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Autore: Milly_Sunshine    04/11/2025    1 recensioni
Dal testo: "L’arredamento scuro, con sedie intagliate e specchi dalle spesse cornici di legno alle pareti tinte di grigio aveva un’aria molto gotica. In alcuni angoli vi erano tende dall’aria spessa e pesante. I tavoli erano ricoperti da tovaglie color fumo, con ricami neri. Sull’unico tavolo che sembrava occupato vi erano due bicchieri e un candelabro, le cui candele erano finte, illuminate tramite luci LED. Vincenzo fu scosso da un brivido. Forse avrebbe dovuto rinunciare a quella cena. Avrebbe potuto fare un giro per la città, visitare davvero Hong Kong, invece di limitarsi a intravederne qualche scorcio."
Una cena di compleanno, una bromance molto vicina a diventare romance, due braccialetti che permettono di vedere le vere emozioni dell'altro riflesse in uno specchio, un'intervista registrata che potrebbe essere una svolta per la carriera di entrambi. Cosa potrà mai andare storto?
Il primo capitolo partecipa come racconto autoconclusivo al contest "Paradiso, Purgatorio, Inferno, Halloween edition" indetto da mystery_koopa sul forum di EFP.
L'intero racconto partecipa al contest "Sangue, Inchiostro e Lacrime" indetto da Molang sul forum Ferisce la Penna.
Genere: Drammatico, Sovrannaturale, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Olga era un’amica di vecchia data, o almeno si definiva tale. Riccardo avrebbe ritenuto più appropriato definirla come una semplice conoscente che ogni tanto incontrava. Quando si vedevano, finivano spesso a letto insieme. Riempivano l’uno la vita dell’altra per una serata, per poi ritrovarsi vuoti.
«Vai già via?» si lamentò Olga, a mezzanotte passata.
Nel suo tono, Riccardo colse un po’ di sollievo: “per fortuna che te ne vai, domani mi aspettano ore e ore ai fornelli, con quel cazzo di chef che non fa altro che lamentarsi, meno male che te ne vai e mi lasci dormire”.
Finendo di rivestirsi, Riccardo non si sforzò nemmeno di apparire dispiaciuto.
«È tardi.»
«Già, è tardissimo. Però è stata una bella serata.»
Con una velocità che non credeva appartenergli, Riccardo finì di infilarsi le scarpe e poi passò alla giacca. Nemmeno un minuto più tardi si trovava già fuori, diretto verso la propria automobile.
Salì a bordo alle 0,14, secondo le cifre fluorescenti dell’orologio. Non aveva alcuna fretta di tornare a casa.
Prese fuori il cellulare, che aveva lasciato nel cassetto portadocumenti. Non se ne faceva niente, quando era con Olga, era meglio lasciarlo in macchina.
Trovò un messaggio di Vincenzo, risaliva a quasi tre ore prima. Gli chiedeva di vedersi urgentemente, prima che Doriana rincasasse. Era ormai fuori tempo massimo.
La sua richiesta - non suonare il campanello e aprire con la chiave che gli avrebbe lasciato fuori dalla porta - era semplicemente assurda. Perché ricorrere a un simile stratagemma? Era stato abbondantemente sorpassato dall’invenzione dei cellulari e la cosa più semplice sarebbe stata una telefonata, un messaggio, o addirittura un semplice squillo, come costumava quando chiamate e messaggi erano a pagamento invece di essere comprese in un piano mensile.

Gli scrisse:
Scusami, ero fuori e non avevo il telefono a portata di mano. È successo qualcosa?

Non gli arrivò alcuna risposta, ma non si stupì. Era molto probabile che Vincenzo fosse già andato a dormire. Ciò che lo sorprendeva, piuttosto, era il fatto che, di fronte a una richiesta di incontrarsi con così tanta urgenza, non avesse cercato in alcun modo di contattarlo a serata in corso. All’unico messaggio non ne erano seguiti altri, né il giornalista aveva cercato di chiamarlo.
Riccardo si allacciò la cintura di sicurezza e avviò il motore. Durante il tragitto verso casa, maturò il pensiero che la serata con Olga fosse stata tempo sprecato. C’erano delle priorità e senz’altro il sesso con una conoscente non era in cima a queste. Scoprire che cosa passasse per la testa di Vincenzo era di gran lunga più importante.
Nonostante quanto accaduto, Riccardo doveva ammettere, almeno con se stesso, di non essere pentito del proprio modo di agire: Vincenzo non si sarebbe mai svegliato, sarebbe rimasto chiuso nel proprio mondo ad aspettare la svolta. Riccardo poteva dargli quella svolta. Gli sarebbe bastato condividere il nome dell’autore dell’intervista per rendere il suo amico popolare come meritava. In certi aspetti erano molto diversi e Vincenzo non voleva arrendersi, convinto com’era che il proprio modo di vedere le cose e di gestirle fosse corretto. Lo era, in linea di massima, ma non portava a nulla. Lavorare alla vecchia maniera significava farsi sfruttare e farsi buttare via, l’unica possibilità per non essere risucchiati era gestire il proprio destino.
Molto probabilmente non sarebbero mai stati in grado di vedere quanto accaduto a Hong Kong sotto la stessa prospettiva. Vincenzo avrebbe continuato a pensare di avere subito un oltraggio, mentre nulla avrebbe potuto togliere a Riccardo la convinzione che il giornalista fosse pieno di rabbia repressa per la poca considerazione che riceveva, al punto da sfogarla su di lui attaccandosi così tanto a un dettaglio di poco conto.
Riccardo ne era sicuro: Vincenzo non era una persona felice, nonostante si sforzasse di apparire come tale. Nemmeno Riccardo era felice, ma almeno non si illudeva: la condizione umana era quella, non vi era relazione serena o lavoro gratificante che potesse mutare la situazione. Una persona felice era solo una persona infelice che aveva trovato uno scopo alla propria esistenza, riuscendo a riempire un vuoto incolmabile.
Non vi era nulla che riempisse la vita di Riccardo. Vincenzo aveva ragione, su di lui. Per quanto Rick1Vas avesse il controllo che a molti mancava, non vi era nulla di poetico nel produrre video su questioni di poco conto che venivano commentati da individui sgrammaticati che si insultavano per i motivi più assurdi. Avere follower di quel calibro non era tanto diverso da ciò che accadeva a ciascun lavoratore, che doveva vedersela o con capi stressanti o con clienti dalle pretese ridicole.
Proprio Vincenzo era stato l’unica luce della sua vita. Dichiararsi era stato un errore. Credere di essersi innamorato di lui era stato un errore ancora più grave. Non ci sarebbe mai stato un futuro diverso, per loro, tutto ciò che poteva esserci era quell’amicizia che da anni aveva colmato il vuoto nel quale Riccardo annaspava.
Condividere il video con l’intervista a Tina Menezes non era stato un errore, dal punto di vista professionale, ma aveva distrutto tutto. Forse lo era già, tutto distrutto, quando Riccardo aveva baciato Vincenzo e aveva accennato a spogliarlo. Perché era così facile pensare che dietro a qualunque legame affettivo autentico si nascondesse un amore romantico, se un sentimento del genere spesso mancava anche nelle relazioni amorose?
Una volta a casa, si preparò in fretta per andare a letto. Sprofondò nel sonno, ritrovandosi ad affrontare una persona che in genere non gli faceva visita durante la notte.
Nella cappella di un cimitero, il parroco stava terminando di dare l’ultimo saluto a un defunto. Intorno alla bara di legno era radunata una folla. Le persone erano tante. Il morto doveva essere giovane, per avere tanti legami con persone ancora in vita. In più, dovevano esservi molti curiosi.
Riccardo udì macchine forografiche che scattavano. Non era un funerale normale, ma uno di quelli che attiravano una grossa attenzione mediatica.
Vi erano individui identificabili come esponenti della stampa. Non erano tanti. Era molto probabile che il luogo delle esequie fosse stato tenuto segreto. Nulla lo rimaneva fino all’ultimo, dovevano esserci state delle soffiate riservate a pochi eletti.
Doriana si diresse verso Riccardo, all’improvviso. Aveva l’aria impeccabile, i capelli castani con la piega perfetta, una giacca leggera di colore nero che le arrivava fino alle ginocchia, sotto la quale si intravedeva un completo dello stesso colore.
Il lembo della manica destra si scostò quel tanto che bastava per intravedere un filo di oro bianco. Riccardo si affrettò a nascondere il proprio braccialetto, senza avere nemmeno una vaga idea del perché Doriana indossasse quello di Vincenzo.
Abbassando lo sguardo, per accertarsi che di avere celato il gioiello identico quanto bastava affinché la signora Valverde non potesse vederlo, si rese conto di tenere in mano una rosa rossa.
Questa non era sfuggita allo sguardo inquisitore di Doriana.
«Quella?»
Riccardo alzò la rosa.
«Questa...» Le parole gli morirono in bocca. Non sapeva cosa dire. Non aveva idea del perché avesse portato con sé una rosa rossa. Era molto probabile che fosse un omaggio per il defunto, del quale tuttavia non conosceva l’identità. «Questa è per...»
Ancora una volta, le parole lo abbandonarono. Doriana ne approfittò per osservare: «Sei sempre stato falso e viscido e intendi esserlo fino alla fine.»
Quegli aggettivi poco lusinghieri lo colpirono come lame affilate. Avrebbe voluto replicare all’accusa di Doriana, ma si ritrovò a chiedersi se vi fosse un fondamento di verità.
Era sempre stato sincero fino in fondo, con le persone alle quali teneva, oppure aveva detto e fatto ciò che più gli conveniva? Quante volte si era comportato in modo squallido con la scusa di essere in una giungla popolata da bestie feroci? Quante volte aveva dato per scontato di essere una preda che nuotava nella fossa degli squali senza rendersi conto di essere, in prima persona, lo squalo che inseguiva le prede?
Doriana, nel frattempo, lo esortò: «Abbi almeno la decenza di non fingere. Lo sappiamo tutti, che l’hai ucciso tu.»
Riccardo sussultò.
«Io non...»
Non riuscì a difendersi dall’accusa, non aveva nemmeno idea di chi fosse la vittima. Di certo era stato incastrato, era sicuro di non avere commesso alcun delitto. La sola idea di mettere fine alla vita di un altro essere umano era rivoltante.
La cerimonia funebre, nel frattempo, era terminata. La bara veniva portata via dalla cappella, diretta in un altro lato del cimitero.
«L’hai ucciso tu» insisté Doriana. «Sei stato tu a uccidere mio marito.»
Riccardo si svegliò di soprassalto. Per un attimo, ebbe l’impressione di avere in mano la rosa, di essere davvero al cimitero, al funerale di Vincenzo.
Accese la luce. Era nella propria camera da letto e, secondo la sveglia, erano le tre e quaranta passate da un minuto o due. La strada verso il mattino seguente sarebbe stata lunga e travagliata. Di certo, dopo un sogno del genere, non sarebbe riuscito a riprendere sonno tanto facilmente.
Guardò il braccialetto che portava al polso. Per l’ennesima volta, si maledisse per avere scelto quel regalo per Vincenzo, attirato dalla stupida leggenda che gli aveva rifilato il gioielliere. Definirla a quella maniera era la scelta più semplice. Che cos’era? Forse una maledizione, a causa della quale tutto era crollato.
Prese il telefono, che teneva sul comodino. Guardò se qualcuno gli avesse scritto, ma non era accaduto. Perfino la stalker era silenziosa, quella notte.
Aprì, uno dopo l’altro, i propri profili social, scorrendo le bacheche dell’uno e dell’altro in successione. La maggior parte dei post erano vecchi di ore. C’erano foto di tagliatelle al ragù e altre di spaghetti alla carbonara, di arrosti e di torte. C’erano elogi a squadre calcistiche e insulti ad arbitri. C’erano foto di concerti e invettive al fatto che la musica non fosse più “quella di una volta”. C’erano individui che, in tono serio, affermavano che i politici, i banchieri, le star del cinema di Hollywood e i cantanti erano tutti, nessuno escluso, alieni mutaforma con lunghe code. C’era chi ci metteva di mezzo perfino le star di minore impatto mediatico globale, come gli Youtuber.
Riccardo immaginò di essere un extraterrestre con una coda da lucertola, di potersi trasformare in quello che era davvero per sfuggire agli sguardi altrui, di salire su una navicella spaziale e di andarsene su un altro pianeta per allontanarsi una volta per tutte dai messaggi della stalker e dalle accuse di Doriana a proposito del presunto omicidio del marito.
Se da un lato, per quanto ne sapeva, Vincenzo era vivo e vegeto, dall’altro non vi era alcuna possibilità di scampo. Non vi erano astronavi pronte ad accoglierlo, ma solo utenti di social media che si lamentavano di quanto fosse un cialtrone questo o quell’altro politico. Era molto probabile che non sbagliassero, ma erano i primi a dare peso alle parole di quelli che consideravano una massa di ciarlatani, inondando anche quelli che avrebbero dovuto essere luoghi di svago con le ultime sparate di ministri e membri di Camera e Senato.
A Riccardo venne da pensare che la necessità di parlare di questioni serie a tutti i costi, su quelle che un tempo erano considerate piattaforme di evasione, avesse reso molte persone incapaci di evadere da una realtà che le schiacciava. Allora non riuscivano più a distinguere il vero dal falso, l’uomo di successo dal rettiliano, la fonte autorevole dall’utente Piccolo Troll delle Foreste, il quale affermava che non vi era droga più pericolosa del dentifricio al fluoro. Del resto, se Piccolo Troll delle Foreste affermava, con frasi sgrammaticate e senza punteggiatura, che la lobby dei dentisti aveva sconfitto politici, banchieri, attori e cantanti, conquistando il controllo del mondo, come si poteva dargli torto?
Riccardo ripose lo smartphone sul comodino, spense la luce e cercò di riaddormentarsi.
Si focalizzò su carbonare, arrosti, cartellini gialli e rigori negati dal VAR, nella speranza di non pensare più al sogno angosciante in cui Doriana lo accusava di avere assassinato Vincenzo.
Sprofondò nel sonno, riuscendo a evitare Doriana. Non gli riuscì, però, di sfuggire a Vincenzo. Erano nell’antibagno del centro commerciale, il giornalista si stava alzando da terra con il labbro inferiore sanguinante. Riccardo si lasciò andare a un’imprecazione. Non avrebbe mai voluto fargli male. Si avvicinò, gli chiese come stesse. Vincenzo lo respinse, gli disse di andare via. Riccardo insisté, gli chiese nuovamente se stesse bene. Vincenzo ribadì che doveva andarsene, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarlo solo.
Avrebbe voluto stringerlo a sé e dirgli che avrebbe pagato qualsiasi prezzo pur di tornare indietro a quella sera a Hong Kong, quando tra loro andava ancora tutto bene, quando quei maledetti braccialetti non avevano ancora iniziato a fare danni.
Si rese conto che scaricare tutte le responsabilità su due fili d’oro bianco era stupido e che, ancora una volta, stava cercando di assolversi, ma preferì respingere quel pensiero. Del resto, non era da lui essere limpido e cristallino, non lo era mai stato e forse non lo sarebbe stato mai. Non era nella sua natura: era uno squalo a caccia di prede e, in quanto tale, doveva confondere le prede stesse per divorarle.
Vincenzo non era una preda, era l’unica persona che gli avesse voluto bene per quello che era. Lo vide avvicinarsi allo specchio. Senza pensarci troppo, Riccardo avanzò, il suo riflesso ad affiancate quello dell’amico. Aveva paura di quello che avrebbe visto nel suo sguardo, allo stesso modo in cui, con tutta probabilità, Vincenzo aveva avuto paura della sua vera essenza.
Non vi fu nulla che potesse metterlo in crisi. Lo sguardo di Vincenzo e la sua espressione erano quelle di una persona stordita.
«Mi dispiace» affermò Riccardo, realizzando di quanto il suo tono fosse poco convincente.
Che cosa gli dispiaceva davvero? Quello che aveva fatto a partire dal sabato precedente, oppure la conseguenza delle azioni commesse?
Ancora una volta, cercò di scacciare un pensiero fin troppo sgradevole. Era uno squalo a caccia di prede, ma si sentiva, come mai prima di quel momento, insoddisfatto della propria natura. Non era più così convinto di obbedire a un istinto innato, dal quale non poteva discostarsi.
«Ti dispiace» borbottò Vincenzo. «Che cosa ti dispiace?»
Riccardo sbottò: «Mi leggi nella mente, per caso?»
«Sei tu che ti stai leggendo nella mente» ribatté Vincenzo. «Per caso vedi qualcosa che non ti piace e vuoi far ricadere la colpa su di me?»
Riccardo sbuffò.
«Devi sempre complicare tutto?»
«Io?» ribatté Vincenzo. «Hai fatto tutto da solo. Devo ricordarti che mi hai portato dietro una tenda, in un ristorante di Hong Kong interamente prenotato per noi, e che mi hai baciato? Devo ricordarti che mi hai sbottonato i pantaloni, che mi hai accarezzat-...»
«Basta!» gli intimò Riccardo. «Devo forse pensare che tu ci stia provando con me, adesso?»
«No. Sono sposato, lo sai. Non provo per te quello che tu provi per me.»
«Appunto. Quindi che senso ha tornare su quello che è successo?»
Forzò Vincenzo a girarsi verso di lui. Il suo sguardo era lo stesso che aveva visto riflesso nello specchio. Allungò una mano, sfiorandogli il labbro ferito. O almeno, fu ciò che cercò di fare. Il taglio si richiuse, il sangue scomparve.
Riccardo gli si avvicinò. La sua bocca sfiorò quella di Vincenzo, che non lo respise, ma anzi, lo strinse a sé. Riccardo lo trascinò con sé, verso la porta socchiusa della toilette.
Entrò, chiudendola dietro di loro. L’odore forte di disinfettante con anticalcare gli pizzicò le narici. Non se ne curò. Fece appoggiare Vincenzo contro la porta e riprese a baciarlo, con più avidità. Con la lingua si insinuò tra le sue labbra, con le mani lo strinse con forza sui fianchi. C’era qualcosa di troppo. Con rapidità, gli slacciò la zip della felpa. Sotto portava una T-shirt infilata nei jeans. La tirò fuori, desideroso di un contatto con la sua pelle nuda.
Vincenzo sussultò, senza tirarsi indietro. Lasciò che gli accarezzasse la lingua con la propria, lasciò che lo stringesse con intensità sempre maggiore, che le sue dita gli si conficcassero con durezza nei fianchi.
Riccardo lo sentì abbandonarsi tra le sue braccia. Solo allora rallentò il ritmo, liberò la bocca di Vincenzo da quel bacio avido, si limitò a un tenero abbraccio, mentre l’altro mormorava: «Che cosa stiamo facendo?»
Era tutto così surreale. Sembrava di stare in un’assurda fan fiction “friends to haters to lovers” in cui la situazione mutava al mutare dell’umore dell’autore o sulla base delle richieste di chi leggeva e commentava.
«Vuoi che mi fermi?» chiese all’amico.
Fu Vincenzo a stringerlo, come a esortarlo a continuare.
Riccardo si ritrovò, per la seconda volta in pochi giorni, a sbottonargli i pantaloni, ad abbassarne prima la cerniera e i pantaloni stessi fino a lasciarlo con le cosce nude ed esposte alle sue spinte carezze.
Non si limitò a toccare. Si inginocchiò, gli sfiorò la pelle con le labbra e con la lingua, mentre con le mani gli palpeggiava con foga le natiche coperte dai boxer neri. Gli sarebbe piaciuto strappargli via anche quelli, ma doveva accontentarsi.
Vincenzo sembrava apprezzare i suoi baci e lo stimolo della sua lingua. Riccardo si alzò di scatto e, guardandolo negli occhi, osò quanto non aveva osato a Hong Kong. Con la mano destra iniziò a sfiorare il tessuto scuro e, a poco a poco, a stimolare ciò che si trovava al di sotto. Sentì Vincenzo gemere e poi accadde l’irreparabile.
Quando Riccardo si svegliò di soprassalto, più tardi, avvampò alla nitidezza con cui ricordava il sogno: i boxer che venivano abbassati, la propria mano che lambiva freneticamente e senza sosta l’erezione di Vincenzo, i gemiti dell’amico e infine la stessa mano imbrattata di sperma.
Riccardo fece un profondo respiro. Non sapeva dire se quelle immagini oniriche lo imbarazzassero oppure lo eccitassero, ma era certo di non essere pronto per affrontare un sogno a luci rosse con Vincenzo come co-protagonista, specie se il suddetto sogno sembrava il frutto della fantasia perversa di un autore di fan fiction senza né capo né coda, con lui e l’amico al posto dei soliti giovani cantanti di boyband, sempre rappresentati con membri di grosse dimensioni, piuttosto che con le code da rettiliano a loro attribuite dai complottisti che andavano a zonzo per i social.
Riccardo si riprese lentamente, consapevole di doversi mettere alle spalle ciò che il suo inconscio gli aveva fatto vivere e che non sarebbe mai accaduto nella realtà.
Riccardo riprese sonno e dormì senza difficoltà fino a mattina inoltrata. Non sognò, oppure ebbe la fortuna di non ricordare i propri sogni.
Al risveglio, controllò se Vincenzo avesse risposto al suo messaggio, ma non vi era ancora nulla.

Gli scrisse:
Che fine hai fatto? Sei stato tu a dirmi che era un’urgenza.

Le guance gli andarono in fiamme al ricordo delle imbarazzanti, seppure molto gustose, immagini oniriche di quella notte. Probabilmente non sarebbe mai più stato in grado di guardare Vincenzo negli occhi senza arrossire.
Scoprì solo un paio d’ore dopo che non vi sarebbe più stata occasione di guardarlo negli occhi. Fu il suo assistente, quello che impacchettava i video prima della pubblicazione sul canale, a chiamarlo. Riccardo non si aspettava di sentirlo.
«Cosa c’è? Qualche problema con il prossimo contenuto?»
«Vincenzo Valverde, giornalista di trent’anni, italiano, ma di origini argentine. È quello dell’intervista a Tina Menezes, non è vero?»
«Sì. Perché? Cos’è successo?» Il suo primo pensiero fu che, chissà come, Vincenzo fosse riuscito a mettersi in contatto con il suo assistente, esprimendo il proprio disappunto per la pubblicazione dell’intervista. «Per caso vuole farci causa?»
Gli sembrava un’idea ridicola, del tutto incompatibile con la personalità del giornalista, ma doveva essere accaduto qualcosa di serio, se quella telefonata era stata considerata una necessità.
«No, è morto.»
Riccardo trattenne a stento una risata isterica. Vincenzo non poteva essere morto. Gli aveva scritto un lungo messaggio solo la sera precedente, chiedendogli di incontrarsi. Aveva urgenza di vederlo. Se non si era più fatto vivo, era perché si era dimenticato di sbloccarlo e non aveva ricevuto i suoi messaggi. L’avrebbe chiamato dal telefono di qualcun altro e gli avrebbe proposto di vedersi quel giorno.
«Fai la persona seria» ordinò al suo assistente. «Cos’è successo?»
«Non sono mai stato più serio di così» fu la replica piccata del suo interlocutore. «Era su Facebook. L’ho cercato su Google, c’erano degli articoli che si contraddicevano gli uni con gli altri, ma tutti concordavano sul fatto che il tuo amico sia passato a miglior vita.»
Riccardo spalancò gli occhi.
«Che cosa?!»
«Non è neanche morto di una morte tutto sommato normale» aggiunse il suo assistente. «È stato ammazzato, forse da un ladro. Doveva essersi dimenticato le chiavi attaccate alla porta, perché sua moglie pare averle trovate là, secondo gli ultimi pettegolezzi.»
Riccardo sussultò. Come si poteva usare il termine “pettegolezzi” nel riferirsi ai dettagli di un caso di omicidio?
«Devo salutarti, ci sentiamo» si congedò bruscamente, riattaccando.
Cercò su Google “Vincenzo Valverde” sperando che quello del suo assistente fosse solo un macabro scherzo. Magari era una vendetta ordita dallo stesso Vincenzo, con la sua complicità.
I secondi che intercorsero tra l’invio della query e il caricamento dell’elenco dei risultati gli parvero eterni. Non era un macabro scherzo ordito da Vincenzo, purtroppo, ma la maledetta realtà. “ULTIM’ORA: giornalista ucciso in provincia di Milano” titolava una testata di fama nazionale. Altre le facevano eco: “Delitto in appartamento, vittima è il narratore delle gesta della nazionale di rugby”, “furto finito male, muore il giornalista sportivo Valverde” e proclami altrettanto altisonanti.
Durante il resto della giornata, si aggiunsero elementi. Vincenzo era stato ucciso in soggiorno, l’arma del delitto era stata pervenuta sul posto. La moglie, che aveva trovato il cadavere, era in stato di shock e non era stata in grado di dire se in casa mancasse qualcosa. Confermava di avere trovato la chiave sulla porta e di avere dedotto che la vittima l’avesse dimenticata nella toppa di ritorno dalla consueta passeggiata.
Riccardo non riusciva a spiegarsi quel dettaglio. Vincenzo gli aveva scritto che avrebbe infilato la chiave nella serratura quando l’avesse visto arrivare. Soprassedendo sull’assurdità di una simile intenzione, rimaneva inspiegabile il fatto di lasciarla là nonostante nessuno si fosse mai presentato. Quali erano state le vere intenzioni di Vincenzo?
Inoltre, per quale ragione un ladro fortunato al punto da trovare la chiave sulla porta aveva scelto di introdursi in un appartamento a un orario in cui era del tutto ragionevole trovare il padrone di casa sveglio?
Riccardo trascorse ore andando avanti e indietro, domandandosi cosa sarebbe cambiato, se la sera precedente non avesse incontrato Olga e se avesse letto subito il messaggio di Vincenzo. Si sarebbe senz’altro precipitato a casa sua. Cosa sarebbe accaduto, se il presunto ladro avesse fatto irruzione in sua presenza? Di certo Riccardo avrebbe fatto di tutto per difendere l’amico, a costo di rischiare di morire al posto suo.
La sola idea che Vincenzo non ci fosse più era straziante. Con orrore, Riccardo realizzò di averlo sognato - di avere sognato di masturbarlo fino all’orgasmo - quando era già morto. Gli salì in gola un forte senso di nausea. Avrebbe pagato qualsiasi cifra per potere rimuovere quel dettaglio dalla propria mente.
Si rigirò il braccialetto intorno al polso. La serata a Hong Kong gli sembrava ormai lontana anni luce. Anche il sogno precedente era ormai lontano anni luce, nonostante fosse addirittura più inquietante: quando Doriana, nelle sue fantasie oniriche, l’aveva accusato di avere ucciso Vincenzo, questo era già stato ammazzato.
Riccardo cercò di dimenticarsi di tutto e, desideroso di estraniarsi dal mondo, non guardò il cellulare per ore. Quando lo riprese in mano, trovò un messaggio che non si aspettava.

Alle 17,12 Olga ha scritto:
Mi sono divertita tanto con te ieri sera, possiamo vederci anche stasera? Ti aspetto per le nove, come ieri. Non voglio fare tardi, al massimo a mezzanotte ti mando via. :-PPPP

Riccardo sospirò. Ne aveva abbastanza di inviti con un secondo fine. Non era mai capitato che lui e Olga si incontrassero due sere di fila.
Ciò nonostante, alle ventuno in punto si presentò sotto casa sua. Invece di trovarla con uno degli outfit succinti con cui lo accoglieva di solito, notò che portava una maglietta sformata e un paio di pantaloncini piuttosto brutti.
Riccardo richiuse la porta alle proprie spalle e non perse tempo.
«Cosa vuoi?»
«È questo il tono con cui si rivolge a chi ti salverà?»
Riccardo aggrottò le sopracciglia. Olga parlò a voce straordinariamente bassa, come se si fosse già messa avanti con i lavori e dovesse evitare eventuali intercettazioni.
«Ho sentito che Vincenzo è stato ucciso ieri sera. Mi hai detto che avevi litigato con lui.»
Riccardo si pentì di avere parlato troppo, ma Olga non sembrava animata da cattive intenzioni.
«Mi hai chiamato qui per dirmi...» Spinto da un’improvvisa paranoia, abbassò a propria volta il tono. «Per dirmi che intendi darmi un alibi?»
«Sei stato qui tutta la sera, ieri.»
«È la verità.»
«Lo so.»
«Quindi cosa pensi di fare?»
«Dire la verità, appunto, se sarà necessario.»
Riccardo rabbrividì.
«Possiamo scendere in strada?»
Olga annuì. Gli mostrò il telefono.
«Questi li lasciamo qui.»
Lo appoggiò su un mobiletto, sul quale Riccardo posò anche il proprio. Olga si infilò una giacca e mise un foulard intorno al collo.
Scesero le scale in silenzio. Non proferirono parola finché non furono sul retro del cortile, seduti su una vecchia panchina arrugginita.
«Grazie per esserti preoccupata per me» esordì Riccardo. «Non credo di avere bisogno del tuo aiuto, ma...»
Si interruppe. Non aveva pensato a un risvolto di quel tipo, ma non poteva escluderlo.
Olga aggiunse: «Volevo dirti che mi dispiace. Non lo conoscevo, ma mi sembrava un ragazzo simpatico, stando a quanto mi raccontavi di lui. Deve essere terribile per te.»
«Sì» confermò Riccardo. «È come un incubo.»
A dire il vero, era molto peggio di un incubo. Olga ci aveva visto giusto: fu costretto a rispondere a molte domande su Vincenzo. Raccontò che la sera dell’omicidio si trovava insieme a quella che definì una cara amica, lasciando intuire che vi fosse un sottinteso erotico. Questa confermò il suo alibi. Perfino una vecchia vicina di casa di Olga, desiderosa di raccontare alle autorità che un individuo estremamente maleducato aveva lasciato abusivamente la propria automobile nel parcheggio riservato ai condomini, riferì che aveva trascorso l’intera serata ben lontano dal luogo del delitto.
Il sollievo derivante dal non essere sospettato dell’assassinio fu solo un piccolissimo spiraglio di luce, molto difficile da scorgere. L’idea che, sul tavolo di un obitorio, il cadavere di Vincenzo venisse sezionato allo scopo di ricavarne qualche dettaglio era addirittura più rivoltante della fine che il giornalista aveva fatto.
Il tempo che trascorse prima che il corpo venisse restituito alla moglie e alla famiglia fu estremamente lungo, ma infine giunse il giorno del funerale.
Nella cappella del cimitero, con una rosa rossa in mano, a Riccardo parve di vivere un déja-vu. Quella scena era straordinariamente simile a quella che il suo inconscio gli aveva fatto vivere la notte dopo il delitto. Non si sarebbe stupito di vedere Doriana dirigersi verso di lui, con il braccialetto di Vincenzo al polso, né di sentire assurde accuse dalla sua bocca.
Per quanto lo riguardava, lo indossava ancora. Non aveva avuto il coraggio di toglierlo, dopo la morte di Vincenzo, ma aveva deciso che l’avrebbe fatto dopo la sua sepoltura.
Rimase in attesa, non della fine della cerimonia, ma che accadesse qualcosa. Non fu necessario aspettare molto: eludendo le tante persone che le stavano intorno, la signora Valverde gli andò incontro.
Riccardo sentì il cuore rimbalzargli nel petto. Era pronto a replicare a eventuali accuse, ma Doriana non proferì in alcuna accusa.
«Come stai?» si limitò a chiedergli.
«Provo a tirare avanti» fu la risposta sincera di Riccardo.
«Ho sentito dire che la sera in cui Vincenzo è stato ucciso ti trovavi insieme a una delle tue donne.»
«Già.»
«Sei stato fortunato.»
«Cosa vuoi dire.»
«So che Vincenzo ti aveva scritto, quella sera» disse Doriana, in tono innocente. «Ti aveva chiesto di venire da noi. Chissà cosa sarebbe successo se ci fossi stato anche tu. Magari, a quest’ora, tu saresti con lui.»
Riccardo azzardò: «Mi stai dicendo che avresti preferito che anch’io fossi morto insieme a tuo marito?»
«No, certo che no, come ti viene in mente?» Doriana accennò un lieve sorriso. «Non augurerei quello che è successo a Vincenzo nemmeno al mio peggiore nemico.»
«Non credo che tu abbia dei nemici, a dire il vero.»
«No, hai ragione. La mia vita è straordinariamente tranquilla e, in certe circostanze, è difficile farsi dei nemici.»
Riccardo cercò di congedarsi.
«Mi dispiace per la tua perdita, Doriana. Ti lascio tornare dalla tua famiglia.»
Le voltò le spalle, cercando di allontanarsi, ma la moglie di Vincenzo lo fermò.
«Aspetta, Riccardo.»
Si girò a guardarla.
«Dimmi.»
«Tu non mi sei mai piaciuto» ammise Doriana. «Credo che tu non sia mai stato un vero amico per Vincenzo. Hai cercato di portarlo sulla cattiva strada, ma non ci sei riuscito.»
«Se non fossimo al funerale di tuo marito» ribatté Riccardo, «mi verrebbe da dire che sei troppo melodrammatica. Capisco, però, che tu sia sconvolta. Non...»
Doriana lo interruppe: «Quello che sto dicendo è la verità. Hai cercato di portarlo via da me, ma non ci sei riuscito. Vincenzo non è mai stato attratto dalla vita che fai tu.»
«Ti piace proprio vedermi come il cattivo ragazzo della situazione, vero?»
«Cercavi di farlo cadere tra le braccia di altre donne.»
Riccardo si morse la lingua per non obiettare che avrebbe di gran lunga preferito farlo cadere tra le proprie.
Doriana insisté: «Marina mi ha raccontato tutto. Ai tempi, non aveva idea che Vincenzo fosse mio marito. Era molto turbata. Non so se avesse avuto il coraggio di dirmelo, con Vincenzo ancora in vita.»
«Marina non c’è oggi?»
«Non se la sentiva di venire.»
«Salutala da parte mia, quando la vedi.»
«Perché? Credi che si ricordi di te?»
«Forse» fu l’unica risposta di Riccardo.
Preferì non riferire a Doriana che una stalker gli era stata addosso a lungo, per poi smettere all’improvviso di mandargli messaggi dopo che Vincenzo era morto. Doveva esserci proprio Doriana dietro quella storia, o al più Marina. Magari avevano agito in coppia.
La signora Valverde concluse: «Ho già detto tutto quello che dovevo dirti. Credo che possiamo salutarci.»
Riccardo annuì.
«Lo penso anch’io.»
Doriana si allontanò. Sembrava già pronta a lasciarsi alle spalle la loro conversazione. Restando in disparte, Riccardo la guardò andare a raggiungere familiari e amici stretti.
Non fece più caso a lei, mentre la bara veniva condotta verso il luogo di sepoltura. Guardò la terra che a poco a poco copriva il legno. Gettò la rosa nella fossa, la fissò mentre spariva.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime, mentre i ricordi dei bei tempi trascorsi insieme a Vincenzo lo assalivano.
Non l’aveva più sognato e, in generale, non aveva fatto altri sogni inquietanti. Gli era sempre stato difficile credere che vi fosse vita dopo la morte, ma era convinto che, da qualche parte, esistesse ancora qualcosa dell’essenza del suo amico. Se non lo sognava più, doveva essere perché Vincenzo se n’era andato, chiudendo per sempre con la propria vita terrena.
Sapeva di essere stato ucciso? Sapeva chi fosse il suo assassino? Perché aveva lasciato quella chiave inserita nella serratura della porta di casa?
«Ehi.»
La voce di Olga lo scosse da quei pensieri. Si era offerta di accompagnarlo al funerale, ma aveva preferito lasciarlo solo, convinta che il suo legame con Vincenzo non la riguardasse e che non fosse gradevole intromettersi tra di loro.
Riccardo guardò leggermente verso destra e sussurrò: «Grazie per essere qui.»
«Grazie a te, per avermi permesso di fare parte della tua vita» rispose Olga, «e di essere qui con te oggi.»
Riccardo non replicò. Non c’era molto tra di loro e, con una maggiore conoscenza reciproca, sembrava sparita anche la complicità a letto, ma era sollevato dall’idea di non essere solo. Era l’unica persona alla quale poteva raccontare aneddoti su Vincenzo e quello era un aspetto più che sufficiente per ritenerla una presenza importante.
Mentre a poco a poco la bara scompariva sotto la terra, Riccardo iniziò a sentirsi lontano sia da lei sia dal mondo circostante. Alla fine, Olga se ne andò dopo un saluto fugace.
Riccardo immaginava che sarebbe rimasto da solo, ma Doriana lo raggiunse di nuovo. Sembrava desiderosa di parlare.
«Quella donna è la tua compagna?»
«No, non direi.»
«Ti trovavi con lei, la sera in cui Vincenzo è stato ucciso?»
«È capitato spesso che mi trovassi con lei. Il caso ha voluto che accadesse anche la sera in cui Vincenzo è stato ucciso.»
Gli faceva male pronunciare quelle parole, ma non voleva sottrarsi alla realtà, se non lo faceva nemmeno Doriana.
«Sei stato fortunato» ribadì la signora Valverde.
«Chi può dirlo» obiettò Riccardo. «Non sappiamo cosa sia successo davvero a tuo marito.»
«Voleva vederti» puntualizzò Doriana. «Magari l’avresti trovato morto. Sai cosa può capirare a chi, in maniera del tutto accidentale, finisce per andare sul luogo del delitto e rinvenire il cadavere.»
«Immagino che possa essere uno shock.»
«Non solo. Potrebbe anche essere erroneamente accusato di avere commesso il delitto stesso.»
Riccardo si irrigidì, di fronte alla stessa Doriana con cui aveva avuto a che fare in sogno.
«Cosa stai insinuando?»
«Niente.»
«Chi fa certe allusioni non le fa per caso» insisté Riccardo. «Ti prego di parlare chiaro.»
«Va bene, allora parlerò chiaro.» Il tono di Doriana era disteso, ma non ci si poteva fidare di lei. «So che è successo qualcosa, a Hong Kong. Vincenzo stava iniziando a capire che persona sei.»
«Ovvero stava iniziando a fidarsi dei tuoi pregiudizi?» replicò Riccardo. «Mi dispiace deluderti, ma non è andata così. Vincenzo non si è lasciato condizionare da te, non hai alcun “merito”. Semplicemente ho commesso degli errori, con lui.»
«Sì, certo, hai commesso degli errori» convenne Doriana, «ma questi hanno svelato la tua vera natura, allontanando Vincenzo da te. Non voleva più vederti. Perché sei qui? Perché non mi lasci in pace?»
Riccardo replicò: «Non sono qui per te, sono qui per lui. Se non voleva vedermi, perché mi ha chiesto di venire a casa vostra mentre non c’eri?»
Di fronte a quella domanda, Doriana abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.
Riccardo ne approfittò per mettere in chiaro: «Ti ho lasciata in pace. Non mi sono mai avvicinato a te. È successo, piuttosto, l’opposto.»
Le voltò le spalle e non aggiunse altro. Per lui, il discorso era concluso. Lasciò il cimitero, con la vaga sensazione di un finale non ancora scritto.
Quando arrivò a casa, non si tolse il braccialetto. Lo tenne al polso, contrariamente alle intenzioni iniziali, in ricordo di qualcosa che avrebbe sempre fatto parte di lui. Non avrebbe saputo definire il legame che l’aveva unito a Vincenzo, ma non aveva bisogno di definizioni.
Olga gli diceva sempre che prima o poi l’avrebbe dimenticato, ma non era ciò che Riccardo desiderava. Voleva ricordare, voleva che ogni istante trascorso insieme a Vincenzo gli rimanesse ben scolpito nella mente, una memoria perenne dei bei tempi che non sarebbero tornati mai più.
A ogni video, gli venivano in mente le parole dell’amico, il modo in cui Vincenzo aveva cercato di aprirgli gli occhi sul vuoto dei suoi contenuti. Ogni volta in cui leggeva i commenti dei suoi follower si chiedeva se ciò che faceva avesse davvero un senso e iniziava a dubitarne. Non importava troppo: in fondo, erano tanti i ruoli che non servivano per salvare l’umanità. Perfino di fronte all’intervista della discordia in tanti avrebbero affermato, senza mezzi termini: “quello che Tina Menezes ha da dire non ha alcuna importanza”. Perfino la stessa Menezes non avrebbe avuto rilievo, per la maggior parte della popolazione mondiale, eppure, per un attimo, le parole di Tina erano sembrate a entrambi il centro di un universo in cui desideravano svettare, restando tra loro come un filo sottile che legava la vita alla morte.
Riccardo incontrò di nuovo Doriana, per caso, qualche tempo dopo. Comparve al suo fianco all’improvviso, lungo una galleria piena di vetrine. Riccardo avrebbe preferito non vederla e non parlarle, ma non riuscì a evitarla.
Faceva già caldo, la vedova Valverde era in mezze maniche e, al polso destro, indossava il braccialetto appartenuto a Vincenzo.
«Tutto bene?» gli chiese.
«Tutto come al solito» rispose Riccardo.
«Volevo scusarmi con te per quello che ti ho detto al funerale.» Doriana parlava con tono affabile. «Non spettava a me giudicare la tua amicizia con mio marito. Credo di avere sbagliato.»
Riccardo scosse la testa.
«No, non preoccuparti.»
Doriana insisté: «Quello che ti ho detto è stato così sgradevole. Insinuare che tu potessi essere accusato di averlo ucciso, quando invece era tutto così chiaro...»
«Pensi davvero che sia tutto chiaro?» chiese Riccardo, voltandosi quasi d’istinto verso una vetrina spoglia in allestimento. «Credi che sia stato un tentativo di furto e che Vincenzo abbia colto sul fatto il ladro?»
La risposta di Doriana fu immediata: «Sì, non potrebbe essere altrimenti. Chi altro avrebbe potuto desiderare la sua morte al punto da arrivare a ucciderlo?»
Nel riflesso del vetro, Riccardo la vide girarsi. La guardò specchiarsi nella vetrina: la sua espressione pacata era distorta in un ghigno malefico, i suoi occhi in apparenza calmi erano famelici e iniettati di sangue. Fu quello il momento in cui Riccardo comprese chi gli avesse davvero mandato quel messaggio, la sera dell’omicidio, e perché l’avesse fatto. Allo stesso modo, gli fu chiaro anche che non sarebbe mai stato in grado di dimostrarlo.

 

 





NOTE: ce l'ho fatta, quest'ultimo capitolo conclusivo è lungo 6217 parole, che fanno salire il totale a 24942. Sono perfettamente in linea con quanto richiesto dal contest, ovvero un massimo di 25000 parole.
Ringrazio Swan Song per avermi seguita finora, così come chi mi ha letto in silenzio e chi mi leggerà.



EDIT 22/02/2026 - il pacchetto Ossidiana contiene i seguenti elementi: Obbligo Nella storia è presente un elemento sovrannaturale, o comunque inspiegabile/ Prompt Inconscio/ Oggetto Specchio/ Emozione Furia/ Tratto Subdolo.
   
 
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