CAPITOLO 22. Game Over
Eve era in testa: appena raggiunta la casella numero quaranta, lampeggiò l’ennesima scritta e la maga seppe di doversi preparare all’inevitabile. Dopo aver letto la parola caccia, tutto si aspettava tranne che dovesse essere preda di un’oca gigante. La piattaforma si allargò a dismisura mentre Eve cominciò a correre da una parte all’altra, evitando di restare schiacciata dalle gigantesche zampe dell’animale. Avendo qualche secondo di vantaggio, creò i suoi anelli dorati disegnandoli in aria.
Sperò senza remore a una delle zampe, facendo capitolare l’oca. Fatto ciò, vinse e la plancia di gioco tornò alle sue dimensioni normali.
Che razza di situazione... Pensò, avvilita. Reha è ancora fermo alla casella numero ventisette e l’altro bestione mi è alle calcagna.
«Tocca di nuovo a te, Sciamano.»
«È scienziato. Scien-zia-to.» Rehagan tirò i dadi e avanzò fino alla trentunesima casella su cui svettava in maiuscolo la parola bonus. Per nulla ottimista, il ragazzo si morse la guancia, aspettandosi il peggio.
Invece, dovette semplicemente scegliere tra un piatto di riso al curry e una bevanda fresca. «Non è avvelenata, vero?»
«Ve l’ho detto: non ricorro a certi mezzucci, io!»
Non del tutto convinto, Rehagan accettò la bottiglietta d’acqua ma la infilò in tasca.
Fu il turno di Eve. Quello stramaledetto gioco si stava protraendo troppo a lungo. Dovevano muoversi a vincere. La ragazza arrestò il passo sulla casella numero quarantatré: davanti a sé venne formulato l’ennesimo indovinello. Anche se con un po’ di difficoltà, riuscì a risolverlo.
Lo scienziato non perse tempo e tirò i dadi; anche lui voleva terminare quella partita il prima possibile. Il numero che ne uscì lasciò di stucco tutti i presenti, anche se per motivi diversi. Jack balzò in piedi, entusiasta. «Che colpo di fortuna! Quante possibilità c’erano che uscisse un doppio sei! Fantastico!»
Rehagan avanzò, casella dopo casella, fermandosi – suo malgrado – accanto a Eve.
«Bene, bene… a questo punto, dovrete lottare, se volete che uno solo tra voi termini il gioco!»
Le voci dei maghi si accavallarono: «Scordatelo!», «Non ci penso nemmeno!»
Jack si ammutolì, come se fosse stato preso in contropiede. «Cosa? Ma…»
Killian lo guardò, trattenendo una risata. Da quando gli si era presentato, aveva capito parecchie cose di lui: non era un tipo eccessivamente crudele, i suoi più grandi difetti erano l’innato egocentrismo e la sua smodata passione per i giochi di società. Aveva creato i due goblin di terra per movimentare la partita ma i suoi poteri non gli permettevano di obbligare nessuno a fare niente. E, poi, non era così intelligente da sfruttare appieno l’ostaggio di cui si era tanto vantato… se fosse stato al suo posto, avrebbe senz’altro costretto Eve e Reha a combattersi fino alla morte di uno dei due giocando con le loro menti, premendo sui loro punti deboli…
Non ci sono più gli strateghi di una volta…!
«Meno male che Zarath mi ha dato istruzioni… altrimenti, non avrei saputo cosa fare!»
Killian corrucciò la fronte. Zarath?
Jack sghignazzò. «L’ultimo acquisto dei Goblin Thief è una persona che sa molte cose, un vero genio! Ha subito scoperto chi e cosa è importante per ciascuno di voi e ha agito di conseguenz-!»
«Mi arrendo!» La voce dello scienziato risuonò chiara e decisa, interrompendo le parole del mago.
«Cosa?»
«Mi arrendo.» Rehagan sembrava estremamente sicuro di quel che stava dicendo. Al contrario, Eve non riusciva a capire cosa avesse in mente. «Si può fare, no?»
Il goblin restò per un attimo senza parole; gli occhi sbarrati. Fu solo dopo pochi secondi che si riscosse, ridacchiando. «Beh, ecco…» Eppure, la sua non era la faccia di chi poteva dirsi realmente soddisfatto. «Oramai hai già calpestato la casella, quindi… mi spiace, non si può!»
La plancia di gioco si ingrandì nuovamente, dando ai due maghi la possibilità di potersi muovere a proprio piacimento. Eve guardò prima lo scienziato, poi Killian, poi di nuovo Reha, cercando di trovare una soluzione – un trucco che potesse aggirare quell’obbligo. Contrariamente a quel che si aspettava, l’altro non sembrava affatto nervoso, né preoccupato.
Anzi, tirò fuori dalle tasche della sua giacca un paio di fiale contenenti del liquido colorato. «Potresti evitare di colpirmi la faccia?»
La rossa non riusciva davvero a crederci. «Fai sul serio? Vuoi combattere?»
«È l’unica soluzione, no?»
Eve si morse piano una guancia, confusa. Rehagan doveva avere un piano, ne era sicura. Quasi sicura. Altrimenti, perché tutta quella serenità?
Intanto, Jack non stava più nella pelle. «Wow, chissà chi vincerà!»
Sospirò. Disegnò un primo cerchio utilizzando la sua magia – ancora per nulla convinta – ma Reha agì prima ancora che potesse sparare, lasciando cadere entrambe le fiale ai suoi piedi. A contatto con l’aria, il liquido viola e quello nero si mischiarono, generando una fitta nube verdastra che riempì l’intera plancia di gioco, rendendo impossibile vedere cosa stesse succedendo.
«Ma che roba è?» domandò Jack, parecchio scioccato.
Eve, d’altro canto, tossicchiò un paio di volte e si coprì la bocca per evitare di respirare quella roba ma ben presto si sentì strattonare. Riuscì a registrare appena le parole che Reha le sussurrò all’orecchio prima di rendersi conto di non avere più niente sotto i piedi e che stava precipitando.
Letteralmente.
Fu più forte di lei, Eve gridò.
Rehagan l’aveva appena spinta fuori dalla plancia di gioco.
§
Senza troppe cerimonie, Diana strappò via il tessuto di una tenda a caso, lo appallottolò e lo lanciò a Lily – ops, a Orias – intimandogli di indossarlo.
La risposta di quel matto furono una linguaccia e un versaccio.
«Sei esasperante…! Ora capisco perché anche Lily è sempre così esaurita!»
Orias assunse un’espressione altamente oltraggiata. «Come osi? Ma ti sei vista?»
La Dragon Slayer roteò gli occhi al cielo, aguzzando le orecchie. Prima ancora di far tacere quel casinista, doveva prima occuparsi di lei, Camellia. Non potevano di certo rimanere bloccate dietro un muretto in attesa che smettesse di lanciare i suoi petali affilati come piccoli pugnali… il problema era che Lily – Orias – sembrava non voler affatto collaborare.
Più di una volta aveva cercato di lanciarsi contro il nemico senza alcun piano, senza curarsi dei tagli che già aveva accusato e, soprattutto, senza vestiti.
«La vuoi smettere di fare casino? La tua voce è irritante.»
«Anche tu sei irritante, pensa un po’! Non mi intralciare, ci penso io a quella testina di cazzo.»
Diana gli lanciò un’occhiata truce. «Tu non vai proprio da nessuna parte conciato così. Pensa alle priorità, alle fottute priorità. Copriti e poi, forse, potrai fare quello che ti pare.»
Sperava di prendere tempo, Diana. Voleva impedirgli di fare stupidaggini, magari usarlo pure come esca – tanto le sue ferite guarivano, no? – ma avevano bisogno di uno spiraglio. Un attimo di tregua.
Tra l’altro…
«Che goduria! Devo portare a termine la mia missione, così la somma Emilia sarà felice e io potrò vederla sorridere ancora una volta… Ah, che goduria! Riesco quasi a immaginarla. Così gentile, così carina. Devo sbrigarmi a uccidere quelle due… anche se, ora che ci penso, potrei portarle in regalo alla somma Emilia! Ma sì, a lei piace avere tante amiche con cui parlare. Sì, farò così!»
Diana chiuse un attimo gli occhi, sopraffatta dalla velocità con cui i pensieri di quella stramba si accavallavano. Scosse la testa e gettò un’occhiata veloce a Lily – Orias – che cercava di annodare la tenda attorno al suo corpo, a mo’ di vestito. Venne fuori un mezzo disastro ma, almeno, ora Diana sapeva dove guardare.
«Tu la distrai, io attacco.»
Orias fece scoccare le lingua sotto il palato. «Nemmeno per idea. Attacco io e pace.»
Nemmeno il tempo di finire la frase che era già saltato oltre il muretto. La Dragon Slayer trattenne a stento un insulto e, approfittando di un attimo di distrazione di Camellia, tirò fuori il proprio coltello e partì anche lei all’attacco.
Veder combattere Orias nel corpo di Lily era strano. Orias era più preciso, non sprecava alcun movimento, ed era più crudele. I suoi artigli cercavano sempre di raggiungere i punti vitali del nemico – il collo, in primis – e per un attimo, un minuscolo istante, a Diana sembrò che ci fosse quasi riuscito ma Camellia era in grado di generare un tornado di petali acuminati che fungeva da vero e proprio scudo.
Ci mise un attimo a intuire cos’avesse in mente, anche senza l’utilizzo della sua magia sensoriale, e senza rendersene conto si ritrovò a urlare a Orias di togliersi immediatamente da lì. Lui arretrò ma non abbastanza in fretta – il tornado di petali esplose scagliando tutti quei micro-coltelli in giro senza alcun senso logico. Diana fu abbastanza svelta da pararsi la testa e il busto con le braccia e le gambe ma Orias venne sbalzato via, trafitto praticamente ovunque da quelli che a prima vista sembravano pezzi di vetro. Tanti, fastidiosissimi, pezzi di vetro.
Camellia rise con gioia dinanzi alla figura di Lily – Orias – mezza distesa a terra e ricoperta di tagli e petali inzuppati di sangue. «Colpiti in pieno…!»
La Dragon Slayer scattò nuovamente verso l’avversario, coltello stretto tra le dita, arrivandole tanto vicino da tranciarle di netto alcune ciocche di capelli. Purtroppo, Camellia riuscì a schivare l’attacco ma si mostrò sorpresa dalla sua velocità di ripresa.
No. Era divertita – divertita dal sangue che aveva preso a sgorgare dalle sue ferite. «Cavoli, sei piena di tagli… non ti fanno male?»
Inquietante… e, comunque, no. Non mi fanno male per niente.
«Non avresti dovuto attaccarci senza un piano.» Disse, provando a colpirla, ma senza successo. Camellia si muoveva leggiadra, come una ballerina, e nel farlo, rideva. Era così sicura di sé e delle proprie capacità che non si era minimamente domandata che tipo di magia potessero avere i suoi nemici. «Il fatto che mi sia ferita è più un tuo problema, squilibrata…»
Fu un susseguirsi di attacchi e parate, in cui nessuna delle due sembrava avere la meglio. Camellia continuava a generare petali taglienti ma a Diana non sembrava importare. Più la sua pelle veniva tagliata, più il suo sangue sgorgava e più velocemente poteva mettere fine a quel combattimento.
A un certo punto, quando con la coda dell’occhio vide Lily – Orias – barcollare nella loro direzione, decise che era arrivato il momento. Diana aveva sempre avuto un’elevatissima resistenza al dolore: le sue innumerevoli cicatrici ne erano una prova. Si era ferita tante di quelle volte che, ormai, poteva ben sopportare persino un osso rotto o peggio.
Il suo sangue – quello che aveva lasciato sparso sul pavimento a furia di colpi e contrattacchi – si sollevò tutto insieme si andò ad annodare attorno alle caviglie, ai polsi, ai capelli e, persino, alle balze del vestito di Camellia, intrappolandola in una sorta di ragnatela color cremisi.
Successe tutto in istante, tanto che neppure lei se ne rese conto se non quando non riusciva più a muoversi. La sua espressione cambiò in un attimo, rivelando un certo disappunto.
«Pensi davvero che da ferma io non possa usare i miei poteri?» Fu il suo vestito a tramutarsi in un numero spropositato di boccioli pronti a esplodere. «Probabilmente, questo farà male.»
Non così in fretta, pensò.
Usò il coltello per infliggersi una ferita più profonda sul dorso della mano da cui sgorgò molto più sangue. In un attimo i boccioli furono ricoperti da un doppio strato di liquido scarlatto e stritolati, prima ancora che i petali potessero danneggiare qualcun altro.
Camellia guardò il tutto, esterrefatta. «Wow… quanto rosso…!»
La Dragon Slayer corrucciò la fronte, incapace di rispondere. Piuttosto, decise di ignorare quanto risultasse inquietante. «Cosa sei venuta a fare qui per conto di Emilia?»
«Oh… e tu come fai a sapere che lavoro per la somma Emilia?»
«Somma Emilia un paio di palle…» Orias li aveva finalmente raggiunti e sembrava davvero incazzato. «Senti, razza di psicopatica, vedi di rispondere come si deve o ti mozzo qualche arto. Intesi?»
Diana sospirò, obbligandosi a non perdere la calma. Bastava porre le domande giuste, poi Camellia avrebbe spifferato tutto senza neppure aprire la bocca… era questo il piano. Certo che, se Orias cominciava a farla agitare, non avrebbero ricavato alcuna informazione utile.
«Come osi…?» La voce di Camelli si fece più grave, ricolma di rancore. «Come osi pronunciare il nome della somma Emilia, tu, piccola peste senza un briciolo di eleganza!»
Orias trattenne il respiro.
«Io questa la faccio fuori.»
«Piantala.» Diana puntò il proprio coltello alla gola di Lily – Orias – per cercare di avere la sua attenzione. «Dobbiamo capire perché è qui, poi potrai fare quello che ti pare.»
«Sono su di giri per colpa di quella palla di pelo, merda! E va bene!»
La Dragon Slayer decise di ignorarlo, ritirando l’arma. Non era il momento di mettersi a fare elucubrazioni a caso – doveva scoprire cosa diavolo volesse Emilia da loro. Perciò si rivolse nuovamente a Camellia, mentre le sue spire di sangue la spinsero a starsene distesa a terra. «Allora? Rispondi.»
«Altrimenti? Mi punirete?»
«Emilia si è alleata con i Goblin Thief?»
«Che idiozie…»
«Cosa state cercando? Avete occupato Cortana? Perché?»
Questa volta, Camellia scoppiò a ridere volgendo indietro la testa. Non disse niente, rise. Diana corrucciò la fronte, leggermente irritata. I pensieri di quella lì erano confusi, illogici e pieni di roba inutile – inutile per lei, che stava cercando di capirci qualcosa.
Poi, sentì qualcosa di diverso. La voce interiore di Camellia si fece calda, triste ma, al tempo stesso, ricolma di gratitudine. E ne ebbe seriamente paura, Diana. Capì che quelli non erano pensieri normali, non erano parole a caso.
C’era lealtà.
C’era mistificazione.
C’era… totale abnegazione.
«Merda…»
Orias la guardò, confuso, ma qualcos’altro catturò la sua attenzione. Qualcosa che lo fece impallidire all’istante: il corpo di Camelli si stava trasformando. Cominciò a tremare, poi a urlare di dolore. La schiena si inarcò così violentemente che Diana scattò all’indietro, senza rifletterci.
«Che cos’hai fatto?» sussurrò. «Che cos’hai fatto?!»
Fu Orias a mettere le cose in chiaro. «Non è il momento di chiederglielo, dobbiamo ammazzarla prima che sia troppo tardi!»
Camellia stava diventando una Fata e proprio davanti ai loro occhi. Intrappolato nella rete di sangue, il suo corpo aveva cominciato a muoversi in modo irregolare, scomposto. Diana si tappò le orecchie con le mani, gemendo di dolore, sopraffatta dalle sue urla interiori.
Orias acuminò gli artigli e mentre con una mano cercava di tenerla ferma per una spalla, con l’altra tentò di trafiggerle il petto. Eppure, contro ogni loro pronostico, Camelli era ancora viva, ancora lucida, tanto che riuscì ad agguantare il tessuto precario che avvolgeva il corpo di Lily e a sorridere in modo dannatamente inquietante.
Fu un attimo: Orias venne sbalzato all’indietro da un’ondata di petali, ben più numerosi e veloci di prima.
«La somma Emilia…» balbettò, in preda alla più pura agonia. «È per la felicità della somma Emilia…»
Diana tentò di rafforzare l’incantesimo che teneva Camellia ancora bloccata a terra ma non ce la fece.
La magia di Camellia esplose proprio in quell’istante e una nuvola di petali impazziti si riversò su di loro. Per un attimo, a Orias sembrò di essere da tutt’altra parte; gli sembrò di non essere a Exca, intrappolato nel corpo di Lily, ma in quella fottutissima stanza e in compagnia di quei due psicopatici.
«Te le hanno tolte anche oggi.»
«Così lo ammazzi.»
«Non è vero. Non può morire, lo sai.»
«Ti sei visto? Basta un fiorellino per annichilirti!»
«Perché insisti ancora?»
«Aw, sei così carino che quasi mi sciolgo…»
«Così lo ammazzi.»
«Abbiamo pensato a un nuovo gioco!»
«Sei ancora vivo, vero?»
No. Cazzo, no.
Orias strinse i pugni e digrignò i denti, dandosi dello stupido. Non era il momento di lasciarsi sopraffare dai ricordi. Il corpo di Lily guariva in fretta, vero, ma non poteva permettere alla Bestia di approfittare della sua debolezza – doveva tenerla al guinzaglio.
Lanciò un’occhiata all’altra maga e lo capì all’istante: aveva un piano.
E, infatti, aveva ragione.
Diana si concentrò – sul sangue che fluiva, sul cuore che batteva e non sulle urla atroci che le perforavano le orecchie, la mente, l’anima. Tese davanti a sé la mano, digrignando i denti per la fatica e con la consapevolezza che dopo quella giornata di merda avrebbe dovuto chiedere a Nimue qualcosa che la facesse dormire per almeno due o tre giorni.
Chiuse gli occhi, ignorando le ferite che man mano aumentavano sul suo corpo.
Non c’è tempo per questo…
Lo sentì. Il sangue di Camellia, scorrere via dai suoi vasi, sul pavimento, trasformarsi in petali scarlatti portatori di morte. Seguì quel flusso a ritroso, penetrando all’interno di quel corpo martoriato dalla sua stessa magia. Organi distrutti dai suoi stessi micro-coltelli, ossa fratturate… eppure, riusciva a rimanere in piedi. Piegata, storta e mostruosamente grottesca, ma era lì, ancora cosciente. La sua mente c’era ancora, intatta, ancorata alla realtà soltanto grazie a Emilia, all’immenso sentimento di lealtà che provava nei suoi confronti.
Diana mugugnò di dolore quando la voce di Camellia si fece, se possibile, ancora più forte. Non erano più le grida di un essere umano, quelle. Per un attimo, ne ebbe pietà.
Quando raggiunse il cuore, la Dragon Slayer sussultò.
Ecco. Ci siamo.
La sua magia era in grado di manipolare il sangue. Il suo, e – in alcune circostanze – anche quelle del proprio nemico. Non usava spesso quei trucchi perché preferiva il corpo a corpo, le mani, i piedi e, a volte, persino il suo coltello. Avevano entrambe perso parecchio sangue, sangue che si era mescolato nell’aria, grazie ai petali che continuavano a viaggiare da un angolo all’altro della zona.
Puoi farcela. Concentrati, Diana…
Tappò i buchi, le ferite sul corpo di Camellia, per cominciare. Contemporaneamente, aumentò la pressione sanguigna a livelli via via sempre più disumani.
Il punto debole di una Fata è il cuore…!
Lo sentì; batteva a una velocità innaturale.
In un attimo, con un grido di frustrazione, lo fece esplodere e attorno a lei, tornò il silenzio.
§
«Wow, questa non me l’aspettavo.»
Finalmente la nube si era dissolta e Jack non riusciva a credere ai propri occhi. In piedi, sulla casella numero quarantatré, c’era Rehagan. A Killian scappò un risolino. «Hai davvero buttato giù la povera Eve? Chissà che colpo.»
Lo scienziato si portò una mano sulla nuca, imbarazzato. «Beh, ecco, in un certo senso…»
«E io che pensavo avreste messo su una soap opera mozzafiato!» La voce acuta di Jack interruppe qualsiasi tentativo di spiegazione. Non sembrava particolarmente contento della situazione ma nemmeno granché dispiaciuto. Per lo meno, si asteneva dal porre domande scomode. «Ok, continuiamo!»
Non so se è più ingenuo o più scemo… Killian sospirò, gettando la testa all’indietro. All’improvviso, cominciavano a dolergli le articolazioni – non gli piaceva proprio essere legato, proprio no. «Già, diamoci una mossa.»
Jack si disse estremamente d’accordo e la partita continuò senza troppi intoppi. Non ci volle molto affinché lo scienziato giungesse a un passo dal traguardo – il problema era Alfa, la grottesca creatura fatta di terra e fango che ringhiava appena dietro di lui. Tra loro c’era una distanza di appena dodici passi.
Poteva anche non vincere, certo, ma poteva raggiungerlo e occupare la sua stessa casella. E a quel punto, sarebbe stato costretto a combattere… al solo pensarci, Rehagan rabbrividì.
Era il turno di Alfa. Tirò i dadi.
Doppio sei.
Il cuore di Rehagan si fermò per un istante. «Oh, andiamo…!» Al contrario, Jack sembrava entusiasta all’idea di assistere a un nuovo scontro.
Ora che lo guardava meglio, Alfa sembrava più un orco che un goblin. Era grosso, sporco di fango e aveva un paio di occhi arancioni infossati in orbite scure. Ok, sembra che dovrò improvvisare…
Neanche il tempo di pensare a una strategia che il bestione gli fu addosso. Rehagan schivò gettandosi di lato e rapidamente immerse la mano nella tasca interna del suo cappotto.
Pensa, Reha, pensa.
Alfa si raddrizzò in un attimo e pestò il piede a terra.
«Su, bel bestione, sta’ calmo…»
In risposta, quello ruggì e caricò un nuovo attacco. Lo scienziato si scansò appena in tempo ma dovette rotolare nuovamente via perché Alfa aveva materializzato una palla di terra e aveva appena cercato di frantumargli il cranio con quella.
Tirò un sospiro di sollievo quando riuscì ad allontanarsi di alcuni metri. Per il momento, non poteva far altro che schivare. Schivare e pensare a una soluzione.
Doveva prendere tempo.
Non poteva richiamare uno Spirito Guida, non in quel momento. Perciò si concentrò sul nemico, sulla sua composizione, ignorando le proteste di Jack che non si divertiva affatto a vederlo sgusciare via da una parte all’altra della plancia di gioco.
È grande, forte, più di me. Se mi colpisse anche solo una volta potrebbe spaccarmi qualche costola… e vorrei evitarlo.
L’ennesimo pugno si schiantò ad appena pochi centimetri da lui e lo fece con un suono sordo, umido. Qualcosa di terribilmente simile a uno schiocco. È forte, sì, ma è… morbido. Possibile?
Cominciò a vagliare ogni possibile opzione, ad analizzare ogni più piccolo dettaglio. Baricentro alto, massa enorme. Lento. Probabilmente, prima o poi si stancherà ma non prima di me che ho già il fiatone. O forse no, non è un essere vivente ma è stato creato con la magia.
Scivolò sotto un colpo maldestro e si spinse abbastanza vicino da sentirne l’odore.
Niente zolfo e niente ammoniaca. Indietreggiò di nuovo. Solo argilla, sedimenti e… acqua.
Il viso di Rehagan si illuminò istantaneamente.
Ma certo…!
Con una ritrovata risolutezza, lo scienziato tirò fuori altre due fialette, identiche a quelle che aveva utilizzato per creare la coltre di fumo poco prima. A quella sola vista, Jack si fece sentire in tutto il suo disaccordo: «Eddai, voglio vedere anch’io cosa succede!»
«Non preoccuparti. Questa volta non ti nasconderò niente…» E a differenza di prima, Rehagan lanciò le fialette ai piedi dell’orco, impedendo a lui soltanto di capire cosa stesse succedendo.
Fatto ciò, lo scienziato agguantò la bottiglietta d’acqua che aveva messo da parte – si congratulò con se stesso per una tale lungimiranza – e un'altra fiala, contenente della polvere bianca. Jack non poteva sapere cosa fosse; probabilmente, nessuno poteva immaginare che Rehagan andasse in giro con così tanti composti chimici addosso.
Senza pensarci e spinto dal ruggito di Alfa che aveva deciso di caricare nella sua direzione seguendo solo il suo istinto animalesco, inserì la polvere nella bottiglia, che chiuse e agitò per un paio di secondi. All’ultimo, scansò il colpo dell’orco diretto alla sua faccia ma inciampò nei suoi stessi piedi. Ruzzolò a terra, imprecando mentalmente, e prima che potesse finire spiaccicato rotolò verso sinistra.
«Prendi questo!» Urlò, togliendo nuovamente il tappo dalla bottiglia e riversando il suo contenuto su Alfa che, indignato, gli urlò in faccia come la peggiore delle bestie.
Seguirono alcuni secondi di assoluto silenzio, poi Jack scoppiò a ridere. «Ehm… cosa sarebbe dovuto succedere?»
Rehagan fece per alzarsi e scappare velocemente ma qualcosa glielo impedì: la mano di quell’energumeno stava stringendo un pezzo della sua giacca. Oh, no… mi sono rilassato troppo in fretta!
Alfa non aspettò nemmeno un secondo: lo sollevò e lo sbatté a terra con tutta la forza di cui era capace. Al che, lo scienziato sentì il proprio respiro spezzarsi e un dolore lancinante attraversare tutte le terminazioni nervose del suo corpo. Quando riuscì a mettere a fuoco la plancia, leggermente crepata laddove si trovava sdraiato, un lieve grugnito abbandonò le sue labbra.
Merda, che male… se non mi sono rotto qualcosa adesso potrei essere disposto ad ammettere che Dio esiste…
A un tratto si sentì sollevare di nuovo. Questa volta, l’orco lo aveva afferrato per la gamba e lo teneva su come nulla, fissandolo e mormorando strani versi gutturali che lo facevano sembrare sempre più un animale piuttosto che un essere umanoide.
Rehagan lo guardò di rimando, incapace di muoversi. Gli doleva tutto.
Ma aveva ancora un’ultima carta da giocare. Perciò sorrise, rivolgendosi a Jack: «Il tuo gioco deve per forza finire con la morte dei tuoi avversari? Non puoi, che so, chiudere un occhio per questa volta?»
L’altro rise. «E dove sarebbe il divertimento?»
«Ma se finisci con l’uccidere tutti i tuoi amati giocatori ogni volta, finisce che non riuscirai più a trovarne degli altri. E alla fine non potrai più divertirti…»
Il goblin sembrò pensarci, davvero. Ma poi, semplicemente, alzò le spalle. «Sarò morto di vecchiaia per quando non ci saranno più giocatori in questo mondo. Alfa, procedi pure! Mettiamo fine a questa partita, così potrò riportare il qui presente ostaggio da Hoon!»
«E io che pensavo di poter fare un giro per Exca, una volta terminata questa pagliacciata…» borbottò Killian.
«Ti pare che ti lasci libero di vagare per la città? Hoon mi ha raccomandato di tenerti sempre legato!»
«Che gentile da parte sua.»
«Vero?»
«Vero.»
Rehagan sbatté le palpebre, ammutolito. C’erano delle volte in cui faticava a capire i processi mentali che portavano Killian a essere… Killian. Non gli era mai capitato di faticare così tanto. Eppure, quando c’era di mezzo lui, aveva il perenne dubbio di non aver capito proprio niente di lui, dei suoi pensieri, delle sue emozioni, dei suoi piani.
Questa cosa lo spaventava? Forse.
Ma era nella sua indole stare accanto alle persone, conoscerle, studiarle… e sì, anche sfruttarle, a volte, facendo leva sulle loro debolezze e sul bel faccino che si ritrovava – come quando aveva convinto quella signora di Tyrfing ad affittare a lui e al suo gruppo un paio di camere dove riposare.
Alfa ringhiò piano ma prima che potesse muoversi, si udì un crepitio. Al che Rehagan sorrise.
Finalmente…!
Il fango che fungeva da collante nel corpo dell’orco cambiò colore, passando dal marrone al grigio, dello stesso colore dell’argilla lasciata troppo tempo al sole.
Con le sue sole, esigue, forze, lo scienziato calciò con forza il pugno di terra che gli teneva imprigionata l’altra gamba e in un attimo questa si frantumò. Cacciò un urlo quando cadde ma a parte un leggero dolore alla spalla sinistra, non sembrava essere messo troppo male.
«Ma che… che cosa hai fatto?!»
Jack non riusciva a crederci, mentre vedeva Rehagan rialzarsi e spolverarsi i vestiti pieni di sabbia e polvere. Alfa, la sua ultima pedina, cercava di muoversi, di avanzare di anche solo di un passo, trascinandosi dietro le gambe divenute due blocchi di pietra prive di giunture elastiche. Ogni volta che ci provava, le crepe sul suo corpo si moltiplicavano e i pezzi di fango indurito si staccavano, cadendo inesorabilmente sulla plancia da gioco.
Lo scienziato rimase lì, immobile. A portata di un ultimo disperato attacco… ma il torso ruotò e si spezzò all’istante con un inquietantissimo suono simile a quello di ossa spezzate.
«Vedi, il corpo umano è in grado di muoversi grazie a strutture flessibili che tengono insieme le parti rigide, e cioè tendini, articolazioni e liquidi sinoviali. Lo stesso si può dire, a grandi linee, per qualsiasi creatura, che sia vivente o non vivente. Nel caso del tuo piccolo mostro, mi è bastato togliere acqua al fango che faceva da giuntura tra le zolle di terra…»
Jack sgranò gli occhi, indecise se esserne entusiasta oppure no. «E come avresti fatto? Gli hai solo tirato addosso dell’acqua!»
«Non era solo acqua, ma acqua mischiata all’idrossido di calcio!»
«Che cosa?»
Killian ebbe pietà di lui, così glielo spiegò: «Quella polverina che ha aggiunto all’acqua.»
«E quindi?»
«E quindi,» riprese Rehagan, «unendo acqua e idrossido di calcio si ottiene la calce che ha proprietà igroscopiche: certo, migliora le caratteristiche fisiche dei fanghi ma favorisce altresì la loro disidratazione, oltre che a igienizzarli grazie alla sua azione alcalinizzante… in pratica, ne aumenta il pH! E poi…»
Il mago di Goblin Thief aveva smesso di ascoltarlo. Troppe informazioni. Troppe informazioni che per lui erano incomprensibili. Davvero era riuscito a vincere l’incontro così…? Senza nemmeno combattere?
Per un attimo, si ritrovò ad ammirarlo.
§
Clizia aveva sentito parlare di un certo Sea Recycle… ma, di certo, non si aspettava una tale furia nel combattimento. Hydra, infatti, aveva messo ko senza difficoltà alcuna una ventina di maghi prima ancora che qualcun altro potesse intervenire.
«Wow…» si lasciò sfuggire Pie, incantato. «È veramente bravo.»
La cacciatrice di taglie annuì, orgogliosa.
«Secondo quanto detto da Aether, gli altri bambini non dovrebbero essere troppo lontani da qui. Oltre quella piazza e poi-» La voce di Clizia si interruppe all’improvviso, perché in quella stessa direzione aveva appena visto sbucare un uomo seguito da coloro che stavano cercando. «Eccoli!»
Anche Nypha sospirò di sollievo. «Nimue! Naevin!»
I due gruppi si riunirono in una delle strade di Exca, finalmente, dopo tanto cercarsi.
«State bene?» Domandò la dottoressa, come prima cosa. E principalmente guardò Hydra, che aveva ancora i vestiti sporchi di sangue, e lei, non messa certamente meglio. Si affrettò a tranquillizzarla, spiegando come fossero stati curati da Pie.
«Non abbiamo tempo per le chiacchiere.» Il marinaio non aveva smesso nemmeno per un attimo di guardarsi attorno, attento affinché nessuno provasse ad attaccarli di sorpresa. «Siamo in territorio nemico e questi mocciosi ci sono d’intralcio. Devono essere portati in un luogo sicuro.»
Fu a quel punto che Clizia annuì. «Ok, facciamo così: bambini, voi venite con me e Pie. Vi porteremo da Shavol e Aether.»
Al solo pronunciare quei nomi, una miriade di piccole voci sussultarono in contemporanea, contenti di sapere che i loro amici stessero bene.
Pie, però, s’intromise: «Non credo sia una buona idea che io venga con voi. Potrei essere d’aiuto, insomma, posso curarli in caso si facciano male.»
«Sei sicuro?»
Lui alzò le spalle con noncuranza. «Chiaramente no, ho una paura folle. Ma è l’unica cosa che posso fare. Yvain conta su di me e non voglio deluderlo.»
L’attrice, sebbene non del tutto convinta, si ritrovò a dover accettare la sua decisione. Dopotutto, chi era lei per dirgli cosa era meglio. Lo conosceva appena e anche se aveva imparato a capire almeno un po’ il suo modo di pensare, doveva ammettere di essere rimasta piacevolmente sorpresa dal suo coraggio. «D’accordo, ma evita qualsiasi scontro.»
«Tranquilla, li eviterò come la peste.»
A quel punto, Nimue si fece avanti. «Grazie.» Lo sguardo apatico e fisso negli occhi viola di Pie. «Te li affido.»
Il ragazzo, un po’ sorpreso e imbarazzato, ridacchiò. «Non devi ringraziarmi. Oh, a proposito, sei ferita anche tu?» Nemmeno il tempo di attendere una risposta che l’attimo dopo la stava già abbracciando. Nimue rimase immobile, completamente assente, come al solito.
Quando la lasciò finalmente andare, si sentì incredibilmente meglio: persino il suo potere magico sembrava più attivo del solito. «Un potere interessante.»
«Aspetta.» Hydra fece un passo verso la cacciatrice di taglie per parlarle direttamente all’orecchio. «È così che mi ha guarito? Con un… abbraccio?»
Non rispose subito, Nypha. Per la verità, non ci aveva fatto caso dal momento che era stata sconvolta per tutto il tempo – aveva temuto fosse addirittura morto, diamine! Non aveva nemmeno visto Pie avvicinarsi per abbracciarlo… e questo significava… «Ha abbracciato anche me…?» Si domandò, confusa, senza rendersi conto di aver appena pronunciato quelle parole ad alta voce.
L’attimo dopo, il marinaio stava già meditando di far fuori quel ragazzetto troppo audace.
«Vengo io al posto di Pie.» Nimue parlò in modo da mettere fine a quella strana situazione.
A quel punto, non c’era più niente a trattenere lì quei bambini. Clizia e Nimue si affrettarono a lasciare Exca, a raggiugere Aether al limitare del bosco e ad aspettare lì Yvain e i suoi uomini.
Intanto, il resto dei maghi avrebbe salvato Millie.
§
Rehagan aveva ripreso fiato.
La plancia di gioco era tornata della solita dimensione e Jack non aveva smesso nemmeno per un secondo di esultare come fosse un bambino. Si stava divertendo, per lo meno. E questa sua totale mancanza di attenzione giocava a suo favore, naturalmente.
Chiunque si sarebbe fatto due domande nel vederlo “combattere” senza magia, ma lui no. Jack è uno stupido ingenuo… pensò, sollevato.
«Riprendiamo?»
«Tecnicamente sei l’unico rimasto in gioco. Hai già vinto.»
Rehagan trattenne il fiato. No. Troppo presto.
«E se questa volta provassi tu a rispondere a un mio indovinello?»
Jack era sempre stato una persona semplice: fintanto che non si annoiava, gli andava bene tutto. Quando si era unito alla gilda di Kiel Reidar, l’aveva fatto perché ne aveva abbastanza della solita vita: la monotonia non faceva per lui. Gli altri goblin non erano sempre disposti a seguirlo nelle sue follie, ma almeno capitava di imbattersi in persone con le quali valeva la pena giocare.
Zarath gli aveva suggerito quei due, Eve Ikuko e Rehagan Azeria, e ancora una volta quel tipo ci aveva visto giusto – poteva anche essere l’ultimo arrivato ma aveva saputo conquistare la fiducia di tutti molto presto grazie alle sue capacità mentali. Jack aveva provato a coinvolgerlo in una qualche partita ma con Zarath finiva sempre per perdere… sempre.
Aveva perso anche con Rehagan ma sentiva di poter avere la sua rivincita. Era fiducioso.
Per questo, annuì, sorridendo apertamente. «Ok! Ci sto, ma facciamo una scommessa!»
Lo scienziato alzò le spalle. «D’accordo.»
«Se riesco a rispondere correttamente… passiamo al prossimo gioco!»
«Va bene. Ma in caso contrario, libererai Killian e ci riporterai a Exca.»
Il mago di Goblin Thief annuì, convinto e sicuro di poter vincere. «Procedi.»
«Mmh… allora… oh, ecco! Un re, conosciuto per la sua incrollabile moralità, decide di offrire una grande somma di denaro al suddito che gli racconti una bugia “intelligente”. Davanti al re sfilano decine e decine di persone: c'è chi dice di essere stato sulla Luna e chi di essere in grado di attraversare il fuoco senza bruciarsi, ma il re non è soddisfatto da nessuna di queste bugie. Alla fine, arriva un contadino poverissimo e, dopo averlo ascoltato, il re gli consegna il premio. Cosa ha detto il contadino?»
Jack incrociò le braccia e si prese del tempo per riflettere.
Lui adorava gli indovinelli. Ne andava matto. La sua stanza era piena di enigmi di vario genere e gli piaceva particolarmente la sensazione che gli lasciava l’essere riuscito ad arrivare alla soluzione. Era anche bravo, sì – al contrario, gli scacchi non facevano per lui. Colpa di Zarath: l’aveva stracciato talmente tante volte che aveva cominciato a pensare di essere negato…
Ma quello era il suo campo.
Sorrise raggiante, Jack, mentre si affrettava a spiegare la soluzione: «Facile! Il contadino dice che il precedente sovrano, padre defunto del re, gli doveva una grandissima somma di denaro. Ora, se il re ammette che questa è una bugia, deve consegnargli il premio, come previsto dalla richiesta; se invece la accetta come realtà, deve per forza rendergli il denaro dovuto. Allora? Ho ragione, vero?»
«Sì, direi di sì. La risposta è giusta.»
Jack avrebbe anche esultato ma in quel momento non ci riuscì. Rehagan non aveva aperto bocca, era stato qualcun altro a parlare: colui che aveva lasciato seduto – e legato – dietro di lui, e che ora, invece, si trovava al suo fianco. Killian lo guardava con la stessa serenità che aveva mostrato sino ad allora e non gli staccò gli occhi di dosso nemmeno quando posò la mano sulla sua spalla.
Cos’è che aveva detto Hoon? Gli basta un tocco per annullare qualsiasi incantesimo…?
In un istante, lo spazio creato dalla sua magia lasciò il posto a un’ambiente chiuso e poco illuminato, una camera da letto. Jack trattenne il respiro, allibito e confuso. «Come- Come hai fatto a-?»
«A liberarmi? Grazie a piccolo aiuto…»
D’un tratto, Jack si ritrovò a terra, le mani legate dietro la schiena da delle fasce – quelle di Killian, supponeva – e con il ginocchio di qualcuno ficcato tra le scapole. Non osò lamentarsi soltanto perché aveva notato la punta di un maledettissimo kunai puntato alla gola.
Con la coda dell’occhio, la vide.
Eve Ikuko. Com’è possibile?!
«Game over, stronzo.»
«Sei ancora viva…?»
La rossa sghignazzò. «Certo che sì.»
«Direi che è andata bene, no?» Rehagan si avvicinò al gruppetto, fiero della proprio strategia. «Grande!»
«Grande un corno! Mi hai spinta, idiota. E per un attimo ho davvero pensato che avessi intenzione di uccidermi…!»
Lo scienziato ammutolì. «Non l’avrei mai fatto, Eve.»
Killian scelse proprio quel momento per scoppiare a ridere. «È stato uno spasso! Eve che cadeva nel vuoto è stato davvero uno spasso!»
«’Fanculo anche a te. La prossima volta facciamo che sgobbi tu mentre io mi faccio salvare.»
«Eh? E ti fidi così tanto di me? Ma dai, che carina!»
Eve sospirò. Ma che problemi hanno questi?
«Ehm, scusate?» L’attenzione di tutti si spostò, finalmente, su Jack. «Posso sapere anch’io com’è potuto succede tutto questo? Come ha fatto lei a non schiantarsi? Come ha fatto a risalire…? Come avete fatto?!»
«Non ti sei accorto che contro il tuo orco non ho usato la magia?»
Il goblin aprì la bocca ma poi la richiuse, probabilmente rendendosi conto di quel piccolo dettaglio che gli era sfuggito.
«Quando ho spinto Eve, ho anche creato uno dei miei Spiriti Guida, Freya, un falco. Tu non l’hai visto perché mi sono preso la briga di nasconderci dietro una nuvola di fumo colorato. Poi, è bastato che Freya rallentasse in qualche modo la caduta di Eve… a proposito, ti sei fatta male?»
La ragazza non rispose male solo perché grazie a lui era ancora viva. Ma sì, si era fatta male. Per non parlare della paura che aveva avuto quando si era sentita precipitare nel nulla. Per la verità, una parte di lei ipotizzava non esistesse nemmeno un fondo ma che avrebbe passato ore ed ore ed ore a cadere senza mai trovare il pavimento.
Rehagan, invece, doveva aver intuito che sì, un pavimento c’era. C’era eccome. E Freya l’aveva aiutata a non rimanerci secca: l’impatto c’era stato, chiaramente, ma molto meno aggressivo del previsto. Poi, aveva passato un’infinità di tempo a creare una catena abbastanza lunga da poter risalire.
Ancora una volta, il falco era stato indispensabile: aveva portato un’estremità della catena fino a Killian. O, meglio, fino alla balconata sui si trovavano lui e Jack. Subito dopo aver stretto il nodo al meglio delle sua capacità, Freya era scomparsa, lasciando a Eve l’incombenza di risalire e liberare Killian – il tutto, di soppiatto.
Che faticaccia… e non mi sento più le mani! Eve si guardò i palmi doloranti, ma la voce entusiasta di Jack riuscì a distrarla. Era… contento? Sul serio?
«È stato tutto troppo bello! Mi sono divertito un sacco!»
Eve e Rehagan si guardarono, un po’ sconvolti. Al contrario, Killian gli sorrise in modo fraterno. O, almeno, così sembrava. In apparenza poteva anche star sorridendo, ma dentro di sé non vedeva l’ora di strappargli quelle – supponeva – poche informazioni che aveva.
Su Goblin Thief. Sui suoi membri. Su Zarath. Su tutto.
«Sono contento che tu sia stato bene. Ora, però, devi dirci un po’ di cose sul tuo Master.»
Ehi… come va?
È passato quanto? Un anno?
…
Ops…? Chiedo venia.
Ho avuto un po’ di questioncine che necessitavano della mia attenzione ma non ho mai smesso di pensare a questa storia. Mai, mai. Quindi, rieccomi qui! ^^ Con un nuovo capitolo e altri – si spera – in arrivo prima del 2027! Che robba!
Scherzi a parte, davvero, vi chiedo scusa per avervi fatto aspettare un anno – sperando che siate ancora qui e che non mi abbiate abbondonato, in caso, me lo merito anche.
Chissà in quanto ricordano ancora dove ci eravamo lasciati…
Per il momento, vi saluto.
Alla prossima ^^
Rosy


