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Autore: Victoria93    31/10/2025    2 recensioni
Tratto dalla storia:
-"Sai cosa sei? Una stronza. Una MALEDETTA stronza. Ti piace giocare a fare Dio, ti piace fingere d'essere perfetta, ti piace fingere di odiarmi, ti piace ripetere che ti faccio schifo, ma sono tutte STRONZATE. La verità è che tu non riesci a staccarti da me, non riesci a disprezzarmi come vorresti, non riesci a smettere! Proprio come me, Eliza. IO NON RIESCO A SMETTERE. Chiamala come vuoi; chiamala mania, ossessione, disturbo, non me ne frega niente! Ma smettila di raccontarmi balle, smettila di rendermi le cose ancora più difficili!".
"Che cazzo di problema hai, Mello?!".
"Maledizione, ragazzina, TU sei il mio problema!!".
"Perché?!".
"Perché ti amo!!".
SEGUITO DI 'SUGAR AND PAIN': non leggetela se non avete letto la prima storia.
Vent'anni dopo il caso Kira, Eliza, convocata da Near, si reca in Inghilterra per risolvere un caso di omicidi seriali. Qui fa la conoscenza di un uomo cupo, tormentato, taciturno e irascibile, che le sconvolgerà per sempre la vita.
Riusciranno Eliza e Mello a superare le loro diversità, a combattere per il loro amore e a vincere contro un nuovo, temibile avversario?
Combattere contro un mostro è difficile: combattere contro se stessi è molto peggio.
Genere: Drammatico, Romantico, Song-fic | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Mello, Near, Nuovo personaggio
Note: Lemon, OOC, What if? | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Capitolo 12 – Nightmare
 
Il loro viaggio di ritorno verso l’appartamento dell’SPK fu silenzioso e colmo di tensione.
Eliza cercò di tenersi impegnata, assicurandosi che la motocicletta con cui erano arrivati sulla scena del delitto venisse recuperata e provvedendo ad aggiornare Near e il resto della squadra su ciò che era avvenuto alla cattedrale; una parte di lei, in realtà, sperava che una scelta del genere avrebbe finito per distenderle i nervi e per darle modo di pensare con più lucidità alla mossa successiva, ma tutto ciò che ottenne fu irritarsi ulteriormente nel sentire il leader dell’SPK insistere affinché lei seguisse il protocollo di sicurezza predisposto dall’agente Donati.
“Near, consentimi di dirlo: mi stai facendo decisamente incazzare” aveva finito per dirgli, digrignando i denti.
“Mi dispiace constatare che la mia decisione ti abbia irritato, Eliza” aveva ribattuto Near.
All’altro capo del telefono, era riuscita distintamente a sentire le sue dita bianche dare colpetti ritmici all’ennesima torre di dadi che stava smontando con pigrizia, dopo aver, con ogni probabilità, impiegato almeno un’ora per erigerla.
“Irritato? Non mi stai ascoltando, Near” era sbottata lei, tamburellando nervosamente sulla maniglia della portiera posteriore, mentre la macchina su cui erano saliti sfrecciava nel traffico fiorentino, intenta a riportarli alla base “Non ho detto che sono irritata. Sono incazzata. Credevo che mi avessi voluto in Italia perché volevi delle risposte relative alla dannata scena del crimine. Bene, adesso ne abbiamo due. Bella sorpresa, eh? E gli italiani che diamine fanno? Interrompono l’ispezione solo perché qualche fanatico idiota decide di starci fra i piedi? Non possiamo lavorare in questo modo, lo capisci sì o no?”.
“Le mie priorità e le tue coincidono, Eliza” aveva sospirato Near, con il tono di chi sta alzando gli occhi al cielo “Ma devo ricordarti che, come capo dell’SPK, ho delle responsabilità nei confronti dei miei agenti operativi. Anche se tu non sei ancora stata reclutata formalmente. Cosa a cui, ribadisco, dovremmo pensare in modo definitivo, magari quando sarai rientrata in Inghilterra”.
“Non cercare di cambiare discorso, Near…!”.
“Inoltre, le disposizioni dell’Interpol in merito ai parametri di sicurezza da adottare relativamente a questa operazione sono state piuttosto…stringenti. Sono sicuro che capisci la mia posizione”.
Eliza aveva stretto gli occhi, trattenendosi dallo sbottare ad alta voce, considerando che lo sguardo di Mello, seduto sul sedile posteriore accanto a lei, aveva iniziato a fissarsi insistentemente sul suo profilo, come nel tentativo di cogliere qualcosa che lo avrebbe interessato o che avrebbe potuto essergli utile in qualche modo.
Le disposizioni dell’Interpol” lo aveva parafrasato Eliza.
Le nocche della mano che stringeva il telefono erano diventate improvvisamente biancastre.
“Sarebbe a dire, le disposizioni del dannato Elle” aveva ringhiato la ragazza, sospirando pesantemente.
“Eliza…”.
“No. Non è il momento di parlarne. Ma che sia chiaro, Near: mi sta bene che tu sia a capo dell’operazione, ma non accetto interferenze con il mio lavoro. So operare sul campo senza bisogno delle dannatissime guardie del corpo, e non ho nessuna intenzione di permettere ai gorilla italiani stazionati in questo maledetto punto operativo di starmi col fiato sul collo mentre analizzo lo schema comportamentale del killer. Affronteremo la questione in modo più opportuno durante la prossima riunione operativa. Nel frattempo, di’ ai tuoi cani di stare a cuccia. La prossima volta che provano ad allontanarmi da una scena del crimine, non sarà del malumore di Elle che dovrai preoccuparti” lo aveva avvisato, sforzandosi di mantenere basso il tono della voce.
“Ciò che dice tuo padre ha un peso che nessuno di noi è autorizzato a ignorare, Eliza. E devo ricordarti che tu, al riguardo, non fai eccezione”.
Eliza aveva stretto i denti e socchiuso gli occhi, sforzandosi ancora una volta di non scagliare lontano il telefono: sentiva ancora lo sguardo di Mello intento a perforarla da parte a parte.
Alla fine, aveva respirato profondamente, concedendosi una risatina sarcastica.
“Sai che ti dico? La vedremo, Near. Non erano questi i nostri accordi, quando mi hai presentato la dannata struttura di quest’indagine…e adesso pensi di potermi comandare a bacchetta come se fossi uno dei tuoi stupidi soldatini? Non eseguo ordini che non abbiano una logica, maledizione. Se vuoi ubbidienza cieca, manda sul campo uno dei tuoi bambocci della CIA. Prenderò questo killer. A modo mio. Che al tuo protocollo di sicurezza e a Elle, in particolar modo, piaccia o meno”.
“Eliza…”.
“Aggiornamento entro le tre del mattino, fuso orario di Roma. Ti richiamo” aveva poi concluso, riattaccando e gettando finalmente il cellulare sul sedile, con la massima stizza.
Gli occhi di Mello continuarono a osservarla per un istante ancora, soffermandosi sul modo in cui il suo petto si alzava e riabbassava più velocemente di quanto lei stessa avrebbe voluto; ma proprio quando lei fu sul punto di domandargli con stizza cosa diavolo avesse da guardare, facendo per volgersi verso di lui, il tedesco aveva già prontamente distolto lo sguardo, indirizzando l’attenzione fuori dal finestrino, le mani guantate subito impegnate a scartare con noncuranza una nuova tavoletta di cioccolato.
Infine, il silenzio calò all’interno dell’abitacolo, interrotto soltanto dal gracchiare delle comunicazioni radio che l’agente dell’SPK che li stava scortando al loro appartamento continuava a ricevere di quando in quando.
Dal canto proprio, per quanto la cosa lo stesse mortalmente infastidendo, Mello non poté fare a meno di rendersi conto che le parole di Eliza gli stavano riecheggiando nella mente, scuotendolo più di quanto avrebbe creduto possibile.
A modo mio.
Voltandosi completamente per darle le spalle per quanto possibile, finì per appoggiare per un istante la fronte contro il finestrino, mentre la loro auto non cessava di sfrecciare fra le strade di Firenze, arrivando infine a chiudere gli occhi per un istante; le sue dita guantate corsero in direzione del rosario che portava sempre al collo, iniziando a giocarci con apparente noncuranza.
La sua mente brillante stava disperatamente cercando di evitare che i ricordi lo sommergessero di nuovo; eppure, nell’abbassare lo sguardo su quell’oggetto, era del tutto consapevole che qualsiasi tentativo di distrarsi utilizzandolo sarebbe stato destinato a fallire miseramente. In effetti, concentrare l’attenzione su quel pendente di solito non faceva che farlo sprofondare nei meandri di un passato che ancora non aveva accettato del tutto…e che forse non avrebbe mai smesso di tormentarlo nei suoi incubi.
Suo malgrado, i suoi occhi glaciali si posarono di nuovo sul profilo di Eliza, finendo per scendere lungo la curva elegante del collo di lei, dove troneggiava la collana che aveva notato il primo giorno in cui aveva posato gli occhi su quella ragazza.
Con un sorriso sghembo, finì per ammettere con sé stesso che con lei si era vantato dall’inizio di essere un tipo piuttosto diretto, ma in verità le aveva mentito prima ancora di dirle il suo nome.
Quel giorno le aveva detto di averla riconosciuta proprio grazie a quella collana. Le aveva detto di non aver mai incontrato sua madre.
Ma aveva mentito. Spudoratamente.
Non aveva più pensato a quel singolo istante per tutti quegli anni…se non il giorno in cui se l’era di nuovo trovata davanti, intenta a scendere da quella dannata limousine e a rivolgerglisi con un tono che nessuno aveva mai sfoggiato nei suoi confronti.
Questo, inutile sottolinearlo, aveva rappresentato un’ottima ragione per odiarla ulteriormente. Perché, se c’era una cosa che detestava con tutte le sue forze, era ritrovarsi a tornare con la memoria al momento in cui aveva deciso di lasciare la Wammy’s House per sempre…
 
Quella sera, il corridoio che portava all’ufficio di Roger gli appariva più lungo del solito. Ognuno dei suoi passi, il cui suono rimbalzava contro i muri con cadenza nervosa e irritata, riecheggiava fra quelle mura con gravità: la stessa gravità propria di un individuo che aspettava da troppo tempo una risposta che ancora non era arrivata.
Le pareti della Wammy’s House, quelle stesse che l’avevano visto crescere, imparare, cadere, rialzarsi,
oggi gli sembravano fredde, indifferenti, persino ostili. Molto più di quanto lo fossero mai state in precedenza.
Come se già sapessero cosa stava per succedere.

Mello camminava a passo di carica, trattenendosi a stento dal correre, le mani strette a pugno lungo i fianchi, come nel tentativo di impedirgli di fare qualcosa di insensato. Di tenere a freno il desiderio di perdere il controllo che, ancora una volta, si stava insinuando nella sua mente, a seguito dell’ultima occasione, risalente solo a poche ore prima, in cui si era ritrovato costretto a trascorrere del tempo nella stessa stanza in cui si trovava Near.
Il suo sguardo glaciale e totalmente concentrato non si soffermò neanche per un istante a vagare fuori dalle ampie finestre che era così alacremente impegnato a superare, diretto verso l’ufficio di Roger Ruvie. Dall’esterno, continuavano ad arrivare i rumori degli allievi della Wammy’s House intenti a rincorrersi, a giocare insieme, a ridere, persino a prendersi in giro l’un l’altro o a fare a botte, più o meno scherzosamente.

Per un solo momento, quei suoni gli ricordarono che era passato molto tempo dall’ultima volta in cui si era concesso di pensare a qualcosa di diverso dalla graduatoria. In cui aveva trascorso del tempo all’aria aperta per il solo gusto di farlo. In cui aveva semplicemente sorriso in modo genuino.
Scosse la testa e continuò ad avanzare, mentre i raggi del crepuscolo si infrangevano contro il suo profilo, donando alla sua chioma dorata infiniti riflessi e costringendolo a socchiudere gli occhi per il fastidio che la luce gli stava provocando. Con uno sbuffo annoiato, si spostò alcune ciocche dal viso e lanciò un’occhiata all’orologio che dominava la parete di fronte a sé.
Le 17.00. In perfetto orario.
Aveva chiesto lui quel colloquio. Non Roger. Né tantomeno Elle.
Non che Elle avesse mai dimostrato uno specifico interesse di qualsiasi genere nel comunicare direttamente con lui…anche se aveva sperato che quella volta, quella singola volta avrebbe potuto rappresentare un’eccezione.
Si era preparato per settimane, mesi per quel maledetto test. Roger e il resto del corpo insegnanti avevano trascorso molto tempo a ricordare a tutti gli allievi dell’istituto quanto quella singola prova avrebbe potuto rivelarsi importante per la loro posizione nella graduatoria.
Ormai, da un po’ si cominciava a vociferare che Elle fosse finalmente pronto per scegliere il suo erede.
Mello non si era posto troppe domande in merito al perché di quella svolta improvvisa; da quando Elle aveva definitivamente sconfitto Kira, molte cose erano cambiate.
Non solo la fama di Elle era ormai così significativa da avergli di fatto garantito la possibilità di impartire diretti ordini all’Interpol, (per quanto l’ONU, per tutelare il rispetto dei singoli stati di diritto, non gli avesse certo garantito pieni poteri al riguardo), mettendolo in una posizione di prestigio priva di eguali, malgrado i suoi precedenti già notevoli; ma inoltre, dopo la fine di quelle indagini, la vita di Elle aveva preso una piega completamente inaspettata.
Si era sposato.
E ora, per quanto ne sapeva Mello…era già diventato padre.
Scosse la testa per scacciare il pensiero, continuando ad avanzare verso l’ufficio di Roger. In fondo, che importanza poteva avere, se non in rapporto a ciò che gli interessava apprendere, se non in rapporto al suo obiettivo?
Forse era vero. Forse le preoccupazioni che aveva sentito esprimere tempo prima a Roger avevano un fondamento di verità. Forse davvero Elle non sarebbe più stato nella posizione di svolgere il suo incarico, avendo una famiglia di cui occuparsi. E allora…forse era per questo che lo stesso Watari aveva preso a ripercorrere i corridoi della scuola più stesso del solito, parlando a bassa voce con gli insegnanti e rivolgendo agli studenti qualche sorriso benevolo, gli occhi grigi intenti a concentrarsi particolarmente sul profilo di Near…e sul suo.
Forse era per questo che l’annuncio di quella prova era stato accompagnato da così tanta insistenza in merito alla sua importanza.
E infatti, Mello aveva messo tutto sé stesso nel prepararsi al riguardo. Aveva trascorso giorni e notti a studiare, ad esaminare ogni precedente clinico trattato durante le lezioni di Criminologia, a sottoporsi a continui test di logica per allenare la mente, per essere pronto, per essere finalmente in grado di non lasciarsi sfuggire niente.
Per poter riuscire a superare Near.
E alla fine…per la prima volta, per la prima, dannata volta…quando si era fatto largo fra la folla composta dagli studenti intenti a spintonarsi di fronte alla bacheca posta nella sala d’ingresso, dove venivano affissi i risultati di ogni test, di ogni prova, di ogni maledetta selezione, Matt gli era corso incontro, gli occhi colmi di ammirazione e di entusiasmo, per poi afferrarlo per la manica nera del maglione, trascinandolo in direzione della teca di vetro, senza riuscire a zittirsi neanche per un secondo.
“Mells, MELLS! Vieni a vedere, vieni a vedere, cazzo! Guarda!” non faceva che ripetergli, trattenendosi a stento dal saltellare per la gioia.
Lo sguardo di Mello era corso subito in direzione del foglio appeso nella bacheca, intento a scorrere febbrilmente le righe poste subito sotto l’intestazione: nel leggere quanto vi era scritto, per poco non aveva pensato di star immaginando tutto.
Per la prima volta, lui e Near avevano ottenuto il medesimo punteggio.

Erano ufficialmente pari merito nella graduatoria di quel mese.
Sulle sue labbra si era alla fine dipinto un sorriso diverso da tutti quelli che lo avevano preceduto in quegli anni, diverso da quei rari accenni di smorfia che si permetteva di concedersi, magari in presenza di Matt o quando era convinto che nessuno lo stesse guardando. Per la prima volta, si era sentito finalmente forte, capace. Per la prima volta, si era sentito visto, anche se aveva di nuovo dovuto dividere la scena con quel cyborg di Near.
Ma almeno, adesso erano alla pari. Adesso, dopo tutto quel tempo, Elle avrebbe potuto rendersi conto che non solo era più determinato di Near, più capace, più adeguato a ricoprire quell’incarico in termini di spregiudicatezza, di decisione, di predisposizione all’azione. Finalmente gli aveva dimostrato che persino i test attitudinali legati all’aspetto teorico, logico, razionale non lo vedevano come inferiore.
Era certo che bastasse.
Era certo che stavolta…Elle si fosse deciso. Sarebbe bastato. Sarebbe finalmente stato sufficiente.

…doveva esserlo.
Arrivato finalmente di fronte alla porta di mogano scuro, dal taglio elegante e raffinato, che segnava l’ingresso dell’ufficio del vicedirettore della Wammy’s House, Mello si fermò, i piedi ben piantati a terra, per poi prendere un respiro profondo.
Bussò una volta sola, con estrema decisione.
“Avanti”.
La voce di Roger era piatta, come di consueto. Non ostile. Non lo era mai stata. Ma neppure particolarmente entusiasta, o calorosa, o provvista di un qualche particolare interesse che gli facesse percepire che potesse essere cambiato qualcosa.
Mello decise di non soffermarsi su sfumature del genere, affrettandosi a varcare la soglia e a richiudersi la porta alle spalle.
La saletta che gli apparve davanti agli occhi era identica a come la ricordava: arredata in modo asciutto e scarno, nonché senza particolare attenzione.
Esattamente quello che ci si sarebbe aspettati da una stanza che voleva rappresentare una personalità diffidente e piuttosto schiva, abituata a non voler rivelare molto di sé al mondo che la circondava.
Una piantana sottile, col fusto in ottone brunito e un paralume in tessuto color crema, si ergeva accanto alla libreria come un osservatore silenzioso, proiettando debolmente una luce calda e smorzata sulle pagine impolverate dei dossier di cui la libreria era invasa.
Accanto ad essi, troneggiavano i manuali di entomologia che Roger amava sfogliare in ogni momento libero, posti accanto alle teche di vetro in cui troneggiavano le collezioni di insetti di cui il vicedirettore era molto fiero.
La luce saliva lungo l’asta verticale della lampada, unica fonte di illuminazione in quel luogo, quasi a voler riscaldare quel piccolo angolo di mondo rimasto immobile nel tempo, intenta a proiettare le loro ombre sulle pareti scure della stanza stessa.
“Mello. Accomodati”.
La voce di Roger, seduto dietro la scrivania di legno pregiato, lo portò a voltarsi nella sua direzione.
Non si era alzato, limitandosi semplicemente a indicare la sedia posta all’altro lato del tavolo con un modesto cenno del capo.
Il signor Ruvie lo fissava dal di sotto dei suoi occhiali da vista, le dita intrecciate sotto il naso adunco con fare composto, intente a nascondere la bocca sottile.
Non sorrideva. Non lo faceva quasi mai, a dire il vero.
Proprio come il suo ufficio, Roger Ruvie sembrava fermo nel tempo. Persino il suo abbigliamento non era cambiato di una virgola, nel corso degli anni: da che ne aveva memoria, Mello lo aveva sempre visto portare le stesse giacche.
Indossava il marrone con la stessa naturalezza con cui un albero indossava la corteccia.
Ogni giacca pareva avere un’essenza diversa; che si trattasse di rovere, mogano o di noce, Roger sembrava sempre voler dare l’impressione di compostezza e di eleganza. Come se il suo intento fosse quello di rimanere scolpito nella memoria di chi lo osservava, di dare l’impressione di essere eterno, immutabile. Come quel suo dannato ufficio. Come quella dannata scuola.
Come lo era stata fino a quel giorno la corsa per la successione al ruolo di Elle.
Mello non si sedette subito.
Restò in piedi per un istante, le labbra serrate, il mento alto; poi, con un movimento secco, si lasciò cadere sulla sedia.

“Allora?”.
La voce gli uscì ruvida, secca, come se avesse trascorso le ore precedenti a urlare, senza mai prendere realmente fiato.

Roger si tolse gli occhiali, iniziando a pulirli con lentezza, lo sguardo incollato alle lenti.
Mello odiava quel gesto. Era ciò che Roger era solito fare quando doveva affrontare una discussione che sapeva profilarsi spiacevole.
“Hai ottenuto un risultato notevole, Mihael. Complimenti”.
MIHAEL.
Se c’era una cosa che Roger non faceva a caso, era utilizzare il vero nome di uno studente della Wammy’s House durante qualsiasi scambio che potesse mai intercorrere con uno di loro.
“Non mi interessa dei complimenti” disse lentamente il ragazzo, il tono colmo di una tensione capace di far vibrare l’aria, per quanto stesse parlando a voce bassa.
Prima di proseguire, fissò lo sguardo sul volto di Roger, che ancora si ostinava a non ricambiare quell’attenzione.
“Voglio sapere se Elle ha deciso”.
Roger sospirò. Un suono antico, consumato.
Come se quella conversazione l’avesse intavolata mille volte, anche solo nella sua mente.

“Elle è a conoscenza dell’esito della prova. Sono certo che ne sia rimasto impressionato, davvero. Ma al momento… non ha espresso alcuna preferenza”.
Il cuore di Mello sembrò fermarsi per un secondo, mentre le parole di Roger aleggiavano, sospese nel silenzio che aveva preso a invadere la stanza.
Quando ritrovò la voce, ciò che disse venne accompagnato da un sorriso del tutto diverso da quello che gli era comparso in volto quando aveva letto i risultati del test.
Di nuovo, il suo viso, dai tratti acuminati ed eleganti, venne deturpato da quella smorfia sarcastica che lo aveva contraddistinto fin dall’infanzia.
“...Neanche stavolta” disse, con la massima semplicità.
Non era una domanda. Era una semplice constatazione.

O forse…un dannato verdetto.
Roger annuì, sospirando nuovamente.
Mello restò immobile.
Per un attimo, solo uno, pensò che potesse esserci un errore. Che Roger si fosse espresso male, o che Elle non avesse letto i risultati. Che forse… forse stesse ancora decidendo.
Forse ci stava pensando proprio in quell’istante, e magari era questione di giorni, di ore…di minuti…

Ma il vuoto nella voce di Roger non lasciava spazio a dubbi: Elle non aveva scelto.
Neanche stavolta.

All’improvviso, fu come se ogni fatica fatta, ogni notte passata in piedi a studiare, ogni prova superata con un nodo allo stomaco, ogni corsa che lo aveva lasciato ansimante, nel tentativo di raggiungere e superare Near…fosse a un tratto scomparsa.
Soffocata da una verità che gli stava stringendo la gola senza nessuna pietà, lasciandolo senza fiato e con una straordinaria voglia di urlare al tempo stesso.
“Non ha ancora deciso”.
E fu allora che qualcosa dentro di lui, che da anni si contorceva silenzioso, si spezzò.
Silenziosamente. In modo non difforme a quello che sarebbe capitato a un osso qualsiasi, sottoposto a pressione eccessiva.

"Non ha ancora deciso…" sussurrò con lentezza, soppesando ogni sillaba.
Quante volte l’aveva sentita, quella frase? Per quanti anni? Cinque? Sei?
Da quanto tempo stava aspettando che quell’uomo, quell’ombra dietro lo schermo, dicesse il suo nome, che finalmente lo scegliesse?

Aveva dato tutto. Sempre. In ogni occasione.
Aveva sofferto, si era annullato, aveva trasformato la rabbia in intelligenza, la paura in logica. Aveva scelto la solitudine, aveva scelto di non avere una vita all’infuori di quella dannata competizione, di quella dannata missione il cui obiettivo era essere scelto da Elle come erede. Si era privato di qualsiasi cosa, arrivando persino a sacrificare la salute, sia fisica che mentale, pur di poter continuare ad avere una stramaledetta possibilità.
E tutto questo per cosa?

Per vedersi superato, ogni volta, da quel cadavere bianco che rispondeva al nome di Near. Da quella mummia vivente, da quella marionetta perfetta.
Near.
Near, che non sbagliava mai, che non si arrabbiava mai.
Che non
viveva mai. Che non sentiva un accidente.
Mentre Mello…beh, lui aveva sempre sentito troppo.
Il ragazzo problematico che soffriva, malgrado avesse sempre fatto di tutto per nasconderlo. L’adolescente ribelle che urlava, sbagliava, sudava, dava l’anima, persino il sangue per ottenere un risultato, senza permettere a niente e nessuno di distrarlo.
Il dannato disastro che doveva essere contenuto, la cui irascibilità rischiava di diventare “una condanna per lui e per tutti coloro che lo circondavano”.
E nonostante tutto,
il dannato disastro era arrivato alla pari con il pupillo di Elle e Roger.
Alla pari.

Ma ancora non bastava. Certo che no.
Elle non aveva scelto. Perché la verità, la dannata verità era una sola: non lo avrebbe mai fatto.
Stringendo i denti, abbassò lo sguardo solo per un secondo, le unghie delle mani intente a conficcarsi nel tessuto nero della stoffa dei pantaloni: per la prima volta nella sua vita, l’ammirazione che provava per Elle vacillò.
Trovò il suo gioco crudele. Infantile. Persino codardo.
Roger, d’altro canto, non faceva che eseguire. In fondo, non aveva mai fatto altro.
Seguiva alla perfezione gli ordini di Watari ed Elle, ripetendo a pappagallo il suo copione vuoto con voce tranquilla, continuando a guardarlo negli occhi, sorridendo, per poi dirgli che la prossima volta avrebbe avuto un’altra occasione.
Con la stessa tranquillità con cui avrebbe annunciato l’ora del maledetto the delle cinque.

Mello restò seduto per lunghi secondi, senza dire una parola.
Poi, con lentezza quasi meccanica, si alzò.
Camminò fino alla finestra, senza guardare Roger; la sua mano destra si sollevò e si posò contro il vetro freddo, come a misurare la distanza tra il dentro e il fuori.
All’esterno, nel cortile, alcuni bambini stavano ancora giocando.
Gli occhi azzurrissimi di Mello percorsero il profilo di Ethan, che indossava la sua maglia rossa preferita e aveva passato la settimana a vantarsi di sapere già recitare a memoria l’intero Pi greco. Avrebbe compiuto cinque anni la settimana successiva.

Accanto a lui, una bimba con le trecce correva in direzione della grande quercia situata a sud est, nel giardino, dove i più piccoli erano soliti riunirsi per giocare a nascondino. Rideva.
Ridevano. Tutti loro ridevano.
Senza sapere niente. Senza sapere cosa li aspettava.

“Sai cosa mi chiedo, Roger?” domandò alla fine, la voce tinta del solito tono spocchioso e sarcastico, lo stesso che utilizzava quando voleva mascherare le sue vere emozioni.
“Mi chiedo come sia possibile”.
Voltò appena la testa, senza staccare la mano dal vetro; Roger, dal canto proprio, aveva girato leggermente la poltroncina su cui era seduto, scrutandolo da sotto gli occhiali che aveva di nuovo provveduto a inforcare. I suoi occhi inespressivi stavano di nuovo provvedendo a trapassarlo da parte a parte.

“Come sia possibile che siano passati tutti questi anni…” proseguì Mello, scandendo bene ogni parola “…e che Elle non abbia ancora fatto la sua scelta”.
Roger non rispose.
Fu allora che Mello si voltò del tutto, incrociando le braccia e fronteggiandolo con un’espressione stanca, frustrata, ma ancora colma di quella rabbia che lo aveva tenuto in vita, in tutti quegli anni.

“Non puoi dirmi che è ancora indeciso!” era sbottato poi, avanzando di un passo verso il vicedirettore “Non puoi dirmi che è una scelta difficile, o quello che diavolo ti hanno detto di rifilarmi anche stavolta. Una scelta difficile? Lo era cinque anni fa. Lo era tre anni fa. Ma oggi… oggi non è più indecisione.
È qualcosa di diverso”.

“Personalmente, cosa credi che sia, Mello?”.
La domanda di Roger era stata pronunciata con tono perfettamente educato, non diverso da quello che Ruvie avrebbe adottato se fossero stati in classe e Mello fosse stato chiamato alla cattedra per un’interrogazione o per un intervento di qualsiasi genere.
L’unico aspetto pronto a tradire la tensione che Roger stava provando era dato dalla presa ferrea, capace di fagli impallidire le nocche, con cui l’anziano stava stringendo i braccioli della sedia girevole su cui era adagiato.
Dal canto proprio, Mello si pronunciò di nuovo nella sua smorfia sarcastica e si strinse nelle spalle, le braccia ancora saldamente incrociate davanti al petto.
“Si chiama noia, Roger. O indifferenza. Usa il termine che preferisci, non m’importa. Così come a Elle non importa un accidenti di questa dannata graduatoria nella misura in cui non riesce a intrattenerlo. Prova a negarlo, se hai il coraggio”.

“Non essere ingiusto, Mello. Elle ha molto a cuore la graduatoria della Wammy’s House, te lo posso assicurare…” iniziò Roger.
“Ah, ma davvero?”.
Fece un passo avanti. Poi un altro, e un altro ancora, gli occhi pronti a stringersi sempre di più in un’espressione colma di tutto ciò che aveva disperatamente cercato di reprimere in tutti quegli anni.
“Magari è proprio come ha detto anni fa, eh? Com’era? Quella parabola sui mostri che fingono di provare interesse per qualcosa, che fingono di avere emozioni, che fingono perfino di avere fame, quando non sentono assolutamente niente. Magari davvero lui è solo questo. E questa dannata graduatoria…è l’unica cosa capace di tenere ancora vivo il suo interesse, ora che Kira è morto. O forse spera che io e Near ci facciamo a pezzi a vicenda”.
Un altro ghigno sarcastico gli attraversò il volto.
“Può darsi che questo finirebbe davvero per divertirlo”.
Mentre parlava, aveva iniziato a muoversi, percorrendo la stanza a passi misurati e colmi di calcolo, nel disperativo tentativo di non cedere definitivamente alla rabbia; alla fine, si fermò davanti alla scrivania.
La guardò per un istante; i libri di Roger, la tastiera del suo vecchio computer, i fascicoli sembravano fissarlo con lo stesso distacco sfoggiato da Ruvie.

Persino la cartelletta su cui era riportato il nominativo con cui era noto alla Wammy’s House stava facendo lo stesso.
Quante volte era stata riempita, aggiornata, modificata? Correzioni, valutazioni, progressi, note di merito, analisi comportamentali, risultati dei test attitudinali, relazioni conclusive sulla sua psiche e sulle sue doti intellettuali.

Passò qualche altro istante prima che sospirasse, passandosi una mano fra i capelli biondi, prima di rialzare lo sguardo.
“Dimmi la verità, Roger” mormorò, con voce più sommessa “È questo che vuole davvero Elle? Che io e Near ci facciamo a pezzi? Che uno di noi dimostri davvero di essere il mostro di cui ci ha parlato quella volta, anni fa? Che uno dei due crolli, si arrenda, impazzisca o muoia? Così finalmente potrà scegliere senza sporcarsi le mani? Così finalmente non avrà più uno stramaledetto margine d’errore?!”.
Roger serrò la bocca. Non parlò.
Mello fece un mezzo sorriso, dietro cui nascose tutta la rabbia che continuava a imperversare dentro di lui.
“Non dirmi che ha bisogno di più tempo. Adesso basta, Roger”.
Roger si schiarì la voce, sospirando per l’ennesima volta; poi posò con calma la penna che teneva fra le dita, allineandola sulla scrivania insieme alle altre, già perfettamente predisposte sulla superficie di mogano.
La guardò un istante, come per trovare nelle pieghe dell’inchiostro la risposta esatta, prima di sollevare lo sguardo su Mello.

“Elle non gioca, Mello”.
Il suo tono era fermo. Stanco, ma non duro. Per un istante, Mello ebbe quasi l’impressione di scorgervi una scintilla di comprensione.

“Quella che tu chiami indifferenza è, in realtà, prudenza” proseguì Roger, accavallando lentamente la gamba destra sopra la sinistra, le mani nodose di nuovo intente a stringere i braccioli della sedia “Sai bene che la sua priorità è il bene del mondo. Adesso più che mai, dopo che la comunità internazionale ha riconosciuto formalmente il suo ruolo come collaboratore e leader ufficioso delle forze di polizia degli Stati aderenti all’ONU, ha delle responsabilità a cui pensare. Non può permettersi errori. Non quando la posta in gioco è così alta”.
Mello non si mosse. Non parlò.
Roger proseguì, con maggiore lentezza, le parole intrise di gravità e circospezione.
“Il caso Kira… ha cambiato tutto” dichiarò l’anziano signore, con un altro sospiro triste “Elle ha visto con i propri occhi fino a dove può spingersi la mente umana quando è alimentata da fanatismo, egocentrismo, sete di giustizia distorta. Kira non era solo un assassino: era un genio, Mello. Uno dei più pericolosi della storia. E ci sono voluti mesi, sacrifici, nonché molte scelte difficili…per arrivare a fermarlo”.
Si concesse solo un breve silenzio, prima di tornare a fissarlo dritto negli occhi.

“Elle vuole essere sicuro che chi verrà dopo di lui sia in grado di affrontare minacce simili. Vuole essere certo di scegliere qualcuno che sappia affrontare il caos con lucidità. La follia con la dovuta calma. Il delirio di chi cerca in tutti i modi il potere con il dovuto distacco”.
Sembrava che quell’elenco inesorabile, all’interno del quale Mello avvertiva incisa ovunque la propria inadeguatezza, sarebbe potuto andare avanti per sempre.
“Non può basarsi solo sul punteggio di una prova” disse poi Ruvie, tornando a pulire i suoi occhiali con tutta la naturalezza del mondo “Deve vedere qualcosa in più. E forse… forse non l’ha visto ancora. In nessuno dei due”.

Il silenzio che seguì quelle parole risultò pesante come il piombo. L’unica cosa che fu in grado di spezzarlo fu il suono delle risate e delle voci dei bambini che provenivano dal cortile, accompagnate dal vento di Novembre, che non smetteva di cercare di insinuarsi all’interno dell’edificio, trovando la sua strada in mezzo agli infissi delle finestre più vecchie.
Mello restò fermo, a mascella contratta, lo sguardo incatenato al pavimento.
Quando sollevò di nuovo gli occhi, sulle sue labbra si dipinse un altro ghigno sarcastico, destinato, ancora una volta, a mascherare l’ira che dominava il suo animo.
“A lui del mondo non è mai fregato un cazzo”.
Lo aveva detto con la massima semplicità. Persino il suo tono di voce si era abbassato, facendosi suadente e intriso di freddezza analitica.
Roger si irrigidì in modo del tutto evidente, ma la cosa non sembrò turbarlo affatto. 
“L’ha fatto per sé stesso. Pensi non lo abbia capito? Pensi che non abbia compreso anche solo in minima parte la psiche della persona che cerco di compiacere da quando ero un maledetto moccioso?” proseguì Mello, la voce di nuovo sprezzante “O vuoi ancora venirmi a raccontare la favola dell’eroe che ha salvato il mondo, Roger? So perfettamente che Elle ha sconfitto Kira. È la mente migliore del globo, era naturale che lo facesse. Di questo non ho mai dubitato. Ma se credi che lo abbia fatto per uno sdolcinato senso del dovere verso la tua preziosa società, se davvero sei convinto di questo, allora significa che non hai capito assolutamente niente di lui”.
“Mello…”.
“Elle si è occupato del caso Kira perché gli piaceva farlo. Perché era interessante. Perché era una sfida.
Non per giustizia. Non per senso morale, o per salvare delle vite.
Perché gli piaceva. E se vogliamo dirla proprio tutta, una delle ragioni per cui è riuscito a mettere le mani su Kira è legata alle similitudini dei loro rispettivi profili psicologici. Elle ci ha dato elementi per capirlo, in questi anni. E io sono il genere di studente che fa sempre i compiti. Dovresti saperlo, non c’è forse scritto in quella stupida cartella?” lo canzonò poi, riuscendo a contenere la collera con sempre maggiore difficoltà.
“Ascoltami…”.
Mello avanzò di un altro passo, alzando appena il tono della voce, fino a renderlo graffiante.
“Ammettilo, Roger. Il caso Kira gli è piaciuto. Gli ha fatto brillare gli occhi, eh? Per una volta, il mondo era all’altezza della sua mente, per una volta aveva incontrato un avversario degno della sua considerazione…ed è per questo che si è buttato a capofitto nel caso. Esattamente come Near ama buttarsi a capofitto nel risolvere i suoi stupidi puzzle”.
Roger sbatté la mano sulla scrivania, con più decisione di quanto lo stesso Mello si sarebbe aspettato.
“Non permetterti-“.
“Ah no?!” sbottò Mello, ridacchiando in modo estremamente amaro “Che c’è? Non posso dire la verità? Non posso dire che forse Elle ha paura di decidere perché, una volta scelto, il gioco finisce?
Ti sei così assuefatto ai bugiardi patologici da non sopportare che qualcuno dica a voce alta le cose come stanno? Perché è di questo che si tratta, non è forse così? Se Elle dice “è Near” o “è Mello”, poi deve fare i conti con quello che ha scelto. E se sbagliasse? E se il suo successore non si rivelasse all’altezza? Meglio rimandare, no? Meglio proseguire il gioco per altri cinque, sei, magari dieci anni, così non dovrà mai affrontare il fatto che, per quanto gli piaccia giocare a fare Dio, non è altro che un dannato uomo che si nasconde dietro uno schermo! E se credi che io passerò la vita ad aspettare, rimarrai grandemente deluso, Roger. Perché, notizia dell’ultima ora, non sono uno stramaledetto pezzo da utilizzare per completare il vostro bel puzzle, né tantomeno ho intenzione di farvi ancora da marionetta. Indovina? Lo spettacolo è finito!”.

Roger lo fissava, gli occhi grigi intenti a scrutarlo nel profondo.
Nel momento in cui riprese a parlare, Mello udì una nuova tensione sottile nella sua voce.
“Mello… ti sei mai chiesto se, invece, possa esserci un’altra via?”.

“Che intendi dire?” domandò Mello, alzando un sopracciglio con fare sospettoso.
“Se davvero tieni a dimostrare qualcosa… potresti considerare di collaborare con Near”.

Quelle parole, più di tutte quelle che le avevano precedute, si rivelarono in grado di gelargli il sangue nelle vene.
“Insieme potreste-“ fece per proseguire Roger.

Ma fu allora che la voce di Mello si alzò drasticamente, inchiodando la replica di Roger e facendola a pezzi prima ancora che lui fosse in grado di formularla.
“Mi stai prendendo per il culo?!”.
Non aveva mai avuto l’abitudine di utilizzare un linguaggio del genere davanti a Roger, ma sentiva che quel pomeriggio entrambi stavano oltrepassando ogni limite.
“Dopo tutto questo, mi proponi…di lavorare con lui?” sibilò, conficcandosi le unghie nei palmi delle mani, saldamente ancorate nelle tasche dei jeans neri nel tentativo di nascondere il suo malessere “Con quella maledetta statua di sale? Con…con quell’essere che non sa nemmeno alzarsi dal pavimento senza aver bisogno di una stramaledetta stampella? Con quel moccioso che risolve i casi come se stesse mettendo in ordine le sue fottute torri di plastica?”.
Roger fece per rispondere, ma il giovane lo precedette di nuovo.
“Vuoi che gli faccia da segretario idiota, adesso? Che mi tenga pronto a essere il vostro piano B? O magari che gli pulisca il moccio dal naso quando lui capisce di non essere in grado di farlo da solo?”.
“Non ho mai detto niente del genere. Mello, adesso calmati…”.
“Sì, invece! E smettila di trattarmi come se fossi un dannato ragazzino, cazzo! Non lo sono più!” sbottò Mello, gli occhi ormai lucidi per la rabbia e la tensione.

Le parole successive furono più lente, come se Mello stesse cercando di ponderarle e, al tempo stesso di incidere in ogni sillaba che le componeva tutto il disprezzo di cui il cuore gli stava traboccando.
“Tu, Roger…tu mi stai dicendo di collaborare con la cosa che più odio in questo posto”.

La cosa. Lo aveva detto volutamente. Proprio come se Near, come tutto ciò che componeva quella dannata scuola e sembrava così in armonia con essa, fosse davvero privo d’anima.
E forse lo era davvero.
La voce del giovane si abbassò, ma non perse nulla della sua intensità.
“Vi fate scudo col nome di Elle. Vi nascondete dietro il “dopo Kira”, e venite a rifilarmi la favoletta del “mondo che ha bisogno di un eroe che lo salvi”. Ma la verità è che non avete le palle di scegliere.
Tu, Watari, Elle... siete tre codardi vestiti da strateghi”

Fece due passi verso la scrivania; Roger non poteva vederle, ma le sue nocche divenivano sempre più bianche al passare di ogni minuto.
“Mi hai preso per il culo. Alla grande” sibilò Mello, il tono ormai affilato come quello di un coltello “E ora mi stai dicendo di andare a farmi fottere accanto a Near. Magari vuoi anche che sorrida, eh? Vuoi che mi rassegni a fare da assistente a quella sottospecie di larva bianca, dopo avermi permesso di credere per anni che avrei avuto l’occasione di superarlo? Mi avete illuso. Mi avete fatto credere che ciò che contava fosse la mia determinazione, che avrei potuto…Dio, quanto suona patetico…che avrei potuto farcela”.
Mello si passò una mano davanti al volto, cercando disperatamente, ancora una volta, di controllare le sue emozioni.
“E ora volete farmi sedere accanto a lui come un bravo soldatino che prende appunti. È questo che vuoi, Roger? E magari pensi anche che sia divertente, vero?”.

Il suo sorriso si fece storto, sprezzante; malgrado i suoi sforzi di mantenere in piedi la sua maschera di freddezza, l'odio fuoriusciva ormai da ogni parola.
“Piuttosto che lavorare con lui, mi farei volentieri internare a HM. Sarebbe più stimolante, forse più soddisfacente. Soprattutto se ci finissi dopo averlo tolto di mezzo. Una volta per tutte”.
Roger impallidì, alzandosi di scatto in piedi.
“Mello, stai parlando di un altro studente della Wammy’s House! Ti rendi conto di ciò che stai dicendo?!”.
Mello non indietreggiò, né cambiò espressione.
Lo fissò con una freddezza che non apparteneva più a un ragazzo. Che forse, in fondo, iniziava a non essere propria di niente che potesse definirsi umano.

“Ti ho sconvolto, Roger? Beh, puoi anche annotarlo nel mio file. “Tendenze sconsiderate e autodistruttive” è un’espressione che compare molte volte, non è così? Pensi che non lo sappia? Beh, adesso hai la conferma di ciò che hai sempre ritenuto essere vero. Il povero Mello non è mentalmente stabile. Soddisfatto?”.
Improvvisamente, si voltò senza aggiungere una parola, iniziando ad avviarsi verso la porta; con suo stupore, fu Roger, con un guizzo che non gli era consono, a fare il giro della scrivania e a piazzarglisi davanti, gli occhi accesi da una luce insolitamente turbata.
“Mello, ti proibisco di andartene così!” esclamò, alzando una mano per fermarlo “Non puoi gettare tutto all’aria. Sei giovane, impulsivo…”.
“No”.
Il tono con cui pronunciò quella replica era intriso di una nuova calma gelida, impregnata di tutta la delusione e il rancore che non era più in grado di celare.
“Non sono impulsivo, Roger. Sono lucido. E sono stanco. Di questa scuola, di questa dannata gara di merda, dei giochetti che tu e Watari mandate avanti da anni…e indovina un po’? Non resterò qui ad aspettare di diventare il tappabuchi di qualcuno che nemmeno respira come un essere umano”.
Roger scosse la testa.
“Non puoi decidere da solo”.

“Davvero? Sta’ a guardare, allora”.
“La Wammy’s House è la tua casa!” insistette Roger, concitato.
Mello si lasciò sfuggire una risatina, colma di un sarcasmo che non si faceva più scrupolo di nascondere.
“Casa? Non so neanche cosa sia. Non ne ho mai avuta una, Roger. E non iniziare con la parabola sentimentale, adesso. Non si addice al tuo ruolo, e tu lo sai meglio di me”.
Roger sospirò stancamente, abbassando le spalle e stringendosi il setto nasale con due dita, nel tentativo di riprendere il controllo della situazione.
Mello si concesse di osservarlo per un istante, rimuginando sulla figura dell’uomo che aveva cercato di impressionare, di convincere, di soddisfare in ogni modo, convinto che questo lo avrebbe messo in buona luce agli occhi di Elle, che questo gli avrebbe permesso di superare finalmente Near e di essere scelto per diventare il primo detective al mondo.
E in quel preciso istante, si rese conto che stava semplicemente osservando il profilo di un vecchio, stanco e fragile, la schiena piegata dal peso di una colpa che non si sentiva più in grado di reggere.
Alla fine, sospirò a sua volta, rilassando le spalle per la prima volta da quando aveva messo piede in quella stanza.
“E va bene, Roger” disse con calma tagliente “Vi semplifico il compito: sarà Near l’erede di Elle. Io mi tiro fuori. Anche da questo istituto”.
Lo aveva detto con la naturalezza di chi sta affermando di volersene tornare nella propria stanza a studiare, di chi ha appena espresso una curiosità in merito all’ultima lezione svolta; e con la stessa naturalezza, aveva di nuovo dato le spalle a Roger, pronto a dirigersi verso l’uscita.
“Tanto ho quasi diciassette anni, ormai. Fate quello che volete, non m’interessa. Non più. Da adesso in avanti… vivrò a modo mio”.

Fu in quel preciso istante che udirono bussare.
Il rumore di due nocche, secco ed elegante, si abbatté contro la porta con fare sbrigativo e delicato al tempo stesso; malgrado ciò, fu comunque in grado di far sobbalzare il vecchio Roger, completamente assorbito dallo spettacolo che Mello gli aveva appena posto di fronte.
L’uomo si voltò, infastidito, gli occhiali che fremevano leggermente sul naso adunco.
“Sì?!”.
La porta si aprì lentamente.
E fu allora che Mello posò gli occhi su di lei per la prima volta.

La prima cosa che notò fu il suo modo di vestire.
Impeccabile, degno di un funzionario governativo. La camicia bianca le ricadeva addosso con eleganza e compostezza, accompagnata da una giacca nera capace di mettere in risalto la sua figura snella e tonica. I pantaloni ebanini le avvolgevano le gambe, slanciandola ancor più del resto del suo completo.
Risalendo lungo la curva del collo raffinato, scorse una collana provvista di un pendente color zaffiro, che dava l’idea di essere molto più costosa di quanto Mello stesso potesse immaginare; quando infine arrivò a scrutarne il volto, si rese conto che quel ciondolo aveva la stessa tonalità dei suoi occhi, intenti a scrutare con educato disinteresse l’ambiente che componeva l’ufficio di Roger.
Lunghi capelli neri completavano il quadro, intenti a incorniciarle il viso con la massima naturalezza.
Sembrava che ogni battito di ciglia, ogni respiro proveniente da quella donna fosse in grado di rendere la sua presenza in quella stanza l’assoluta protagonista della scena.
Ma fu ciò che vide fra le sue braccia che si rivelò capace di inchiodarlo sul posto, bloccandogli simultaneamente il respiro e accelerandogli il battito cardiaco in maniera del tutto inaspettata.
La donna stringeva sul fianco sinistro una bambina.
Osservandola con attenzione, Mello valutò rapidamente che non doveva avere più di un anno all’incirca.
Anche lei sfoggiava una folta chioma scura, ma i suoi capelli apparivano più ribelli; per quanto fosse evidente che si trattasse di una bimba molto curata nell’aspetto, che senz’altro veniva sommersa di attenzioni ogni giorno, quella zazzera dava l’impressione di non voler seguire nessuna regola. La sua carnagione era ancor più bianca di quella della madre, tendente a una sfumatura quasi pallida.
Indossava un maglioncino color panna di raffinata fattura, unito a dei piccoli pantaloni del medesimo colore, ma i minuscoli piedi paffuti, malgrado la stagione autunnale, erano nudi.
Infine, si concesse di posare lo sguardo su suoi occhi; erano della stessa tonalità di quelli della donna che la stringeva, ma provvisti di una forma diversa, che li rendeva più grandi, più attenti.  
Fu sicuramente il suo sguardo a gelarlo definitivamente, perché, nell’istante esatto in cui lo esaminò, si rese conto che non era proprio di una bambina di quell’età: era attento, curioso, pronto a perforare qualsiasi oggetto o persona la circondasse in cerca di informazioni. Più avido di apprendere di qualsiasi altro avesse mai avuto l’opportunità di osservare.

Uno sguardo che gli faceva venire voglia di mettersi a urlare.
Roger si riscosse subito; fece due passi avanti, affrettandosi a nascondere l'agitazione nella voce.
“Dottoressa Dakota, è un piacere rivederla. Mi scusi, devo aver perso la cognizione del tempo” le disse, porgendole la mano con fare gentile, ma leggermente rigido.
Ruri la strinse con eleganza, senza forzare alcun sorriso sul volto, limitandosi a piegare leggermente le labbra in una smorfia di gentile apprezzamento.

“Non si preoccupi, Roger. A dire il vero, credo di essere leggermente in anticipo”.
La sua voce era calma e vellutata, provvista di un suono suadente capace di celare qualsiasi punta d’ironia o di sagace aggressività alla perfezione.

Il nome pronunciato da Roger non fu capace di coglierlo particolarmente di sorpresa, considerando quello che aveva già appreso in precedenza sul conto della compagna di Elle; ciononostante, quel timbro vocale fu capace di risuonare nelle sue orecchie per diversi istanti, riuscendo a entrare nei meandri della sua mente e facendo esplodere al suo interno più domande di quanto lui stesso si sarebbe mai concesso di porre.
Riscuotendosi dalle sue riflessioni, si rese conto che Roger aveva abbassato lo sguardo verso la bambina, irrigidendosi appena: ancora una volta, faticava a nascondere quanto poco gli piacessero i mocciosi.
“Oh, io… non sapevo che avesse portato anche la…”.
“Mia figlia” disse Ruri, con la massima naturalezza.
La bimba, nel frattempo, si era sistemata meglio contro di lei, la guancia paffuta intenta a dare ogni tanto qualche buffetto contro il volto della madre, mentre le dita dei piccoli piedi si agitavano leggermente; non stava emettendo un singolo fiato. Senz’altro, appariva dotata di un carattere molto tranquillo, nonché apparentemente curioso.

Mosse appena una manina nell’aria, mentre i suoi occhi azzurrissimi scrutavano la stanza con attenzione, soffermandosi sui mobili scuri, sulla libreria, sulla luce fioca che entrava dalla finestra.
Poi il suo sguardo si fermò su Mello.

Non lo avrebbe mai ammesso, ma la verità era che si stava rivelando capace di inchiodarlo al suolo. Non lo stava semplicemente trapassando da parte a parte: lo stava tenendo imprigionato nel punto esatto del pavimento in cui si trovava, mozzandogli il respiro e impedendo alla sua mente di funzionare come doveva.
In qualche modo, ne fu consapevole. Anche se non lo aveva mai incontrato di persona, anche se non sarebbe mai stato il suo erede, anche se quello sarebbe stato il suo ultimo giorno alla Wammy’s House: stava incrociando lo sguardo di Elle.
E fu allora, proprio allora, che la rabbia, il disprezzo, la sete di fuga che lo avevano dominato fino a poco prima finirono per piantarglisi all’altezza della gola, schiacciati dal senso di smarrimento che quegli occhi azzurri gli stavano donando.
Per la prima volta in vita sua, Mello non sapeva cosa fare.
In quell’istante, lo sguardo della dottoressa Dakota si spostò su di lui, scrutandolo per un attimo con la massima attenzione; poco dopo, le labbra le si curvarono in un’espressione ironica e gentile al tempo stesso.
“Roger, immagino che le presentazioni siano d’obbligo. Anche se potrebbero rivelarsi superflue, considerando che il tuo ospite mi pare alquanto familiare…”.
“Lo ha già incontrato, dottoressa Dakota?” domandò Roger, sorpreso.
“Non avevo ancora avuto il piacere, ma…non è forse il giovane di talento di cui sento parlare così spesso?”.
Al sentirla parlare in quel modo, entrambi le rivolsero occhiate infinitamente sorprese; Ruri, imperturbabile, continuò a osservare Mello, esaminandolo con la massima attenzione, come se stesse cercando di richiamare alla memoria ogni informazione utile che già conosceva sul suo conto.
“Ci sono giorni in cui Elle non sta mai zitto al riguardo” disse poi, con la massima naturalezza.

Mello deglutì; quelle parole gli rimbombarono nella mente per un tempo che gli parve infinito, riecheggiando fra i corridoi della sua mente con le più disparate intonazioni.
Elle parlava di lui? Per un singolo, dannato istante si concesse di pensare che forse stava sbagliando la sua valutazione, che forse avrebbe ancora dovuto credere a Roger, che forse non avrebbe dovuto andarsene…ma alla fine, quelle flebili riflessioni vennero spazzate via dalla voce che ormai aveva preso il sopravvento sul cuore e sulla sua mente, ripetendogli che Elle non lo avrebbe mai realmente guardato.

Era probabile che facesse il suo nome unicamente per paragonarlo a Near.
Roger si schiarì la voce, ridestandolo dalle sue elucubrazioni.
“Credo che abbia ragione, dottoressa. Le presentazioni sono comunque d’obbligo” dichiarò, voltandosi verso il ragazzo “Mello…ti presento la dottoressa Ruri Dakota. Di certo hai sentito parlare di lei”.
Ruri gli porse la mano con naturalezza, senza cancellare il suo sorriso gentile, provvisto di quella punta d’ironia e di sagacia a cui Mello non riusciva a dare un volto.
Con il massimo disappunto, decise di stringergliela, scrutandola con espressione ombrosa e colma di sospetto.
Dal canto proprio, Ruri non batté ciglio, finendo perfino per rivolgergli un cenno d’approvazione.
“Complimenti per la tua posizione nella graduatoria. Conosco molto bene il programma di addestramento della Wammy’s House; non dev’essere semplice. Soprattutto considerando che sei da sempre fra i primi in classifica”.
Mello non rispose; una parte di lui sosteneva che non lo stesse facendo semplicemente perché era stufo di sentirsi lodare per il suo potenziale, per poi non ottenere mai ciò a cui ambiva davvero. Ma la verità era che la sua attenzione era stata di nuovo catturata magneticamente dalla bambina.
Quel piccolo volto dai tratti delicati, quelle guance piene e appena sfumate di rosa, in contrasto con il resto della sua carnagione, quelle mani e quei piedi paffuti…quel maledetto sguardo che non lo lasciava andare.
Lo stava fissando dritto negli occhi, senza alcun timore, come se la cosa le venisse naturale come respirare.

In maniera quasi impercettibile, lentamente, si portò un dito alle labbra, inclinando appena la testolina e continuando a scrutarlo con attenzione.
Quasi non udì Roger borbottare in tono burbero, da quanto quel singolo gesto si era rivelato in grado di rapirlo: eppure, le parole che il vicedirettore scelse di pronunciare si rivelarono capaci di assestargli un colpo in pieno petto.

“Somiglia a suo padre”.
Ruri rise in modo leggero, scuotendo appena la testa.
“Così Watari non smette di ripetere” sospirò, alzando gli occhi al cielo “Tanta fatica per affrontare una gravidanza e un parto, e finisce che nessuno mi dà un po’ di soddisfazione”.
“Non è felice che la bambina sia simile a Elle?” insistette Roger, alzando un sopracciglio.
“Tanto per cominciare, mi auguro che non erediti il suo carattere dispotico e le sue manie ossessivo compulsive” continuò Ruri, con la massima noncuranza “Ma per rispondere alla sua domanda, no, Roger, non mi dispiace affatto. Spero solo che prenda il meglio da entrambi, ma è sulla buona strada, glielo assicuro”.
In quell’istante, Ruri si rese conto della direzione intrapresa dallo sguardo di Mello, finendo poi per abbassare il capo verso la bimba, che continuava a ricambiare l’attenzione del ragazzo.
Sorridendo ancora, le sfiorò i capelli con la punta delle dita. 
“Lei è mia figlia, com’è intuibile” ridacchiò, dando alla piccola un leggerissimo bacio sulla guancia.

Prima di proseguire, tornò a voltarsi verso Mello.
“Eliza”.

Senza neppure sapere perché, Mello trattenne il fiato; non poteva avere idea di cosa avrebbe significato quel nome, negli anni a venire, né del peso che avrebbe avuto sulla sua vita. Tutto ciò a cui riusciva a pensare, in quel momento, era che davanti a lui c’era una parte di Elle.
Ruri guardò la piccola, i cui occhi si stavano dimostrando incapaci di staccarsi da quelli di Mello.
Poi sorrise ancora: quando parlò, la sua voce risuonò più morbida che mai.
E fra le sue pieghe, Mello percepì la tenerezza più intensa a cui avesse mai avuto l’opportunità di assistere.
“Visto, coccinella? C’è qui una persona molto speciale. Potrebbe essere proprio lui l’erede del tuo papà…”.
 
“Siamo arrivati”.
La voce di Eliza lo riscosse di colpo dai ricordi, spingendolo a lanciare un’occhiata fuori dal finestrino; il panorama che circondava Careggi gli apparve di nuovo avvolto nella luce aranciata degli ultimi raggi del tramonto, intento a metterne in evidenza il profilo affascinante e privo di tempo.
Scuotendo leggermente la testa, si affrettò a scendere dalla macchina, dirigendosi verso l’ingresso dell’edificio in cui si trovava l’appartamento che avrebbe rappresentato la loro base operativa, senza degnare minimamente di un’occhiata l’agente De Santis, che si era affrettato a scendere a sua volta dal veicolo per parlare con Eliza.
Dal canto proprio, la ragazza non batté ciglio di fronte a quell’atteggiamento.
“La ringrazio per il suo lavoro, De Santis. Mi dispiace se sono stata sgradevole” affermò la giovane, senza riuscire a non indirizzare lo sguardo in direzione di Mello.
Aveva fatto di tutto per nasconderlo, ma, da quando era intervenuto contro il suo aggressore, fuori dalla cattedrale, lo aveva osservato di nascosto per tutta la durata del loro viaggio in macchina.
“Non si preoccupi, Miss Havisham. Siamo tutti sotto pressione” le rispose gentilmente l’agente, rivolgendole un cenno educato del capo “L’agente Donati si metterà in contatto con voi entro domani mattina, ma immagino che preferirà parlare direttamente con Near, in merito all’incidente di Santa Maria del Fiore”.
Non è stato un incidente, e sì, proprio per questo intendo riparlare nel dettaglio della cosa con Near il prima possibile. Siamo sul filo del rasoio, non possiamo permetterci errori grossolani nel prevedere le mosse del nostro avversario. Spero che su questo i vertici dell’SPK siano stati chiari” precisò Eliza, riassumendo di nuovo il caratteristico tono tagliente.
“Perfettamente. Ora, la lascio alla sua sistemazione. Mi auguro che la troverà confortevole” concluse De Santis, ora con fare leggermente asciutto “I miei rispetti”.
Senza aggiungere un’altra parola, Eliza diede le spalle alla macchina intenta a ripartire, dirigendosi a sua volta a passo di carica verso l’ingresso dell’appartamento.
Non appena ebbe girato la chiave nella serratura e si fu data un’occhiata intorno, dovette ammettere (con un discreto disappunto, considerando che aveva appena trascorso l’ultima mezz’ora a sbraitargli contro) che Near aveva un discreto stile, quando si metteva d’impegno.
Dall’esterno, sembrava un’abitazione di pregio come tante altre, incastonata tra i pendii dolci di Careggi e il verde impettito delle colline fiorentine. Ma osservando l’interno con attenzione, Eliza constatò, con soddisfazione, che quella non era una casa.
Era una base.
L’ingresso si apriva su un ambiente ampio, su due livelli, dove l’estetica moderna cercava con fatica di mascherare la natura operativa dello spazio.
L’appartamento era dotato di pavimenti in resina grigio opaco, mentre le pareti neutre sembravano pronte al doppio gioco: alcune erano in pietra chiara, ruvida, color sabbia, come quelle delle vecchie case di campagna; altre erano lisce, perfettamente levigate, in calce grigio perla, con inserti in acciaio nero opaco, come ferite lucide nella pelle dell’ambiente.
L’accesso da una stanza all’altra era delimitato da porte scorrevoli automatiche, lucide come specchi.
Il primo impatto che le fornì fu di ordine assoluto, quasi disumano, come se ogni emozione fosse stata lasciata fuori dalla soglia, assieme alla polvere.
Al piano terra, dove aveva già iniziato a misurare la stanza a grandi passi, vi era una zona giorno ampia, ma spoglia, dotata di un divano minimale grigio antracite, di un tavolo da sei in vetro temprato, nonché di una cucina a isola in acciaio nero satinato, mai usata davvero per cucinare.
Non vi era traccia di quadri o fotografie, com’era naturale.
Solo una pianta artificiale, in un angolo, sembrava tenere sotto controllo gli angoli ciechi della casa; Eliza non si sarebbe meravigliata se fra le foglie vi fosse stata nascosta una microcamera.
Sul lato sinistro, riuscì a intravedere una sala operativa separata, da una parete di vetro oscurabile: sei monitor montati a parete dominavano l’ambiente, uniti a un tavolo in vetro grigio e a poltroncine in similpelle color carbone, nonché a stampanti e scanner dotati di sistemi di massima sicurezza, che costituivano la perfetta connessione coi database SPK e con le reti criptate internazionali.
I computer erano già in funzione; all’interno pareva vi fosse silenzio, ordine, precisione, e che il tutto fosse presieduto dall’illuminazione bianca, chiara e fredda che l’SPK pareva tanto apprezzare.
Near aveva fatto accendere tutto prima ancora che loro arrivassero.
*Benvenuti nel ventre della macchina* si ritrovò a pensare, trattenendosi dall’alzare gli occhi al cielo. In quel preciso istante, detestava ogni atomo di Near e della sua efficienza maniacale; scuotendo la testa, cercò di non pensare a quanto le ricordasse suo padre.
La scala che saliva al piano superiore era una scultura in acciaio sospeso, tagliente e leggera; immaginò che le camere da letto fossero situate al piano superiore, ma scelse di non indagare ulteriormente, per quel momento.
*Se dovrò fare a pugni con quel coglione per evitare che passi troppo tempo a incipriarsi il naso nell’unico bagno a disposizione, che sia*.
Gli occhi le corsero infine in direzione dell’ascensore interno, protetto da un sistema biometrico, che sicuramente conduceva al garage privato dove, poco più di un paio d’ore prima, lei e Mello avevano inforcato la moto che li aveva condotti sulla scena del crimine.
Con un sospiro, lasciò cadere a terra la sua borsa e si diresse verso la cucina, intenzionata a prepararsi un caffè decisamente forte: se voleva catturare quell’assassino, avrebbe fatto meglio a mettersi all’opera. Per un istante, si domandò dove diamine fosse finito Mello, ma alla fine si strinse nelle spalle, il volto contorto in una smorfia di disappunto. In fondo, l’ultima cosa di cui aveva voglia era averlo fra i piedi più di quanto fosse strettamente necessario.
Ma nonostante questo, mentre si accingeva a predisporre intorno a sé tutto il materiale di cui avrebbe avuto bisogno per continuare il suo lavoro, la sua mente non poté fare a meno di pensare alla strana sintonia, che, suo malgrado, aveva avvertito fuori dalla cattedrale, quando una parte di lei era convinta che avrebbero dovuto tenersi pronti a sparare; e inoltre, davanti ai suoi occhi, non smetteva di ripresentarsi il ricordo del momento in cui era scattato per difenderla, con la reazione di chi stava agendo in preda al puro istinto.
Ancora una volta, si domandò se Mihael Keehl non nascondesse più di quello che poteva scorgere a prima vista.
 
Le ore successive trascorsero con più velocità di quanto si sarebbe aspettata, lasciando che il buio si insinuasse nell’immenso salotto dove aveva deciso di lavorare, prontamente rischiarato dall’illuminazione automatica di cui l’appartamento era dotato. Dopo essersi immersa nell’analisi degli indizi delle ultime scene del crimine (rigorosamente dopo essersi isolata dal mondo come di consueto, grazie all’aiuto dei suoi auricolari), Eliza aveva scelto di non dedicare più molta attenzione a niente che fosse estraneo a ciò che aveva deciso di studiare con la massima attenzione.
Le immagini dei cadaveri di Contini e Malaspina (di cui aveva già ricevuto il referto tramite mail) continuavano a presentarsi di fronte ai suoi occhi anche mentre non le stava guardando, passando da una fonte all’altra, confrontando fascicoli, dati, informazioni, tornando nuovamente all’elenco delle vittime di Kira, per poi riprendere a esaminare i delitti di Adherent, con una velocità così frenetica da farle perdere l’equilibrio.
Fu mentre stava di nuovo cambiando posizione, tornando a sdraiarsi sul divano con le gambe accavallate, i capelli neri che le circondavano il volto in modo disordinato come al solito, che Mello fece il suo ingresso nella stanza.
Inizialmente, fece finta di non averlo sentito, malgrado la difficoltà di nascondere dal volto la smorfia che le stava già sbocciando sulle labbra nell’udire il rumore provocato dal tacco dei suoi stivali, la cadenza del passo che s’infrangeva contro il pavimento, il leggerissimo fruscio provocato dai movimenti del suo corpo snello.
Sforzandosi di rimanere impassibile, si trattenne dall’imprecare ad alta voce contro la playlist del suo Ipod, che aveva pensato bene di arrestare la sua riproduzione proprio nell’istante in cui Mello l’aveva raggiunta.
Mello, per contro, la superò senza dire una parola, dirigendosi verso l’elegante cucina a vista e iniziando ad aprire con noncuranza ogni armadietto, senza curarsi di richiuderlo l’istante successivo, gli occhi intenti a scandagliare ogni angolo della dispensa; alla fine, lo udì sospirare, tremendamente scocciato.
“Giuro su Dio, ragazzina” borbottò, senza voltarsi “Se veramente hai pensato bene di fregarti tutto il cioccolato, potrei sul serio valutare l’idea di ucciderti”.
Sorpresa da quelle parole, Eliza alzò un sopracciglio e si tirò su in piedi, incrociando le braccia.
“Pensavo che ne tenessi una riserva infinita in quello stupido cappotto di piume che ti piace sfoggiare, Marilyn” lo apostrofò, senza riuscire a trattenere un piccolo sorriso, di cui neanche lei riuscì a spiegarsi la natura.
Prima che lui potesse pronunciare la replica stizzita che già sentiva pronta a sorgergli dalla gola, Eliza afferrò prontamente una delle tavolette di cioccolato di cui aveva disseminato il tavolino di vetro che troneggiava al centro del salotto e gliela lanciò; Mello la prese al volo, indirizzandole subito dopo un’occhiata sospettosa.
“Non ho avuto il tempo di avvelenarla, non preoccuparti” aggiunse Eliza, tornando a sedersi davanti al computer portatile, che era rimasto aperto sulla superficie limpida del tavolo del salone.
Mello abbassò gli occhi sull’incarto, ancora sorpreso da quel gesto inaspettato.
“Ed è fondente. Mi pare di capire tu lo preferisca” continuò Eliza, senza tornare a guardarlo.
L’uomo, invece, la osservò con ancora maggiore attenzione.
“Come mai tanta carineria?” le domandò, il tono intriso di sospetto “E comunque, tu che ne sai?”.
“Numero uno: la prima cosa che ho imparato da bambina è a osservare tutto ciò in merito a cui devo apprendere informazioni. Che la cosa ti aggradi o meno, Mello, lavoro con l’SPK da quando avevo sedici anni. So memorizzare i dati basilari riguardo un soggetto a cui sono costretta ad orbitare intorno, soprattutto se non fa nessuno sforzo per nasconderli” replicò Eliza, continuando a tenere gli occhi fissi sullo schermo del computer “E comunque, ho solo pensato che il cioccolato ti avrebbe permesso di rimettere in moto i neuroni in meno tempo. Se proprio dobbiamo lavorare insieme, sarà meglio che tu sia al massimo delle tue capacità. Non ho intenzione di farmi sfuggire Adherent a causa dei tuoi cali di zuccheri; io stessa so riconoscere l’importanza di una buona dose di glucosio”.
“Così pare, mocciosa” ghignò Mello, lasciando che i suoi occhi corressero in direzione dei numerosi involucri di dolciumi di cui Eliza aveva provveduto a disseminare la stanza nelle ore precedenti “È una nuova tecnica investigativa?” le domandò poi.
“Di che parli?”.
“Del porcile in cui hai trasformato il dannato soggiorno” rispose, storcendo la bocca in un’espressione di disappunto.
“Mi dispiace aver turbato il tuo fragile equilibrio emotivo, attricetta” ribatté Eliza, concedendosi un altro sorrisetto soddisfatto “Ti prometto che provvederò a occuparmene non appena la cosa inizierà a sconvolgermi…oh aspetta, non lo farà. Giusto”.
“Stronza”.
“Primadonna” lo rimbeccò Eliza.
“Ribadisco, mocciosa” ringhiò Mello, trattenendosi a stento dallo sbottare nuovamente di fronte alla sua arroganza.
Suo malgrado, il suo sguardo finì per percorrere (per l’ennesima volta, da quando avevano lasciato Piazza del Duomo) il profilo di lei, soffermandosi a un tratto sulla figura del suo corpo e sul modo in cui i vestiti le aderivano addosso con la massima leggerezza. Ancora una volta, si domandò se ci fosse qualcosa, in quella ragazza, che non fosse in grado di gridargli addosso quanto fosse irritante, invadente, insopportabile…e decisamente fuori dal comune. 
“Per essere un tipo così atletico, ne mangi di schifezze” constatò alla fine, il tono leggermente annoiato.
“Se si mangia con la testa non si ingrassa, anche se si mangiano dolci” affermò prontamente Eliza, passandosi una mano nella folta chioma scura; suo malgrado, Mello si ritrovò a un tratto a osservare il modo in cui le dita si intrecciavano ai capelli, giocherellando con essi e afferrando grosse ciocche in un’unica soluzione.
L’istinto di mettersi a ringhiare fu ancora più forte, nel rendersi conto che quel gesto gli ricordava Near.
Dal canto proprio, Eliza aveva già ripreso a ignorarlo, continuando a digitare sulla tastiera del suo portatile con la massima noncuranza.
Fu solo dopo qualche altro momento, in cui Mello non smise di osservarla, la schiena appoggiata a uno dei banconi della cucina, che lei riaprì bocca.
“E allora? Stai allenando le doti da stalker per perfezionare il curriculum o hai una ragione più interessante per startene lì a fissarmi?”.
Per tutta risposta, malgrado quell’uscita l’avesse colto di sorpresa, Mello si pronunciò in un altro ghigno sarcastico, tornando a concentrare la sua attenzione sulla tavoletta di cioccolata che lei gli aveva lanciato poco prima.
“Ti dai decisamente troppe arie, ragazzina” ribadì, addentando il dolciume “Per parafrasare te, non sei interessante neanche la metà di quanto credi”.
“Quindi è per questo che non mi hai tolto gli occhi di dosso per i precedenti tre minuti?” replicò Eliza, senza alzare lo sguardo dai documenti che stava sfogliando “Lo terrò a mente: a quanto pare, sei uno che ha la tendenza a perdere la concentrazione per colpa di ciò che neanche gli interessa. Disturbo dell’attenzione, Marylin?”.
Quelle parole lo portarono a stringere di nuovo i denti, cancellandogli il sorrisetto dalla faccia.
“Prima o poi, ragazzina, dovrai far tacere quella linguaccia” la avvisò, il tono tagliente e colmo di gelo.
“Altrimenti?” rispose Eliza, decidendosi ad alzare finalmente lo sguardo e rivolgendogli un’occhiata di sfida.
Mello decise di non voltarsi, continuando invece ad osservare il modo in cui gli stava tenendo testa; mentre i loro occhi si incrociavano, fondendo diverse sfumature d’azzurro, dovette ammettere a sé stesso che, per quanto la trovasse irritante e straordinariamente sfacciata, scontrarsi con qualcuno che fosse in grado di dimostrare quel genere di carattere rappresentava un’esperienza del tutto nuova. Un’esperienza stimolante.
Al loro primo incontro, nel vederla interagire con Near, si era convinto che non potesse che essere una sua brutta copia, soprattutto per quanto riguardava il rispetto delle regole e dei dannati colletti bianchi, ma più passavano i giorni, più Eliza gli sembrava estranea a quel mondo che tanto disprezzava (e che, nonostante questo, sembrava fare di tutto per convincerla a unirsi definitivamente ai loro ranghi).
La telefonata di qualche ora prima e il modo in cui aveva reagito alle interferenze degli agenti italiani sulla scena del crimine ne erano un’ulteriore prova.
*Eliza Havisham. La dannata promessa dell’SPK. La figlia di Elle. E va bene, Near. Volevi infilarmi una spina nel fianco, così che perdessi la calma e che ti dessi l’opportunità di dimostrare definitivamente che sei il degno erede di Elle? Non credo proprio. Insisti affinché io collabori con la vostra preziosa ragazzina? Ti darò ciò che vuoi. Così avrò più soddisfazione, quando il merito della cattura di Adherent andrà a me…e non a te*.
Senza degnare Eliza di una risposta, Mello si pronunciò in uno sbuffo di superiorità, distogliendo infine lo sguardo e dirigendosi nella stanza di fianco; quando tornò, aveva sottobraccio il portatile, che sistemò con la massima noncuranza dall’altro lato del tavolo, sedendosi poi di fronte a lei senza darle nuova considerazione.
“Che stai facendo?” domandò Eliza, alzando un sopracciglio con fare sospetto.
“Credevo che persino tu ci saresti arrivata, ragazzina” replicò Mello, tornando a riaprire il file di cui si stava occupando poco prima, all’interno del quale troneggiavano le fotografie del cadavere di Contini “Sto lavorando. Vedi di fare silenzio”.
“E perché hai deciso di farlo qui?” insistette Eliza, incrociando le braccia “Non avevamo stabilito di non starci fra i piedi a vicenda?”.
“Preferisco accertarmi che tu non faccia cazzate” rispose il tedesco, la voce intrisa di fastidio.
“Esattamente, chi cazzo pensi di essere?!” sbottò Eliza, trattenendosi dal balzare in piedi.
“Solo uno che ha molta più esperienza di te in materia di profilazione dei serial killer, ragazzina”.
“Senti, tu…”.
“Havisham”.
Il modo in cui pronunciò quella parola la convinse a non proseguire con il resto della frase, lasciando che le parole intrise di veleno che stava per pronunciare le morissero in gola; fu allora che Mello alzò di nuovo gli occhi, incrociandoli ancora una volta con i suoi. In quel preciso istante, in essi Eliza non scorse né odio, né rabbia, né ironia tagliente: per la prima volta, le parvero privi di emozioni, gelidi, calcolatori, attenti.
Più simili a quelli di suo padre. Più simili di quanto non le fossero mai sembrati prima.
“È una questione anagrafica” proseguì Mello, la voce calma, più di quanto lo fosse mai stata “Ho più esperienza di te perché sono nato prima di te. Non sto cercando di offenderti quando dico che ho imparato a sparare mentre tu ancora non pronunciavi frasi di senso compiuto”.
“Senti…”.
“Quanti anni hai?” insisté Mello, trattenendosi dall’alzare gli occhi al cielo.
“Questo non ha niente a che fare con…”.
“Sì, invece, ha molto a che fare” la interruppe Mello “Avanti. Quanti anni hai detto di avere?”.
“Venti” replicò Eliza, a denti stretti.
“Appunto. Io ne ho trentacinque, e sono sulla strada da quando ne avevo diciassette. Per quanto tu possa esserti addestrata, non hai avuto il tempo materiale di sottoporti alla stessa formazione”.
“Sembri molto sicuro di ciò di cui parli” borbottò Eliza, incrociando le braccia.
“So fare i calcoli, Havisham. Che ti piaccia o meno, ho oggettivamente più esperienza di te. Sii razionale” rispose Mello, tornando a distogliere lo sguardo “Direi che oggi abbiamo perso anche troppo tempo per poter discutere di ciò che c’è scritto sui documenti d’identità. Quindi, accetta di dover rispettare chi ha finito la scuola prima di te e chiudi la bocca, una volta tanto”.
Dal canto proprio, Eliza sospirò pesantemente, ma decise di non indirizzargli altre frecciate velenose.
Se non l’ultima.
“Non andrò a comprarti la crema antirughe, se è questo che mi stai chiedendo fra le righe” sottolineò, tornando a dedicarsi al paragrafo che stava elaborando.
Contrariamente alle sue aspettative, da Mello non giunse alcuna risposta, se non un sottile, sinistro ringhio, che si spense nel giro di pochi istanti; Eliza non riuscì a trattenere un sorrisetto, prima di lasciare che la sua attenzione venisse nuovamente riassorbita dal file che aveva di fronte.
In quel momento, non ne era pienamente consapevole…eppure, una parte di lei sapeva che quel sorriso non era dettato solo dall’essere riuscita nuovamente a dargli sui nervi.
In fondo, per quanto quel pensiero le stesse risuonando come assurdo, la sua presenza nella stanza non era affatto sgradevole: da che aveva memoria, l’odore del cioccolato le era sempre piaciuto. Unito alla fragranza che proveniva dai suoi abiti di pelle, doveva ammettere che il risultato era quasi rilassante.
*Mello? Rilassante? Ho davvero bisogno di un altro caffè*.
Scuotendo la testa, si diresse verso la cucina per versarsene una tazza; quando tornò al tavolo per sedersi nuovamente, si rese conto di averne preparate due, in modo del tutto automatico.
Mello le rivolse uno sguardo sorpreso, lasciando che uno dei sopraccigli si inarcasse nella fronte nivea.
“Sicura di non star cercando di avvelenarmi?” le domandò.
Per la prima volta, il ghignò che gli scivolò sulle labbra non le diede fastidio.
Senza neanche averne piena consapevolezza, Eliza ricambiò il sorrisetto, porgendogli definitivamente la tazza di vetro.
Quando le loro dita si sfiorarono, per una frazione di secondo, Eliza si domandò il perché di quella strana vibrazione che aveva sentito nei polpastrelli, ma decise di non interrogarsi troppo al riguardo.
“Non ho ancora trovato una sostanza capace di agire sufficientemente in fretta e di non lasciare tracce troppo vistose” ribatté la ragazza, tornando a sedersi davanti a lui “Ma mi sto impegnando”.
 
Le ore successive iniziarono a scivolare via rapidamente, molto più di quanto sia Mello che Eliza si sarebbero mai aspettati.
L’aria nella stanza sembrava essersi fatta più densa; dall’esterno, complice la finestra che lei aveva lasciato socchiusa, giungeva solo di quando in quando il rumore di qualche auto che percorreva la strada scarsamente trafficata su cui si affacciava il loro appartamento.
Eliza sfogliava febbrilmente gli appunti che aveva impiegato le ultime ore a preparare, confrontando innumerevoli volte i decessi più significativi di Kira con quelli di Adherent; eppure, doveva ammettere di non star dedicando all’analisi del caso tutta la sua attenzione.
Ogni tanto, il suo sguardo non poteva fare a meno di scivolare in direzione di Mello.
Lui sembrava immerso nell’analisi dei suoi appunti sul potere paranormale del Death Note, gli occhi stretti, le labbra serrate, la mandibola che si contraeva ogni volta che qualcosa non gli tornava.
Le dita guantate scorrevano sulla tastiera del suo portatile, con quella rapidità feroce che sembrava sempre una minaccia; di quando in quando, i suoi occhi azzurrissimi si stringevano in un’espressione di sfida, accompagnata da smorfie di piccola soddisfazione o di esasperazione, a seconda del momento.
Per quanto quel pensiero le suonasse fuori luogo, mentre le riecheggiava nei meandri della mente, si ritrovò a constatare che osservarlo era uno spettacolo interessante.
Forse perché, semplicemente, era diverso da qualsiasi altro individuo con cui avesse mai avuto a che fare. Fatta eccezione, dovette constatare (con suo disappunto) per alcuni aspetti della personalità di suo padre.
Inoltre, per quanti sforzi stesse facendo per non pensarci, non riusciva a non tornare con la memoria a quello che era accaduto fuori dalla cattedrale.
Alla fine, Eliza parlò.
“Non mi hai ancora spiegato perché l’hai fatto”.
Mello non rispose subito; il ticchettio dei tasti rallentò leggermente, fino poi a fermarsi del tutto. Solo allora, le rivolse un’occhiata di sbieco, senza voltarsi completamente.
“Perché ho fatto cosa?”.
Lei non lo guardò, optando per riprendere a fissare il monitor del portatile con noncuranza.
Eppure la sua voce risuonò chiara, precisa, simile a una lama.
“A Santa Maria del Fiore. Quando quel sostenitore di Kira ha cercato di sputarmi addosso. Quando ci è riuscito”.
La stanza venne invasa dal silenzio, mentre Mello si limitava a incrociare le braccia, senza degnarla di una risposta, come se fosse stato in attesa che lei proseguisse.
Eliza sospirò, passandosi una mano nella folta chioma nera; quando Mello lo notò, con la coda dell’occhio, non poté non pensare che quel gesto, per quanto in maniera effimera, gli sembrava familiare alla memoria.
La ragazza insistette, indirizzandogli un’occhiata in tralice.
“Perché mi hai difesa?” insistette, appoggiando un gomito al tavolo e posando il mento al palmo della mano, l’espressione attenta.
Mello si accostò allo schienale della sedia, lanciandole uno sguardo obliquo.
“Mi sembrava di essere stato chiaro: quel coglione mi stava fra i piedi, e personalmente ritenevo fosse troppo vicino. Avrebbe potuto colpirmi” dichiarò, stringendosi nelle spalle.
“Ah sì?”.
“Sì” ringhiò Mello “Era in cerca di grane. Prova ne è il fatto che non riuscisse a tenere la boccaccia chiusa”.
“Ti riferisci a quando mi ha dato della puttana?” domandò Eliza, con tono noncurante.
Dal canto proprio, Mello iniziò a scartare una nuova tavoletta di cioccolata, assestandole un morso con fare distratto, gli occhi pronti a passare dal profilo di lei a quello delle proprie mani guantate.
Eliza non lo conosceva ancora abbastanza per poterlo affermare, ma chiunque lo comprendesse nel profondo sapeva che per Mello era comune comportarsi in quel modo in ogni situazione in cui qualcosa lo metteva a disagio.
“È per questo che lo hai preso per il bavero e gli hai puntato la pistola alla gola?” domandò ancora Eliza, picchiettando con la penna contro la superficie del tavolo. 
“Fai troppe domande” replicò Mello, con tono tagliente “E stai di nuovo diventando presuntuosa”.
“Affatto” rispose Eliza, alzandosi per versarsi un’altra tazza di caffè.
Dopo averlo fatto, iniziò a scrutarlo dal di sopra della ceramica, gli occhi azzurri, leggermente socchiusi, intenti a scandagliare ogni dettaglio del suo volto.
“Cerco solo di capire” proseguì poi, bevendo lentamente.
“Non c’è niente da capire. Stai dando importanza a qualcosa che non ne ha” sottolineò Mello.
La sua voce era perfettamente controllata, priva di qualsiasi inflessione emotiva; eppure, il suo corpo lo stava tradendo, attraversato da un fremito quasi impercettibile a prima vista.
Se gli occhi di Eliza non fossero stati così bene addestrati nel cogliere il minimo segno di mistificazione, probabilmente nemmeno lei lo avrebbe notato: ma il modo in cui le dita guantate di Mello presero a giocherellare con il rosario che portava al collo, simulando un semplice gesto annoiato, rappresentò la definitiva conferma dei suoi sospetti.
La ragazza tornò a sedersi lentamente, senza smettere di fissarlo.
“Tu sei strano” sentenziò alla fine.
Mello non rialzò lo sguardo, lasciando che i suoi occhi cerulei percorressero la superficie della croce che teneva fra le mani.
Piano piano, la sua posa stava diventando sempre più scomposta, la schiena ormai scivolata lungo lo schienale e le lunghe gambe snelle allungate sotto il tavolo: se si fosse mossa in modo inavvertito, avrebbe rischiato di sfiorarle.
“Sì?” le si rivolse, sorridendo di sottecchi, il tono nuovamente intriso di sarcasmo “È la tua diagnosi ufficiale da profiler brillante e infallibile?”.
Eliza sorrise appena, appoggiando la tazza sul tavolo.
“No. È solo un’osservazione personale. Sei il tipo che dice “non l’ho fatto per te” mentre tiene una pistola puntata alla gola di un tizio. La definirei una dichiarazione d’intenti molto elegante”.
Fu allora che Mello rialzò lo sguardo, prendendo a tamburellare nervosamente contro la superficie del tavolo.
“Detesto i fanatici, se ci tieni a saperlo. Soprattutto quelli che non sanno di cosa parlano. Mi dava fastidio, va bene?”.
“Sembrava personale. Il modo in cui hai reagito”.
Eliza si chinò un poco in avanti, le braccia appoggiate al tavolo, gli occhi puntati su di lui.
“Non ti è piaciuto ciò che hanno detto di Elle?”.
Quelle parole si rivelarono in grado di sorprenderlo,  portandolo a indirizzarle un’altra occhiata penetrante.
“Pensavi che i deliri di quella feccia incontrassero la mia approvazione? Attenta a ciò che dici, ragazzina…” sillabò Mello, trattenendosi a stento dal ringhiare nuovamente.
Il ritmo delle sue dita acquisì una cadenza più lieve. Maggiormente intrisa di ciò che Eliza percepì come un sottile avvertimento.
“Sto solo dicendo che hai reagito in modo…inaspettato” affermò Eliza.
Quella parola fu in grado di bloccargli il respiro per qualche secondo, riportandolo indietro con la memoria ancora una volta nel giro di poche ore, trascinandolo di nuovo nei meandri della Wammy’s House, in cui tornarono a risuonare nelle sue orecchie le parole del vecchio Roger, dei suoi insegnanti, perfino dei compagni più anziani.
*Strano che un ragazzo del genere sia in cima alla graduatoria, addirittura al secondo posto. Ha un’indole del tutto imprevedibile. Un potenziale inaspettato*.
“Inaspettato rispetto a cosa?!” sbottò Mello, alzandosi di scatto e scatenando in lei una reazione perplessa.
“Beh, sembravi furioso” rispose Eliza, ponderando attentamente le parole “E francamente, dubito che tu mi stia dicendo tutta la verità. Sembri nervoso ogni volta che ti faccio domande al riguardo: in realtà, è da quando quel tipo ci si è avvicinato che sembri in costante tensione…”
Il modo in cui gli stava ponendo quelle domande non aveva niente del suo solito tono provocatorio, ma forse fu anche quella sua calma irreale che si rivelò in grado di irritarlo ancor di più.
“Sono in tensione, ragazzina” dichiarò, i denti intenti a sfregare gli uni contro gli altri “Perché, nel caso non te ne fossi accorta, in circolazione c’è il dannato erede del serial killer peggiore di tutti i tempi e al momento non ci stiamo rivelando in grado di prevedere le sue mosse come dovremmo!”.
“Questo è un’affermazione un tantino prematura” lo contraddisse Eliza.
“Oh, quindi secondo te siamo perfettamente in linea con la stramaledetta tabella di marcia ideale?!”.
“Sto solo dicendo che sono passati pochi giorni, Mello. E in ogni caso, stai evitando di rispondere alle mie domande, per non parlare delle mie considerazioni” dichiarò Eliza, alzando appena un sopracciglio.
“Le tue considerazioni sono petulanti, vuote e irritanti, esattamente come le tue domande, mocciosa!” sbottò di nuovo Mello, dandole le spalle e passandosi una mano nella chioma bionda “Che c’è?! Cerchi di trasformare una reazione istintiva in uno stupido gesto cavalleresco?! È così? Se proprio vuoi essere patetica, parla chiaramente”.
“Non ho mai detto niente del genere, e neanche l’ho insinuato. È un dato di fatto che tu abbia avuto una reazione emotivamente coinvolta, quando il sostenitore di Kira si è avvicinato” dichiarò Eliza.
Le sue braccia erano ancora appoggiate al tavolo, le dita intente a conficcare leggermente le unghie nella carne degli arti, mentre i suoi occhi non sembravano pronti a lasciarlo neanche per un istante.
Mello, per contro, dava l’impressione di voler sfuggire da quello sguardo ceruleo il più velocemente possibile.
“Ormai dovresti aver capito che non sopporto chi non si rivela capace di starsene al suo posto, Havisham” replicò Mello, continuando a darle le spalle.
“E qual era il posto di quell’individuo?”.
Lontano da te, cazzo!”.
Lo aveva urlato.
Quello scoppio improvviso fu capace di sorprenderla più di qualsiasi altra cosa, portandola ad alzarsi in piedi di scatto a sua volta, gli occhi azzurri improvvisamente ancor più concentrati sui tratti di Mello, che, nel risponderle, perdendo ogni controllo si era voltato verso di lei, il respiro leggermente ansimante.
Nei suoi occhi, chiari come il ghiaccio, scorse qualcosa che non aveva mai avuto modo di osservare fino a quell’istante: una nuova tipologia di rabbia, mista a un’antica disperazione, tipica di chi ha passato la vita a inseguire qualcosa, senza mai raggiungerla.
“Mello…”.
Ma Mello non le diede tempo di parlare; prima che lei potesse rendersene conto, avanzò nella sua direzione, costringendola a indietreggiare senza neanche accorgersene, l’indice della mano destra puntato contro di lei.
“Se tu credi, solo per un istante” le sibilò, senza fermare il suo incedere, la voce corrotta dall’ira a stento contenuta “Che me ne starò qui a farmi psicanalizzare come un idiota solo per il tuo stramaledetto piacere personale, rimarrai grandemente delusa, ragazzina!”.
Eliza fece per replicare, ma il tocco della sua schiena contro la parete, che giunse inatteso, si rivelò capace di distrarla. Dal canto proprio, Mello non sembrava pronto a tacere.
“Ti diverti?” proseguì, la punta del dito ormai pronta a sfiorarle il petto “Pensi che sia un gioco? O i tuoi genitori non ti hanno insegnato chi cazzo era Kira?!”.
“Non parlare dei miei genitori!” esclamò alla fine Eliza, respingendo la sua mano “E non venirmi a fare lezioni su Kira, imbecille! Ne so più di te, dannazione! È da quando sono nata che ho imparato chi diamine era quello psicopatico!”.
“E allora, vedi di smetterla di farmi perdere tempo con tutte queste stupidaggini!” gridò Mello, senza smettere di sovrastarla contro la parete.
“Non sono stupidaggini” replicò Eliza, tornando a un tono di voce più contenuto “Sto solo…”.
“Cosa? Si può sapere che cazzo vuoi?!” ringhiò Mello, premendo con forza una mano contro la parete.
Ancora una volta, sembrò non rendersi conto di quanto i loro corpi fossero improvvisamente vicini.
“Sto cercando di capirti” rispose Eliza, mantenendo il suo sguardo “Cerco solo di comprendere con cosa ho a che fare. Ti sembra una cosa così strana?”.
“Mi sembra uno sforzo superfluo” ribatté Mello, sforzandosi di mantenere un tono asciutto “E non vedo il motivo per cui dovresti farlo”.
“In realtà, è tutto piuttosto ovvio” lo contraddisse Eliza.
“Ma davvero?!” sbottò ancora Mello “Sarebbe a dire, mocciosa?!”.
“Sarebbe a dire” replicò Eliza, stringendo i denti a sua volta “Che non ho intenzione di condurre queste dannate indagini senza sapere cosa diamine sto facendo. Non posso sbarazzarmi di te, per quanto potrei volerlo” sottolineò poi, impassibile “E forse non ho tutte le energie di cui credevo di poter disporre per dedicarmi sia a catturare Adherent, sia a saltarti alla gola in ogni istante che trascorriamo insieme. Se devo lavorare con te, Mello, devo capire con cosa ho a che fare. Devo capire con chi ho a che fare. Non voglio fidarmi di te, ma è possibile che io non abbia alternative. Mi stai seguendo?”.
Per una volta, Mello decise di non risponderle all'istante, il respiro ancora leggermente affannoso; nessuno dei due sembrava essersi reso conto di quanto i loro corpi fossero di nuovo vicinissimi fra loro, ma sembrava che la faccenda non si stesse rivelando in grado di turbarli.
Difatti, al contrario di quanto si sarebbe mai aspettato di fare, Mello mosse istintivamente un altro passo verso di lei, bloccandola del tutto contro la parete, la mano guantata pronta a posarsi sul muro accanto al volto di lei.
I loro occhi ripresero a duellare, incapaci di concedere all’avversario una singola briciola di terreno.
“Sei insopportabile” le sibilò Mello, stringendo appena le palpebre, senza riuscire a impedire al suo sguardo di percorrere ogni dettaglio del volto di lei.
“Forse sto imparando da te” replicò Eliza, rivolgendogli, contrariamente a quanto lui si sarebbe aspettato, un sorrisetto complice.
Mello tornò a osservarla in silenzio, incapace di allontanarsi, per quanto una parte di lui gli stesse urlando di uscire da quella stanza il più velocemente possibile.
Fu allora che notò che anche Eliza non si stava limitando a fissarlo: lo stava osservando a sua volta con la massima attenzione, gli occhi limpidi che passavano dal suo volto alla posizione del suo corpo, intento a sovrastarla, dal modo in cui storceva le labbra al modo in cui i muscoli del suo viso si tendevano, correndo lungo il collo, contratto per la tensione, fino a tornare al suo sguardo glaciale e furioso.
“Ma che cazzo hai da guardare?” le chiese, senza trattenere un altro ringhio.
“Sto analizzando. Visto che non hai intenzione di rendermi il compito facile, faccio da sola: cerco di capire il perché ti sei comportato in quel modo”.
“Cristo, quanto sei irritante, Havisham!”.
“Preferisco testarda” puntualizzò lei, stringendosi nelle spalle.
“Ti detesto” sillabò Mello, trattenendosi a stento dall’alzare di nuovo la voce.
“Perché hai detto che quel tipo doveva starmi lontano?” insisté Eliza, mantenendo la testa alta.
Mello rimase immobile nella posizione assunta, concedendosi solo di alzare leggermente un sopracciglio e osservandola nel tentativo di cogliere nel suo tono di voce qualsiasi tentativo di provocazione. Non ne trovò.
Quando le rispose, il tono di voce di cui fece sfoggio fu meno aspro di quanto lui stesso si sarebbe aspettato.
“Se proprio non ci arrivi da sola, va bene, ragazzina. Te lo dirò” le disse, piegando la bocca in una smorfia di disappunto”.
Prima di proseguire, senza neppure sapere perché, prese un respiro profondo; la sua mente non si spiegava il perché, ma d’istinto ancora non accennava a fare alcun passo indietro, rimanendo con il corpo premuto contro il suo e intrappolandola contro il muro. Dal canto proprio, Eliza sembrava troppo concentrata sulla sua voce per mostrare segni di fastidio al riguardo.
“Non è un mistero che farei volentieri a meno della tua petulante e irritante presenza, Havisham. Ma visto che nemmeno io sono nella posizione di potermi liberare di te senza troppe grane, semplicemente cerco di ricordarmi che, al momento attuale, il nostro obiettivo è lo stesso. È come hai detto tu: sarebbe controproducente impegnare le energie su fronti contrastanti e su questioni di poco valore. In sostanza, se devo affermare che non sei un’avversaria, questo significa che, almeno per ora, sei un’alleata. E lo sei anche agli occhi di chi gioca contro di me. In sostanza, Havisham, il punto è questo: chi sputa addosso a te, sputa addosso a me. Non importa l’effettivo rischio che questo succeda realmente. È una questione di principio. Sono stato chiaro?”.
Eliza lo fissò per un lungo istante in silenzio; dopo un tempo che gli parve infinito, piegò leggermente la testa di lato, i grandi occhi azzurri intenti a trapassarlo di nuovo da parte a parte.
Il respiro del tedesco si mozzò di colpo, mentre i battiti del suo cuore tornavano a galoppare, trascinandolo di nuovo nel ricordo del primo giorno in cui aveva posato gli occhi su di lei, su quella bambina dallo sguardo adulto, curioso e attento…quello sguardo che, senza neppure sapere come, percepiva come identico a quello della leggenda di cui aveva inseguito l’ombra per tutta la vita.
“Smettila” sbottò Mello, incapace di trattenersi.
“Di fare cosa?” replicò Eliza, impassibile.
“Non guardarmi così”.
“Così come?”.
“Come se stessi analizzando una scena del crimine. Come se…se stessi cercando di decifrare un cazzo di codice, o qualcosa del genere. Smettila di guardarmi in quel modo”.
Eliza non cessò di osservarlo, lasciando che la sua irritazione crescesse; fu solo dopo qualche interminabile minuto che, con sua grande sorpresa, allungò una mano per scostargli dal volto una ciocca di capelli biondi.
Il tocco delle sue dita sottili gli provocò un brivido di cui non riuscì a spiegare la natura.
Di nuovo, il suo sguardo tornò a scrutarlo con quell’attenzione chirurgica: la stessa che aveva sfoggiato poche ore prima, nella navata della cattedrale, quando stava cercando risposte nel cadavere ancora fresco di Malaspina. La stessa che lo aveva trapassato da parte a parte quando era solo un ragazzino di neppure diciassette anni.
Quando la sentì parlare, gli parve che la sua voce gli giungesse da un posto molto lontano, e che si stesse rivelando di infrangere l’incantesimo in cui quegli occhi azzurri, dannatamente inquietanti e profondi, lo avevano intrappolato.
“In effetti, è quello che sto facendo. Capirti è più complesso del previsto” ammise Eliza, senza smettere di tenere la testa inclinata di lato.
“Sei sorda, Havisham? Sbaglio o ho già risposto alle tue maledette domande?” replicò Mello, di nuovo colmo d’irritazione a causa della sua apparente calma.
“In parte” gli concesse Eliza “Ma hai comunque avuto una reazione spropositata rispetto al tuo atteggiamento abituale: per quanto tu possa essere irascibile, di solito non ti muovi mai senza una ragione”.
“Quindi ho fatto qualcosa che non s’incastra nel dannato profiling che ti eri preparata? Il mio comportamento stona con i dati riportati nel bel grafico ordinato che ti eri prefigurata nella testa, Havisham? Spiacente di deluderti” la schernì Mello, ghignando appena.
“Non sono delusa. Forse un po’ infastidita, certo. Non riesco a…incasellarti. Ogni volta che arrivo a una soluzione, a una risposta, è come se mi sfuggisse. Sei decisamente esasperante, Mello” ammise Eliza.
“Non sei la prima a dirlo”.
“E tendi a omettere informazioni, quando ti viene fatta una domanda sul perché delle tue azioni” proseguì la giovane.
“Io non ometto un bel niente” replicò Mello, sentendo l’irritazione montargli di nuovo.
“Sì, invece. In più, contrariamente da quello che io stessa potrei e dovrei affermare, e malgrado le tue crisi da camerino, non sei il tipo che si lascia guidare dal puro istinto o dall’emotività incontrollata. Per quanto tu possa disprezzare l’intera razza umana, di solito sei pronto a sbottare seriamente solo quando interagisci con Near…o con me. Perché vivi come una provocazione tutto ciò che diciamo, come se fossi vittima di una sorta di complesso di persecuzione…o d’inferiorità”.
Chiudi quella cazzo di bocca, Havisham”.  
“Visto? Lo stai facendo di nuovo. Ma non lo fai mai senza aver ricevuto uno stimolo in tal senso; per meglio dire, senza che qualcuno abbia fatto qualcosa per provocarti direttamente”.
“Uno sputo in faccia non ti sembra una provocazione sufficiente, ragazzina?!”.
“Stava sputando in faccia a me. Ce l’aveva con me”.
Mi faceva schifo. Sei contenta adesso?!”.
Aveva pronunciato quelle parole sbattendo la mano contro la parete e avvicinando il profilo a lei, come se, in quel modo, avesse potuto prendersi il potere di zittire finalmente quella voce soave e tagliente come una lama al tempo stesso, capace di stringerlo alla gola e di carezzarlo con delicatezza in una volta sola. Inutile dire che il suo tentativo si rivelò vano.
“Schifo?” ripeté Eliza, curiosa.
Sì” ringhiò Mello, riducendo gli occhi a due fessure “Te l’ho già detto, detesto i fanatici. Soprattutto quelli disposti a credere, a distanza di vent’anni, che il loro prezioso Kira fosse il salvatore del mondo. Mi fa schifo che in giro circolino dei vermi capaci di sputare sentenze su Elle come se sapessero di cosa parlano. Mi fa schifo che si avvicinino al mio perimetro. Mi fa schifo che mi vengano vicino al punto tale da sentire il loro fetore”.
D’istinto, la mano guantata finì per stringerle la spalla, strappandole un lieve sussulto.
“Quindi, sì…finché, per un motivo o un altro, dovrai starmi intorno, ragazzina…non voglio nessuno di quegli schifosi a meno di dieci chilometri da te. Mi sono spiegato?”.
Eliza si concesse di guardarlo ulteriormente, lasciando che i suoi occhi vagassero ancora una volta sulle rughe dell’espressione del suo volto, sul modo in cui il suo sguardo letale tremava a contatto con la sua presenza, sulla cadenza del suo respiro irregolare; infine, annuì leggermente, rivolgendogli un cenno del capo.
Proprio quando fu sul punto di aggiungere qualcosa, Mello la precedette, intensificando la stretta sulla spalla.
“Per la cronaca, ragazzina, sarà meglio che tu non dia di nuovo tanto spazio d’azione al prossimo che ci riproverà: la prossima volta che uno di quei fanatici si avvicina più del dovuto, quella schifosa lingua gliela faccio mangiare. Sono stato chiaro?”.
Prima che Eliza potesse replicare, il suono del suo portatile, da cui stava provenendo un segnale di chiamata in arrivo, invase il salotto, interrompendo bruscamente il silenzio che aveva invaso la stanza dopo le ultime parole di Mello.
La ragazza sobbalzò lievemente, come se quel rumore l’avesse appena destata da una specie d’incantesimo, volgendo lo sguardo in direzione del computer.
Mello fece altrettanto, il corpo ancora teso come una corda; solo dopo qualche istante, abbassò lentamente la mano dal muro dove l’aveva tenuta premuta fino a quel momento, allontanandosi finalmente da lei.
Senza darle il tempo di aggiungere un’altra parola, le diede le spalle e uscì a passo svelto dal salotto, sbattendosi la porta alle spalle.
Eliza rimase a guardare il punto da cui era scomparso per un tempo che le parve infinito, prima di scuotere leggermente la testa, decidendo alla fine di dirigersi verso il computer per verificare chi la stesse contattando. Con ogni probabilità, doveva trattarsi di Near.
La sua sorpresa non fu di poco conto quando l’identificativo del chiamante, intento a troneggiare sullo schermo, finì per smentirla.
“Che diamine…” sussurrò, senza riuscire a trattenere un sorriso.
Alzando appena gli occhi al cielo, accettò la richiesta, concedendosi di ridacchiare leggermente, per quanto le sue spalle fossero ancora gravate dall’inquietudine legata allo scambio appena avvenuto.
Per un istante, lo schermo restò buio; poi l’immagine si delineò davanti ai suoi occhi in maniera nitida, consentendole di ammirare i dettagli di quella camera che conosceva come le sue tasche.
Il primo elemento che saltava all’occhio, come di consueto, era il caos.
Non il disordine casuale di una stanza trascurata, ma un’apoteosi scientifica del casino organizzato: pile di libri aperti sui pavimenti, fogli sparsi su ogni superficie disponibile, una sedia colma di vestiti appallottolati, post-it appesi al bordo dello specchio e una tazza da tè con dentro, inspiegabilmente, un paio di pinzette chirurgiche.
In un angolo, una pianta sofferente veniva ignorata da giorni.
Eliza non ebbe neanche il tempo di rendersi conto di quanto le fosse mancato tutto quel disordine, perché in quel momento le prime note della canzone che conosceva meglio di qualunque altra le giunsero alle orecchie.
“You got it!”.
In quell’istante, la sua migliore amica, Carrie Matsuda Starling, comparve nell’inquadratura, brandendo una spazzola per capelli come se fosse stata un microfono e scuotendo i lunghi capelli castano rossicci in movimenti ritmici e scomposti, gli occhi grigi accesi della sua tipica gioia colma di entusiasmo.
Come succedeva regolarmente quando ascoltava Bryan Adams (il che era piuttosto frequente), Carrie si stava facendo prendere dalla frenesia, incurante di qualsiasi cosa che non fosse la sua esaltazione nel rivedere il volto della persona a lei più cara dopo mesi di separazione.
Gli occhi di Eliza corsero in direzione della felpa oversize con il logo di Harvard che stava indossando, accompagnata a fuseaux neri e a un paio di occhiali dalla montatura leggera, leggermente storti sul naso. Con ogni probabilità, a giudicare dalla sua energia, probabilmente l’esecuzione musicale non sarebbe cassata tanto presto.
“Carrie…” provò a intervenire, senza riuscire a trattenere una risata, ma la ragazza la precedette, chiudendo gli occhi per calarsi al meglio nella sua esibizione canora.
“Sometimes words are hard to find, I'm looking for that perfect line, to let you know you're always on my mind…”.
“Dottoressa Matsuda Starling…” riprovò Eliza, ridendo più di prima.
Ma Carrie non aveva nessuna intenzione di fermarsi.
“Yeah, this is love, and I've learned enough to know, I'm never lettin' go — NO, NO, NO, WON’T LET GO!”
Girò su sé stessa, quasi inciampando in una pila di appunti sul sistema linfatico, e si fermò solo quando raggiunse la sedia più vicina, afferrandola come se stesse per chiudere uno show da standing ovation.
“When you want it, when you need it, you’ll always have the best of me, I can’t help it, believe it, you’ll always get the best of me!”.
Alla fine del verso, spalancò le braccia verso la webcam, con una teatralità assoluta, come se si stesse esibendo su un palcoscenico, per poi esibirsi in un buffissimo inchino, abbassando drasticamente il volume della musica.
Eliza rimase in silenzio per qualche istante, prima di lasciarsi sfuggire un suono a metà fra un gemito e una risata, che provvide a coprire portandosi una mano alla bocca.
“Carrie…” rise poi, scuotendo la testa.
La voce dall’altra parte dello schermo si alzò, trionfante, mentre la sua proprietaria si pronunciava in nuovi inchini in direzione di un pubblico immaginario.
“Signore e signori, parrucconi dell’SPK e giovani profiler di talento, psicopatici pronti a essere sbattuti in galera dalla mia migliore amica e futuri lettori pronti a leggerne le gesta ovunque, BUONASERA! Che vi piaccia o meno, Carrie Matsuda Starling ha deciso di calcare le scene! Scioccati? Pazienza, è un vostro problema!”.
La giovane fece un altro inchino ridicolo, prima di aggiustarsi gli occhiali.
Fu allora che Eliza si concesse di ridere.
Fu una risata vera, di quelle che sapeva le avrebbero fatto bene all’anima. Una di quelle che non si concedeva da settimane.
“Tu sei veramente fuori di testa, Starling! Non sei…Carrie, ma non sei ancora in Giappone?”.
“Esatto, Miss Havisham! E come vedi, sono a buon punto con le valigie!” esclamò, accennando a una pila disordinata di vestiti, su cui non tardò a sedersi a gambe incrociate, per poi sollevare la sua tazza preferita, su cui troneggiava la scritta “DOCTOR IN PROGRESS” come se fosse stata un calice adatto a un brindisi.  
“Si può sapere che diavolo stai combinando?” sospirò Eliza, ma senza riuscire a smettere di sorridere.
“Lo so, lo so: non ti aspettavi la chiamata. Scusami se ti ho disturbato, sul serio, ma era passato troppo tempo. Mi manchi, Liz! Mi manchi tantissimo, sai? E quando ho sentito questa canzone…beh, lo sai che è nostra, no?”.
Si interruppe, stringendo le labbra, prima di proseguire con un nuovo sorriso spensierato.
“L’istinto ha avuto la meglio. Come sempre. Mi conosci, no?”.
Eliza si passò una mano sul viso, scuotendo la testa.
Il sorriso di risposta a quello di Carrie non accennava a cancellarsi.
“Carrie, lo sai che da te sono le cinque del mattino, vero?”.
“Certo che lo so. È l’ora perfetta per cantare Bryan Adams in pigiama e far piangere chiunque abbia un cuore. O per far incazzare i miei vicini di casa, che sono i soliti guastafeste. Il signor Tanaka ce l’ha ancora con me per quella volta in cui Nitis si è messo a giocare col suo stupido gatto…”.
“Giocare? Se la memoria non m’inganna, il tuo cane lo ha inseguito per tutto il quartiere e lo ha costretto a rifugiarsi sull’albero più alto che ha trovato in circolazione” ridacchiò Eliza, scuotendo la testa.
“Appunto, e io che ho detto? Stava giocando” si strinse nelle spalle Carrie, bevendo un sorso di caffè con la massima noncuranza.
Eliza rise ancora, sedendosi di fronte al computer e passandosi una mano nei capelli corvini, gli occhi finalmente accesi di una luce serena.
Da quando ne aveva memoria, Carrie aveva sempre avuto la capacità di farla sentire in pace con il mondo anche nei momenti peggiori.
“Davvero, scusa se ti ho disturbata, Scheggia” ribadì Carrie, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso.
Scheggia. Il soprannome che le aveva affibbiato fin da quando erano bambine, fin dal giorno in cui Carrie l’aveva definita “la persona più intelligente del mondo, capace di risolvere qualsiasi problema e di acchiappare qualsiasi criminale più veloce di una scheggia”. Non lo avrebbe ammesso con facilità, ma Eliza lo adorava. Da sempre.
“Non mi hai disturbata, tesoro” la tranquillizzò Eliza, rivolgendole l’abituale dolcezza che riservava solo a lei “Ero solo…ecco, è un momento un po’ delicato”.
“Lo so, mamma mi ha raccontato tutto” disse Carrie, annuendo con l’aria di chi la sapeva davvero lunga “So anche dell’ultimo omicidio, Internet è già piena di fotografie…”.
“Porca puttana” imprecò Eliza, appoggiando la fronte direttamente alla mano, sorretta dal gomito destro “C’era da aspettarselo, ma comunque…cazzo”.
“Mi dispiace, Scheggia…temo fosse inevitabile, considerando il palcoscenico che quello stronzo si è scelto. A quanto mi risulta, neanche Kira era così teatrale” commentò Carrie, il tono cupo.
“Forse non così tanto” ammise Eliza, sospirando pesantemente “Anche se immagino di dover esaminare meglio la documentazione al riguardo, per poter esserne davvero sicura…”.
“Ma di che parli? Conosci quel caso meglio di chiunque altro, direi persino meglio di tuo padre e tua madre!”.
“Non farti mai sentire da loro mentre lo dici” l’ammonì Eliza, ma rivolgendole un altro sorriso.
“Perché no? È la verità!”.
“Carrie…”.
“Va bene, va bene, mi arrendo. Dico solo che, se c’è qualcuno in grado di fermare questo psicopatico, quella sei tu, Liz. So per certo che quel coglione non ha nessuna possibilità” disse Carrie, sfoggiando la sua buffa aria saggia.
Improvvisamente, la giovane le rivolse un’occhiata penetrante, fissandola dal di sotto degli occhiali con espressione a un tratto preoccupata.
“Ehi…stai bene, vero? Insomma, lo so che sei concentrata sul caso e che non ti stai fermando neanche un secondo, o non saresti tu, ma…ecco, voglio solo che tu sappia che puoi parlarmi di qualsiasi cosa, Liz. Che si tratti di insultare Near o di lamentarti perché l’SPK non ha rifornito la dispensa della tua base operativa di sufficienti caramelle frizzanti, o di esaminare insieme una scena del delitto se hai bisogno di un altro paio di occhi con vista laser, o…”.
“Sto bene, Carrie, davvero” la interruppe Eliza, ridendo di nuovo “E per una volta, ti assicuro che non è Near che voglio uccidere”.
“Ah, giusto, dimenticavo! Mamma dice che hai un nuovo partner di lavoro…”.
“Zia Robin dovrebbe decisamente imparare a chiudere il becco” borbottò Eliza, incrociando le braccia.
“Oh, andiamo, me lo avresti detto comunque! Com’è che si chiama? Neil?” domandò Carrie, assumendo la sua caratteristica finta espressione pensierosa.
“Mello” la corresse Eliza, ridendo di nuovo.
“Giusto. Il bel tenebroso che ha un casellario giudiziale lungo quanto l’elenco telefonico di Mosca. O così dice mia madre, quantomeno. A proposito, è bello sul serio?” domandò Carrie, assumendo un’aria sorniona.
“Se ti piacciono i cappotti di piume disegnati dagli stilisti ubriachi di Broadway, potrebbe essere il tuo tipo. Te lo cedo molto volentieri, se ci tieni” dichiarò Eliza, alzando gli occhi al cielo.
“Se la memoria non m’inganna, in base a quello che ricordo dagli studi di Diritto, per cedere qualcosa a qualcuno, quel qualcosa dovrebbe già essere tuo, Miss Havisham”.
Quel commento le fece voltare di scatto lo sguardo in direzione della camera, da cui Carrie le stava rivolgendo un sorriso decisamente malizioso.
“Per il tuo bene, Starling, sarà meglio che tu ci dia un taglio immediatamente” le disse Eliza, incrociando le braccia e lanciandole un’occhiataccia.
“Oh andiamo! Mia madre ha sempre avuto occhio per queste cose! Ricordi? Aveva capito che i tuoi genitori erano anime gemelle da prima che quella scema di tua madre aprisse gli occhi al riguardo; e da quanto dice, tu e il bel tenebroso…”.
“La smetti di chiamarlo così?!”
“…state già giocando alla calamita!”.
“Devo presentarti il suo degno compare, andreste d’accordo” borbottò Eliza, scuotendo la testa.
“Chi, Matt? Mamma dice che è uno spasso!”.
“Parli troppo con tua madre, lo sai?”.
“E tu non parli abbastanza con la tua” la ammonì Carrie affettuosamente.
“Ultimamente, ne ho fin sopra i capelli dei miei genitori persino più del solito. Non ti ci mettere anche tu”.
Nel notare l’amarezza nel suo tono di voce, Carrie si fece improvvisamente più seria.
“Scheggia…stai bene? Sul serio”.
“Sì…sì, sto bene, Carrie, davvero” tentò di rassicurarla Eliza.
“Sicura?”.
“Non c’è niente…non c’è niente d’importante” minimizzò Eliza, passandosi per l’ennesima volta la mano nella folta chioma scura “Sono solo…ecco, è che sono stanca per il lavoro. Davvero, tutto qui. Andrà meglio appena avrò avuto modo di verificare quello che sto scoprendo sugli indizi lasciati dal killer sulle ultime scene del crimine. Credo stia cercando di comunicare…come faceva Kira”.
“Comunicare?” domandò Carrie, a un tratto curiosa.
“Sì…penso voglia mandare un messaggio. Forse si sta solo prendendo gioco di noi e vuole prendere tempo, o magari è ancora più folle di Kira e crede di dover incarnare il ruolo di una sorta di profeta. Credo che con le prime vittime abbia effettuato delle specie di test e che abbia cercato di attirare la nostra attenzione e quella della stampa mondiale; invece, le ultime due volte è stato più metodico, più…accurato, per così dire. E ha lasciato dei riferimenti che conducono a un messaggio”.
“Quale messaggio?”.
“Meglio parlarne in un secondo momento, preferisco prima essere sicura di ciò che ho visto. Ci sono alcuni elementi che devo verificare”.
“Infallibile come sempre, Miss Havisham” sorrise Carrie, posando definitivamente la sua tazza.
“Ora devo andare” le disse Eliza, sforzandosi di mascherare la sua stanchezza “Ti prometto che ti chiamerò presto, okay?”.
“Farai meglio a sbrigarti a fare ciò che devi in Italia, così non dovrai disturbarti a chiamarmi e potrò saltarti addosso appena rimetterai piede in Inghilterra! Saremo nello stesso continente prima di quanto immagini, Scheggia, e stavolta non ti libererai di me tanto presto!” rise Carrie, entusiasta all’idea.
“Non vedo l’ora, sul serio. Anche tu mi manchi, Starling” le disse affettuosamente Eliza.
“Non uscire dal tuo personaggio, Havisham, o rischi di farmi piangere prima delle sei del mattino. Sarebbe un nuovo record” ridacchiò Carrie, gli occhi scintillanti come di consueto.
“Meglio non correre il rischio, allora. Ci vediamo, Carrie”.
“Prima di quanto immagini, Scheggia. Hasta la vista!”.
Eliza interruppe la comunicazione, chiudendo il portatile e incrociandovi le braccia sopra, per poi appoggiarvi la testa, sospirando.
La sua mente, per quanto parlare con Carrie l’avesse visibilmente rilassata, non riuscì a non correre di nuovo al ricordo di quanto era avvenuto poco prima, a pochissima distanza dal punto esatto in cui era seduta; mentre chiudeva gli occhi, avvertì le narici pervase ancora da quell’odore di cioccolato misto a tabacco e pelle, capace di stringerle il petto in una morsa di cui non si spiegava più la natura.
*Mihael Keehl…mi chiedo cosa diavolo ti passi per la testa…*.
Senza nemmeno rendersene conto, scivolò in un sonno leggero, preda della stanchezza feroce che si stava rivelando capace di piombarle addosso: ancora non lo sapeva, ma quella domanda, nelle settimane successive, avrebbe piano piano trovato la sua complessa, spigolosa e aspra risposta.
 
Qualche ora più tardi, nella camera da letto situata al piano di sopra, l’oscurità che ne invadeva gli angoli venne turbata da un rumore improvviso.
Nel buio, qualcosa si agitava.
Mello, disteso sul letto, si dimenava senza requie, preda di un incubo in cui stava affogando lentamente.
Il suo corpo nudo, scosso dai brividi, si torceva tra le lenzuola sudate come se ogni fibra della carne stesse cercando di liberarsi da qualcosa di invisibile e feroce.
Il respiro, quasi un rantolo, spezzava il silenzio con singhiozzi soffocati, come se stesse piangendo senza poterselo davvero permettere. Senza pensare di meritarsi davvero quel lusso.
Il rosario, rigorosamente posto intorno al suo collo come di consueto, si muoveva a ritmo con gli spasmi del torace, battendo contro lo sterno con la cadenza della corsa che stava intraprendendo nel suo incubo.
Le mani si aggrapparono al materasso con forza, mentre le unghie dele dita si conficcavano nelle lenzuola; il viso, contorto in una smorfia né rabbiosa, né dolorosa, ma semplicemente terrorizzata, dava l’impressione di star cercando aria. La stessa aria che non gli stava arrivando ai polmoni.
I denti strinsero un nome che ancora non aveva lasciato la gola, mentre il volto si contraeva in uno nuovo spasmo di panico doloroso.
Un panico primitivo, viscerale, legato al terrore puro di perdere qualcosa che non avrebbe mai potuto riavere indietro.
Lasciò andare un gemito, la voce roca e spezzata, mentre le palpebre si muovevano rapide, intente a seguirlo nella corsa disperata che stava intraprendendo nel suo incubo.
Una corsa vissuta migliaia di volte. Una corsa che non lo avrebbe portato a nessun risultato.
Il rosario al collo oscillava piano, come una preghiera strozzata rimasta impigliata tra i muscoli.
Un singhiozzo sordo gli sfuggì dal petto.
Poi, all’improvviso, si sollevò di scatto, strappandosi via dal sonno come da una morsa velenosa.
L’urlo che gli sfuggì infranse la notte con la potenza di un’esplosione.
“COLONNA!”.
Mello si aggrappò a quel nome per un singolo momento, mentre il suo respiro ansimante rimbalzava contro le pareti della stanza buia in cui si era rifugiato, accompagnato ai battiti frenetici del suo cuore.
Il torace continuava a sollevarsi in modo irregolare, come se avesse corso per ore.
Abbassando lo sguardo su di esse, si rese conto che gli stavano tremando le mani.
Le pupille, dilatate, cercarono qualcosa nel buio…qualcosa che non c’era.
Si portò una mano alla bocca, ma era ormai troppo tardi per contenere il dolore.
Il rosario gli scivolò tra le dita, freddo, umido, inutile come l’ultima delle preghiere.
Inutile come la corsa appena intrapresa per l’ennesima volta.
Il silenzio lo schiacciava, come se avesse avuto la consistenza di un macigno.
Mello rimase seduto per lunghi secondi, i gomiti sulle ginocchia, il volto affondato tra le mani.
Ogni battito del cuore era un’eco sorda del sogno appena svanito, ma non dimenticato.
Non ancora, almeno.
Ingoiò a fatica, come se la gola gli si fosse stretta attorno a un grido mai pronunciato.
Quando si alzò, si mosse a scatti, in modo meccanico, come se ogni movimento fosse stato guidato più dall’istinto che dalla volontà.
Si chinò, afferrando i pantaloni e gli stivali, per poi infilarli in fretta; solo quando fu in piedi, col rosario ancora appeso al collo e la pelle percorsa da brividi tardivi, si accorse che aveva bisogno d’aria.
Spalancò la porta-finestra che dava sull’ampio terrazzo dell’appartamento, inghiottito dalla notte ancora calda di Firenze.
Barcollando appena, si diresse verso la ringhiera, dove appoggiò le mani; chinò la testa, lasciando che il sudore gli colasse lungo la schiena, tra le scapole.
Chiuse gli occhi, senza riuscire a impedire che le immagini dell’incubo si profilassero di nuovo davanti a lui, e che le voci che aveva udito tornassero a rimbombargli nelle orecchie.
Ancora una volta, a seguito di una di quelle maledette notti, qualcosa gli stringeva il petto con una ferocia impossibile da ignorare.
Con mani tremanti si portò una sigaretta alle labbra, accendendone l’estremità con un gesto rapido, affamato.
Tirò una boccata profonda, tossendo leggermente, la gola già infiammata dal tabacco.
Sentire la sua voce, e sentirle pronunciare quelle maledette parole, rappresentò semplicemente la coltellata definitiva.
“Chi è Colonna?”.
 
Continua…
   
 
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