Questo racconto partecipa al contest "Storie di Mare" indetto da Star_Rover sul forum di EFP con il pacchetto Albatros: elemento senso di colpa/ ambientazione veliero/ genere drammatico/ bonus - a bordo è presente un passeggero clandestino.
Prende inoltre parte alla challenge "Natale con il Grinch" indetta da RosmaryW sul forum Ferisce la penna con il pacchetto 5 che potrò svelare solamente a challenge terminata, e all'iniziativa di scrittura "Save the fanfic, save the Christmas" indetta da Fuuma sul forum Torre di Carta (gemellata con Ferisce la Penna).
Questo capitolo partecipa inoltre alla challenge "Calendario dell'Avvento 2025" indetto da Rosa66@ sul forum Ferisce la penna con il pacchetto del 2 Dicembre: "I've paid my dues, time after time, I've done my sentence but committed no crime"/ The show must go on - Queen.
L'obiettivo è prendere parte a quest'ultima challenge rispettando i prompt giornalieri delle giornate in cui pubblicherò i capitoli. Per ciascun capitolo indicherò il prompt.
SANGUE SUGLI SCOGLI
Ashbourne Manor era un pezzo di storia. Edificata un secolo e mezzo prima, aveva visto diverse generazioni succedersi. Per un Ashbourne, divenire il padrone di casa era sempre stato un obiettivo cruciale. Sebastian ricordava bene le leggende che si tramandavano oralmente e che, da ragazzino, origliava insieme a Thomas appostandosi nei pressi delle cucine. A distanza di molti anni, aveva maturato la convinzione che la vecchia cuoca volesse soltanto impressionare le svampite cameriere venute dalla campagna, narrando di un passato Lord Ashbourne morto in circostanze sospette. Sebastian non ricordava con esattezza i dettagli di quella losca vicenda, forse mai accaduta davvero, ma conosceva bene la soddisfazione provata quando Ashbourne Manor era, di fatto, passata sotto il suo controllo.
Non si poteva negare, tuttavia, che vi fosse anche un enorme lato negativo, nel vivere ad Ashbourne Manor: in quella casa, non si era mai da soli. Sebastian non poteva permettersi nemmeno la misera soddisfazione di stare in santa pace a sfogliare il giornale davanti al camino. C’era da scommettere che quella zitella incartapecorita di Miss Cray sarebbe entrata nella sala armata di stracci e si sarebbe messa a spolverare e lucidare ogni singolo mobile e soprammobile. Per non parlare di ciò che presto sarebbe accaduto: era ormai iniziato, da un po’ di tempo, il famigerato mese di dicembre, con tutte le nefaste implicazioni che lo seguivano.
Sebastian Ashbourne doveva ammettere di provare un certo stupore di fronte al fatto che le pareti non fossero ancora state adornate da pacchiane ghirlande di agrifoglio, per non parlare del momento in cui il vecchio Trent avrebbe addirittura portato dentro un rivoltante albero di Natale.
In qualità di padrone di casa, Sebastian avrebbe tanto desiderato ordinare al maggiordomo di buttare nel camino tutta quell’insignificante paccottiglia. Purtroppo, a suo tempo, aveva dovuto scegliere tra il rimanere celibe e continuare ad avere voce in capitolo e il prendere moglie perdendo così ogni potere decisionale sull’estetica degli interni. Senza l’apporto salvifico dell’ingente patrimonio della vedova Redfern, sarebbe stato costretto a vendere la tenuta di famiglia, un vero disonore per un uomo del suo rango. Aveva dovuto scendere a compromessi e non gli restava che sperare che a disturbare la lettura del giornale fosse soltanto Harriet Cray che spolverava e lucidava, attività di gran lunga meno insidiosa delle faccende di cui il maggiordomo si occupava durante l’Avvento.
Wilfred Trent lavorava per gli Ashbourne da oltre trent’anni. Ciò garantiva a Sebastian il grado di confidenza necessario a riempirlo di improperi ogni volta in cui iniziava la sua delirante trafila di agrifogli, luci e candele.
Quell’anno, Trent lo colse di sorpresa. Non iniziò ad apporre le odiose decorazioni in sua presenza. Approfittò di una giornata straordinariamente soleggiata. Anziché dedicarsi alla lettura del giornale, Sebastian fece una lunga passeggiata sulla spiaggia deserta, respirando la salsedine e guardando il sole tramontare. Quando rientrò e si diresse nel salone, una visione patetica si presentò alla sua vista.
«Trent!» chiamò a gran voce, convinto che il maggiordomo non fosse lontano.
Proprio come si aspettava, questo si presentò al suo cospetto pochi istanti più tardi. In una mano teneva un martello, nell’altra una ghirlanda di agrifoglio.
«Che cosa desidera, signor Ashbourne?» domandò, con aria innocente.
«Chi ti ha dato il permesso di piantare chiodi alle pareti e di appendervi quelle orrende corone da morto?» sbottò Sebastian. «Mi pareva di essere stato chiaro.»
«Nessun permesso, signor Ashbourne» puntualizzò il maggiordomo. «Si è trattato, piuttosto, di un ordine preciso della signora.»
Sebastian sbuffò.
«Capisco.»
Non c’era da sorprendersi che, molto spesso, il Lord di turno si stancasse della moglie e le chiedesse il divorzio per risposarsi con una cacciatrice di dote. In alternativa, se il Lord di turno era egli stesso il cacciatore di dote, poteva capitare che, per puro caso, la sua consorte morisse per cause naturali non del tutto accertate, con sintomi che, per un semplice effetto del caso, ricordavano in maniera non troppo vaga quelli dell’avvelenamento da stricnina.
Nonostante Sebastian non avesse chiesto altro, il maggiordomo proferì in una lunga serie di dettagli: «La signora Ashbourne ha organizzato un ricevimento per il prossimo sabato sera. Ovviamente è più che opportuno che le consuete decorazioni natalizie siano presenti sia nella sala sia nei luoghi di passaggio.»
«Fai come ti pare, Trent» concluse Sebastian.
Per quanto lo riguardava, il fatto che sua moglie avesse ordinato di spargere in ogni dove candele che parevano lumini da cimitero e ghirlande di agrifoglio che sembravano corone funebri passava in secondo piano di fronte alla prospettiva di un ricevimento.
Sebastian aveva sempre compatito gli uomini della borghesia e del popolo, ma dopo essersi sposato aveva iniziato a comprendere quanto fosse grande la loro fortuna di potersi rifugiare in studi, uffici, botteghe o fabbriche per sfuggire alle diaboliche iniziative delle loro consorti. Quanto sarebbe stato bello potere affermare: “Mi dispiace, mia cara, ma non potrò prendere in alcun modo parte alla festa che stai organizzando. Il lavoro mi impedisce categoricamente di presenziare alla lieta serata.”
La passata signorina Harrowby e signora Redfern non avrebbe mai accettato una simile scusa e Sebastian sarebbe stato costretto a sorbirsi individui di cui non gli importava nulla e che conoscevano certe questioni disdicevoli del suo passato. Si sarebbe trovato faccia a faccia con invitati che lo giudicavano. Forse uno di loro era l’artefice dei macabri messaggi che per sei anni di fila, ogni 25 dicembre, aveva ricevuto ad accompagnare un mazzo di crisantemi.
Le brevi e inquietanti missive erano conservate in uno dei cassetti della sua scrivania, che non aveva mai il coraggio di aprire. Del resto, non ve n’era alcun bisogno. Aveva ancora bene impressi in mente i biglietti su cui, con un pennello intinto nella tempera, qualcuno aveva tracciato poche parole, ma molto definitive. Sebastian avrebbe potuto recitarli a memoria, a partire dal primo:
So che cos’hai fatto, Sebash.
Ti ho visto, sei stato tu.
Te ne pentirai.
Rammentava il biglietto, ma anche la reazione che aveva avuto. Avrebbe voluto distruggerlo, per poi fare a pezzi anche i fiori. L’aveva preso tra le mani, con l’intento di strapparlo, ma poi i conati di vomito glielo avevano impedito. Soltanto una persona lo chiamava Sebash e quella persona era morta in circostanze mai chiarite da quasi sette anni.
Avendo passato gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza a impicciarsi di nascosto nei fatti degli adulti, Sebastian era ben consapevole che perfino i segreti di Stato erano più noti di quanto avrebbero dovuto essere, quindi non vi erano dubbi che qualcuno potesse essere al corrente di quel diminutivo. Perché usarlo, però? Perché lasciare intendere che fosse stato proprio Thomas a scrivergli?
Se lo chiedeva fin dal primo Natale dopo il fattaccio e se lo sarebbe chiesto anche alla serata alla quale non aveva mezzo di sfuggire.
Il sabato sera giunse puntualmente. Fasciata in un lungo abito grigio chiaro che lasciava le braccia scoperte, la signora Harrowby Redfern Ashbourne intratteneva gli ospiti con sorrisi e chiacchiere frivole. Non che Sebastian si fosse preoccupato di ascoltarla, ma di certo non stava dibattendo di politica estera, di scienza o di filosofia.
Il maggiordomo, con aria soddisfatta, si aggirava per il salone versando da bere agli invitati. Il suo sguardo cadeva spesso sugli addobbi. Doveva sentirsi fiero di avere deturpato tutta la stanza con quelle maledette ghirlande, per non parlare di quel ridicolo albero di Natale con palle di vetro finemente dipinto o delle candele accese. Non ci sarebbe stato da sorprendersi se qualcuno ne avesse urtata una, innescando un incendio che mandasse in fumo Ashbourne Manor, dopo tutti gli sforzi fatti - come prendere moglie - per rimanere in possesso della proprietà.
Si diceva di non amare la coniuge, ma in realtà in passato, Sebastian aveva provato qualcosa che somigliasse all’amore. Il fatto che l’oggetto del suo desiderio fosse un’ereditiera aveva contribuito a generare un attaccamento maggiore, ma non era stato l’unico motivo trainante. Quello, però, era un Sebastian Ashbourne che non esisteva più. Aveva mandato giù dolori e delusioni, si era prodigato con tutto se stesso per chiudere nettamente con il passato. Il vecchio “Sebash” non sarebbe riuscito a sopportare il peso dei fatti di quel giorno maledetto. Sebastian non aveva alcuna difficoltà. Gli bastava che i biglietti ricevuti insieme ai crisantemi fossero ben chiusi dentro al loro cassetto e che nessun individuo al corrente della verità incrociasse la propria strada con la sua. Si sentiva al sicuro, non si metteva alcuna preoccupazione. Sarebbe andato tutto alla grande, se quel sabato sera la sua signora non avesse voluto che il loro salone fosse invaso da ospiti che Sebastian non desiderava avere intorno, o almeno gli piaceva ripeterselo.
Il ricevimento, tuttavia, era in corso e non dava segno di finire. Gli invitati tracannavano alcolici, ma presto si sarebbero stancati di scaldarsi la gola con champagne o liquori. Sebastian era sicuro che qualcuno si sarebbe avvicinato a lui e avrebbe fatto qualcosa di sgradevole. Era una certezza matematica, non vi era verso di sfuggirle.
Vedere Catherine Harrowby fu di pessimo auspicio. Quella donna era inoffensiva, ma la sua presenza indicava che in quella sala doveva esserci anche suo marito. Sebastian poteva figurarselo mentre, in un angolo, fumava la pipa preparandosi a colpire. Nonostante se lo aspettasse, Alistair riuscì a coglierlo di sorpresa.
«Futuro Lord Ashbourne, è un piacere rivederti.»
Era incredibile come la sua voce sempre gentile avesse una nota tagliente. Alla stessa maniera, era incredibile come Alistair Harrowby avesse la capacità di materializzarsi alle sue spalle in modo così inopportuno. Se avesse voluto ucciderlo, sarebbe stato in grado di commettere il delitto senza che Sebastian potesse fare alcunché per difendersi.
Si girò lentamente a guardare il cugino di sua moglie. Lo conosceva bene, sapeva che non portava nulla di buono.
«È un piacere anche per me» mentì.
«Devi ringraziare mia cugina per questo» affermò Alistair. Indicò le ghirlande. «Queste decorazioni sono davvero belle.»
Sebastian lo guardò storto.
«Ah, sì?»
«Assolutamente» insisté Alistair. «Fanno sentire quasi a casa. Danno atmosfera. Del resto il Natale è questo: atmosfera. La pensi anche tu come me, non è vero?»
«In realtà, penso che il Natale sia una grandissima seccatura» puntualizzò Sebastian. «Anche i ricevimenti sono una seccatura. Se la mia signora non avesse avuto la malsana idea di riempire la casa di ospiti, in questo momento mi starei dilettando nella lettura di un libro, magari con un sigaro in bocca.»
«Piantala con le manie da intellettuale, Ashbourne» replicò Alistair Harrowby. «Pensi che non mi ricordi dei bei vecchi tempi? È stato divertente, quella volta, quando ti sei imbucato al ricevimento dei Redfern.»
Sebastian si irrigidì.
«Vuoi del denaro?»
Alistair rise.
«Mi credi davvero così attaccato ai soldi, Ashbourne?»
Sebastian azzardò: «Ti offende l’essere tacciato di essere legato ai soldi, ma non che io ti consideri un potenziale ricattatore?»
Alistair continuò ad apparire divertito. Non rispose alla sua domanda, ma si concentrò piuttosto su quella sera maledetta: «Era solo un gioco, eravamo d’accordo entrambi.»
Sebastian si guardò intorno e abbassò la voce.
«Ha smesso di essere un gioco nel momento stesso in cui un uomo è morto.»
Alistair alzò le spalle.
«Beh, non l’abbiamo mica ucciso noi!» Dopo una breve pausa, con un sorriso beffardo stampato sul volto, azzardò: «Oppure sì?»
***
La temperatura, nel soggiorno di casa Carlisle, non era uniforme. Accanto al camino, il caldo era insopportabile, mentre ai lati l’umidità penetrava nella pelle. John Carlisle Jr, inoltre, era la persona più scarsa nel gioco del poker che Sebastian avesse mai incontrato. Per di più, le luci erano fioche e la cameriera che aveva servito il cognac era in là con gli anni e di aspetto poco gradevole. Dall’altro lato del tavolo, un gruppo era concentrato sulle carte. Sebastian, invece, giocava insieme a Carlisle e ai suoi amici più stretti, che anziché pensare alla mano di gioco discutevano di automobili e di cavalli.
Quando la partita terminò, Sebastian ritenne che fosse durata anche troppo. Fumò in silenzio, mentre gli altri continuavano i loro discorsi senza né capo né coda. John iniziò a lamentarsi del fatto che suo padre fosse sempre più critico sul fatto che non avesse ancora mostrato nemmeno la velata intenzione di prendere moglie, nonostante fosse ormai più vicino ai trent’anni che ai venticinque.
John sentenziò: «C’è tempo.»
Beato lui, che poteva permettersi di aspettare. Il prestigio della famiglia Carlisle era tale e quale a quello degli Ashbourne, con la non omissibile differenza del possedere un ingente patrimonio, invece di dovere fingere di essere ancora danarosa come un tempo. Anche Sebastian veniva spesso esortato a prendere moglie, a condizione che la consorte fosse molto ricca. Aveva corteggiato a lungo una ragazza destinata a entrare in possesso di un enorme capitale, ma la loro frequentazione non era andata a buon fine.
Sebastian cercava di essere cinico, di dirsi che non gli importava niente, ma la delusione era ancora tanta. Non sapeva se qualcuno l’avesse capito, ma quella sera, mentre lasciava la casa dei Carlisle, Alistair Harrowby si avvicinò a lui. Non sembrava animato da cattive intenzioni, ma erano poche le persone delle quali Sebastian si fidava. Harrowby non era incluso in quella cerchia ristretta e dopo quella sera avrebbe dovuto esserlo ancora di meno.
«Sei in automobile?» gli domandò Alistair, alle sue spalle.
«No.»
«A cavallo?»
Doveva avere sentito i discorsi fatti al tavolo del poker.
Sebastian ci tenne a chiarire: «Non so cavalcare. La trovo una cosa da mandriano del Far West, del tutto inadatta a un giovane inglese della metà del ventesimo secolo.»
«Osservazione sagace, Ashbourne» ribatté Alistair. «L’ho sempre detto che non sei quel tipo pacato che sembri. È quasi una fortuna che Vivien non abbia voluto sposarti.»
Sebastian rabbrividì. Non aveva mai parlato di matrimonio con Vivien, ma solo perché riteneva che fosse ancora presto per un simile passo. Era sempre stato certo che sarebbero diventati marito e moglie. Invece no, in quella sera di dicembre venne a scoprire, in maniera ufficiale, che Vivien sarebbe diventata la moglie di un altro uomo.
«Si sposano a Natale» disse Alistair Harrowby, prendendo posto sul sedile del guidatore, dopo essersi offerto di accompagnarlo a casa.
Seduto sull’auto di Harrowby, Sebastian fu scosso da un altro brivido, non soltanto per il freddo di quella sera di dicembre.
Mancavano appena una ventina di giorni al matrimonio e, fino a quel momento, non ne aveva saputo niente. Doveva essere stata una decisione improvvisa e avventata, forse dettata da un incidente di percorso da coprire al più presto. Non fece nemmeno caso alla data insolita, finché Harrowby gli domandò: «Non mi chiedi perché proprio a Natale?»
Sebastian minimizzò: «Non pensavo che intendessi proprio il 25 dicembre. Credevo volessi dire che si sposeranno nel periodo natalizio.»
«Invece no» rispose Harrowby. «L’anno scorso, il giorno di Natale, Vivien ha ricevuto un regalo importante dal suo promesso sposo e vuole a tutti i costi che il matrimonio si svolga in quella data specifica. Sarà celebrato all’aperto, sul molo accanto alla spiaggia dove Vivien ha ricevuto quel regalo. Si svolgerà nel primo pomeriggio e seguirà un ricevimento su un vecchio veliero restaurato, affittato per l’occasione.»
«Una scelta un po’ insolita» osservò Sebastian.
«Puoi dirlo forte.»
Durante il tragitto che li separava da Ashbourne Manor, Alistair Harrowby elencò una serie di dettagli di poco conto. Soltanto nel rallentare, giunto ormai verso il vialetto che conduceva a casa di Sebastian, iniziò a lamentarsi del dovere presenziare al lieto evento, proprio lui che era stato così tanto danneggiato dall’esistenza stessa di Vivien.
«Cosa vuoi dire?»
Dopo essersi fermato, Harrowby raccontò: «Voglio dire che mio zio era fermamente deciso a non sposarsi. Era arrivato scapolo fino all’età di cinquantadue anni e tutto lasciava pensare che non avrebbe avuto eredi. Ero convinto che un giorno sarei entrato in possesso del suo patrimonio. Invece si innamorò di una cameriera, la sposò e nacque Vivien. La moglie si rivelò interessata soltanto al denaro, tanto che mio zio decise di divorziare dopo pochi anni. Però adorava Vivien, anche se era figlia di quella donna del popolo. Fece testamento a suo favore e, quando morì, con estremo sgomento scoprii che, al raggiungimento del ventunesimo anno di età, Vivien sarebbe entrata in possesso di tutti i suoi beni, fino all’ultimo centesimo. Ero passato dall’essere il suo erede a non ricevere nemmeno un centesimo, e tutto perché a cinquant’anni e passa aveva fatto la follia di lasciarsi incastrare da una cameriera!»
«Puoi sempre rifiutare l’invito» suggerì Sebastian.
«Scherzi? Rifiutare l’invito? Sono un parente stretto, non mi è concesso questo lusso. Tutto ciò che posso fare è fare il possibile affinché mia cugina passi una giornata terribile» Alistair Harrowby rise. «Se Vivien pensa che io intenda comportarmi come un perfetto invitato si sbaglia di grosso. Ho una bella sorpresa per lei.» Seguì un’altra risata. «Anzi, ho una brutta sorpresa per lei. Per me sarà molto bella, dato che non vedo l’ora di scoprire che faccia farà quando, su quel veliero, farà la comparsa proprio un suo passato corteggiatore. Sarà il più grande imbarazzo della sua vita.»
Sebastian obiettò: «Quale corteggiatore?» Vivien non aveva mai fatto molta vita sociale, prima di conoscerlo. «Non sapevo che ce ne fossero stati altri.»
«Non c’è stato nessuno, a parte te» rispose Alistair, «e al suo futuro marito. Penso che tu possa trarre da solo le tue conclusioni.»
Sebastian spalancò gli occhi.
«No, aspetta un attimo. Stai dicendo che...» Scosse la testa. «Stai dicendo che dovrei imbucarmi al matrimonio della ragazza con la quale avrei desiderato fidanzarmi?»
Alistair confermò: «Sto dicendo proprio questo. Troverò un modo che ti consenta di salire a bordo clandestinamente. Sarebbe bello se tu facessi la tua comparsa proprio dopo che gli sposi avranno tagliato la torta. Che cosa ne pensi? Magari potrai raccontare a tutti che un tempo Vivien non aveva occhi che per te. Potrai...»
Sebastian lo interruppe: «È una pessima idea.»
«Perché?»
«Perché non sono uno qualsiasi. Sono Sebastian Ashbourne, unico figlio e unico erede di Lord Ashbourne.»
«Erede di una tenuta che tuo padre finirà per vendere, se avrà la fortuna di vivere abbastanza» puntualizzò Alistair, «o che dovrai vendere tu, qualora dovesse partire presto per il grande viaggio senza ritorno.»
«Ho una reputazione da difendere» insisté Sebastian. «Non ho alcuna intenzione di fare alcunché per compromettermi.»
«Vorrà dire che manterrai un certo contegno, in pubblico, se la cosa ti fa stare meglio» concesse Alistair. «Quello che conta è colpire i Redfern.»
Sentirli definire a quel modo fu un duro colpo per Sebastian. Non amava Vivien, si disse. Non l’aveva mai amata. Aveva desiderato sposarla soltanto perché era destinata a entrare in possesso del patrimonio del defunto signor Harrowby, patrimonio che era ormai di sua proprietà, dato che la futura signora Redfern aveva compiuto ventun anni alla fine di ottobre.
«Hai dei dubbi?» gli chiese Alistair, con quel suo tono insistente.
Sebastian avrebbe voluto spalancare la portiera, scendere, salutare Alistair con freddezza e rincasare dimenticandosi dell’esistenza stessa di Vivien Harrowby. Invece, ripetendosi ancora una volta di non avere mai amato Vivien, rispose: «No, non ho dubbi. Puoi contare su di me, per il matrimonio a Natale.»
«Ottima scelta, Ashbourne» concluse Alistair. «È stato un piacere rivederti. Dovresti venirci più spesso, a giocare a poker a casa di Carlisle.»
Finalmente quella serata terminò, o quantomeno, si concluse la parte dedicata alla vita sociale. Era tardi, quindi Sebastian non suonò il campanello, ma utilizzò piuttosto la chiave che aveva lasciato sotto lo zerbino. Scoprì che Trent aveva appeso delle ghirlande di agrifoglio alle pareti, per le quali provò un’assoluta indifferenza.
Suo padre era già andato a dormire, nel salone non c’era più nessuno. Sebastian vi entrò e, in quella stanza, si mise a leggere e fumò nel frattempo un paio di sigari. Si ripeté, dato che non ne era ancora abbastanza convinto, di non avere mai amato Vivien. Era disposto a fare irruzione al matrimonio, ma solo per fare un favore ad Alistair Harrowby. Che cosa ci guadagnasse questo dal rovinare le nozze della cugina rimaneva un inesplicabile mistero, ma non era il caso di porsi troppe domande. Anzi, era meglio essere pragmatico, in una simile situazione: Vivien era una ragazza facoltosa, doveva avere senz’altro giovani amiche altrettanto facoltose non ancora fidanzate. Il fatto che la signorina Harrowby l’avesse lasciato senza troppi complimenti non implicava che Sebastian avesse accantonato l’obiettivo del matrimonio d’interesse. Non sarebbe stata Vivien, ma qualcun’altra, l’importante era che la futura signora Ashbourne portasse una dote molto ingente, che consentisse di preservare Ashbourne Manor e di mantenere quello che per generazioni era stato il tenore di vita della famiglia alla quale Sebastian apparteneva.
Nei giorni che lo separavano dal Natale, prese parte ad altre serate a casa di John Carlisle Jr, con grande soddisfazione da parte di Alistair. Questo continuava a delineare il piano perfetto, che ogni volta arricchiva di nuovi dettagli. Sebastian giocava a carte con Carlisle e gli appassionati di automobili e cavalli, in attesa del momento in cui Alistair l’avrebbe accompagnato a casa e avrebbero discusso del loro segreto.
Non avrebbe dovuto fidarsi di lui, lo sapeva, eppure Harrowby era il suo unico vero contatto con il mondo esterno. Erano passati i bei giorni in cui non sentiva il peso del proprio cognome. Ormai, i tempi in cui origliava insieme a Thomas i discorsi del personale di servizio erano ufficialmente terminati. Thomas viveva una vita completamente diversa dalla sua, quel tipo di vita che Sebastian avrebbe desiderato vivere.
Era arrivato a un punto in cui i desideri non contavano più. A dire il vero, non vi era più nulla che avesse importanza. Sebastian attendeva il Natale, il matrimonio e l’irruzione a sorpresa sul veliero che i Redfern avevano affittato per l’occasione. Chissà come sarebbe finita la festa. Immaginava scenari, li confidava ad Alistair.
«Pensa al ritorno» disse quest’ultimo, pochi giorni prima dell’evento.
«A quale ritorno?»
«Il veliero tornerà al molo, in una sera buia. Da un lato il mare, dall’altro gli scogli. Magari lo sposo cadrà sulle rocce, battendo la testa. Morirà, rendendo la signora Harrowby vedova soltanto poche ore dopo essere diventata sua moglie. Per la povera Vivien sarà molto dura affrontare tutto questo, non credi?»
Sebastian non rispose. C’erano momenti in cui Harrowby gli dava i brividi. Per fortuna tutto sarebbe finito appena quattro giorni più tardi. Dopo avere realizzato il sogno di Alistair, si sarebbe defilato, avrebbe smesso di presentarsi a casa di Carlisle e avrebbe smesso di vedere quell’individuo inquietante che insisteva ad atteggiarsi al ruolo di amico.
***
Al vedere una signora che tossiva accanto a un uomo con la sigaretta accesa, Sebastian rifletté sul fatto che forse, un giorno, l’umanità si sarebbe evoluta al punto da trovare sconveniente fumare in presenza dei non fumatori. Sarebbe stata una seccatura avere degli spazi specifici riservati al fumo, invece che potere accendere sigari, sigarette o pipe ovunque, ma almeno avrebbe concesso una valida scusa per potersi allontanare da un gruppo. Dopo la conversazione con Alistair Harrowby, Sebastian non desiderava altro che estraniarsi da tutto e da tutti. In che modo, tuttavia, avrebbe potuto spiegare la sua assenza?
Si accese un sigaro, all’interno della sala, avendo cura di allontanarsi quantomeno dalla signora in preda ai colpi di tosse. Nonostante Harrowby non si stesse facendo vedere, in quegli istanti, si sentiva addosso il suo sguardo maledetto.
Perché si era presentato? Alistair detestava Vivien. L’aveva odiata quando era nubile, l’aveva odiata quando era stata, per brevissimo tempo, la signora Redfern, infine aveva continuato a provare lo stesso astio anche quando era divenuta la signora Ashbourne. A peggiorare la situazione, anche lo stesso Sebastian doveva apparirgli come un impostore. Vivien doveva averlo invitato soltanto per quieto vivere, Harrowby avrebbe potuto semplicemente scrivere un biglietto in cui declinava con gentilezza.
I pensieri, nella mente di Sebastian, correvano più veloci di quanto avrebbe desiderato. Era forse Alistair colui che lo tormentava ogni maledetto 25 dicembre? Era l’autore dei macabri messaggi che, da dentro al cassetto, lo tenevano ancorato a un passato che non sarebbe mai stato in grado di dimenticare?
Il primo anno aveva pensato a uno scherzo. I crisantemi, il biglietto, sembrava tutto così surreale. Si era detto che non tutti i malati di mente erano ricoverati in manicomio e non restava altro da fare che sperare che quelli che se ne andavano in giro liberi non fossero pericolosi. Mandare fiori e strani messaggi, di per sé, non era segno di brutte intenzioni. Non poteva essere altro che uno scherzo di cattivo gusto.
Il secondo anno non vi aveva dato troppo peso. Non era stato disturbato né dall’arrivo del mese di dicembre, né dal Natale sempre più imminente. Infine, il 25 dicembre, aveva ricevuto di nuovo un mazzo di crisantemi, accompagnato da parole che l’avevano fatto raggelare:
Tu stesso hai detto che gli amici non colpiscono alle spalle, eppure l’hai fatto.
Ti pentirai delle tue azioni, Sebash.
Non avrai mai pace, ti porterai dietro per tutta la vita il peso dei tuoi misfatti.
Sebastian si era chiuso nella propria stanza, sostenendo di non stare bene. Si era rifiutato di scendere per pranzo e non aveva consumato il cibo che la governante in persona gli aveva portato. Suo padre, in seguito, gli aveva chiesto cosa fosse successo. Sebastian non gli aveva dato alcuna spiegazione.
Lord Ashbourne aveva sentenziato: «Il tuo unico problema è la tensione dovuta all’incertezza a cui vai incontro. Devi prendere moglie, Sebastian. Devi trovare una signorina facoltosa che ti sposi e metta fine a tutti i problemi.»
Non aveva trovato una signorina ricca, una vedova ricca. Aveva ripreso a corteggiare Vivien Harrowby, ormai nota come Vivien Redfern. La ragazza che l’aveva rifiutato pochi anni prima era cambiata. Era pragmatica tanto quanto Sebastian e sapeva che, sposandolo, un giorno sarebbe divenuta Lady Ashbourne. Vivien aveva il denaro, Sebastian lo status. Il matrimonio era stato celebrato nel mese di setembre, poco prima che Vivien compisse ventiquattro anni. Grazie a lei, Ashbourne Manor non era più un pericolo.
Nel frattempo, le condizioni di salute di Lord Ashbourne si erano aggravate. Alla fine di novembre era stato ricoverato in un sanatorio, nel quale si trovava ancora, dopo quattro anni. Sebastian aveva preso le redini della tenuta e delle attività di famiglia. Lo studio di suo padre era divenuto il suo studio. Diversamente dal genitore, capitava che di tanto in tanto controllasse l’operato degli amministratori: fidarsi non faceva per lui, specie di chi poteva avere contribuito alla precedente rovina.
Vista l’ospedalizzazione di colui che, di fatto, era ancora il padrone di casa, le solite decorazioni dicembrine erano state omesse. Sebastian si era reso conto di quanto non celebrare il Natale fosse più compatibile con lui di quanto non lo fossero i festeggiamenti. Non vi era nulla di lieto, nel 25 dicembre, non dopo la sera del primo matrimonio di Vivien, quantomeno.
Dopo due anni con crisantemi e messaggi da brividi, Sebastian non si era aspettato che le cose potessero migliorare. Era certo che, nel giorno di Natale, avrebbe ricevuto un terzo mazzo di fiori e un terzo messaggio.
Lo spiacevole dono era arrivato, accompagnato da una missiva stringata, ma molto diretta, capace di ferirlo nel profondo:
Ti ho visto.
Sei stati tu, Sebash.
Mi hai spinto sugli scogli.
Sono morto per colpa tua.
Per poco, Vivien non l’aveva colto sul fatto con il biglietto tra le mani. Aveva visto i crisantemi e gli aveva domandato da dove venissero. Sebastian si era inventato una scusa. Le aveva fatto credere di esserseli fatti consegnare per portarli al cimitero, sulla tomba della madre morta quando era ancora un ragazzino.
Il messaggio era finito nel cassetto. Sebastian aveva finto che fosse una giornata normale, ma non lo era. Forse era stato quello il giorno in cui aveva perso ogni speranza, oppure era accaduto l’anno successivo, quando Vivien aveva preteso che la ricorrenza fosse celebrata in grande stile, con un maledetto albero, delle maledette palle di vetro, uno stuolo di corone di agrifoglio alle pareti e fin troppe candele.
Trent era stato ben lieto di mettersi all’opera. Sebastian avrebbe voluto chiedere alla consorte come le fosse possibile festeggiare un evento che coincideva con l’anniversario del suo matrimonio con Redfern e con la morte dello stesso, ma si era trattenuto. Era stato allora che aveva ripreso a credere di non averla mai amata.
Non sapeva cosa provasse davvero, né per Vivien né per ciò che aveva vissuto. Ignorare i propri sentimenti era tutto ciò che poteva proteggerlo. Non era l’individuo cinico che cercava di apparire. Era un’anima ferita e le sue ferite somigliavano alla malattia del padre: non vi era nulla che potesse curarle. La solitudine e l’apatia potevano alleviare il dolore, ma non cancellarlo del tutto. Agrifogli e abeti lo mettevano di fronte alle consapevolezze che da gennaio a novembre cercava di celare a se stesso. Le persone che aveva intorno - tra cui Alistair Harrowby, l’uomo che l’aveva trascinato nel baratro e che si divertiva a tormentarlo in maniera subliminale - non facevano altro che peggiorare una situazione già insostenibile.
Pazienza se non poteva allontanarsi con la scusa del fumo, perché nulla gli impediva di accendersi un sigaro nel salone. Ormai il sigaro non era altro che un mozzicone, che Sebastian schiacciò sul posacenere. Lasciò la stanza, desideroso di cercare un po’ di pace. Ricordò i vecchi tempi, in cui andava con Thomas a origliare nei pressi delle cucine.
Si udiva un certo vociare. A dirigere i pettegolezzi non era la cuoca, quanto piuttosto la governante, forse convocata in cucina perché fornisse i dettagli più succosi.
«Quel signor Harrowby, il cugino della signora Vivien, è proprio un uomo distinto» affermava, con voce decisa. «Sembra un uomo retto e a modo, eppure il signor Ashbourne si è comportato come se avesse paura di lui.»
«Non scherzare, Harriet!» ribatté la cuoca. «Non sei entrata nel salone, non puoi che averli visti da lontano, se non soltanto immaginati.»
A intervenire in difesa di Miss Cray, fu Wilfred Trent in persona, presente a propria volta in cucina: «È vero, Harriet non può averli visti, ma io c’ero e i miei occhi funzionano ancora come quando avevo vent’anni ed ero capace di colpire una lepre in corsa a cento metri di distanza.»
A Sebastian sfuggì un sorriso. Era certo che il maggiordomo non fosse mai stato a caccia e che non avesse mai avuto tra le mani un fucile. Era molto probabile che non sapesse nemmeno che aspetto avesse una lepre in corsa.
La sua ilarità, tuttavia, ebbe durata molto breve. L’idea che i domestici si fossero radunati per parlare di lui non lo allettava. Era ovvio che succedesse ogni giorno. Dovevano considerarlo il solito uomo ricco dalle strane manie. Sebastian non aveva nulla in contrario, ma il fatto che la sua insofferenza per Alistair Harrowby fosse stata notata non lo allettava.
Miss Cray continuò: «Il signor Ashbourne sembra tormentato. Ho sempre avuto l’impressione che non sia felice insieme alla signora Vivien, ma deve esserci qualcosa di più.»
La cuoca suggerì: «Forse Trent può illuminarci.»
Da ottimo maggiordomo fedele, Wilfred declinò: «Conosco molto bene gli affari della famiglia Ashbourne, ma la mia posizione mi impedisce di raccontare dettagli scabrosi a chicchessia... anche perché, a onore del vero, non ci sono quel tipo di dettagli scabrosi che potrebbero interessare a voi due!»
Palesemente indispettita, Miss Cray sbottò: «Se fossi interessata a certe questioni scabrose, mi sarei dedicata alle questioni scabrose io stessa, come si dice che abbia fatto tu in passato, insieme alla signora del vivaio!»
«Sciocchezze!» ribatté Trent. «Io sono una persona a modo e tu, Harriet, dovresti saperlo bene! Come puoi insinuare che quella donna sia la mia amante?»
«Fosse solo quella del vivaio!» replicò Miss Cray. «Ho sentito certe chiacchiere, in giro, e non venire a dirmi che sono tutte invenzioni della gente!»
La cuoca intervenne: «Stavamo parlando del signor Ashbourne, o sbaglio? Hai accennato a un matrimonio infelice.»
«C’è di più» decretò Miss Cray. «Nel passato di quell’uomo deve esserci un segreto. Non un segreto qualsiasi, come un’amante o magari un figlio illegittimo, ma un segreto di quelli che fanno male e che logorano giorno dopo giorno. Il signor Ashbourne viene consumato lentamente per tutto l’anno e, quando arriva Natale, si sgretola come se fosse fatto di sabbia.»
Sebastian voltò le spalle alla cucina e si allontanò a passi rapidi. Non voleva ascoltare una parola di più.
Si scontrò, per caso, contro una delle cameriere. Questa sorreggeva un vassoio, diversi bicchieri caddero a terra e si frantumarono in mille pezzi.
«C-chiedo scusa» balbettò Sebastian. «S-sono d-de-desolato.»
La cameriera fece un mezzo sorriso.
«Non si preoccupi, signor Ashbourne. Vado a prendere la scopa e la paletta e sistemo tutto.» Lo squadrò a lungo. «Mi perdoni per l’intromissione, ma si sente bene? La vedo un po’ pallido. Forse le farebbe bene un bicchiere di brandy.»
Sebastian rifiutò gentilmente. Tracannare alcool non l’avrebbe certo aiutato ad allontanare la sua maledizione. I crisantemi e i biglietti avrebbero continuato a tormentarlo, quel passato che per mesi riusciva a tenere sotto controllo l’avrebbe divorato. Il vecchio “Sebash” non avrebbe sopportato il peso con cui il nuovo Sebastian Ashbourne doveva convivere, si ripeteva, ma la verità era che anche il nuovo Sebastian Ashbourne vacillava.
Non poteva cancellare quel maledetto giorno di Natale di sette anni prima. Non poteva cancellare il momento in cui, con l’aiuto di Alistair era riuscito a salire su quel dannato veliero, sotto le mentite spoglie di un cameriere che era stato profumatamente pagato da Harrowby per non presentarsi al lavoro. Non poteva rimuovere nemmeno il momento in cui aveva salutato i coniugi Redfern e aveva augurato loro un futuro felice insieme.
Se chiudeva gli occhi si rivedeva sul veliero, con il grigiore del mare d’inverno e il cielo nuvoloso che si limitava a diventare scuro. Sentiva le voci e le risate. Avvertiva il calore delle luci artificiali, con le narici piene dell’odore del mare. La salsedine, con un vago retrogusto di pesce morto, si impadroniva di lui, mentre si incamminava lungo il molo, al ritorno. Infine tornava indietro, verso il faro.
«Signor Ashbourne, vuole essere accompagnato in camera?» propose la cameriera. «Vado a chiamare il signor Trent. Forse ha bisogno di coricarsi.»
«No, non importa.» Sebastian si sforzò di apparire convincente. «Le ripeto che va tutto bene, è tutto sotto controllo.»
«Come vuole.»
La ragazza si allontanò, per andare a prendere la scopa, oppure per proprio andare a chiamare il maggiordomo e chiedergli di intervenire il suo soccorso. Sebastian si affrettò a tornare nel salone, seppure sopraffatto dal ricordo di ciò che aveva visto.
Alistair Harrowby era comparso a sorpresa alle sue spalle e, con voce subdola, aveva commentato: «Hai fatto un ottimo lavoro, Ashbourne.»
C’era un cadavere riverso da terra, schizzi di sangue sugli scogli. La festa sul veliero era solo un ricordo lontano, anche se era terminata da pochi minuti. L’accusa di Harrowby era talmente diretta da non potere essere ignorata.
Sebastian sibilò: «Non ho fatto alcun lavoro.»
«Eccome se l’hai fatto» sentenziò Alistair. «Ne abbiamo parlato così tante volte, ma non credevo che avessi il coraggio di passare davvero all’azione. Devo ammettere che sono ammirato dalla tua determinazione.»
Sebastian non replicò. Non c’era mezzo di convincere Alistair Harrowby a cambiare idea, non gli sarebbe importato che cosa fosse reale o meno. Le sue accuse potevano anche essere false, ma il macabro spettacolo era vero e tangibile: il suo amico d’infanzia Thomas Redfern era morto. Non importava se Sebastian fosse colpevole o meno, stava già scontando una condanna inevitabile.


