indietro. Poi, si incamminò verso la porta e uscì, senza voltarsi, sparendo velocemente nella radura circostante.
«Che tipo strano.» commentò Lucan.
Doryan annuì. Quello stregone non era una persona qualunque. Il ragazzo non aveva mai visto una determinazione tanto grande negli occhi di un uomo. Il suo obiettivo era di proteggere il re, andando contro i suoi stessi interessi. Non aveva senso, ma sembrava corrispondere al vero.
Oppure, era un inganno, e loro si erano lasciati raggirare come degli allocchi.
Lucan e Doryan restarono a fissarsi per diversi minuti con quel dubbio. Poi, varcarono anche loro la soglia, uscendo all’esterno della casupola.
La pioggia era cessata, ma l’aria era ancora intrisa d’umidità. Percorsero tutto il tragitto di ritorno senza parlare, come se entrambi cercassero di raccogliere i pensieri dispersi da quanto era appena accaduto.
Una volta arrivati al castello, vennero raggiunti da un ragazzo magrolino dalla carnagione chiara.
«Lucan! Doryan! Vi stavo cercando!» urlò, agitato.
Era Gedmund, uno dei servitori che lavoravano al castello. Aveva all’incirca la loro età e i tre avevano stretto fin da subito amicizia.
«Cos’è successo, Ged?» chiese Lucan.
«Il re! Il re! Il re vuole vedervi!» esclamò con impeto il servo mentre fremeva sul posto, arrivando quasi a saltellare. «Mi ha detto di convocarvi con la massima urgenza! Sembrava su tutte le furie!»
Doryan si voltò di scatto verso l’amico.
«Cosa sarà successo?»
Il suo pensiero andò immediatamente agli eventi degli ultimi giorni, ma non lo disse ad alta voce. Lucan però capì senza alcun bisogno di parlare. Il suo sguardo era inequivocabile.
«Non ci resta che scoprirlo.»
***
La porta della sala del consiglio si aprì con un lieve cigolio, permettendo il passaggio di Lucan e Doryan. L’ambiente era ampio, austero, con pareti ricoperte da arazzi e mappe, e una lunga tavola in legno scuro al centro, ingombra di pergamene, calamai e sigilli reali.
Re Artù, seduto a capo della tavola, era intento a leggere con attenzione una catasta di documenti. Le sopracciglia aggrottate e le dita che tamburellavano sul legno tradivano un’evidente irritazione.
Merlino, in piedi accanto a lui con aria innocente, osservava una piuma d’oca come se fosse l’oggetto più interessante della stanza.
«Sei sparito per ore, Merlino.» borbottò Artù, senza alzare lo sguardo dalle pergamene. «Esigo una spiegazione! E spero per te che non inizi con “sono andato a raccogliere delle erbe per Gaius”, perché ormai non ci credo più.»
Merlino fece una smorfia, lanciando un’occhiata furtiva ai due ragazzi appena arrivati.
«Ehm… sono stato impegnato con le pulizie del castello, sire.»
«Davvero?» ribatté Artù, scettico. «Perché ti ho fatto cercare in lungo e in largo, ma non ti hanno trovato. Di grazia, si può sapere dove ti nascondevi?»
Merlino deglutì, in difficoltà. L’arrivo dei due apprendisti, però, attirò l’attenzione di Artù, che si raddrizzò sulla sedia e indicò loro di avvicinarsi.
«Ah, finalmente! Avanti, venite.»
I due ragazzi si scambiarono uno sguardo teso, poi avanzarono cautamente.
«Abbiamo delle faccende importanti di cui discutere.» aggiunse il re, ora con tono serio.
Doryan e Lucan fecero un rapido inchino e si misero sull’attenti. Erano nervosi e il sudore sulle loro fronti ne era una chiara conferma.
«Ho deciso di affidarvi una missione alquanti delicata.» annunciò il re, osservando i due apprendisti con occhi indagatori.
«Cosa? Dite sul serio?» domandò con impeto Lucan. Era chiaro che non se lo aspettava.
Doryan sbatté le palpebre, sorpreso. Anche lui credeva che ci fosse in ballo tutt’altra storia. Ma evidentemente si sbagliava.
«Ovviamente.» confermò Artù. «Credo sia giunto per voi il momento di mettervi alla prova. E ho qualcosa che fa proprio al caso vostro.»
Artù si alzò dalla sedia e consegnò alcuni documenti a Sir Leon, appena entrato. Il cavaliere fece un cenno di assenso al re e poi uscì dalla sala.
«Di recente abbiamo stretto un nuovo trattato col regno di Nemeth. In segno di buona fede, io e la regina abbiamo deciso di offrire un dono alla principessa Mithian. Si tratta di un cimelio molto antico, che è in mano ai Pendragon da generazioni.»
«Vi chiedo perdono, sire.» intervenne Doryan. «Ma quale sarà il nostro compito?»
«Consegnarlo a destinazione.» rispose Artù allargando le braccia. «Tra una settimana, in occasione del compleanno della principessa. Pensate di riuscirci?»
I due ragazzi annuirono con enfasi.
«Sì, sire!»
«Molto bene, allora. Potete andare. A tempo debito vi farò avere le istruzioni necessarie.» li congedò il re. «Tuttavia, ci tengo a mettervi in guardia: questo cimelio è un dono molto prezioso e sarebbe incauto da parte vostra non prendere le dovute precauzioni per il viaggio. Assicuratevi che questa notizia non giunga a orecchie indiscrete.»
«Certamente, sire. Non vi deluderemo.» disse prontamente Doryan, prima di lasciare la stanza insieme all’amico.
Il suo petto era gonfio d’orgoglio. Il re aveva affidato loro un incarico di estrema importanza. Le preoccupazioni che lo attanagliavano sembrarono per un momento farsi più leggere, più sopportabili.
La donna della visione, lo stregone, il codice segreto di suo nonno… erano dei problemi che potevano attendere. Ora, finalmente, lui e Lucan avevano l’occasione di servire il regno e dimostrare al re di essere pronti a diventare cavalieri.
«Ehi, Doryan? Abbassa un po’ la testa o andrai a sbattere contro un’arcata.» lo prese in giro Lucan, vedendo la sua espressione fiera.
Fuori dalla sala incontrarono anche Gedmund, che li aspettava con fermento.
«Allora, ragazzi?! Cosa vi ha detto il re? Non sarete mica nei guai?»
«No, tranquillo, Ged.» lo rassicurò Lucan. Nonostante le sue parole sarcastiche, anche lui fremeva dall’eccitazione. «Non ce l’aveva con noi, anzi! Voleva affidarci la nostra prima missione!»
Doryan annuì con quanta più compostezza possibile.
«Beh, diciamo prima missione ufficiale. Non dimentichiamoci di quella intrapresa con Sir Galvano…»
«Ah, sì, hai ragione. Anche se spero che stavolta vada un po’ meglio…»
Sia Doryan che Lucan sbottarono a ridere di gusto. Gedmund, intanto, mise un braccio sulle spalle di ognuno.
«È fantastico, ragazzi! Se il re vi ha affidato una missione, significa che crede nelle vostre capacità! Dobbiamo assolutamente festeggiare. Che ne dite di andare alla locanda?»
«Oh, sì! Ho proprio voglia di stufato di agnello!» esclamò Lucan, lisciandosi la pancia vuota.
«In effetti, anche io ho molta fame. Perché no?»
«Bene!» esultò Gedmund, soddisfatto. «Andiamo, allora! E, nel frattempo, raccontatemi in cosa consiste questa missione. Sono molto curioso.»
I tre si incamminarono verso l’uscita del castello.
«Dobbiamo consegnare un cimelio prezioso alla principessa Mithian, di Nemeth.» spiegò Lucan con enfasi, mangiucchiando un biscotto che aveva estratto dalla tasca.
«Abbassa la voce!» lo rimproverò Doryan. «Non devono saperlo tutti!»
Lucan fece per scusarsi con la mano. Intanto, Gedmund mancò un passo.
«Ehi, Ged, tutto bene?»
«Sì… certo…» li rassicurò il servo annuendo. Per un attimo, sembrò essersi turbato per qualcosa, ma poi scansò subito via quel pensiero e si risistemò alcune ciocche dei capelli scuri davanti all’orecchio sinistro, dove spuntava una vistosa cicatrice. «Va tutto molto bene… Avanti, ditemi di più.»
Note dell’autore
Ben ritrovati! Mi scuso moltissimo con chi stava seguendo la storia perché sono diversi mesi che non aggiorno.
In questa parte ho voluto inserire per la prima volta un nuovo villain, Morholt, riprendendo gli eventi accaduti nella terza parte. Il personaggio esiste già nelle leggende arturiane e ho cercato di adattarlo anche nella versione della serie tv.
Per quanto riguarda la scena centrale in cui è presente lo stregone, l’ho narrata dal punto di vista di Lucan e Doryan, ma spero che si sia capito chi sia in realtà…
In ultimo, ringrazio chiunque abbia letto e recensito fin qui. Grazie davvero! Vedrò di pubblicare la prossima parte il più presto possibile. Anticipo intanto che farà la sua comparsa una vecchia conoscenza di Artù e Merlino, un personaggio che si è visto poco nella serie e che avrebbe meritato quanto meno un finale alla sua storia. Non so se io riuscirò a darglielo, ma ci proverò!
Un saluto a tutti e a presto!
In questa parte ho voluto inserire per la prima volta un nuovo villain, Morholt, riprendendo gli eventi accaduti nella terza parte. Il personaggio esiste già nelle leggende arturiane e ho cercato di adattarlo anche nella versione della serie tv.
Per quanto riguarda la scena centrale in cui è presente lo stregone, l’ho narrata dal punto di vista di Lucan e Doryan, ma spero che si sia capito chi sia in realtà…
In ultimo, ringrazio chiunque abbia letto e recensito fin qui. Grazie davvero! Vedrò di pubblicare la prossima parte il più presto possibile. Anticipo intanto che farà la sua comparsa una vecchia conoscenza di Artù e Merlino, un personaggio che si è visto poco nella serie e che avrebbe meritato quanto meno un finale alla sua storia. Non so se io riuscirò a darglielo, ma ci proverò!
Un saluto a tutti e a presto!


