Il Cavaliere non cercava il sangue, cercava il potere, voleva strappare a Thorn l'unica cosa che l'intendente non poteva calcolare: la dignità di Ofelia, la sua purezza, il suo legame indissolubile con lui.
Voleva che Thorn, tornandola a guardare, vedesse solo il marchio del possesso di un altro il corridoio era un tunnel di silenzio gelato.
Il Cavaliere non usò lo stiletto; lo lasciò scivolare a terra, preferendo le mani, con una spinta brutale, inchiodò Ofelia contro il tronco rugoso di una pianta esotica, premendo il proprio corpo contro quello di lei con un'invadenza che la fece sussultare per il disgusto.
«Thorn vi tiene sotto una campana di vetro, non è vero? Vi tratta come un reperto sacro,» sibilò il Cavaliere, la voce che colava bava e disprezzo.
Le sue dita, sporche e feroci, afferrarono il corpetto di seta dell'abito di Ofelia, tirandolo finché le cuciture non iniziarono a cedere con un suono sinistro «Voglio vedere la sua faccia quando vi ritroverà così. Quando capirà che le mie mani sono state dove lui osa solo sognare. Quando vi restituirò a lui... usata. Sporca.» diede iun altro strattone e le spalline sottili cedettero.
Ofelia cercò di colpirlo con tutta la sua forza, ma lui era molto più forte e le bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola, mentre con l'altra scendeva verso la scollatura, cercando di violare la sua intimità con una bramosia che sapeva di vendetta egoista.
«Gridate pure, piccola Lettrice. Gridate il nome del vostro orologiaio. Non arriverà in tempo per ripulirvi dal mio tocco.»
Ma il grido non uscì dalla gola di Ofelia, uscì dall'oscurità alle spalle del Cavaliere.
Fu lo schianto di una porta divelta dai cardini e il ruggito di un predatore che ha visto violare il proprio santuario.
Thorn non corse semplicemente apparve.
La sua figura sembrava dilatarsi, occupando ogni centimetro di spazio disponibile mentre avanzava inesorabile e inarrestabile, prima che il Cavaliere potesse anche solo voltarsi, una mano lo afferrò per i capelli, strappandolo letteralmente dal corpo di Ofelia e scagliandolo dall'altra parte del corridoio.
Il Cavaliere rotolò tra i vetri rotti, urlando di dolore, ma Thorn gli fu sopra prima che potesse riprendere fiato.
Stavolta non c'era traccia di umanità sul volto dell'Intendente. La sua pelle era cosi chiara che sembrava fatta di ghiaccio e alabastro, e l'aria sfrigolava pregna dell’energia degli artigli dei Draghi, pronti a fare a pezzi la realtà stessa.
Thorn schiacciò il petto del Cavaliere col suo stivale pesante, mentre con gli artigli gli sfiorava gli occhi, scendendo poi lentamente verso la gola, non si potevano vedere ma i segni della pressione sul corpo del cavaliere non ammettevano dubbi.
«Volevate svergognarla?» La voce di Thorn era un graffio metallico che sembrava strappare l'aria. «Volevate sporcare ciò che io considero la mia unica ragione di vita con la vostra lurida esistenza?»
«Thorn! Guardami!» Disse Ofelia che era terrorizzata non tanto dall’accaduto ma dalla consapevolezza che nonostante la posizione da intendente Thorn rimaneva un bastardo e non poteva uccidere un nobile.
La voce di Ofelia, tremante ma decisa, tagliò la nebbia di sangue e furia lui si bloccò, il respiro di Thorn era un rantolo pesante.
Voltò lentamente la testa verso di lei e vide Ofelia che si stringeva i resti del vestito sul petto, pallida come la neve ma viva.
La vista di lei, così vulnerabile ma ancora sua, produsse una reazione violenta in Thorn, senza pensarci nemmeno un secondo mollò la presa sul Cavaliere — che rimase a terra, rannicchiato e ansimante come un verme — e si lanciò verso Ofelia.
La avvolse nella sua redingote nera, coprendola completamente, nascondendola al mondo e a se stesso.
La stringeva con una forza tale che Ofelia temette che le costole potessero spezzarsi, ma non si scostò aveva bisogno di quel contatto rude ma rassicurante.
Sentiva il cuore di Thorn battere all'impazzata, una macchina impazzita che cercava di tornare al suo ritmo regolare.
Thorn non era un uomo che si abbandonava a una furia disordinata.
Una volta passato l'impulso primordiale di proteggere Ofelia, la sua mente tornò a essere quel meccanismo di precisione che tutto il Polo temeva.
Ma era un meccanismo ora alimentato da un odio gelido e spietato.
Si staccò da Ofelia solo il tempo necessario per assicurarsi che il vestito di lei fosse ben coperto dalla sua redingote.
Poi, si voltò verso il Cavaliere, che gemeva tra i vetri rotti.
Thorn non lo colpì di nuovo invece, estrasse dalla tasca interna un taccuino e una penna stilografica.
Il suo sguardo era tornato vitreo, burocratico, ma per questo ancora più terrificante e spietato.
«Secondo il codice di Cittacielo, articolo 124 sulla salvaguardia delle proprietà dell'Intendenza,» esordì Thorn, la voce piatta come una sentenza di morte, «qualsiasi attentato all'integrità fisica o morale di un alto funzionario o della sua consorte è punibile con il sequestro immediato dei beni e la perdita dei diritti civili.»
Il Cavaliere cercò di parlare, ma Thorn gli premette la punta del suo stivale direttamente sulla gola, soffocando ogni protesta.
«Ma voi avete fatto di meglio,» continuò Thorn, accennando un sorriso affilato che non raggiungeva gli occhi. «Avete tentato di violare una Lettrice ufficiale di Faruk oltre che ospite diplomatica di un’altra arca. Questo non è un crimine contro di me. È un crimine contro la Memoria del Polo. È alto tradimento nei confronti di Faruk.»
Thorn si chinò su di lui, parlando a pochi centimetri dal suo orecchio, mentre iniziava a scrivere freneticamente sul taccuino dettagliatamente ogni infezione commessa da quel verme.
«Userò ogni mia competenza burocratica per cancellarvi. Entro domattina, i vostri conti saranno congelati. I vostri titoli saranno carta straccia. Ogni debito che avete contratto con le famiglie di Cittacielo verrà riscosso contemporaneamente. Vi ridurrò a un fantasma tra queste mura, un mendicante che nessuno oserà guardare per paura di finire nella mia lista nera.»
Thorn premette l'artiglio — ancora parzialmente estratto — contro il lobo dell'orecchio del Cavaliere. «E ogni volta che chiuderete gli occhi, sentirete il rumore del mio orologio. Sarà il conto alla rovescia per la vostra prossima sfortuna. Un "incidente" sulle scale, un veleno nel vino, una caduta dall'astronave... la mia vendetta sarà perfettamente legale, metodica e inevitabile.»
Senza degnarlo di un ultimo sguardo, Thorn si voltò e prese Ofelia tra le braccia, sollevandola di peso, lei era troppo esausta e spaventata per protestare.
La portò attraverso i corridoi deserti, usando passaggi riservati che solo lui conosceva, finché non raggiunsero la sicurezza blindata dei loro appartamenti privati.
Una volta dentro, Thorn sbarrò la porta con tripla mandata, la tensione che lo aveva tenuto in piedi sembrò cedere per un istante.
Adagiò Ofelia sul grande letto a baldacchino, ma invece di allontanarsi, rimase in ginocchio accanto a lei, le mani che cercavano le sue con una urgenza febbrile.
«Dovete lavarvi,» disse lui, la voce incrinata, quasi supplicante «Voglio che ogni traccia di quell'uomo sparisca dalla vostra pelle. Preparerò io stesso l'acqua. Non lascerò che nessun altro vi tocchi. Mai più.»
In quel momento, Ofelia vide la spaccatura nell'anima di Thorn: il mostro che aveva annientato il Cavaliere conviveva con l'uomo che, ora, tremava al solo pensiero di averla vista in pericolo. Era una devozione oscura, assoluta, che non ammetteva repliche


