Anime & Manga > L'Attacco dei Giganti
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Autore: LadyLisa    04/02/2026    3 recensioni
Quello che dal giorno alla notte era scomparso, Elvin lo aveva parzialmente ricostruito, mentre Rivaille aveva quel senso di…di vuoto traboccante, un pieno che non si lasciava nemmeno sentire, se questo poteva avere un senso. Dannazione, niente in quelle tre cerchie di mura aveva un senso.
***
Rivaille aveva tredici anni quando aveva incontrato Elvin, che aveva avuto la pessima idea di inoltrarsi nella Capitale Sotterranea da solo, ben vestito e troppo pulito per appartenere a quell’inferno. Perciò lui, un semplice ladruncolo, aveva adocchiato subito quel ragazzo e lo aveva seguito nelle ombre dense dei palazzi scavati nella roccia, attendendo il momento migliore per spogliarlo dei suoi averi.
Genere: Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai | Personaggi: Altri, Erwin Smith, Levi Ackerman
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo III: Camille

 

Era passata una settimana ed Elvin era ricomparso.

Rivaille non aveva nemmeno pensato al denaro questa volta, aveva guardato in viso il ragazzo biondo, gli aveva allungato un'arma e si era avviato senza una parola verso il Pozzo del Diavolo.

Era entrato nello studio di Mastro Zoe senza attendere un invito, in compagnia di quei cadaveri aperti sui tavoli in cui una strega avrebbe visto i presagi e in cui il Dottore invece vedeva possibili cure da prestare. Mastro Zoe non si era lamentato della sua presenza, aveva fatto un cenno da dietro gli occhiali da mosca ed era andato a vedere alcune pergamene che Elvin aveva nascosto sotto gli abiti.

Rivaille per un momento aveva pensato a quelle pergamene che non avrebbe saputo leggere e che comunque, per qualche motivo, avrebbe voluto vedere, sentire.

Quando lo riaccompagnò verso la superficie, Elvin gli allungò una moneta d'argento, con le mani eleganti tese verso le sue, piccole e pulitissime. Non poté che spalancare gli occhi davanti a quella piccola fortuna.

«Grazie, Rivaille».

«Tch».

Elvin gli aveva sorriso, con il calore di un sole che Rivaille non conosceva, poi si era voltato ed era uscito dalla terra buia, non prima di guardarlo un'ultima volta, pensieroso.

Quella sera al bordello la cena fu più abbondante, con addirittura un po' di carne secca in tavola, e la moneta d'argento era rimasta solo qualche momento nelle tasche di Rivaille, prima di trasferirsi in quelle piene di un mercante.

 

***

 

Passarono settimane prima che Elvin comparisse di nuovo.

Questa volta fu lui a porgere un coltellino nuovo a Rivaille.

«Il tuo aveva la lama lasca, ho pensato potesse esserti utile», glielo aveva porto sorridendo.

Rivaille mugugnò un flebile «grazie» mentre guardava con tanto d'occhi il coltellino, facendolo rigirare tra le dita e saggiando la piccola arma.

Poi sollevò il viso e guardò Elvin, intento. Fece un cenno con il capo, un lieve annuire d'apprezzamento, poi si avviò nel dedalo buio, tenendo ben stretto il coltellino.

 

***

 

«Ti piacerebbe venire in superficie, Rivaille?».

«Perché?».

«Posso portarti se vuoi».

Rivaille ci pensò un momento, attratto e improvvisamente spaventato dalla prospettiva di poter finalmente uscire.

Poi scosse la testa.

«Dovrei tornare quaggiù», disse.

Elvin lo guardò con gli occhi tristi.

«Ohi. Non guardarmi così», sbraitò Rivaille. Eppure Elvin riconobbe una nota stonata, qualcosa fuori posto.

E lui quel ragazzino avrebbe davvero voluto portarlo fuori da quelle tenebre, dargli una vita migliore, un'istruzione, una possibilità.

«Capisco», mormorò prima di voltarsi e tornare nella Capitale.

Le due monete di quel giorno furono una festa per le ragazze del bordello, e al termine una delle ragazze più giovani, a cui Rivaille aveva portato un rimedio per i suoi polmoni malati, gli offrì la notte, e Rivaille la seguì nella sua stanza.

 

***

 

Camille non era molto più grande di lui, quel lavoro le serviva per sopravvivere e mantenere la sorella minore, tenuta al sicuro insieme agli altri marmocchi che a vario titolo erano legati alle ragazze, lontano dai clienti che frequentavano il bordello. Rivaille viveva relativamente libero lì dentro, era stato accolto quando aveva pochi anni, cresciuto insieme ad altri bambini di vari gradi di illegittimità. Aveva impiegato poco a scoprire quale fosse il loro lavoro, ma nel sottosuolo quello era un lavoro come un altro, e per sua fortuna era capitano in una casa abbastanza rispettabile, dove i brutti ceffi erano rari. Non erano ricchi, non era un bel posto, non era una bella vita e non era nemmeno felice o facile vivere così, ma era molto meglio di quello che accadeva nelle zone malfamate.

Jerome gestiva il bordello, garantiva protezione e cibo alle ragazze, si prendeva cura di loro quando si ammalavano e cercava il più possibile di tenere i bambini lontani da quella vita che si sforzava di nascondere ai loro occhi. C'era lealtà tra loro. Ma questo non sempre era sufficiente a proteggerli o a garantire di non partire la fame o il freddo negli inverni più lunghi.

Così Camille si era ammalata, i suoi polmoni faticavano e lei lavorava meno. Per quanto Jerome l'aiutasse non poteva permettersi un rimedio per lei, che a sua volta si preoccupava di più della sorella.

Jerome era solito chiudere gli occhi davanti ai piccoli crimini di Rivaille (tutti i bambini del Sottosuolo rubacchiavano per vivere), non si preoccupava quando spariva per qualche tempo (era già grande abbastanza) e non chiedeva dei suoi crimini più gravi (gli occhi di acciaio di Rivaille erano quelli gelidi di chi conosce la morte); ormai era diventato una guardia, un custode e un angelo vendicatore per quelle ragazze. Quando portò quel banchetto e il rimedio per Camille però, gli aveva chiesto in quali traffici si fosse cacciato per avere a disposizione quella fortuna.

«Ho trovato un rampollo da spennare», fu la risposta di Rivaille mentre scuoteva le spalle.

«Niente di pericoloso?».

Scosse la testa.

«Devo temere per loro?», chiese con un cenno alle ragazze che mangiavano ridendo.

«No».

«D'accordo. Ma fai attenzione Rivaille». Jerome fece per andarsene ma si voltò di nuovo. «Grazie».

Ma Rivaille non aveva risposto.

Camille gli piaceva, cantava quando lavava i panni, cantava quando cucinava per i bambini e sapeva raccontare delle storie meravigliose. Troppo belle per essere vere.

I suoi polmoni malandati non le permettevano più di cantare o di raccontare alcunché, a fatica aveva fiato per lavorare e per le faccende quotidiane di cui tutti in quella casa si occupavano. Era minuta e uno dei suoi clienti le aveva attaccato una malattia che Rivaille non conosceva e tutto questo l'aveva portata a stare così.

Dunque, dopo il banchetto, Rivaille l’aveva seguita nella sua stanza e quando lei, dolcemente, trai suoi accessi di tosse che si affievoliva con il rimedio che le aveva portato, lo abbracciò, Rivaille si lasciò stringere. La fermò quando gli chiese cosa volesse, Rivaille non lo sapeva e non era certo di volere qualcosa, anche se sentiva altri ragazzini decantare certe attività come fossero le uniche che valesse la pena vivere. Piuttosto si lasciò stringere ancora e finì per dormire nel suo letto, con il suo respiro flebile che cullava pensieri su una Superficie che serviva a lei, più che a lui.

Il conforto di un abbraccio fu tutto quello che Rivaille chiese, e dopotutto era quanto non aveva mai avuto. Era strano lasciarsi stringere e abbassare la guardia, ed era strano sentire un’altra vita a contatto con la propria in un modo che non fosse violento. Ma un momento dopo l’altro quello che si fece strada in lui, fu il pensiero martellante che Camille davanti a sé aveva poche notti e pochi giorni, e forse solo la luce del sole avrebbe potuto salvarla. Per questo avrebbe voluto parlare con Elvin.

Quella notte non si ripeté.

Per qualche mese Elvin non si fece vivo.

Rivaille non sapeva quando sarebbe ricomparso. Giorno dopo giorno se lo chiedeva con più insistenza, quasi senza accorgersene. Dopo un paio di settimane aveva preso a guardarsi intorno cercando la testa bionda, sperando che apparisse.

Rivaille tornò ai suoi furti, iniziò ad allenarsi e una mattina portò Camille sotto a uno dei tombini perché vedesse la luce del sole, per quanto lontano e malsano fosse da laggiù.

Camille era sempre più debole.

Sua sorella invece aveva iniziato a lavorare al Pozzo del Diavolo con Mastro Zoe, come assistente. Emilie non aveva paura dei morti, e aveva imparato a ricucire le ferite al bordello, il sangue non la infastidiva, le ferite nemmeno e Rivaille non voleva che finisse a fare la prostituta. Mastro Zoe poteva pagarla, poteva proteggerla e poteva insegnarle qualcosa. Così, dopo quel ricco banchetto, Rivaille l’aveva accompagnata dal Medico per chiedergli se poteva prenderla a servizio, minacciandolo di trattarla bene o, promise Rivaille, lo avrebbe fatto diventare parte dei suoi stessi studi mettendolo su uno dei suoi freddi tavolacci, e l’altro ridacchiando aveva accettato minaccia e richiesta.

Emilie aveva iniziato a lavorare con lui, seguendo le sue indicazioni passo a passo e prendendo a parlare di lui e del lavoro con entusiasmo, sebbene Rivaille non capisse cosa trovasse di entusiasmante in quella situazione. Iniziò a capirlo però quando la vide scrivere il proprio nome, lentamente e con attenzione.

Camille intanto si spegneva di giorno in giorno, con quella pelle così sottile e pallida persino per il sottosuolo, e sotto la luce di quel tombino appariva più malsana che mai.

Emilie una sera disse che aveva parlato con Mastro Zoe dei sintomi di sua sorella, del progredire della malattia, e confessò che il Medico del Diavolo non le dava più molto tempo, e come Rivaille aveva sospettato, la sua sola speranza era di risalire in superficie, dove avrebbe trovato la luce del sole e l’aria pulita che le avrebbero permesso di rinvigorirsi e rispondere alle cure che poco potevano sul suo fisico debole e provato.

E Rivaille si chiese di nuovo quando sarebbe ricomparso Elvin.

 

***

 

Quando Elvin scese di nuovo nei Bassifondi, giorni dopo la sentenza di Emilie, lo fece tenendo tra le mani una scatola, avvolta in una sciarpa di lana pesante.

«Cos’hai portato?», chiese subito Rivaille senza riuscire a trattenere la sua curiosità.

Elvin non rispose, si limitò a sorridere e porgergli la scatola.

«Apri», lo incoraggiò.

Rivaille lo guardò sospettoso prima di spostare la sciarpa e sollevare il coperchio.

Sembrava qualcosa di soffice, anche se qua e là si era compattata, bianca e fredda come il ghiaccio.

«Neve?», chiese spalancando gli occhi.

«Ho immaginato che quaggiù non se ne veda spesso», disse Elvin.

Rivaille scosse la testa. «Sotto il grande tombino ogni tanto sì. Ma è sempre sporca».

«Verresti in superficie a vederla?», chiese Elvin speranzoso.

«Senti un po'», Rivaille mise un’espressione ancora più diffidente del solito, «non sarai uno di quei porci della superficie che vogliono trovarsi degli schia-…».

«No», Elvin adesso era serio. «No. Niente affatto».

«Me lo diresti pure se lo fossi, scemo».

«Ti ho dato motivi per dubitare di me?», chiese allora.

«No», mormorò Rivaille.

«Vorrei aiutarti, come tu stai aiutando me. Niente di più, davvero».

Rivaille ci pensò un momento, valutando se poteva davvero chiedere quello che aveva in mente. Ma la situazione di Camille gli imponeva di tentare.

«Te l’ho chiesto perché devo chiederti una cosa, damerino», disse.

Elvin sorrise, incoraggiante.

«Una ragazza del bordello sta male. Il tuo amico giù al Pozzo dice che non sopravvivrà a lungo se rimane qui e…allora io ho pensato che-…», ma arrossì prima di riuscire a trovare delle parole adatte per fare la sua richiesta. Rivaille sapeva che lo avrebbe dovuto chiedere gentilmente ma la gentilezza non era cosa che si insegnasse nelle fogne.

Ma Elvin non aveva bisogno delle facciate della buona società della superficie per dare retta a Rivaille e andargli incontro con le parole che il ragazzino non aveva.

«Vuoi che la porti in Superficie?», chiese allora gentilmente.

Rivaille annuì, gli occhi grigi seri fissi nei suoi.

«Ma non voglio che le facciano del male», insistette.

«Si può sapere per chi mi hai preso?», sbuffò il ragazzo più grande.

«Chi scende nei Bassifondi con tanti soldi in genere è pericoloso…».

«Rivaille…», mormorò con il cuore a pezzi Elvin, chiedendosi a quanta violenza avesse assistito Rivaille, perché le sue parole sapevano di orrore.

«Tu sei solo un damerino però», disse lui scollando le spalle per tagliare corto.

Elvin sorrise suo malgrado.

«Devo andare al Pozzo del Diavolo, ma poi mi condurrai da questa ragazza e vedremo che cosa si può fare», disse. E Rivaille gli concesse un raro sorriso che tradì la sua età, prima di incamminarsi.

Quando vide Elvin entrare nello studio di Mastro Zoe, Emilie rimase incantata. Non aveva mai visto un uomo così bello o così maestoso. Nelle fogne giravano i brutti ceffi, non i principi biondi usciti dalle fiabe che sua sorella raccontava.

Dopo che Elvin ebbe consegnato altre pergamene fitte di appunti al Dottor Zoe, Rivaille gli presentò la ragazzina, e lei arrossì violentemente quando Elvin si profuse in un galante baciamano.

«Porterà Camille alla Capitale. La salverà, vedrai», le disse fiducioso Rivaille.

Ed Elvin si stupì sentendo quelle parole piene di calore, di tutta quella fiducia che prima aveva messo in dubbio, sorprendendosi anche di poter cogliere quella scintilla di entusiasmo, mentre accanto a lui il Medico del Diavolo gli diceva che Emilie si era rivelata un’ottima allieva, sperticandosi in elogi.

«Ti fidi di lui?», chiese in un sussurro la ragazzina.

«Sì, mi fido», rispose Rivaille scoccandogli un’occhiata, certo di trovare gli occhi di Elvin fissi su di loro.

E ad Emilie questo bastò per confermare che il bel ragazzo che parlava con il suo maestro fosse davvero il principe che sembrava. Se Rivaille si fidava, lei non aveva nulla di cui preoccuparsi.

 

Più tardi Rivaille lo condusse al bordello, tentando di non arrossire troppo violentemente al pensiero di mostrare ad Elvin il posto in cui viveva. Era certo che lui fosse abituato a residenze di ben altro tenore.

«Rivaille?», gli chiese cauto Jerome quando lo vide entrare con Elvin al seguito.

«Tutto a posto», lo rassicurò, «Lui aiuterà Camille».

Jerome annuì in un tacito consenso a lasciarlo entrare, continuando però a guardare Elvin con diffidenza, e Rivaille lo interpretò come un benestare ad andare a parlare con la ragazza, così condusse Elvin nel corridoio che portava alle camere, senza un’altra parola.

Elvin dal canto suo osservò la pittura scrostata, gonfia di umidità, ma i pavimenti puliti, così come le stoffe consunte ma senza tracce di polvere. Non era un bel posto, ma era tutto sommato dignitoso, pulito, e l’occhiata truce di Jerome gli aveva lasciato intendere che ci tenesse al relativo benessere delle ragazze. Dalle camere non giungevano rumori, cosa che lo mise più a suo agio, e di cui Rivaille, in cuor suo, fu grato.

Il ragazzino lo condusse ad una stanza defilata, e bussò sul battente della porta chiusa, le nocche leggere.

«Camille sono Rivaille», disse.

Un accesso di tosse anticipò la porta che girava sui cardini.

Elvin si trovò così davanti a due grandi occhi blu scurissimi e infossati, mentre la ragazza lo guardava con curiosità.

«Rivaille?», chiese lei con voce sottile spostando lo sguardo sul ragazzino.

«Possiamo?».

Elvin fu stupito dalla gentilezza con cui Rivaille chiese il permesso di entrare, e apprezzò quella delicatezza che si svelava piano.

Camille si spostò di lato tossendo e loro entrarono nella sua stanza.

Era una cameretta piccola, umida, era pulita ma c’era l’odore stantio della malattia. Elvin si concentrò però sulla ragazza, che era terribilmente giovane, e sicuramente non aveva nemmeno vent’anni. Aveva i capelli disordinati di un bel castano ramato, anche se i riflessi rossi erano sciupati nella luce fioca e appiccicati com’erano alla pelle madida di sudore. Il pallore della sua pelle era estremo, malsano, ma Elvin poteva intuire le lentiggini leggere che le costellavano il naso delicato, e anche sofferente com’era poteva vedere la sua bellezza in quel momento sfiorita. Aveva il fisico dolce e sottile della giovinezza, e l’aria gentile.

Rivaille lo riscosse dalla sua silenziosa analisi, riportandolo al motivo per cui lui si trovava lì.

«Camille, lui è Elvin e ti porterà in Superficie».



 

   
 
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