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Autore: Ciuffettina    16/01/2026    2 recensioni
Renato ha 21 anni, 100 kg di ansia e una madre che minaccia l'insonnia a ogni trasferta. Ha detto no al fratello perfetto, sì a uno stage precario, e va a Milano con un trolley più sgangherato della sua autostima.
Genere: Commedia, Hurt/Comfort, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Daniele tornò a casa, si tolse la giacca, allentò la cravatta, aprì il freezer, estrasse una vaschetta di lasagne e le mise a scaldare nel forno, accese la luce sul tavolo della cucina, prese il suo diario e, sotto la data del 15 settembre, scrisse: “Nuovo stagista in ritardo. Scuse poco credibili”.
Tamburellò per qualche secondo il ripiano del tavolo, mentre pensava a come procedere, poi prese un pennino e iniziò a disegnare sotto la frase.
Pian piano le linee presero forma: apparve un ragazzo obeso dagli occhi troppo grandi, una maglietta con la scritta “Buitoni” sul petto e una pozzanghera ai suoi piedi. Dalla bocca gli uscivano le parole, come un fiume incessante.
A un certo punto, si sentì il profumo delle lasagne spandersi per casa e subito dopo il timer suonare.
Daniele si alzò, le tirò fuori dal forno, poi tornò a completare la vignetta: comparve un uomo seduto a una scrivania, i capelli irti, il pizzetto, l’espressione perplessa mentre fissava il ragazzo obeso e un fumetto che gli usciva dalla testa: “E questo come diavolo si spegne?”
Quando ebbe finito, mangiò le lasagne direttamente dalla vaschetta.

Nel frattempo, Renato, ignaro di essere appena diventato un nuovo personaggio delle vignette del suo capo, tornò a casa con l’aria di chi aveva appena trovato un tesoro nascosto in un box abbandonato (tipo i quadri di Frank Gutierrez). Appoggiò il secchio del mocio Vileda per terra, poi lo zaino sul tavolo e tirò fuori l’oggetto del suo trionfo: una centrifuga per insalata, la guardò con un sorriso orgoglioso, poi estrasse un flacone di detersivo per il bucato, un pacco di zucchero e delle stoviglie: una fondina, il suo piano e il bicchiere coordinato.
Certo, avrebbe preferito acquistare quelle dei Minions, ma era soddisfatto anche così: plastica spessa, azzurra, decorata con disegni di balene, barche, polipi e bussole.
Forse troppo infantili per uno che non vorrebbe più essere trattato come un bambino.
Renato scrollò le spalle: al Carrefour aveva visto anche dei piatti di porcellana e dei bicchieri di vetro. Belli, certo. Seri, adulti, ma costavano troppo. Troppo per qualcuno che deve fare i conti anche con le monete da cinque centesimi e che, se cade qualcosa, preferisce raccoglierlo intero invece che in frammenti.
Questi, invece, se fossero caduti, sarebbero rimbalzati. Come lui, più o meno.
Sorrise fra sé. Forse non era proprio l’affare del secolo, ma gli somigliava molto: prezzo basso, durata alta. Un acquisto intelligente. Quasi maturo.
«Il risparmio è il primo guadagno» declamò, come se qualcuno gli stesse contestando l’acquisto. Aprì una delle ante dell’armadietto e ci infilò i piatti e il bicchiere, con il proposito di inaugurarli il giorno dopo.
Aveva sperato che in lavanderia si sarebbero occupati subito del suo bucato, invece sarebbe stato pronto l’indomani, ma quanto tempo ci voleva per lavare un paio di asciugamani?
Mentre posava l’accendigas vicino al fornello e metteva le buste dei surgelati nel freezer, sorrise: l’appartamento era ancora spoglio, ma cominciava a sembrargli più una casa.
Accese il portatile per la videochat con la sua famiglia.
Sullo schermo, apparve sua madre: «Allora, Renatì, come sta andando? Ti sei ambientato?»
Renato sorrise, cercando di trasmettere tutto il suo entusiasmo. «Bene, mamma! Il mio capo, il signor Fumagalli, mi ha dato dei buoni pasto per mangiare quasi gratis» spiegò loro la sottile fregatura nell’usarli male. «Lo sapete che qui a Milano fanno le pizze piatte? Da non crederci! Ne ho mangiata una alle verdure con sopra dei carciofi cafoni!»
«Ren, ma sei sicuro che fosse il nome giusto?»
«Croce sul mio cuore, Saretta» rispose, accompagnando le parole con la mano. «Io però sono una personcina educata e li ho mangiati con garbo». Ridacchiò. «Il lavoro è tosto, ma interessante. Papà sei lì? Il signor Fumagalli mi ha detto che fra due-cen-to-qua-ran-ta-tré candidati, hanno scelto proprio me
«Com’è? È simpatico?» interloquì la madre.
Renato esitò un momento, cercando le parole giuste per descrivere Daniele. «Non è esattamente simpatico. È… serio. È uno preciso, sai? Molto… controllato. Sembra uno che non ride mai. Però è bravo, si vede che è preparato. Mi ha imparato a usare InDesign con calma, anche se si vede che non ama perdere tempo. Una macchina da guerra, insomma».
«Quindi è un rompiscatole» disse il padre ridacchiando.
«No, papà, non dire così! È soltanto… diverso da me. Non parla tanto e, quando lo fa, è diretto. Ma non è sgarbato. Ti dirò, penso che potrei imparare molto da lui».
Sua madre sembrava soddisfatta della risposta. «Beh, allora ascoltalo e cerca di non fare troppe battute, eh? Non tutti hanno il tuo senso dell’umorismo».
«Eh, lo so, lo so. Ma sai cosa? Mi piacerebbe conoscerlo meglio. Ha qualcosa… non so spiegarti, ma si vede che sa il fatto suo. Però non lascia trasparire niente di personale. È come se avesse un muro intorno con tanto di filo spinato e cecchino sulla torretta».
«Lascia perdere, Renà. Concentrati sul lavoro e basta. I capi non sono amici e non montarti la testa. I disegni tuoi li ho visti e, se erano i migliori tra quelli che hanno ricevuto, non oso immaginare come saranno stati quelli degli altri».
Renato si morse le labbra poi rispose: «Non è per fare amicizia, papà. È che… boh, mi incuriosisce. Voglio capire come pensa, perché è così diverso da me. Magari potrei diventare un po’ meno caotico… come lui».
«Renatì, va bene imparare, ma ricordati di rimanere te stesso. Non cambiare troppo, eh? A noi piaci così, vero Sara?»
Renato sorrise, sentendo il calore nelle parole di sua madre. «Tranquilla, mà. Nessuno può cambiare Renatino Esposito! Però… non sarebbe male diventare un po’ più serio. Almeno sul lavoro. Così quando mi presenterò al mio primo colloquio, vedendomi tutto compunto, mi prenderanno al volo. E poi, chissà, forse col tempo si scioglie anche lui. Magari un giorno riesco a strappargli un sorriso».
«Tu pensa a fare il lavoro tuo e a non metterti nei guai» lo redarguì il padre. «Tutto il resto è secondario».
«Sì, papà, lo so. Ma tu che dici? Un capo che sa tutto ma parla poco… non è interessante?»
«Interessante? Per niente».
«Mi raccomando, Renatì, non dimenticarti di mangiare».
Dovrei proprio essere fuori di testa per scordarmelo”. «Sì, mà, tranquilla. Vicino all’appartamento mio ci sta una pizzeria dove fanno una Bella Napoli che non sfigurerebbe a Palazzo Dominici. Mi mancate da morire».
«Beh, ma domenica sarai qui, no?» chiese la madre, con una punta di ansietà nella voce.
«Eh no, mà, non posso. Devo risparmiare ogni centesimo». Si fermò per un attimo, poi continuò: «Verrò giù a Natale, promesso».
«Ma Viola ci rimarrà male» ribatté la madre con tono deluso.
«Eh lo so, dispiace anche a me non poter giocare con lei, ma il viaggio costa davvero troppo».
Dopo qualche altra frase con i suoi e Sara, chiuse la telefonata, sorridendo tra sé e sé. “Papà, credo che ti sbagli, penso che Daniele sia più interessante di quanto sembri”. In fondo, avere un capo così vicino, così diverso da lui, gli dava una strana sicurezza.
Se fosse riuscito a farsi accettare da uno come Daniele, allora forse avrebbe potuto cavarsela con chiunque.
   
 
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