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Autore: missOsbert    09/02/2026    0 recensioni
Verena Hastings conosce il suo destino: andare in sposa a un ricco inglese.
Figlia del governatore di Langkara, un'isola tropicale ai confini dell'Impero britannico, è cresciuta tra due mondi inconciliabili: educata come una perfetta lady, ma legata all'isola più di quanto le sia permesso ammettere, Verena sogna una libertà che non le è concessa.
L'arrivo del promesso sposo rompe il sottile equilibrio nella vita di Verena. Dietro le buone maniere e l'accento impeccabile si nasconde un uomo che non è chi dice di essere: un pirata, venuto sull'isola in cerca di un tesoro misterioso. E porta con sè il profumo di profumo di libertà a cui Verena non sa resistere.
Tra il richiamo dell'oceano, l'inganno e un amore proibito, Verena dovrà decidere se restare fedele al ruolo che le è stato imposto o seguire il mare e il proprio cuore.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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3. Il serpente d'argento
 


Il profumo delle spezie inebriava l’aria del mattino. Il mercato tingeva di colori e odori i vicoli stretti nel cuore di St. James Heaven. In segreto, Verena amava chiamare la città con il suo antico nome, quello che i suoi abitanti sussurravano ancora di nascosto: Tahat-Vardun, Luna Splendente. Al confine con il Mar Cinese Meridionale, situata perfettamente al centro tra il Golfo di Siam e il Mar di Giada, Langkara aveva offerto per secoli riparo alle giunche cinesi, ai velieri bugis e alle imbarcazioni malesi che percorrevano le rotte tra le isole del sud e le coste dell’est. Il mercato di Tahat-Vardun era prosperato in quella promiscuità di gente e culture, diventando uno dei porti più ricchi e prolifici. 
Gli inglesi avevano reclamato l’isola, sfruttando i suoi scambi commerciali, avevano cambiato nome alla città ma non avevano potuto privarla della sua essenza ibrida. 
Verena passeggiava tra i banchi dei mercanti, dove spiccavano stoffe pregiate, tessuti indiani dai colori vivaci, delicate ceramiche cinesi. Le voci dei venditori, forti e potenti come tuoni, quasi la assordavano. Ma attraverso esse poteva immergersi nel caos di gente, dialetti e un frenetico via vai che la distoglieva dai pensieri. Sui visi dei mercanti dalle barbe pregne di oli profumati e le dita inanellate, poteva leggere i solchi di una vita a solcare i mari, a caccia di merce preziosa, la pelle imbrunita dal sole, gli occhi vigili di chi sa che il pericolo è sempre più vicino di quanto ci si aspetti. Quali avventure dovevano aver vissuto, quali meraviglie dovevano aver veduto. Verena li osservava uno per uno. E li invidiava. Quegli uomini salpavano e facevano vela dove gli suggeriva il cuore, senza limiti, senza confini. Potevano scomparire all’orizzonte, verso mete lontane. Lei invece rimaneva sull’isola, a guardarli partire.
Distolse in fretta lo sguardo quando uno di loro la notò.
«Cosa cerchi, wanita putih?» le domandò l’uomo. Era anziano, il viso solcato da rughe profonde, folte sopracciglia grigie, indossava una veste color porpora di tessuto pregiato. L’aveva chiamata wanita putih, donna bianca. Nessuno sull’isola si rivolgeva a lei diversamente da milady. 
Verena allentò la presa sulla sua borsa di tela, avvertì la tensione nelle spalle sciogliersi appena. 
Il mercante vedeva gioielli d’oro e d’argento intagliati a mano, con pietre preziose incastonate nei mentali che brillavano alla luce del sole.
«Sono tutti molto belli» mormorò passandoli in rassegna con un’occhiata attenta. 
L’uomo si chinò sul banco e le indicò qualcosa. 
«Questo è fatto per te. Prendilo» disse.
Verena osservò il fermaglio per capelli che l’uomo le indicava. Due serpenti intagliati nell’argento, con i corpi intrecciati e le fauci spalancate una contro l’altra. Confusa, Verena se lo rigirò tra le mani.
«Perché è fatto per me?» chiese.
L’uomo la fissò da sotto le folte sopracciglia, guardandola da capo a piedi.
«Tu stai cambiando pelle, wanita putih, come il serpente» rispose con voce velata. «Prendilo.»
Quelle parole le strisciarono dentro, graffiando mentre le scendevano nel petto e sfiorando qualcosa che riposava lì. Poteva essere vero?
Non rispose. Frastornata, con gesti automatici Verena mise nelle mani dell’uomo alcune monete d’argento, poi ripose il fermaglio nella borsa di tela.
Mentre si allontanava, le parole del mercante continuarono a riecheggiarle nella mente.
Il vociare del mercato si era fatto troppo intenso, l’odore di pesce fresco mescolato a quello delle spezie iniziava a darle la nausea, la folla le si stringeva intorno impedendole di respirare. 
Lentamente, si avviò verso casa.
 
La sala da pranzo era illuminata da troppe candele.
Il calore evaporava nel fresco della sera attraverso le finestre aperte, ma l’aria nella stanza restava immobile, densa di cera fusa e di salsedine che saliva dalla spiaggia.
L’argenteria rifletteva la luce tremolante con ostinata eleganza.
Ogni cosa lì sembrava decisa a fingere di appartenere a un salotto di Londra, mentre era solo relegato su un’isola in mezzo al mare. 
A tavola sedevano lord e lady Hastings, il capitano Armitage, ufficiale della guarnigione, e il signor Fletcher, mercante della Compagnia delle Indie Orientali ospite a Langkara da alcune settimane.
Verena sedeva con la schiena dritta, le mani posate in grembo. Aveva indossato un abito azzurro pervinca, la scollatura bordata di pizzo, le maniche corte per non soccombere al caldo. Aveva raccolto i capelli in un’acconciatura stretta sulla testa, elegante e formale, tenuta ferma dal fermaglio a forma di serpente. Nessuno lo aveva commentato, ma lei ne avvertiva la presenza come fosse un segreto. 
Di fronte a lei, sir William osservava i dettagli della sala e gli altri commensali come se li stesse studiando. I suoi occhi non avevano l’immobilità educata degli altri uomini inglesi che aveva conosciuto, si muovevano con attenzione quieta, come se ogni volto che incontravano fosse una possibilità. La sua non era curiosità: era valutazione.
E Verena si concesse di studiarlo a sua volta. 
Non era il ragazzo che si aspettava, era più grande di lei. Un uomo con i capelli scuri che cominciavano a ingrigire, la barba dello stesso colore che non si radeva da qualche giorno, occhi azzurri attenti e astuti. Indossava un frac color blu di Prussia sopra una camicia bianca, la cravatta perfettamente annodata, ma c’era qualcosa nel suo aspetto che strideva con quegli abiti. Forse era il suo modo di sorridere. Non lo faceva mai per imbarazzo o per riempire i silenzi. Era un sorriso che sembrava appartenere a un pensiero privato, come se trovasse il mondo leggermente divertente e non avesse alcuna fretta di spiegarne il motivo.
«Ricordo ancora il viaggio estenuante che ho fatto per arrivare fin qui da Londra» stava dicendo lady Hastings, la sua voce risuonava al di sopra di quelle di tutti gli altri. «Un vero incubo! I mari orientali sono così imprevedibili.»
Verena osservò le labbra di sir William incresparsi di un nuovo sorriso dall’accento beffardo.
«Il mare è sincero, milady» disse «L’imprevedibilità è nella sua natura.»
Aveva una voce calda ma raschiata, in qualche modo ricordava il sapore ferruginoso del sangue. Sir William la modulava con cura, ma a tratti si incrinava in inflessioni che non appartenevano né a Londra né a nessun luogo preciso. Era la voce di qualcuno che aveva imparato a parlare in più di una lingua e a non appartenere del tutto a nessuna.
Il capitano Armitage intervenne brusco.
«Sincero o no, è infestato dai pirati.» 
«Esatto,» concordò il signor Fletcher «bisognerebbe spazzarli via e rendere queste acque più sicure.»
«Vi assicuro, signori,» intervenne lord Hastings «che si sta facendo tutto il possibile per ripulire la zona da questi criminali».
Verena abbassò lo sguardo. Detestava il modo in cui gli uomini parlavano del mare come se fosso una loro proprietà. 
«Curioso come il mare non faccia distinzioni tra pirati e ufficiali della marina britannica quando si tratta di inghiottirli» si lasciò sfuggire a voce non abbastanza bassa. 
Avrebbe dovuto rimanere in silenzio. Quelli erano discorsi da uomini, perfino sua madre non aveva detto nulla.  
Avvertì molti occhi fissarsi su di lei. E lo sguardo di suo padre bruciava più di tutti.
«E qualcuno a volte torna a galla» disse sir William. Verena levò gli occhi su di lui.
La guardava con un sorrisetto dipinto sulle labbra, come se si prendesse gioco di lei. E questo la disturbava.
«A proposito, lord Hastings» continuò l’uomo, rivolgendosi al governatore «avete saputo qualcosa su quell’uomo ritrovato nel porto?» 
Verena vide suo padre irrigidirsi per un istante. Bevve un sorso di vino prima di rispondere.
«Non molto» ammise. «Il dottore non è riuscito a stabilire né la causa né il momento del decesso. Sappiamo solo che era un bianco.»
«Probabilmente un marinaio caduto fuori bordo» tagliò corto il capitano Armitage.
«Signori, per favore, vi sembrano discorsi da fare a tavola?» intervenne lady Hastings, infastidita.
La conversazione virò subito sul commercio grazie al signor Fletcher.
Verena ascoltava come se fosse un brusio di sottofondo, la mente altrove.
Poi però sentì lo sguardo di sir William su di sé. Lo affrontò con aria interrogativa.
«Non sapevo che a Londra si usasse portare serpenti tra i capelli» le disse lui in tono fin troppo educato, tanto da risultare falso.
«Infatti non si portano» rispose Verena, portandosi il bicchiere alle labbra.
«Allora temo di non essere aggiornato sulla moda» insistette lui. 
«Non è una moda» rispose secca lei.
Lui assentì in silenzio, con un sorriso che non era più di scherno ma di interesse. Il che era anche peggio.
«Ha un significato?» chiese ancora.
Verena sospirò, dominando la crescente irritazione che l’ambiguità di quell’uomo le procurava.
«È un simbolo indigeno, non mi aspetto che qualcuno appena venuto da Londra possa comprendere.»
Eppure qualcosa le suggeriva che sir William avesse trascorso a Londra meno tempo di quanto ammettesse. Le sue mani, curate e pulite, che stringevano il bicchiere, non avevano la morbidezza di chi è estraneo alla fatica. 
Lui la guardò dritto negli occhi, come se la vedesse per la prima volta.
«Mettetemi alla prova.»
Le parole del mercante le risuonarono nella mente. Troppo intime, troppo profonde. Non aveva intenzione di condividerle con lui, l’uomo venuto da Londra per sposarla e riportarla alla civiltà inglese.
«Dovete perdonare mia figlia, sir William» intervenne lady Hastings. «È cresciuta su quest’isola» continuò sua madre «e ha dimenticato come si parla a un gentiluomo inglese. E ha l’assurda mania di raccogliere tutto ciò che proviene da questi luoghi privi di qualsiasi fascino.»
Il signor Fletcher si lasciò sfuggire una risatina. Verena serrò i pugni sotto il tavolo e abbassò lo sguardo. Il cuore prese a batterle forte e poteva sentire il sangue scorrerle incandescente nelle vene, mentre un nodo le serrava lo stomaco. 
Sua madre aveva una certa abilità nell’intercettare le cose che aveva a cuore e sminuirle davanti agli ospiti. Come se fossero di poco valore solo perché non erano inglesi, solo perché non poteva capire. 
«Le passioni giovanili hanno un’intensità ammirevole,» replicò sir William con uno di quei sorrisetti beffardi «ma sono fugaci. Sono certo che Londra saprà scacciare il fascino dell’esotico da una mente così influenzabile.» 
Verena serrò i denti per impedirsi di dare a sir William la risposta che meritava. Non lì, non davanti ai suoi genitori. Lo fissò senza curarsi di celare il disprezzo che le suscitava.
Lui sostenne a lungo il suo sguardo, un mezzo sorriso dipinto sul viso che la sfidava. 
Parlava con l’arroganza di tutti i coloniali che aveva conosciuto, e l’odioso paternalismo che Verena non sopportava, pronto a rimetterla al suo posto con la pazienza di un precettore.
Dalle finestre aperte giunse una lieve folata di vento che agitò appena le tende, sufficiente a portare in tavola l’odore del mare. Verena respirò profondamente, lo assorbì. 
Per un istante sentì il proprio respiro, stretto nel corsetto, allentarsi. Non perché la stanza fosse meno soffocante, ma perché quell’odore le ricordò che là fuori c’era qualcosa che non chiedeva il permesso di entrare, di muoversi. 
E per un momento la tavola, le candele, gli ospiti, tutto parve svanire. Verena vide la linea scura dell’orizzonte, come se fosse davanti ai suoi occhi, quasi le volesse indicare la strada. Come se il mare stesso avesse tracciato una rotta per lei e la stava chiamando a percorrerla. 
Quando il vento leggero si spense, la stanza era rimasta invariata. Ma Verena sentiva che qualcosa le si era risvegliato nel petto, una sensazione senza nome che si agitava e dimenava per evadere da una gabbia in cui era stata rinchiusa troppo a lungo.
   
 
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