Edward non impiegò tanto tempo a comprendere che sarebbe stato meglio se Jean-Marc Duval avesse badato ai propri affari, senza intromettersi o fornire opinioni non richieste. Purtroppo era tardi per tornare indietro e per trovare una scappatoia. Quando aveva accennato al fatto che Selena avesse avuto una relazione con Oliver Fischer, un tempo, non aveva certo immaginato che, a causa di una semplice confidenza, la situazione potesse degenerare.
Non aveva utilizzato gli esatti termini che Monsieur Duval aveva riproposto davanti al diretto interessato, ma era partito dal presupposto che quel dialogo rimanesse tra di loro. Così non era stato e, di punto in bianco, Fischer non solo stava utilizzando quelle parole contro di lui, ma lo stava offendendo apertamente.
Edward si sforzò di mantenere la calma. Non doveva dimenticare la presenza ingombrante di Jean-Marc Duval.
«Quello che dite è inaccettabile, signor Fischer. Non vi permetto di esprimere giudizi sul mio rapporto con la mia signora.»
«Non lo farei» replicò Oliver, «se mi venisse concesso di stare indisturbato per i fatti miei, come era mia intenzione. Perfino Monsieur Duval si è scomodato di riferire che mi stavate insultando alle mie spalle.»
Quest’ultimo assunse un tono improvvisamente pacato: «Mi dispiace, non era mia intenzione generare controversie tra di voi.»
Fischer gli lanciò un’occhiataccia, segno che non doveva essere troppo convinto di quanto aveva affermato. Edward non se la sentiva di dargli torto.
Il francese continuò: «Spero di non avere combinato un danno irreparabile. Non vorrei che decidiate di sfidarvi a duello e che uno di voi faccia una brutta fine. Non vorrei ritrovarmi con un cadavere sulla coscienza.»
«I duelli appartengono a un altro periodo storico» ribatté Oliver Fischer, «inoltre non saprei da dove iniziare a maneggiare una spada, o qualsiasi tipo di arma.»
Edward azzardò: «Quindi, signor Fischer, state affermando che, se vi sfidassi a duello, vi tirereste indietro?»
«Non credo che mi sfiderete a duello, quindi il problema non si pone.»
La considerazione di Fischer, in effetti, aveva il suo senso. Edward non sapeva come rispondere, ma Jean-Marc Duval intervenne in suo soccorso: «Nessuno ha detto che dobbiate per forza maneggiare delle armi. Ci sono maniere meno cruente per scontrarsi, che non si concludano malamente in un lago di sangue.»
Oliver Fischer domandò, alquanto divertito: «State suggerendo che io e il signor Roberts dovremmo prenderci a pugni?»
Jean-Marc Duval affermò: «Non mi permetterei mai di paragonarvi a due ubriaconi che disturbano la quiete pubblica in una taverna di basso livello.»
«Quindi» insisté Fischer, «che cosa proponete?»
Edward ne aveva abbastanza di una conversazione che si faceva via via più assurda, ma apprezzava il modo in cui il giornalista riusciva a tenere testa a Monsieur Duval. Quest’ultimo, tuttavia, non era da meno.
«Carte» suggerì.
Edward si lasciò andare a una vaga risata.
«Mi state suggerendo di organizzare un torneo di bridge e di sfidare il signor Fischer?»
«Perché no?» azzardò Monsieur Duval. «Se lo battete, il signor Fischer si defilerà e lascerà in pace vostra moglie. Sono disposto a prendere parte alla partita.» Si rivolse a Oliver: «Che cosa ve ne pare della mia idea, signor Fischer?»
Il giornalista rispose: «Voi non avete nulla a che vedere né con me, né con il signor Roberts, né con la signora Selena. Perché mai dovreste partecipare a un presunto torneo di bridge insieme a me e a lui?»
Monsieur Duval azzardò: «Poker, allora?»
Edward iniziava ad averne abbastanza della proposta di Monsieur Duval di organizzare un gioco di carte. Quell’uomo era palesemente malato di protagonismo e stava usando lui e Fischer per animare un soggiorno che per lui doveva apparire troppo piatto e banale. Pronunciò una sola parola, con la convinzione che avrebbe fatto effetto: «Scacchi.»
Un confronto che prevedeva soltanto due avversari era il modo migliore per tagliarlo fuori. Oliver Fischer, inoltre, gli dava l’impressione di non essere un esperto in materia. Batterlo sarebbe stata comunque una grossa soddisfazione.
Perfino Jean-Marc Duval parve convinto: «Mi sembra una bellissima idea, signor Roberts! Che cosa ne dite di mettere in atto il vostro confronto stasera stessa?»
«Buona idea» convenne Edward.
Oliver Fischer non disse nulla. Monsieur Duval, in compenso, non tacque nemmeno per un istante e volle elevarsi a co-protagonista della sfida: «Veglierò su di voi, per accertarmi che tutto proceda secondo le regole.»
«Mi state accusando di volere barare?» obiettò Edward. «Oppure state facendo tale insinuazione sul signor Fischer? Sono sicuro che la nostra partita a scacchi si svolgerà nella massima correttezza. Mi sbaglio, signor Fischer?»
«Oh, no, non vi sbagliate sulla mia correttezza» replicò Oliver, «ma non mi pare di avere ancora detto che accetto.»
«Avete paura di perdere?»
«Tutto ciò che ho da perdere è del tempo prezioso.»
Edward insisté: «Se preferite, possiamo davvero mettere fine alle nostre controversie a colpi di spada. Temo, però, che vi ritroverete con la gola tagliata. Sarebbe estremamente spiacevole, non dico per voi, che non avrete più voce in capitolo, ma soprattutto per me che dovrò vivere con un cadavere sulla coscienza.»
Fischer sbuffò.
«E va bene. Facciamo come volete voi. Vada per la sfida a scacchi. Sono pronto anche adesso, se lo desiderate!»
A Edward non sarebbe dispiaciuto passare subito ai fatti, anche e soprattutto per levarsi di torno Jean-Marc Duval una volta che la partita fosse finita, ma questo aveva altri programmi: «Credo che sia meglio rimandare a stasera. Gli scacchi sono qualcosa di serio e richiedono concentrazione, oltre che tempo. Vi andrebbe bene stasera dopo cena? Non immediatamente dopo cena, ma intorno alle dieci.»
«Sì» rispose Fischer, anticipando Edward, il quale non poté fare altro che rispondere alla stessa maniera affermativa.
«È perfetto, allora» rispose Monsieur Duval. «Voglio vedervi dare il massimo. Niente distrazioni. Niente fumo e niente drink durante il gioco. Non portate nemmeno gli orologi, non avete bisogno di misurare il tempo che passa. Ce n’è uno alla parete. Sarà più che sufficiente.»
Edward annuì.
«Va bene. Non ho bisogno di fumare o di bere mentre gioco a scacchi, anche se sono certo che le distrazioni non mi impedirebbero di battere il signor Fischer.»
Il giornalista replicò, seccato: «Questo è da vedere.»
***
Mancava circa un’ora alla cena e Vanina Crystal era riuscita a ritagliarsi un po’ di tempo per dedicarsi alla lettura. Aveva appena preso il libro tra le mani, quando qualcuno iniziò a bussare in maniera frenetica alla porta.
Vanina si alzò e si avvicinò. Senza aprire, domandò: «Chi è?»
«Sono Fischer.»
«Che cosa vuoi?»
«Apri, per favore.»
«Non mi sembra appropriat-...»
Oliver la interruppe: «Non voglio sedurti, se è questo che temi. Ho bisogno di aiuto e solo tu puoi darmi una mano.»
In effetti, era molto improbabile che Fischer fosse animato da cattive intenzioni, in mezzo a tutta quella gente.
«È aperto» lo informò Vanina.
Vide la maniglia abbassarsi e la porta aprirsi. Il giornalista entrò, richiudendola. Non si spostò di molto, né le si avvicinò in maniera inadeguata.
«Cos’è successo?» volle sapere Vanina Crystal.
«Stasera devo giocare a scacchi con Edward Roberts.»
«Tutto qui?»
«È una lunga storia. Non voglio dargli la soddisfazione di battermi.»
«Quell’uomo è un asso degli scacchi. Tu come te la cavi?»
«Male. Oserei dire malissimo.»
«Che cosa vorresti da me?»
Oliver la supplicò: «Aiutami, dammi qualche dritta. Tu giochi abbastanza bene, io invece sono un’autentica frana.»
Vanina replicò: «Non hai alcuna possibilità di battere Roberts. Non hai bisogno di dritte, tanto perderai in ogni caso.»
«Non posso perdere contro di lui!» si impuntò Oliver. «Mi ha sfidato apertamente, dopo avere insinuato che io abbia delle mire su sua moglie.»
«Non è forse così?»
«Non vale nemmeno la pena di risponderti.»
«Selena Roberts ti piace, anche se lo neghi.» Vanina decise di smetterla di ignorare quello che era successo qualche tempo prima. «È inutile che tu menta a te stesso, cercando di convincerti di essere interessato a me. Non ti sei ancora tolto dalla testa la signora Roberts.»
Oliver la ignorò.
«Il signor Roberts mi ha anche insultato di fronte a un’altra persona. Trovo il suo comportamento alquanto scorretto. Devo vincere questa partita e tu devi aiutarmi.» Il suo tono, piuttosto fermo e diretto, si addolcì: «Ti prego, Crystal.»
***
Quando Edward entrò nella sala degli scacchi, trovò Oliver Fischer già seduto al tavolo. Temendo di essere in ritardo, alzò gli occhi all’orologio appeso alla parete. Non erano ancora le ventidue, ma anzi, mancava ancora un quarto d’ora abbondante, quasi venti minuti.
Il suo avversario osservò: «Siete anche voi in anticipo, signor Roberts. Immagino che non vedeste l’ora che arrivassero le dieci.»
Edward si diresse verso il tavolo.
«Non è così, Fischer.» Si accomodò di fronte a lui. «Non so perché, ma ero convinto che fosse già più tardi.»
Proprio in quel momento, Jean-Marc Duval varcò la soglia della stanza.
«Scusate il ritardo, signori.» Guardò l’orologio a propria volta. «No, non sono affatto in ritardo, sono solo le...» Esitò un istante. «Le ventuno e quarantadue minuti, quasi quarantatré. Dato che siete già qui e che sono testimone, chiamato a vegliare sulla correttezza di questo gioco, potete iniziare, se lo volete.» Appariva molto calmo, ma allo stesso tempo desideroso di essere parte di ciò che stava accadendo. «Sono consapevole della vostra grande dote negli scacchi, signor Roberts. Sarà da vedere se il signor Fischer sarà un avversario alla vostra altezza. Ha detto di non essere molto bravo, ma potrebbe essere un bluff.» Si avvicinò al tavolo. «È sicuramente un bluff. Secondo me, signor Fischer, siete più scaltro di quanto date a vedere.»
Oliver, che fino a quel momento aveva ignorato Monsieur Duval, volse lo sguardo verso di lui.
«Che cosa ve lo fa pensare?»
«Siete stato l’amante della signora Roberts, di conseguenz-...»
Oliver Fischer tentò di interromperlo: «Non userei il termine “amante”. Né io né la signora Roberts eravamo sposati, ai tempi.»
«Questo cambia forse l’essenza di quello che eravate?»
«No, ma rende molto più accettabile quello che eravamo.»
«Quella signora ha un’aria angelica» asserì Monsieur Duval. «Sono felice che, alla fine, sia riuscita a sposare una brava persona, ma ha proprio l’aria della donna che si lascia circuire da uomini poco raccomandabili. Del resto, in prime nozze, si era sposata con un individuo controverso quale Patrick Herrmann.»
Edward si irrigidì.
«Monsieur Duval, le ricordo che sta parlando di mia moglie.»
«Ciò non toglie» replicò l’altro, «che in passato abbia commesso degli errori. Herrmann aveva una reputazione molto sgradevole. Perfino la signora Emma Dupont era caduta nella sua rete... eppure sembra una signora così distinta.»
«Potete pensare quello che volete della signora Dupont» chiarì Edward, «la cosa non mi riguarda. Quando si tratta di mia moglie, invece, preferirei che non ne parlaste a sproposito. Siete venuto qui per assistere a una sfida a scacchi, non per sindacare su chi sia davvero mia moglie. Anzi, gradirei iniziare il gioco il prima possibile, proprio come voi stesso avete suggerito, in modo da poterla andare a raggiungere presto.»
«Siete un uomo saggio, signor Roberts, molto più saggio di me. Forse il mio matrimonio sarebbe più sereno, se trascorressi più tempo con mia moglie, anziché ad assistere a partite a scacchi altrui. Non che ci sia qualcosa che non va, tra me e la mia signora, ma spesso mi fa notare che non le dedico abbastanza attenzioni.»
«Non preoccupatevi, Monseur Duval. Sono certo che non vi farò perdere troppo tempo. Non sono del vostro parere, sulle capacità del signor Fischer con gli scacchi. Sono certo che sarò in grado di liquidarlo molto presto.»
Oliver gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Questo lo vedremo.»
«Ricordate, signor Fischer, quali sono gli accordi?»
«Di cosa parlate?»
«Se vi batto, vi defilate molto gentilmente e la piantate di ronzare intorno a mia moglie.»
L’altro lo guardò con aria di sfida.
«E se sono io a vincere, signor Roberts?»
«Non succederà» dichiarò Edward, «quindi non vale la pena di interrogarsi in proposito.»
«Questo non è corretto, se posso dire la mia» replicò Fischer. «Non possiamo partire con la certezza che sarete voi a vincere.»
«Possiamo» lo contraddisse Edward. «Se fossi al posto vostro, cercherei almeno di perdere con dignità. Conoscendovi, però, dubito che possa succedere.»
Il giornalista obiettò: «Non mi conoscete affatto, signor Roberts, ma non è il caso di discuterne adesso. Stiamo solo perdendo tempo.» Si rivolse al francese: «Monsieur, potete per cortesia verificare che ora sia attualmente?»
«Saranno passati pochi minuti da prima.» Jean-Marc Duval si diresse verso l’orologio. «Sono le ventuno e quarantasei, anche se ormai la lancetta dei minuti propende verso i quarantasette.»
***
Vanina Crystal e Tina Serrano si incontrarono quasi per caso, nell’androne. Circondata di gente com’era, la signora non trascorreva mai troppo tempo insieme alla sua “dama di compagnia”, ma parve contenta di vederla.
«Meno male che sei qui.»
«Come dite, signora?»
«C’è qualcosa che non va, in questo posto» dichiarò la signora Tina. «Non avverti anche tu un qualcosa di sinistro nell’aria?»
A dire il vero, Vanina non sentiva niente di tutto ciò, ma del resto non aveva mai avuto l’ambizione di prevenire i delitti: tutto ciò che contava era potere investigare una volta che il crimine era stato commesso.
«No, non senti nulla» dedusse la signora Tina. «Non vorrei assillarti con le mie paranoie, ma credo di avere sbagliato a invitare tutti qui.» Sospirò. «Hai idea di dove sia Fischer? Mi piacerebbe parlare con lui.»
Oliver, a quanto pareva, i delitti li poteva prevedere, secondo lo spassionato parere della vedova Serrano. A Vanina non piaceva affatto l’idea di essere messa a un livello inferiore rispetto a quello del giornalista, ma preferì non darlo a vedere. Si limitò a mettere al corrente la signora Tina di quale fosse l’occupazione di Oliver in quel momento: «Il signor Fischer sta giocando a scacchi con il marito della signora Selena. È una sorta di duello gestito in maniera intellettuale. Tra i due deve essere sorto qualche tipo di controversia relativa alla signora.»
Tina Serrano borbottò: «Fischer farà saltare la nostra copertura! Mi sembrava di essere stata chiara, con lui. Qualunque cosa provi per la signora Roberts, deve avere la decenza di metterla da parte e di interpretare come si deve la parte del mio fidanzato.»
Vanina si ritrovò a compiacersi di quella presa di posizione. A quanto pareva, se Oliver voleva continuare a occupare un livello superiore al suo, doveva comportarsi come ordinava la signora Tina - cosa che non stava facendo.
Era il momento giusto per assecondarla: «Avete detto che avvertite una strana atmosfera. Chi vi dà l’impressione di essere una persona sinistra?»
«Madame Duval.»
«Sul serio?»
Vanina l’aveva intravista affacciata al parapetto, al secondo piano. Mancavano esattamente dieci minuti alle ventidue, se lo ricordava perché, proprio un attimo prima, erano passati davanti a lei i coniugi Harvey e la signora Bruni. L’italiana aveva chiesto ai due delucidazioni sull’orario, dato che il suo orologio da polso si era scaricato.
Il signor Ryan aveva preso fuori l’orologio da taschino, mentre la signora Amberlynn aveva preso a rovistare dentro la borsa alla ricerca del proprio. I due avevano affermato, all’unisono, che erano le ventuno e cinquanta.
Il signor Benvenuti, che passava di lì proprio in quel momento, si era ritrovato a concordare. Aveva anche riferito che di lì a dieci minuti Fischer e Roberts si sarebbero sfidati a scacchi, esprimendo un totale disinteresse per la cosa. Secondo lui, avrebbero fatto meglio a bere un drink e fumare qualche sigaro.
La signora Bruni aveva replicato: «Il signor Fischer non fuma il sigaro. Anzi, non fuma proprio nulla.»
A quel punto, aveva iniziato una lunga invettiva contro il cattivo odore emanato dai sigari che suo marito Pietro fumava di tanto in tanto, credendo di riuscire a nascondersi da lei.
La signora Tina distolse Vanina da quei pensieri: «Quella donna è torbida. Poco prima di cena l’ho sentita mentre parlava in tono molto concitato con Selena Roberts. Purtroppo stavano parlando in francese, quindi non ho capito che una manciata di parole... ma ti assicuro che Madame Duval si stava rivolgendo alla signora Selena in tono davvero scortese.»
«La signora Roberts come ha reagito?» volle sapere Vanina.
«Sembrava più pacata dell’altra donna» rispose la signora Tina, «ma ho l’impressione che questa situazione finirà molto male.»
***
«Sono esattamente le ventidue e sette minuti. Avete iniziato la partita alle ventuno e quarantanove, quindi state giocando esattamente da diciotto minuti.»
Edward ignorò Monsieur Duval. Non gli interessava quale fosse l’ora esatta, tutto ciò di cui gli importava era battere Oliver Fischer. Non sarebbe stato troppo complicato. Era molto probabile che Jean-Marc stesse cercando di deconcentrarlo, per favorire il giornalista e rendere, di conseguenza, lo scontro più equilibrate.
Le manie di protagonismo di quell’uomo si stavano rivelando sempre più assurde e insensate. Edward iniziava a pentirsi di avergli dato corda. Sconfiggere Fischer a scacchi e strappargli la promessa di lasciare in pace Selena era allettante, ma la presenza di Jean-Marc Duval era un contraltare del quale avrebbe fatto volentieri a meno.
Il suo avversario sembrava tentennare, guardando la scacchiera e i pezzi che vi stavano sopra con l’aria di non sapere che cosa fare.
Di colpo, osservò: «Stavo pensando alla ragione per cui, al termine delle corse automobilistiche, viene esposta la bandiera a scacchi. Secondo voi, quale delle due storie è più plausibile?»
Edward spalancò gli occhi.
«Come dite?»
Prima che Oliver potesse parlare, Jean-Marc Duval declamò, ad alta voce: «Sono le ventidue e dieci.»
Erano già passati tre minuti, dall’ultima volta in cui aveva parlato? A Edward era sembrato che fosse trascorso molto meno, ma forse la voce del francese gli rimbombava in testa anche quando non stava parlando.
Lo ignorò, così come fece Fischer, il quale affermò: «Nei primi anni, per indicare la fine della gara veniva esposta la bandiera del Paese ospitante. La bandiera del Principato di Monaco, essendo bianca e rossa, si confondeva con il segnale di pista scivolosa. Pare che Anthony Noghès, il fondatore del Gran Premio di Montecarlo, durante una partita a scacchi, abbia avuto l’illuminazione e pensato a una bandiera neutra che non potesse essere confusa con altro.»
Edward azzardò: «Che cosa non vi convince di questa storia, signor Fischer?»
«Ho sentito raccontare che, qualche decennio prima, agli albori del campionato di automobilismo, durante una competizione i concorrenti giunsero a destinazione in largo anticipo rispetto alle aspettative. Il direttore di gara, che era impegnato in una partita a scacchi, avrebbe segnalato l’arrivo sul traguardo sventolando la scacchiera. Pare sia stato riportato anche dai giornali dell’epoca.»
«Mi sembra una vicenda poco credibile.»
«Vi convince di più, di conseguenza, l’attribuzione della nascita della bandiera a scacchi ad Anthony Noghès?»
«Sì, ma...»
«Le ventidue e dodici» annunciò Monsieur Duval.
«Per cortesia, potremmo fare a meno del segnale orario?» sbottò Edward. «Se proprio vuole ricordarci del tempo che passa, potrebbe farlo un po’ meno di frequente?»
«Vi sto riportando alla realtà» puntualizzò Monsieur Duval. «Mi sembra che vi stiate distraendo. Devo forse immaginare che vi interessino di più le corse automobilistiche rispetto alla signora Roberts?»
Edward si sentì avvampare. Com’era possibile che quell’individuo riuscisse a rendersi sempre più imbarazzante? La teoria secondo cui Madame Duval sarebbe stata delusa dalla sua poca presenza era ancora meno convincente rispetto a quella del direttore di gara che agitava la scacchiera dinanzi al vincitore di una corsa. Era molto probabile che la moglie di quell’uomo non vedesse l’ora di toglierselo di torno.
***
Emma era seduta sul letto, fissava il nulla davanti a sé con aria assorta. Secondo Keith, avrebbe fatto meglio a rilassarsi un po’. Non vi erano ragioni per cui dovesse preoccuparsi di Oliver Fischer. Anche Selena Roberts non era mai stata messa a conoscenza, da Patrick Herrmann, di certi segreti che avrebbero potuto diffamarli.
In piedi di fronte a lei, le suggerì: «Perché non fai un sorriso?»
Emma lo guardò, torva.
«Perché dovrei?»
«Perché sei bella, quando sorridi.»
La sua espressione si addolcì.
«Solo quando sorrido?»
«Sai benissimo che mi piaci in ogni momento» ribatté Keith. «Ti preferirei più tranquilla, però. Non sarai ancora preoccupata per...»
«Sai bene quello che abbiamo fatto!» replicò Emma. «Possiamo anche fingere che non sia mai accaduto, ma non è così. Mi basta chiudere gli occhi per ricordare tutto nel minimo dettaglio, per rivivere le sensazioni che ho provato allora. È terribile. È come una maledizione che non potrà mai lasciarmi, finché avrò vita.»
«Va bene, è stato abbastanza sconveniente» concesse Keith, «e non è quello che una coppia perbene dovrebbe fare, ma è successo e non possiamo tornare indietro. Non eravamo ancora una vera e propria coppia.»
«Questo non migliora la situazione» replicò Emma, «ma la peggiora. Hai idea di come verremmo giudicati, se la cosa venisse alla luce? Io sì, ci penso sempre.»
«Non dovresti pensarci» insisté Keith. «Solo io, te e Patrick lo sapevamo. Adesso siamo rimasti soltanto noi due. Nessuno lo verrà a sapere. Possiamo fingere che non sia accaduto e non parlarne più.»
Emma obiettò: «Non riesco a fare finta di niente. Mi rivedo nuda, su quel letto, insieme a voi due. Vi rivedo mentre, a turno, mi date piacere. Rivedo Patrick, mentre entra dentro di me. Ricordo l’eccitazione che ho provato quando ho visto come ci fissavi. Io non...»
«Ehi, smettila, così mi fai eccitare» la ammonì Keith. «È troppo presto. Ci converrebbe farci vedere al piano di sotto.»
Emma sibilò: «Quello che è successo non dovrebbe più farti eccitare.»
Keith chiarì: «Non lo rifarei. Però, allora, è stato così bello. Ricordo ancora quando, per scherzare, ci hai detto che saresti venuta a letto con tutti e due contemporaneamente.»
«Non scherzavo, lo sai.»
«Non scherzavi... e non tornerei indietro.»
«Io sì» puntualizzò Emma. «È la cosa più imbarazzante che abbia mai pensato e che abbia mai fatto. Ultimamente, non riesco più a guardarmi allo specchio senza pensarci. Da quando quel Fischer è entrato a far parte della nostra vita...»
Keith la interruppe: «Oliver Fischer non fa parte della nostra vita. È solo il fidanzato di Tina Serrano, la quale ha ritenuto opportuno invitarci al ricevimento per ufficializzare la sua unione con lui. Sono solo tre giorni. Uno è già finito, o quasi. Scendiamo e andiamo a scambiare qualche parola con gli altri invitati. Non abbiamo niente da nascondere, quindi non dobbiamo nasconderci.»
Con un sospiro, Emma si alzò in piedi.
«Hai ragione, è meglio scendere.»
Cinque minuti più tardi erano in soggiorno, al piano di sotto. Non c’erano né Tina Serrano, né il signor Fischer. Anche la dama di compagnia mancava, così come i coniugi Roberts. Erano assenti anche i Duval, mentre invece erano presenti il signor Benvenuti, il signor Menezes e i coniugi Young. Erano seduti tutti insieme, con bicchieri pieni di alcolici sul tavolo. A un altro tavolo, invece, erano presenti Amberlynn Thompson, suo marito e i due italiani. Al posto degli alcolici, avevano delle tazze di caffè.
Keith fece segno a Emma di sedersi, scostando una sedia. Emma fece appena in tempo ad accomodarsi, quando udì un urlo che proveniva dai piani alti.
***
«Le ventidue e ventotto minut-...» Jean-Marc Duval si interruppe di colpo. «Cos’è stato? Avete sentito anche voi?»
Il grido aveva acceso in Edward un campanello d’allarme. Per quanto fosse difficile determinarlo, vista la lontananza, aveva avuto l’impressione che quella fosse la voce di Selena e gli si era gelato il sangue nelle vene.
Se avesse continuato la partita con Oliver Fischer, non sarebbe più stato in grado di azzeccare una sola mossa. Una vittoria ormai certa sarebbe sfumata, ma non importava più.
Il giornalista scattò in piedi ancora prima di lui. Edward non poté fare altro che imitarlo. Jean-Marc Duval si fece da parte, quando giunsero verso la porta.
Alzando gli occhi all’orologio, a Edward parve che fossero già le ventidue e ventinove. Grazie al cielo, Monsieur Duval ebbe la decenza di non farlo notare.
Trovarono tutti nell’androne o, per meglio dire, tutti a parte Selena e Madame Duval. Vanina Crystal, che si trovava insieme a Tina Serrano, la abbandonò e corse verso Oliver Fischer.
«Cos’è successo?» le chiese il giornalista.
«Non lo so» rispose la dama di compagnia della vedova Serrano. «Ero qui che parlavo con la signora Tina e, all’improvviso, abbiamo udito un urlo. A quel punto, sono arrivati gli invitati che si trovavano in soggiorno, oltre che gli altri ospiti. Infine, siete arrivati voi...», indicò un punto vago, dietro di loro, «voi e Monsieur Duval.»
«Dov’è mia moglie?» chiese quest’ultimo.
«Non lo so» rispose la signorina Crystal.
«Dov’è. Mia. Moglie.» Monsieur Duval scandì bene le parole, a voce più alta. Sembrava quasi che volesse gridare contro quella povera donna. «Qualcuno può andare a vedere al piano di sopra?»
Invece di mandarlo al diavolo, come sarebbe stato abbastanza comprensibile, dato il tono con cui le si era rivolto, la signorina Crystal si offrì: «Vado io.»
Senza attendere che Jean-Marc Duval proferisse parola, andò a imboccare le scale, iniziando a salire. Oliver Fischer la seguì, così anche Edward ritenne opportuno fare la stessa cosa.


