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Autore: Onda nel silenzio    18/01/2026    3 recensioni
"Beh, non lo apri?"
Nami non può fare a meno di portarsi le mani al volto in un gesto di preoccupata, divertita impazienza. Ha la sensazione che il tiro mancino che sta per subire il cuoco sarà peggiore di quello che lui stesso aveva riservato a Zoro.
Con un sorriso che esprime da sé svariate tipologie di torture riservate ai più efferati prigionieri di guerra, Sanji annuisce in direzione del mittente del suo regalo, afferrandolo con la delicatezza che si dedica a un pollo nell’attimo in cui gli si spezza l’osso del collo. Il rumore della carta strappata si somma a quello di diversi cuori galoppanti, seguito da vari versi stupiti.
Mentre il cuoco osserva il dono a lui destinato con l’occhiata partecipe di chi è costretto a raccogliere un ratto morto dal proprio giardino a mani nude, Zoro si riempie il boccale che stava custodendo al proprio fianco, dando una risposta a nessuno in particolare in grado di fomentare la curiosità generale. “Esatto, gliene ho presi due. Ho voluto essere generoso.”
Genere: Commedia, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Mugiwara, Nami, Roronoa Zoro | Coppie: Nami/Zoro
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'La nebbia d'argento'
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Prima che la navigatrice possa anche solo chiedersi se Zoro abbia effettivamente capito cosa rappresenti il nome in questione, la loro assistente invisibile gli risponde col suo immancabile entusiasmo. “Ma no, è l’unione di Sanji più Nami, la ship formata dal principe cavalleresco e dalla sua damigella in pericolo!”

“Principe cavalleresco?”

“Damigella in pericolo?”

Mentre lo spadaccino fissa l’ingresso del tunnel giallo-arancio con l’aria di chi non riesce a decidere da dove partire tra ridere, schifarsi o indignarsi, la sua compagna ripete meccanicamente damigella e pericolo fra sé e sé, come se avesse bisogno di più tempo per digerire l’informazione.

“Sì, i fan non mancano mai di sottolineare che lui sia sempre pronto a proteggerla da tutto e da tutti, oltre che a servirla e riverirla, proprio come se fosse una principessa...”

L’indecisione di Zoro si risolve nell’emissione di una breve, silenziosa risata beffarda rivolta al nulla.

“… e anche se lei si approfitta dell’ascendente che ha su di lui, è sempre felice di vederlo accorrere in suo aiuto, perciò il loro rapporto rispecchia la popolare dinamica dell’eroe alle prese con una ragazza che fa la difficile, ma che sotto sotto ne ricambia i sentimenti.”

“Certo, quando Sanji fa in modo che io non ci lasci le penne sono felice perché lo amo, non perché realizzo di essere ancora viva, come ho fatto a non capirlo prima?” Nami alza gli occhi al cielo, aspettandosi di sentire una battuta complice da un momento all’altro.

Che però non arriva.

Lo sguardo insistentemente fisso su di lei la spinge a rivolgere il proprio in basso. L’inaspettata espressione accigliata di Zoro è tutta un programma. “Vuoi forse darmi la colpa per una mala interpretazione nata nella testa di chissà chi sul mio legame con lui?”

“Niente affatto” lo spadaccino increspa le labbra, come infastidito dall’improvviso arrivo di una zanzara pronta a pizzicarlo, “è lui il coglione.”

Esatto – cioè…!

“Dato che non si accorge di come tu non faccia altro che sfruttarlo.”

Nami abbandona il calice da cui aveva inevitabilmente finito per bere sulla foglia trasportatrice. “Non ci credo. Mi stai davvero dando la colpa.”

“Non ti sto dando la colpa.”

Braccia incrociate sotto al seno, cipiglio corrucciato, occhi che se potessero emanerebbero saette – tutto di lei invia al compagno l’ordine perentorio di spiegarsi.

Zoro distoglie lo sguardo con un sospiro seccato. “Dico solo che potresti evitare di dargli corda in certe situazioni.”

“Dargli corda?”

“Sai bene a cosa mi riferisco.”

“Credo proprio di no, illuminami.”

“Suvvia, non bisticciate, proprio adesso che –”

Il non stiamo bisticciando! abbaiato da entrambi zittisce all’istante la misteriosa assistente presentatasi come Johari.

“Comunque sia” stravaccatosi sul loro mezzo di trasporto con le braccia incrociate dietro la nuca, Zoro torna ad assumere il suo tono di voce abituale, lo sguardo rivolto verso l’alto, al di là del fogliame che si protende sopra di lui in un intrico di verde e blu dorati dal sole, “per me è arrivata l’ora di fare una bella dormita.”

“Una dormita. Adesso? Sei deficiente o cosa?”

“Se devo aspettare per lasciare questo posto di merda, tanto vale farlo nel modo più veloce.”

“La tua è solo una scusa per troncare il discorso.”

Alle orecchie di Nami il sonoro sbadiglio cacciato dallo spadaccino suona come un’intenzionale provocazione atta a indispettirla ulteriormente, un atteggiamento a cui ormai è fin troppo abituata. Una parte di lei sa bene che Zoro non la sta usando realmente come capro espiatorio, che è solo la sua gelosia a farlo reagire così, eppure un’altra, quella più connaturata e impossibile da ignorare, la spinge comunque a stuzzicarlo. Mentre lo guarda fingersi beato e rilassato, le labbra le si stirano in un sorrisetto implacabile. “Ma sì, riposati. In fondo so anch’io che non ti conviene restare sveglio… quello che potresti vedere o sentire passando vicino a questo tunnel ti farebbe schiumare di gelosia.”

L’occhio senza cicatrice che si era chiuso con decisione si riapre lentamente. E resta rivolto al cielo. Nami conta i secondi che passano, immagina la caterva di imprecazioni taciute dal compagno, ne pregusta la reazione imminente.

Quattro… cinque… se –

“… suffisso ‘kun’ nei nomi maschili si usa proprio quando ci si rivolge ad amici intimi.”

“Esatto, e lei non lo usa con nessun altro, non con Rufy, non con Zoro, né con Usopp. Solo con Sanji.”

“Un chiaro segno rivelatore di un sentimento diverso, più profondo del semplice affetto!”

“Sì, sì!”

Le voci provenienti dal tunnel giallo-arancio che avevano distratto entrambi si fanno via via più concitate, accompagnate da gridolini complici e risate allegre. Né Nami né Zoro realizzano che la foglia su cui stanno viaggiando si è inspiegabilmente fermata proprio di fronte al tunnel Sanami. Sono troppo impegnati a fissarsi, lei interdetta, lui incupito. Ma nello sguardo tagliente dello spadaccino, stavolta, si agita qualcosa capace di sovrastare pure il fastidio – un’incredulità invelenita, eppure a tratti compiaciuta, come se la falla imprescindibile nel dialogo che stanno ascoltando lo stesse provocando e divertendo di pari passo. Perché quel ‘kun’, lo sanno entrambi, si usa per amici stretti con cui si ha un rapporto fraterno o in contesti che suggeriscono uno status di subordinazione del ragazzo a cui viene rivolto verso la ragazza che lo usa. Almeno nel loro mondo.

Per quanto Nami non riesca a credere al suo stesso ultimo pensiero, non può fare a meno di trovarlo anche confortante. Immaginare di essere davvero finita in un’altra dimensione, in cui lei e il resto dei Cappello di Paglia sono soltanto personaggi cartacei, l’aiuta a distrarsi dall’inquietudine che sta provando di fronte a presenze estranee che sembrano conoscere fin troppi particolari sulle loro vite, proprio come –

Un momento. Natale scorso. Il libro degli orrori... tutte quelle storie assurde su di noi in cui ci accoppiavamo con chiunque… Robin diceva di averlo trovato –

“… sapere la chicca aggiunta dalla Toei Animation durante il finto matrimonio con Pudding? Quando Sanji prende in braccio Nami, intorno ai loro volti sorridenti ci sono delle stelline!”

“Proprio come nelle scene clou degli anime romantici!”

“Per celebrare in bellezza l’eroicità del principe e la gioia della sua principessa!”

“Sì, lei era raggiante in quella scena!”

“Lo guardava proprio adorante!”

Nami fissa l’ingresso dello sgargiante tunnel Sanami con un misto di paura e di contrarietà. Qualcosa che non sfugge a Zoro, a giudicare dal modo in cui lei sente di nuovo il suo sguardo su di sé – silenzioso, ustionante, in cerca di una smentita in cui probabilmente sperava prima che la sua reazione sorpresa gliene anticipasse l’assenza.

“Mi avevano presa di mira. E lui è intervenuto per aiutarmi.” Le spiegazioni che gli sta dando meccanicamente non riflettono una necessità, né un atto di giustificazione. Sono un modo per distrarsi dall’inevitabile, crescente inquietudine di fronte all’ennesima prova che oltre quel tunnel, anche se non le conosce e non può nemmeno vederle, ci sono persone effettivamente in possesso di informazioni dettagliate sul loro conto. “Se non mi avesse presa in braccio mi sarei spiaccicata a terra, ma non avevo nessun sguardo adorante – ehi, dico a voi lì dentro! Mi avete capito?” L’impulso di estrarre il Clima Tact per scagliare un fulmine contro il tunnel davanti a lei è fin troppo invitante.

“Quindi ti aveva presa davvero in braccio.”

Ogni suo proposito omicida evapora all’istante, come spazzato via da quelle parole tranquille solo in apparenza. “Credi sia questo il dettaglio più importante su cui soffermarsi? Anche più di ‘oltre questo passaggio ci sono persone che sanno cose su di noi che non dovrebbero sapere’?”

Zoro non le risponde, si limita a lanciarle un’occhiata di traverso. L’incredulità di Nami di fronte al suo atteggiamento supera di gran lunga quella dovuta al ritrovarsi in un posto che, anziché un paradiso, le sembra la manifestazione concreta di un incubo. “Non c’è niente da fare, quando si tratta di Sanji non riesci proprio a essere razionale.”

A risponderle c’è soltanto un silenzio ostinato.

“Come se fosse la prima volta che mi prende in braccio…”

“Sì, ma allora io non c’ero.”

“… e sai bene che non appena prova ad allungare le mani lo faccio pentire di averci prova – eh?”

Lo spadaccino serra la mascella, il volto inclinato all’indietro, l’occhio senza cicatrice di nuovo chiuso, come se volesse darle da intendere che crogiolarsi al sole sia la sua unica intenzione.

‘Io non c’ero’ – un’affermazione che non esprime accusa, né mancanza di fiducia, ma qualcosa di più personale. Amarezza, forse, alla consapevolezza di non essere stato presente per poter tenere d’occhio il terzo incomodo.

Le cose realmente accadute ed eppure non viste di persona possono ingigantire i fatti stessi, suscitare sentimenti capaci di bruciare sottopelle, di attecchire più di quanto ci si sforzi di non dare a vedere in superficie. Nami conosce bene la sensazione. Quando Brook si era lasciato sfuggire di aver trovato Hiyori a dormire con Zoro, la sua immaginazione aveva intessuto uno scenario ben peggiore dell’effettiva realtà, un tarlo che non aveva smesso di tormentarla del tutto nemmeno quando lo spadaccino le aveva giurato che si era trattato soltanto di un equivoco – e che quell’idiota del loro compagno di ciurma, perso a farsi i suoi castelli mentali, aveva omesso il trascurabilissimo dettaglio che con Zoro e Hiyori, su quello stesso giaciglio in cui la principessa si era sistemata durante la notte a insaputa di lui, c’era pure la piccola Toko. Solo il tempo era stato in grado di annacquare quello scenario e poi di cancellarne ogni traccia.

Perciò, per quanto creda che il compagno stia dando un’importanza esagerata a un gesto che di solito gli farebbe provare gratitudine per il pronto intervento del cuoco, non reputa la sua reazione inspiegabile. Anche se per lei le moine di Sanji nei suoi confronti rappresentano qualcosa di molto più leggero da digerire rispetto all’idea che la persona amata potrebbe aver passato la notte con qualcun altro. Ma forse la sua percezione, riflette fra sé e sé, è tale proprio perché non la coinvolge direttamente. A differenza di Zoro, lui che di sviolinate e di battutine rivoltele dal cuoco è costretto a sopportarne fin troppe, giorno per giorno. Improvvisamente, invece di meravigliarsi per l’assenza della distaccata ironia del compagno, Nami si sente in colpa per averlo stuzzicato poco prima.

Ma solo un po’.

Proprio quando sta per rimediare in silenzio con un gesto che appartiene soltanto a loro, lo spadaccino pone fine al suo apparente tentativo di appisolarsi, espirando seccato. “Perché diavolo questo affare non riparte?”

La foglia su cui erano in viaggio è effettivamente ancora ferma, un particolare che lei nota davvero solo allora, come se il costante moto dei pensieri che l’aveva colta l’avesse distratta dall’assenza di quello fisico.  

“Problema tecnico” l’allegra voce di Johari torna a raggiungere entrambi con sorpresa di lei e irritazione di lui, “sto cercando di risolvere.”

Il sospiro che sfugge a Nami è carico di non detti di ogni genere. Vorrebbe davvero estrarre il Clima Tact per servirsene a scopo offensivo, ma l’istinto le dice che così facendo non otterrebbe un bel niente, proprio come era successo a Zoro quando aveva cercato di andarsene da lì insieme a lei. L’inspiegabile forza misteriosa che si era attivata per impedirglielo sembra annunciarsi ancora nella temporanea brezza che le soffia contro, come se volesse avvertirla. Proprio quando sta per provare a far smuovere il loro mezzo di trasporto, ciò che sente dire da altre voci provenienti dal tunnel giallo-arancio la fa bloccare.

“Non lo capite che Sanji ci prova con tutte? Non ha alcuna preferenza speciale verso Nami.”

“Ti sbagli, per lei ha una venerazione particolare.”

“No, sei tu che ti sbagli. Quei suoi atteggiamenti non sono altro che un modo per mascherare un’omosessualità latente.”

Ma che…?

“Stai dicendo che quando vede un paio di tette fa solo finta di arraparsi perché in realtà gli piacciono i maschi?”

“Precisamente.”

“Ma certo, molto sensato che nell’universo di One Piece, che è tutt’altro che omofobo, qualcuno senta il bisogno di nascondere che è gay.”

“Tu non capisci! Pensaci bene, spesso e volentieri, quando Sanji…”

Dell’ombra scura nello sguardo di Zoro non c’è più traccia. Il suo volto fino a poco prima esprimente radicato fastidio le appare ora più disteso, complice la piega leggera che gli increspa le labbra – un gesto di brevissima durata, finito sul nascere, ma che Nami non si lascia sfuggire.

“… battute da pervertito a una bella donna, c’è sempre una certa persona di sesso maschile nelle vicinanze.”

“Oh no, eccone un altro! So già cosa stai per dire, ti anticipo che questa storia –”

“Che ti piaccia o no, tesoro, è la realtà. Zoro è in mezzo più volte di quante tu abbia memoria, Sanji fa così per attirare la sua attenzione.”

Mmh… per citare Franky, competizione da maschi alpha?

“Non ti rendi conto che vuole farlo ingelosire?”

Un attimo. Cosa?

“Ingelosire chi?”

“Lui.”

“Zoro?”

“Eh.”

“Di Sanji?”

“Pronto? Di chi stavo parlando fino a un attimo fa?”

“Quindi, nella tua ottica, Sanji punterebbe allo spadaccino.”

“Non nella mia ottica, è un fatto assodato. Come lo è che Zoro è sempre così risentito per un motivo identico.

“Fammi indovinare. Che pure lui…”

“… è geloso del biondino!”

A Nami va di traverso la sua stessa saliva. L’espressione sul volto del compagno, non più sul punto di sogghignare già da un po’, le fa pensare a qualcuno che ha scoperto di aver appena ingerito una brodaglia di caccole e cerume.

“…. vorrebbe che Sanji non ronzasse attorno a nessuno perché lo desidera tutto per sé. Solo che non sa come esprimersi e finisce per cercare di mascherarlo dietro al proprio codice di onore comportamentale, spacciando le frecciatine che gli rivolge dopo sue certe avances a belle donne per indignazione.”

La navigatrice è costretta a portarsi una mano davanti alla bocca pur di coprire la smorfia esilarata che gliel’ha fatta aprire.

“Quindi Sanji sarebbe in grado di auto-indursi delle reazioni fisiologiche involontarie come l’epistassi davanti a un corpo femminile solo per mascherare la sua omosessualità latente o attirare l’attenzione di Zoro. Wow, altro che esperimento fallato del Germa.”

“Nell’universo di One Piece tutto è possibile.”

“Già, come lo è la tua esistenza nel nostro mondo, a quanto pare.”

“Che cazzo hai detto?”

“Mi hai sentito benissimo.”

“Omofoba!”

“Ah, così. A caso. Guarda che non mi riferivo alla tua sessualità, ma ai tuoi ragionamenti senza senso!”

Dallo sgargiante tunnel giallo-arancio smettono ben presto di provenire soltanto voci impegnate in un acceso botta e risposta. Fruscii, tonfi, grida, rumori di colluttazioni si alternano agli insulti di diverse fan Sanami contro il loro nemico, che è stato raggiunto da una ragazza già incattivita e pronta a dargli manforte.

“Okay, prima quell’anomala presenza nel tunnel Zorobin, ora questi Zosan fuori posto… comincio a pensare che –” il resto delle parole di Johari, simili a errore, sistema e sovraccarico di utenza, viene coperto da una pioggia di imprecazioni che si esauriscono inaspettatamente di botto.

Finché Nami, sempre più convinta di essere finita sul serio in un mondo pericoloso, non avverte la voce del ragazzo di prima esprimersi con carezzevole, controllata calma. “Mi spiace molto per voi poveri illusi fan Sanami, perché il fatto che la navigatrice sia lesbica è ancora più evidente.”

“Praticamente è canon, bimbe.”

“Come fate a dire una cosa del –”

“Proprio non riuscite ad accettare che al mondo non esiste soltanto l’eterosessualità! Insomma, l’avete mai sentita fare apprezzamenti verso un uomo?”

Non ci credo. Non.ci.posso.credere.

“Le piacciono muscolosi e senza barba, visto che ci tenete così tanto…”

Come diavolo fanno a sapere anche questo!?

“… lo disse proprio lei in un film.”

“I film non contano, specie i più vecchi.”

“Appunto, e poi in quel caso l’aveva detto soltanto per prendersi gioco del suo rapitore.”

“Se le piacessero davvero le donne in quel senso, dubito che si farebbe problemi a dimostrarlo.”

“Giustissimo! Una persona di sesso femminile non può dire che un’altra donna è bella semplicemente perché ne riconosce il valore estetico? No eh, deve per forza volersela fare!”

“Sapete che c’è? Avete ragione voi, come chi dice che le mucche sanno volare e che Zoro è etero.”

“Ah, ma su di lui siamo tutti d’accordo! Quello non reagirebbe a una donna manco se gliela sbattesse in faccia.”

La foglia a cuore sopra cui sono seduti i soggetti chiamati in causa, se per un miracolo o per pura pietà nei loro confronti, riprende a scivolare inaspettatamente sull’acqua.

“Scusate, vi sentite quando parlate?”

Un bravo, diglielo! gridato da un’altra voce copre per alcuni istanti quella del nuovo arrivato, ancora udibile per la scarsa distanza guadagnata dal tunnel giallo-arancio.

“Per voi un uomo o una donna sono omosessuali se non fanno i pervertiti in giro?”

“Non si tratta di fare i pervertiti in giro, genio, ma proprio di non guardarsi attorno in alcun modo.”

“Magari non lo fanno perché, che ne so, si piacciono tra di loro?”

“Ma chi, Zoro e Nami?”

“Eh.”

“Se vabbè, e io sono Spongebob.”

“Ah, lo sapevo!” La voce che raggiunge la coppia a bordo della foglia tornata in moto non proviene da alcun tunnel. Appartiene a Johari. E in quell’istante, se paragonata al resto delle conversazioni che stanno ascoltando, è in grado di provocare a entrambi un impensato sollievo. “Gli shipper sono stati spediti nelle oasi sbagliate, devo cercare di correggere immediatamente l’errore o qui dentro scoppierà il caos!”

“Adesso basta.”

Lo spadaccino non ha gridato, eppure alle orecchie della compagna il suo ordine è arrivato come un blocco di pietra incandescente, capace di seppellire sotto il proprio peso i suoni altrui. In quelle parole si è espressa un’irremovibile risolutezza, quella di chi è pronto ad affrontare anche il rovesciamento del mondo intero contro le proprie spalle pur di ottenere ciò che vuole. Nami non si sorprende di avvertire il sibilo di una lama sfoderata, né il fremito dell’aria molestata da quel movimento. Ma prima che possa assistere agli effetti del fendente rivolto al tunnel giallo-arancio, uno sconquasso violento seguito da una vibrazione crescente le fa perdere l’equilibrio.

Fischi, lampi di luce, spruzzi d’acqua, calore – suoni e sensazioni tattili si fondono in un confuso, rapido vortice che le impedisce di capire cosa stia succedendo davvero. L’unica certezza che ha è che il suo corpo si sta spostando. Non più a bordo della strana foglia a cuore, ma sollevato nel vuoto, sorretto da una forza senza volto né forma che la scaglia via di colpo, facendole perdere la collana di fiori.

Il contatto con il terreno non avviene tramite un brusco impatto. È un atterraggio dolce, attutito da una soffice coperta di petali floreali. Nami ne inspira il profumo delicato e pieno, cercando di ritrovare l’equilibrio. Zoro le è steso accanto, un braccio già proteso verso di lei, come se prima di rimettersi in sesto volesse accertarsi che sia ancora tutta intera. Confusi ma illesi, si sollevano entrambi a mezzo busto, lo sguardo dell’una che cerca quello dell’altro in un dialogo muto. Nessuno dei due ha idea di come abbiano fatto a lasciare il fiume per finire sulla terraferma, ma ricordano il nuovo tentativo di lui di liberarsi del loro insolito mezzo di trasporto. Tentativo che aveva dato vita a una vibrazione collettiva, capace di coinvolgere la materia tutta, proprio come era successo la prima volta. E che li aveva spediti altrove, contrastando di pari passo la violenta energia sprigionata dallo spadaccino.

Un buco nero che inghiotte dentro di sé calore, forza, movimento, lasciandosi dietro soltanto l’eco di un vento di breve durata – Nami non riesce a tradurre in altro modo l’accaduto. La vegetazione e il suolo circostanti sono intatti, come se qualcuno avesse assorbito dentro di sé la violenza generata per mantenere l’ordine.

La bocca del tunnel Sanami si affaccia sull’acqua dalla sponda del fiume opposta alla loro, ma fra i petali che abbracciano il terreno in una marea di rosa, bianco, e arancio se ne ergono altre, più grandi e profonde di quanto sembrassero da lontano. Per la prima volta da quando è finita in quel luogo assurdo, la navigatrice vorrebbe sentire ancora la voce di Johari, l’unica apparentemente in grado di darle risposte.

“Ah sì? E se ti dicessi che Zoro fa battutine acide a Sanji solo quando lui ci prova con Nami? Diresti ancora che è gay?”

No, pietà…

“Ti risponderei di fare più attenzione a quello che guardi, visto che ti sbagli.”

“E io ti direi di leggerti il manga, ideato e disegnato direttamente dal cervello e dalle manine di Oda, visto che è proprio lì che succede.”

“Caspita, e io che credevo che gli Zonami si fossero estinti quindici anni fa! Sei una specie rara, se avessi una Pokeball ti catturerei.”

“Zoro” nella voce di Nami, mentre si rimette cautamente in piedi, c’è una richiesta esausta ed eppure categorica, “voglio andarmene da qui.”

“Lo voglio anche io, cosa credi?” Rialzatosi prima di lei, lo spadaccino si guarda attorno con le katane già sfoderate, come se fosse pronto ad affettare chiunque gli spunterà davanti solo per aver osato respirare la sua stessa aria. “Sto cercando di pensare… ma di solito sei tu quella che escogita piani.”

Prima che lei possa rispondergli in qualunque modo, dal tunnel arcobaleno alla loro sinistra inizia a provenire un brusio in rapida crescita. Un coro costante, disomogeneo, che copre le voci dei due fan impegnati a colpirsi l’un l’altro a suon di sarcasmo. E seguito dalla comparsa di diverse persone, tutte armate di cartelli o con delle pettorine su cui spiccano in grandi lettere scarlatte frasi del tipo ‘Threesome sempre’, ‘La monogamia fa schifo’ e ‘Viva le harem ship’. Nami prova un’ondata di sollievo che va a unirsi allo stordimento non appena nota che quel corteo, agguerrito e compatto come un plotone militare, sta continuando la sua marcia senza calcolare né lei né Zoro. Ma più si fa vicino a loro, più le macchie di colore sparse tra cartelloni e striscioni che erano indistinguibili da lontano assumono forma e significato.

Ritratti umani. Alcuni stilizzati, la maggior parte spaventosamente realistici e dettagliati.

Tutti a sfondo romantico o sessuale. Soprattutto sessuale.

E comprendenti più persone.

Nami vede se stessa avvinghiata a Rufy, a Sanji, a Bibi, a Robin, a tutte e due le donne contemporaneamente, a Zoro quando c’è di mezzo anche Sanji, a Shanks, a Law, a Kidd. Persino a Genzo e a Nojiko, e a tante altre persone che è felice di non riuscire a identificare. Ma se i suoi occhi stanno rimpiangendo di poter vedere, l’unico dello spadaccino ancora funzionante deve essere probabilmente già stato sfregiato da una cicatrice auto-inflitta. Perché con lui i fan si sono scatenati ancora di più, rendendo pressocché impossibile non notarne continuamente la presenza in quel mare di arte licenziosa.

Zoro con Sanj e Rufy. Rufy con Zoro e Law. Law con Kidd e Zoro. Dracule Mihawk e Zoro da soli, ma impegnati come tutti gli altri in attività decisamente poco raffinate. Di nuovo Mihawk, a volte con Shanks, altre con Crocodile e Doflamingo nello stesso momento. E poi ancora Law, insieme a Doflamingo e a un tizio biondo con una stella sul volto truccato – tra le opere che il corteo sta facendo sfilare loro davanti con inarrestabile passione corale, ce n’è almeno una ogni due persone che ritrae uomini intenti ad accoppiarsi. E Zoro, insieme al chirurgo della morte, è la vera star del gruppo.

Senza avere il coraggio di voltarsi a guardare il compagno, Nami solleva tremante lo sguardo verso l’alto, cercando un’evasione visiva nel cielo. Ed è allora, mentre la voce di Johari ritorna dal nulla per dirle che bisogna riprogrammare la loro ‘visita romantica’, che si accorge di un fenomeno familiare.

Luccicante come polvere di diamante, sparsa tra le fronde degli alberi senza oscurare i raggi del sole. Lontana nel tempo di un anno esatto, ma vicina nei ricordi per la sua indimenticabile singolarità – la nebbia d’argento si sta moltiplicando rapidamente, come nutrita dalle grida convinte del corteo di manifestanti.

Mille pensieri l’attraversano in un lampo, si annodano gli uni sugli altri, si spezzano e rinascono. Ma lei, un braccio teso di lato in un gesto lento, verso lo spadaccino ormai sprigionante una scura aura di energia prossima a spazzare via ogni forma di vita circostante, ne ascolta davvero soltanto uno.

Fermo, gli dice senza parlare. Una promessa. Una rassicurazione. Un ordine silenzioso che in mezzo a tutto quel caos lo raggiunge comunque, assecondato dall’istinto di lui, da sempre percettivo dell’interiorità di lei più di quanto non lo sia Nami stessa.

Nami che sfila il Clima Tact dalla fondina alla coscia, se ne serve per dare vita a nuvole artificiali e scatena un temporale.

L’acqua scrosciante che le cade addosso non viene accolta solo con trionfo, ma anche con liberatorio sollievo, come se le stesse affidando il compito di ripulirle la memoria, di farle scivolare via di dosso tutto ciò che ha visto e sentito.

E quando ruota il volto verso Zoro, trattenutosi a stento dal compiere una strage di massa, lo fa con un sorriso.


 
**
 


Riprendere i sensi è un’esperienza improvvisa ed eppure piacevole, quella che si vive quando ci si sente pienamente riposati e si viene accolti dalla rivitalizzante carezza dei raggi solari sul viso. Raggi che non aggrediscono, che non invadono.

E che non ci sono davvero.

Nami lo realizza nel giro di pochi istanti, sufficienti a farle riconoscere un familiare odore di legno, carta e inchiostro. Quella percezione sensoriale le restituisce svelta il ricordo di dove si trovi. La notte prima si era addormentata nella biblioteca della Sunny cercando calore sotto al piumone. La loro nave era ormeggiata sulla costa di un’isola invernale. Nevicava. Faceva un freddo tremendo. Eppure, anche se ha capito che non si tratta di una percezione reale, l’eco di quei raggi solari vive ancora sulla sua pelle con persistenza, come se avesse lasciato la spiaggia dopo essere rimasta a crogiolarsi su uno sdraio per ore. 

Gli occhi le si schiudono lentamente, mettendo a fuoco scaffali colmi di libri e tende accostate. La scrivania al centro della stanza, suo luogo sacro in cui dà vita a mappe e nuove pagine del diario di bordo, le offre ulteriore riparo dal tenue chiarore del giorno che filtra dalle finestre. Steso accanto a lei c’è Zoro, il respiro regolare che ne rivela la rilassatezza di chi non è sveglio, ma nemmeno pienamente immerso nel sonno. Nami si porta una mano alla fronte, sospirando sollevata. Grazie al cielo era solo un sogno – un pensiero che l’attraversa come una corrente tiepida, che l’avvolge in un abbraccio rassicurante.

Ma proprio quando sta per convincersene realizza che qualcosa non va. E la persona al suo fianco muove la testa contro il cuscino in un cenno di negazione.

“… ’ontani… vi affetto.”

Quella voce impastata ed eppure carica di astiosa sincerità le suggerisce che anche il compagno non se la stia passando bene nel mondo onirico. Nami tentenna, indecisa se sfiorargli un braccio per farlo svegliare o lasciarlo stare.

“Zosan… Sanami…” – due parole soltanto, che sino alla notte prima per lei sarebbero state prive di significato, ma quella mattina tristemente familiari. E capaci di farle perdere diversi battiti.

“… ’ontani… principe… cavalleresco un cazzo... quali stelline negli occhi…”

Non solo la consapevolezza di stare indossando un costume da bagno – lo stesso due pezzi con cui si era svegliata proprio là, in quel luogo di tortura mascherato da paradiso –, no. Pure –

Zoro più Sanji!, Sanji più Nami!, le ripete un’entusiasta voce di ragazza nella testa, come se si stesse beffando di lei.

Ogni suo proposito di delicatezza va a farsi benedire. Nami scuote ripetutamente il braccio del compagno, in parte per sottrarlo a un orrore assicurato, in parte per l’egoistico bisogno di chiedere. E al tempo stesso per non dover ascoltare altro. È a torso nudo… non dirmi che è in bermuda, non dirmi che pure lui…

Lo spadaccino riprende pienamente i sensi, dando voce a una promessa di omicidio di massa. E nei minuti che seguono, in cui si fa sempre più confuso e accigliato, finisce per confermarne i più atroci sospetti. Entrambi sembrano aver vissuto la stessa identica esperienza. Ricordo per ricordo, orrore per orrore. Qualcosa che, insieme ai loro pigiami invernali rimpiazzati da costumi da bagno, costituisce l’inquietante prova che forse durante quell’assurda notte avevano davvero lasciato il loro letto.

Anche se non sanno come e quando.

L’ultima cosa di cui ha memoria la navigatrice è la nebbia d’argento, un fenomeno particolare che aveva visto esattamente un anno prima, durante la Vigilia di Natale. Allora l’aveva ritenuta innocua, una peculiarità del tratto di mare in cui stavano navigando gradevole per gli occhi. Finché Robin non le aveva confessato un piccolo dettaglio. Era giù da quel cielo imperlato da minuscoli cristalli di luce che era caduto il libro pieno di storie licenziose sulla loro ciurma. E a Upendi, o come diavolo si chiamava l’inferno in cui Nami era finita con Zoro, c’erano persone che sembravano conoscerli – o meglio, che discutevano dell’idea che si erano fatti su ognuno di loro, divertendosi a farli accoppiare in tutti i modi possibili e immaginabili. Proprio come era successo nel libro degli orrori.

Perciò aveva deciso di disperdere quella nebbia non appena l’aveva rivista. Qualcosa di cui mette sbrigativamente e indirettamente al corrente il compagno, persa a ragionare ad alta voce.

“Credimi, non sono mai stato felice come oggi di sapere che puoi controllare la roba nel cielo.”

A Nami di puntualizzare che ‘roba nel cielo’ non sia proprio la definizione giusta non importa assolutamente niente. Non allora, mentre si sta precipitando a una finestra per scostare le tende tanto in fretta da rischiare di inciampare sulle sue stesse coperte.

Il vetro riflettente le restituisce uno scenario imbiancato, fatto di fitti fiocchi di neve che cadono a un ritmo serrato. Nessuna nebbia.

Il sollievo la sfiora cauto, come se avesse paura di starsi sbagliando ancora, ma col passare del tempo attecchisce sempre più a fondo. Intorno a lei non ci sono preoccupanti dettagli rivelatori. La biblioteca è familiare e accogliente come suo solito. Verificare che lo sia anche il resto della nave, andare a cercare gli altri, accertarsi che non manchi nessuno, che non ci sia niente di anomalo a bordo – sono istintivi propositi condivisi che sbiadiscono col passare del tempo, a mano a mano che lei e Zoro fanno mente locale e si distaccano da quanto hanno vissuto. I loro compagni di viaggio sono sulla Sunny, non c’è alcun pericolo nelle vicinanze. È lo spadaccino a garantirlo. Nami si fida della sua percezione tanto quanto crede nella propria capacità di sentire il clima, perciò ne asseconda la richiesta di tornare sotto le coperte per godersi più che può la quiete di una casa ancora mezza addormentata, conscia che ben presto qualcuno non a caso la rimpiazzerà con un chiasso sgangherato.

Forse avevano davvero soltanto sognato. Forse no. Ma finché non c’è alcuna nebbia d’argento nei paraggi, si augura lei, possono stare tranquilli. Anche se pure l’alternativa suggerita da lui di non addormentarsi più per i prossimi sei mesi esercita su entrambi la sua attrattiva. Fare a gara su quale sia il metodo migliore per ripulire le loro menti da ciò che hanno visto e sentito li aiuta di per sé a distrarsi, spingendoli a cercare di vederne solo il lato divertente.

“Tutti quei ritratti su di te… sono invidiosa, sai?”

“Forse volevi dire gelosa.”

“Ma no” Nami si stringe nel piumone, assumendo un broncio teatrale, “intendo dire che eri tu la vera star, più di quanto non lo fossi io.”

Zoro sussulta per un brivido che non ha nulla a che fare con il freddo. “Con quello che ho visto è un miracolo che non abbia deciso di infilzarmi l’occhio destro.”

Lei ride solidale. “Sei stato saggio, in realtà. Altrimenti ti saresti privato della possibilità di ammirare ancora questo panorama.” Scostarsi le coperte di dosso non è il suo modo per alludere a un messaggio che sa essere già arrivato forte e chiaro, ne anticipa soltanto l’intento di alzarsi per andare a indossare qualcosa di più pesante.

Ma Zoro è più svelto di lei, le passa un braccio attorno alla schiena e l’attira a sé con uno sguardo che dice tutto ciò le parole non hanno bisogno di chiarire. Finché le sue dita, risalite impenitenti a slacciarle i lacci del costume, non si fermano lasciandola con l’elastico sciolto solo a metà. E una scherzosa protesta sospesa sulle labbra, che di fronte al crescente sospetto sul volto di lui si fa sempre più curiosa.

“Che intendevi dire ieri con Franky? A proposito del vibratore che ti sarebbe tornato” lo sguardo puntato nel suo si scurisce di indispettito orgoglio, “‘più utile’ di quanto avrebbe creduto.”

Nami stira le labbra in un sorriso calcolatore, da gatta. Per quanto in altre circostanze l’avrebbe divertita tenere il compagno sulle spine, stavolta preferisce chiarire subito l’equivoco. Non ha assolutamente nulla di cui lamentarsi sulla loro intimità, qualcosa di cui lui stesso non dovrebbe avere alcun dubbio, se solo pensasse a uno dei tanti modi in cui glielo fa sempre capire. E dopo ciò che ha dovuto affrontare quella notte, tra tunnel infestati da fan che immaginavano lui o lei in coppia con Sanji e sfilze di ritratti in cui lo facevano accoppiare con tutto fuorché i sassi, preferisce dargli tregua.

“Credimi, non intendo usarlo di persona.”
 

 
**
 


Il rumore di passi proveniente dalle scale del laboratorio è diverso da quello chiassoso ed energico cui Usopp è generalmente abituato. La loro lenta cautela ne risveglia lo spiccato spirito di sopravvivenza, spingendolo a distogliere l’attenzione dal proprio lavoro a orecchie tese.

“F-Franky?”

La risposta del carpentiere arriva dopo qualche secondo di inquietante silenzio, più simile a un abbaio trattenuto tra i denti che a un’affermazione. La sua imponente figura che compare sulla soglia delle scale gli permette di notare subito un insolito particolare.

“Perché cammini in quel modo?”

“Non sono fatti tuoi.”

“Calma, calma, ho solo chiesto. Ti serve qual –”

“Delle pinzette di precisione.” Il cyborg fissa incarognito il muro di fronte a sé. “E tanta, tanta colla.”

Usopp lo osserva perplesso. Non per la richiesta in sé, dato che entrambi sono abituati a prestarsi attrezzatura di ogni genere, ma per l’evidente risentimento con cui è stata formulata. “La colla è laggiù, mentre le pinzette” riposta la lente che aveva nella mano sinistra su un panno pulito, il cacciavite ancora ben stretto nella destra, gli indica col dito un piccolo cassetto sul fondo della stanza, “le trovi lì dentro, a meno che non ti serva proprio quella che sto per usare io.”

“Mi farò andar bene le altre, grazie.”

Nel silenzio che segue lo sguardo del cecchino rimane ostinatamente puntato sul compagno di ciurma. Il ridicolo modo in cui cammina gli impedisce di tornare all’opera, qualcosa di cui il diretto interessato sembra essere più che consapevole.

Recuperato ciò di cui aveva bisogno, Franky si volta nella sua direzione con uno sguardo che grida niente domande. “Come mai si sono rotti?”

Usopp sa perfettamente che si sta riferendo agli occhiali che stava aggiustando prima del suo arrivo, non gli serve abbassare lo sguardo per rispondergli. Tenerlo d’occhio in attesa che si diriga verso le scale è più importante. “Rufy. Ci ha preso contro mentre giocava ad Acchiappa la talpa con Brook. Di nuovo.”

“Ah.”

“Dovrei imparare a non lasciarli in giro quando è nelle vicinanze.”

“Già.”

“E tu pensa, ho pure il Clima Tact di Nami da riparare, visto che lei –”

“Gliel’ha fracassato in testa.”

“Di nuovo parte due, esatto. Tu dormivi ancora quando è successo, l’aveva beccato ad addentare –”

“L’albero maestro, lo so. Avevo giusto finito di aggiustarlo, prima di…” Franky si morde bruscamente il labbro, non aggiungendo altro.

Nella speranza che lui riprenda a camminare, Usopp finge di tornare a concentrarsi sugli occhiali rotti per guadagnare terreno. “Gli altri ti hanno detto come mai? Durante la sua pausa sonnellino post-colazione ha sognato di rincorrere –”

“Una salsiccia che gli faceva il dito medio, l’ha morso pensando di essere finalmente riuscito ad acchiapparla. Sì, so anche questo.”

Il cecchino solleva la testa di scatto, riuscendo finalmente a sorprenderlo camminare ancora a gambe larghe.

Il cyborg si blocca poco prima di raggiungere la soglia delle scale, ma invece di voltarsi per ripetergli di farsi gli affari suoi si lascia sfuggire tutt’altre parole. “Quella carogna…”

Un lieve rumore di metallo spezzato informa il cecchino che le sue pinzette sono appena andate a farsi benedire. “Quel somaro ha proprio esagerato stavolta, eh? Vedila così, tra un paio di giorni attraccheremo sulla prossima isola e potremo fare rifornimento del legname che –”

“Parlo della nostra cara navigatrice.”

Usopp drizza la schiena sulla sedia, presentendo l’arrivo della succosa rivelazione in cui stava sperando. “Non farti sentire, o quella ti ammazza sul serio.”

“Sempre che io non uccida prima lei.”

“Adesso sembri Zoro. Comunque…” il cecchino cerca di assumere il tono più innocente e disinteressato che conosce, “cosa ti ha fatto Nami?”

Franky ignora la domanda. E dopo lunghi secondi di silenziosa immobilità si volta all’improvviso. “Sai che c’è? Ho cambiato idea. Mi serve una catena di acciaio, quella ce l’ho io.”

“Ehm, non c’è di che per la pinzetta che hai distrutto.”

“Te ne prendo un kit intero appena sbarchiamo.”

“Nah, figurati. A cosa ti serve la catena di acciaio?”

“A costruire una motosega.”

Usopp deglutisce a vuoto, perdendo la presa sul cacciavite. Ma proprio quando sta per raggiungere un picco di inquietudine impegnativa il suo cervello unisce i punti. “Aspetta, non dirmi che Nami…!” Lo sguardo che gli ricade in basso senza distogliersi dal cyborg parla per lui.

“Mi sono seduto dove non avrei dovuto, fine della storia. Ciao!”

“Ma come – in che…” mentre Franky si dirige a gambe larghe in cima alle scale del laboratorio, il cecchino è costretto a mordersi la lingua pur di non scoppiare a ridere, “come ha fatto a finirti proprio –” L’immagine che gli si profila nella mente gli impedisce di finire la frase.

“Perché quella strega ha un’alleata altrettanto pericolosa su cui poter contare.” Fermatosi in cima alle scale, il carpentiere ormai non prova più nemmeno a negare l’evidenza, perdendosi in uno sfogo che suona perlopiù come un monologo interiore espresso ad alta voce. “Tutto perché avrei rischiato di ‘traumatizzare immeritatamente il piccolo Chopper’. Come se fosse colpa mia, poi! Io quel regalo l’avevo preso per Nami, non avevo di certo previsto che sarebbe caduto a terra proprio quando lui ci sarebbe andato attorno! Che poi si può sapere che trauma avrebbe subito se lo avesse preso in mano? Insomma, avrebbe iniziato ad approfondire l’anatomia in anticipo, è pur sempre un medico, certe cose dovrebbe averle pure già studiate! Ma no, attenzione, non sia mai che – dannato nasone!”

Le risate che Usopp aveva cercato di trattenere con tutte le sue forze si sono ormai trasformate in ululati in falsetto, mentre nella sua testa il cyborg, smagliante e gagliardo come suo solito, prende posta su una sedia a lui riservata senza sapere di stare per ricevere una sorpresa molto dolorosa. Un regalo restituitogli tacitamente, in qualità di suo vero mittente. E che una mano spuntata dal nulla pochi istanti prima, rapida e silenziosa nell’eseguire il compito affidatogli da una perfida amica dai capelli rossi, aveva strategicamente posizionato proprio sotto al suo ingresso posteriore.

“Farò in modo che tu riceva lo stesso trattamento, un giorno. È una promessa!”


 
**


 
La finestra del balcone aperta lascia entrare il mare nella stanza, portandone l’odore salmastro insieme al respiro tranquillo. La sua distesa azzurra abbraccia l’orizzonte per chilometri, rivelando increspature sparse al passaggio di gabbiani in volo o al fugace affioramento di creature acquatiche in superficie – movimenti rapidi, imprevedibili, che armonizzano per contrasto con i quieti, costanti gesti provenienti dall’interno di quelle mura.

Mentre Nami continua a riordinare i suoi vestiti nell’armadio, Zoro siede a mezzo busto sul letto con lo sguardo rivolto a un taccuino, le dita che sfogliano le pagine a intervalli più o meno regolari. Il suono stesso cui dà vita, per lei, a volte risulta ancora surreale. Quando viaggiavano in ciurma lo si sarebbe potuto sorprendere a leggere di rado. In quei casi aveva sempre tra le mani libri sul Bushido. Ma poi le cose erano cambiate. Negli anni trascorsi insieme alla compagna aveva scelto di aggiungere qualcosa di nuovo alla sua ridotta lista d’eccezione.

Storie che un tempo lei stessa non avrebbe mai creduto potessero nascere.

Lo sguardo le scivola sull’orizzonte, richiamato dalla calamita naturale che spesso la porta a cercare il mare. Oltre la pietra scaldata dal sole si intravede la scogliera sopra cui affaccia la loro casa – un luogo, anch’esso, di cui anni prima non avrebbe saputo immaginare nemmeno i contorni. L’iniziale proposito di avvicinarsi al letto per recuperare altri vestiti da riordinare svanisce sotto l’inatteso tepore di quella realizzazione.

Nami volge furtiva l’attenzione su Zoro. Ma nei secondi a venire non può fare a meno di continuare a guardarlo con palese interesse. Sul suo viso è comparsa quella piega leggera che gli viene ai lati della bocca mentre sorride di un sorriso lieve, inevitabile, quello che gli nasce spontaneo ogni volta che riconosce qualcosa di sé, di lei, nelle parole che legge.

La sua non è una percezione illusoria. Perché in quella storia, anche se i protagonisti hanno nomi e aspetto fisico diverso, ci sono davvero loro.

“Come ti sembra?” La domanda di lei aleggia nell’aria portata dal mare e scaldata dal sole, dando voce a una curiosità più vasta di quella stessa distesa azzurra che rincorre l’orizzonte, troppa per essere contenuta.

“Vera” la schietta risposta di Zoro arriva prima ancora che il suo sguardo si distolga dal taccuino per posarsi sulla compagna – “e potente. Come te.”

Nami gli sorride con orgoglio. Vorrebbe che le impronte di sé e di lui che desidera lasciare al mondo fossero paragonabili a quelle che le sono state appena descritte. Se riuscisse a renderle tali, sentirebbe di aver ottenuto un traguardo più importante di quello raggiunto creandone l’intera mappa. E sarebbe soprattutto merito suo, per l’ispirazione che le dona giorno dopo giorno. Per continuare, semplicemente, a essere se stesso.

“Non come me. Come noi.”

Zoro inarca un sopracciglio con aria contrariata, dimostrandole di non aver ancora compreso appieno il valore che ha in tutto ciò che lei ha creato sino ad allora. Perciò zitto e leggi, gli dice, il tono scherzoso che eppure non ammette repliche. Mentre lei riprende a sistemarsi il guardaroba, lui l’asseconda con l’attenta curiosità di chi desidera sviscerare ogni parola trascritta su quel taccuino, qualcosa che un tempo l’avrebbe spaventata, che l’avrebbe fatta sentire più esposta di quanto non si è già senza vestiti, nuda fino alla carne viva – ma che oggi, dopo più di dodici anni di relazione consolidata, le dona un’emozione che è cura.

“Stavo pensando…” Nami riprende parola nel silenzio protrattosi, quando il suo guardaroba che aveva subito una rivoluzione degna di uno scenario apocalittico è ormai stato quasi del tutto riorganizzato, “alla fine non siamo più entrati nel tunnel Zonami.”

Lo sguardo dello spadaccino si fossilizza inespressivo su un punto del taccuino che non sembra vedere più davvero. Poi si solleva lentamente su di lei, consapevole dell’episodio rievocato come lo si può essere soltanto di fronte a quelli assurdamente memorabili. “Spiegami cosa diavolo ti ha fatto tornare in mente una roba del genere.”

“Beh, si avvicina il Natale, e poi…”

Natale. Una celebrazione esistente da secoli, che entrambi, durante il loro viaggio per mare da a malapena ventenni, avevano scoperto fare riferimento proprio all’avvento di Nika. Ma anche la festa in cui per due anni di fila era comparsa una misteriosa nebbia d’argento. La sua assenza in quelli a venire aveva eliminato il rischio di incappare in nuove, spiacevoli avventure aberranti. Gli scenari che sembravano riguardarli in prima persona insieme al resto della loro ciurma, ma vissuti attraverso la lente distorcente di altre persone, non erano più tornati a bussare alla loro porta. Né sottoforma di strani libri, né in viaggi dimenticati verso luoghi tristemente più che ricordati – una conferma indiretta dei loro sospetti, mai pienamente fondati ma forti, che quel fenomeno fosse stato la causa scatenante di tutto.

“Siccome stai leggendo una storia su di noi scritta da me, ho ricordato anche quelle di tu-sai-quale-libro… e quello che ci è capitato l’anno dopo.”

Zoro ha appoggiato il taccuino sul letto. Il suo sguardo non scorre più sulle pagine scritte a mano, fissa lei mezzo interdetto e mezzo indignato, come se non credesse a ciò che le ha appena sentito dire. “Ti intrigherebbe tornare in un mondo in cui gente a caso si fa pippe mentali sulle nostre vite?”  

“Beh, non proprio sulle nostre vite” un ironico sorriso altezzoso le incurva le labbra, “ma su quelle delle controparti cartacee dei soli, unici, inimitabili Nami e Zoro.”

Lo spadaccino scuote la testa come se volesse dissociarsi da quell’auto-elogio, ma non riesce a trattenere una smorfia tra il divertito e il compiaciuto.

“Chissà chi era davvero quella Johari…”

“Ti ricordi ancora come si chiama?”

“Pure tu, a quanto pare.”

Per alcuni istanti il solo suono che accompagna i versi dei gabbiani in lontananza è quello del guardaroba che viene richiuso, seguito da un fruscio di coperte smosse. Nami ha raggiunto il letto per sedersi a fianco del compagno, che la fissa scettico.

“Ci credi veramente?”

“A cosa?”

“Che quella notte fossimo finiti in un altro mondo.”

Nami scrolla le spalle, volgendo lo sguardo al panorama di luce e di azzurro che entra in camera dalla finestra del balcone aperta. “Non saprei. Quel che è certo è che ne abbiamo viste e passate di tutti i colori viaggiando in ciurma.”

“Quindi non lo escludi.”

“Beh, no.”

Lo spadaccino la fissa con insistenza, come se volesse spingerla a guardarlo in faccia mentre glielo dice. Lo sguardo che incontra lei quando lo asseconda è spiazzato, a tratti allarmato. Le fa venire da ridere. “Anche se fosse, che male ci sarebbe?”

“Lo sai benissimo.”

Ed è vero. Nami ha il sospetto che il compagno non abbia mai realmente rimosso tutti i ritratti che lo immortalavano ad accoppiarsi con svariati uomini. Incluso il suo maestro e rivale. Vivere da vicino qualcosa che il libro licenzioso gli aveva soltanto fatto immaginare doveva averlo scottato più del previsto, portando a una curiosa inversione di ruoli rispetto all’anno passato, in cui era stato proprio lui a farla distrarre in modo convincente dalle storie che erano stati costretti ad ascoltare. Ma per quanto una parte di lei vorrebbe assicurargli che Upendi era soltanto un’illusione, un’altra è ormai più propensa a credere nel contrario.

Che esistessero più mondi lo avevano imparato raggiungendo il One Piece, così come avevano scoperto che il tempo non fosse lineare. Per quel che ne sanno entrambi potrebbe essere stato lo stesso Rufy, non più parte del loro e libero in un altrove ignoto, ad aver aperto la breccia che aveva portato con sé la nebbia d’argento. Magari involontariamente, mentre stava vivendo una nuova avventura. Oppure di proposito, per fare a tutti uno scherzo impareggiabile. A Nami piace pensare che, ovunque si trovi, gli sia stata data la possibilità di rivivere il loro viaggio almeno un’ultima volta. E che non smetterà mai di essere felice.

Ricordarlo le porta il sole, ed eppure anche una malinconia densa come miele. Un sentimento che in quel momento si rivela anche portatore di una serena accettazione.

“Se ci fosse effettivamente un mondo in cui esistiamo soltanto come creazioni letterarie, non cambierebbe comunque nulla. L’importante non sarebbe né cosa ne farebbero gli altri di noi, né cosa penserebbero che vorremmo.” Nami si esprime con la nuova saggezza derivatale dalle esperienze vissute negli ultimi dodici anni, una capacità che le permette di non sentire più né inquietudine né disagio per qualcosa che un tempo l’aveva scioccata. “Ciò che conta è la nostra vita qui, quella che non appartiene alle nostre versioni immaginarie, ma a noi stessi. Nessuno potrà mai portarcela via.”

Zoro non dice una parola. Eppure, anche se la fissa perplesso, le sembra già più alleggerito. Qualcosa che la esorta ad andare avanti.

“Dobbiamo pensare soltanto a stare bene con noi stessi e con le persone che amiamo. Dare valore a ogni giorno, senza sprecare attimi. E, soprattutto, non dimenticare mai chi non c’è più. Perché è nel ricordo, nel continuare a raccontare di quelle persone, che possiamo tenerle in vita.”

Nel silenzio che segue è il respiro del mare a riempire la stanza. Una presenza familiare, accolta, che stende su di loro un sentimento inatteso.

“Non mi aspettavo questa improvvisa virata esistenziale.”

Nami ride di quell'ironica osservazione, frutto di una malinconia condivisa che Zoro deve aver sentito il bisogno di smorzarle. “Ogni tanto ci vuole.” Perlomeno, si dice fra sé e sé, sembra essere servita a distrarlo da un argomento ancora capace di provarlo. “Ovunque sia Rufy, qualunque cosa stia facendo” l’aria che emette si spezza in un soffio, come se stesse dando voce a una confessione che nemmeno lei stessa ha il diritto di udire, “spero si stia divertendo. Dopo tutto quello che ha fatto per noi, se lo merita.”

Lo spadaccino le copre una mano con la sua. Intreccia le loro dita in una stretta che non opprime. Che resta per sostenere. Per condividere. Che le sussurra so cosa provi, viviamolo insieme.

“Senti questa, a un certo punto nel mondo della nebbia d’argento” Nami parla dopo quella che le sembra un’eternità, la pelle scaldata dal tocco di lui, nella voce un’intima gratitudine che non rivela ferite, solo quiete, “ricordo di aver sentito qualcuno dire che Rayleigh e Shakky ci somigliano.”

Zoro assottiglia lo sguardo, fissando il soffitto con aria assorta. “In effetti qualcosa in comune io e lui lo abbiamo… tu e lei un po’ meno.”

La compagna lo scruta incuriosita, certa che stia per dirle da un momento all’altro qualcosa di pungente per il puro gusto di stuzzicarla – sei più perfida e impertinente, lei è meno avida di te e ha più classe, cose del genere.

Ma quando lo spadaccino la spinge a incrociare il suo volto non le esprime nulla del genere. La sua espressione è seria, distesa. Senza ombre. “Tu sei più bella.”

Nonostante siano ormai passati dodici anni da quando sono diventati una coppia, il cuore di Nami sussulta come se fosse di fronte a uno dei suoi primi gesti rivelatori. “Ci passiamo circa quarant’anni di differenza” cerca di scherzare, “non è un confronto equo.”

“Ho visto delle sue foto di quando era giovane.”

Zoro non mente. Anni prima, quando entrambi avevano fatto ritorno a Sabaody durante un viaggio, avevano avuto modo di notarne di diverse nel suo pub, tutte esibite con vanitoso orgoglio. E, con grande approvazione della navigatrice, anche come strategico memento per Rayleigh, che di tanto in tanto fingeva di aver puntato qualche giovane, piacente ragazza per farla ingelosire.

“D’accordo, però –”

“Tu sei più bella.”

C’è qualcosa di definitivo, di intimamente sincero, in quell’affermazione ripetuta. Un bella che va oltre la pelle, oltre gli occhi, che li riguarda ed eppure comprende anche tutta quella serie di fragilità e difetti e forza e motivi di orgoglio che l’hanno resa la persona che è. Nami lo avverte nel modo in cui Zoro continua a cercarla, nella schietta intensità del suo sguardo che non ha paura di rivelarsi. Il modo in cui le dice certe cose è ancora in grado di lasciarle la sensazione che il mondo stia vacillando sotto i suoi piedi.

È convinta che non cambierà nel tempo. Che sarà gemello a quello in cui lei continuerà a vedere lui.

Sul volto dello spadaccino è ricomparsa la piega che gli viene a lato della bocca quando sorride del suo sorriso lieve. Un’incurvatura che lui odia, che lei ama. La testimonianza che di tempo ne è passato, che di anni insieme ne hanno vissuti tanti.

Sono meno giovani, ormai. Un giorno per loro non ci sarà più alcun ‘meno’, solo un ‘anziani’. La navigatrice ne è sempre più concretamente consapevole, ma non ha paura. Immagina che poter raggiungere quella fase della sua vita insieme a lui sarà un trionfo, un tesoro che aumenterà di valore giorno dopo giorno, in ognuna delle scheggiature che subirà. Perché al decadimento fisico si accompagneranno nuovi ricordi condivisi, cementati da un’intensità emotiva accresciuta dall’età, da un legame sempre più complice, saldo, dalla vita stessa – tutti da proteggere e amare.

Il sorriso che le affiora sul viso è tremulo di un’emozione che non conosce espressione, che l’abita come una promessa tumultuosa, che eppure riscalda senza bruciare. Nami tende una mano verso il volto di Zoro. E lo accarezza proprio a lato della bocca, su quell’increspatura che ai suoi occhi lo segna soltanto per renderlo più attraente.

Un gesto in cui è racchiuso il mare. In cui gliene dona tutte le onde.

Lo sguardo di lui, mentre trattiene il fiato, si fa sempre più sorpreso. Rilassato e acceso insieme.

Il tocco di lei resta, si ritrae, osserva con cura, ritorna, imprimendosi ogni millimetro di quella piega sotto i polpastrelli. Come se stesse cercando un segreto. Come se volesse trovarlo per prendersene cura.

“Che fai?”

La voce di Nami è un mormorio che gli sfiora irriverente le labbra, prima che le raggiunga con le sue. “Mappo il mio nuovo tesoro.”
 
 
 
 
 
 
 









 



Note
Spero che il duplice significato del titolo di questo capitolo sia stato colto. In caso contrario, chiarisco che oltre a fare riferimento ai legami e ai ricordi condivisi con chi si ama è rivolto pure alle singole preferenze di noi fan. A quelli che non impongono la loro opinione sugli altri. E a cui auguro di non farsi mai rovinare l’esperienza dall’ignoranza di nessuno.
Passando alle cose ancora più importanti: ho evitato di inserire il tunnel Zonami perché è la mia coppia preferita e volevo cercare di risultare il più imparziale possibile? Ovvio che no! È solo che mi piacerebbe scriverci su in futuro, se e soprattutto quando non lo so, ma l’intenzione c’è. Per il resto, spero di avervi strappato una risata e che questa storia vi abbia permesso di staccare un po’ la spina dalla quotidianità.
Alla prossima!
  
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