Questo capitolo partecipa alla challenge "Calendario dell'Avvento 2025" indetto da Rosa66@ sul forum Ferisce la penna con il pacchetto dell'8 Dicembre: a) Un regalo appare sotto l'albero ma nessuno sa chi l'abbia portato.
Ogni anno, la dinamica era sempre la stessa. Wilfred Trent acquistava i crisantemi da una cara amica fioraia - un po’ più di un’amica, ma era meglio non far trapelare nulla per evitare le maldicenze di Harriet Cray - che non l’avrebbe mai tradito, preparava il mazzo e scriveva il proprio messaggio. La mattina del 25 dicembre, quando era ancora molto presto, portava il dono nel salone, posandolo su un ripiano accanto all’albero di Natale. Più tardi, riferiva al signor Ashbourne che un fattorino aveva consegnato quei fiori per lui.
Sebastian Ashbourne non diceva nulla, ma Trent non aveva bisogno di parole per comprendere che brancolava nel buio: per lui si trattava di un regalo misterioso, di cui non conosceva l’autore. Tale autore, invece, era al corrente dei suoi segreti: quella consapevolezza doveva spaventarlo, anche se non vi era alcuna prova contro di lui.
Trent aveva riflettuto lungamente sulla conversazione avuta con Alistair Harrowby, seppure senza giungere a una conclusione. L’aveva perfino menzionato con la signorina Cray, senza immaginare che avrebbe scatenato la governante.
«Resti tra noi» aveva sussurrato Harriet, «ma ho visto e sentito cose molto strane, a proposito di quell’individuo.»
Di solito non vi era “resti tra noi” che non venisse condiviso con l’intero personale di servizio, ma Trent si era accorto subito di quanto quella circostanza fosse diversa.
«Resterà tra noi» le aveva assicurato. Non aveva alcuna intenzione di riferire eventuali dettagli scabrosi alle cameriere. Non gli interessava spettegolare sul signor Harrowby, quanto piuttosto scoprire dettagli, se non veri quantomeno verosimili, su quell’uomo. «Che cos’hai sentito su di lui?»
«Una delle mie sorelle, anni fa, ha lavorato per alcuni mesi come cuoca a casa sua» aveva risposto Harriet Cray. «In seguito, ha lasciato quell’occupazione perché si era liberato un posto come domestica a ore presso la famiglia per cui suo marito fa il giardiniere, quindi ha ritenuto opportuno scegliere di...» Si era interrotta. «Scusami, sto divagando. Mi hai chiesto del signor Harrowby, invece mi sono messa a parlare di mia sorella.»
«Non fa niente» l’aveva rassicurata Trent.
In realtà, avrebbe voluto ordinarle di passare subito all’argomento scottante. Non ve ne era stato bisogno, dato che la governante si era subito lasciata andare: «Secondo mia sorella Annabel, il signor Alistair era piuttosto indispettito per non avere ricevuto un solo quattrino al momento della morte di suo zio, il padre della signora Vivien. Una volta, in assenza della governante, ha dovuto andare a svolgere alcune faccende in soggiorno. Prima di entrare, ha udito Alistair Harrowby che, insieme a un altro individuo, parlava della presunta ingiustizia subita. “Tutto perché non mi scorre davvero il sangue della famiglia Harrowby nelle vene” ha esclamato, piuttosto adirato. Vorrei specificare che Annabel non è un’impicciona, ma una simile affermazione non poteva non catturare il suo interesse.»
Trent aveva azzardato: «C’era dietro qualche storia strana? Il signor Harrowby era nato da una relazione extraconiugale?»
«Annabel non è il tipo di persona che crederebbe a simili fandonie» aveva chiarito Harriet, «ma mi ha confessato che le era balenato un simile pensiero, ragione per cui ha pensato bene di rimanere dietro la porta ad ascoltare il resto del discorso. In realtà, non vi era nulla di scottante: pare che Alistair Harrowby fosse il figlio di una coppia di amici di famiglia, deceduti in tragiche circostanze durante un lungo soggiorno nelle Indie Orientali. Alla morte di questi, non avendo parenti viventi, i signor Harrowby padre decise di adottarlo.»
«Capisco. Quindi il signor Alistair e la signora Vivien sono cugini soltanto legalmente, ma non lo sarebbero di sangue.»
Quella di Trent era stata soltanto un’osservazione casuale, ma Harriet aveva sfoderato un sorriso radioso.
«Non mi dire che sai già dove voglio andare a parare.»
«Veramente no.»
«Annabel, di solito, stava nelle cucine Harrowby, ben lontana dalla possibilità di venire casualmente a conoscenza degli affari del padrone di casa. Così come quella volta, però, di tanto in tanto c’era l’occasione di udire qualche parola. Poco prima di cambiare occupazione, le è capitato di vedere la signora Vivien, che era andata a fare visita al signor Alistair. Secondo Annabel, i due sembravano molto intimi.»
Trent aveva spalancato gli occhi.
«In che senso intimi?»
Harriet aveva abbassato la voce più che mai: «Amanti.»
Trent aveva scosso la testa.
«Non è possibile! Il signor Harrowby pare non avere in simpatia la cugina, che a quanto pare è solo la cugina adottiva.»
«Anch’io ho detto la stessa cosa ad Annabel, quando ha avuto l’ardire di fare quell’affermazione. Mia sorella, però, non ne ha voluto sapere. Dice che ha sia un buon udito, sia una buona vista, quindi è certa di quello che asserisce. Peraltro quei due potrebbero essersi nascosti grazie alla loro parentela ufficiale. Chi potrebbe mai sospettare?»
«Non posso dire che non sia una sorpresa» aveva ammesso Trent. «Non...»
Si era interrotto: erano stati raggiunti da una delle cameriere più giovani, la quale, ovviamente, non doveva sapere nulla di quella conversazione riservata. Harriet Cray era stata bravissima a cambiare argomento, trovandone uno che potesse catalizzare l’attenzione. Wilfred Trent aveva lasciato le due donne da sole a parlare del nuovo fattorino assunto presso il negozio del fruttivendolo. Quel ragazzo non era passato inosservato presso le cameriere, le quali avrebbero senz’altro desiderato avere con lui quel grado di intimità che secondo la sorella di Harriet esisteva tra la signora Vivian e il cugino adottivo.
Non che Trent fosse del tutto convinto di quanto millantava Annabel Cray: quella donna poteva avere lavorato di fantasia e, saputo che Alistair Harrowby non era un “vero Harrowby”, essersi immaginata che tra lui e la cugina vi fosse una relazione amorosa. La signora Vivien non aveva mai dato segno di essere interessata a uomini che non fossero il marito. Agli occhi attenti di Trent, inoltre, non era mai sembrato che vi fosse qualcosa di poco chiaro tra lei e il signor Alistair, ma poteva essere stata molto brava a nascondersi. Del resto, non dava l’idea di essere quel tipo di persona che si affezionava seriamente al coniuge, visto che aveva sposato in seconde nozze il potenziale assassino del primo marito.
Trent decise di non complicarsi troppo la vita. Aveva uno scopo, che era quello di mettere Sebastian Ashbourne di fronte alle proprie responsabilità. Era ormai giunto il momento, per il settimo anno consecutivo, di passare all’azione e di osservare quale sarebbe stata la reazione dell’interessato. Non si sarebbe risparmiato, gli avrebbe scritto qualcosa di più diretto, l’avrebbe spinto a rivelarsi per quello che era.
Quando giunse il momento di imprimere con la tempera il messaggio sulla carta, scelse con cura le parole:
Sei stato tu, Sebash.
È arrivato il momento di ammettere quello che hai fatto.
Ti aspetto sul molo.
Ti trascinerò in acqua, il tuo spirito verrà a farmi compagnia.
Wilfred Trent lesse e rilesse il biglietto, chiedendosi se non stesse esagerando. In certi momenti, il signor Ashbourne arrivava a ispirargli simpatia. Quando lo sentiva lamentarsi di quanto fossero di cattivo gusto le ghirlande di agrifoglio, che secondo lui avrebbero dovuto bruciare a fuoco lento tra le fiamme del camino, gli veniva quasi voglia di accontentarlo.
La sera prima, l’aveva addirittura incoraggiato: «Ormai è già Natale. Presto verrà il momento di mettere via tutti questi addobbi.»
Sebastian Ashbourne aveva sbuffato, prima di lamentarsi: «Non sarà mai presto abbastanza per fare sparire tutta questa paccottiglia inutile.»
«Ordini di sua moglie» aveva messo in chiaro Trent, per l’ennesima volta. «Se fosse per me, ne avrei fatto anche a meno.»
«È inutile che ripeti sempre le stesse cose» aveva replicato il signor Ashbourne. «Non mi importa niente di quello che pensi tu.»
Trent aveva replicato: «Allora perché non ne discute con sua moglie, se l’agrifoglio, le candele e l’albero le danno fastidio? Non ha fatto altro che ripetermi, ogni singolo giorno, che non le piacciono, e non esattamente con questi termini così pacati. Perdoni la mia invadenza, ma ne ha mai parlato con la signora?»
Inaspettatamente, il padrone di casa aveva riso.
«Si vede che non sei sposato, Trent! Se tu lo fossi, sapresti benissimo che la vita coniugale è una punizione divina nella quale la moglie fa addobbare le stanze come le pare e piace, mentre il marito deve sopportare in silenzio perfino le decorazioni più assurde. Beato te, Trent, che ti sei risparmiato questa vita di perdizione! Non ti rendi conto della tua fortuna.»
Era stato difficile non provare empatia per lui. Andando a posizionare il mazzo di fiori e il relativo biglietto accanto all’albero di Natale, Trent sentì una stretta al petto. Stava facendo la cosa giusta? Aveva creduto per anni che il signor Sebastian fosse colpevole della morte di Thomas Redfern e che quella “persecuzione” fosse necessaria. L’assassino di Redfern, si era detto, non sarebbe mai stato indifferente a quei messaggi. Un dubbio, tuttavia, iniziava ad assalirlo: “E se fosse innocente? Che cosa potrebbe pensare?”
Ammettendo, per assurdo, che non fosse stato Sebastian Ashbourne ad ammazzare Thomas, come si sarebbe sentito nel sentirsi accusato di un atroce delitto che non aveva commesso?
Wilfred Trent fece un profondo respiro. Non doveva lasciarsi impietosire, non poteva permetterselo. Qualsiasi fosse la trama ordita da Alistair Harrowby, il signor Ashbourne non poteva non essere colpevole.
Lasciò i fiori, con il relativo biglietto, dove dovevano stare. Attese che venisse il momento giusto, cercando di non apparire di disturbo.
A metà mattinata, gli si avvicinò.
«Signor Ashbourne?»
L’altro non alzò gli occhi.
«Sì?»
«È arrivato un regalo per lei, stamattina. Mi scusi se non gliel’ho detto prima, ma mi era passato di mente.»
Sebastian Ashbourne rimase in silenzio a lungo, prima di alzare lo sguardo di scatto.
«Fiori?»
«Esatto.»
«Crisantemi?»
«Temo di sì, ma non ne sono certo» mentì Trent. «Credo di averne visti degli uguali ai funerali. È plausibile che siano crisantemi.»
«Ho ricevuto un mazzo di crisantemi a Natale per gli ultimi sei anni» replicò il signor Ashbourne, gelido. «Com’è possibile che tu non sappia come sono fatti?»
«Ricordo che ha ricevuto dei fiori anche gli scorsi anni» rispose Trent, «ma non abbiamo mai discusso di che fiori fossero.»
«Lasciami solo» gli ordinò Sebastian Ashbourne, senza aggiungere altro. «Non ho bisogno della tua presenza.»
Trent annuì.
«Come vuole.»
Gli voltò le spalle e si allontanò, senza però andare troppo lontano. Il signor Ashbourne si infilò nel salone, chiudendo la porta con violenza. Trent si guardò intorno. Né la governante né le cameriere erano in giro. Sperando di non dare nell’occhio, tornò ad avvicinarsi. Sentì Sebastian imprecare ad alta voce. Non era successo, negli anni precedenti: si era sempre comportato con moderazione, senza mai esporsi troppo.
Quando la porta venne aperta, con la stessa impetuosità con cui era stata chiusa, Trent si ritrovò faccia a faccia con il signor Ashbourne.
Cercò di giustificarsi: «Mi sembrava che ci fosse una macchia sul legno.»
«Certo, ci sono sempre macchie sul legno, quando bisogna intromettersi nei fatti degli altri» ribatté Sebastian Ashbourne. «Pensi che non lo sappia che sei un impiccione di prima categoria? Anzi, di seconda categoria: non lo sarai mai tanto quanto quella zitella incallita della Cray!»
Trent avvampò.
«Io non...»
«Risparmia la voce» replicò il signor Ashbourne. «Se proprio vuoi renderti utile, vai a ripulire il salone.»
Si allontanò, lasciandolo solo. Trent varcò la soglia. I crisantemi erano a terra, a pezzi. Un foglio di carta appallottolato bruciava nel camino: il settimo messaggio non sarebbe andato a finire chiuso a chiave in un cassetto.
***
Ashbourne Manor era una trappola dalla quale Sebastian sentiva di non avere vie di fuga. I primi sei anni era riuscito a resistere e a controllarsi, ma ormai non aveva più quella possibilità. Doveva essere stato maledetto e non sarebbe più sfuggito al desiderio di vendetta di Thomas.
Se fino a poco tempo prima quel pensiero gli sarebbe sembrato assurdo, non riusciva più a credere che potesse esservi un’altra spiegazione. Thomas Redfern voleva vendicarsi. Era morto e lo considerava colpevole, al punto che Sebastian non poteva più fare nulla per non sentirsi tale. Non aveva spinto Thomas, ma era bastato essere presente per trasformare quella serata di festa in una tragedia.
Non avrebbe mai dovuto stare a sentire Alistair Harrowby. Non avrebbe mai dovuto salire su quel maledetto veliero, animato da chissà quali assurde intenzioni. Non ricordava nemmeno che cosa avesse detto, con esattezza, quando aveva parlato con gli sposi, dopo essersi svelato. Ricordava solo il modo in cui Thomas aveva spalancato gli occhi, chiedendogli come avesse fatto a salire su quella dannata imbarcazione.
«Ho i miei mezzi» aveva risposto Sebastian. «Assistere alla vostra fine era più importante di tutto il resto.»
Cercò di concentrarsi, di rammentare cosa fosse accaduto dopo. Gli sembrava di avere un vuoto. Era possibile che avesse rimosso quello che era successo?
Si sforzò di rimanere lucido, rimettendo a posto i pezzi. Vivien non aveva dato segno di avere udito le sue parole. A quel punto, una signora di una certa età le si era avvicinata e le aveva detto qualcosa.
La sposa si era allontanata, Sebastian era rimasto da solo di fronte a Thomas Redfern.
«Di quale fine stai parlando?» gli aveva chiesto costui.
«Finirà male» aveva affermato Sebastian. «L’hai sposata solo per il denaro. Prima o poi se ne accorgerà.»
«L’ho sposata perché siamo fatti per stare insieme» aveva affermato Thomas. «So che per te sarà molto deludente, ma sono una persona molto più realizzata di te. Io non ho bisogno di travestirmi da cameriere per imbarcarmi clandestinamente nella convinzione di potere minare la serenità di una coppia felice.»
Vivien aveva smesso di parlare con la signora. Si era avvicinata, inconsapevole di ciò che si erano detti. Si era limitata a squadrarlo con attenzione, gli occhi puntati sulla divisa, per poi affermare: «Sei molto elegante. Se voi Ashbourne doveste finire in rovina, farai comunque la tua bella figura, quando sei in abiti da lavoro, a meno che tu non scelga un’occupazione totalmente diversa.»
Sebastian aveva sentito le guance andargli in fiamme. Non gli era sfuggita la risata divertita di Thomas Redfern. In quel momento, realizzò a distanza di sette anni, avrebbe desiderato tanto fracassargli la testa. Se fossero stati da soli sugli scogli, forse avrebbe avuto il coraggio di spingerlo, nella speranza che la caduta gli fosse fatale.
Sarebbe servita molta fortuna, che senz’altro non l’avrebbe assistito. Invece di rimanere a fissare un cadavere, mentre l’odore intenso delle alghe, con quel suo retrogusto di pesce morto, gli dava la nausea, avrebbe visto Thomas rialzarsi. Sul momento l’avrebbe considerato un fallimento, ma presto avrebbe realizzato che quello era l’esito migliore possibile. Non voleva un cadavere sulla coscienza, specie quello di colui che un tempo aveva considerato un amico.
Redfern sapeva che non era stato lui a ucciderlo. Doveva avere riconosciuto il vero assassino, nel momento in cui lo spingeva. Forse si erano addirittura parlati, prima del delitto. Perché, allora, gli mandava quei messaggi? Che cosa sperava di ottenere?
«Non sono stato io» mormorò Sebastian.
La voce gli tremava.
Quando sentì una mano che gli si posava su una spalla, gli sfuggì un grido.
Vivien gli chiese: «Va tutto bene, Sebastian?»
Si girò di scatto.
«Sì.»
«Non mi sembra. È successo qualcosa?»
«No, è tutto a posto.»
Vivien insisté: «Con me puoi parlare.»
«Ah, sì?» obiettò Sebastian. «Non l’abbiamo praticamente mai fatto da quando ci siamo sposati. Sei sicura di volermi ascoltare?»
«Sì, ne sono sicura» replicò Vivien. «Avremmo parlato di più, se tu avessi cercato, in qualche modo, di comunicare.»
«Oh, quindi adesso è colpa mia, sono io che non comunico» dedusse Sebastian. «Sarà perché non ho niente da comunicare.»
Vivien non sembrava intenzionata ad arrendersi.
«È per i fiori, vero?»
«Quali fiori?»
«Quelli che hai ricevuto.»
«Cosa ne sai?»
«Non sono nata ieri. So distinguere un mazzo di fiori, specie se è uguale a quello che hai ricevuto l’anno scorso, quello ancora prima e, a ritroso, ogni anno a Natale, da quando ho memoria. Chi te li spedisce? Perché ti comporti così, dopo averli ricevuti?»
Sebastian si lasciò andare a una risata isterica.
«Saresti felice di ricevere un mazzo di fiori da morto, Vivien?»
«No, non credo.»
«Ecco, allora ti sei già data una risposta.»
«Sono i fiori a essere da morto o sei tu che li vedi come tali? Ti sei lamentato con il maggiordomo che anche le ghirlande appese alla pareti del soggiorno sarebbero “corone da morto”. Non lo sono. Sono comunissime decorazioni natalizie, che...»
Sebastian la interruppe: «Ti prego, Vivien, non parliamo di quelle maledette decorazioni con cui gli hai fatto riempire la casa. Non mi piacciono, lo ammetto, ma non hanno importanza, in questo momento. Vorrei solo essere lasciato in pace. Vado a mettermi il cappotto, poi faccio un giro, ho bisogno di prendere una boccata d’aria.»
Sua moglie volle sapere: «Dove vai?»
«In spiaggia.»
«A fare cosa?»
«Non lo so. Forse a guardare se c’è una coppia che si sposa a Natale, come avete fatto tu e il tuo primo marito.»
Di solito, non menzionavano mai Thomas Redfern, a meno che non fosse strettamente necessario. Erano passati mesi, se non anni, dall’ultima volta in cui Sebastian aveva accennato a lui in presenza di Vivien.
«Sì, è vero, io e Thomas ci siamo sposati il giorno di Natale» ammise, «ma non mi sembra una valida ragione per volere boicottare questa ricorrenza, come stai palesemente facendo tu. Ti danno fastidio le ghirlande, le candele, l’albero, il ricevimento... Si può sapere che problema hai? Se non volevi stare accanto a una vedova, avresti potuto fare a meno di sposarmi. L’abbiamo desiderato tutti e due, mi pare. Non ho mai fatto niente che potesse evocare quei giorni. Non c’è nulla che rimandi a Thomas, in questa casa, è come se non fosse mai esistito. Il passato, però, purtroppo, esiste.»
«Purtroppo?» ripeté Sebastian. «Perché dici così?»
«Perché la verità è che non avrei mai dovuto sposarlo.» Vivien fece un sorriso amaro. «In fondo, è un bene che sia morto.»
«Ah, sì?»
«Certo, Sebastian. Era un ostacolo alla nostra unione.» Vivien si spinse addirittura a ridere. «Se non fosse inciampato da solo, avresti dovuto ucciderlo tu, per dimostrarmi che avrei dovuto scegliere te.»
Se sette anni prima era stata la puzza di alghe a dargli la nausea, unita a quella del pesce morto, in quel momento bastarono le parole di Vivien. Come poteva fare un discorso così atroce con una leggerezza così sfacciata? Come poteva dichiararsi felice che Thomas Redfern fosse morto poche ore dopo la celebrazione del loro matrimonio?
Perché era condannato a sentirsi colpevole - e addirittura a essere descritto come tale dallo spirito della vittima - per un paio di battute poco felici, mentre la vedova affermava senza mezzi termini qualcosa di così grave e diretto? Perché Alistair Harrowby l’aveva tormentato, al ricevimento? Perché gli era totalmente preclusa la possibilità di avere un po’ di pace?
Si immaginò sul molo. Thomas gli aveva scritto che l’avrebbe trascinato in acqua. Sarebbe stato cullato dall’oblio, poi tutto sarebbe diventato buio. Allora, ne era certo, avrebbe finalmente avuto quella pace che meritava.
Non rispose alla squallida affermazione della moglie. Si mise il cappotto e la sciarpa, poi uscì di casa, dopo averla avvertita: «Non aspettarmi per pranzo.»
La spiaggia non era esattamente dietro l’angolo, ma scelse di recarsi sul posto a piedi. Sperava che camminare gli facesse bene, che potesse distrarlo dalle sue ossessioni, ma non funzionò. A ogni passo, un frammento di ricordi si faceva più vivido. Era certo che, presto o tardi, si sarebbe visto mentre spingeva Redfern. Non importava che fosse accaduto davvero o meno: le parole di Thomas, sul biglietto che accompagnava i fiori, erano dirette e insindacabili. Se una verità così atroce poteva essere fabbricata ad arte, allora tutto ciò che poteva fare era arrendervisi e lasciare che divenisse reale. Non aveva ucciso Thomas, ma una forza superiore gli aveva affidato il ruolo dell’assassino e non vi era nulla che potesse fare per sfuggire al proprio destino.
Giunto sulla spiaggia, si diresse verso il molo. Camminò fino agli scogli, spingendosi fino a dove aveva trovato Thomas morto.
Era giorno, ma gli sembrava che fosse sera, che fosse la luce del faro a illuminare il veliero che, dopo avere lasciato scendere i passeggeri, si allontanava in un’ultima coreografia. Il veliero non c’era, ma Sebastian poteva vederlo. Vedeva lo scafo in legno, con le sue incisioni. Vedeva le vele bianche, con una vaga sfumatura dorata data dall’illuminazione artificiale. Vedeva la figura elegante mentre scivolava via...
L’odore di alghe non era pungente come quella sera di sette anni prima. Faceva freddo, ma l’aria salmastra non era altrettanto fastidiosa. Sebastian infilò le mani nelle tasche del cappotto e cercò di tornare in sé, ma era certo che non vi sarebbe riuscito tanto facilmente.
Quando accadde, avrebbe preferito rimanere travolto dalla sgradevole sensazione di essere tornato a quei tempi, piuttosto che ritrovarsi, nel presente, a tu per tu con l’uomo che più detestava. Doveva essere parte della maledizione, non vi erano altre spiegazioni. Quell’individuo non poteva proprio partecipare a uno di quei lunghi e interminabili pranzi di Natale a cui tutti desideravano presenziare, piuttosto che andare a fare un giro, per qualche oscura ragione, sul molo? Sebastian si era recato sul luogo del delitto perché Thomas Redfern potesse fare di lui ciò che desiderava, non certo per sentire la voce irritante di Alistair Harrowby.
«Che cosa ti porta da queste parti, Ashbourne?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
«Sono io che l’ho chiesto a te. Sarebbe gentile se tu mi dessi una risposta.»
Sebastian sfilò le mani dalle tasche, voltandosi di scatto. Con la destra, prese a tormentare la sciarpa che portava al collo. Non diede una risposta ad Alistair, ma si limitò a un ordine: «Vattene.»
Guardandolo negli occhi, il cugino di Vivien rise.
«Se no cosa fai? Uccidi anche me, come hai fatto con quel poveretto?»
«Non ho ucciso Thomas Redfern!» esclamò Sebastian, con una convinzione che non si aspettava di sapere mostrare. Era vero, doveva arrendersi alla verità alternativa, ma era pur sempre la verità di Thomas Redfern, non quella di Alistair Harrowby. Non avrebbe mai dato a quel bastardo la soddisfazione di dichiararsi colpevole. «Non so perché tu sia venuto qui, se ci siamo incontrati per caso o se mi stai tormentando deliberatamente, tutto quello che so è che faresti meglio a lasciarmi stare.»
«Ma io ti ho visto» insisté Alistair, con il suo tono subdolo. «Ho visto quello che gli hai fatto, e tutto perché non riuscivi ad accettare l’idea che mia cugina Vivien si fosse sposata con un pezzente. L’hai ammazzato davanti ai miei occhi. Non puoi dire di no. Non ho prove per dimostrarlo, ma sono certo che eri tu. L’ho visto cadere, l’ho visto sbattere la testa sugli scogli. Quando sono arrivato, c’eri ancora. Lo guardavi, appagato dallo spettacolo. Avevi desiderato vederlo morto e il tuo sogno si era realizzato. C’era sangue sugli scogli e...»
Sebastian lo interruppe: «Basta! Non voglio più sentire la tua voce!»
***
Era successo tutto molto in fretta, Wilfred Trent aveva fatto a malapena in tempo a capacitarsene. Aveva udito la signora mentre parlava al telefono: «Ha ricevuto il suo mazzo di crisantemi e ha letto il biglietto. Era fuori di sé. Adesso è uscito. Ha detto che non tornerà per pranzo. Visto ciò che c’era scritto nel messaggio, non mi stupirebbe se fosse andato proprio là. Magari crede davvero che ci sia Thomas ad attenderlo.»
Il primo pensiero di Trent era andato a se stesso. Vivien Ashbourne l’aveva smascherato. Presto avrebbe dovuto rendere conto delle proprie azioni a lei oppure al signor Sebastian. Il suo piano poteva considerarsi fallito. Aveva perfino dato credito a tutti quegli stupidi romanzi polizieschi in cui il maggiordomo veniva descritto come il colpevole perfetto.
Fu una considerazione molto rapida. Realizzò subito che la signora Vivien non sembrava affatto disturbata dagli omaggi floreali ricevuti dal marito nel corso degli anni. Anzi, doveva avere capito già da tempo che cosa ci fosse dietro. Non aveva mai parlato, perché le faceva comodo. Per caso era convinta che fosse stato Sebastian Ashbourne a uccidere il suo primo marito? No, non era possibile. Se l’avesse considerato un assassino, non l’avrebbe sposato, a meno che non fosse ella stessa tanto marcia dentro quanto lo era il signor Sebastian.
Lo era davvero, poi? Aveva ucciso Redfern oppure qualcuno aveva ordito una trappola per farlo sentire colpevole? In tal caso, lo stesso Trent era caduto in quella trappola e aveva spianato, seppure in maniera inconsapevole, la strada al cospiratore. I fiori e i messaggi scritti a nome di Thomas, che fino a pochi minuti prima gli erano sembrati una necessità, iniziavano ad apparirgli come stonati e fuori posto, specie il contenuto di quello che gli aveva fatto trovare quella mattina.
Sebastian Ashbourne era sconvolto. Wilfred Trent non aveva idea di che cosa gli stesse ordinando l’istinto. Cosa sarebbe accaduto, se fosse andato sul molo, là dove Redfern aveva perso la vita sette anni prima? Dubitava che il signor Ashbourne potesse buttarsi di sotto e lasciarsi affogare, ma non poteva sottovalutare l’evidente stato di alterazione in cui si trovava dopo avere ricevuto il settimo mazzo di crisantemi.
Alla fine, Trent aveva ottenuto ciò che voleva: Sebastian Ashbourne era stato logorato dal senso di colpa e si stava comportando di conseguenza. Sua moglie, nel frattempo, affermava, al telefono: «Vedrai, si sistemerà tutto... a modo tuo.»
Sembrava molto in sintonia con l’interlocutore. Ricordando le confidenze che gli aveva fatto Harriet Cray, Trent immaginò che dall’altro capo del telefono vi fosse Alistair Harrowby, colui che tutti consideravano suo cugino, ma che poteva essere il suo amante.
Fu proprio dalla governante che Trent si diresse.
«Harriet?»
La Cray, che sembrava assorta nei propri pensieri, alzò lo sguardo.
«Dimmi.»
«Avrei bisogno di uscire, ma la signora Vivien non lo deve sapere. Riesci a coprirmi? Non so quanto mi servirà.»
Di fronte a una simile richiesta, Harriet oppose resistenza: «Se proprio devi andare via, non puoi inventarti una scusa e informarla?»
«No, è proprio questo il punto» replicò Trent. «La signora non deve sapere che sono fuori, è una questione di vita o di morte.»
La governante non era abituata a dovere gestire simili situazioni. Non lo prese sul serio e si lasciò andare a una risata.
«Devi incontrare una delle tue donne, Trent?»
«Ma no, come ti viene in mente!»
«Secondo me, non me la racconti giusta. Che cosa devi andare a fare?»
C’era un solo modo per mettere a tacere Harriet, quindi Trent le fece una promessa che non avrebbe potuto mantenere: «Ti riferirò tutto per filo e per segno, nei minimi dettagli.»
Harriet Cray scambiò quelle parole per un’allusione all’intimità e ribatté: «Non sono così sicura di volere conoscere i dettagli! Buon divertimento... e cerca di non fare troppo presto, la tua amica potrebbe non gradire!»
Trent si sforzò di ridere. Voltò le spalle a Harriet Cray e si allontanò. Questa lo raggiunse quando era ormai vicino alla porta.
«Vai fuori così?»
«Sì, perché?»
«Forse la tua amica gradirebbe vederti in abiti borghesi.»
Trent le strizzò un occhio.
«E se la mia amica preferisse vedermi senza indumenti?»
Harriet sospirò.
«Ti sembrano discorsi da fare davanti a una signora?»
«Tu non sei una signora» puntualizzò Trent. «Sei una zitella incallita senza speranze. Dovresti trovarti anche tu qualche amico. Il tempo passa, inesorabile. Un giorno ti pentirai di non esserti data da fare abbastanza.»
«Ti assicuro che gli amici non mi mancano» gli assicurò Harriet. «Se fossi al posto tuo, però, mi metterei almeno una giacca o un cappotto. Fuori fa molto freddo.»
Trent le diede ascolto. Si infilò un giaccone in fretta e furia, le rivolse un rapido cenno di saluto e se ne andò.
La strada per giungere al molo era lunga, ma non aveva altra possibilità che non fosse quella di percorrerla a piedi. Il signor Ashbourne non era andato via da tanto, forse faceva in tempo a raggiungerlo prima che fosse troppo tardi.
Che cosa gli avrebbe detto? Non ne aveva idea, ma non c’era tempo per riflettere su quell’aspetto. Era davvero una questione di vita o di morte: un uomo era stato ucciso, sette anni prima, e un altro rischiava di fare la stessa fine.
“Stavolta potrebbe essere colpa mia.”
***
Per quanto fosse paradossale, Alistair Harrowby sembrava divertito dalla situazione. Rideva, nel ribattere: «Non vuoi sentire la mia voce, eh? Quale vuoi sentire, allora? Quella di Redfern che ti chiama dall’oltretomba? Vuole portarti con sé, farti sprofondare tra le acque, trascinarti mentre coli a picco.»
«Basta!» ripeté Sebastian. «Perché ti diverti a tormentarmi? È perché, alla fine, ho messo le mani su quello che consideravi un patrimonio a te destinato?»
«Vedo che inizi a capire di essere soltanto un usurpatore, Ashbourne. È vero, Redfern era un pezzente qualsiasi, mentre tu sei un nobile, ma non cambia l’essenza: miserabile l’uno, miserabile l’altro. Non c’è da stupirsi se foste così amici, quando eravate ragazzini.»
«Se io sono un usurpatore, tu cosa sei? Il denaro era del padre di Vivien, non tuo. Non è colpa sua, se è venuta al mondo.»
Harrowby protestò: «Smettila con questi discorsi strappalacrime, Ashbourne. Cosa vuoi saperne tu, di come funziona il mondo?»
«Vorresti spiegarmelo tu?»
«Non ho nulla da spiegarti.»
«Sì, invece.» La presenza asfissiante di Alistair, all’improvviso, assumeva un senso. Quell’uomo si era presentato sul molo per sbeffeggiarlo, ma qualcuno doveva averlo mandato lì, un qualcuno che non poteva essere Thomas Redfern. «Chi ti ha detto dove trovarmi?»
«Non ha importanza.»
«Rispondi, Harrowby.»
«Altrimenti cosa fai?» ribadì Alistair. «Mi ammazzi, come hai fatto con Redfern?»
Solo a quel punto, Sebastian realizzò.
«Non l’ho ucciso. Sei stato tu!»
«Io?» Alistair Harrowby rise. «Sentiamo, perché avrei dovuto farlo?»
«Puntavi al patrimonio di Vivien» rispose Sebastian. «Non sopportavi l’idea che un “pezzente”, come lo descrivi, potesse diventare suo marito.»
«Eppure ho accettato che fossi tu a sposarla» replicò Alistair. «Ti ho detto che, per me, il titolo di Lord che un giorno erediterai non vale nulla. Sei un pezzente tanto quanto lo era il tuo amico, non cambio idea.»
«Sei stato tu a mandarmi i fiori?»
«Quali fiori.»
«Lo sai bene.»
«No, ti sbagli, Ashbourne. Non mi metto a mandare fiori ai poveracci che si sono riempiti le tasche sposando una donna ricca.»
«Invece sei stato tu» insisté Sebastian. «Mi hai tormentato per anni, hai fatto in modo che mi presentassi qui...»
«Oh, no» replicò Alistair Harrowby. «Non avrei nemmeno saputo della tua presenza qui, se non fossi stato informato da una persona a me cara.»
«Voglio il nome!»
«Tua moglie, Ashbourne.»
«Tieni Vivien fuori da questa storia, Harrowby!» gli intimò Sebastian. «Non sei nemmeno degno di pronunciare il suo nome.»
«Lo pensava anche lei, all’inizio, quando l’ho liberata di quel marito inutile che si era scelta» ribatté Harrowby. «Era distrutta, o almeno credeva di esserlo. Le ho fatto capire che la sua strada non era quella, che c’era ancora qualcosa di buono da raccogliere. Ha commesso l’errore di sposarsi con te, ma presto non sarai più un problema.»
«No, non può essere.» Sebastian scosse la testa. «È solo un’altra delle tue macchinazioni. Prima mi hai fatto credere di avermi visto mentre uccidevo Thomas, adesso affermi che Vivien conosca la verità...»
«È proprio così, Ashbourne» rispose Alistair Harrowby. «Vivien sa tutto e le sta bene. Perfino quello che sta per succedere a te è solo una piccola parte del tutto. Sai, Sebastian, penso proprio che un giorno diventerò il suo terzo marito e che finalmente entrerò in possesso di quello che mi è sempre spettato.»
***
Wilfred Trent intravide un’automobile che si allontanava. Era lo stesso modello di quella del signor Harrowby, forse era addirittura la stessa macchina. Non sapeva se stesse diventando paranoico, oppure se avesse intravisto qualcosa che fino a quel momento era stato ben nascosto. Non si pose troppe domande. Si diresse a passo spedito verso il molo, sul quale doveva avere camminato il signor Ashbourne poco prima.
Non vi era anima viva. Possibile che fosse già andato via? Trent raggelò al pensiero che il biglietto che gli aveva scritto potesse essergli servito come ispirazione.
Avrebbe potuto tornare indietro, in assenza di Sebastian Ashbourne, ma qualcosa lo spinse a restare. Avanzò, inspirando l’aria salmastra che odorava di alghe. Guardò gli scogli, un masso dopo l’altro. Si spinse vicino al faro, immaginando il suo datore di lavoro di sera, sette anni prima, mentre fissava il cadavere di Thomas Redfern.
Wilfred Trent vide il sangue sugli scogli. Non vi era traccia del signor Sebastian Ashbourne, ma Trent era certo che quel sangue fosse suo.
*** fine ***
Ho scritto questo racconto in quindici giorni esatti, dal 14 al 28 novembre. Ammetto di non esserne del tutto soddisfatta, ma i prompt del contest "Storie di Mare" che ho visionato erano tutti abbastanza lontani da ciò che scrivo di solito e sono andata per esclusione. Alla fine sono tornata, almeno vagamente, su quello che scrivo di solito, con questa minilong da approssimativamente 22'000 parole. Non credo sia uno dei miei lavori meglio riusciti (e non credo di avere reso molto bene l'ambientazione marina), però ci ho messo molto impegno e ho ritenuto giusto che vedesse la luce adesso, in modo da potere prendere parte anche ad altre iniziative.
Pacchetto Albatros (Storie di Mare) // Elemento: senso di colpa - Ambientazione: veliero - Genere: Drammatico - Bonus: a bordo è presente un passeggero clandestino.

