Ogni favola che si rispetti comincia con “C’era una volta...” e viene presentata la protagonista. Solitamente, è una ragazza gentile, altruista, dal cuore così puro che le forze oscure non possono farle del male. Ho sempre amato queste storie, sin da bambina, quando mia madre Vanessa me le leggeva prima d’andare a dormire. Le sentivo così speciali, con draghi, mostri, streghe, principi, e soprattutto le fate.
Quale bambina non ha mai sognato di essere una fata, trasformarsi e avere un paio d’ali che la facessero volare? Beh, io non facevo eccezione, avevo la camera piena di libri, foto e soprammobili raffiguranti fate, le disegnavo ovunque, le sognavo anche... Erano diventate la mia fissazione, tant’è che a scuola, insomma, ero vista come quella strana. Cosa vuoi fare da grande, mi chiedevano. Ed io rispondevo sempre “La fata”... Cioè, anche quando ero preadolescente, eh, non solo da bambina, e già sapevo che Babbo Natale non esisteva... Quindi, immaginate quanto ero affascinata da quel mondo.
...
E come venivo vista dai miei coetanei...
Poi, un giorno, tutto cambiò, e la mia vita prese una piega che non mi sarei mai aspettata.
Mi chiamo Bloom Florenti, ho vissuto la mia infanzia e parte della mia adolescenza a Gardenia, sulla Terra, credendo di essere una normale ragazza terrestre. Quello che non sapevo era che in realtà sono una fata, la principessa scomparsa di un regno andato distrutto e la custode di una delle forze più potenti mai esistite.
Questa è la mia storia.
«Bloom! La colazione è pronta!»
Un lamento si propagò per la stanza, seguito da un fruscio di lenzuola; poi, silenzio.
Trascorsero un paio di minuti prima che la porta della camera da letto venisse aperta, e una donna sulla quarantina s’affacciò.
«Bloom, tuo padre va a lavoro. Voleva salutarti prima di andare.»
Le lenzuola s’avvolsero attorno alla figura nascosta. «Ancora cinque minuti, mamma».
Vanessa sorrise serafica, per poi aggiungere: «Va bene. Vorrà dire che, prima d’andare in caserma, riporterà indietro il tuo regalo, visto che non ti vuoi alzare».
«REGALO?!»
Le lenzuola si scansarono in pochi secondi, mostrando una ragazza dai lunghi capelli folti e fulvi. Si mise di corsa le ciabatte e, senza togliersi il pigiama, stava per uscire dalla camera.
«Non ti stai dimenticando qualcosa?» la interruppe Vanessa, rimanendo ferma sulla porta.
Bloom fece qualche passo indietro per baciare la guancia della donna.
«Buongiorno, mamma».
Vanessa le baciò la guancia a sua volta.
«Buon compleanno, tesoro», le sussurrò, prima di lasciarla effettivamente andare.
Bloom allora riprese a dirigersi come una furia in salotto, dove ad aspettarla c’era un uomo intento a leggere il giornale.
«Buongiorno, papà!»
L’uomo piegò le pagine e lanciò un’occhiata dietro di sé: «Hai fatto di nuovo le ore piccole?»
«Beh —» Bloom non riuscì a trattenere uno sbadiglio, «non era poi così tardi. Mancavano solo cinque minuti alle due.»
Il padre sorrise alla vista di Bloom che tentava di sfuggire a un rimprovero; s’alzò, andandole incontro per scompigliarle i capelli.
«Di questo passo, dovrò iniziare a chiamarti gufetta, invece che coniglietta.»
Bloom arrossì, scostandosi dalla mano del padre ed aggiustandosi i capelli.
«Papà, ho sedici anni ormai. Non sono più una bambina.»
«Non me lo ricordare,» l’uomo incrociò le braccia, chinando la testa, «mi sembra ieri che volevi salire sulle spalle del tuo vecchio. E invece, guardati ora, un passerotto pronto a spiccare il volo.»
Gli occhi e il tono orgoglioso del padre fecero arrossire ulteriormente Bloom.
«Sono pur sempre io, papà.»
Due braccia circondarono delicatamente il collo di Bloom da dietro, e un profumo di vaniglia l’avvolse, sussurrandole parole dolci all’orecchio: «Questo è vero, ma stai anche crescendo. Stai sbocciando come il più bello e il più raro tra i fiori.»
Bloom chinò la testa all’indietro, chiudendo un attimo gli occhi per bearsi di quell’abbraccio. Poi, un pensiero le tornò in mente.
«Sì, ma il regalo?»
«Quale regalo?»
L’espressione di Bloom cambiò drasticamente. Il sorriso che prima le illuminava il volto si spense, mentre ebbe un tuffo al cuore: «Come “Quale regalo”?»
In quel momento, intervenne Vanessa, che alzò un sopracciglio quasi a rimproverare il marito: «Mike?»
L’uomo tentò di nascondere un sorriso, mentre alzava le mani in segno di resa: «Non ho idea di cosa stiate parlando. Io non ho visto niente, specialmente in giardino».
Vanessa sentì Bloom tornare viva e scattante, e la lasciò andare, vedendola correre verso il giardino.
«Sei sempre il solito», lanciò un’occhiata a Mike, sorridente.
La ragazza, dopo aver colto il suggerimento, si stava dirigendo verso la porta del cortile. Già immaginava di vedere una moto, magari una Vespa, proprio come quella che aveva visto guidare da Mitzi, una sua compagna di scuola... Beh, magari non proprio come quella, magari celeste, o blu, sicuramente non viola come l’aveva la sua compagna di scuola. Già pregustava l’idea di sfoggiare il suo nuovo scooter per le vie della città, vedere i ragazzi farle i complimenti, facendola così entrare finalmente nei loro gruppi esclusivi per uscire insieme, andare alle feste, chiamarla e fare tanti pigiama party...
Tutti i sogni però sfumarono quando Bloom scoprì che in giardino non c’era un motorino ad attenderla, bensì una bicicletta nuova, azzurra, con un cestino di vimini sul manubrio adornato con un fiocco rosso.
La ragazza si fermò, osservando la bicicletta senza proferir parola. Un braccio le circondò le spalle ricurve.
«Allora, che ne pensi? Non è una meraviglia?»
Bloom lanciò un’occhiata al padre, tentando di sorridere. «Uhm, sì, è... È meravigliosa...»
Mike strinse ancor di più la figlia a sé. «Sapevo che ti sarebbe piaciuta! Il venditore mi ha detto che è l’ultimo modello in circolazione. Farai un figurone quando ricomincerà la scuola!»
La ragazza sospirò: si sarebbe fatta notare, a scuola, ma non nel modo in cui credeva il padre. Nonostante la consapevolezza, cercò di mantenere il sorriso.
«Beh, allora io vado. Faccio colazione e... E magari poi esco a fare una passeggiata.»
Vanessa, che aveva osservato la scena, notò un tono diverso nella figlia, tutt’altro che entusiasta, ma non fece parola, lasciando che Bloom s’allontanasse per poter rimanere sola con Mike.
«Direi che è stata più che soddisfatta!»
«Non credo,» Vanessa raggiunse il marito, poggiandogli una mano sulla schiena, «ho l’impressione che non era quello che si aspettava».
«E cos’avrebbe voluto?»
«Magari un motorino, come i ragazzi della sua età.»
«Tu sai quanti incidenti, per lo più mortali, accadono con i motorini?»
«Anch’io sarei preoccupata di quello che potrebbe succederle, ma è di Bloom che stiamo parlando.»
«Lo so che è una ragazza in gamba, siamo stati noi a crescerla. Ma, ricordi, quando siamo andati a chiedere? Non possiamo permetterci di comprarle un motorino, non con i costi dell’assicurazione, l’immatricolazione e tutto il resto.»
Vanessa chinò la testa, s’appoggiò al petto del marito, con il volto desolato iniziò a guardare la finestra della camera di Bloom. Mike le accarezzò la spalla, baciandole la fronte.
«Sono certo che capirà.»
Era primo pomeriggio, quando Bloom uscì di casa e con un sorriso rassegnato prese la bicicletta e prese a pedalare per le vie di Gardenia.
Anche se non era quello che desiderava, avere una nuova bicicletta poteva tornarle utile. Poteva usarla per andare a scuola senza prendere l’autobus, o chiedere ai suoi genitori un passaggio con la macchina. Poteva dirigersi al centro senza dover camminare per un’ora per prendere una granita o una cioccolata calda tutta sudata e accaldata. Senza contare che macchine e moto stavano subendo continue modifiche per evitare d’inquinare l’ambiente, avere una bicicletta era la cosa meno inquinante.
Beh, c’erano dei vantaggi, pensò Bloom, parcheggiando la bici vicino ad una panchina del parco.
Dei passanti stavano passeggiando con dei cani. «Che strano,» disse uno di loro, «oggi la mia Jenna non vuole andare nella zona adibita ai cani. Anche il tuo così?»
«Sì, e pensare che è il suo luogo preferito. Di solito è Buster a trascinarmi lì. Chissà come mai oggi non è stato così.»
«Bah, forse c'è qualche fuga di gas da quelle parti. Ho sentito un forte tanfo, mentre ci stavamo avvicinando.»
Bloom non badò molto alla conversazione, aveva preso un quaderno e, sotto i raggi del sole, aveva iniziato a disegnare. La notte scorsa aveva sognato una figura femminile bellissima, coi capelli dorati, gli occhi nascosti da una maschera, e due ali bellissime dietro la schiena. La figura danzava avvolta dalle fiamme che non le rovinavano il lungo vestito dorato. Tutti intorno a questa figura applaudivano entusiasti e anche lei, che stava assistendo a quella scena meravigliosa, sembrava divertita da quella danza.
La particolarità che continuava a stupire Bloom era che riusciva a ricordare alcuni piccoli dettagli di quel sogno, cosa che invece non accadeva con altri suoi sogni. Gli incubi degli esami imminenti, i diversi baci dati ai ragazzi che le interessavano... Sembravano tutti più offuscati, meno nitidi, rispetto ai sogni dove c’erano protagoniste le fate.
Improvvisamente, uno strano rumore, fece sobbalzare Bloom, che fece cadere la matita. Appena raccolse la matita, si guardò attorno, cercando di capire se si fosse immaginata tutto.
Il rumore si propagò per il parco, facendo voltare Bloom verso il luogo di provenienza. Era nella zona adibita ai cani. Adesso che non era stata colta di sorpresa, Bloom poteva dire che sembrava il ringhio di un animale, o umano... Come quando, da piccola, Mike cercava di imitare il verso del T-Rex o del leone per spaventarla. Solo che questo era molto più basso e le faceva venire la pelle d’oca. Che razza di animale era in grado di fare un verso simile?
Bloom era pronta per prendere la bicicletta e andare via, chiamando l’autorità, o anche il padre, per avvertire, quando una voce femminile urlò.
Bloom rimase immobile, le mani che stringevano il manubrio della bicicletta. Qualcuno era in pericolo.
No, non poteva andarsene, doveva fare qualcosa, qualunque cosa, per aiutare quella voce. Lasciò cadere la bici a terra e prese a correre, non accorgendosi che la gomma del manubrio s’era sciolta per qualche ragione.
Più correva verso la direzione dell’urlo, più sentiva un odore nauseante, un misto tra muffa, pelo d’animale bagnato, uova marce... Ma ciò non la fece desistere, corse ancora più veloce. Se quello che uno dei due passanti fosse stato vero, e c’era una fuga di gas, doveva fare in fretta. Un calore le si propagò a partire dallo stomaco al pensiero di dover salvare quella donna. Non si rese conto che, sbuffando, le uscì una leggera nuvola di fumo dal naso.
Tuttavia, tutto quello che immaginava, tutti i possibili pericoli che pensava di trovare... Niente rappresentava lontanamente quello che i suoi occhi videro, appena Bloom arrivò.
«Non pensare di passarla franca! Lo sai quanto mi ci è voluto per trovare quel vestito? Settimane!»
Una ragazza bionda, che sembrava... Volare?... Allungò un braccio e dalla sua mano—
Bloom dovette coprirsi gli occhi e voltarsi per non essere accecata da... Un raggio solare?! Da dove?! Qui, le chiome degli alberi coprivano tutto!
«Sta’ zitta, cornacchia!» Un... Un essere... Con la pelle verde... Alto, possente, a piedi nudi e delle zanne che le uscivano dalla bocca... Ringhiò e prese un tronco spezzato. «Dammi lo scettro e non ti farò del male!»
«Te lo puoi scordare!» la ragazza agitò lo scettro e da esso uscì una luce abbagliante.
«Allora non mi lasci altra scelta! Grogu! Attaccatela!!!»
Dagli alberi si levarono dei ringhi e scesero degli esseri che cominciarono ad attaccare la bionda... Bloom rimase immobile a guardare la scena, non sapendo cosa fare... Era il set di un film? Aveva sbattuto la testa? Stava ancora sognando? Come faceva quella ragazza a volare? Era attaccata a dei fili? E quelle erano ali? C’era una lampadina attaccata allo scettro che teneva in mano?
Quando però vide che l’essere mostruoso stava per lanciare il tronco contro quella ragazza, distratta dall’affrontare i cosi usciti dagli alberi, Bloom fece la prima cosa che le venne in mente: prese un sasso e lo lanciò.
Colpito dal sasso rovente, il mostro si girò verso Bloom, gli occhi vermigli e il tronco ancora tra le mani. Fu in quel momento che la ragazza si rese conto che no, non stava sognando, non era il set di un film, era la pura e semplice realtà, e ora si trovava in serio pericolo.
«Una terrestre qui?!» borbottò il mostro, digrignando le zanne. Era un imprevisto che non aveva calcolato, eppure s’era assicurato d’aver issato una barriera di protezione per non essere visto dai terrestri.
Il mostro non potè finire di ragionare perché venne colpito da un raggio solare, facendogli cadere il tronco dalle mani.
«Cosa c'è, orco, ti distrai? Pensavo che fossi il mio fan numero uno!»
Un pugno di quell’orco fece tremare la terra attorno a loro, rimettendosi in piedi per ordinare ad altri mostri di attaccare entrambe le ragazze.
Bloom lanciò un’occhiata a quella che sembrava a tutti gli effetti essere una fata, che la stava osservando a sua volta, ma quei mostri cominciarono ad attaccarla.
Sentì un ringhio troppo vicino al suo orecchio, le salì un brivido lungo la schiena e prima di voltarsi e vedere cinque esseri mostruosi, fatti di melma, rami e foglie secche, iniziare a circondarla. La ragazza indietreggiò, tuttavia un altro mostro le bloccò la strada.
Si guardò attorno alla ricerca di qualcosa per proteggersi; notò un ramo dietro di lei e lo raccolse immediatamente. Il mostro che si trovava più vicino a lei, vedendola chinarsi, le saltò addosso, venendo però colpito dal bastone, riducendosi ad una poltiglia di melma maleodorante.
La ragazza, soddisfatta d’aver messo fuori combattento un mostro, si rese subito conto che ce n’erano ancora altri, pronti ad attaccarla.
«Oh, mamma, qui si mette male!»
Lanciò un’occhiata di nuovo alla fata per chiederle aiuto, ma non era messa meglio.
Un altro mostro usò le liane che gli uscivano dal corpo per prenderle il ramo. Bloom venne colta alla sprovvista e cadde in avanti, facendosi male al ginocchio.
A causa del tonfo, Bloom lasciò cadere il bastone e si ritrovò di nuovo senza una protezione.
«Mi sbagliavo... Ora si mette davvero male!»
Un altro mostro azzannò il ramo, distruggendolo. Bloom sentì un brivido lungo la schiena, cosa poteva fare adesso? Tentò di divincolarsi dalle liane strattonando la gamba, ma fu inutile. La ragazza si voltò, provando a sciogliere l’intreccio.
Gli altri tre mostri non persero tempo e la immobilizzarono con le loro liane. Bloom iniziò davvero ad aver paura, vedendo con la coda dell’occhio l’ultimo del gruppo avvicinarsi minaccioso. Il ringhio fece capire a Bloom che avrebbe dovuto fare qualcosa, altrimenti sarebbe stata la fine.
Il mostrò balzò in avanti, mirando alla gola. La ragazza vide tutta la sua vita in un flash. Sedici anni, aveva ancora così tanto da fare, così tanto da vedere... I suoi ricordi più belli cominciarono a farle male... Non avrebbe più visto suo padre salvare le persone dagli incendi... Non avrebbe più ascoltato sua madre cantare... Non li avrebbe più rivisti... Non poteva dire loro quanto li amasse... Non avrebbe potuto dire che le dispiaceva aver reagito male per la bicicletta... Era un regalo meraviglioso ed era felice... Sapeva che loro facevano il possibile per farla contenta, e lei... Lei era... Era stata ingiusta. Voleva scusarsi, doveva scusarsi... Ma era troppo tardi...
Il desiderio di rivedere i suoi genitori la fece urlare, avvertendo un calore avvolgerle il corpo e liberarla dalle liane. Bloom aprì gli occhi, notando del fumo lì dov’erano i mostri. Cos’era successo?
L’essere che si stava occupando della fata la stava guardando, immobile; volse lo sguardo verso la fata e ruggì.
«Tornerò, e sarò pronto anche per la tua amica!»
Battè le mani e scomparve.
Bloom s’alzò in piedi, asciugandosi il viso dalle lacrime. Sentiva le gambe deboli, le mani le tremavano, il cuore le batteva forte... Era finita per davvero?
«Beh, chi l’avrebbe mai detto che sarei stata aiutata da una novellina. Per giunta una terrestre!»
Bloom si voltò, notando che la fata le si era avvicinata, sorridendole radiosa. «Scusami?»
«Oh, non ti scusare affatto. Anzi, dovrei essere io a ringraziarti! Sei stata di grande aiuto, prima! E pensare che inizialmente pensavo fossi una normale terrestre, e invece no! Non potrei essere più che contenta di questo plot twist! E tu dovresti essere onorata, non capita tutti i giorni di—»
La fata impallidì, barcollò per qualche istante fino a cadere tra le braccia di Bloom.
Bloom venne momentaneamente abbagliata da una luce emanata dalla fata, ritrovandosi una ragazza non più con le ali e uno scettro, ma in abiti abbastanza normali, anche se strani.
«Oh mio Dio! E adesso che faccio?! Hey! Hey, svegliati...»
Provò a scuoterla leggermente, ma senza risultati. Bloom non riuscì più a sorreggerla, e s’adagiò a terra.
Non sapendo che altro fare, decise di chiedere aiuto. Non poteva lasciare questa ragazza da sola in un parco. Prese il cellulare e compose un numero.
«Mamma... No, niente, sono al parco... Non è che potresti venire?... No, io sto bene, è che... Una ragazza è svenuta... No no, respira... No, niente ospedale, ti prego... È che l’ho vista discutere con qualcuno di poco raccomandabile... No, io sto bene... Sì, sicura... Sì, va bene... T’aspetto.»
Chiuse la chiamata, sospirando. Non sarebbe stato facile convincere i genitori a non portare la ragazza in ospedale, chissà cosa le avrebbero fatto se avessero scoperto che era una fata... No, no, doveva pensare bene a quello che avrebbe raccontato.
Poteva sorvolare su alcuni dettagli, piuttosto innocui e poco rilevanti, tipo che era stata assalita da un gruppo di mostri fatti di melma e rami e foglie secche, oppure che era stato un essere grande, verde e mostruoso ad aver assalito la fata...
Oppure, guardò ancora una volta la ragazza che stava riposando tra le sue braccia, avrebbe potuto dire la verità, consapevole che nessuno le avrebbe creduto...
Chi mai poteva immaginare che le fate esistessero per davvero?


