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Autore: PawsOfFire    24/12/2025    0 recensioni
Un anno era passato dal giorno in cui Okabe e Kurisu si ritrovarono tra i mille volti che affollavano una Akihabara afosa in un giorno d'estate.
Una sera di luglio, nel giorno del Tanabata, i due riescono ad organizzare un goffo appuntamento mascherato da "serata scientifica" per svelare i segreti più intimi e misteriosi della volta celeste e...passare un po' di tempo da soli.
Genere: Commedia, Fluff, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Kurisu Makise, Okabe Rintarou
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Un altro anno era passato.
Da allora, il tempo aveva ripreso a scorrere con la sua consueta ritmicità, privo di qualsiasi interferenza: solo la cicatrice sul fianco ricordava a Rintaro Okabe il susseguirsi degli eventi che avevano traghettato l’umanità verso la linea temporale nota come “Steins Gate”.
Ogni giorno che passava sembrava allontanare Okabe dai tristi eventi dell’estate precedente.
Nella natura stessa delle linee temporali oramai decadute, i ricordi gli apparivano sempre più come incubi febbrili piuttosto che avvenimenti reali.
I demoni lo avrebbero tormentato ancora a lungo. Ogni notte, appena chiudeva gli occhi, riviveva gli ultimi attimi di vita di persone che aveva amato con una lucidità tale da costringerlo ad usare farmaci, unici alleati per poter scivolare in un sonno artificiale e senza sogni.
Rintaro aveva preso una piccola abitudine. Così gli era stato suggerito: ogni volta che uno di questi incubi si manifestava, avrebbe dovuto mandare un messaggio. Bastavano poche righe attraverso la loro piattaforma di messaggi web RINE.
Oltre le luci della notte, al di là del giorno, qualcuno avrebbe risposto.
Kurisu Makise.
L’unica al mondo a sapere la verità.
Le linee temporali, il microonde telefonico, il Reading Steiner.
Certo, le aveva raccontato tutto ma, straordinaria come era, aveva collegato i punti ancora prima che Okabe proferisse parola.

Nonostante vi fosse un oceano intero a separarli, i due non avevano mai smesso di cercarsi.
Quando, in una delle segretissime videochiamate, Kurisu gli aveva rivelato in una fallita sorpresa che sarebbe tornata a Tokyo per le vacanze estive, il cuore di Rintaro aveva perso qualche battito: sarebbe stata la loro prima, vera, estate assieme.
Kurisu era piombata nel laboratorio in un giorno di inizio luglio con lo stesso cipiglio di sfacciata curiosità con la quale si era presentata nella linea Alfa.
Il suo arrivo aveva gettato nel panico una Mayuri sopraffatta dalla gioia di coinvolgere in qualsiasi iniziativa (letteralmente, qualsiasi) la sua amica d’oltreoceano.
Okabe, da parte sua, era più che contento che la sua amica d’infanzia fosse agitata e caotica: con impeccabile classe le avrebbe attribuito tutto quel trambusto e lui sarebbe passato come freddo, distaccato e calcolatore di fronte al ritorno di colei che oramai era la sua fidanzata. Ufficialmente.
Anche se nessuno dei due lo aveva mai ammesso davanti agli altri.
Mayushi si era gettata anima e corpo in una missione impossibile: indovinare le misure di Kurisu “a occhio” (e con molta fantasia), perché ovviamente anche lei doveva partecipare al Tanabata.
Okabe, nel frattempo, era sprofondato nel suo delirio da Hououin Kyouma, abbracciando con fierezza ogni più imbarazzante sfumatura del suo essere Chunibyo: di conseguenza, nessuno osò entrare nel laboratorio fino all’arrivo, tanto sospirato, di Kurisu Makise.

Anche quel 7 luglio la luce filtrava nel laboratorio immerso nel caldo estivo, accompagnato dall’incessante canto delle cicale.
Il laboratorio era vuoto, ma i segni del passaggio dei suoi abitanti erano ovunque: il computer di Daru era parzialmente sepolto sotto sacchetti di snack, e su una gruccia pendeva l’ultima creazione cosplay di Mayuri, già pronta per il ComiMa di agosto.
Come da tradizione le ragazze erano immerse nei festeggiamenti del Tanabata.
Nonostante il caldo Akihabara era addobbata a festa: lanterne, festoni colorati e desideri scritti su ogni angolo.
Mentre Ruka si affaccendava ad accogliere i visitatori al tempio, Mayushi, con tutta la forza dei suoi grandi occhioni imploranti, era riuscita a trascinare Kurisu nel cuore pulsante della tradizione nipponica, convincendola a indossare uno yukata a fiori scelto con molta cura.
Così, abbandonato e perso nel suo covo di scienza, l’autoproclamato scienziato pazzo si crogiolava nel dolce far niente, lontano da qualsiasi tipo di festeggiamento.
Il suo status meditativo aveva raggiunto vette tali da condurlo all’isolamento nirvanico, ignorando perfino il silenzioso rientro di Kurisu alle cinque inoltrate di pomeriggio.
Teoricamente lei avrebbe dovuto avvisare con una chiamata: se lo avesse fatto forse, ma proprio forse, Okabe si sarebbe fatto trovare in condizioni meno pietose.
Invece, eccolo: allungato sul divano, russante e con i piedacci nudi e pelosi che ciondolavano oltre i braccioli.
Per sua fortuna sembrò non farci caso. O meglio, Kurisu aveva scelto di ignorarlo perché sapeva benissimo che se lo avesse fissato un po’ troppo a lungo lo avrebbe trovato adorabile.
Allora sarebbe arrossita maledicendosi perché, con quattro miliardi di uomini nel pianeta terra, si era innamorata proprio di lui.

Non indossava lo Yukata a fiori rossi che le aveva procurato Mayuri. Probabilmente era passata in albergo a cambiarsi prima di tornare al laboratorio. Peccato, sarebbe stata adorabile agli occhi di Okabe.
“Christina! Non è gentile destare il sonno di uno scienziato pazzo in meditazione profonda…ti mangeresti le unghie delle mani se sapessi quali elucubrazioni sofisticate la mia mente stava elaborando…”
“Ma che elucubrazioni! Stavi russando!” sbottò Kurisu, appoggiando una lunga sacca nera sul tavolino accanto al divano.
“Questo è il sonno dei giusti, assistente. Einstein dormiva dieci ore al giorno…cosa sarebbe quel coso?”
Adesso che erano una coppia Okabe si era genuinamente ripromesso di mostrare a Kurisu una parvenza in più di eleganza. Perfino Daru, il suo sciatto amico super Hacka, era riuscito a sembrare un gentiluomo quando frequentava Yuki Amane.

Se ci era riuscito lui, sempre con le chiappe fuori dalle braghe e le mani immerse negli snack, sarebbe stato un gioco da ragazzi per una creatura superiore come Hououin Kyouma.
Invece, finì per stiracchiare le braccia magroline, sbadigliando come se stesse affrontando una visita dentistica.
Almeno Kurisu potè constatare la presenza di quattro solidi denti del giudizio perfettamente formati, dettaglio sempre più raro nella biologia umana.
“Un telescopio portatile. L’ho comprato in un negozio di elettronica poco distante da qui.
Pensavo…”

Con un sospiro Kurisu andò ad occupare una porzione di divano finalmente libera. La seduta era ancora calda…
“H-ho trovato un bel parco non troppo lontano da qui dove il livello di inquinamento luminoso è piuttosto basso e pensavo…potremmo osservare le stelle! I-in questo periodo dell’anno sono visibili tantissime costellazioni importanti come il triangolo estivo che è particolarmente rilevante oggi nel giorno del Tanabata- “
“In pratica è un modo scientifico per invitarmi ad andare in camporella lontano dai maliziosi sguardi altrui…io e te, al chiaro di luna finchè non volge il giorno…”

Un sorrisetto beffardamente ammiccante nascondeva l’ansia di un’uscita a due.
Distintamente Okabe percepì il divano molleggiare, sintomo che qualcuno si era alzato all’improvviso e con un certo rancore.

“OKABE! N-non è che te lo stia chiedendo perché ho qualche secondo fine o perché stia pensando a come potremmo passare una serata da soli…ah, al diavolo! Ti va di venire o no? Sappi che ci andrò comunque, con o senza di te!”
Il viso paonazzo di Kurisu celava in maniera poverissima tutto l’imbarazzo di una simile richiesta. Rintaro sapeva molto bene che erano poche le occasioni per passare del tempo assieme, soprattutto se entrambi erano troppo timidi per pensare a creare l’occasione. Momenti come quello che stavano passando non erano rari ma…creare una situazione romantica era più difficile che costruire una macchina del tempo.
Finse di pensarci sopra, enfatizzano una posa pensierosa e al contempo irritante.
“Kurisu Makise. Così hai deciso di passare la serata del Tanabata a guardare il cielo.
Romantico. Non pensare ad altro. Lascia fare a me. Voglio regalarti un’esperienza unica che difficilmente vivrai tra le asettiche e anguste mura del laboratorio…”

Guardandola negli occhi, Okabe le prese le mani. Le guance di Kurisu avvamparono.
Aveva appena…rigirato l’invito a suo favore? Adesso era lui ad invitarla a guardare le stelle?
Avrebbe voluto rinfacciargli la faccia tosta che aveva mostrato…invece finì per guardarlo con espressione ebete, sibilando una mite approvazione ed accettando la sconfitta solo per il bene dell’appuntamento.

 


 

“Questa sarebbe la cena romantica tanto decantata?”
Nell’affollato Konbini Okabe stava confrontando due confezioni di ramen istantaneo. Non che Kurisu avesse alte aspettative ma, presa alla lettera il “offro io la cena” si sarebbe aspettata qualcosa di leggermente più prestigioso degli spaghetti precotti.
“Fear not, Christina. Ho detto cena romantica, non che ti avrei portata a Ginza. Il concetto di romanticismo è astratto e intimo…manzo o pollo?”
“Manzo va bene. Immagino serva un bollitore o qualcosa del genere ma ci vai tu a recuperarlo, io sto portando il telescopio-“

“Dammi quel aggeggio e smettila di dubitare di me. E comunque caschi male, assistente: mi bastano due pietre per accendere un falò!”
“Ho capito compriamo qualcosa di realmente già pronto. Tipo…guarda. Questi Bento sono davvero carini e costano solo tre dollari!”

“Ah! Li converti in dollari così da sembrare più economici! Giusto, perché tre è un numero più piccolo di seicento...yen, l’equivalente di due confezioni di ramen e budini!”
“Okabe sei un pidocchio. Daru ha galantemente offerto a Yuki un mega curry XL al GoGo Curry…e tu stai facendo le pulci agli spiccioli! Pago I-“
“Dammi tregua, assistente! Lui lavora e io no! quale Bento volevi? Non avevo sentito bene, guarda quanta gente c’è…”

Uscirono dal minimarket con due Bento, un paio di Doc P. e quattro budini al caramello.

 



Kurisu, spavalda, affermava di poter raggiungere l’agognato parco con l’aiuto del navigatore nel cellulare.
Il problema era…come. Aveva una conoscenza sommaria dei mezzi pubblici di Tokyo e, nonostante si vantasse di conoscere la città degli angeli a menadito, Okabe continuava a rintuzzarla sostenendo che fosse valevole solo per i quartieri benepensanti.
“Okabe, sarei una cretina se osassi andare a zonzo per i quartieri peggiori di Los Angeles.”
Appesi alle maniglie di un affollato tram, Rintaro riusciva a percepire un sottile culture gap tra loro due. Pur essendo nata in Giappone ed essendo etnicamente tale, Kurisu spesso finiva per dimenticare gli usi e costumi locali, tra tutte la legge del silenzio. Chissà, si chiedeva, se avesse accantonato i modi di fare del paese natio per naturale inclinazione o semplicemente per essere accettata in quella nazione così lontana.
“Sei una fifona, assistente. I quartieri più bassi di Tokyo li frequento quotidianamente e senza alcun timore…”
Il suo tono di voce era infinitamente più basso rispetto a quello di lei. Qualche sguardo, inevitabilmente, era ricaduto su di loro.
“Non è leale! Gli States sono infinitamente più pericolosi! Inoltre sei un maschio e questo fa la differenza. Non ti capiterà mai di camminare pensando ai fatti tuoi e provare la strana sensazione di due occhi che ti vedono solo come un oggetto del desiderio?”
“Fammi pensare…una volta è successo…Polizia? C’è una ragazza affamata che mi fissa. Credo mi desideri…”

“Non è vero, sei un cretino! Non è di questo che stavo parlando!”
Una signora si diresse verso di loro per intimarli a tacere ma, prima che li raggiungesse, i due erano già scesi dal mezzo, mescolandosi nel fiume umano della grande metropolitana.


 


 

Diversi cambi più tardi e un indefinito numero di passi a piedi, i due erano finalmente arrivati al parco Musashino. Situato nel cuore della città, grazie alla sua estensione e al bel panorama, il parco risultava una meta molto romantica per un’uscita a due.
L’aria calda iniziava a spegnersi nel venticello serale: mentre le cicale trillavano e le acque mosse del lago si increspavano al passaggio dei pedalò a forma di cigno che, lentamente, si dirigevano verso l’orizzonte, volgendo lo sguardo al cielo rossastro che iniziava ad imbrunire.
Avevano trovato un buon posticino dove stendere una coperta da picnic. Mentre Okabe sistemava il telo sull’erba Kurisu si era intestardita a montare il telescopio a cui, maledettamente, mancava una vite.
Le rivolse uno sguardo. Spesso aveva partecipato ai festeggiamenti del Tanabata con Mayuri. La sua amica d’infanzia ci teneva tantissimo che indossasse il suo prezioso Yukata grigio. Scrivevano i loro desideri i piccoli fogli che appendevano ai bambù e mangiavano dango colorati. Dopo aver conosciuto Ruka avevano incluso anche una tappa al tempio per rivolgere una silenziosa preghiera.
Quest’anno aveva lasciato che le ragazze andassero da sole: si vergognava un po’ a mostrarsi con un abito tradizionale agli occhi di una donna di scienza come Kurisu. D’altro canto, probabilmente, Mayushi era riuscita a convincerla ad indossare lo Yukata che tanto aveva faticato per recuperarle.
Doveva essere bellissima, pensò di sfuggita Rintaro. Sicuramente Kurisu doveva aver opposto resistenza ma, conoscendo l’insistenza di Mayuri, sicuramente aveva accettato infine.
Tutto per renderla felice. Ah, Kurisu, sempre la solita inguaribile altruista.
La stessa persona che aveva deciso di sacrificarsi per…
Un brivido freddo scosse la schiena di Okabe. L’immagine del corpo di Kurisu trafisse la sua mente con una vividezza tale da sembrare reale.
Ancora una volta, per un attimo, ricordò la sensazione del sangue caldo che scorreva tra le sue dita.
I suoi polsi freddi.
I suoi grandi occhi chiari che si spegnevano.
“Maledizione, manca anche una seconda vite al treppiede!”
L’immagine di morte scomparve.
Makise Kurisu era davanti a lui, indaffarata, frustrata.
Viva.
Si mordeva il labbro mentre tentava di saldare il cavalletto con del filo da sarta.
Avrebbe voluto stringerla a sé, grato al mondo che fosse viva.
“Siamo vittime di un sabotaggio. Il SERN vuole impedirci di impadronirci dei segreti della volta celeste. El…psy…”
“Posa quel maledetto cellulare e vieni ad aiutarmi!”
“Stai implorando il mio sostegno, Assistente?”

“N-non intendevo - “
“Va bene, genietto. Mentre traffichi con quel apparecchio io sistemerò la coperta per non ferire la tua ultima briciola di orgoglio…guardarti lavorare mette appetito.”
Grazie alla sua immancabile collezione di fili e spaghi Kurisu riuscì a stabilizzare il treppiedi, guardandolo con immenso orgoglio.
Okabe, dal suo canto, si era limitato a stendere la coperta e sorseggiare una Doc P.
“Ecco fatto” annunciò infine Kurisu con un sorrisetto soddisfatto.
“Purtroppo c’è ancora troppa luce per sperare di riuscire a scovare qualche stella. Ceniamo?”
Prima che potesse finire la frase lei stessa aveva già infilato le mani nel sacchetto della spesa, rovistando avida come un procione nella spazzatura. Prese il suo bento e, con disinvoltura, tirò fuori dalla tasca la preziosa forchetta che Okabe le aveva regalato.
Sembrava così disinvolta a mangiare in pubblico. Rintaro, da parte sua, si sentiva giudicato da occhi invisibili: nonostante fosse un parco dove l’arte del pic-nic era praticata, soprattutto dalle giovani ed innamorate coppie, la sensazione di disagio continuava ad aleggiare in lui.
“Questo posto è così tranquillo…ho mangiato in posti peggiori. Una volta, sul lungomare di Santa Monica, un gabbiano mi aveva rubato un intero hamburger dalle mani…”
“Ma il SERN…”

Rintaro prese il suo bento, sospirando.
“Okabe, dai. Lo so a cosa stai pensando, te lo leggo negli occhi.
“Non siamo gli unici a mangiare qui, ma… sai che c’è? Facciamo così: se qualcuno ci accusa di inciviltà, dai pure la colpa a me. Alla tua ragazza americana che non conosce le usanze locali.”

Con un occhiolino, Kurisu rafforzò la frase, lasciandolo sorpreso e imbarazzato alla maniera tutta giapponese. Si era appena definita “la sua ragazza americana” con una naturalezza tale da far corrugare il volto di Okabe in un’espressione difficilmente definibile a parole.
Pochi secondi dopo, quando Kurisu realizzò cosa aveva appena detto, arrossì in modo così intenso da abbinarsi perfettamente ai suoi capelli color mogano.
Non sono una coppia? Certe cose dovrebbero essere implicite nel ventunesimo secolo!

L’espressione di Okabe mutò, infine, in un ghigno compiaciuto.
“Mi è tutto chiaro adesso, Yankee Sweetheart.”
Il silenzio scese più veloce della notte.
“Ma smettila, è imbarazzante. E stupido. Però…sei arrossito.”
“Smettila di insinuare falsità, donna. Hououin Kyouma è incapace di provare queste frivole espressioni umane.”
Il sorriso di Kurisu era dolcemente abbozzato tra le sue gote rosse. Dannazione, aveva la stessa espressione infinitamente dolce e…stupidamente innamorata di quando, un anno prima, si erano ritrovati dopo tanto peregrinare in quel fiume di anime chiamato Akihabara.
Per un attimo, il nulla. Poi, improvvisamente, rise.
“Come desidera,
Hououin Kyouma

Troppo imbarazzati per proseguire qualunque conversazione, i due cenarono in silenzio, cercando caparbiamente di nascondere i rossori dai rispettivi volti.
Ringraziando il cielo che fossero solo sogni sbiaditi della linea alfa Okabe, grazie al Reading Steiner, ricordava chiaramente di quanto fosse stato complesso organizzare un appuntamento galante con Luka. In quel caso Kurisu, che si dava tante arie da donna vissuta pur non essendolo affatto, gli aveva procurato un completo e annodato la cravatta…
Kurisu lo aveva vestito.
Aveva scelto lei cosa avrebbe indossato all’appuntamento.
Per un soffiò non mandò tutto all’aria soffocando con la Doc P.
Quello era stato un appuntamento da manuale.
Questo era…diverso. Entrambi erano vestiti come sempre, lui con il camice bianco e lei con la cravatta rossa, senza il minimo sforzo di apparire più belli, prestanti e desiderabili l’uno agli occhi dell’altra.
Kurisu gliel’aveva venduta come una serata scientifica ma era chiaro fosse un appuntamento e Okabe, conscio della grande verità, aveva cercato di camuffarsi sotto la maschera da chūnibyō per sfuggire all’imbarazzo.
Erano una coppia. Una coppia! Si stavano frequentando, stavano…cenando all’aperto, davanti al lago con i pedalò a forma di cigno che inarcavano le ali a cuore.
Davanti a lui c’era Kurisu, che usava la forchetta perché era ridicolmente scarsa con le bacchette, che tendeva ad essere rumorosa in pubblico e beveva litri di latte a qualsiasi ora del giorno.
Lei era…
“Yankee Sweetheart, quando avrai finito di ingozzarti di Purin, potremmo cercare qualche stella”.
“C’è ancora troppo inquinamento luminoso. Aspettiamo ancora dieci minuti”.
In risposta Rintaro dovette afferrare al volo un budino al caramello.
“Ne abbiamo presi abbastanza per entrambi”.
“Ne hai mangiati tre!”.
“Appunto, non sei rimasto senza”.

Kurisu era fedele a sé stessa e al suo solito atteggiamento, e tutto sommato pensava che le cose stessero andando persino oltre le aspettative.
D’altronde, le sue esperienze romantiche erano inferiori perfino a quelle di amicizia, che già rasentavano lo zero, quindi l’asticella era inconsciamente molto bassa.
Solo l’idea di un appuntamento in un luogo in cui entrambi avrebbero provato disagio era fuori discussione. Eppure, dentro di lei, sentiva una volontà viscerale, quasi primitiva, di avvicinarsi di più a Rintaro.
Quante volte, nella sua stanzetta negli States, si era ritrovata a rivivere quel bacio.
Profondo.
Innamorato.
Nella sua Cadillac rosa, con il tramonto rosso sulla città degli angeli a fare da sfondo.
Ripensava alla sua pelle ruvida.
Alla nota di dopobarba che le era rimasta addosso per ore.
Notti insonni passate a stringere quel cuscino troppo morbido, pigolando piano tra sé, domandandosi cosa stesse facendo lui oltre il vasto oceano che li separava.
Chiedendosi sé, in quel esatto momento, i loro pensieri si stessero incrociando.
Aveva spesso il telefono in mano.
Il desiderio di scrivergli, di confessare quella mancanza viscerale che le stringeva il petto, era sempre lì, sul punto di vincere.
Ma era troppo orgogliosa. Troppo testarda per farlo davvero.
“Tch”
Borbottò Kurisu cacciando senza successo i pensieri melensi e stucchevoli che la stavano infestando.
Nonostante la notte fosse calata i radi lampioni continuavano ad illuminare le sue guance rosse.
Gettando l’ultimo budino nel sacchetto, Kurisu si alzò con una certa fretta, desiderosa di nascondere il suo volto il prima possibile.
“C’è ancora troppo inquinamento luminoso…”
“Sei tu che hai aspettative troppo alte, Assistente.  Saremo fortunati se riusciremo a vedere almeno la stella di Vega- “

“Conosci davvero la volta celeste?” Il tono di Kurisu nascondeva un cipiglio di genuina curiosità mentre, con occhio vigile, metteva a fuoco l’ottica del telescopio. Un lieve tremito delle dita tradiva tutto il suo entusiasmo.
“Non c’è argomento che il mio genio non abbia vagliato, Christina. Tocca a me adesso.”
“Aspetta, non è nemmeno a fuoco!”
Il cielo scuro rifletteva le luci rosse della metropolitana. Se avessero davvero voluto godere del cielo stellato avrebbero dovuto allontanarsi dalla città e passare una notte sulle alture ma, a Kurisu, sembrava un passo ancora eccessivo per essere compiuto.
“E comunque” continuò Okabe “
Hououin Kyouma non ha bisogno di quel ferrovecchio per percepire gli astri…guarda, Kurisu, laggiù!”
Il cuore le diede un colpo, e un leggero rossore le salì sulle guance: non fu lo spostamento improvviso del telescopio ma la genuinità con cui l’aveva chiamata per nome a farla sussultare.
“Quello…quello è un Boeing 737 in rotta per Haneda”
“Non quello! Un po’ più…a sinistra. Così.”

Le mani di Rintaro coprirono quelle di Kurisu spostando con delicatezza l’ottica nella direzione indicata.
“Adesso?”
Il canocchiale si mosse seguendo una traiettoria a triangolo, cercando di dare un nome al luminoso astro.
“Non ci credo, con tutta questa luce hai davvero beccato Vega ad occhio nudo”.
“Assistente, la tua poca fede nei miei confronti mi intristisce”.

Senza accorgersene, le loro dita si erano intrecciate. Così vicini, senza alcun imbarazzo o malizia.
“Se quella è Vega...quello deve essere Altair. Se ci spostiamo…ecco Deneb. Non pensavo saremmo riusciti realmente a vedere almeno il triangolo estivo con tutta questa luce!”
L’entusiasmo di Kurisu era così vivace e contagioso da restituire uno scorcio delle sensazioni provate nella linea temporale Alfa.
Le notti insonni passate a costruire la macchina per il salto temporale…
Okabe fece scivolare il pensiero e prese il posto al telescopio.
Kurisu glielo aveva volontariamente ceduto: voleva condividere quel momento con lui come se fosse la cosa più preziosa e importante della sua vita.
“D’altronde, oggi è il giorno in cui, secondo la leggenda, i due amanti Orihime e Hikoboshi possono finalmente incontrarsi… Vega e Altair, nel linguaggio delle stelle.
È per questo che celebriamo il Tanabata.”

Per un secondo calò il silenzio. Solo le cicale trillavano, coprendo perfino i rumori della città.
“Sai, Okabe…esiste un paradosso secondo cui, se l’universo fosse statico e infinito, il cielo sarebbe luminoso anche di notte.
Ma l’universo ha un’età. Si espande. Il buio che vediamo è…semplicemente uno spazio non ancora raggiunto dalla luce. E quella stessa luce viaggia così in fretta che, di alcune stelle, vediamo ancora il bagliore… anche se sono morte da secoli”

Si fermò un attimo, il suo tono di voce grave e misurato sembrava scandire l’immensità dell’universo.
Con un battito di ciglia, sollevò lo sguardo e guardò Okabe negli occhi, continuando quasi in un sibilo:
“Abbiamo passato così tanto tempo, come umanità, a chiederci se fosse possibile viaggiare nel tempo… e forse la risposta è sempre stata qui, davanti ai nostri occhi.”
Kurisu si sdraiò sulla coperta, osservando il cielo con i suoi stessi occhi. Quando Okabe si voltò a cercarla lei aveva un’espressione così serena che non credeva di aver mai visto prima.
Non ci sarebbe stato nessun viaggio nel tempo nella linea di Steins Gate. Kurisu aveva abbandonato le sue ricerche sulla macchina del tempo e Il microonde sarebbe servito solo per scaldare il pollo fritto di Mayuri.
Lui, Rintaro Okabe, avrebbe dato il massimo per farsi ammettere come ricercatore all’università americana di Viktor Chondria e ricongiungersi finalmente a lei.
Sdraiandosi accanto a Kurisu, Okabe emise un lungo sospiro.
In silenzio, osservarono il cielo. Satelliti e aerei tagliavano l’oscurità, tingendo di rosso artificiale la notte sopra Tokyo.
“Okabe, una stella cadente!”
Senza accorgersene la sua American Sweetheart gli toccò il braccio, sollevandosi di scatto per indicare la scia luminosa della meteora che moriva sprofondando oltre i palazzi di Tokyo.
“Così mi spaventi, Christina! Certo che l’ho vista. Hai espresso un desiderio?”
Kurisu arricciò la fronte, guardandolo dall’alto mentre agli angoli della sua bocca nasceva un sorriso malizioso
“Diciamo…diciamo di si”
“Vediamo…è qualcosa che mi riguarda, vero?”
“Non posso rivelartelo, sciocco! Altrimenti non si avvererà mai!”

Okabe si sollevò per guardarla meglio negli occhi, il suo sguardo divenne altrettanto malizioso.
“Hai ragione, Kurisu. Non dirmelo! Voglio provare a indovinare a cosa stai pensando…forse…anzi…no. Ne sono certo.
Ho capito.
Adesso chiudi gli occhi.”


 



Note finali:
Non ricordo nemmeno più l'ultima volta che ho scritto qualcosa.
Wow. E' passato così tanto tempo...
Grazie per aver dedicato del tempo a questa storia.
Significa molto per me.

 

   
 
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