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Autore: fangoro1341    03/02/2026    0 recensioni
Siamo nel 1370, l’epoca dei Signori, dei feudi e degli intrighi di potere. Ma è anche l'epoca dei contadini che lottano per sfamare le proprie famiglie. Nel castello-fortezza di Pagazzano, un piccolo borgo al confine con la Serenissima, due ragazzi, Antonio e Rossana, sognano una vita senza catene.
Ma l’inverno del 1370 porta con sé più della neve. Porta il volto affascinante e severo del capitano Teodoro, un uomo che profuma di cuoio e guerra, capace di scuotere il mondo di Rossana con un solo sguardo.
E porta i silenzi di Giovanni, lo stalliere fiorentino, e gli sguardi della governante Flora: segreti che nascondono patti antichi e verità inconfessabili. Tra cacce ai cinghiali e i primi battiti di un cuore che si risveglia, Rossana e Antonio impareranno che crescere significa imparare a mentire.
Genere: Romantico, Slice of life, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta
Capitoli:
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“Non avevo mai preso in considerazione il fatto che una persona potesse stravolgere la mia esistenza... eppure è successo! E ora ve lo racconterò.” Anno domini 1370, Pagazzano della Gera d’Adda Capitolo 1- Rossana Ci avviciniamo di soppiatto. Intorno a noi non si sente alcun suono: l’immobilità dell’aria e il silenzio della foresta sembrano presagire le nostre intenzioni. Io mi muovo da nord, controvento, armata della mia frombola. Antonio da sud, la freccia incoccata. Il cinghiale sta scavando nella neve in cerca di cibo. Sentiamo il suo risucchio, un grugnito soddisfatto ogni volta che trova qualcosa, e uno scricchiolio, come se mangiasse nocciole. A un tratto Antonio fa un fischio acuto e l’animale si volta di scatto, annusando nel gelo. Spero la sua vista debole ci favorisca. La sua corporatura enorme nasconde, quasi completamente alla mia vista, la figura di Antonio. L’animale scalpita, il fumo che esce dalle sue narici forma nuvolette di vapore che salgono verso l’alto. La codina si agita a destra e a sinistra. Antonio ha lo sguardo fisso sull’animale, le sopracciglia aggrottate, pronto a scoccare. Io ho i muscoli tesi. Mi costringo a fare un passo, due. Il cuore mi martella nel petto. I piedi sono attenti a non fare rumore: un piccolo sbaglio potrebbe costare la vita del mio amico. Guardo in basso e mi sento leggera come una piuma: sfioro appena il manto nevoso muovendomi con la cautela di chi ha imparato a non calpestare neanche un filo d’erba. Incrocio di nuovo gli occhi di Antonio: con un piccolo cenno mi fa capire che è il momento. Preparo il colpo nella frombola ma le mani tremano. Deglutisco e faccio un respiro profondo, quindi concentro l’attenzione sull’obiettivo. Tendo il braccio in alto e faccio roteare la corda. Lancio. Il tiro manca il cinghiale di poco, ma il sibilo lo fa girare dalla mia parte. Trattengo il fiato sperando che non mi veda, ma sembra mettermi a fuoco con quegli occhietti piccoli e obliqui. Col suo grifo piatto sbuffa ed emette un brontolio gutturale e profondo, da fare accapponare la pelle. Carica a testa bassa. Vorrei scappare ma i piedi sono di piombo. “Rossana, Rossana” la voce di Antonio è sempre più lontana, preoccupata… o forse arrabbiata? Lo ignoro. Sono concentrata sul cinghiale che si sta avvicinando veloce e minaccioso. Vorrei gridare, ma neanche la voce risponde più al comando. In un lampo mi è addosso, mi preparo all’urto chiudendo gli occhi. Il suo peso mi catapulta a terra e mi sovrasta, tenendomi schiacciata sotto di lui e facendomi sprofondare nel terreno morbido. Afferro le sue zanne fredde e lotto con tutte le mie forze per arrestare la sua furia. Il cinghiale grugnisce sbatacchiando le mie braccia, il suo muso umido mi sfiora la pelle del viso nel tentativo di mordermi. Il suo alito caldo e affannoso mi scivola addosso e il fetore mi fa rivoltare lo stomaco. Non riesco più a trattenerlo e le lacrime mi appannano la vista. Il cinghiale si sfoca in un’ombra scura e feroce. Sento il suo calore e l’odore di terra smossa e di selvatico. Chiudo gli occhi, arresa alla mia inevitabile fine, e… … una lingua calda e bagnata mi scivola sulla guancia. Spalanco le palpebre, il cuore ancora a mille. Davanti a me non c’è una fiera ma il muso rugoso di Cagnaccio. “Cagnaccio, Vé zó del lècc, tamburù (1), sporchi tutte le coperte!” ordina severa donna Flora. Il muso enorme di un bracco bianco e marrone occupa tutto il mio orizzonte. Cagnaccio mi fissa con la lingua penzoloni, lasciando cadere gocce di bava che mi colano sul collo. “Zó!” ripete la donna. Il cane ubbidisce con un balzo, rivelando un’agilità che tradisce i suoi peli bianchi sul muso. Nessuno lo vuole più per la caccia, dicono sia troppo vecchio ma lui sembra ignorarlo: scodinzola con vigore e va a sedersi accanto alle gambe della donna, venerandola con quegli occhioni che implorano perennemente una carezza. È la sua ombra, la segue ovunque. Mi stiracchio pigramente. “Possìbel che ta scóltet mai? (2)” lo ammonisce lei con l’indice teso. “Non devi salire sul letto!”. Poi si rivolge a me in tono affabile. “Alùra (3), Rossana, buongiorno. È ora di alzarsi”. “No!” mugugno, voltandomi dall’altra parte e affondando la faccia nel cuscino ancora caldo nel tentativo disperato di riacciuffare il mio sogno. “Leà sö, lasarùna (4), abbiamo ospiti!”. Quelle parole mi colpiscono più dell’aria gelida che invade la stanza. <>. Donna Flora non aspetta risposta; afferra la scopa di ramaglia e inizia a spazzare il pavimento con colpi secchi e ritmati. Il cigolio del manico del secchio anticipa il leggero scroscio di acqua nel catino sopra il baule. Mi raggomitolo, cercando di proteggere quel poco calore rimasto tra le coperte. Fuori, la Gera d’Adda è un deserto di neve e nebbia che inghiotte ogni cosa, un freddo che ti entra nelle ossa e non ti lascia più, nemmeno se ti sedessi dentro il camino. “Rossana, dico a te! Muoviti!” Faccio un sonoro sbuffo ma lei continua imperterrita. Schiaccio il viso contro il cuscino, cercando di scivolare di nuovo in quel bosco, tra il fumo dei cinghiali e il peso di una spada che, nella realtà, non mi è permesso impugnare. Ci avviciniamo di soppiatto. Intorno a noi non si sente alcun suono: l’immobilità dell’aria e il silenzio della foresta sembrano presagire le nostre intenzioni. Io mi muovo da nord, controvento, armata della mia frombola. Antonio da sud, la freccia incoccata. Il cinghiale sta scavando nella neve in cerca di cibo. Sentiamo il suo risucchio, un grugnito soddisfatto ogni volta che trova qualcosa, e uno scricchiolio, come se mangiasse nocciole. A un tratto Antonio fa un fischio acuto e l’animale si volta di scatto, annusando l’aria. Spero la sua vista debole ci favorisca. La sua corporatura enorme nasconde, quasi completamente alla mia vista, la figura di Antonio. L’animale scalpita, l’aria che esce dalle sue narici forma nuvolette di vapore che salgono verso l’alto. La codina si agita a destra e a sinistra. Antonio ha lo sguardo fisso sull’animale, le sopracciglia aggrottate, pronto a scoccare. Io ho i muscoli tesi. Mi costringo a fare un passo, due. Il cuore mi martella nel petto. I piedi sono attenti a non fare rumore: un piccolo sbaglio potrebbe costare la vita del mio amico. Guardo in basso e mi sento leggera come una piuma: sfioro appena il manto nevoso muovendomi con la cautela di chi ha imparato a non calpestare neanche un filo d’erba. Incrocio di nuovo gli occhi di Antonio: con un piccolo cenno mi fa capire che è il momento. Preparo il colpo nella frombola ma le mani tremano. Deglutisco e faccio un respiro profondo quindi concentro l’attenzione sull’obiettivo. Tendo il braccio in alto e faccio roteare la corda. Lancio. Il tiro manca il cinghiale di poco, ma il sibilo lo fa girare dalla mia parte. Trattengo il fiato sperando che non mi veda, ma sembra mettermi a fuoco con quegli occhietti piccoli e obliqui. Col suo grifo piatto sbuffa ed emette un brontolio gutturale e profondo, da fare accapponare la pelle. Carica a testa bassa. Vorrei scappare ma i piedi sono di piombo. “Rossana, Rossana” la voce di Antonio è sempre più lontana, preoccupata… o forse arrabbiata? Lo ignoro. Sono concentrata sul cinghiale che si sta avvicinando veloce e minaccioso. Vorrei gridare, ma neanche la voce risponde più al comando. In un lampo mi è addosso, mi preparo all’urto chiudendo gli occhi. Il suo peso mi catapulta a terra e mi sovrasta, tenendomi schiacciata sotto di lui e facendomi sprofondare nel terreno morbido. Afferro le sue zanne fredde e lotto con tutte le mie forze per arrestare la sua furia. Il cinghiale grugnisce sbatacchiando le mie braccia, il suo muso umido mi sfiora la pelle del viso nel tentativo di mordermi. Il suo alito caldo e affannoso mi scivola addosso e il fetore mi fa rivoltare lo stomaco. Non riesco più a trattenerlo e le lacrime mi appannano la vista. Il cinghiale si sfoca in un’ombra scura e feroce. Sento il suo calore e l’odore di terra smossa e di selvatico. Chiudo gli occhi, arresa alla mia inevitabile fine, e… … una lingua calda e bagnata mi scivola sulla guancia. Spalanco le palpebre, il cuore ancora a mille. Davanti a me non c’è una fiera ma il muso rugoso di Cagnaccio. “Cagnaccio, Vé zó del lècc, tamburù (1), sporchi tutte le coperte!” ordina severa donna Flora. Il muso enorme di un bracco bianco e marrone occupa tutto il mio orizzonte. Cagnaccio mi fissa con la lingua penzoloni, lasciando cadere gocce di bava che mi colano sul collo. “Zó!” ripete la donna. Il cane ubbidisce con un balzo, rivelando un’agilità che tradisce i suoi peli bianchi sul muso. Nessuno lo vuole più per la caccia, dicono sia troppo vecchio ma lui sembra ignorarlo: scodinzola con vigore e va a sedersi accanto alle gambe della donna, venerandola con quegli occhioni che implorano perennemente una carezza. È la sua ombra, la segue ovunque. Mi stiracchio pigramente. “Possìbel che ta scóltet mai? (2)” lo ammonisce lei con l’indice teso. “Non devi salire sul letto!”. Poi si rivolge a me in tono affabile. “Alùra (3), Rossana, buongiorno. È ora di alzarsi”. “No!” mugugno, voltandomi dall’altra parte e affondando la faccia nel cuscino ancora caldo nel tentativo disperato di riacciuffare il mio sogno. “Leà sö, lasarùna (4), abbiamo ospiti!”. Quelle parole mi colpiscono più dell’aria gelida che invade la stanza. <>. Donna Flora non aspetta risposta; afferra la scopa di ramaglia e inizia a spazzare il pavimento con colpi secchi e ritmati. Il cigolio del manico del secchio anticipa il leggero scroscio di acqua nel catino sopra il baule. Mi raggomitolo, cercando di proteggere quel poco calore rimasto tra le coperte. Fuori, la Gera d’Adda è un deserto di neve e nebbia che inghiotte ogni cosa, un freddo che ti entra nelle ossa e non ti lascia più, nemmeno se ti sedessi dentro il camino. “Rossana, dico a te! Muoviti!” Faccio un sonoro sbuffo ma lei continua imperterrita. Schiaccio il viso contro il cuscino, cercando di scivolare di nuovo in quel bosco, tra il fumo dei cinghiali e il peso di una spada che, nella realtà, non mi è permesso impugnare. BG legenda (1)Vé zó del lècc: vieni giu dal letto tamburù: Duro di comprendonio, ha il quoziente intellettivo di un tamburo. locuzione bergamasca data a qualcuno che ha fatto una stupidata (2)possìbel che ta scóltet mai: possibile che ascolti mai (3)Alùra: è un avverbio fondamentale nel dialetto bergamasco che significa "allora"; usato frequentemente con diverse sfumature: come incipit, per chiedere "allora, come andiamo?" ("Alura, come m'vai?"), in senso di rassegnazione, o in modo perentorio per richiamare l'attenzione, spesso accompagnato da intonazione prolungata ("Aluraaa?"). Significati e utilizzi principali: Salutare/Chiedere: Alura, come m'vai?(Allora, come andiamo?) o Alura, gh'èl vergòta dè nòf? (Allora, c'è qualcosa di nuovo?). Interrogativo/Imperativo: Alura? spesso usato tra amici per sostituire buongiorno/buonasera o per chiedere notizie. Se intonato verso l'acuto, significa "allora?", esigendo spiegazioni o incitando a non esagerare. Sollecito: Alura, 'n vai o 'n vegnèi?, sa moèt fò? (Allora, andiamo o veniamo? Ti spicci?). Rassegnazione: Alura l'è pròpe inotèl.. (Allora è proprio inutile). È una delle parole più versatili del dialetto orobico, spesso usata anche per apostrofare qualcuno o per indicare un cambio di discorso. (4)Leà sö, lasarùna: alzati, lazzarona
   
 
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