Capitolo 7 – Il campo profughi
Jean chiuse la porta e tornò con larghe falcate vicino il letto di Levi. Rimase in piedi, spostando il peso da un piede all’altro, nervoso.
«Il campo profughi? Intende la base sulla costa?» chiese Sigrid.
Levi scosse la testa: «No, la base sulla costa la usiamo solo a scopo militare, lì abbiamo costruito un molo di fortuna da dove possiamo organizzare suppellettili e ricavare acqua potabile dal mare principalmente. Il campo profughi è a qualche chilometro di distanza da lì, nell’entroterra.»
La dottoressa lo lasciò parlare, nonostante non necessitasse di tutte quelle informazioni. Infatti, non riteneva che un campo profughi lontano centinaia di chilometri potesse in qualche modo mettere in pericolo il suo ospedale, ma quel breve ragguaglio era bastata ad incuriosirla.
«Ma non capisco, è un problema di materia prima forse? Mentre chiacchieravo col comandante Arlert, quando è venuto a farmi visita, mi era parso di capire che sarebbe ripartito con un carico sufficiente a soddisfare le necessità per qualche mese.»
Jean si alzò le maniche della camicia e prese finalmente la parola: «È così infatti… nonostante i primi attriti, siamo riusciti ad ottenere la materia prima necessaria…»
«Quindi… un incendio?» lo sguardo di Sigrid saettava dal ragazzo al capitano, che adesso incrociava le braccia al petto.
«Non proprio.» disse grave «È qualcosa di più complicato di questo.»
«Cosa allora?» gli rispose la dottoressa precipitosa, ormai assetata di sapere.
«Non sono sicuro che possa comprendere.»
«Ci provi lo stesso.» lo incoraggiò «Il mio turno ufficialmente inizia dopo pranzo. Abbiamo tutto il tempo.»
Levi si voltò a guardare Jean che a sua volta guardò nervosamente Sigrid, per poi rivolgersi di nuovo al capitano.
«Credo… Al diavolo, magari può aiutarci a pensare, anche perché onestamente adesso…» il ragazzo si passò una mano sulla faccia «In questo momento, mi sento troppo confuso per farlo.»
A Sigrid parve di leggere nello sguardo con cui Levi guardava Jean una sorta di dispiacere, aveva un che di paterno, per quanto lei potesse saperne sull’argomento. Fu quando lui distolse lo sguardo dal ragazzo per rivolgerlo al pavimento, che parlò con un tono più risoluto.
«Non è da te Jean andare così in panico, si vede che non hai la mente lucida. Ma nonostante tutto, hai fatto un’ottima osservazione, probabilmente è meglio ripercorrere le cose con qualcuno estraneo ai fatti. D'altronde non hai raccontato tutto neanche a me.»
Camille si mise accanto a Sigrid, se Jean si sentiva confuso, lei si sentiva completamente persa a sentire quelle informazioni a cui lei doveva aggiungere ad intuizione i pezzi mancanti.
Dopo qualche attimo di silenzio, Jean alzò lo sguardo su Sigrid e le raccontò tutto.
Armin passò la nottata appena tornato da Paradise travagliata, interrotta tra un paio d’ore e l’altra da continui risvegli. All’ultimo, controllò l’ora e quando vide che si erano fatte le cinque del mattino, decise che non avrebbe avuto senso cercare di riaddormentarsi per dormire ancora per un’ora scarsa, così decise di alzarsi.
Si sedette sulla branda e si passò una mano sul viso, attorno a lui Connie e gli altri soldati dormivano alla grossa. Armin aveva gli occhi gonfi e la testa pesante, si sentiva spossato come se non avesse riposato affatto. Pensò che probabilmente avrebbe fatto meglio a prendere un sonnifero la sera prima.
Si diresse al bagno, una piccola casupola di fortuna in cui avevano installato docce e gabinetti da campo per le prime necessità. All’esterno invece avevano posizionato una grossa tanica d’acqua collegata ai servizi igienici, dotata di un rubinetto che il ragazzo usò per sciacquarsi il viso. Con gli occhi fissi sul terreno friabile che beveva avido l’acqua corrente, ripensò al campo profughi e alla sua speranza di costruire un acquedotto e dei servizi igienici con una fogna vera e propria. Gli si strinse il petto al pensiero che quell’idea era nata dalla speranza di evitare un’epidemia, evenienza che adesso non gli sembrava più così ipotetica. La sensazione di averci messo troppo tempo per organizzarsi, essere arrivato tardi per poter impedire il peggio risvegliò in lui dei vecchi sentimenti che credeva di essersi lasciato alle spalle con il boato.
Una folata di vento lo travolse, facendolo destare dal suo rimuginio. Chiuse il rubinetto e andò in bagno, cercando di concentrarsi sulla strada che avevano da fare.
Non appena uscì dal bagno, notò l’alba all’orizzonte e sentì i primi rumori venire dalla caserma di fortuna in cui dormivano il resto dei soldati. Fece per tornarci per raccogliere le sue cose e ordinare la branda, quando sentì un rumore provenire dalla casupola del generale.
Si voltò e vide Müller appena fuori la porta, a contemplare l’alba davanti a lui.
«Buongiorno Arlert, già in piedi?» disse, non appena notò Armin poco lontano da lui.
«Sì generale. Ho… Mi sono svegliato presto.»
Il generale lo guardò mesto: «Partiremo il prima possibile, non si preoccupi comandante. Prima faccia colazione però, dovremo essere in forze per raggiungere le auto.»
Armin si limitò ad annuire, doveva apparire molto stanco se Müller gli aveva letto sulla faccia la sua preoccupazione. Pensò inoltre che non dovessero esserci state comunicazioni durante la notte, altrimenti il generale gliele avrebbe sicuramente riferite per placare la sua agitazione.
Sospirò stancamente ed entrò nella caserma dove tutti parevano essersi svegliati, anche Connie che aveva la branda accanto alla sua si stava preparando all’imminente partenza. L’amico non parve accorgersi della stanchezza dipinta sul suo volto, probabilmente era preoccupato quanto lui dalla situazione ignota che li aspettava.
I soldati che dovevano ripartire verso il campo profughi ebbero la precedenza nell’usare i servizi igienici, mentre gli altri che sarebbero rimasti al campo base sulla costa si diedero da fare a preparare le suppellettili e la materia prima per i compagni in partenza. Era necessario che qualcuno rimanesse alla base, ora, tramite la nuova radio che Armin e gli altri erano riusciti ad ottenere, tutti quei processi di spostamento e organizzazione sarebbero stati molto più semplici.
Quando i soldati s’incamminarono sulla strada che portava al campo profughi, il sole era ancora basso e l’aria fresca permise al piccolo plotone di procedere ad un ottimo ritmo. Dopo almeno un’ora e mezza di cammino raggiunsero finalmente le macchine rimaste abbandonate senza carburante sulla strada. Persero un’altra ora per pulirle, fare rifornimento con le taniche e caricarle prima di poter ripartire. Adesso molto più veloci e comodi, si diressero alla volta della tendopoli. Armin, Connie, Müller e Onyankopon assieme ad altri due soldati viaggiarono nella stessa automobile in religioso silenzio, chi più in ansia degli altri.
Non era facile soltanto per Armin essere lontano dal campo profughi sapendo che qualcosa di preoccupante vi stava succedendo, tanti soldati avevano costruito famiglia e tornare per loro sarebbe stato un grande sollievo. La situazione a cui avevano accennato Annie e gli altri poteva non essere tanto grave quanto temevano, ma lo era abbastanza da impedire ai soldati Marleyani di rispondere alle comunicazioni via radio, quindi un valido motivo per essere preoccupati.
Passarono ore interminabili fermandosi soltanto un paio di volte in cinque ore di viaggio, fino a quando non videro comparire all’orizzonte le loro “case”: quando arrivarono ad un kilometro di distanza dal campo, svoltarono e lo aggirarono per parcheggiare lontano dal centro abitato e non alzare quindi il terreno fine. Armin e gli altri si alzarono sul sedile e si sporsero più che potettero per osservare il centro abitato.
Nulla. Non una casa a pezzi o del fumo.
Non seppe se questo bastasse ai compagni attorno a lui per placare almeno in parte le loro preoccupazioni, per il comandante del corpo di ricerca sicuramente non era abbastanza: era impossibile che nessuno avesse sentito o visto arrivare le macchine e che nessuno degli abitanti si fosse apprestato a scaricare il materiale o, più banalmente, a salutarli dopo circa due settimane di lontananza.
Armin scese dalla macchina con un balzo, seguito subito da Connie e Onyankopon, lasciando gli altri soldati Marleyani alle prese con le auto. Müller li guardò andare via ma non disse nulla, quando però si voltò verso gli altri soldati, che lo guardavano sulle spine, diede l’ordine di occuparsi delle materie prime successivamente. Nonostante i soldati fossero rimasti all’oscuro rispetto ai potenziali “problemi” misteriosi al campo profughi, vedere i tre Eldiani comportarsi così, aveva fatto serpeggiare dell’ansia tra di loro.
Armin e i due amici corsero verso l’accampamento, man mano che si avvicinavano l’atmosfera pareva surreale. Attorno alle tende e casupole di alluminio, la prima erbetta spuntava dalla sabbia tutt’attorno, il sole era alto ma non si sentiva altro che il vento che alzava il terreno sottile.
«Ma…» Connie scostò il lembo dell’entrata di una tenda «Non c’è nessuno.»
Onyankopon si massaggiò il collo: «Questo sì che è strano… Dove sono tutti…»
«Zitti.» fece Armin, muovendosi tra le tende con passo leggero.
I due rimasero a guardarlo mentre pareva sentire rumori da chissà dove. Dopo qualche secondo, sentirono anche loro voci indistinte provenire da lontano. Armin iniziò a correre tra le tende più veloce che poteva, in direzione dei campi coltivati, che si trovavano all’estremità opposta rispetto alla strada da cui erano arrivati.
Superata l’intera tendopoli col cuore in gola, iniziò a sentire più chiaramente le voci che si sovrapponevano una sull’altra. Armin aveva doppiato Connie e Onyankopon che si sorpresero della velocità che non aveva mai posseduto prima. Dietro di loro iniziarono a sentire anche i passi degli altri soldati che li seguivano a ruota.
Armin si fermò a sentire da che parte provenisse il vociare, quando lo localizzò di nuovo, ricominciò a correre a perdifiato verso le piantagioni lungo il sentiero che avevano marcato, superò il quartier generale in cui prendevano le decisioni logistiche. Rallentò dedicandogli una breve occhiata ma continuò dritto e finalmente, superati i capannoni dove conservavano il raccolto, gli si parò una scena alquanto… strana.
O meglio, era all’apparenza normale. Tutti erano sparpagliati tra i campi, ma fermi ad osservare due piccoli gruppi di persone raccolte in un punto che discutevano animatamente. Da una parte c’erano proprio Annie, Reiner e Pieck spalleggiati da altre persone, e di fronte a loro un gruppetto sembrava essere stato fermato dal prendersela con un malcapitato, che uno del gruppo opposto a quello di Annie teneva ancora per il colletto della maglietta, come fosse un sacco pieno di semi.
Vide Annie cercare di far lasciare la presa sull’uomo a terra: «Non riesci proprio a capire che non ha senso comportarsi così?»
L’uomo che la fronteggiava allontanò con uno strattone il pugno chiuso sul colletto dell’altro: «E tu non riesci a capire che questa…» guardò con disprezzo l’uomo ai suoi piedi «feccia non merita alcun rispetto?!». L’uomo a terra aveva lo sguardo assente con un occhio nero, ad Armin sembrava un burattino a cui avessero tagliato i fili, a peso morto, si faceva tirare da quel sottile lembo di maglietta senza opporre resistenza.
«Argh, io non trovavo giusto sfamarli, figuriamoci averli intorno poi!»
Pieck si fece avanti e s’interpose tra i due: «Se lo lasciassi aiutare a coltivare, allora potrebbe meritarsela come dici la sua razione.»
«E tu ti fidi ad averli intorno?»
Pieck fece per replicare, ma l’uomo ai loro piedi parve rantolare. Tutti e tre si zittirono per sentire cosa dicesse.
«L’infinita saggezza della santa Ymir illumini le menti degli stolti esseri che abbiamo attorno…»
Queste parole parvero far arrabbiare l’uomo e quelli a spalleggiarlo ancora di più, perché scaraventò il poveraccio a terra con uno scatto del braccio: «Stolti esseri?! Che dici se te le faccio rimangiare le tue parole, ingrato!»
L’uomo fece per caricare un calcio, ma Pieck gridò: «No!»
La ragazza prese la spalla dell’uomo per spingerlo, ma quello, rosso dalla rabbia, la rivolse non più verso l’uomo a terra ma verso di lei e caricò un manrovescio sulla sua faccia. Annie, un passo dietro di lei, afferrò Pieck dal bavero e la spinse indietro, lontano dalla mano dell’uomo. Non ebbe però la prontezza di spostarsi dalla traiettoria dello schiaffo.
Il rovescio della grossa e callosa mano dell’uomo la colpì così forte sullo zigomo che la fece cadere a terra con un singulto di dolore.
Armin, che era rimasto ad osservare la scena in silenzio per cercare di comprenderne qualcosa, spalancò gli occhi. Sentiva nel petto sfrigolare paura o rabbia, non riusciva a definire quella sensazione. Con uno scatto si gettò a perdifiato verso Annie.
«Armin?» dietro Pieck, che si era abbassata ad aiutare l’amica, era spuntata anche Gabi che con quell’osservazione aveva fatto girare tutti verso di lui.
Il comandante si gettò sulle ginocchia accanto ad Annie e le accarezzò il capo.
«Annie! Stai bene?»
La ragazza lo guardò, gli occhi le si riempirono di lacrime per la felicità di vederlo, ma Armin le interpretò in tutt’altro modo. L’abbracciò, accarezzandole la schiena. Pieck accanto a loro rimase a guardarli impassibile.
L’uomo che l’aveva colpita si voltò verso i due: «Non volevo colpirla… si è messa in mezzo.»
Reiner non ci vide più e con due rapide falcate lo fronteggiò: «Forse faresti meglio a stare zitto, hai iniziato tu colpendo quel poveretto! Se non fossimo intervenuti noi l’avresti ammazzato di botte, tutto questo non sarebbe successo se non per causa tua!»
L’altro iniziò a inveirgli contro ma subito vennero raggiunti prima da Connie e Onyankopon che s’interposero tra i due gruppi e poi arrivarono il resto dei soldati, e la lite fu presto sedata.
Armin aiutò Annie ad alzarsi e si allontanarono, lui la tenne stretta al suo fianco per tutto il tragitto verso la tenda dell’infermeria. Annie riusciva a camminare benissimo da sola, quando era caduta non si era neanche fatta male, ma non era assolutamente dispiaciuta di tutte quelle premure. Lo fu in misura ben maggiore quando fu costretta a separarsi da lui quando dovette sedere su una barella per aspettare l’arrivo del dottore. Comunque, non soffrì per molto tempo, visto che Armin sentì subito il bisogno di sedersi accanto a lei e continuare ad accarezzarle la schiena. Osservandola, notò sullo zigomo rosso e gonfio un piccolo rivolo di sangue e gli occhi gli bruciarono nelle orbite, con lo stesso misto di rabbia e paura che aveva sentito quando l’aveva vista a terra.
Rimasero lì da soli per qualche minuto in silenzio, c’erano troppe domande che Armin avrebbe voluto farle e troppe cose di cui Annie avrebbe dovuto parlargli ma quel momento non era il più opportuno per farlo. Troppo breve per discutere dei problemi, abbastanza lungo per essere assaporato in silenzio.
Poco prima che arrivasse il dottore, entrò nella tenda il signor Leonhart tutto trafelato.
«Oh cielo!» disse, avvicinandosi zoppicante alla ragazza, mentre Armin si alzava e per allontanarsi e concedergli spazio.
«Stai bene Annie? Guarda cosa ti hanno fatto!»
«Non è niente papà… sto bene.» rispose lei a sguardo basso.
«Argh… ma se lo prendo quel maledetto…» strinse il bastone tra le mani e poi notò Armin poco lontano che con le mani lungo i fianchi era rimasto a guardare Annie, lo sguardo mortificato fisso sulla guancia tumefatta.
«E tu giovanotto? Sei arrivato adesso?»
Armin sussultò alla domanda, non credeva gli avrebbe rivolto la parola: «Io… sono arrivato ieri e…»
Venne interrotto da due medici e infermieri che entrarono nella tenda, i due infermieri trasportavano l’uomo che era stato aggredito, lo portavano uno per le spalle e l’altro per i piedi.
«Qui.» disse una dottoressa, indicando un lettino di fortuna vuoto lontano da Armin, Annie e suo padre. Il dottore rimasto si assicurò che i colleghi non avessero bisogno di lui e solo allora andò da Annie.
«Scusate, ma quel poveretto aveva la priorità.» sfiorò la mandibola di Annie e con una leggera pressione le girò il viso per vedere meglio lo zigomo «Non è niente, cadendo hai battuto la testa?»
«No.»
«Menomale, è una gran fortuna, così non ci sarà bisogno di tenerti qui e potrai passare la notte nella tua tenda. Non ho dei cerotti altrimenti te ne metterei uno, ma…»
«Li abbiamo.» disse subito Armin «Cioè, siamo riusciti a portarli da Paradise insieme ad altro materiale.»
«Oh, che sollievo.» disse il medico, e lo sembrò per davvero, anzi sembrava che con quelle parole Armin gli avesse tolto un enorme peso di dosso. Quindi prese un batuffolo di cotone da un mobile sgangherato e con il disinfettante iniziò a ripulire la ferita sul viso della ragazza.
«Mi dispiace Annie,» esordì dopo poco «se non siamo intervenuti prima, Gabi era corsa a chiamarci, ma ci hanno fermati, ci hanno impedito d’intervenire e poi… tutto è degenerato e…»
«Non fa niente Andrea, davvero.» lo interruppe Annie «Spero solo che non si sia fatto troppo male.»
«Però almeno è l’unico che si è allontanato dal gruppo, gli altri sono sempre lì.»
La ragazza annuì e guardò Armin eloquente. Adesso il ragazzo aveva perfettamente capito cosa era successo in quei pochi giorni di assenza. Il medico gettò via il batuffolo e con una salvietta le pulì la faccia attorno alla ferita.
«ARMIN!» Connie entrò col fiatone nella tenda «Merda! Hai capito chi è l’uomo che hanno pestato?!»
«Connie, calmati.» gli rispose Armin mettendo una mano sulla spalla dell’amico «Credo di aver capito ma…»
«C’è bisogno che ci aggiorniamo.» disse Annie scendendo dalla barella con un salto «Andiamo al quartier generale.»
«Aspetta, Annie!» il signor Leonhart si affrettò dietro Annie che si bloccò «Il dottore non ha ancora finito di visitarti, sei sicura che vada tutto bene?»
Il medico aveva lo sguardo rivolto alla tenda accanto, dove era ricoverato l’uomo a cui, era evidente, voleva dedicare tutte le sue attenzioni. Non appena si sentì interpellato scosse la testa: «Oh, non preoccupatevi, Annie sta bene, quando stasera saranno arrivati i cerotti passa di qui e te ne do uno assieme ad un impacco per il gonfiore… se hai altri problemi torna quando vuoi.»
Detto ciò, si dileguò nella stanza accanto. I tre ragazzi andarono via dalla tenda ospedaliera e ci misero un po’ visto che, nonostante le rassicurazioni del dottore, il signor Leonhart non voleva lasciar andare Annie.
Non appena entrarono nel quartier generale, una solida e ampia tenda grigia, tirarono spontaneamente un sospiro di sollievo. All’interno li aspettavano Pieck, seduta davanti alla radio sul tavolo centrale, e il generale Müller. Sembravano essere entrambi immersi ognuno nei propri pensieri.
«Annie!» Pieck si alzò di scatto non appena entrarono «Stai bene?»
«Sì, sì… basta chiedermelo»
Armin scostò una sedia per farla sedere e lei l’accettò senza dire nulla. Il ragazzo, quindi, rimase alle sue spalle, in piedi, con le mani poggiate sullo schienale della sedia.
«Allora.» esordì Connie «Si può sapere che diamine sta succedendo?»
Reiner entrò nella tenda, con un panno si stava asciugando il sudore dalla fronte: «Ah siete tutti qui.»
Connie guardò oltre la sua spalla: «E Onyankopon?»
«È voluto rimanere con gli altri soldati a mettere ordine e riorganizzare le ronde. A grandi linee gli ho spiegato qualcosa, Gabi e Falco continueranno al posto mio.»
«Capisco… A proposito, Gabi e Falco stanno bene?» si accertò Connie.
«Sì, sono due ragazzi davvero maturi per la loro età» Reiner sospirò: «Mi pento di non avervi accennato nulla in radio quando ce l’avete chiesto. Armin… tu sicuramente avresti potuto offrirci una soluzione.»
«Io direi che possiamo piantarla di fare tanto i misteriosi.» disse Pieck lanciando un’occhiataccia a Reiner «E forse dovremmo iniziare a spiegare cosa è successo… anche se a me pare che Armin già si sia fatto un’idea.»
Tutti si voltarono verso di lui. Armin fece uno sguardo piuttosto sconsolato, si grattò la nuca “colpevole” di aver intuito ancora una volta una situazione così complicata da sbrogliare: «Credo… ho pensato che i Seguaci di Fritz c’entrassero qualcosa, a grandi linee mi sono fatto un’idea dopo aver assistito a quella scenata ai campi ma…»
«Incredibile, non so davvero come tu faccia.» disse Reiner scuotendo la testa «Ma, onestamente, non dovrebbe sorprendermi. Sei sempre stato il più brillante tra tutti noi.»
«Solo io non ho ancora capito di che diamine state blaterando?» commentò Connie stizzito.
«Tu invece sei sempre stato il più tonto tra noi.» disse Annie laconica. Connie iniziò a risponderle per le righe e prima che potessero anche solo pensare di bisticciare, Reiner si sedette e batté il palmo della mano sul tavolo, non con vigore, ma abbastanza forte perché tutti portassero l’attenzione su di lui.
«Basta, per favore. La faccenda è tanto seria quanto complicata, e non mi sembra il momento di fare gli scemi.»
Annie guardò di sottecchi Connie e fu come se lei fosse riuscita a comunicargli telepaticamente la sua presa in giro, tanto che Connie le rivolse un gestaccio con la mano.
«Armin,» il tono di Reiner era serio e quasi solenne «la tua intuizione è stata giusta. Abbiamo avuto seri problemi con i Seguaci di Fritz. Non appena siete partiti sono iniziati, e avere pochi soldati a disposizione è stato terribile.»
«Perché non avete mandato qualcuno a chiamarci?» esordì Müller, che fino a quel momento era rimasto ad ascoltare.
«Ovviamente c’era il problema della radio e non potevamo sprecare risorse mandando qualcuno a piedi, oltre al fatto che abbiamo sottovalutato la situazione. Pensavamo ci sarebbero bastati i soldati che erano rimasti.»
«Reiner, credo dovremmo spiegare tutto dall’inizio…» disse Pieck che aveva letto negli sguardi dei suoi compagni soltanto tanta confusione.
Reiner prese un respiro profondo: «Hai ragione. Tutto è iniziato quando siete partiti. Sembra assurdo, una coincidenza infelice, ma è stato così. Di solito i Seguaci di Fritz rimangono nella zona in cui li abbiamo… confinati, per così dire, e sapete bene che riescono a mantenere la parola data, infatti non si sono mai allontanati dai loro alloggi. Ma è più difficile chiedere agli altri abitanti di fare lo stesso, in generale però sapete che non si avvicinano a Loro.»
«Beh, sì, nessuno lo fa mai.» commentò Müller «A me è sempre sembrato di capire che tutti li ripudino.»
Pieck annuì: «Infatti. Sono pochi i profughi che aiutano me e Jean a portare loro da mangiare… molto spesso siamo stati anche insultati per questo.»
«Purtroppo gli unici che si azzardano ad avvicinarsi sono i bambini e…» Reiner guardò Pieck come per farsi suggerire cosa dire.
La ragazza le fece un piccolo cenno con la testa per fargli capire che avrebbe continuato lei: «Il primo incidente è stato con un bambino.»
A quell’affermazione, la gola di Armin ebbe un singulto, Connie e Müller altrettanto sgomentati spalancarono gli occhi.
Pieck si fece forza, aveva capito che Reiner non avrebbe raccontato più nulla: «È successo tutto soltanto un giorno dopo la vostra partenza per Paradise. All’ora di pranzo la scuola è finita e i bambini hanno iniziato a correre e giocare in giro, come fanno sempre. La maggior parte degli adulti che non stavano lavorando nei campi per quel giorno erano impegnati nella mensa, o nei lavori per la costruzione della fogna e dell’acquedotto, quindi c’era chi stava preparando i tavoli e il cibo, come sempre. C’era molta… distrazione, e poi i bambini, beh, lo sapete, dopo essere stati seduti dopo tante ore hanno bisogno di svagarsi e i loro genitori, onestamente non li biasimo per lasciarli liberi ad… esplorare.» Pieck sospirò «Ovviamente un gruppetto di loro si è avvicinato alla zona che abbiamo riservato ai Seguaci di Fritz.»
«Ma… non capisco.» disse Armin «Di solito l’ingresso è controllato dalle sentinelle di pattuglia.»
«Sì, ma…»
«Le avevo richiamate.» disse Reiner, la voce rotta dal senso di colpa «Stavo aiutando a costruire le tubature per la fognatura e i tubi erano troppo pesanti, le persone che avrebbero potuto aiutarci erano tutte occupate con la mensa o gli altri lavori, e non me la sentivo di chiedere a chi aveva appena finito coi campi di farlo.»
Pieck posò una mano sul braccio di Reiner: «Te l’ho già detto, non è stata colpa tua… purtroppo eravamo tutti occupati, Annie era qui al quartier generale ad aggiornare i registri, doveva esserci qui qualcuno per controllare qualora arrivassero comunicazioni da voi, dall’isola.» Pieck sospirò, si prese un momento prima di farsi forza e continuare «Io sono stata la prima a sentire le urla. Ero di turno nei campi e mentre tutti si erano allontanati per andare a mensa, sono rimasta con un piccolo gruppetto a sistemare il foraggio oltre che i silos, volevamo portarci avanti col lavoro dell’indomani quando un bambino è corso verso di noi per chiedere aiuto. Non riuscivamo a capirlo, stava ancora imparando la nostra lingua, ma non ci servì un’interpretazione accurata, un attimo dopo abbiamo sentito dei bambini strillare in lontananza… l’abbiamo seguito di corsa e quando abbiamo imboccato la strada per la zona dei Seguaci, credevo di aver capito tutto ma era molto peggio.»
«Peggio?» disse Connie quasi con un sussurro «Che cosa hanno fatto ai bambini?»
«Non ci è ancora ben chiara la dinamica, ma in poche parole un Seguace ha aggredito un bambino.» disse Pieck, guardando Connie negli occhi mentre cercava di tenere la voce ferma e chiara «L’ha sfregiato.»
Nel momento stesso in cui Pieck ebbe rivelato agli altri cosa era successo al bambino vittima dei Seguaci, Müller uscì di volata dal quartier generale per fiondarsi all’esterno, Connie lo seguì a ruota, sia preoccupato della reazione del generale che anche perché sentiva il bisogno di uscire da quello spazio angusto. In effetti, lo notò Armin proprio in quel momento, l’atmosfera che si era venuta a creare era davvero pesante e nessuno disse niente a Connie e Müller per fermarli. D’altronde ritenevano improbabile un gesto avventato dal generale.
Armin sospirò e si sedette, prendendo posto accanto ad Annie: «È successo altro dopo questo incidente? A parte…» si bloccò e la guardò preoccupato.
«Sì… Beh, ci sono stati degli screzi.» disse Pieck.
«Chiamarli screzi mi sembra un po’ riduttivo.» Reiner scosse la testa «Per poco non ci scappava il morto. Abbiamo dovuto rinforzare la guardia alla zona dei Seguaci, non è bastato ovviamente, perché di notte le sentinelle hanno… chiuso un occhio, per così dire. È una fortuna che io e altri tre ragazzi più grandi abbiamo fatto un giro del campo per scrupolo: dopo quella notte abbiamo dovuto istituire anche ronde notturne, ma non sono mancate le “rimostranze” anche per questa iniziativa.»
«Perché?» chiese Armin.
«Perché fare la guardia a qualcuno che sfregia i tuoi figli.» disse Pieck «Non abbiamo potuto biasimarli. Sono davvero pochi quelli che pensano razionalmente dopo questi avvenimenti.»
«L’assemblea invece? Di che parere è stata?»
Pieck sospirò: «Beh, ovviamente ha condannato l’accaduto, ha accettato la proposta di Reiner per le ronde notturne e poi mi hanno fornito una sorta di “gruppo di accompagnatori”, per così dire, per portare il cibo ai Seguaci, visto che Jean non tornerà qui per un bel po’ di tempo. Non che sinceramente lo ritenessi essenziale…»
«Quindi non si sono sbilanciati molto, mi sembra di capire.»
Reiner alzò un sopracciglio e lui e Pieck si scambiarono un’occhiata.
«Per quanto mi riguarda sono stati troppo blandi. Quattro Seguaci sono ancora ricoverati, oggi hai visto tu stesso quello che è successo a quel Seguace che è scappato dalla sua area.» Pieck scosse la testa: «Capisco che bisogna essere molto cauti in una situazione del genere, ma non si può lasciar credere che valga la legge del taglione.»
«Allo stesso tempo però,» disse Annie «non possiamo nemmeno biasimare chi si è arrabbiato con i Seguaci per quello che hanno fatto.»
Armin rimase in silenzio. La situazione era gravissima, la loro piccola società si manteneva in equilibrio su un filo sottilissimo, riuscivano a produrre abbastanza cibo per sopravvivere e Paradise non era così entusiasta di aiutarli. Avevano portato pochissima materia prima che poteva sostenerli ancora per molto tempo, ma solo se avessero continuato a produrre cibo in proprio. Non erano certo sull’orlo del baratro, ma non potevano permettersi una crisi d’ideali.
«Armin.» Annie si era alzata e gli aveva poggiato una mano sulla spalla «Nessuno ti ha chiesto di risolvere adesso questa situazione. Abbiamo tempo.»
«Annie ha ragione.» disse Reiner «La situazione è seria, ma possiamo gestirla.»
Pieck non disse nulla, lei e Armin si limitarono a fissarsi fino a quando proprio Pieck non propose di andare a mensa per mangiare. Quel giorno, grazie alle materie prime arrivate da Paradise, il minestrone aveva un sapore molto più speziato e gradevole, guardandosi attorno Armin notò una certa calma generale, forse dato proprio dall’intervallo di tempo immediatamente successivo ad una discussione. Era proprio quella l’atmosfera che percepiva, elettricità nell’aria che alla prima scintilla si sarebbe scatenata.
«Ho finito.»
Mentre si alzava, Annie guardò il piatto ancora mezzo pieno di Armin, fu tentata di seguirlo mentre si allontanava, ma Pieck le afferrò il polso: «Non farlo.»
«È appena tornato.»
«Appunto.»
«E l’abbiamo riempito di brutte notizie, sarà scosso.»
«Appunto.» Pieck si voltò verso di lei «Dagli il tempo di digerire queste notizie. Tu le hai vissute in prima persona, hai avuto il tempo di abituartici.»
Annie abbassò lo sguardo e Pieck le lasciò il polso: «Il generale è molto bravo, è vero, ma sappiamo tutti che Armin è il collante dell’assemblea amministrativa del campo, su di lui ricadono tantissime responsabilità.»
«Proprio per questo voglio aiutarlo.»
«Sì, lo capisco. Ma lui in questo momento sente di dover già risolvere tutto, ha tanta paura quanto noi, forse anche di più visto che tutti si aspettano che gli venga una delle sue grandi idee.»
Pieck ricominciò a mangiare: «Non dico che devi evitarlo, ma suppongo abbia bisogno di rimanere da solo»
Annie, quindi, lo lasciò solo.
Almeno fino a quando non arrivò l’ora di cena. Armin non si presentò a cena, Connie le disse che era rimasto nella sua tenda, rivelandole che più tardi si sarebbe cucinato qualcosa. Annie finì in fretta la sua cena, prese quella per Armin e con il vassoio tra le mani uscì dalla mensa nell’aria fredda della sera. Quando arrivò davanti alla tenda illuminata di Armin temporeggiò all’ingresso, poche volte nella sua vita si era sentita così indecisa. E parecchie di quelle volte lo era perché Armin era coinvolto.
«Chi c’è?»
Annie trasalì. Armin dall’interno della tenda doveva aver visto la sua ombra. Si bloccò, stava per rispondergli ma lui aveva già scostato l’apertura, sporgendosi verso l’esterno.
«Annie!» Armin arrossì. Sporgendosi, i loro visi erano vicinissimi.
Lei fece un passo indietro: «Ti… Ti ho portato la cena.» disse, abbassando lo sguardo.
«Oh, grazie. Sei stata davvero gentile.»
Armin la lasciò entrare, ed entrambi si sedettero sulla sua branda. Annie quindi gli porse il vassoio da cui lui iniziò a trangugiare la zuppa.
«Come va il livido?»
Annie si toccò il viso, le sembrava essere passata un’eternità dalla mattina: «Bene. Prima di cena sono passata dall’infermeria e Andrea mi ha dato un impacco e dei cerotti.»
Armin annuì mentre portava il cucchiaio di minestra alla bocca, ingoiò e continuò a mangiare in silenzio.
«Ehm… io vado se vuoi.» disse Annie.
Armin posò il cucchiaio con uno scatto: «No, ti prego.»
Annie lo guardò sorpresa, non si aspettava una reazione così veemente. Neanche Armin perché spalancò gli occhi e ancora più rosso dall’imbarazzo di prima, tornò a mangiare la zuppa.
«Mi fa piacere che tu rimanga… sempre se vuoi.»
Annie non disse nulla, lo guardò di sottecchi per evitare di rendere la situazione ancora più imbarazzante. Davanti ai loro amici agivano come se niente fosse, ma quando rimanevano soli era come se non riuscissero a parlare e agire normalmente.
«Armin, lo sai che non mi dispiace rimanere con te. O averti accanto.»
Lui ingoiò: «Neanche a me.» prese qualche cucchiaiata sotto lo sguardo di Annie, che cercava di rimanere quanto più impassibile possibile.
«Annie io-»
«Forse dovremmo-»
S’interruppero a vicenda, quindi Armin posò il vassoio per terra e le fece cenno di continuare.
Annie sospirò e prese coraggio. Non aveva senso continuare quel gioco infantile del far finta di non sapere. Ormai era palese a entrambi quali erano i loro sentimenti ed era assurdo il fatto che nessuno dei due li avesse mai affrontati. Le loro interazioni erano fatte di sguardi e carezze, sapevano ma non avevano mai sentito il bisogno di parlarne, Annie pensava fosse a causa dei loro impegni e Armin invece per il fatto che lei volesse avere del tempo per sé stessa.
Alla fine avevano continuato quel corteggiamento per un anno e mezzo e Annie, non sapeva spiegarsi bene il perché, quella sera aveva deciso di averne abbastanza. Ma non voleva comunque obbligare Armin a fare qualcosa che non voleva.
«Io credo che forse dovremmo… o meglio… credo che non siamo obbligati a parlare di questo.»
«Intendi del fatto che teniamo l’una all’altra?»
Lei abbassò lo sguardo sulle mani giunte. Non poteva leggergli nella mente, non poteva dire di aver detto la cosa giusta o quella sbagliata, voleva soltanto qualcosa di rassicurante.
Armin sospirò: «Hai l’impacco qui con te?»
Annie annuì, frugò nella tasca della gonna e lo tirò fuori assieme ai cerotti. Armin li prese, mise da parte i cerotti e aprì il barattolo di metallo.
«Annie io non ho la presunzione di essere più intelligente o più meritevole rispetto a qualcun altro. Anzi, se devo essere sincero a volte non penso di essermi meritato di sopravvivere a dispetto di tutti gli altri. Non è proprio il tipo di cose che vorrei dirti.» prese con indice e medio una manciata d’impacco. «Tu non mi sei indifferente. Non lo sono neanche gli altri chiaramente, ma tu… lo sei in modo diverso.»
Annie s’irrigidì mentre Armin posava la poltiglia fredda sul suo zigomo. Iniziò a stenderla con dei piccoli e delicati movimenti circolari e lei sentì subito il sollievo diffondersi per tutto il viso. Alzò finalmente lo sguardo su di lui che invece guardava concentrato la sua guancia.
«Neanche tu mi sei indifferente.» disse Annie con un fil di voce «E non c’è bisogno di misurare i tuoi pensieri con me.»
Gli occhi di Armin incontrarono i suoi, era l’espressione più calma che avesse mai visto in vita sua. Di gran lunga la più rassicurante. Per un infinito istante riuscì ad assaporarla prima che lui abbassasse lo sguardo sul barattolo: «Io voglio parlarti con onestà, vorrei che tu potessi avere qualcuno che non pensa questo di sé stesso. Tu non lo meriti.»
«Questo lo credi tu.» il cuore di Annie batteva così forte che temeva di non riuscire più a parlare.
Armin chiuse il barattolo e prese un cerotto, lo tolse dall’involucro e portò una mano verso il suo viso. Con le dita le scostò i capelli, Armin si prese un momento per guardare il suo viso illuminato dalla penombra, le accarezzò la guancia con le nocche che gli tremavano.
«Oggi quando ti ho vista a terra è come se…» si fermò.
La voce di Armin era bassa e incerta, come se le stesse sussurrando nell’orecchio un segreto, l’unico che poteva essere solo loro e che non sarebbero stati costretti a condividere con nessun altro, come il resto delle cose che accadevano nel campo profughi. Per quanto poteva essere possibile in un posto dove non potevano avere spazio per loro due, neanche nella loro mente, per quanto ingiusto che fosse per la loro età.
Lui deglutì: «Non ho mai provato qualcosa del genere prima. Non ero razionale e non saprei neanche descrivere quello che sentivo. So solo che avrei voluto potermene infischiare di tutto e di tutti. Vorrei…» prese un respiro tremante, aprì la mano sulla sua guancia «Vorrei poter stare con te ogni secondo senza pensare a nient’altro, darti tutto me stesso. Per tutta la mia vita ho sempre saputo cosa è giusto fare, ma adesso, Annie? Cosa dovrei fare?»
Annie gli si avvicinò, avrebbe voluto dirgli che potevano avere quello che volevano senza sentirsi in colpa, concedergli quella bugia soltanto per quella sera.
Ma non fece in tempo.
Armin ancora teneva la guancia di Annie nella mano, ancora la guardava con dolcezza quando Onyankopon irruppe nella tenda trafelato.
«ARMIN! C’È UN INCENDIO!»
Si alzarono di scatto col cuore in gola, per la sorpresa di essere interrotti e per la notizia. Si precipitarono all’esterno con Onyankopon, lo seguirono correndo attraverso le tende, superarono i campi coltivati, oltre i grossi silos si vedevano già le fiamme e il via vai dei soldati capitanati da Reiner e Müller che cercavano di spegnerle.
Armin si fermò mentre Onyankopon ed Annie correvano verso l’area dedicata ai Seguaci di Fritz, che tossendo cercavano di allontanarsi da quell’inferno di fuoco.
Ripensò alla promessa che aveva fatto a sé stesso, d’impegnarsi a migliorare le cose, a non farle andare tutte in malora. Ma già si sentiva più inutile di quando aveva iniziato a cercare di mettere a posto le cose.
***
«È sempre la solita, povero Carl.» Camille scosse la testa, infilzò un pezzo di omelette e se lo portò alla bocca «Diamine, è veramente molto buono il cibo qui.»
Sigrid le fece una smorfia: «Ora ti metti dalla parte degli ingegneri? Che amica ingrata.»
«Non ti ho ancora raccontato di come tratta gli specializzandi di quest’anno.» fece Theo raddrizzandosi sulla sedia.
«Ti prego, risparmiaci.»
«Ti prego, raccontami.» disse Camille infilandosi in bocca un altro pezzo di omelette.
Non appena Jean aveva finito di raccontare cosa era successo al campo profughi, Levi, Sigrid e Camille erano rimasti in stato catatonico per qualche secondo, quest’ultima in particolare ancora fissava Levi con un’espressione inorridita sul volto, quando Sigrid se ne accorse dovette darle una gomitata nel fianco per farle mascherare l’incredulità.
Senza nient’altro da dire che i loro dispiaceri per la situazione quasi impossibile da gestire, Sigrid aveva accordato a Jean il permesso di portare con lui Levi alla stazione radio concessa loro dalla regina, e che utilizzavano per comunicare col continente. Sigrid e Camille quindi, rimaste sole, non ebbero modo di parlare del diario o del fatto che Levi fosse “l’uomo degli incubi” perché erano state raggiunte subito da Theo e Camille, ad un solo sguardo dell’amica, aveva capito di non poterne parlare in presenza dell’infermiere.
Erano scesi a mensa ed erano tornati a parlare di chiacchiere totalmente inutili, e a Sigrid parve davvero grottesco farlo subito dopo aver saputo di una situazione al limite e così tragica come quella che Armin e gli altri stavano vivendo sull’altra sponda del mare.
«Ci vorrà dell’altra acqua però. Vado a riempire la brocca.» disse Theo, alzandosi.
Camille e Sigrid si scambiarono un’occhiata d’intesa.
«Oh sì, puoi prendermi del pane anche?» chiese Camille.
«Mh, sì, se puoi anche dell’insalata, io ho scordato di chiederla.» aggiunse Sigrid.
«Ma così dovrò rifare tutta la fila.» disse Theo, si voltò e dall’altra parte della stanza, vicino agli espositori c’era una fila di persone immensa.
«Ti prego!» Camille giunse le mani «Se aspetti troppo vengo a darti il cambio.»
«Va bene…» Theo temporeggiò, spostando adesso lo sguardo su Sigrid che continuò a mangiare. Quando finalmente si accorse che Theo aspettava gli dicesse qualcosa lo guardò e corrugò la fronte.
«Beh? Che c’è?»
«Tu non ti fai avanti?»
«Assolutamente no, mi aspetta un turno di otto ore con quelle pesti sfibranti. Me lo merito un po’ di riposo.»
Theo alzò gli occhi al cielo, ma alla fine prese la brocca vuota e andò via per mettersi in fila. Le due lo guardarono allontanarsi e non appena fu abbastanza distante, Camille esplose.
«Siri in che CAZZO di situazione ti sei cacciata?! Non ci posso credere, è qualcosa di LETTERALMENTE impossibile… come ti è venuto in mente di accettare?!»
Sigrid si strofinò la fronte, infastidita: «Allora, prima di tutto, non mi sono cacciata in un bel niente, va bene? In secondo luogo, ho accettato PRIMA di vederlo in faccia.»
«Dopodiché non hai fatto nulla, ovviamente. Scommetto perché eri curiosa di capire qualcosa di tutta questa storia assurda.»
«Non ero affatto curiosa.» Camille la guardò truce «Va bene, un po’ lo sono, ma cosa dovevo fare?! Dire al comandante Arlert e ad Ackerman stesso che non potevo più occuparmi di loro? Dopo che avevano attraversato un mare per vedere me?»
«Ci sono tanti altri medici. C’è Peter, ad esempio.»
«Lo sai che non fa più queste cose.»
«Ma se glielo avessi chiesto tu, avrebbe accettato!»
«E se io non volessi chiederglielo?!» Sigrid aveva alzato la voce. Si guardò attorno circospetta, quindi abbassò la voce.
«Non posso e non voglio. È…» “troppo.” «imbarazzante.»
Camille rimase a guardarla mentre sfogava la rabbia sulla sua bistecca con forchetta e coltello. Sospirò.
«Va bene. Peter è fuori discussione. Quindi lo fai solo per la gloria?»
Sigrid soffocò una risata amara. Alché Camille capì e abbassò la voce: «Quindi in qualcosa» temporeggiò per porre l’accento su quella parola «ti sei cacciata.»
«Più o meno.» disse Sigrid, prima di prendere un boccone.
«Va bene. Non voglio saperlo.» Camille si portò i riccioli biondi dietro le orecchie «Cerchiamo di pensare alla cosa razionalmente. Tu hai sognato il capitano per dieci anni, comprensibile, l’avrai visto una volta in ospedale, hai avuto un trauma e boom, eccolo che si è appiccicato al trauma.»
Sigrid scosse la testa: «Te l’ho già detto. Non l’avevo mai visto prima di quando si è ricoverato qui. Mi è venuto un colpo quando l’ho visto la prima volta.»
Camille si prese il mento tra le dita: «No, ci deve essere stata un’occasione, è un soldato per la miseria, sarà venuto a Trost quando eri sotto l’ala di Shawn.»
«Hai mai sentito di Levi Ackerman in ospedale? È vero, hanno esagerato parecchio con le dicerie, ma è tutto vero, è un super umano o come lo vuoi chiamare. Non è un uomo normale comunque.»
«Beh, così tanto anormale non lo è se alla fine è qui ricoverato.»
«Sta di fatto che prima di essersi distrutto la mano e la gamba non ha mai visto un ospedale in vita sua.»
Camille si massaggiò le tempie, il frastuono della mensa non l’aiutava a concentrarsi: «Farò qualche ricerca quando torno, ma mettiamo che davvero non l’hai mai visto… un attimo. Ho scordato di chiedertelo prima, perché Theo non sa niente di questa storia dell’uomo dei sogni?»
«Pensavo fossimo d’accordo su “uomo degli incubi”»
«Siri.»
«È più appropriato se ci pensi.»
«Sigrid Myhre.» a Camille le vennero le guance rosse dalla rabbia «Non temporeggiare con me!»
L’amica fece un verso nervoso ma non disse nulla. Camille le tirò un pizzicotto sul braccio facendola ritrarre.
«Ahio!» Sigrid si massaggiò la pelle «Non gliel’ho detto e basta. Non lo ritenevo importante.»
Camille si mise una mano sulla bocca sconcertata: «Siri, brutta scostumata che non sei altro, come hai potuto…»
«Ehi, ehi! Non è quello che pensi!»
«Lo spero bene!» si sporse verso di lei sibilando «Avrei pensato ti fossi completamente ammattita per buttare all’ortiche tutto per… un uomo.»
«Beh allora forse non mi conosci abbastanza.»
Camille sghignazzò ironicamente: «Ah! Io invece ti conosco fin troppo bene, ti conosco meglio di chiunque altro. Sei la persona più impulsiva che abbia mai conosciuto e… aspetta, stiamo perdendo il filo del discorso.»
Sigrid ingoiò l’ultimo pezzo di bistecca: «Sei tu che…»
«SSH. Zitta, non provarci nemmeno. Adesso devi dirmi perché non l’hai detto a Theo.»
L’altra sospirò: «Sai che porto… lui a fare la fisioterapia, no? Ecco… un giorno c’è stato un, come dire… un incidente.»
Camille le fece segno con la testa di proseguire.
«Era in preda al dolore per un crampo e mentre cercavo di iniettarli la morfina, lui… mi ha chiamata Siri. E, ovviamente, non aveva mai sentito nessuno chiamarmi così.»
«Ovviamente.» Camille alzò le mani sconsolata «Avrei dovuto aspettarmelo, niente ha senso in questa storia. Quindi ora Theo pensa che siate in una qualche relazione.»
«L’ha pensato, all’inizio. Ma devi capire che ha preso alla sprovvista anche me.»
«Quindi non siamo neanche sicuri di sapere quali sono le intenzioni di questo Levi.»
Siri rimase in silenzio ad osservare il suo piatto vuoto. Non voleva fidarsi di Levi, e anche se il suo ragionamento filava liscio come l’olio, aveva però dei motivi per fidarsi di lui: «In realtà… io non credo l’abbia fatto con cattive intenzioni. Mi ha chiesto scusa per l’accaduto, e se ci pensi se mai dovesse diffondersi una voce simile, perderei i fondi per il progetto, non gioverebbe nemmeno a lui. Comunque la mia impressione è che sia successo altro di cui non vuole parlarmi.»
La situazione era a dir poco surreale, e proprio per questo Camille non se la sentì di indugiare oltre in speculazioni sulle reali motivazioni di Levi.
«Va bene, allora dovremo ripercorrere tutto dall’inizio.» disse, strofinandosi la faccia «Rileggeremo i tuoi diari dei sogni da cima a fondo. Hai dei diari veri?»
«Non serve.» Siri toccò la tempia con l’indice.
«Bene, ottimo. Meno roba da leggere e catalogare.»
«Catalogare?!»
«Beh, non tutti hanno la tua memoria, sai? La gente normale deve fare le stesse cose in qualche modo.»
«Camille ha ragione sai?» Theo era appena arrivato col vassoio di pane e insalata e la brocca nell’altra mano.
«Grazie caro.» Camille allungò le braccia per mettere il vassoio sul tavolo.
«Bene. Dove eravamo rimasti?»
«Gli specializzandi di Sigrid.» disse Camille con un boccone di pane in bocca.
Siri alzò gli occhi al cielo. Avrebbe voluto che quel turno durasse il meno possibile, la prospettiva di capirci qualcosa della sua situazione assieme alla migliore amica era troppo preziosa perché potesse perderla per le semplici vicissitudini della vita. Nonostante tutto, avrebbe voluto tornare ad occuparsi di quelle vicissitudini di tutti i giorni il più presto possibile. Aveva ancora un’infinità di cose per la testa e avere un uomo, per di più un capitano del corpo di ricerca, al centro dei suoi pensieri non l’allettava per nulla.
«Il campo profughi? Intende la base sulla costa?» chiese Sigrid.
Levi scosse la testa: «No, la base sulla costa la usiamo solo a scopo militare, lì abbiamo costruito un molo di fortuna da dove possiamo organizzare suppellettili e ricavare acqua potabile dal mare principalmente. Il campo profughi è a qualche chilometro di distanza da lì, nell’entroterra.»
La dottoressa lo lasciò parlare, nonostante non necessitasse di tutte quelle informazioni. Infatti, non riteneva che un campo profughi lontano centinaia di chilometri potesse in qualche modo mettere in pericolo il suo ospedale, ma quel breve ragguaglio era bastata ad incuriosirla.
«Ma non capisco, è un problema di materia prima forse? Mentre chiacchieravo col comandante Arlert, quando è venuto a farmi visita, mi era parso di capire che sarebbe ripartito con un carico sufficiente a soddisfare le necessità per qualche mese.»
Jean si alzò le maniche della camicia e prese finalmente la parola: «È così infatti… nonostante i primi attriti, siamo riusciti ad ottenere la materia prima necessaria…»
«Quindi… un incendio?» lo sguardo di Sigrid saettava dal ragazzo al capitano, che adesso incrociava le braccia al petto.
«Non proprio.» disse grave «È qualcosa di più complicato di questo.»
«Cosa allora?» gli rispose la dottoressa precipitosa, ormai assetata di sapere.
«Non sono sicuro che possa comprendere.»
«Ci provi lo stesso.» lo incoraggiò «Il mio turno ufficialmente inizia dopo pranzo. Abbiamo tutto il tempo.»
Levi si voltò a guardare Jean che a sua volta guardò nervosamente Sigrid, per poi rivolgersi di nuovo al capitano.
«Credo… Al diavolo, magari può aiutarci a pensare, anche perché onestamente adesso…» il ragazzo si passò una mano sulla faccia «In questo momento, mi sento troppo confuso per farlo.»
A Sigrid parve di leggere nello sguardo con cui Levi guardava Jean una sorta di dispiacere, aveva un che di paterno, per quanto lei potesse saperne sull’argomento. Fu quando lui distolse lo sguardo dal ragazzo per rivolgerlo al pavimento, che parlò con un tono più risoluto.
«Non è da te Jean andare così in panico, si vede che non hai la mente lucida. Ma nonostante tutto, hai fatto un’ottima osservazione, probabilmente è meglio ripercorrere le cose con qualcuno estraneo ai fatti. D'altronde non hai raccontato tutto neanche a me.»
Camille si mise accanto a Sigrid, se Jean si sentiva confuso, lei si sentiva completamente persa a sentire quelle informazioni a cui lei doveva aggiungere ad intuizione i pezzi mancanti.
Dopo qualche attimo di silenzio, Jean alzò lo sguardo su Sigrid e le raccontò tutto.
Armin passò la nottata appena tornato da Paradise travagliata, interrotta tra un paio d’ore e l’altra da continui risvegli. All’ultimo, controllò l’ora e quando vide che si erano fatte le cinque del mattino, decise che non avrebbe avuto senso cercare di riaddormentarsi per dormire ancora per un’ora scarsa, così decise di alzarsi.
Si sedette sulla branda e si passò una mano sul viso, attorno a lui Connie e gli altri soldati dormivano alla grossa. Armin aveva gli occhi gonfi e la testa pesante, si sentiva spossato come se non avesse riposato affatto. Pensò che probabilmente avrebbe fatto meglio a prendere un sonnifero la sera prima.
Si diresse al bagno, una piccola casupola di fortuna in cui avevano installato docce e gabinetti da campo per le prime necessità. All’esterno invece avevano posizionato una grossa tanica d’acqua collegata ai servizi igienici, dotata di un rubinetto che il ragazzo usò per sciacquarsi il viso. Con gli occhi fissi sul terreno friabile che beveva avido l’acqua corrente, ripensò al campo profughi e alla sua speranza di costruire un acquedotto e dei servizi igienici con una fogna vera e propria. Gli si strinse il petto al pensiero che quell’idea era nata dalla speranza di evitare un’epidemia, evenienza che adesso non gli sembrava più così ipotetica. La sensazione di averci messo troppo tempo per organizzarsi, essere arrivato tardi per poter impedire il peggio risvegliò in lui dei vecchi sentimenti che credeva di essersi lasciato alle spalle con il boato.
Una folata di vento lo travolse, facendolo destare dal suo rimuginio. Chiuse il rubinetto e andò in bagno, cercando di concentrarsi sulla strada che avevano da fare.
Non appena uscì dal bagno, notò l’alba all’orizzonte e sentì i primi rumori venire dalla caserma di fortuna in cui dormivano il resto dei soldati. Fece per tornarci per raccogliere le sue cose e ordinare la branda, quando sentì un rumore provenire dalla casupola del generale.
Si voltò e vide Müller appena fuori la porta, a contemplare l’alba davanti a lui.
«Buongiorno Arlert, già in piedi?» disse, non appena notò Armin poco lontano da lui.
«Sì generale. Ho… Mi sono svegliato presto.»
Il generale lo guardò mesto: «Partiremo il prima possibile, non si preoccupi comandante. Prima faccia colazione però, dovremo essere in forze per raggiungere le auto.»
Armin si limitò ad annuire, doveva apparire molto stanco se Müller gli aveva letto sulla faccia la sua preoccupazione. Pensò inoltre che non dovessero esserci state comunicazioni durante la notte, altrimenti il generale gliele avrebbe sicuramente riferite per placare la sua agitazione.
Sospirò stancamente ed entrò nella caserma dove tutti parevano essersi svegliati, anche Connie che aveva la branda accanto alla sua si stava preparando all’imminente partenza. L’amico non parve accorgersi della stanchezza dipinta sul suo volto, probabilmente era preoccupato quanto lui dalla situazione ignota che li aspettava.
I soldati che dovevano ripartire verso il campo profughi ebbero la precedenza nell’usare i servizi igienici, mentre gli altri che sarebbero rimasti al campo base sulla costa si diedero da fare a preparare le suppellettili e la materia prima per i compagni in partenza. Era necessario che qualcuno rimanesse alla base, ora, tramite la nuova radio che Armin e gli altri erano riusciti ad ottenere, tutti quei processi di spostamento e organizzazione sarebbero stati molto più semplici.
Quando i soldati s’incamminarono sulla strada che portava al campo profughi, il sole era ancora basso e l’aria fresca permise al piccolo plotone di procedere ad un ottimo ritmo. Dopo almeno un’ora e mezza di cammino raggiunsero finalmente le macchine rimaste abbandonate senza carburante sulla strada. Persero un’altra ora per pulirle, fare rifornimento con le taniche e caricarle prima di poter ripartire. Adesso molto più veloci e comodi, si diressero alla volta della tendopoli. Armin, Connie, Müller e Onyankopon assieme ad altri due soldati viaggiarono nella stessa automobile in religioso silenzio, chi più in ansia degli altri.
Non era facile soltanto per Armin essere lontano dal campo profughi sapendo che qualcosa di preoccupante vi stava succedendo, tanti soldati avevano costruito famiglia e tornare per loro sarebbe stato un grande sollievo. La situazione a cui avevano accennato Annie e gli altri poteva non essere tanto grave quanto temevano, ma lo era abbastanza da impedire ai soldati Marleyani di rispondere alle comunicazioni via radio, quindi un valido motivo per essere preoccupati.
Passarono ore interminabili fermandosi soltanto un paio di volte in cinque ore di viaggio, fino a quando non videro comparire all’orizzonte le loro “case”: quando arrivarono ad un kilometro di distanza dal campo, svoltarono e lo aggirarono per parcheggiare lontano dal centro abitato e non alzare quindi il terreno fine. Armin e gli altri si alzarono sul sedile e si sporsero più che potettero per osservare il centro abitato.
Nulla. Non una casa a pezzi o del fumo.
Non seppe se questo bastasse ai compagni attorno a lui per placare almeno in parte le loro preoccupazioni, per il comandante del corpo di ricerca sicuramente non era abbastanza: era impossibile che nessuno avesse sentito o visto arrivare le macchine e che nessuno degli abitanti si fosse apprestato a scaricare il materiale o, più banalmente, a salutarli dopo circa due settimane di lontananza.
Armin scese dalla macchina con un balzo, seguito subito da Connie e Onyankopon, lasciando gli altri soldati Marleyani alle prese con le auto. Müller li guardò andare via ma non disse nulla, quando però si voltò verso gli altri soldati, che lo guardavano sulle spine, diede l’ordine di occuparsi delle materie prime successivamente. Nonostante i soldati fossero rimasti all’oscuro rispetto ai potenziali “problemi” misteriosi al campo profughi, vedere i tre Eldiani comportarsi così, aveva fatto serpeggiare dell’ansia tra di loro.
Armin e i due amici corsero verso l’accampamento, man mano che si avvicinavano l’atmosfera pareva surreale. Attorno alle tende e casupole di alluminio, la prima erbetta spuntava dalla sabbia tutt’attorno, il sole era alto ma non si sentiva altro che il vento che alzava il terreno sottile.
«Ma…» Connie scostò il lembo dell’entrata di una tenda «Non c’è nessuno.»
Onyankopon si massaggiò il collo: «Questo sì che è strano… Dove sono tutti…»
«Zitti.» fece Armin, muovendosi tra le tende con passo leggero.
I due rimasero a guardarlo mentre pareva sentire rumori da chissà dove. Dopo qualche secondo, sentirono anche loro voci indistinte provenire da lontano. Armin iniziò a correre tra le tende più veloce che poteva, in direzione dei campi coltivati, che si trovavano all’estremità opposta rispetto alla strada da cui erano arrivati.
Superata l’intera tendopoli col cuore in gola, iniziò a sentire più chiaramente le voci che si sovrapponevano una sull’altra. Armin aveva doppiato Connie e Onyankopon che si sorpresero della velocità che non aveva mai posseduto prima. Dietro di loro iniziarono a sentire anche i passi degli altri soldati che li seguivano a ruota.
Armin si fermò a sentire da che parte provenisse il vociare, quando lo localizzò di nuovo, ricominciò a correre a perdifiato verso le piantagioni lungo il sentiero che avevano marcato, superò il quartier generale in cui prendevano le decisioni logistiche. Rallentò dedicandogli una breve occhiata ma continuò dritto e finalmente, superati i capannoni dove conservavano il raccolto, gli si parò una scena alquanto… strana.
O meglio, era all’apparenza normale. Tutti erano sparpagliati tra i campi, ma fermi ad osservare due piccoli gruppi di persone raccolte in un punto che discutevano animatamente. Da una parte c’erano proprio Annie, Reiner e Pieck spalleggiati da altre persone, e di fronte a loro un gruppetto sembrava essere stato fermato dal prendersela con un malcapitato, che uno del gruppo opposto a quello di Annie teneva ancora per il colletto della maglietta, come fosse un sacco pieno di semi.
Vide Annie cercare di far lasciare la presa sull’uomo a terra: «Non riesci proprio a capire che non ha senso comportarsi così?»
L’uomo che la fronteggiava allontanò con uno strattone il pugno chiuso sul colletto dell’altro: «E tu non riesci a capire che questa…» guardò con disprezzo l’uomo ai suoi piedi «feccia non merita alcun rispetto?!». L’uomo a terra aveva lo sguardo assente con un occhio nero, ad Armin sembrava un burattino a cui avessero tagliato i fili, a peso morto, si faceva tirare da quel sottile lembo di maglietta senza opporre resistenza.
«Argh, io non trovavo giusto sfamarli, figuriamoci averli intorno poi!»
Pieck si fece avanti e s’interpose tra i due: «Se lo lasciassi aiutare a coltivare, allora potrebbe meritarsela come dici la sua razione.»
«E tu ti fidi ad averli intorno?»
Pieck fece per replicare, ma l’uomo ai loro piedi parve rantolare. Tutti e tre si zittirono per sentire cosa dicesse.
«L’infinita saggezza della santa Ymir illumini le menti degli stolti esseri che abbiamo attorno…»
Queste parole parvero far arrabbiare l’uomo e quelli a spalleggiarlo ancora di più, perché scaraventò il poveraccio a terra con uno scatto del braccio: «Stolti esseri?! Che dici se te le faccio rimangiare le tue parole, ingrato!»
L’uomo fece per caricare un calcio, ma Pieck gridò: «No!»
La ragazza prese la spalla dell’uomo per spingerlo, ma quello, rosso dalla rabbia, la rivolse non più verso l’uomo a terra ma verso di lei e caricò un manrovescio sulla sua faccia. Annie, un passo dietro di lei, afferrò Pieck dal bavero e la spinse indietro, lontano dalla mano dell’uomo. Non ebbe però la prontezza di spostarsi dalla traiettoria dello schiaffo.
Il rovescio della grossa e callosa mano dell’uomo la colpì così forte sullo zigomo che la fece cadere a terra con un singulto di dolore.
Armin, che era rimasto ad osservare la scena in silenzio per cercare di comprenderne qualcosa, spalancò gli occhi. Sentiva nel petto sfrigolare paura o rabbia, non riusciva a definire quella sensazione. Con uno scatto si gettò a perdifiato verso Annie.
«Armin?» dietro Pieck, che si era abbassata ad aiutare l’amica, era spuntata anche Gabi che con quell’osservazione aveva fatto girare tutti verso di lui.
Il comandante si gettò sulle ginocchia accanto ad Annie e le accarezzò il capo.
«Annie! Stai bene?»
La ragazza lo guardò, gli occhi le si riempirono di lacrime per la felicità di vederlo, ma Armin le interpretò in tutt’altro modo. L’abbracciò, accarezzandole la schiena. Pieck accanto a loro rimase a guardarli impassibile.
L’uomo che l’aveva colpita si voltò verso i due: «Non volevo colpirla… si è messa in mezzo.»
Reiner non ci vide più e con due rapide falcate lo fronteggiò: «Forse faresti meglio a stare zitto, hai iniziato tu colpendo quel poveretto! Se non fossimo intervenuti noi l’avresti ammazzato di botte, tutto questo non sarebbe successo se non per causa tua!»
L’altro iniziò a inveirgli contro ma subito vennero raggiunti prima da Connie e Onyankopon che s’interposero tra i due gruppi e poi arrivarono il resto dei soldati, e la lite fu presto sedata.
Armin aiutò Annie ad alzarsi e si allontanarono, lui la tenne stretta al suo fianco per tutto il tragitto verso la tenda dell’infermeria. Annie riusciva a camminare benissimo da sola, quando era caduta non si era neanche fatta male, ma non era assolutamente dispiaciuta di tutte quelle premure. Lo fu in misura ben maggiore quando fu costretta a separarsi da lui quando dovette sedere su una barella per aspettare l’arrivo del dottore. Comunque, non soffrì per molto tempo, visto che Armin sentì subito il bisogno di sedersi accanto a lei e continuare ad accarezzarle la schiena. Osservandola, notò sullo zigomo rosso e gonfio un piccolo rivolo di sangue e gli occhi gli bruciarono nelle orbite, con lo stesso misto di rabbia e paura che aveva sentito quando l’aveva vista a terra.
Rimasero lì da soli per qualche minuto in silenzio, c’erano troppe domande che Armin avrebbe voluto farle e troppe cose di cui Annie avrebbe dovuto parlargli ma quel momento non era il più opportuno per farlo. Troppo breve per discutere dei problemi, abbastanza lungo per essere assaporato in silenzio.
Poco prima che arrivasse il dottore, entrò nella tenda il signor Leonhart tutto trafelato.
«Oh cielo!» disse, avvicinandosi zoppicante alla ragazza, mentre Armin si alzava e per allontanarsi e concedergli spazio.
«Stai bene Annie? Guarda cosa ti hanno fatto!»
«Non è niente papà… sto bene.» rispose lei a sguardo basso.
«Argh… ma se lo prendo quel maledetto…» strinse il bastone tra le mani e poi notò Armin poco lontano che con le mani lungo i fianchi era rimasto a guardare Annie, lo sguardo mortificato fisso sulla guancia tumefatta.
«E tu giovanotto? Sei arrivato adesso?»
Armin sussultò alla domanda, non credeva gli avrebbe rivolto la parola: «Io… sono arrivato ieri e…»
Venne interrotto da due medici e infermieri che entrarono nella tenda, i due infermieri trasportavano l’uomo che era stato aggredito, lo portavano uno per le spalle e l’altro per i piedi.
«Qui.» disse una dottoressa, indicando un lettino di fortuna vuoto lontano da Armin, Annie e suo padre. Il dottore rimasto si assicurò che i colleghi non avessero bisogno di lui e solo allora andò da Annie.
«Scusate, ma quel poveretto aveva la priorità.» sfiorò la mandibola di Annie e con una leggera pressione le girò il viso per vedere meglio lo zigomo «Non è niente, cadendo hai battuto la testa?»
«No.»
«Menomale, è una gran fortuna, così non ci sarà bisogno di tenerti qui e potrai passare la notte nella tua tenda. Non ho dei cerotti altrimenti te ne metterei uno, ma…»
«Li abbiamo.» disse subito Armin «Cioè, siamo riusciti a portarli da Paradise insieme ad altro materiale.»
«Oh, che sollievo.» disse il medico, e lo sembrò per davvero, anzi sembrava che con quelle parole Armin gli avesse tolto un enorme peso di dosso. Quindi prese un batuffolo di cotone da un mobile sgangherato e con il disinfettante iniziò a ripulire la ferita sul viso della ragazza.
«Mi dispiace Annie,» esordì dopo poco «se non siamo intervenuti prima, Gabi era corsa a chiamarci, ma ci hanno fermati, ci hanno impedito d’intervenire e poi… tutto è degenerato e…»
«Non fa niente Andrea, davvero.» lo interruppe Annie «Spero solo che non si sia fatto troppo male.»
«Però almeno è l’unico che si è allontanato dal gruppo, gli altri sono sempre lì.»
La ragazza annuì e guardò Armin eloquente. Adesso il ragazzo aveva perfettamente capito cosa era successo in quei pochi giorni di assenza. Il medico gettò via il batuffolo e con una salvietta le pulì la faccia attorno alla ferita.
«ARMIN!» Connie entrò col fiatone nella tenda «Merda! Hai capito chi è l’uomo che hanno pestato?!»
«Connie, calmati.» gli rispose Armin mettendo una mano sulla spalla dell’amico «Credo di aver capito ma…»
«C’è bisogno che ci aggiorniamo.» disse Annie scendendo dalla barella con un salto «Andiamo al quartier generale.»
«Aspetta, Annie!» il signor Leonhart si affrettò dietro Annie che si bloccò «Il dottore non ha ancora finito di visitarti, sei sicura che vada tutto bene?»
Il medico aveva lo sguardo rivolto alla tenda accanto, dove era ricoverato l’uomo a cui, era evidente, voleva dedicare tutte le sue attenzioni. Non appena si sentì interpellato scosse la testa: «Oh, non preoccupatevi, Annie sta bene, quando stasera saranno arrivati i cerotti passa di qui e te ne do uno assieme ad un impacco per il gonfiore… se hai altri problemi torna quando vuoi.»
Detto ciò, si dileguò nella stanza accanto. I tre ragazzi andarono via dalla tenda ospedaliera e ci misero un po’ visto che, nonostante le rassicurazioni del dottore, il signor Leonhart non voleva lasciar andare Annie.
Non appena entrarono nel quartier generale, una solida e ampia tenda grigia, tirarono spontaneamente un sospiro di sollievo. All’interno li aspettavano Pieck, seduta davanti alla radio sul tavolo centrale, e il generale Müller. Sembravano essere entrambi immersi ognuno nei propri pensieri.
«Annie!» Pieck si alzò di scatto non appena entrarono «Stai bene?»
«Sì, sì… basta chiedermelo»
Armin scostò una sedia per farla sedere e lei l’accettò senza dire nulla. Il ragazzo, quindi, rimase alle sue spalle, in piedi, con le mani poggiate sullo schienale della sedia.
«Allora.» esordì Connie «Si può sapere che diamine sta succedendo?»
Reiner entrò nella tenda, con un panno si stava asciugando il sudore dalla fronte: «Ah siete tutti qui.»
Connie guardò oltre la sua spalla: «E Onyankopon?»
«È voluto rimanere con gli altri soldati a mettere ordine e riorganizzare le ronde. A grandi linee gli ho spiegato qualcosa, Gabi e Falco continueranno al posto mio.»
«Capisco… A proposito, Gabi e Falco stanno bene?» si accertò Connie.
«Sì, sono due ragazzi davvero maturi per la loro età» Reiner sospirò: «Mi pento di non avervi accennato nulla in radio quando ce l’avete chiesto. Armin… tu sicuramente avresti potuto offrirci una soluzione.»
«Io direi che possiamo piantarla di fare tanto i misteriosi.» disse Pieck lanciando un’occhiataccia a Reiner «E forse dovremmo iniziare a spiegare cosa è successo… anche se a me pare che Armin già si sia fatto un’idea.»
Tutti si voltarono verso di lui. Armin fece uno sguardo piuttosto sconsolato, si grattò la nuca “colpevole” di aver intuito ancora una volta una situazione così complicata da sbrogliare: «Credo… ho pensato che i Seguaci di Fritz c’entrassero qualcosa, a grandi linee mi sono fatto un’idea dopo aver assistito a quella scenata ai campi ma…»
«Incredibile, non so davvero come tu faccia.» disse Reiner scuotendo la testa «Ma, onestamente, non dovrebbe sorprendermi. Sei sempre stato il più brillante tra tutti noi.»
«Solo io non ho ancora capito di che diamine state blaterando?» commentò Connie stizzito.
«Tu invece sei sempre stato il più tonto tra noi.» disse Annie laconica. Connie iniziò a risponderle per le righe e prima che potessero anche solo pensare di bisticciare, Reiner si sedette e batté il palmo della mano sul tavolo, non con vigore, ma abbastanza forte perché tutti portassero l’attenzione su di lui.
«Basta, per favore. La faccenda è tanto seria quanto complicata, e non mi sembra il momento di fare gli scemi.»
Annie guardò di sottecchi Connie e fu come se lei fosse riuscita a comunicargli telepaticamente la sua presa in giro, tanto che Connie le rivolse un gestaccio con la mano.
«Armin,» il tono di Reiner era serio e quasi solenne «la tua intuizione è stata giusta. Abbiamo avuto seri problemi con i Seguaci di Fritz. Non appena siete partiti sono iniziati, e avere pochi soldati a disposizione è stato terribile.»
«Perché non avete mandato qualcuno a chiamarci?» esordì Müller, che fino a quel momento era rimasto ad ascoltare.
«Ovviamente c’era il problema della radio e non potevamo sprecare risorse mandando qualcuno a piedi, oltre al fatto che abbiamo sottovalutato la situazione. Pensavamo ci sarebbero bastati i soldati che erano rimasti.»
«Reiner, credo dovremmo spiegare tutto dall’inizio…» disse Pieck che aveva letto negli sguardi dei suoi compagni soltanto tanta confusione.
Reiner prese un respiro profondo: «Hai ragione. Tutto è iniziato quando siete partiti. Sembra assurdo, una coincidenza infelice, ma è stato così. Di solito i Seguaci di Fritz rimangono nella zona in cui li abbiamo… confinati, per così dire, e sapete bene che riescono a mantenere la parola data, infatti non si sono mai allontanati dai loro alloggi. Ma è più difficile chiedere agli altri abitanti di fare lo stesso, in generale però sapete che non si avvicinano a Loro.»
«Beh, sì, nessuno lo fa mai.» commentò Müller «A me è sempre sembrato di capire che tutti li ripudino.»
Pieck annuì: «Infatti. Sono pochi i profughi che aiutano me e Jean a portare loro da mangiare… molto spesso siamo stati anche insultati per questo.»
«Purtroppo gli unici che si azzardano ad avvicinarsi sono i bambini e…» Reiner guardò Pieck come per farsi suggerire cosa dire.
La ragazza le fece un piccolo cenno con la testa per fargli capire che avrebbe continuato lei: «Il primo incidente è stato con un bambino.»
A quell’affermazione, la gola di Armin ebbe un singulto, Connie e Müller altrettanto sgomentati spalancarono gli occhi.
Pieck si fece forza, aveva capito che Reiner non avrebbe raccontato più nulla: «È successo tutto soltanto un giorno dopo la vostra partenza per Paradise. All’ora di pranzo la scuola è finita e i bambini hanno iniziato a correre e giocare in giro, come fanno sempre. La maggior parte degli adulti che non stavano lavorando nei campi per quel giorno erano impegnati nella mensa, o nei lavori per la costruzione della fogna e dell’acquedotto, quindi c’era chi stava preparando i tavoli e il cibo, come sempre. C’era molta… distrazione, e poi i bambini, beh, lo sapete, dopo essere stati seduti dopo tante ore hanno bisogno di svagarsi e i loro genitori, onestamente non li biasimo per lasciarli liberi ad… esplorare.» Pieck sospirò «Ovviamente un gruppetto di loro si è avvicinato alla zona che abbiamo riservato ai Seguaci di Fritz.»
«Ma… non capisco.» disse Armin «Di solito l’ingresso è controllato dalle sentinelle di pattuglia.»
«Sì, ma…»
«Le avevo richiamate.» disse Reiner, la voce rotta dal senso di colpa «Stavo aiutando a costruire le tubature per la fognatura e i tubi erano troppo pesanti, le persone che avrebbero potuto aiutarci erano tutte occupate con la mensa o gli altri lavori, e non me la sentivo di chiedere a chi aveva appena finito coi campi di farlo.»
Pieck posò una mano sul braccio di Reiner: «Te l’ho già detto, non è stata colpa tua… purtroppo eravamo tutti occupati, Annie era qui al quartier generale ad aggiornare i registri, doveva esserci qui qualcuno per controllare qualora arrivassero comunicazioni da voi, dall’isola.» Pieck sospirò, si prese un momento prima di farsi forza e continuare «Io sono stata la prima a sentire le urla. Ero di turno nei campi e mentre tutti si erano allontanati per andare a mensa, sono rimasta con un piccolo gruppetto a sistemare il foraggio oltre che i silos, volevamo portarci avanti col lavoro dell’indomani quando un bambino è corso verso di noi per chiedere aiuto. Non riuscivamo a capirlo, stava ancora imparando la nostra lingua, ma non ci servì un’interpretazione accurata, un attimo dopo abbiamo sentito dei bambini strillare in lontananza… l’abbiamo seguito di corsa e quando abbiamo imboccato la strada per la zona dei Seguaci, credevo di aver capito tutto ma era molto peggio.»
«Peggio?» disse Connie quasi con un sussurro «Che cosa hanno fatto ai bambini?»
«Non ci è ancora ben chiara la dinamica, ma in poche parole un Seguace ha aggredito un bambino.» disse Pieck, guardando Connie negli occhi mentre cercava di tenere la voce ferma e chiara «L’ha sfregiato.»
Nel momento stesso in cui Pieck ebbe rivelato agli altri cosa era successo al bambino vittima dei Seguaci, Müller uscì di volata dal quartier generale per fiondarsi all’esterno, Connie lo seguì a ruota, sia preoccupato della reazione del generale che anche perché sentiva il bisogno di uscire da quello spazio angusto. In effetti, lo notò Armin proprio in quel momento, l’atmosfera che si era venuta a creare era davvero pesante e nessuno disse niente a Connie e Müller per fermarli. D’altronde ritenevano improbabile un gesto avventato dal generale.
Armin sospirò e si sedette, prendendo posto accanto ad Annie: «È successo altro dopo questo incidente? A parte…» si bloccò e la guardò preoccupato.
«Sì… Beh, ci sono stati degli screzi.» disse Pieck.
«Chiamarli screzi mi sembra un po’ riduttivo.» Reiner scosse la testa «Per poco non ci scappava il morto. Abbiamo dovuto rinforzare la guardia alla zona dei Seguaci, non è bastato ovviamente, perché di notte le sentinelle hanno… chiuso un occhio, per così dire. È una fortuna che io e altri tre ragazzi più grandi abbiamo fatto un giro del campo per scrupolo: dopo quella notte abbiamo dovuto istituire anche ronde notturne, ma non sono mancate le “rimostranze” anche per questa iniziativa.»
«Perché?» chiese Armin.
«Perché fare la guardia a qualcuno che sfregia i tuoi figli.» disse Pieck «Non abbiamo potuto biasimarli. Sono davvero pochi quelli che pensano razionalmente dopo questi avvenimenti.»
«L’assemblea invece? Di che parere è stata?»
Pieck sospirò: «Beh, ovviamente ha condannato l’accaduto, ha accettato la proposta di Reiner per le ronde notturne e poi mi hanno fornito una sorta di “gruppo di accompagnatori”, per così dire, per portare il cibo ai Seguaci, visto che Jean non tornerà qui per un bel po’ di tempo. Non che sinceramente lo ritenessi essenziale…»
«Quindi non si sono sbilanciati molto, mi sembra di capire.»
Reiner alzò un sopracciglio e lui e Pieck si scambiarono un’occhiata.
«Per quanto mi riguarda sono stati troppo blandi. Quattro Seguaci sono ancora ricoverati, oggi hai visto tu stesso quello che è successo a quel Seguace che è scappato dalla sua area.» Pieck scosse la testa: «Capisco che bisogna essere molto cauti in una situazione del genere, ma non si può lasciar credere che valga la legge del taglione.»
«Allo stesso tempo però,» disse Annie «non possiamo nemmeno biasimare chi si è arrabbiato con i Seguaci per quello che hanno fatto.»
Armin rimase in silenzio. La situazione era gravissima, la loro piccola società si manteneva in equilibrio su un filo sottilissimo, riuscivano a produrre abbastanza cibo per sopravvivere e Paradise non era così entusiasta di aiutarli. Avevano portato pochissima materia prima che poteva sostenerli ancora per molto tempo, ma solo se avessero continuato a produrre cibo in proprio. Non erano certo sull’orlo del baratro, ma non potevano permettersi una crisi d’ideali.
«Armin.» Annie si era alzata e gli aveva poggiato una mano sulla spalla «Nessuno ti ha chiesto di risolvere adesso questa situazione. Abbiamo tempo.»
«Annie ha ragione.» disse Reiner «La situazione è seria, ma possiamo gestirla.»
Pieck non disse nulla, lei e Armin si limitarono a fissarsi fino a quando proprio Pieck non propose di andare a mensa per mangiare. Quel giorno, grazie alle materie prime arrivate da Paradise, il minestrone aveva un sapore molto più speziato e gradevole, guardandosi attorno Armin notò una certa calma generale, forse dato proprio dall’intervallo di tempo immediatamente successivo ad una discussione. Era proprio quella l’atmosfera che percepiva, elettricità nell’aria che alla prima scintilla si sarebbe scatenata.
«Ho finito.»
Mentre si alzava, Annie guardò il piatto ancora mezzo pieno di Armin, fu tentata di seguirlo mentre si allontanava, ma Pieck le afferrò il polso: «Non farlo.»
«È appena tornato.»
«Appunto.»
«E l’abbiamo riempito di brutte notizie, sarà scosso.»
«Appunto.» Pieck si voltò verso di lei «Dagli il tempo di digerire queste notizie. Tu le hai vissute in prima persona, hai avuto il tempo di abituartici.»
Annie abbassò lo sguardo e Pieck le lasciò il polso: «Il generale è molto bravo, è vero, ma sappiamo tutti che Armin è il collante dell’assemblea amministrativa del campo, su di lui ricadono tantissime responsabilità.»
«Proprio per questo voglio aiutarlo.»
«Sì, lo capisco. Ma lui in questo momento sente di dover già risolvere tutto, ha tanta paura quanto noi, forse anche di più visto che tutti si aspettano che gli venga una delle sue grandi idee.»
Pieck ricominciò a mangiare: «Non dico che devi evitarlo, ma suppongo abbia bisogno di rimanere da solo»
Annie, quindi, lo lasciò solo.
Almeno fino a quando non arrivò l’ora di cena. Armin non si presentò a cena, Connie le disse che era rimasto nella sua tenda, rivelandole che più tardi si sarebbe cucinato qualcosa. Annie finì in fretta la sua cena, prese quella per Armin e con il vassoio tra le mani uscì dalla mensa nell’aria fredda della sera. Quando arrivò davanti alla tenda illuminata di Armin temporeggiò all’ingresso, poche volte nella sua vita si era sentita così indecisa. E parecchie di quelle volte lo era perché Armin era coinvolto.
«Chi c’è?»
Annie trasalì. Armin dall’interno della tenda doveva aver visto la sua ombra. Si bloccò, stava per rispondergli ma lui aveva già scostato l’apertura, sporgendosi verso l’esterno.
«Annie!» Armin arrossì. Sporgendosi, i loro visi erano vicinissimi.
Lei fece un passo indietro: «Ti… Ti ho portato la cena.» disse, abbassando lo sguardo.
«Oh, grazie. Sei stata davvero gentile.»
Armin la lasciò entrare, ed entrambi si sedettero sulla sua branda. Annie quindi gli porse il vassoio da cui lui iniziò a trangugiare la zuppa.
«Come va il livido?»
Annie si toccò il viso, le sembrava essere passata un’eternità dalla mattina: «Bene. Prima di cena sono passata dall’infermeria e Andrea mi ha dato un impacco e dei cerotti.»
Armin annuì mentre portava il cucchiaio di minestra alla bocca, ingoiò e continuò a mangiare in silenzio.
«Ehm… io vado se vuoi.» disse Annie.
Armin posò il cucchiaio con uno scatto: «No, ti prego.»
Annie lo guardò sorpresa, non si aspettava una reazione così veemente. Neanche Armin perché spalancò gli occhi e ancora più rosso dall’imbarazzo di prima, tornò a mangiare la zuppa.
«Mi fa piacere che tu rimanga… sempre se vuoi.»
Annie non disse nulla, lo guardò di sottecchi per evitare di rendere la situazione ancora più imbarazzante. Davanti ai loro amici agivano come se niente fosse, ma quando rimanevano soli era come se non riuscissero a parlare e agire normalmente.
«Armin, lo sai che non mi dispiace rimanere con te. O averti accanto.»
Lui ingoiò: «Neanche a me.» prese qualche cucchiaiata sotto lo sguardo di Annie, che cercava di rimanere quanto più impassibile possibile.
«Annie io-»
«Forse dovremmo-»
S’interruppero a vicenda, quindi Armin posò il vassoio per terra e le fece cenno di continuare.
Annie sospirò e prese coraggio. Non aveva senso continuare quel gioco infantile del far finta di non sapere. Ormai era palese a entrambi quali erano i loro sentimenti ed era assurdo il fatto che nessuno dei due li avesse mai affrontati. Le loro interazioni erano fatte di sguardi e carezze, sapevano ma non avevano mai sentito il bisogno di parlarne, Annie pensava fosse a causa dei loro impegni e Armin invece per il fatto che lei volesse avere del tempo per sé stessa.
Alla fine avevano continuato quel corteggiamento per un anno e mezzo e Annie, non sapeva spiegarsi bene il perché, quella sera aveva deciso di averne abbastanza. Ma non voleva comunque obbligare Armin a fare qualcosa che non voleva.
«Io credo che forse dovremmo… o meglio… credo che non siamo obbligati a parlare di questo.»
«Intendi del fatto che teniamo l’una all’altra?»
Lei abbassò lo sguardo sulle mani giunte. Non poteva leggergli nella mente, non poteva dire di aver detto la cosa giusta o quella sbagliata, voleva soltanto qualcosa di rassicurante.
Armin sospirò: «Hai l’impacco qui con te?»
Annie annuì, frugò nella tasca della gonna e lo tirò fuori assieme ai cerotti. Armin li prese, mise da parte i cerotti e aprì il barattolo di metallo.
«Annie io non ho la presunzione di essere più intelligente o più meritevole rispetto a qualcun altro. Anzi, se devo essere sincero a volte non penso di essermi meritato di sopravvivere a dispetto di tutti gli altri. Non è proprio il tipo di cose che vorrei dirti.» prese con indice e medio una manciata d’impacco. «Tu non mi sei indifferente. Non lo sono neanche gli altri chiaramente, ma tu… lo sei in modo diverso.»
Annie s’irrigidì mentre Armin posava la poltiglia fredda sul suo zigomo. Iniziò a stenderla con dei piccoli e delicati movimenti circolari e lei sentì subito il sollievo diffondersi per tutto il viso. Alzò finalmente lo sguardo su di lui che invece guardava concentrato la sua guancia.
«Neanche tu mi sei indifferente.» disse Annie con un fil di voce «E non c’è bisogno di misurare i tuoi pensieri con me.»
Gli occhi di Armin incontrarono i suoi, era l’espressione più calma che avesse mai visto in vita sua. Di gran lunga la più rassicurante. Per un infinito istante riuscì ad assaporarla prima che lui abbassasse lo sguardo sul barattolo: «Io voglio parlarti con onestà, vorrei che tu potessi avere qualcuno che non pensa questo di sé stesso. Tu non lo meriti.»
«Questo lo credi tu.» il cuore di Annie batteva così forte che temeva di non riuscire più a parlare.
Armin chiuse il barattolo e prese un cerotto, lo tolse dall’involucro e portò una mano verso il suo viso. Con le dita le scostò i capelli, Armin si prese un momento per guardare il suo viso illuminato dalla penombra, le accarezzò la guancia con le nocche che gli tremavano.
«Oggi quando ti ho vista a terra è come se…» si fermò.
La voce di Armin era bassa e incerta, come se le stesse sussurrando nell’orecchio un segreto, l’unico che poteva essere solo loro e che non sarebbero stati costretti a condividere con nessun altro, come il resto delle cose che accadevano nel campo profughi. Per quanto poteva essere possibile in un posto dove non potevano avere spazio per loro due, neanche nella loro mente, per quanto ingiusto che fosse per la loro età.
Lui deglutì: «Non ho mai provato qualcosa del genere prima. Non ero razionale e non saprei neanche descrivere quello che sentivo. So solo che avrei voluto potermene infischiare di tutto e di tutti. Vorrei…» prese un respiro tremante, aprì la mano sulla sua guancia «Vorrei poter stare con te ogni secondo senza pensare a nient’altro, darti tutto me stesso. Per tutta la mia vita ho sempre saputo cosa è giusto fare, ma adesso, Annie? Cosa dovrei fare?»
Annie gli si avvicinò, avrebbe voluto dirgli che potevano avere quello che volevano senza sentirsi in colpa, concedergli quella bugia soltanto per quella sera.
Ma non fece in tempo.
Armin ancora teneva la guancia di Annie nella mano, ancora la guardava con dolcezza quando Onyankopon irruppe nella tenda trafelato.
«ARMIN! C’È UN INCENDIO!»
Si alzarono di scatto col cuore in gola, per la sorpresa di essere interrotti e per la notizia. Si precipitarono all’esterno con Onyankopon, lo seguirono correndo attraverso le tende, superarono i campi coltivati, oltre i grossi silos si vedevano già le fiamme e il via vai dei soldati capitanati da Reiner e Müller che cercavano di spegnerle.
Armin si fermò mentre Onyankopon ed Annie correvano verso l’area dedicata ai Seguaci di Fritz, che tossendo cercavano di allontanarsi da quell’inferno di fuoco.
Ripensò alla promessa che aveva fatto a sé stesso, d’impegnarsi a migliorare le cose, a non farle andare tutte in malora. Ma già si sentiva più inutile di quando aveva iniziato a cercare di mettere a posto le cose.
***
«È sempre la solita, povero Carl.» Camille scosse la testa, infilzò un pezzo di omelette e se lo portò alla bocca «Diamine, è veramente molto buono il cibo qui.»
Sigrid le fece una smorfia: «Ora ti metti dalla parte degli ingegneri? Che amica ingrata.»
«Non ti ho ancora raccontato di come tratta gli specializzandi di quest’anno.» fece Theo raddrizzandosi sulla sedia.
«Ti prego, risparmiaci.»
«Ti prego, raccontami.» disse Camille infilandosi in bocca un altro pezzo di omelette.
Non appena Jean aveva finito di raccontare cosa era successo al campo profughi, Levi, Sigrid e Camille erano rimasti in stato catatonico per qualche secondo, quest’ultima in particolare ancora fissava Levi con un’espressione inorridita sul volto, quando Sigrid se ne accorse dovette darle una gomitata nel fianco per farle mascherare l’incredulità.
Senza nient’altro da dire che i loro dispiaceri per la situazione quasi impossibile da gestire, Sigrid aveva accordato a Jean il permesso di portare con lui Levi alla stazione radio concessa loro dalla regina, e che utilizzavano per comunicare col continente. Sigrid e Camille quindi, rimaste sole, non ebbero modo di parlare del diario o del fatto che Levi fosse “l’uomo degli incubi” perché erano state raggiunte subito da Theo e Camille, ad un solo sguardo dell’amica, aveva capito di non poterne parlare in presenza dell’infermiere.
Erano scesi a mensa ed erano tornati a parlare di chiacchiere totalmente inutili, e a Sigrid parve davvero grottesco farlo subito dopo aver saputo di una situazione al limite e così tragica come quella che Armin e gli altri stavano vivendo sull’altra sponda del mare.
«Ci vorrà dell’altra acqua però. Vado a riempire la brocca.» disse Theo, alzandosi.
Camille e Sigrid si scambiarono un’occhiata d’intesa.
«Oh sì, puoi prendermi del pane anche?» chiese Camille.
«Mh, sì, se puoi anche dell’insalata, io ho scordato di chiederla.» aggiunse Sigrid.
«Ma così dovrò rifare tutta la fila.» disse Theo, si voltò e dall’altra parte della stanza, vicino agli espositori c’era una fila di persone immensa.
«Ti prego!» Camille giunse le mani «Se aspetti troppo vengo a darti il cambio.»
«Va bene…» Theo temporeggiò, spostando adesso lo sguardo su Sigrid che continuò a mangiare. Quando finalmente si accorse che Theo aspettava gli dicesse qualcosa lo guardò e corrugò la fronte.
«Beh? Che c’è?»
«Tu non ti fai avanti?»
«Assolutamente no, mi aspetta un turno di otto ore con quelle pesti sfibranti. Me lo merito un po’ di riposo.»
Theo alzò gli occhi al cielo, ma alla fine prese la brocca vuota e andò via per mettersi in fila. Le due lo guardarono allontanarsi e non appena fu abbastanza distante, Camille esplose.
«Siri in che CAZZO di situazione ti sei cacciata?! Non ci posso credere, è qualcosa di LETTERALMENTE impossibile… come ti è venuto in mente di accettare?!»
Sigrid si strofinò la fronte, infastidita: «Allora, prima di tutto, non mi sono cacciata in un bel niente, va bene? In secondo luogo, ho accettato PRIMA di vederlo in faccia.»
«Dopodiché non hai fatto nulla, ovviamente. Scommetto perché eri curiosa di capire qualcosa di tutta questa storia assurda.»
«Non ero affatto curiosa.» Camille la guardò truce «Va bene, un po’ lo sono, ma cosa dovevo fare?! Dire al comandante Arlert e ad Ackerman stesso che non potevo più occuparmi di loro? Dopo che avevano attraversato un mare per vedere me?»
«Ci sono tanti altri medici. C’è Peter, ad esempio.»
«Lo sai che non fa più queste cose.»
«Ma se glielo avessi chiesto tu, avrebbe accettato!»
«E se io non volessi chiederglielo?!» Sigrid aveva alzato la voce. Si guardò attorno circospetta, quindi abbassò la voce.
«Non posso e non voglio. È…» “troppo.” «imbarazzante.»
Camille rimase a guardarla mentre sfogava la rabbia sulla sua bistecca con forchetta e coltello. Sospirò.
«Va bene. Peter è fuori discussione. Quindi lo fai solo per la gloria?»
Sigrid soffocò una risata amara. Alché Camille capì e abbassò la voce: «Quindi in qualcosa» temporeggiò per porre l’accento su quella parola «ti sei cacciata.»
«Più o meno.» disse Sigrid, prima di prendere un boccone.
«Va bene. Non voglio saperlo.» Camille si portò i riccioli biondi dietro le orecchie «Cerchiamo di pensare alla cosa razionalmente. Tu hai sognato il capitano per dieci anni, comprensibile, l’avrai visto una volta in ospedale, hai avuto un trauma e boom, eccolo che si è appiccicato al trauma.»
Sigrid scosse la testa: «Te l’ho già detto. Non l’avevo mai visto prima di quando si è ricoverato qui. Mi è venuto un colpo quando l’ho visto la prima volta.»
Camille si prese il mento tra le dita: «No, ci deve essere stata un’occasione, è un soldato per la miseria, sarà venuto a Trost quando eri sotto l’ala di Shawn.»
«Hai mai sentito di Levi Ackerman in ospedale? È vero, hanno esagerato parecchio con le dicerie, ma è tutto vero, è un super umano o come lo vuoi chiamare. Non è un uomo normale comunque.»
«Beh, così tanto anormale non lo è se alla fine è qui ricoverato.»
«Sta di fatto che prima di essersi distrutto la mano e la gamba non ha mai visto un ospedale in vita sua.»
Camille si massaggiò le tempie, il frastuono della mensa non l’aiutava a concentrarsi: «Farò qualche ricerca quando torno, ma mettiamo che davvero non l’hai mai visto… un attimo. Ho scordato di chiedertelo prima, perché Theo non sa niente di questa storia dell’uomo dei sogni?»
«Pensavo fossimo d’accordo su “uomo degli incubi”»
«Siri.»
«È più appropriato se ci pensi.»
«Sigrid Myhre.» a Camille le vennero le guance rosse dalla rabbia «Non temporeggiare con me!»
L’amica fece un verso nervoso ma non disse nulla. Camille le tirò un pizzicotto sul braccio facendola ritrarre.
«Ahio!» Sigrid si massaggiò la pelle «Non gliel’ho detto e basta. Non lo ritenevo importante.»
Camille si mise una mano sulla bocca sconcertata: «Siri, brutta scostumata che non sei altro, come hai potuto…»
«Ehi, ehi! Non è quello che pensi!»
«Lo spero bene!» si sporse verso di lei sibilando «Avrei pensato ti fossi completamente ammattita per buttare all’ortiche tutto per… un uomo.»
«Beh allora forse non mi conosci abbastanza.»
Camille sghignazzò ironicamente: «Ah! Io invece ti conosco fin troppo bene, ti conosco meglio di chiunque altro. Sei la persona più impulsiva che abbia mai conosciuto e… aspetta, stiamo perdendo il filo del discorso.»
Sigrid ingoiò l’ultimo pezzo di bistecca: «Sei tu che…»
«SSH. Zitta, non provarci nemmeno. Adesso devi dirmi perché non l’hai detto a Theo.»
L’altra sospirò: «Sai che porto… lui a fare la fisioterapia, no? Ecco… un giorno c’è stato un, come dire… un incidente.»
Camille le fece segno con la testa di proseguire.
«Era in preda al dolore per un crampo e mentre cercavo di iniettarli la morfina, lui… mi ha chiamata Siri. E, ovviamente, non aveva mai sentito nessuno chiamarmi così.»
«Ovviamente.» Camille alzò le mani sconsolata «Avrei dovuto aspettarmelo, niente ha senso in questa storia. Quindi ora Theo pensa che siate in una qualche relazione.»
«L’ha pensato, all’inizio. Ma devi capire che ha preso alla sprovvista anche me.»
«Quindi non siamo neanche sicuri di sapere quali sono le intenzioni di questo Levi.»
Siri rimase in silenzio ad osservare il suo piatto vuoto. Non voleva fidarsi di Levi, e anche se il suo ragionamento filava liscio come l’olio, aveva però dei motivi per fidarsi di lui: «In realtà… io non credo l’abbia fatto con cattive intenzioni. Mi ha chiesto scusa per l’accaduto, e se ci pensi se mai dovesse diffondersi una voce simile, perderei i fondi per il progetto, non gioverebbe nemmeno a lui. Comunque la mia impressione è che sia successo altro di cui non vuole parlarmi.»
La situazione era a dir poco surreale, e proprio per questo Camille non se la sentì di indugiare oltre in speculazioni sulle reali motivazioni di Levi.
«Va bene, allora dovremo ripercorrere tutto dall’inizio.» disse, strofinandosi la faccia «Rileggeremo i tuoi diari dei sogni da cima a fondo. Hai dei diari veri?»
«Non serve.» Siri toccò la tempia con l’indice.
«Bene, ottimo. Meno roba da leggere e catalogare.»
«Catalogare?!»
«Beh, non tutti hanno la tua memoria, sai? La gente normale deve fare le stesse cose in qualche modo.»
«Camille ha ragione sai?» Theo era appena arrivato col vassoio di pane e insalata e la brocca nell’altra mano.
«Grazie caro.» Camille allungò le braccia per mettere il vassoio sul tavolo.
«Bene. Dove eravamo rimasti?»
«Gli specializzandi di Sigrid.» disse Camille con un boccone di pane in bocca.
Siri alzò gli occhi al cielo. Avrebbe voluto che quel turno durasse il meno possibile, la prospettiva di capirci qualcosa della sua situazione assieme alla migliore amica era troppo preziosa perché potesse perderla per le semplici vicissitudini della vita. Nonostante tutto, avrebbe voluto tornare ad occuparsi di quelle vicissitudini di tutti i giorni il più presto possibile. Aveva ancora un’infinità di cose per la testa e avere un uomo, per di più un capitano del corpo di ricerca, al centro dei suoi pensieri non l’allettava per nulla.
Nota:
Marzo 2025: scusate questo ennesimo ritardo, ma purtroppo, impegni universitari a parte, si sono messi anche quelli di salute in mezzo… soffro ormai da un po’ di tempo di mal di pancia e stomaco ricorrenti, che mi portano tante volte a passare le notti in bianco o a farmi svegliare nel bel mezzo della notte. Per cui poi il mio risveglio slitta di ore, e quindi invece che avere un po’ di tempo per scrivere, mi ritrovo a dover arrancare con lo studio e lasciare tutti i miei altri hobbies indietro. Come se non bastasse, nel momento in cui scrivo, ho preso l’ennesima influenza stagionale (quella di marzo stavolta), da un anno addietro me le sto prendendo TUTTE! Insomma, scusatemi tanto, ma non posso davvero controllare questi capitomboli…
Detto questo, volevo specificare che dopo alcune ricerche ho scoperto che Forte Salta non è altri che la catena montuosa Atlante in Algeria, vicina proprio al Mediterraneo e a un intero continente di distanza da Paradise, per cui, probabilmente avrei dovuto far impiegare più di qualche giorno l’attraversata in mare. Ma siccome quando ho scritto la storia pensavo fosse molto più vicino a Paradise, facciamo finta che i tempi di spostamento in questa fanfiction siano relativi XD
Febbraio 2026: ehm… ciao.
Sono giusto un filino in ritardo, ma non avevo idea che la mia condizione di salute potesse reiterarsi e con quella già a darmi rogne si sarebbe aggiunta l’università, gli impegni e BASTA dico io, in un anno sono stata presissima e davvero STANCA di tutto.
Non ho abbandonato la ff, anzi, ho avuto un momento di allontanamento dalla scrittura ma ora mi sento davvero più propositiva che mai. La parte del campo profughi è la più rognosa da scrivere, infatti io avevo già scritto la metà di questo capitolo, ma poi l’ho abbandonato perché era MOLTO impegnativo, e in quel periodo in cui lo stavo scrivendo non avevo davvero molta voglia di farlo.
Voglio chiudere questa ff per poter andare avanti con altri progetti, non mi piace l’idea di lasciare le cose incompiute. Comunque, chissà se qualcuno leggerà o continuerà a leggere, spero di sì!
Un saluto.


