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Autore: Milly_Sunshine    04/12/2025    3 recensioni
Un matrimonio celebrato sulla spiaggia il pomeriggio di Natale e un ricevimento organizzato a bordo di un veliero si concludono con la misteriosa morte dello sposo. Sette anni dopo, il nobile decaduto Sebastian Ashbourne è sposato con la ricca vedova Redfern. La sua vita potrebbe sembrare serena, ma il mese di dicembre è sempre un trauma: il giorno di Natale, infatti, riceve sempre un mazzo di fiori, accompagnato da un messaggio anonimo che gli rivolge accuse infamanti sulle circostanze della morte del signor Redfern.
Seconda classificata al contest "Storie di Mare" indetto da Star_Rover sul forum di EFP. Ha partecipato inoltre alle seguenti challenge del forum Ferisce la Penna: "Natale con il Grinch" indetta da RosmaryW, "Calendario dell'Avvento 2025" indetta da Rosa66@, "Save the fanfic, save the Christmas" gemellata con il forum Torre di Carta indetta da Fuuma.
Genere: Mistero, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Questo capitolo partecipa alla challenge "Calendario dell'Avvento 2025" indetto da Rosa66@ sul forum Ferisce la penna con i pacchetti del 4 Dicembre: a) Fuoco che arde nel caminetto,
b) Partita di scacchi.

 

Nonostante l’attività lavorativa di Lord Harrowby consistesse in prevalenza nello stare seduto alla scrivania dello studio attendendo che scendesse la sera, per molti anni si era servito delle prestazioni della signora Redfern. La segretaria era una donna dai capelli grigi piuttosto crespi, che tentava con scarso successo di tenere contenuti in una crocchia. Il suo sguardo era cupo e la sua aria era resa ancora più tetra dal fatto che il suo intero guardaroba fosse di colore nero, un omaggio al marito defunto, che nessuno in paese aveva mai incontrato. Si narrava che il signor Redfern fosse morto ancora molto giovane. Ciò che era certo era che, quando la signora si era trasferita da quelle parti, costui era già passato a miglior vita da parecchio tempo. Le malelingue sostenevano che non fosse mai esistito alcun signor Redfern e che la signora non avesse mai avuto un marito, ma nella cucina di casa Ashbourne non se ne parlava mai: il personale di servizio era interessato agli affari privati del padrone di casa e dei suoi parenti, ma esisteva una certa discrezione per i dipendenti nei cui confronti non vi era confidenza.
La signora Redfern, appunto, non era il tipo di donna che dava confidenza. Trascorreva le proprie giornate nello studio di Lord Ashbourne, stenografando o scrivendo lettere. Era molto riservata e, al di fuori dell’ambito lavorativo, Sebastian non l’aveva mai sentita pronunciare parole che non fossero “buongiorno”, “buon pomeriggio” o “buonasera”. Suo figlio Thomas era molto diverso da lei. Aveva undici anni, quando la signora Redfern era stata assunta, mentre Sebastian ne aveva dodici. Il piccolo Redfern si era rivelato un ragazzino socievole ed era stato inevitabile che i due legassero. Per quanto Sebastian fosse stato educato a frequentare i suoi pari, la famiglia Ashbourne non aveva avuto nulla in contrario alla loro amicizia. Erano soltanto due bambini, presto o tardi le loro strade si sarebbero separate.
In qualità di figlio della segretaria, a Thomas era concesso di trascorrere parecchio tempo ad Ashbourne Manor. Sebastian adorava origliare insieme a lui. Lo fecero per anni, prima che quanto messo in preventivo diventasse reale. Thomas frequentò la scuola pubblica, ma ebbe accesso a un buon grado di istruzione. Questa gli permise di trovare un buon lavoro, mentre Sebastian restava ad Ashbourne Manor, destinato a succedere, prima o poi, al padre. Anche la signora Redfern finì per lasciare la propria occupazione presso Lord Ashbourne, sostituita da un giovane segretario asettico che dopo pochi mesi si licenziò. Non venne sostituito: gli affari andavano male e pagare qualcuno perché scrivesse lettere era uno spreco.
Sebastian, che era vissuto in una cappa di vetro, iniziò ad avvertire che qualcosa era cambiato. Non fu una spontanea intuizione, quanto piuttosto la pressione che iniziò a incrementare: doveva trovare moglie e la moglie in questione doveva essere ricca.
Ne parlò proprio con Thomas, in occasione di uno dei loro incontri ormai occasionali. Il suo amico l’aveva invitato a recarsi alla spiaggia, per guardare da lontano un veliero restaurato che veniva utilizzato per le feste dei ricchi. Se ne era parlato parecchio, in paese, si trattava di una delle ultime novità. Sebastian, ovviamente, non ne sapeva nulla.
Sul molo, un ampio gruppo di persone ben vestite attendeva. Un’imbarcazione datata, ma in ottimo stato, si avvicinava lentamente. Una donna in uno sfarzoso abito da sposa camminava, con diverse damigelle che le reggevano lo strascico.
«Che matrimonio teatrale» borbottò Thomas.
Sebastian non aveva pianificato in anticipo di trattare proprio quell’argomento, ma non riuscì a trattenersi: «Mio padre vuole che mi sposi.»
«Con chi?»
La domanda di Thomas lo fece sorridere.
«Non crederai che intenda farmi combinare un matrimonio.»
«Perché no? Non è così che funziona per voi nobili?»
«Non viviamo più come se fossimo nel secolo scorso. Non verrò diseredato se sposo una ragazza che a mio padre non piace.»
«Non sei convincente, Sebash» decretò Thomas. «Sono sicuro che, in un modo o nell’altro, finirai per sposare una ragazza che a tuo padre piace. Non hai altra scelta.»
«Non ho altra scelta, se non sposare una ragazza molto abbiente» puntualizzò Sebastian. «Se non lo farò, non verrò diseredato, ma il nostro patrimonio sarà in serio pericolo. Devo salvaguardare la tenuta e tutto ciò che appartiene alla mia famiglia.»
Thomas ridacchiò.
«Non è così male dovere sposare una ragazza ricca. A chi non piacerebbe?»
Sebastian indicò la giovane donna sul molo.
«Quella è una ragazza ricca?»
«No. Stando a quanto mi è stato riferito, la madre dello sposo è furiosa. Non sopporta l’idea di vedere il proprio figlio maritato con una donna di basso rango. Ha messo in chiaro che la considera un’arrampicatrice sociale.»
«Credi che anch’io sarei un arrampicatore sociale, se mi sposassi con una ragazza ricca?»
«Tu lo saresti molto di più, Sebash.»
«Perché dovrei?»
«Perché, pur non essendo un comportamento incoraggiato, è considerato quantomeno accettabile che un uomo ricco possa sposare una donna povera. Sarebbe molto diverso se un uomo povero sposasse una donna ricca per farsi mantenere da questa.»
Sebastian si irrigidì.
«Io non sono povero, sono un Ashbourne.»
Thomas ribatté: «Non c’è bisogno che tu ti indispettisca. Ho solo detto come la pensa la gente. Io non mi lascerei scalfire da certi problemi. Anzi, sai cosa ti dico? Che non mi dispiacerebbe se mi capitasse di sposare una donna ricca. Sarei ben lieto di potere scegliere se lavorare o meno. Che la gente continui pure a spettegolare!»
Il veliero aveva ormai attraccato. Gli sposi e la lunga schiera degli invitati stavano salendo a bordo. Thomas indicò a Sebastian una signora attempata: secondo lui, si trattava proprio della madre dello sposo.
L’operazione durò qualche minuto, dopodiché l’imbarcazione si avviò sul mare limpido. Proprio in quel momento, una giovane in abiti eleganti corse accanto a loro, barcollando sulla sabbia. Una donna sui quarant’anni dall’aria austera, dietro di lei, cercò di trattenerla: «Ormai è tardi, signorina Harrowby!»
La signorina Harrowby non si fermò se non quando inciampò sulla sabbia e cadde a terra. Thomas scattò verso di lei, accorrendo in suo soccorso. A Sebastian parve poco gradevole restare in disparte senza fare nulla. Quella ragazza aveva bisogno d’aiuto e non glielo avrebbe certo negato. Si affrettò a raggiungere l’amico.
«Tutto a posto, signorina?» le domandò, mentre questa si alzava aggrappandosi a Thomas.
L’altra donna, probabilmente una dama di compagnia, si avvicinò.
«È tutto a posto, signorina Harrowby?»
La ragazza annuì.
«Sì, è tutto a posto. Devo ringraziare questo signore galante.» Ammiccò, rivolta a Thomas. «Le chiedo scusa per il disturbo, devo esserle sembrata una ragazza sgraziata con chissà quali idee assurde in testa.»
Sebastian guardò prima la signorina Harrowby, poi l’amico. Questo la guardava con un’aria da pesce lesso.
«Oh, no, si figuri. N-non...»
Dopo avere balbettato qualcosa di incomprensibile, Thomas si interruppe. Attirato dagli occhi del colore del mare della ragazza, Sebastian si rivolse subito a lei: «Non faccia caso al mio amico. È un po’ imbranato, soprattutto quando è in presenza di una signorina graziosa come lei.» La guardò con una certa attenzione. «Ha anche un notevole gusto, in fatto di abbigliamento. Non è cosa da tutti i giorni vedere donne vestite così elegantemente anche per una semplice gita in spiaggia.»
«Non si tratta di semplice gita in spiaggia» puntualizzò la signorina Harrowby. «Ero attesa per il matrimonio della mia cara amica Eleanor. Io e la signorina Ridgeway siamo venute a bordo della mia automobile, ma questa ha avuto un guasto e abbiamo dovuto fermarci per strada.»
Thomas esclamò: «Davvero ha un’automobile?»
La signorina Harrowby annuì.
«Sì, ed è mia personale. Solitamente è l’autista a guidare, ma purtroppo in questi giorni è ammalato, quindi ha dovuto pensarci la signorina Ridgeway.»
La dama di compagnia avvampò.
«Lo so, non è quanto ci si aspetti da una donna nella mia posizione, ma...»
La Harrowby la interruppe: «La signorina Ridgeway era un’infermiera volontaria, durante la guerra. Penso che si possa considerarla un’eroina anche solo per questo. Però, un giorno, decise di fare di più.»
La dama di compagnia, incoraggiata dalle parole della ragazza, continuò il proprio racconto: «Il povero Mitchell era il migliore guidatore di ambulanze di tutta la Contea. Sembrava che niente e nessuno potesse fermarlo. Poi, un giorno, si ritrovò con il lato destro del corpo paralizzato. Fu costretto a letto per settimane. In seguito si riprese, almeno in parte, ma allora il danno era fatto. I sostituti scarseggiavano, serviva qualcuno che si mettesse alla guida al posto suo. In attesa che arrivasse qualcuno di più competente, presi il suo posto. A volte non conta quello che la società si aspetta da noi, ma solo quello che è necessario fare per il bene collettivo.»
La signorina Ridgeway sembrava una donna dal passato interessante. A Sebastian sarebbe piaciuto molto fare conversazione insieme a lei: la maggior parte delle persone con cui discuteva di solito apparteneva al suo stesso ambiente e non aveva nulla di interessante da raccontare. Quella donna, invece, era diversa, sembrava avere molto da dire. Gli occhi della signorina Harrowby, tuttavia, erano un grosso deterrente. Come poteva ascoltare ciò che la dama di compagnia avrebbe potuto raccontargli, se aveva di fronte a sé un paio di iridi così belle?
Non gli venne difficile, inoltre, fare due più due. Se il veliero veniva affittato per le feste dei ricchi, quella Eleanor doveva essere una ragazza dell’alta società. Se era amica della signorina Harrowby, anche questa doveva appartenere all’alta società. All’improvviso, l’idea di finire per assecondare i desideri paterni iniziava a diventare allettante.
Si rivolse all’invitata: «Permetta che mi presenti. Mi chiamo Sebastian Ashbourne e sono l’unico figlio di Lord Ashbourne, forse ha sentito parlare di lui.»
La signorina Harrowby confermò: «Sì, ho sentito menzionare il suo nome.»
Sebastian aggiunse: «Costui, invece, è il mio caro amico Thomas Redfern.»
La signorina Harrowby sorrise.
«Figlio di...?»
Thomas abbassò lo sguardo.
Sebastian rispose al posto suo: «Figlio di una segretaria in pensione, ma non per questo meno nobile d’animo.»
Thomas non alzò gli occhi. Rimase a fissare la sabbia, almeno finché la signorina Harrowby non affermò: «Non c’è niente che io possa fare qui. Signorina Ridgeway, la prego di accompagnarmi a casa. Scriverò una lettera di scuse alla mia amica Eleanor per non essere stata presente al suo matrimonio. Signor Ashbourne, signor Redfern, è stato un piacere conoscere entrambi.» Si rivolse a Sebastian nello specifico. «Per quanto riguarda noi due, signor Ashbourne, non escludo che un giorno possa capitare di rivedersi.»
Sebastian convenne: «È estremamente plausibile. Speriamo che possa succedere al più presto. A proposito, posso chiederle qual è il suo nome di battesimo?»
«Vivien.»
«Bel nome. Ha un ottimo suono.»
«Grazie. Anche il suo nome non mi dispiace.»
Dopo quel rapido scambio di convenevoli, Vivien Harrowby si allontanò, seguita dalla signorina Ridgeway.
Sebastian la fissò finché non sparì dalla sua vista, dopodiché si girò a guardare il mare. Il veliero era ormai un puntino lontano.
Thomas, che si era limitato a un fugace “arrivederci” rivolto alle due donne, finalmente riprese a parlare.
«Come ti è venuto in mente?»
«Che cosa?»
«Di spiattellare a quella ragazza che sono il figlio di una segretaria!»
«Perché?» obiettò Sebastian. «Non devi offenderti: è proprio così.»
«Potevi almeno risparmiarti quelle assurdità sulla nobiltà d’animo» replicò Thomas, «anche se, devo ammetterlo, la mia nobiltà d’animo è l’unica ragione per cui non ti ho tirato un pugno sui denti.»
Sebastian rise.
«Non prendertela, Thomas. In fondo è vero che sei il figlio della segretaria.»
«Non c’era alcun bisogno di riferirlo a Vivien Harrowby» puntualizzò Thomas. «Era così carina. Mi sarebbe piaciuto conoscerla meglio.»
«Scordatelo» ribatté Sebastian. «Sarò io a conoscerla meglio. Voglio che mio padre possa dirsi fiero di me.»

***

Fuori casa senza cappotto faceva freddo, ma la solitudine riscaldava di più dal fuoco che ardeva nel camino. Sebastian cercò di immaginarsi che cosa stesse accadendo dentro. Gli parve quasi di sentire il vociare degli ospiti, di avvertire la sensazione delle fiamme che bruciavano, di vedere quelle infinitamente più piccole sulle candele. Gli parve perfino di udire la voce di Alistair Harrowby dietro di lui.
«Ti stai nascondendo, Ashbourne?»
Quella non era una fantasia, era proprio la voce del cugino di sua moglie. Sebastian si girò molto lentamente.
«Che cosa vuoi?»
«Ti vedo molto provato» disse Alistair, con quel suo tono subdolo. «È perché ci stiamo avvicinando a Natale, vero?»
«No, figurati» mentì Sebastian. «Lo sai come la penso: i giorni sono tutti uguali, abbiamo solo deciso di chiamarli diversamente.»
«Non per questo gli anniversari si fanno sentire di meno» obiettò Alistair. «Ricordi bene anche tu, quando sei stato al matrimonio di Vivien e Thomas Redfern. Ricordi bene quando hai indossato l’uniforme elegante dei camerieri e ti sei camuffato in mezzo a loro. Nessuno ha fatto caso a te. Sei stato molto bravo a nasconderti.»
Sebastian obiettò: «A un matrimonio, nessuno fa caso ai camerieri. In generale, nessuno fa caso ai camerieri. Non c’è da sorprendersi che mi abbiano ignorato tutti.»
«Perfino Vivien ti ha ignorato» puntualizzò Alistair Harrowby. «Un tempo era stata innamorata di te, ma quel giorno si era appena sposata con un altro uomo e, per lei, non eri altro che un frammento di passato ormai dimenticato.»
«Quello che è stato è stato» replicò Sebastian. «Perché dobbiamo parlarne adesso? Te l’ho già chiesto: che cosa vuoi da me?»
«Sai bene come la pensavo: venendo al mondo, Vivien mi aveva deprivato di un’eredità che altrimenti sarebbe stata mia. Non ho ricevuto un solo centesimo, alla morte di mio zio. Non potevo accettarlo. Avrei fatto di tutto per rovinare il “giorno più bello” della vita di mia cugina e tu eri il complice perfetto. Non mi aspettavo che fossi capace di spingerti così in là. Non credevo che fossi in grado di...»
Alistair stava straparlando. Sebastian si affrettò a interromperlo: «Stai dicendo un’assurdità dopo l’altra! Non avevi alcun diritto di mettere le mani su quel denaro. Erano i soldi di tuo zio, non i tuoi. Ne ha disposto come meglio credeva. In fondo, era più giusto che andasse tutto a sua figlia, invece che a un nipote avido al quale non interessava niente di lui.»
Harrowby rise.
«Oh, certo! Come se Vivien fosse stata una figlia amorevole! Credi che le sarebbe interessato qualcosa di quel vecchio incartapecorito che si ritrovava come padre, se non fosse stato ricco? Sei un vero idealista, il che è quantomeno curioso, considerando che voi Ashbourne sareste andati in rovina e che hai sposato Vivien soltanto per salvare la tua famiglia.»
«Che cosa vuoi da me, Harrowby?»
«Niente, solo giocare un po’ con il tuo senso di colpa.»
«Trova un altro gioco da fare» gli suggerì Sebastian. «Perché non provi ad appassionarti per esempio agli scacchi? Penso sia un passatempo più rispettabile, se paragonato all’infastidirmi.»
Alistair Harrowby sogghignò.
«Gli scacchi, eh?»
«Sì, gli scacchi» ribadì Sebastian. «Ci hai mai fatto una partita?»
«Con John Carlisle Jr, qualche volta» ammise Alistair. «Trovo noioso trascorrere il tempo davanti a una scacchiera. Perché impegnarsi per studiare le proprie mosse su un pezzo di legno decorato a quadretti, oppure cercare di prevedere quelle degli avversari, quando si può impiegare la stessa capacità nello studiare e prevedere fatti della vita reale? I veri rivali non sono quelli che affrontiamo seduti a un tavolo, davanti a una scacchiera, ma quelli che ci spargono terra bruciata intorno.»
«O, nel tuo caso, quello a cui tu stesso spargi terra bruciata intorno» ribatté Sebastian. «Te lo ripeto, Harrowby: sto aspettando che tu sia più esplicito. Vuoi del denaro? Non fai altro che parlare di soldi. Dimmi che cosa devo fare per essere lasciato in pace.»
«Per essere lasciato in pace, non avresti dovuto farti cogliere sul fatto» sentenziò Alistair. «Ho visto quello che hai fatto.»
Sebastian sussultò. Fu scosso da un brivido, ma non era il freddo a spiegare quella sensazione. Non aveva bisogno di un grosso sforzo di immaginazione per rivedere con gli occhi della mente quel macabro spettacolo.
«Tu non sai quello che è successo.»
«Posso immaginarlo.»
«Immaginare non è come avere visto.»
«Non c’è stato bisogno di vedere. L’uomo che ti aveva portato via Vivien era morto e tu eri vivo accanto al suo cadavere.»
Le parole di Harrowby suonavano macabre. Fino a che punto “eri vivo” era un concetto in linea con la realtà? Sebastian se lo chiese: era davvero vivo, o si limitava a esistere? La sua linfa vitale c’era ancora o era stata prosciugata dal cadavere di Thomas Redfern?
«Fa freddo» dichiarò. «Torno dentro.»
«In effetti non è stata una grande idea andare fuori senza cappotto» replicò Alistair Harrowby. «Te ne sei andato in fretta, come se volessi scappare?»
«Me ne sono andato in fretta perché non posso mandare via tutti voi» puntualizzò Sebastian. «Non posso prendere quelle maledette corone da morto e buttarle a bruciare nel fuoco del camino. Non posso usare quel dannato albero di Natale per alimentare le fiamme, dopo avere fatto a pezzi quelle assurde palle di vetro. Però una cosa la posso fare: la tua presenza non è gradita. Non mi importa che sia stata Vivien a invitarti. Vai dentro a chiamare tua moglie, poi vattene e non farti più vedere. Ne ho abbastanza di te e delle tue accuse.»
«Mi stai dicendo che la voce della tua coscienza, invece, non ti tormenta?» insisté Harrowby. «È davvero strano. Ho sempre creduto che ce l’avessi, una coscienza. Non sei quel tipo di assassino a sangue freddo che non si pente delle proprie azioni. Sono certo che la notte fai fatica a prendere sonno. Quando riesci a chiudere gli occhi, finisci per sognarlo. Sei sul veliero, illuminato a giorno per quel ridicolo ricevimento nuziale. Guardi il mare buio, magari pensi di buttarti di sotto, perché hai perso tutto. La donna che volevi sposare per interesse ti ha rifiutato prima ancora che tu potessi proporle il matrimonio ed è felice, accanto allo sposo che si è scelta. Senti l’odore del mare, lo respiri a pieni polmoni...»
Sebastian affermò: «Stai dicendo un mucchio di scemenze. La notte non sogno di sentire puzza di alghe e di pesce morto.»
«Oh, sì, invece» proseguì Alistair Harrowby. «Sei sommerso dalla puzza di alghe e di pesce morto. Non respiri altro che alghe e pesce morto. Perfino Vivien e Thomas ti appaiono come alghe e pesce morto. Tu stesso sei alghe e pesce mort-...»
«Basta!» gli intimò Sebastian. «Ne ho abbastanza di sentire le tue storie prive di senso. Ti ho detto cosa devi fare: vai a chiamare tua moglie, poi andatevene. Inventati una scusa. Non voglio che Catherine sia costretta a scoprire che individuo spregevole sei, sempre ammesso che non lo sappia già.»
«Sei l’ultima persona al mondo che può permettersi di giudicarmi. Mi chiami individuo spregevole, ma chi sei per poterlo dire, dopo quello che hai fatto tu stesso? Tu hai commesso un omicidio e io ho finto di non vedere. Ti sei sposato con la vedova dell’uomo che hai ammazzato. Vivi sotto il suo stesso tetto, ti addormenti accanto a lei ogni sera. Ti ho visto.»
Sebastian cercò di trattenere i conati di vomito. Non riusciva a sopportare la presenza di Alistair Harrowby. Quell’uomo voleva rovinarlo e ci stava riuscendo. Ogni parola era come una coltellata, ma nessuna sarebbe stata sufficiente per ucciderlo.
Sebastian ribadì: «Devi andare via. Non ti voglio a casa mia.»
Alistair gli strizzò un occhio.
«Non sono dentro casa.»
«Sei comunque dentro la mia proprietà e ti invito ancora una volta ad andare via. Non costringermi a tornare dentro e a dire la stessa cosa, davanti a tutti, anche a tua moglie. Avrà anche commesso l’errore di sposarsi con un individuo rivoltante, ma non merita di essere sottoposta a un simile imbarazzo.»
«Dovrei ringraziarti, Ashbourne?»
«Non mi interessa essere ringraziato da te. Voglio solo che tu te ne vada e che non osi mai più presentarti ad Ashbourne Manor.»
Alistair Harrowby si arrese: «Come vuoi. Posso andarmene, ma non servirà a cancellare i tuoi rimorsi.»
«Con i miei rimorsi, sono io a doverci convivere» puntualizzò Sebastian. «Quello che provo non ti riguarda.»
«Sei il marito della mia amata cugina Vivien» ribatté Harrowby. «Quello che provi mi riguarda. Il fatto che tu spenda il suo denaro mi riguarda.»
«Ti ho già detto che sono pronto a valutare richieste economiche» mise in chiaro Sebastian. «Non so che cosa non ti sia chiaro. Tutto quello che desidero è essere lasciato in pace e, se non posso averlo senza pagare, sono disposto a comprarlo.»
Alistair Harrowby gli voltò le spalle.
«Vado dentro a dire a moglie che dobbiamo andare a casa.»
Senza dire altro, si diresse verso la porta. Sebastian lo guardò scomparire, consapevole di avere peggiorato la situazione.
“Ti ho visto” gli aveva detto Harrowby.
Non aveva visto nulla. Non poteva averlo visto mentre uccideva Thomas Redfern, perché non aveva mai commesso un’azione così scellerata. L’aveva trovato morto sugli scogli. Si era sentito come se l’avesse ammazzato lui stesso, in certi momenti. Era addirittura arrivato a chiedersi se l’avesse fatto e poi l’avesse rimosso dai propri ricordi.
Non era successo. La volontà di Alistair Harrowby non avrebbe cambiato le cose. Non l’avrebbe reso l’assassino che non era, nonostante si fosse comportato come un colpevole che ammetteva le proprie responsabilità.
Invidiava Redfern. Morendo sugli scogli, si era liberato di ogni impiccio. Gli sarebbe piaciuto essere al suo posto, non avere a che fare con quelle stupide accuse. Thomas era stato fortunato, quel trauma cranico era stato una benedizione. Sebastian si immaginò al posto suo. Riuscì a vedere il proprio cadavere: un’immagine salvifica e rilassante, che sarebbe stato bello trasformare in qualcosa di reale. Se fosse morto, nessuno l’avrebbe rimpianto, se non chi, ogni anno, il giorno di Natale gli inviava crisantemi accompagnati da un biglietto inquietante.
Quello del quarto anno era stato il più lungo e intenso:

Non dimenticherai mai, Sebash.
Ho visto quello che hai fatto e non importa che tu possa cancellare le prove, il peso delle tue azioni ti accompagnerà sempre.
Non c’è nulla che tu possa bruciare e cancellare, resterai sempre colpevole del male che hai fatto e ne sarai schiacciato.
Non ero un pezzo degli scacchi, ma mi hai trattato come tale.

Era ironico che, parlando con Harrowby, Sebastian si fosse ritrovato a menzionare proprio il gioco degli scacchi. Sul momento, non aveva pensato a quel biglietto maledetto. Era un foglio più grande, ripiegato in quattro parti, doveva essere l’unico modo per riuscire a inserire un testo così lungo scrivendolo con uno spesso tratto di tempera.
Si chiese se avesse mai considerato Thomas come una semplice pedina. Forse sì, forse l’aveva sempre fatto. L’aveva voluto accanto a sé, quando era solo il figlio della segretaria, per sfuggire alla monotonia di un’esistenza in cui non aveva amici accanto. Aveva dato per scontato che non avrebbe mai fatto nulla per avvicinarsi a Vivien, non solo per via della loro diversa estrazione sociale, ma semplicemente perché l’aveva invitato a stare lontano da lei. Aveva creduto che bastasse impartire ordini, affinché questi venissero eseguiti.
Non era stato così. Thomas aveva evitato di avvicinarsi a Vivien, all’inizio, ma non appena questa aveva rifiutato Sebastian doveva essersi fatto avanti. Era riuscito perfino a convincerla a sposarlo, dimostrando un grado di audacia di cui Sebastian non lo riteneva capace. Era andato avanti, l’aveva lasciato ancorato ad Ashbourne Manor e al desiderio di salvare la tenuta di famiglia, un desiderio che non gli proveniva dal cuore, ma che gli era stato inculcato nella mente fin dal giorno in cui era venuto al mondo.
Sebastian non era mai stato considerato come un individuo a sé stante. Era un Ashbourne, era un erede, era colui che avrebbe dovuto tramandare il cognome ai propri discendenti. Per farlo, però, serviva anche quel denaro che la sua famiglia non era riuscita ad accumulare, forse proprio perché troppo ancorata a vecchie tenute e a tradizioni obsolete non più sostenibili. Allora erano iniziate le esortazioni a sposare una ragazza ricca, aveva iniziato a essere considerato un fallimento perché non dava al nome degli Ashbourne ciò di cui aveva bisogno.
Alla fine, per ironia della sorte, aveva proprio sposato quella Vivien su cui aveva messo gli occhi un giorno di tanti anni prima sulla spiaggia. L’aveva fatto e si era condannato a una situazione di stallo senza fine, dalla quale non sarebbe mai uscito. Aveva tutto ciò che un tempo avrebbe desiderato, ma non era più la stessa persona di un tempo. Seppellire il cadavere di Thomas non era servito: il suo spirito era ancora vivo e non se ne sarebbe mai andato.
Per quanto fosse un pensiero delirante, magari era proprio lui a scrivergli ogni anno. Lo faceva per metterlo di fronte alle responsabilità, per ricordargli che non sarebbe mai stato da solo, che ogni anno a Natale l’avrebbe tormentato, con l’intento indiretto di tormentarlo sempre.
“Non essere ridicolo” si ordinò, ma senza troppo successo. Ormai la suggestione si era impadronita di lui e nulla avrebbe potuto aiutarlo a tornare indietro. Era in balia del proprio passato, di se stesso e delle accuse di Alistair Harrowby.
Questo passò accanto a lui insieme alla signora Catherine. Si fermò, insieme alla moglie, e affermò: «È stata una bellissima serata. Mi dispiace andare via così presto, ma non posso trattenermi molto a lungo. Spero di rivederti presto, Ashbourne.»
Ancora una volta, Sebastian avvertì il bisogno di vomitare. Lo sguardo di Harrowby era penetrante, era palese che lo stesse sfidando. Sapeva che, davanti a Catherine, si sarebbe trattenuto in nome delle apparenze.
Dopo un profondo respiro, Sebastian affermò: «Anch’io spero di rivederti presto. È stato un vero piacere averti come mio ospite.»
La signora Harrowby si limitò a sorridere con aria da oca svampita. Sebastian sperava che Catherine fosse esattamente come appariva: l’essere dotata di scarso intelletto le avrebbe permesso di continuare a vivere sotto una cappa di vetro senza accorgersi di chi fosse davvero l’uomo che le stava accanto.
Alistair non sembrava ancora pronto ad andarsene, dal momento che lo invitò: «Vieni a trovarmi quando vuoi. Sei appassionato di scacchi, se non sbaglio. Magari possiamo fare insieme qualche partita.»
Catherine borbottò: «Scacchi. Da quando ti piacciono gli scacchi?»
Alistair obiettò: «Non importa cosa mi piaccia. Sai bene come la penso: l’ospite ha sempre ragione. Se Sebastian Ashbourne viene a trovarmi e vuole giocare a scacchi, il mio dovere è giocare a scacchi insieme a lui e dimostrargli che posso essere un valido avversario, poco importa quanto sia bravo a gestire la partita. Tutti abbiamo dei punti deboli. Sono certo Ashbourne ti dirà di no, ma non bisogna mai fidarsi delle parole di uno scacchista provetto. Dico bene, Ashbourne?»
Sebastian rispose, cercando di mantenere la calma: «In questo periodo sono molto impegnato, per cui non credo che avrò tempo per dedicarmi agli scacchi, ma devo smentirti. Hai detto che non ammetterei mai di avere dei punti deboli. Invece ne ho eccome. Mi lascio mettere in crisi troppo facilmente, quando qualcuno pronuncia giudizi affrettati nei miei confronti. Sono consapevole di dare, a volte, l’impressione di non avere argomenti per replicare, ma ti assicuro che non è così. Noi scacchisti provetti non siamo giocatori di carte, ma è come se avessimo un asso nella manica. Non si vede, ma prima o poi riusciremo a spiazzare i nostri avversari.»
Alistair Harrowby fece una risata appena accennata.
«Mi stai sfidando, Ashbourne?»
«Io non sfido mai nessuno» replicò Sebastian, «Ma non mi lascio mettere in crisi di fronte a una sfida.»
Non credeva alle proprie parole, ovviamente. Quando Harrowby era comparso di nuovo accanto a lui, si stava lasciando travolgere dall’idea che lo spirito errante di Thomas Redfern lo tormentasse con mazzi di fiori e biglietti inviati a Natale. Era molto più fragile di quanto lo stesso Alistair credesse. Se si fosse lasciato andare, si sarebbe sfracellato al suolo come una palla di vetro che adornava l’albero, ma l’importante era non darlo a vedere. Le paure interiori si potevano ammettere soltanto con sé stessi, mentre di fronte ai propri avversari - se proprio si doveva usare quel termine, senza ammettere che si trattava di veri e propri nemici - era necessario mostrarsi sempre decisi e determinati.
Senza scomporsi, Alistair sibilò: «Lo vedremo, Ashbourne.»
Furono le ultime parole che pronunciò prima di andarsene, con la moglie accanto a sé.
Sebastian si precipitò in casa. La temperatura interna gli diede, almeno per qualche istante, una sensazione di piacevole tepore.
Dal salone provenivano le voci degli ospiti. Le ignorò. Si diresse nello studio, aprì il cassetto e si mise a rovistarvi dentro. I biglietti ricevuti insieme ai mazzi di fiori erano tutti ordinati. Avrebbe voluto prenderli, recarsi nel salone, gettarli tutti in mezzo al fuoco del camino e guardarli mentre bruciavano, scomparendo una volta per tutte. Si limitò a richiudere il cassetto, facendolo sbattere con forza.
Non importava che la vita gli scorresse ancora dentro. Non importava il fatto di respirare. Dentro di sé, era già morto. Si stava consumando giorno dopo giorno, tra ricordi maledetti e stupide corone di agrifoglio appese alle pareti. Di lì a poco avrebbe ricevuto un settimo mazzo di fiori, accompagnato da un altro biglietto pieno di accuse.
Se l’esistenza umana fosse stata una partita a scacchi, non avrebbe avuto alcuna probabilità di vittoria. Per la seconda volta nell’arco di a malapena mezz’ora desiderò avere fatto la fine di Thomas, quella sera, sugli scogli. Gli sembrava di essere là: l’odore delle alghe, quello del pesce morto, il tutto mescolato alle voci degli invitati festanti. Era uno spettacolo rivoltante, così come era rivoltante non avere potuto fare nulla, se non rimanere immobile, accanto al cadavere, a fissare quello che restava del suo amico d’infanzia.
La porta si aprì, Wilfred Trent si affacciò timidamente.
«Si sente bene, signor Ashbourne?»
Sebastian alzò lo sguardo. In un altro momento, si sarebbe messo a inveire contro il maggiordomo, chiedendogli come si fosse permesso di disturbarlo in un momento così intimo. Non trovò la forza per dire nulla. Trent non se ne andò. Anzi, si avviò verso di lui, dopo avere richiuso la porta dietro di sé.
«Signor Ashbourne?»
Sebastian lo fissò, senza parlare.
Il maggiordomo insisté: «Si sente bene? Posso fare qualcosa per lei?»
«Può portarmi un tè corretto con il cianuro» mormorò Sebastian. «Non c’è altro che io desideri.»
Wilfred Trent fece un altro passo, al quale ne seguì uno ulteriore.
«No, non si sente bene» sentenziò, «e immagino di non potere fare nulla per lei.»
Sebastian annuì.
«Vedo che hai capito. Adesso lasciami da solo e levati di torno.»
«Ammetto che sarebbe la soluzione più semplice» ribatté Trent. «Lavoro per la sua famiglia da decenni e ho sempre ricevuto una paga regolare. Le cose non sono cambiate quando ha preso le redini di questo Ashbourne Manor. Potrei ignorare il suo stato d’animo. Potrei fare finta di nulla. Se sono qui, però, è perché vorrei davvero fare qualcosa per aiutarla. È evidente che ci sia qualcosa che non va.»
«Quel ricevimento maledetto» borbottò Sebastian.
«È sicuro che sia solo colpa del ricevimento?» obiettò Trent. «Che il Natale non le piaccia, me ne sono accorto, ma...»
Sebastian lo interruppe: «Non volevo questa gente in casa. A Vivien, però, fa piacere, quindi non mi sono opposto.»
«Lo so. So che non è solo colpa del Natale. Immagino che sia tormentato da degli spiacevoli ricordi e che non riesca a liberarsi.»
«Trent, sei un maledetto maggiordomo, non uno strizzacervelli!» sbottò Sebastian. «Smettila di psicanalizzarmi. Non sai niente di me.»
«Invece so molte cose» replicò Trent. «Vedo il suo turbamento farsi più intenso giorno dopo giorno, vedo il modo in cui guarda l’albero, le decorazioni, gli invitati... È per i fatti accaduti al primo matrimonio della signora Vivien, non è vero?»
«Lasciami in pace, a meno che tu non voglia essere licenziato.»
«Con la mia esperienza, troverei senza dubbio lavoro molto presto, magari a casa di una persona meno disturbata di lei.»
«Sei d’accordo con quel bastardo di Alistair Harrowby? Per caso ti ha corrotto? Vuole che anche tu mi lanci accuse senza senso?»
«Signor Ashbourne, ha ragione quando dice che sono un “maledetto maggiordomo” e non uno strizzacervelli, quindi spero che mi perdonerà se mi spingo ad analizzare di nuovo i suoi strani comportamenti. È turbato, ma la ragione del suo turbamento le viene da dentro. Non potrà mai essere davvero libero, se continuerà a nascondersi. Non so che cosa possa avere combinato il signor Harrowby, ma è sicuro che il problema sia lui? Non è forse lei stesso la causa di tutti i mali che la affliggono?»
Sebastian insisté: «Vuoi chiedermi anche tu se mi sembra di sentire puzza di pesce morto? Se sento l’odore di alghe che mi penetra nelle narici? Se mi sembra di essere su una dannata spiaggia? Se mi sento forzato a dire “c’è un mare bellissimo, oggi” quando la verità è che il mare mi fa schifo? Mi disgusta la sabbia che non fa altro che svolazzare a ogni sbuffo di vento, mi disgusta il pesce morto, per non parlare di quelle disgustose alghe che si riversano sulla riva e che si appiccicano sugli scogli accanto al molo.»
«Signor Ashbourne» chiese il maggiordomo, in tono quasi paterno, «per caso ha bevuto?»
«No.»
«Allora dovrebbe bere qualcosa di forte. Le farà bene.»

   
 
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