Un battito di ciglia
Lo scricchiolio delle foglie secche, le quali vengono pestate dalle ruote della macchina man mano che avanzano, sono l’unico rumore udibile nell’area circostante. Si è sporto dal finestrino, allungando il collo finché i muscoli glielo hanno concesso, ma, oltre la distesa rossa e bruna di natura morta che ricopre il sentiero, non ha notato nulla che potesse aiutarlo ad orientarsi. In quella zona della foresta le querce sono pressocché attaccate l’una all’altra, quasi formano un muro consistente attraverso cui è impossibile scorgere il panorama dietro di esse. Un refolo di vento gli scompiglia il caschetto biondo e, con delicatezza, fa volteggiare qualche fogliolina, che si adagia sui suoi ciuffi per riposarsi. Le dita esili di Armin scostano via le intruse dal suo capo, poi, distanti dalla gentilezza mostrata in precedenza, stringono con veemenza i lembi della cartina che giace sul suo grembo. Si prende il mento tra indice e pollice, prima che un indice, estraneo alle sue mani, punti un luogo imprecisato all’interno della contea di Westchester.
«Forse abbiamo sbagliato a quest’incrocio» commenta Eren e, anche se non capisce cosa dica in seguito, perché la sua voce viene sovrastata dal rombo del motore che ruggisce, Armin si accorge che la sua bocca aggiunge altro.
Attende in silenzio, mentre scruta Mikasa armeggiare col cambio e inserire tre marce diverse, prima di azzeccare la retromarcia, poi volge le iridi azzurre verso l’amico.
«Come hai detto, Eren?»
L’altro si stringe nelle spalle e scuote il capo, fa ondeggiare la zazzera bruna, infine indica davanti a sé, nella direzione che già, diverse volte, Armin ha scandagliato.
«Ho detto che sono sorpreso. Di solito non ci perdiamo mai, quando leggi tu la cartina.»
Il ragazzo si morde il labbro inferiore, mentre il senso di colpa subentra quatto quatto e gli sussurra all’orecchio che è un irresponsabile e che, nonostante nessuno degli altri due amici lo stia ammettendo, è colpa sua se quella vacanza è rovinata, dato che avrebbero dovuto compiere il check-in all’albergo almeno tre ore prima.
«Scusatemi» mormora e scruta il reticolo di strade che attraversa la mappa. È convinto di aver letto le indicazioni in modo giusto, ma allora, si domanda tra sé e sé, perché si ritrovano nel folto della boscaglia, senza sapere dove siano esattamente? Qualche minuto precedente alla partenza, ha persino controllato su Google Maps ogni singolo angolo che avrebbero dovuto svoltare. Dov’è, dunque, che ha sbagliato?
«Nah, non preoccuparti. Ce la caveremo.»
Eren si spinge oltre i seggiolini e quasi si ritrova spiaccicato dinanzi il vetro. Mikasa e lui devono spostarsi verso i finestrini laterali, affinché l’altro ci entri, ma quello non sembra capire il fastidio che stia arrecando loro la posizione sbilenca che hanno assunto.
«Dato che non possiamo fare tutta la strada in retromarcia, sarà meglio andare avanti. Se siamo su un sentiero dovremmo sbucare da qualche parte, no? Che ne dici, Armin?»
«Forse abbiamo sbagliato a quest’incrocio» commenta Eren e, anche se non capisce cosa dica in seguito, perché la sua voce viene sovrastata dal rombo del motore che ruggisce, Armin si accorge che la sua bocca aggiunge altro.
Attende in silenzio, mentre scruta Mikasa armeggiare col cambio e inserire tre marce diverse, prima di azzeccare la retromarcia, poi volge le iridi azzurre verso l’amico.
«Come hai detto, Eren?»
L’altro si stringe nelle spalle e scuote il capo, fa ondeggiare la zazzera bruna, infine indica davanti a sé, nella direzione che già, diverse volte, Armin ha scandagliato.
«Ho detto che sono sorpreso. Di solito non ci perdiamo mai, quando leggi tu la cartina.»
Il ragazzo si morde il labbro inferiore, mentre il senso di colpa subentra quatto quatto e gli sussurra all’orecchio che è un irresponsabile e che, nonostante nessuno degli altri due amici lo stia ammettendo, è colpa sua se quella vacanza è rovinata, dato che avrebbero dovuto compiere il check-in all’albergo almeno tre ore prima.
«Scusatemi» mormora e scruta il reticolo di strade che attraversa la mappa. È convinto di aver letto le indicazioni in modo giusto, ma allora, si domanda tra sé e sé, perché si ritrovano nel folto della boscaglia, senza sapere dove siano esattamente? Qualche minuto precedente alla partenza, ha persino controllato su Google Maps ogni singolo angolo che avrebbero dovuto svoltare. Dov’è, dunque, che ha sbagliato?
«Nah, non preoccuparti. Ce la caveremo.»
Eren si spinge oltre i seggiolini e quasi si ritrova spiaccicato dinanzi il vetro. Mikasa e lui devono spostarsi verso i finestrini laterali, affinché l’altro ci entri, ma quello non sembra capire il fastidio che stia arrecando loro la posizione sbilenca che hanno assunto.
«Dato che non possiamo fare tutta la strada in retromarcia, sarà meglio andare avanti. Se siamo su un sentiero dovremmo sbucare da qualche parte, no? Che ne dici, Armin?»
Annuisce e ammira il prezioso consiglio che ha suggerito l’amico. Di solito è lui che trova le soluzioni, tuttavia ha la mente annebbiata dall’ansia che gli arreca quella scomoda situazione in cui si sono ritrovati. Sbagliare è qualcosa che gli accade di rado e quelle volte in cui succede, si ritrova in balia dei suoi pensieri, che lo sopraffanno. Per fortuna Eren e Mikasa riescono a riportarlo sulla retta via grazie al loro conforto. La ragazza, ascoltate le parole del fratello adottivo, inserisce la prima e fa rombare il motore, poi, pian piano, ricomincia lo scricchiolio delle foglie.
Dopo una mezz’oretta abbondante, il sentiero di strada battuta è stato sostituito da buche e cunette che fanno sobbalzare la macchina ad ogni centimetro che percorre. Sebbene Mikasa guidi piano, Eren sbatte di tanto in tanto la testa ed ulula dal dolore, mentre si massaggia il punto colpito.
«Dovresti stare giù, per evitare di farti male» gli intima la ragazza, ma il suo suggerimento viene ignorato, poiché il ragazzo, da quando ha capito che nemmeno quella strada sembri portarli verso la salvezza, ha deciso di appostarsi tra Armin e lei per supervisionare la strada.
La testardaggine è sia un suo pregio che un suo difetto, perciò Armin non lo rimprovera. In ogni caso sarebbe fiato sprecato. L’unico fattore che lo rincuora è che i raggi solari ancora filtrano attraverso le chiome dei carrubi. Sono in tempo per ritrovare la via giusta. Ha il naso puntato verso il cielo, coperto dalle cime degli alberi, quando terminano gli scossoni.
«Che succede?»
La risposta gli arriva dal fruscio del ruscello che hanno di fronte. Quello è un imprevisto che non ha tenuto in conto e, per l’ennesima volta nell’arco di quella giornata, Armin si domanda perché non abbia valutato i rischi del procedere nel folto della foresta. Eppure, gli pare così insolito che seguendo prima la strada asfaltata e poi quella sterrata, siano finiti al centro di un bosco. Quando poc’anzi aveva ricontrollato con meticolosità il sentiero da percorrere, nessuna chiazza verde appariva lungo la via. Quasi pare che qualcuno, pur di giocargli uno scherzo, gliel’abbia piazzato lì per dispetto quella distesa di vegetazione. Strizza le palpebre, cercando di riscuotersi dal torpore nel quale è caduto, e si sporge di nuovo dal finestrino per valutare il da farsi. Il fiumiciattolo è troppo profondo, affinché possano percorrerlo con la macchina, che, altrimenti, rischierebbe di impantanarsi. Ciò che possono tentare, però, è di proseguire a piedi, passando attraverso il ponticello di legno che collega le rive opposte del fiume. Fin lì non hanno incontrato nessuno, quindi lasciare la macchina con le sicure abbassate e l’antifurto attivo sarà sufficiente per restare tranquilli, mentre cercano aiuto.
«E ora?»
Mikasa punta i suoi pozzi neri contro di lui e, per un attimo, si sente mietuto dalla profondità dei suoi occhi. Non ha mai avuto paura del buio, Armin, ma ciò che sicuramente teme è l’ignoto che si cela oltre due specchi così opachi. Esita qualche secondo, prima di annunciare:
«Proseguiamo a piedi.»
I due fratelli si scoccano un’occhiata diffidente e lui percepisce la loro fiducia scivolargli via dalle mani come acqua inafferrabile. È Eren che interrompe il silenzio creatosi, annuendo col capo e strisciando sul sedile posteriore per spalancare lo sportello.
«Andiamo, dai. Non voglio rimanere ancora in questo dannato bosco.»
Una volta fuori dall’autovettura, i tre procedono in fila indiana per attraversare il ponte. Mikasa tasta tramite la punta della scarpa la prima lastra, che non cede, sebbene lei vi premi sopra con tutta la sua forza. Proseguono cheti, accompagnati dal fischio del vento che fa dondolare il ponticello, però non abbastanza da farli sentire in pericolo. Le assi di legno cigolano sotto ai loro piedi e, i buchi grossi quanto palline da tennis sulle assi, minacciano di spaccarsi a causa del loro peso.
«Non è così distante come pensavo. Anche se cadessimo, potremmo raggiungere l’altra parte in un paio di...»
«Ah!» grida Armin, quando percepisce qualcosa contro la caviglia e inciampa sul ponte.
Il grido fa voltare sia Eren che Mikasa verso lui. Lui già teme il peggio, immagina di cadere nel vuoto e l’acqua gelida sferzargli la pelle, eppure le funi sfilacciate che reggono le assi non si rompono, né loro si ritrovano ad annaspare nel fiume, perché Armin non si schianta contro le lastre di legno. Una figura nerboruta, l’ha afferrato dal colletto con la stessa facilità con cui si solleva un fiore. I suoi piedi penzolano per un po’, distanti dal terreno almeno di una spanna, prima che lo sconosciuto lo riponga sulle assi. Eren, senza che venga sollecitato, lo raggiunge e lo affianca. Mikasa, altrettanto veloce, gli si pone accanto, mentre osservano l’estraneo, che sorride loro.
«C’è mancato poco. Dovete fare attenzione, quel ponte rischia di crollare da un momento all’altro. Dico sempre che bisogna sostituirlo, ma...»
Le orecchie di Armin smettono di funzionare e lascia che la valanga di parole scorra placida, allo stesso modo del ruscello su cui sono sospesi. Il cuore ancora galoppa per la paura e dalle tempie colano giù delle gocce di sudore freddo. Non capisce cosa sia successo, mentre era sul ponte. Ha osservato con attenzione ogni passo che ha compiuto, senza scollare gli occhi dalle assi, finché non ha percepito qualcosa attorcigliarglisi ai piedi. Corruga le sopracciglia ed inclina il capo di lato, mentre osserva lo sconosciuto dal naso adunco che sproloquia sull’entità del pericolo che rappresenta il ponticello.
Da dov’è uscito quell’individuo? Perché non l’ha visto prima? Era troppo concentrato su dove mettere i piedi, per accorgersi della sua presenza?
Deglutisce, e pensa che data la stazza da armadio e la radura ricoperta di foglie secche, avrebbero dovuto percepire lo scricchiolio delle sue scarpe dietro di loro. Armin azzarda l’ipotesi che il ragazzo sia giunto di soppiatto di proposito, cosicché non fosse udito. Magari ha voluto tendere loro un’imboscata, ma si chiede per quale motivo avrebbe dovuto salvarlo, se è stato questo il suo intento. Sarebbe stato più facile prenderli alle spalle, mentre Mikasa ed Eren erano allarmati per la sua caduta.
«Be’, grazie, amico.»
Eren ha un cipiglio confuso, mentre la ragazza fissa impassibile l’estraneo. Anche loro sembrano poco convinti della faccenda.
«Per caso sai come tornare sulla strada? Intendo quella con l’asfalto. Ci siamo persi e la macchina è rimasta bloccata dall’altra parte del fiume.»
Il ragazzo si volta in direzione della macchina e incrocia le braccia al petto. La osserva a lungo, tanto che loro tre si guardano circospetti, perché quello pare si sia incantato, finché non si rivolge verso di loro con un sorriso che, invece di confortarli, li inquieta di più.
«Nel mio paese c’è un carro-attrezzi. Possiamo andare lì e chiedergli di riportare la macchina sulla strada principale, non sarà un problema!»
Armin è poco convinto di quell’invito, infatti è pronto per rifiutare, ma Eren lo precede con la sua irruenza e risponde:
«D’accordo. Ci faresti un favore enorme.»
«Reiner. Potete chiamarmi Reiner.»
Reiner non smette ancora di sorridere. Sembra che abbia uno spasmo costante alle labbra, che gliele tiene costantemente rivolte all’insù. I tre aspettano che il ragazzo faccia loro strada e se ne distanziano quanto basta per sussurrare senza che lui li senta.
«Non mi fido» ammette Mikasa, che adesso ha un’espressione imbruttita. Pare che sia sul punto di saltare alla gola di Reiner, tanto ha le spalle rigide e la mascella contratta.
«Perché? Ci sta aiutando. E sorride sempre, anche se è inquietante.»
Eren sfarfalla le palpebre come farebbe un bambino ingenuo. Forse non ha colto gli indizi che etichettano quel ragazzo come inaffidabile, a differenza sua e dell’amica. Armin scuote la testa, arruffando di più il caschetto che, prima della partenza, aveva ogni ciuffo a suo posto. Adesso sembra un nido, con tutte le ciocche incollate al viso.
«Non ti sembra strano che un tipo sia giunto in nostro aiuto, proprio mentre ne avevamo bisogno?»
Mikasa annuisce ed Eren solleva un sopracciglio, mentre serra le labbra.
«Credo ci stesse seguendo. Non può essere una coincidenza.»
Adesso i loro sguardi s’attaccano alla schiena di Reiner, che procede indisturbato. Lui nota solo ora, che sono usciti dal sentiero sterrato che hanno seguito con la macchina e, voltandosi, scopre che non lo scorge più nemmeno in lontananza.
«Non vi sembra strano anche questo?» domanda e indica con un cenno del capo la direzione in cui procedono.
«È strano che un paese sorga nel bel mezzo del bosco, dove non converge alcuna strada o via.»
Bisbigliano come se siano loro i malviventi. Eren socchiude gli occhi e annuisce, dimostrando di aver capito. Armin, però, tace sugli ulteriori dettagli che lo inquietano. Adesso che il silenzio cala come una coltre trasparente, ne ha persino la conferma: oltre il rumore dei loro passi, non si sente nulla. Dalle fronde degli alberi non proviene alcun cinguettio, sui rami non ci sono scoiattoli che giocano e, se il ragazzo si concentra, non percepisce nemmeno il ronzio degli insetti.
È come se loro quattro siano gli unici esseri viventi in quella zona.
«Ehi, Reiner. Ci sono animali pericolosi qui in giro?»
Reiner non si volta per rispondere alla domanda di Armin. Avanza tranquillo, come un cavallo coi paraocchi.
«Che io sappia, no!»
Il timbro della voce è acuto, come se sia contento, sebbene stia soltanto conducendo tre forestieri nel bosco. Anche questo è un dettaglio che non lascia al caso.
«Quanto è lontano il paese? Sicuro che non ci perderemo?»
Stavolta è Eren ad esternare i suoi dubbi. Ha il cellulare stretto fra le dita e, poco dopo, lo mostra a lui. Dapprima non capisce quale sia il motivo di tale azione, ma quando nota che le tacche della connessione internet sono state sostituite da una X rossa, intuisce quale sia il problema. Sono isolati dal mondo in quel frangente.
«Venti minuti al massimo, non preoccupatevi. Ci sono anche dei telefoni, nel caso i vostri non prendano. È una zona con una pessima qualità di segnale.»
Armin deglutisce e si chiede come sia possibile che l’altro abbia posto una domanda simile. Non si è voltato neanche per un istante ad osservarli e, qualora l’abbia fatto e li abbia colti in flagrante, non avrebbe potuto indovinare cosa stesse guardando sullo schermo del telefonino. Crede di essere divenuto paranoico. O meglio, che quella situazione abbia peggiorato la sua già esistente la sua mania del controllo su cui, man mano che trascorre il tempo, ha meno potere. È consapevole che gestire o prevedere gli imprevisti sia impossibile, eppure vi tenta spesso e volentieri per evitare di incappare in guai come quello in cui si sono impantanati tutti e tre. Il cuore è stretto dall’ansia e ormai neanche la compagnia di Mikasa ed Eren lo calma. Soltanto scoprire cosa voglia farne di loro quello strambo individuo, potrà mettergli l’animo in pace.
Armin arcua le sopracciglia per la sorpresa, quando, facendosi largo nella boscaglia, si ritrovano sulla strada asfaltata. In lontananza, sul pizzo di una collinetta, vede persino il profilo di un campanile. Reiner non ha mentito, né ha fatto loro del male, anzi, si è persino offerto di portargli lo zaino che indossava. La gentilezza del ragazzo sembra costruita, però, sorriso inquietante a parte, non ha dato altri segni di stranezze. Impiegano una decina di minuti, prima di giungere al centro del paese, che è costituito da un paio di casette, un municipio, una pompa di benzina e un’officina posizionati intorno ad un cerchio di asfalto, al cui centro sorge un’aiuola. Al centro del piccolo prato, è stata eretta una statua che ritrae un uomo, nella cui mano destra brandisce la bandiera americana, ed è vestito con gli abiti tipici degli antichi colonizzatori. Anche la statua ha un naso adunco e delle sopracciglia che sono il doppio di quelle di Eren, già folte di loro.
«Chi è quello?»
È proprio Eren a porre la domanda, mentre aggirano a piedi l’aiuola. Non c’è nemmeno un marciapiede per camminare, né, tantomeno, vi sono auto parcheggiate. Armin si interroga su come si spostino gli abitanti di quella città, se non utilizzano macchine, né vi siano in giro pensiline che indichino il passaggio di mezzi pubblici.
«Quello è Erwin Smith. È il colonizzatore olandese che ha fondato questo paese.»
Armin arriccia il naso indispettito, quando scruta meglio la statua. Si domanda perché essa sia decorata con delle ragnatele vere e perché, data la figura importante rappresentata, nessuno si preoccupi di rimuovere il nido di passeri che è stato costruito sui capelli della statua. I cespugli nell’aiuola hanno solo una manciata di foglie attaccate agli arbusti, i cui ramoscelli sembrano più esili del normale, tanto sono secchi. Non sono rimaste foglie nemmeno ai rami degli alberi dentro la città. I fusti privi di verde o rosso, adesso sembrano chiudersi sul paesello come una gabbia per canarini. Il ragazzo si morde l’interno della guancia, però non fa trapelare alcuna emozione dal proprio viso. Indaga con meticolosità i dettagli che gli incupiscono l’umore. L’aria che tira in quella cittadina gli dà i brividi, difatti ha i muscoli rigidi e le spalle tese poiché crede di doversi preparare al peggio in qualunque momento.
Un’altra cosa di cui si è accorto è che, oltre loro quattro, non ci sono altre persone in giro. Reiner non sembra turbato da ciò, anzi: da quando si sono addentrati nel centro, il suo sorriso si è disteso e sembra più naturale. Tale reazione lo insospettisce, tuttavia tiene per sé i propri dubbi, sperando che vengano dissipati il prima possibile.
«Stamattina si sono persi altri turisti, sapete? Li ha trovati la mia amica e per fortuna! Stavano per andare al cimitero.»
“Stamattina?”
Il ragazzo si perde di nuovo in chiacchiere che, tuttavia, non interessano ad Armin, il quale estrae il cellulare dalla tasca per verificarne l’orario. Gli pare impossibile che siano già le sette meno un quarto del pomeriggio, data la quantità di luce che rischiara il cielo, eppure è sicuro che il telefono funzioni, segnale telefonico a parte. Poco prima di localizzare il paese erano a malapena le due del pomeriggio e ne è convinto, perché ricorda bene di aver eseguito lo stesso movimento dopo che Eren gli aveva chiesto l’ora.
«Perché? Cosa c’è che non va col cimitero?»
Quella domanda gli sembra banale, finché Reiner non fornisce una risposta che cattura la sua attenzione e consolida uno dei suoi tanti dubbi, che si tramuta in certezza: la città ha qualcosa di strano.
«Niente. È soltanto un posto un po’ lugubre.»
La voce dell’estraneo è così seria, che pure Mikasa solleva un sopracciglio. Reiner stringe la mascella e si arresta di colpo, facendo sì che Eren, a pochi passi dietro di lui, non se ne accorga in tempo e sbatti il viso contro la sua schiena. Mentre l’amico si massaggia il naso, l’altro continua:
«Insomma, non è un posto che si vuole visitare mentre si è in vacanza.»
«Be’, mica passeremo tutta la vacanza qui.»
Armin fa mente locale per ricordare quando loro gli abbiano rivelato di essere in vacanza. Non può averlo dedotto dai bagagli, perché si sono portati dietro solo gli zaini e le valigie sono nel porta-bagagli della macchina. Forse può averlo dedotto dal fatto che sono forestieri, tuttavia ciò non può dare all’altro la certezza che abbiano intrapreso un viaggio di piacere, piuttosto che uno di lavoro.
«Sì. Sì, hai ragione» replica Reiner e si gratta la zazzera bionda, mentre si appoggia l’altra mano sul fianco. Il suo sguardo evita quello di tutti e tre, poi, all’improvviso, punta qualcosa alle loro spalle e Armin nota il tremolio a cui sono soggette le pupille altrui. Si volta di scatto, allarmato da quello strambo atteggiamento, e si ritrova a fissare nelle iridi azzurre una ragazza poco più bassa di lui.
«Ne hai trovati altri?»
Sulle labbra di lei spicca un broncio e la strana formulazione della sua frase, unito alle sopracciglia aggrottate, gli fanno intuire che sia infastidita dalla loro presenza. Lancia un’occhiata a Mikasa, la quale ha i capelli irti come i peli di un gatto innervosito, e da ciò comprende che pure lei si è sorpresa da quella nuova arrivata. È certo che neanche lei l’abbia sentita arrivare, per questo motivo è sull’attenti.
«Sì. Oggi se ne stanno perdendo parecchi, Annie.»
Annie indietreggia di un passo, supera lui e infine Reiner, che la segue.
«Spero che la cena basti per tutti» aggiunge il ragazzo biondo ed è inevitabile che loro tre si blocchino sul posto.
«La cena?! Quale cena?!» esclama Eren, sul cui volto si è formato una smorfia irata. Armin e Mikasa lo affiancano, appoggiando quella domanda che pare loro più che lecita. I due ragazzi si girano e, mentre la prima li scruta con sufficienza, Reiner li osserva confuso, come se i pazzi fossero loro tre.
«Be’, certo. Il meccanico è fuori città a quest’ora e tornerà domani mattina. In ogni caso, guidare di notte è pericoloso, non sia mai chi possiate incontrare in giro, soprattutto la notte di Halloween.»
Le parole dell’estraneo sembrano genuine. Armin ancora dubita di lui, tuttavia non sembra che voglia fargli del male. Per sicurezza loro, continuerà a diffidare sia del ragazzo che di Annie, la quale lo ha incrociato di proposito i loro sguardi. La ragazza emana un’aria tetra, ma non sa se attribuire ciò all’abito nero e rattoppato che indossa, oppure se all’espressione priva di emozione che ora gli sta rivolgendo. Adesso che i due biondi sono uno accanto all’altra, lo turba persino il pallore della loro pelle. A lui pare quasi che siano circondati da un fievole baluginio, eppure si convince che la colpa sia dei raggi solari che risaltano il loro incarnato chiaro.
«Che facciamo, Armin?» sussurra Mikasa e lui è combattuto su cosa risponderle.
Se tornassero nella foresta, finirebbero davvero per perdersi definitivamente, senza l’aiuto di qualcuno che conosca bene quei boschi. Se, invece, seguissero Reiner ed Annie, non saprebbero a cosa vanno incontro. Loro, però, hanno un vantaggio numerico e, per quanto grande e grosso sembri Reiner, Mikasa è capace di stendere persone che abbiano una stazza maggiore del ragazzo. Dalle maniche smanicate, Armin nota che anche l’amica dello sconosciuto ha dei bicipiti e dei tricipiti abbastanza pronunciati, perciò è convinto che, in un ipotetico scontro, nemmeno lei sia da sottovalutare. Crede, però, che lui ed Eren siano in grado di affrontarla.
«Riposare ci farà bene» mormora atono e lei pare accettare la sua decisione. Mikasa lo sorpassa e affianca il fratello, strattonandolo per un braccio, affinché la smetta di importunare Reiner, mentre riprendono tutti e cinque il loro cammino.
«Almeno possiamo sapere dove stiamo andando?» si lamenta Eren, che si massaggia l’orecchio per cui l’ha tirato la sorella.
«Alla mensa del paese» borbotta Annie, dopodiché vira verso il piccolo pezzo di marciapiede che affianca la pompa di benzina, poi lo oltrepassa e imbocca un sentiero dietro l’edificio, il quale si inoltra nella foresta.
Armin scioglie i muscoli tesi soltanto quando si accorge che la mensa è visibile dalla strada. Dall’asfalto all’edificio dalle mura pallide, vi sono soltanto un paio di metri che percorrono in pochi minuti. La ragazza fa loro strada, mentre Reiner chiude la fila indiana che hanno formato e, anche se ciò dovrebbe provocargli ansia, il suo animo è tranquillo, come un oceano placido su cui non soffia alcun vento. Piuttosto, ciò che lo preoccupa un po’ è il cielo azzurro, il quale si tinge della sfumatura più opaca e scura che esiste al mondo. Ai lati dell’ingresso, costituito da un portone in cui potrebbe entrarci benissimo un pickup, tanto è largo e alto, vi sono delle zucche intarsiate. Ce ne sono due agli estremi di ogni scalino che conduce alla porta, per un totale di otto, dato che i gradini sono quattro. A giudicare dal colore degli ortaggi, che in alcune parti tende al nero, e dal tanfo che emanano, pare che essi siano lì dal trentuno ottobre dell’anno precedente. Mentre entra, Annie urta col piede quella posta sullo scalino più alto, e questa si sfracella sul terreno, rivelando la polpa marcia, scura e pullulante di vermi.
«Che schifo!»
Il grido di Eren riecheggia nella foresta, ma i due estranei commentano quanto accaduto. La ragazza procede senza voltarsi, mentre sul suo volto e su quello dell’amico si dipinge un’espressione disgustata. Più che la visione, a nausearli è l’olezzo di putrido che si solleva dalla zucca col ghigno triste. Il tanfo è molto simile a quello che si portano dietro da quando sono scesi dalla macchina. Reiner, invece, si piazza dietro di loro e aspetta che entrino. Indugiando, strisciano i passi sul marmo bianco, mentre avanzano all’interno della struttura. Non lo dice, ma appena ha una visione completa dell’interno, Armin pensa che esso sia peggio dell’esterno. Le pareti sono candide, ma in alcune zone sono ricoperte da ampie chiazze grigie e verdognole di muffa. Addirittura, in alcune parti vi è il cartongesso gonfio di bolle che minacciano di esplodere, tanto sono enormi. Tranne per il tavolo centrale, a cui sono già seduti tre ragazzi, gli altri sono coperti da uno spesso strato di polvere visibile ad occhio nudo. Se vi poggiasse sopra la mano, è sicuro che vi rimarrebbe l’orma di essa. Se aguzza la vista, Armin addirittura può scorgere tra le travi del soffitto metri e metri di ragnatele, che sono così spesse da sembrare tende. Un brivido gli percorre la spina dorsale e percepisce i peli delle braccia rizzarsi, quando pensa alla quantità di ragni e insetti vari che possono celarsi tra i fili delle tele. Dopo che Reiner sparisce dietro una porta metallica, posta dalla parte opposta all’ingresso, Eren sussurra nell’orecchio di Armin:
«Secondo te quei tre sono loro amici?»
L’amico si riferisce al bizzarro trio che è seduto al tavolo e battibecca. Il ragazzo più alto, il cui viso ha dei tratti che a lui ricordano quelli di un equino, esclama:
«Sasha! Come ti vengono certe idee?»
L’unica ragazza del gruppo si attorciglia una ciocca di capelli attorno all’indice, arrossisce e gonfia le guance.
«Ma io ho fame, Jean! Prenderò solo un tozzo di pane!»
Il ragazzo più basso, che ha la guancia premuta contro il palmo della mano, osserva gli altri due con le palpebre socchiuse.
«Non credo, Eren. Hanno un accento strano, sembrano francesi. Forse sono i turisti di cui parlavano Reiner ed Annie.»
Armin si ammutolisce, quando il ragazzo che si chiama Jean rivolge l’attenzione verso di loro. Eren, invece, data l’espressione scontrosa che l’altro si stampa in faccia, gli abbaia contro:
«Cos’hai da guardare?»
«Stavo per chiedervi chi caspita foste, marmocchio.»
«Marmocchio?! Ma se avrai più o meno la mia età, faccia da cavallo!»
È incerto se sia stato quello semplice scambio di battute a far scoppiare tanto astio, oppure se è colpa dello sguardo ostile di Jean a provocare quella discussione, ma fatto sta che, dopo una manciata di insulti, essa degenera in una rissa. Prima che il pugno dello sconosciuto, il quale si è alzato e ha posto fine alla distanza tra lui ed Eren, collida col volto dell’amico, Mikasa si pone in mezzo ai due litiganti e con due spintoni ben assestati li fa barcollare lontani l’uno dall’altro.
«Lasciami stare, Mikasa! Lo faccio nero!»
«Ehi, togliti di...»
«Basta voi due,» borbotta ad un tratto il ragazzo basso, quello che ha la testa completamente rasata e che gli ricorda un pallone, «Jean, Sasha è scomparsa!»
«Che cosa stai dicendo, Connie?»
Jean sfarfalla un paio di volte le ciglia, prima di rendersi conto che Sasha è davvero sparita. La ragazza ha approfittato del baccano per defilarsi in cucina, facendo l’esatto contrario di ciò che lui le ha ordinato poco fa.
«Ah, dannazione. Per colpa tua l’ho persa di vista» biascica il ragazzo e scocca un’occhiataccia ad Eren, che ha la maglia stropicciata e i capelli scarmigliati. Se non ci fosse Mikasa a tenerlo per un braccio, l’amico si getterebbe in un’altra rissa.
«Per colpa mia?!»
«Basta, Eren» implora Armin. C’è qualcosa di macabro in quella faccenda e lo intuisce dagli sguardi rammaricati di Jean e Connie, che fissano la porta dietro cui è sparita la ragazza chiamata Sasha.
«Be’, sarà con quei due ragazzi, no? Di cosa vi preoccupate?»
La domanda di Eren fa calare un silenzio opprimente. Sono tutti e cinque ricoperti di sudore, hanno i colli tesi e si guardano intorno con circospezione. Quando Jean riprende parola, lo fa con un tono così basso, che loro quattro devono tendere le orecchie per ascoltarlo.
«Credo che quei due siano delinquenti» inizia, mentre le pupille roteano nelle sclere come biglie impazzite, per assicurarsi che né Reiner né Annie li spiino.
«La ragazza è apparsa dal nulla e ha salvato Connie prima che inciampasse in una trappola per orsi, dopo che ci eravamo persi. Nessuno di noi tre l’ha vista o sentita arrivare. E col terreno ricoperto di foglie...»
«...È impossibile che non l’abbiate sentita,» completa Armin e si regge il mento con l’indice e pollice, rimuginando sulla similarità delle due scene.
«È successo anche a noi con Reiner. Mi ha salvato prima che cadessi nel fiume.»
«Sospettate di quei due? Davvero? Forse sembrano strani all’inizio, ma parlandoci non sono così male» chiede Eren e solleva un sopracciglio, poiché è incredulo.
«Ad ogni modo, io vado a riprendermi Sasha» annuncia Connie, il quale parte spedito verso la porta di ferro.
Poco prima che la apra, da dietro di essa spunta la figura imponente di Reiner, che regala un sorriso rilassato ai presenti. Connie, per evitare che la lastra gli sbatta sulla faccia, compie un balzo indietro e sospira di sollievo, quando non viene colpito.
«C’è qualcosa che non va?»
Sbatte le palpebre curioso, come se trovi strambo il fatto che il ragazzo sia così vicino alla porta. Connie si mette le mani sui fianchi, inclina il capo di lato e guarda attraverso le palpebre socchiuse il ragazzo biondo.
«Dov’è Sasha?»
Il tono del ragazzo pelato è brusco, ma Armin non lo biasima. Dev’essere preoccupato a morte per l’amica.
«La ragazza? È in cucina con Annie. La sta aiutando. Se vuoi puoi andare, devi percorrere il corridoio fino in fondo.»
Connie si prende qualche secondo per studiare il volto di Reiner, poi si lancia uno sguardo d’intesa con Jean e supera l’estraneo. Le spalle minute del ragazzo vengono inghiottite dall’oscurità oltre la porta. Armin trova sia strano che il corridoio sia tanto buio, dato che all’esterno ancora qualche raggio solare filtra attraverso la coltre di nuvole grigie. Crede sia poco convincente l’ipotesi che tutte le luci siano spente, soprattutto se la ragazza chiamata Annie è ai fornelli.
«Tra quanto sarà pronta la cena?»
Jean, Mikasa ed Armin rivolgono l’attenzione verso Eren, il quale ha posto una domanda in parte lecita, dato il brontolio che proviene dal suo stomaco. Reiner, mentre sistema la tovaglia sul tavolo dove erano seduti Jean, Sasha e Connie una decina di minuti prima, risponde:
«Tra una mezz’oretta. A tal proposito, devo aiutare con gli ultimi preparativi. Perdonatemi.»
Una volta che Reiner si è dileguato, si accomodano sulle sedie sparse vicino alla tavolata e si scoccano a vicenda delle occhiate. Dopo che si è seduto, lui studia i motivi sulla tovaglia e le varie posate posizionate a distanza uguale, dritte, accanto ai piatti di ceramica. Le forchette e i coltelli sono composti da metallo, così come i loro manici, su cui sono modellati motivi tondeggianti. Gli ricordano gli utensili con cui suo nonno apparecchiava la tavola, che a sua volta erano appartenuti al padre, di conseguenza rendevano quegli oggetti risalenti alla fine dell’Ottocento. Afferra la forchetta davanti a sé per avvicinarsela al viso e scorge su di essa alcune porzioni ramate, ruvide al tatto, che riconduce alla ruggine. Ora che l’ha così vicina, ne può annusare l’odore stantio. È strano che in una mensa pubblica non utilizzino posate più moderne, oppure di plastica, e che nonostante l’ora della cena si avvicini, nessun altro del villaggio si unisca a loro.
«Basta. Andiamocene» sentenzia Mikasa, che scatta in piedi e striscia la sedia con fragore.
Nello stesso istante, la porta metallica sbatte contro il muro producendo uno schiocco acuto. Reiner ne emerge con le mani piene di un vassoio, su cui è stata posta una cupola argentea. Dietro di lui, Annie stringe una ciotola da punch e, nonostante la distanza, Armin intravede il liquido rosso e denso della bevanda. C’è qualcosa di ingannevole, tuttavia, in quella sfumatura opaca di bordeaux, assai diversa da quelle quasi trasparenti che è abituato ad assaggiare alle feste in casa. Qualsiasi cosa si trovi nel contenitore gli ricorda sangue.
“Che sia una ricetta differente?”
«Era ora! Sto morendo di fame!» esclama Eren, che si avvicina a Reiner.
Il ragazzo sconosciuto gli regala un sorriso a labbra unite, poi stringe il pomello della cupola e dà una pacca alla spalla dell’amico.
«Spero che piaccia anche a te, questo tipo di carne è molto difficile da cucinare. Poi i vostri amici non sono stati per niente di aiuto, erano fin troppo vivaci.»
«Erano…» gli fa eco Mikasa, i cui occhi si spalancano secondo dopo secondo non appena Reiner solleva l’oggetto che ha tra le mani.
Le orbite di Connie sono vuote e Armin non sa se è quello a intimorirlo, oppure il grido muto in cui ha le labbra contorte la testa del ragazzo, piazzata sul vassoio. La base del collo è circondata da tranci di dita, delineando una decorazione macabra che gli suscita un conato di vomito. L’acido risale, la vista si appanna, mentre capta stralci di conversazioni. Oltre la testa servita, nota che dal punch un occhio castano lo osserva con malcelata curiosità.
«Che cazzo significa?! È uno scherzo?!»
«Eren, allontanati! Andiamocene!»
«Connie… quello… è vero?»
Armin si piega in due, mentre rigetta il bolo di cibo che gli ha percorso l’esofago a ritroso. Ansima, mentre tutti urlano e l’unico dettaglio su cui la sua mente si focalizza è il sorriso sincero di Reiner quando ha rivelato loro quella macabra pietanza. Uno scalpitio rimbomba sul pavimento, poi qualcuno lo afferra dal braccio destro e lo trascina via. Le sue gambe assecondano a fatica quella velocità, ancora più sostenuta quando qualcun altro gli afferra il sinistro. La testa gli dondola su e giù e ha il tempo di vedere Reiner sollevare una sedia, mentre Jean è in ginocchio a terra e tiene il capo basso.
«Dobbiamo aiutarlo…!»
Non appena varcano l’uscita, Armin si gira verso Eren, che ha la mascella contratta dalla rabbia. In lontananza, si ode l’eco di qualcosa che si spacca e un gemito soffocato. Si impone di non guardare davanti a sé, la sua attenzione rapita dal cielo tintosi di una notte ebano. Nessuna luce costella quel manto scuro: solo una luna piena scarlatta fornisce loro la luce necessaria per capire dove piazzare i loro passi.
«Non sta succedendo davvero. È un incubo.»
«Non è un incubo, Armin, questo…»
Un cavallo nitrisce da qualche parte tra le case. Tutti e tre si bloccano, cosicché lui possa correre sulle proprie gambe, e ruota su sé stesso per capire da dove provenga quel suono. Di nuovo, si sente uno sbuffo imbizzarrito, ma dell’animale non vi è traccia. Le uniche luci accese sono quelle della mensa che si sono lasciati alle spalle: i lampioni lungo la strada sono spenti e dalle case non proviene alcun bagliore. Sono davvero i soli in tutta la città. Intanto, adesso che sono in silenzio, in lontananza coglie un limpido scalpitare di zoccoli.
«Che facciamo? Che facciamo?!»
Ansimano, ora dalla paura, ora dalla stanchezza della corsa, ma è Mikasa che in un barlume di lucidità suggerisce una via di fuga e punta l’indice dinanzi a sé.
«Lì. Disperderemo le nostre tracce.»
Armin segue la traiettoria disegnata dal suo dito. Al limitare tra le sagome di due case, sorge una distesa di granturco. Anche alzandosi sulle punte dei piedi, lui non ne scorge né la fine né l’estensione massima in orizzontale. I contorni di tutti gli edifici e le piante si amalgamano al nero della notte.
“A cosa serve coltivare un campo di mais così vasto?”
«Non ne sono sicuro.»
«Comprendo il tuo scetticismo, Armin. Ma non abbiamo altra scelta.»
«Cazzo. Reiner è uscito dall’edificio» li informa Eren.
Anche lui si volta e vede l’omaccione biondo correre verso loro. Nonostante ciò, ha un passo fin troppo lento per qualcuno che desidera inseguirli. È tremendamente tranquillo. Mikasa afferra i polsi a lui e a Eren, dopodiché si fionda in mezzo ai fusti delle pannocchie. Ogni passo è uno scricchiolio troppo nitido che scalfisce la quiete e, a causa della foga con cui la ragazza li trascina, lui è costretto a ripararsi il volto con l’avambraccio perché le piante lo frustano sulla faccia. Tirano dritto, svoltano, ritornano indietro, corrono, rallentano, infine si bloccano in uno spazio dove le piante sono diradate e loro tre riescono a stare vicini, quasi attaccati. Armin ha la fastidiosa sensazione della frangetta incollata alla fronte dal sudore. Se lo asciuga con la manica e trae respiri profondi, mentre gli altri due osservano quel cerchio coriaceo sopra le loro teste.
«Stiamo correndo da una buona mezz’ora,» riflette la ragazza, «com’è possibile… che non usciamo dal campo?»
«È quello che cercavo di dirvi prima… Questa distesa di granturco sembra infinita. Non è normale, non… Non riesco a capire, se fosse un’illusione ottica avremmo dovuto cogliere qualche dettaglio. Non abbiamo mangiato nulla, quindi non potremmo aver ingerito stupefacenti… Le nostre funzioni neurologiche sono intatte, non capisco neanch’io cosa sta succedendo.»
«Oggi… Oggi è la notte di Halloween» afferma Eren, che abbassa il capo.
«Sì, è il 31 di ottobre. Quindi?» lo incalza Mikasa.
«Si dice che questa sia la notte in cui il velo tra il mondo dei morti e quello dei vivi si assottiglia.»
«Cosa? Stai insinuando che c’entri la magia?» gli domanda Armin.
Fatica ad accettare qualsiasi cosa non abbia una spiegazione concreta. Fantasmi e maghi, secondo lui, vanno di pari passo: sono soltanto congetture, favolette raccontate ai bambini per suggestionarli e piegarne la volontà ribelle. Dev’esserci senz’altro una soluzione vera a quel quesito.
«Allora spiegami perché la luna è rossa e da quando siamo qui non abbiamo incontrato una fottuta persona!» Il ragazzo punta al satellite con l’indice e gesticola con la mano libera.
«Calmati, Eren.»
«La luna rossa è un fenomeno ottico che si verifica durante un’eclissi lunare totale, ovvero quando la Terra si posiziona tra la luna e il sole, proiettando la propria ombra sul satellite. Per quanto riguarda le persone, questo potrebbe essere uno dei tanti borghi spopolatisi a partire dai primi anni del ‘900, non è il primo villaggio rurale che si svuota a causa della migrazione verso le zone urbane…»
«Armin, non è questo il punto… Pensa, anche questo campo, com’è possibile che andando avanti non siamo riusciti a uscirne? A quest’ora avremmo dovuto essere fuori da un bel pezzo!»
Sebbene le osservazioni di Eren non siano del tutto infondate, si rifiuta di scendere a un compromesso.
«Una persona può percorrere una media di quattro virgola otto chilometri durante la corsa. Magari siamo vicini, se il campo è grande circa cinque o sei chilom…»
Qualcosa schioppa alle loro spalle e in lontananza si leva il nitrito del cavallo, che sembra sia sempre più vicino. Eren apre bocca, pronto a ribattere, ma due braccia muscolose emergono dove i fusti sono più fitti. Con una mano gli tappa la bocca, con l’altra gli cinge la vita e lo ritrae in mezzo al folto del gran turco, mentre il ragazzo scalcia e si dimena. Mikasa si getta sull’altro, gli afferra una gamba e lo tira verso di sé.
«No! No!»
Armin la affianca, afferra la caviglia di Eren, nonostante questo scalpiti, ma nella colluttazione gli sferra involontariamente un calcio. Il dolore gli esplode sulle gengive e cade all’indietro sul manto di foglie. Il sapore ferreo del sangue gli irrora la bocca, perciò si gira di lato e sputa ciò che può.
«Lascialo andare, lasci… Ah!»
Mikasa grida, un verso lungo, straziante, che riscuote gli uccelli nei campi, i quali si levano gracchiando. Lui si mette a carponi, si volta verso la ragazza e la vede riversa a terra, poco più lontano dove Reiner è sbucato per afferrare Eren. All’altezza del polpaccio i denti di una trappola per orsi le si addentrano nella carne. Grazie a quel poco che riluccica sotto il riflesso cremisi della luna, nota il sangue che le inzuppa i jeans e la scarpa da tennis. Armin rimane imbalsamato qualche secondo, mentre cerca di ricordare se avesse colto un luccichio metallico quando sono giunti in quel ritaglio di terra. Ma giurerebbe che sul terreno ricoperto di foglie non ci fosse niente. Si trascina a gattoni verso di lei, le stringe una mano, mentre le lacrime le scorrono sulle guance fino a ricongiungersi sul mento.
«Hanno preso Eren… Hanno preso Eren» ripete lei tra i rantoli di dolore.
«Ora ti libero da qui e lo andremo a cercare. Se la caverà. Ce la caveremo. Non preoccuparti» la rassicura e si mette in ginocchio.
Mentre avvicina le mani alla trappola, lo scalpitio degli zoccoli si leva incalzante qualche metro da loro. Uno stormo si leva – nonostante li veda di sfuggita, Armin riconosce dei corvi – e intorno a lui il fragore dei battiti delle ali si mescola alle voci stridule degli animali, alle grida della ragazza, al nitrito del cavallo fantasma e tutto ciò che le sue orecchie registrano con limpidezza è il permesso altruistico di Mikasa:
«Lasciami qui… Scappa, Armin!»
«No, Mikasa, non posso… Troverò un modo per liberarti e poi salveremo Eren e… e…»
«No, Armin… non c’è più tempo. Vattene!»
La paura è l’emozione più umana e irrazionale che sviscera le persone. Lo sa bene la ragazza riversa a terra, lo sa lui che, una volta udita quella frase, si alza e corre senza voltarsi indietro.
«Chi è quello?»
È proprio Eren a porre la domanda, mentre aggirano a piedi l’aiuola. Non c’è nemmeno un marciapiede per camminare, né, tantomeno, vi sono auto parcheggiate. Armin si interroga su come si spostino gli abitanti di quella città, se non utilizzano macchine, né vi siano in giro pensiline che indichino il passaggio di mezzi pubblici.
«Quello è Erwin Smith. È il colonizzatore olandese che ha fondato questo paese.»
Armin arriccia il naso indispettito, quando scruta meglio la statua. Si domanda perché essa sia decorata con delle ragnatele vere e perché, data la figura importante rappresentata, nessuno si preoccupi di rimuovere il nido di passeri che è stato costruito sui capelli della statua. I cespugli nell’aiuola hanno solo una manciata di foglie attaccate agli arbusti, i cui ramoscelli sembrano più esili del normale, tanto sono secchi. Non sono rimaste foglie nemmeno ai rami degli alberi dentro la città. I fusti privi di verde o rosso, adesso sembrano chiudersi sul paesello come una gabbia per canarini. Il ragazzo si morde l’interno della guancia, però non fa trapelare alcuna emozione dal proprio viso. Indaga con meticolosità i dettagli che gli incupiscono l’umore. L’aria che tira in quella cittadina gli dà i brividi, difatti ha i muscoli rigidi e le spalle tese poiché crede di doversi preparare al peggio in qualunque momento.
Un’altra cosa di cui si è accorto è che, oltre loro quattro, non ci sono altre persone in giro. Reiner non sembra turbato da ciò, anzi: da quando si sono addentrati nel centro, il suo sorriso si è disteso e sembra più naturale. Tale reazione lo insospettisce, tuttavia tiene per sé i propri dubbi, sperando che vengano dissipati il prima possibile.
«Stamattina si sono persi altri turisti, sapete? Li ha trovati la mia amica e per fortuna! Stavano per andare al cimitero.»
“Stamattina?”
Il ragazzo si perde di nuovo in chiacchiere che, tuttavia, non interessano ad Armin, il quale estrae il cellulare dalla tasca per verificarne l’orario. Gli pare impossibile che siano già le sette meno un quarto del pomeriggio, data la quantità di luce che rischiara il cielo, eppure è sicuro che il telefono funzioni, segnale telefonico a parte. Poco prima di localizzare il paese erano a malapena le due del pomeriggio e ne è convinto, perché ricorda bene di aver eseguito lo stesso movimento dopo che Eren gli aveva chiesto l’ora.
«Perché? Cosa c’è che non va col cimitero?»
Quella domanda gli sembra banale, finché Reiner non fornisce una risposta che cattura la sua attenzione e consolida uno dei suoi tanti dubbi, che si tramuta in certezza: la città ha qualcosa di strano.
«Niente. È soltanto un posto un po’ lugubre.»
La voce dell’estraneo è così seria, che pure Mikasa solleva un sopracciglio. Reiner stringe la mascella e si arresta di colpo, facendo sì che Eren, a pochi passi dietro di lui, non se ne accorga in tempo e sbatti il viso contro la sua schiena. Mentre l’amico si massaggia il naso, l’altro continua:
«Insomma, non è un posto che si vuole visitare mentre si è in vacanza.»
«Be’, mica passeremo tutta la vacanza qui.»
Armin fa mente locale per ricordare quando loro gli abbiano rivelato di essere in vacanza. Non può averlo dedotto dai bagagli, perché si sono portati dietro solo gli zaini e le valigie sono nel porta-bagagli della macchina. Forse può averlo dedotto dal fatto che sono forestieri, tuttavia ciò non può dare all’altro la certezza che abbiano intrapreso un viaggio di piacere, piuttosto che uno di lavoro.
«Sì. Sì, hai ragione» replica Reiner e si gratta la zazzera bionda, mentre si appoggia l’altra mano sul fianco. Il suo sguardo evita quello di tutti e tre, poi, all’improvviso, punta qualcosa alle loro spalle e Armin nota il tremolio a cui sono soggette le pupille altrui. Si volta di scatto, allarmato da quello strambo atteggiamento, e si ritrova a fissare nelle iridi azzurre una ragazza poco più bassa di lui.
«Ne hai trovati altri?»
Sulle labbra di lei spicca un broncio e la strana formulazione della sua frase, unito alle sopracciglia aggrottate, gli fanno intuire che sia infastidita dalla loro presenza. Lancia un’occhiata a Mikasa, la quale ha i capelli irti come i peli di un gatto innervosito, e da ciò comprende che pure lei si è sorpresa da quella nuova arrivata. È certo che neanche lei l’abbia sentita arrivare, per questo motivo è sull’attenti.
«Sì. Oggi se ne stanno perdendo parecchi, Annie.»
Annie indietreggia di un passo, supera lui e infine Reiner, che la segue.
«Spero che la cena basti per tutti» aggiunge il ragazzo biondo ed è inevitabile che loro tre si blocchino sul posto.
«La cena?! Quale cena?!» esclama Eren, sul cui volto si è formato una smorfia irata. Armin e Mikasa lo affiancano, appoggiando quella domanda che pare loro più che lecita. I due ragazzi si girano e, mentre la prima li scruta con sufficienza, Reiner li osserva confuso, come se i pazzi fossero loro tre.
«Be’, certo. Il meccanico è fuori città a quest’ora e tornerà domani mattina. In ogni caso, guidare di notte è pericoloso, non sia mai chi possiate incontrare in giro, soprattutto la notte di Halloween.»
Le parole dell’estraneo sembrano genuine. Armin ancora dubita di lui, tuttavia non sembra che voglia fargli del male. Per sicurezza loro, continuerà a diffidare sia del ragazzo che di Annie, la quale lo ha incrociato di proposito i loro sguardi. La ragazza emana un’aria tetra, ma non sa se attribuire ciò all’abito nero e rattoppato che indossa, oppure se all’espressione priva di emozione che ora gli sta rivolgendo. Adesso che i due biondi sono uno accanto all’altra, lo turba persino il pallore della loro pelle. A lui pare quasi che siano circondati da un fievole baluginio, eppure si convince che la colpa sia dei raggi solari che risaltano il loro incarnato chiaro.
«Che facciamo, Armin?» sussurra Mikasa e lui è combattuto su cosa risponderle.
Se tornassero nella foresta, finirebbero davvero per perdersi definitivamente, senza l’aiuto di qualcuno che conosca bene quei boschi. Se, invece, seguissero Reiner ed Annie, non saprebbero a cosa vanno incontro. Loro, però, hanno un vantaggio numerico e, per quanto grande e grosso sembri Reiner, Mikasa è capace di stendere persone che abbiano una stazza maggiore del ragazzo. Dalle maniche smanicate, Armin nota che anche l’amica dello sconosciuto ha dei bicipiti e dei tricipiti abbastanza pronunciati, perciò è convinto che, in un ipotetico scontro, nemmeno lei sia da sottovalutare. Crede, però, che lui ed Eren siano in grado di affrontarla.
«Riposare ci farà bene» mormora atono e lei pare accettare la sua decisione. Mikasa lo sorpassa e affianca il fratello, strattonandolo per un braccio, affinché la smetta di importunare Reiner, mentre riprendono tutti e cinque il loro cammino.
«Almeno possiamo sapere dove stiamo andando?» si lamenta Eren, che si massaggia l’orecchio per cui l’ha tirato la sorella.
«Alla mensa del paese» borbotta Annie, dopodiché vira verso il piccolo pezzo di marciapiede che affianca la pompa di benzina, poi lo oltrepassa e imbocca un sentiero dietro l’edificio, il quale si inoltra nella foresta.
Armin scioglie i muscoli tesi soltanto quando si accorge che la mensa è visibile dalla strada. Dall’asfalto all’edificio dalle mura pallide, vi sono soltanto un paio di metri che percorrono in pochi minuti. La ragazza fa loro strada, mentre Reiner chiude la fila indiana che hanno formato e, anche se ciò dovrebbe provocargli ansia, il suo animo è tranquillo, come un oceano placido su cui non soffia alcun vento. Piuttosto, ciò che lo preoccupa un po’ è il cielo azzurro, il quale si tinge della sfumatura più opaca e scura che esiste al mondo. Ai lati dell’ingresso, costituito da un portone in cui potrebbe entrarci benissimo un pickup, tanto è largo e alto, vi sono delle zucche intarsiate. Ce ne sono due agli estremi di ogni scalino che conduce alla porta, per un totale di otto, dato che i gradini sono quattro. A giudicare dal colore degli ortaggi, che in alcune parti tende al nero, e dal tanfo che emanano, pare che essi siano lì dal trentuno ottobre dell’anno precedente. Mentre entra, Annie urta col piede quella posta sullo scalino più alto, e questa si sfracella sul terreno, rivelando la polpa marcia, scura e pullulante di vermi.
«Che schifo!»
Il grido di Eren riecheggia nella foresta, ma i due estranei commentano quanto accaduto. La ragazza procede senza voltarsi, mentre sul suo volto e su quello dell’amico si dipinge un’espressione disgustata. Più che la visione, a nausearli è l’olezzo di putrido che si solleva dalla zucca col ghigno triste. Il tanfo è molto simile a quello che si portano dietro da quando sono scesi dalla macchina. Reiner, invece, si piazza dietro di loro e aspetta che entrino. Indugiando, strisciano i passi sul marmo bianco, mentre avanzano all’interno della struttura. Non lo dice, ma appena ha una visione completa dell’interno, Armin pensa che esso sia peggio dell’esterno. Le pareti sono candide, ma in alcune zone sono ricoperte da ampie chiazze grigie e verdognole di muffa. Addirittura, in alcune parti vi è il cartongesso gonfio di bolle che minacciano di esplodere, tanto sono enormi. Tranne per il tavolo centrale, a cui sono già seduti tre ragazzi, gli altri sono coperti da uno spesso strato di polvere visibile ad occhio nudo. Se vi poggiasse sopra la mano, è sicuro che vi rimarrebbe l’orma di essa. Se aguzza la vista, Armin addirittura può scorgere tra le travi del soffitto metri e metri di ragnatele, che sono così spesse da sembrare tende. Un brivido gli percorre la spina dorsale e percepisce i peli delle braccia rizzarsi, quando pensa alla quantità di ragni e insetti vari che possono celarsi tra i fili delle tele. Dopo che Reiner sparisce dietro una porta metallica, posta dalla parte opposta all’ingresso, Eren sussurra nell’orecchio di Armin:
«Secondo te quei tre sono loro amici?»
L’amico si riferisce al bizzarro trio che è seduto al tavolo e battibecca. Il ragazzo più alto, il cui viso ha dei tratti che a lui ricordano quelli di un equino, esclama:
«Sasha! Come ti vengono certe idee?»
L’unica ragazza del gruppo si attorciglia una ciocca di capelli attorno all’indice, arrossisce e gonfia le guance.
«Ma io ho fame, Jean! Prenderò solo un tozzo di pane!»
Il ragazzo più basso, che ha la guancia premuta contro il palmo della mano, osserva gli altri due con le palpebre socchiuse.
«Non credo, Eren. Hanno un accento strano, sembrano francesi. Forse sono i turisti di cui parlavano Reiner ed Annie.»
Armin si ammutolisce, quando il ragazzo che si chiama Jean rivolge l’attenzione verso di loro. Eren, invece, data l’espressione scontrosa che l’altro si stampa in faccia, gli abbaia contro:
«Cos’hai da guardare?»
«Stavo per chiedervi chi caspita foste, marmocchio.»
«Marmocchio?! Ma se avrai più o meno la mia età, faccia da cavallo!»
È incerto se sia stato quello semplice scambio di battute a far scoppiare tanto astio, oppure se è colpa dello sguardo ostile di Jean a provocare quella discussione, ma fatto sta che, dopo una manciata di insulti, essa degenera in una rissa. Prima che il pugno dello sconosciuto, il quale si è alzato e ha posto fine alla distanza tra lui ed Eren, collida col volto dell’amico, Mikasa si pone in mezzo ai due litiganti e con due spintoni ben assestati li fa barcollare lontani l’uno dall’altro.
«Lasciami stare, Mikasa! Lo faccio nero!»
«Ehi, togliti di...»
«Basta voi due,» borbotta ad un tratto il ragazzo basso, quello che ha la testa completamente rasata e che gli ricorda un pallone, «Jean, Sasha è scomparsa!»
«Che cosa stai dicendo, Connie?»
Jean sfarfalla un paio di volte le ciglia, prima di rendersi conto che Sasha è davvero sparita. La ragazza ha approfittato del baccano per defilarsi in cucina, facendo l’esatto contrario di ciò che lui le ha ordinato poco fa.
«Ah, dannazione. Per colpa tua l’ho persa di vista» biascica il ragazzo e scocca un’occhiataccia ad Eren, che ha la maglia stropicciata e i capelli scarmigliati. Se non ci fosse Mikasa a tenerlo per un braccio, l’amico si getterebbe in un’altra rissa.
«Per colpa mia?!»
«Basta, Eren» implora Armin. C’è qualcosa di macabro in quella faccenda e lo intuisce dagli sguardi rammaricati di Jean e Connie, che fissano la porta dietro cui è sparita la ragazza chiamata Sasha.
«Be’, sarà con quei due ragazzi, no? Di cosa vi preoccupate?»
La domanda di Eren fa calare un silenzio opprimente. Sono tutti e cinque ricoperti di sudore, hanno i colli tesi e si guardano intorno con circospezione. Quando Jean riprende parola, lo fa con un tono così basso, che loro quattro devono tendere le orecchie per ascoltarlo.
«Credo che quei due siano delinquenti» inizia, mentre le pupille roteano nelle sclere come biglie impazzite, per assicurarsi che né Reiner né Annie li spiino.
«La ragazza è apparsa dal nulla e ha salvato Connie prima che inciampasse in una trappola per orsi, dopo che ci eravamo persi. Nessuno di noi tre l’ha vista o sentita arrivare. E col terreno ricoperto di foglie...»
«...È impossibile che non l’abbiate sentita,» completa Armin e si regge il mento con l’indice e pollice, rimuginando sulla similarità delle due scene.
«È successo anche a noi con Reiner. Mi ha salvato prima che cadessi nel fiume.»
«Sospettate di quei due? Davvero? Forse sembrano strani all’inizio, ma parlandoci non sono così male» chiede Eren e solleva un sopracciglio, poiché è incredulo.
«Ad ogni modo, io vado a riprendermi Sasha» annuncia Connie, il quale parte spedito verso la porta di ferro.
Poco prima che la apra, da dietro di essa spunta la figura imponente di Reiner, che regala un sorriso rilassato ai presenti. Connie, per evitare che la lastra gli sbatta sulla faccia, compie un balzo indietro e sospira di sollievo, quando non viene colpito.
«C’è qualcosa che non va?»
Sbatte le palpebre curioso, come se trovi strambo il fatto che il ragazzo sia così vicino alla porta. Connie si mette le mani sui fianchi, inclina il capo di lato e guarda attraverso le palpebre socchiuse il ragazzo biondo.
«Dov’è Sasha?»
Il tono del ragazzo pelato è brusco, ma Armin non lo biasima. Dev’essere preoccupato a morte per l’amica.
«La ragazza? È in cucina con Annie. La sta aiutando. Se vuoi puoi andare, devi percorrere il corridoio fino in fondo.»
Connie si prende qualche secondo per studiare il volto di Reiner, poi si lancia uno sguardo d’intesa con Jean e supera l’estraneo. Le spalle minute del ragazzo vengono inghiottite dall’oscurità oltre la porta. Armin trova sia strano che il corridoio sia tanto buio, dato che all’esterno ancora qualche raggio solare filtra attraverso la coltre di nuvole grigie. Crede sia poco convincente l’ipotesi che tutte le luci siano spente, soprattutto se la ragazza chiamata Annie è ai fornelli.
«Tra quanto sarà pronta la cena?»
Jean, Mikasa ed Armin rivolgono l’attenzione verso Eren, il quale ha posto una domanda in parte lecita, dato il brontolio che proviene dal suo stomaco. Reiner, mentre sistema la tovaglia sul tavolo dove erano seduti Jean, Sasha e Connie una decina di minuti prima, risponde:
«Tra una mezz’oretta. A tal proposito, devo aiutare con gli ultimi preparativi. Perdonatemi.»
Una volta che Reiner si è dileguato, si accomodano sulle sedie sparse vicino alla tavolata e si scoccano a vicenda delle occhiate. Dopo che si è seduto, lui studia i motivi sulla tovaglia e le varie posate posizionate a distanza uguale, dritte, accanto ai piatti di ceramica. Le forchette e i coltelli sono composti da metallo, così come i loro manici, su cui sono modellati motivi tondeggianti. Gli ricordano gli utensili con cui suo nonno apparecchiava la tavola, che a sua volta erano appartenuti al padre, di conseguenza rendevano quegli oggetti risalenti alla fine dell’Ottocento. Afferra la forchetta davanti a sé per avvicinarsela al viso e scorge su di essa alcune porzioni ramate, ruvide al tatto, che riconduce alla ruggine. Ora che l’ha così vicina, ne può annusare l’odore stantio. È strano che in una mensa pubblica non utilizzino posate più moderne, oppure di plastica, e che nonostante l’ora della cena si avvicini, nessun altro del villaggio si unisca a loro.
«Basta. Andiamocene» sentenzia Mikasa, che scatta in piedi e striscia la sedia con fragore.
Nello stesso istante, la porta metallica sbatte contro il muro producendo uno schiocco acuto. Reiner ne emerge con le mani piene di un vassoio, su cui è stata posta una cupola argentea. Dietro di lui, Annie stringe una ciotola da punch e, nonostante la distanza, Armin intravede il liquido rosso e denso della bevanda. C’è qualcosa di ingannevole, tuttavia, in quella sfumatura opaca di bordeaux, assai diversa da quelle quasi trasparenti che è abituato ad assaggiare alle feste in casa. Qualsiasi cosa si trovi nel contenitore gli ricorda sangue.
“Che sia una ricetta differente?”
«Era ora! Sto morendo di fame!» esclama Eren, che si avvicina a Reiner.
Il ragazzo sconosciuto gli regala un sorriso a labbra unite, poi stringe il pomello della cupola e dà una pacca alla spalla dell’amico.
«Spero che piaccia anche a te, questo tipo di carne è molto difficile da cucinare. Poi i vostri amici non sono stati per niente di aiuto, erano fin troppo vivaci.»
«Erano…» gli fa eco Mikasa, i cui occhi si spalancano secondo dopo secondo non appena Reiner solleva l’oggetto che ha tra le mani.
Le orbite di Connie sono vuote e Armin non sa se è quello a intimorirlo, oppure il grido muto in cui ha le labbra contorte la testa del ragazzo, piazzata sul vassoio. La base del collo è circondata da tranci di dita, delineando una decorazione macabra che gli suscita un conato di vomito. L’acido risale, la vista si appanna, mentre capta stralci di conversazioni. Oltre la testa servita, nota che dal punch un occhio castano lo osserva con malcelata curiosità.
«Che cazzo significa?! È uno scherzo?!»
«Eren, allontanati! Andiamocene!»
«Connie… quello… è vero?»
Armin si piega in due, mentre rigetta il bolo di cibo che gli ha percorso l’esofago a ritroso. Ansima, mentre tutti urlano e l’unico dettaglio su cui la sua mente si focalizza è il sorriso sincero di Reiner quando ha rivelato loro quella macabra pietanza. Uno scalpitio rimbomba sul pavimento, poi qualcuno lo afferra dal braccio destro e lo trascina via. Le sue gambe assecondano a fatica quella velocità, ancora più sostenuta quando qualcun altro gli afferra il sinistro. La testa gli dondola su e giù e ha il tempo di vedere Reiner sollevare una sedia, mentre Jean è in ginocchio a terra e tiene il capo basso.
«Dobbiamo aiutarlo…!»
Non appena varcano l’uscita, Armin si gira verso Eren, che ha la mascella contratta dalla rabbia. In lontananza, si ode l’eco di qualcosa che si spacca e un gemito soffocato. Si impone di non guardare davanti a sé, la sua attenzione rapita dal cielo tintosi di una notte ebano. Nessuna luce costella quel manto scuro: solo una luna piena scarlatta fornisce loro la luce necessaria per capire dove piazzare i loro passi.
«Non sta succedendo davvero. È un incubo.»
«Non è un incubo, Armin, questo…»
Un cavallo nitrisce da qualche parte tra le case. Tutti e tre si bloccano, cosicché lui possa correre sulle proprie gambe, e ruota su sé stesso per capire da dove provenga quel suono. Di nuovo, si sente uno sbuffo imbizzarrito, ma dell’animale non vi è traccia. Le uniche luci accese sono quelle della mensa che si sono lasciati alle spalle: i lampioni lungo la strada sono spenti e dalle case non proviene alcun bagliore. Sono davvero i soli in tutta la città. Intanto, adesso che sono in silenzio, in lontananza coglie un limpido scalpitare di zoccoli.
«Che facciamo? Che facciamo?!»
Ansimano, ora dalla paura, ora dalla stanchezza della corsa, ma è Mikasa che in un barlume di lucidità suggerisce una via di fuga e punta l’indice dinanzi a sé.
«Lì. Disperderemo le nostre tracce.»
Armin segue la traiettoria disegnata dal suo dito. Al limitare tra le sagome di due case, sorge una distesa di granturco. Anche alzandosi sulle punte dei piedi, lui non ne scorge né la fine né l’estensione massima in orizzontale. I contorni di tutti gli edifici e le piante si amalgamano al nero della notte.
“A cosa serve coltivare un campo di mais così vasto?”
«Non ne sono sicuro.»
«Comprendo il tuo scetticismo, Armin. Ma non abbiamo altra scelta.»
«Cazzo. Reiner è uscito dall’edificio» li informa Eren.
Anche lui si volta e vede l’omaccione biondo correre verso loro. Nonostante ciò, ha un passo fin troppo lento per qualcuno che desidera inseguirli. È tremendamente tranquillo. Mikasa afferra i polsi a lui e a Eren, dopodiché si fionda in mezzo ai fusti delle pannocchie. Ogni passo è uno scricchiolio troppo nitido che scalfisce la quiete e, a causa della foga con cui la ragazza li trascina, lui è costretto a ripararsi il volto con l’avambraccio perché le piante lo frustano sulla faccia. Tirano dritto, svoltano, ritornano indietro, corrono, rallentano, infine si bloccano in uno spazio dove le piante sono diradate e loro tre riescono a stare vicini, quasi attaccati. Armin ha la fastidiosa sensazione della frangetta incollata alla fronte dal sudore. Se lo asciuga con la manica e trae respiri profondi, mentre gli altri due osservano quel cerchio coriaceo sopra le loro teste.
«Stiamo correndo da una buona mezz’ora,» riflette la ragazza, «com’è possibile… che non usciamo dal campo?»
«È quello che cercavo di dirvi prima… Questa distesa di granturco sembra infinita. Non è normale, non… Non riesco a capire, se fosse un’illusione ottica avremmo dovuto cogliere qualche dettaglio. Non abbiamo mangiato nulla, quindi non potremmo aver ingerito stupefacenti… Le nostre funzioni neurologiche sono intatte, non capisco neanch’io cosa sta succedendo.»
«Oggi… Oggi è la notte di Halloween» afferma Eren, che abbassa il capo.
«Sì, è il 31 di ottobre. Quindi?» lo incalza Mikasa.
«Si dice che questa sia la notte in cui il velo tra il mondo dei morti e quello dei vivi si assottiglia.»
«Cosa? Stai insinuando che c’entri la magia?» gli domanda Armin.
Fatica ad accettare qualsiasi cosa non abbia una spiegazione concreta. Fantasmi e maghi, secondo lui, vanno di pari passo: sono soltanto congetture, favolette raccontate ai bambini per suggestionarli e piegarne la volontà ribelle. Dev’esserci senz’altro una soluzione vera a quel quesito.
«Allora spiegami perché la luna è rossa e da quando siamo qui non abbiamo incontrato una fottuta persona!» Il ragazzo punta al satellite con l’indice e gesticola con la mano libera.
«Calmati, Eren.»
«La luna rossa è un fenomeno ottico che si verifica durante un’eclissi lunare totale, ovvero quando la Terra si posiziona tra la luna e il sole, proiettando la propria ombra sul satellite. Per quanto riguarda le persone, questo potrebbe essere uno dei tanti borghi spopolatisi a partire dai primi anni del ‘900, non è il primo villaggio rurale che si svuota a causa della migrazione verso le zone urbane…»
«Armin, non è questo il punto… Pensa, anche questo campo, com’è possibile che andando avanti non siamo riusciti a uscirne? A quest’ora avremmo dovuto essere fuori da un bel pezzo!»
Sebbene le osservazioni di Eren non siano del tutto infondate, si rifiuta di scendere a un compromesso.
«Una persona può percorrere una media di quattro virgola otto chilometri durante la corsa. Magari siamo vicini, se il campo è grande circa cinque o sei chilom…»
Qualcosa schioppa alle loro spalle e in lontananza si leva il nitrito del cavallo, che sembra sia sempre più vicino. Eren apre bocca, pronto a ribattere, ma due braccia muscolose emergono dove i fusti sono più fitti. Con una mano gli tappa la bocca, con l’altra gli cinge la vita e lo ritrae in mezzo al folto del gran turco, mentre il ragazzo scalcia e si dimena. Mikasa si getta sull’altro, gli afferra una gamba e lo tira verso di sé.
«No! No!»
Armin la affianca, afferra la caviglia di Eren, nonostante questo scalpiti, ma nella colluttazione gli sferra involontariamente un calcio. Il dolore gli esplode sulle gengive e cade all’indietro sul manto di foglie. Il sapore ferreo del sangue gli irrora la bocca, perciò si gira di lato e sputa ciò che può.
«Lascialo andare, lasci… Ah!»
Mikasa grida, un verso lungo, straziante, che riscuote gli uccelli nei campi, i quali si levano gracchiando. Lui si mette a carponi, si volta verso la ragazza e la vede riversa a terra, poco più lontano dove Reiner è sbucato per afferrare Eren. All’altezza del polpaccio i denti di una trappola per orsi le si addentrano nella carne. Grazie a quel poco che riluccica sotto il riflesso cremisi della luna, nota il sangue che le inzuppa i jeans e la scarpa da tennis. Armin rimane imbalsamato qualche secondo, mentre cerca di ricordare se avesse colto un luccichio metallico quando sono giunti in quel ritaglio di terra. Ma giurerebbe che sul terreno ricoperto di foglie non ci fosse niente. Si trascina a gattoni verso di lei, le stringe una mano, mentre le lacrime le scorrono sulle guance fino a ricongiungersi sul mento.
«Hanno preso Eren… Hanno preso Eren» ripete lei tra i rantoli di dolore.
«Ora ti libero da qui e lo andremo a cercare. Se la caverà. Ce la caveremo. Non preoccuparti» la rassicura e si mette in ginocchio.
Mentre avvicina le mani alla trappola, lo scalpitio degli zoccoli si leva incalzante qualche metro da loro. Uno stormo si leva – nonostante li veda di sfuggita, Armin riconosce dei corvi – e intorno a lui il fragore dei battiti delle ali si mescola alle voci stridule degli animali, alle grida della ragazza, al nitrito del cavallo fantasma e tutto ciò che le sue orecchie registrano con limpidezza è il permesso altruistico di Mikasa:
«Lasciami qui… Scappa, Armin!»
«No, Mikasa, non posso… Troverò un modo per liberarti e poi salveremo Eren e… e…»
«No, Armin… non c’è più tempo. Vattene!»
La paura è l’emozione più umana e irrazionale che sviscera le persone. Lo sa bene la ragazza riversa a terra, lo sa lui che, una volta udita quella frase, si alza e corre senza voltarsi indietro.
«Mi dispiace! Mi dispiace!» urla, ma sa che ormai è troppo lontano affinché lei possa sentirlo. Alle sue spalle, il cavallo continua a galoppare.
Le spighe del grano gli sferzano il viso e lì dove le foglie lo fustigano con violenza, un formicolio si dipana. Poco sotto il suo occhio sinistro, qualcosa di caldo gli inumidisce il viso. Ha perso il conto dei minuti da quando ha iniziato a correre e, di conseguenza, anche dei chilometri percorsi fino a quel momento. Il sangue gli ronza nelle orecchie, il rimbombo del proprio cuore gli percuote il petto, eppure si arresta soltanto quando varca la fine della distesa coltivata. Con una falcata più ampia delle altre, Armin si ritrova sul selciato di un piazzale. Al centro c’è un piedistallo rettangolare vuoto e, dietro di esso, si ergono diversi edifici composti da assi diroccate e finestre dai vetri rotti. Gli ricorda l’architettura tipica dei villaggi Western. Non ha nulla a che vedere con i palazzi della cittadina a cui sono giunti qualche ora prima, né l’ha intravista mentre camminavano a piedi. Scrolla le spalle, scacciando quelle osservazioni inutili, e solleva i palmi delle mani. Il sangue di Mikasa gli imbratta gli avambracci fino ai gomiti e anche le Adidas bianche adesso hanno assunto la stessa tonalità del vino.
«Eccoti.»
Sotto la penombra della luna color sangue, l’incarnato pallido di Annie lo terrorizza più di prima. La ragazza è accanto a lui, a distanza di un braccio, e lo fissa senza una reale emozione. A tratti si direbbe annoiata, come se lo spettacolo macabro della mensa non l’abbia minimamente toccata. Uno spasmo attraversa il corpo di Armin e iniziano a tremargli dapprima le dita, infine il resto del corpo viene scosso da veri e propri sussulti. Vorrebbe dispiegarsi in spiegazioni razionali e meticolose, ma la verità è che non c’è nulla di logico in ciò a cui sta assistendo. Sia Reiner che Annie non producono rumori mentre si muovono, si materializzano dal nulla e, per qualche orrido motivo, hanno deciso di ucciderli a uno a uno. Adesso è il suo turno.
La ragazza si avvicina e lui, ormai esausto dalla corsa, non si ritrae quando lei allunga una mano verso il suo viso. Il tocco di lei è tanto gelido da ferire, è come appoggiare del ghiaccio sulla pelle bollente.
«Chiudi gli occhi, Armin. Riposa.»
Le dita di Annie gli sfiorano le palpebre, le accompagnano verso il basso. Sia il mondo che le iridi azzurre dell’altra sfumano nel buio più tetro. Adesso che la ragazza gli è così vicina, l’olezzo di putrido torna a riempirgli le narici e gli solletica un conato di vomito. È da lei che proviene quell’odore nauseabondo, perché è marcia. In quel frangente una folata di vento gli scompiglia i capelli. Rimuginandoci, però, Armin nota che quella brezza è troppo tiepida e porta con sé un olezzo pungente e nauseabondo. L’aria viene sferzata dallo schiocco di uno zoccolo sul selciato, a cui segue subito un sibilo.
È sufficiente un battito di ciglia, affinché Armin non percepisca più nulla dal collo in giù.
Sotto la penombra della luna color sangue, l’incarnato pallido di Annie lo terrorizza più di prima. La ragazza è accanto a lui, a distanza di un braccio, e lo fissa senza una reale emozione. A tratti si direbbe annoiata, come se lo spettacolo macabro della mensa non l’abbia minimamente toccata. Uno spasmo attraversa il corpo di Armin e iniziano a tremargli dapprima le dita, infine il resto del corpo viene scosso da veri e propri sussulti. Vorrebbe dispiegarsi in spiegazioni razionali e meticolose, ma la verità è che non c’è nulla di logico in ciò a cui sta assistendo. Sia Reiner che Annie non producono rumori mentre si muovono, si materializzano dal nulla e, per qualche orrido motivo, hanno deciso di ucciderli a uno a uno. Adesso è il suo turno.
La ragazza si avvicina e lui, ormai esausto dalla corsa, non si ritrae quando lei allunga una mano verso il suo viso. Il tocco di lei è tanto gelido da ferire, è come appoggiare del ghiaccio sulla pelle bollente.
«Chiudi gli occhi, Armin. Riposa.»
Le dita di Annie gli sfiorano le palpebre, le accompagnano verso il basso. Sia il mondo che le iridi azzurre dell’altra sfumano nel buio più tetro. Adesso che la ragazza gli è così vicina, l’olezzo di putrido torna a riempirgli le narici e gli solletica un conato di vomito. È da lei che proviene quell’odore nauseabondo, perché è marcia. In quel frangente una folata di vento gli scompiglia i capelli. Rimuginandoci, però, Armin nota che quella brezza è troppo tiepida e porta con sé un olezzo pungente e nauseabondo. L’aria viene sferzata dallo schiocco di uno zoccolo sul selciato, a cui segue subito un sibilo.
È sufficiente un battito di ciglia, affinché Armin non percepisca più nulla dal collo in giù.
La testa di Armin rotola giù dal corpo. Quando cade a terra, la carne del viso produce un plof floscio. Il cavallo – o meglio, le ossa di quello che ne rimane – nitrisce imbizzarrito quando dal corpo decapitato stilla una lieve fontanella di sangue. Il tonfo sordo del cadavere viene coperto dallo scalpitare degli zoccoli, mentre Annie con le mani si spazza via la polvere dalla gonna di lino. In groppa al cavallo, si erge un corpo snello ma robusto, avvolto in una giacca blu scuro. Da sotto la coda della giacca s’allungano dei pantaloni bianchi logori, strappati in più punti, che fanno intravedere un’epidermide scavata dall’ingordigia dei vermi. Con un gesto secco, rotea la falce nera che ha tenuto stretta fino a quel momento e piega l’avambraccio sinistro dietro la schiena. Lì dove avrebbe dovuto esserci un fodero, la falce nera si dissolve in una coltre di fumo. Con la mano sinistra tiene strette le redini tra le dita ossute, mentre sotto al braccio destro è impegnato a sorreggere un’altra testa di essere umano. La testa è incorniciata da una frangetta di capelli scuri, che si mescolano alla pelle quasi necrotica.
«Bertholdt» lo chiama Annie, «hai deciso quale preferisci?»
La figura tira le redini, cosicché la sua cavalcatura si avvicini alla ragazza. Lei scruta un po’ la cavità vuota che il cranio del cavallo le porse, dopodiché getta un’occhiata al corpo decapitato dinanzi a sé.
«Sembravi entusiasta di indossare la sua testa, mentre lo inseguivi.»
L’altro inclina il collo mozzato verso il cadavere, simulando lo stesso gesto che farebbe se avesse una testa, poi indica quella di Armin con la mano sinistra.
«Sul serio? Prima non avevi notato il caschetto biondo?»
L’uomo a cavallo le porge la mano, ma lei gliela scosta e gli strappa dalla mano destra le redini. Annie appuntella un piede scalzo su una delle staffe, si issa su e ruota l’altra gamba per accomodarsi dietro a lui sulla sella.
«La prossima volta procuratela da solo una testa nuova. Tanto ne sei più che capace.»
L’uomo decapitato scrolla le spalle e solleva il pollice della mano libera. Assesta due tallonate ai fianchi scarni della sua montatura, che, dopo essersi issata sulle zampe posteriori, parte a trottare verso la strada asfaltata. Davanti a loro, la luna pare rossa come il sangue delle vittime che si sono lasciati alle spalle.
L’Officina di Luschek
Se vi state chiedendo cosa sia il forum "Torre di Carta", eccovi il link! Se cercate iniziative stupende a cui partecipare o vi serve ispirazione, questo forum fa decisamente al caso vostro!
Ora vi chiederete: sei impazzita? No, sto bene, tutto regolare, ho questo draft e questa storia horror-comica che macera nel mio desktop da quattro anni (sì, sto completando un sacco di wip in sospeso), perciò avevo voglia di pubblicarla quest’anno. Questa è una mia reinterpretazione della storia della legenda del Cavaliere senza testa che avrei dovuto consegnare per un contest, ma è passato così tanto tempo che non ricordo quale fosse… Comunque sia, ammetto che non è il mio lavoro più eccelso, ma mi sono divertita parecchio a sperimentare col genere horror, a cercare di ricreare la suspence e a distaccarmi dalle situazioni e dai personaggi di cui scrivo di solito <3 Dopotutto ciò che conta nella scrittura è proprio divertirsi e, mentre scrivevo, sono stata sia tesa che divertita. Ammetto che avrei voluto dare un finale più serio alla storia, ma penso che il finale scartato fosse più adatto a una storia più seria e matura, mentre questo è un delirio scritto da me e per me. Sicuramente ci sono dei refusi o delle sviste (come dicevo, ho iniziato a scrivere questa storia 4 anni fa, quando avevo la pessima abitudine di mischiare i PoV dei personaggi), quindi se notate qualche errore o punto incoerente, segnatemelo tranquillamente! Spero che questa storia vi abbia lasciato qualcosa e se siete giunti fino a qui, vi ringrazio per la lettura! Interazioni o commenti (anche in pvt se siete timidi) sono sempre graditi, vi mando un calorosissimo abbraccio!
«Bertholdt» lo chiama Annie, «hai deciso quale preferisci?»
La figura tira le redini, cosicché la sua cavalcatura si avvicini alla ragazza. Lei scruta un po’ la cavità vuota che il cranio del cavallo le porse, dopodiché getta un’occhiata al corpo decapitato dinanzi a sé.
«Sembravi entusiasta di indossare la sua testa, mentre lo inseguivi.»
L’altro inclina il collo mozzato verso il cadavere, simulando lo stesso gesto che farebbe se avesse una testa, poi indica quella di Armin con la mano sinistra.
«Sul serio? Prima non avevi notato il caschetto biondo?»
L’uomo a cavallo le porge la mano, ma lei gliela scosta e gli strappa dalla mano destra le redini. Annie appuntella un piede scalzo su una delle staffe, si issa su e ruota l’altra gamba per accomodarsi dietro a lui sulla sella.
«La prossima volta procuratela da solo una testa nuova. Tanto ne sei più che capace.»
L’uomo decapitato scrolla le spalle e solleva il pollice della mano libera. Assesta due tallonate ai fianchi scarni della sua montatura, che, dopo essersi issata sulle zampe posteriori, parte a trottare verso la strada asfaltata. Davanti a loro, la luna pare rossa come il sangue delle vittime che si sono lasciati alle spalle.
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Ora vi chiederete: sei impazzita? No, sto bene, tutto regolare, ho questo draft e questa storia horror-comica che macera nel mio desktop da quattro anni (sì, sto completando un sacco di wip in sospeso), perciò avevo voglia di pubblicarla quest’anno. Questa è una mia reinterpretazione della storia della legenda del Cavaliere senza testa che avrei dovuto consegnare per un contest, ma è passato così tanto tempo che non ricordo quale fosse… Comunque sia, ammetto che non è il mio lavoro più eccelso, ma mi sono divertita parecchio a sperimentare col genere horror, a cercare di ricreare la suspence e a distaccarmi dalle situazioni e dai personaggi di cui scrivo di solito <3 Dopotutto ciò che conta nella scrittura è proprio divertirsi e, mentre scrivevo, sono stata sia tesa che divertita. Ammetto che avrei voluto dare un finale più serio alla storia, ma penso che il finale scartato fosse più adatto a una storia più seria e matura, mentre questo è un delirio scritto da me e per me. Sicuramente ci sono dei refusi o delle sviste (come dicevo, ho iniziato a scrivere questa storia 4 anni fa, quando avevo la pessima abitudine di mischiare i PoV dei personaggi), quindi se notate qualche errore o punto incoerente, segnatemelo tranquillamente! Spero che questa storia vi abbia lasciato qualcosa e se siete giunti fino a qui, vi ringrazio per la lettura! Interazioni o commenti (anche in pvt se siete timidi) sono sempre graditi, vi mando un calorosissimo abbraccio!


