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Autore: fangoro1341    10/02/2026    0 recensioni
Siamo nel 1370, l’epoca dei Signori, dei feudi e degli intrighi di potere. Ma è anche l'epoca dei contadini che lottano per sfamare le proprie famiglie. Nel castello-fortezza di Pagazzano, un piccolo borgo al confine con la Serenissima, due ragazzi, Antonio e Rossana, sognano una vita senza catene.
Ma l’inverno del 1370 porta con sé più della neve. Porta il volto affascinante e severo del capitano Teodoro, un uomo che profuma di cuoio e guerra, capace di scuotere il mondo di Rossana con un solo sguardo.
E porta i silenzi di Giovanni, lo stalliere fiorentino, e gli sguardi della governante Flora: segreti che nascondono patti antichi e verità inconfessabili. Tra cacce ai cinghiali e i primi battiti di un cuore che si risveglia, Rossana e Antonio impareranno che crescere significa imparare a mentire.
Genere: Romantico, Slice of life, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta
Capitoli:
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A cavallo il castello di Brignano non è molto distante dal nostro, partiamo in direzione nord-est. Io sono al fianco di Teodoro e di un suo commilitone. Stanno parlando in quella loro lingua straniera, incomprensibile, ma dal tono riesco a capire il suo stato d’animo, a volte allegro, a volte autoritario. Finché noto che, rivolgendo un cenno verso di me, il commilitone gli dice qualcosa poi si allontana. Teodoro mi guarda, sembra imbarazzato. “Milady, state bene?”. “Certo, signore, benissimo” e ora cosa gli dico? Sto guardando fisso davanti a me e cerco nella mente un argomento che non sia troppo stupido. “Avete mai conosciuto mia sorella?” chiedo dopo un attimo di esitazione. “No, Milady” risponde semplicemente. Certo che è un gran chiacchierone. “Quando eravamo più piccole lei veniva spesso al nostro castello ma ora è promessa sposa e non le è più permesso” e a lui cosa gliene fregherà! Sento le guance avvampare, sto facendo la figura della stupida. Per fortuna non manca molto, stiamo oltrepassando le prime case del villaggio. “Lo sapete che la madre di Benedetta è stata uccisa da mio padre?” “No, milady, non lo sapevo” si sistema sul cavallo girando leggermente il tronco verso di me. Ho attirato la sua attenzione, lo sapevo che un po’ di buon sano pettegolezzo alletta chiunque. Continuo intrigante. “Vedete, non proprio materialmente da mio padre se capite cosa intendo dire ma girano voci che l’abbia fatta arrestare e poi uccidere per un tradimento. Si racconta che dopo la morte della madre, Benedetta, ancora in fasce sia stata portata qui a Brignano dove è cresciuta con degli istitutori. In certe notti dalle torrette del castello si intravede una fiaccola che ballonzola come uno spettro e una voce ultraterrena che chiama “Benedettaaaaa” e imito con una mano davanti alla bocca un grido disperatamente lungo. “Dicono sia l’anima di sua madre che viene a cercarla per portarla via con se. Ma Benedetta giura che non ha mai sentito nessuna voce mentre le serve confermano la storia. Un vero mistero” annuisco seria mentre lui mi guarda perplesso. Si gratta prima il mento poi scoppia in una risata, rimango sgomenta a fissarlo, cosa c’è da ridere? “E scommetto che Benedetta è una che dorme profondamente tutte le notti e non abbia mai accesso a quelle torrette?” “Cosa intendete dire?” lo guardo confusa ma lui mi supera beffardo proprio mentre attraversiamo il portone del cortile delle stalle del castello di Brignano. Da lontano le sue labbra sembrano mimare “chiedete a vostra sorella”. Dopo aver dato tutte le disposizioni ai suoi uomini, Teodoro mi viene incontro a piedi con un sorriso compiaciuto. Si sta beffeggiando di me? “Entrate con me Milady?” mi chiede allungando la mano. Lo ignoro scendendo da cavallo dalla parte opposta alla sua. “No, grazie, preferirei andare a trovare mia sorella, se non vi dispiace” aggiungo con enfasi. È una scusa, l’incontro con mio padre non mi entusiasma granché, sicuramente discuteranno per tutto il tempo di strategie difensive e cose simili. Una serva mi accompagna nelle stanze di Benedetta. Il castello di Brignano è una vera residenza signorile, con stanze enormi, scalinate, grandi camini che riscaldano tutti gli ambienti. E ogni muro è affrescato con dipinti colorati e meravigliosi. Hanno molte stanze, ognuna con uno scopo diverso: dove vivono e dove ricevono gli ospiti, differenti a seconda se le persone sono gente del popolo o gente facoltosa. Per non parlare dei numerosi corridoi su cui si affacciano tantissime porte. Hanno la chiesa privata e addirittura una stanza adibita a teatro. Il nostro castello è una fortezza e non ha niente di tutto questo, è scomodo e freddo. Qui invece ti senti una regina. Benedetta è fortunata. La serva mi lascia davanti alla sua porta. Sento uno strano tremito, ho forse paura? L’ultima volta ci siamo lasciate in malo modo. E se non mi volesse vedere? Busso piano alla sua porta. Come mi apre il suo profumo di biancheria pulita mi assale insieme alla sua gioia disarmante. “Rossana, tesoro, come sono contenta di rivederti!”. Ho le lacrime agli occhi. Avrei dovuto aspettarmelo, lei non è capace di tenere il broncio. Sono stata stupida a pensare che non mi avrebbe mai perdonato, ci vogliamo bene. Bastava solo mettere da parte il mio sciocco orgoglio. “Ciao, Benedetta, sono contenta anch’io di rivederti. Come stai?”. “Oh. Bene, grazie, e tu?”. Mi osserva arricciando il naso. “E il tuo vestito dove è finito?”. Mi fa accomodare sulle poltroncine accanto al grande camino in pietra in cui scoppietta allegramente un fuocherello. Ha una camera meravigliosa e l’ampio letto nascosto da drappi di tessuto spesso color porpora si intona con le pesanti tende di velluto alle grandi finestre. La cassapanca, posta ai piedi del letto, è in massello di noce con placcatura intarsiata e cornici intrecciate in legno di acero, ha una maniglia in ottone per l’apertura del coperchio e i piedi a zampa di leone. Le pareti della camera sono affrescate con angioletti rappresentati come bambini piccoli: spesso paffuti e sorridenti, hanno in mano strumenti musicali e sono seduti o appesi a rami in fiore, intenti a giocare in uno sfondo azzurro. Ogni volta che li guardo mi sembra di perdermi con loro in giochi spensierati. Torno a concentrarmi su Benedetta che mi sta guardando divertita. “Mi devi un bel po’ di spiegazioni” dice mettendosi comoda con le mani in grembo. Le racconto le ultime vicende della mia avventura amorosa, non omettendo il fatto di essere arrivata al castello accompagnata da Teodoro. “Devi assolutamente vederlo. Ora è al cospetto di nostro padre, ma appena si libera te lo presento”. “E perché aspettare?” dice balzando in piedi. “Basta andare da lui”. E detto ciò mi prende la mano e mi trascina fuori dalla stanza. “Ma non possiamo disturbarli!” Sono terrorizzata. Ho il divieto assoluto di recarmi dal Signore quando ha gente. Ricordo perfettamente quella volta che, per uno strano scherzo, avevo interrotto un incontro di lavoro: mi cacciò in camera. Avevo circa otto anni, e quando a sera venne a prendermi, mi diede ben dieci scudisciate sul sedere con l’ordine che mai più avrei dovuto interromperlo mentre lavorava. Da allora mi sono ben guardata dal disobbedirgli. Benedetta mi sta trascinando per corridoi e scalinate e cerco di opporre resistenza, supplicandola. “Ma dai, vedrai che non si arrabbierà” mi dice per convincermi a seguirla. Appena fuori dalla sala grande, mi blocco. “Io non entro!” sibilo. Mi guarda accigliata. “Va bene. Entro io. Come faccio a riconoscerlo?”. “È quello più bello, che domanda! Lo riconoscerai subito” rispondo decisa, quindi mi addosso al muro facendole cenno di entrare; lei può anche non aver paura, ma io sì. Mio padre è l’unica persona al mondo che mi terrorizza, anche perché al villaggio si raccontano di quelle storie sul suo conto… da pelle d’oca. Mi appoggio all’uscio per origliare. Si sente la sua voce autoritaria che discorre di qualche strategia di difesa riguardo al castello di Trezzo. Ecco i passettini di Benedetta sul pavimento, la immagino che si avvicina al grande tavolo dove tutti sono seduti. Lei, al contrario di me, non ha alcun timore di nostro padre, sa sempre come trattare con lui. La voce squillante e sensuale di mia sorella, saluta: “Buongiorno, signori”. Tutti si azzittiscono e immagino lo sguardo del padrone farsi severo. “Buongiorno, Benedetta. Signori, questa è mia figlia”. E invece il tono è tranquillo e pacato. Ha sempre avuto un debole per lei. “Voglio solo ringraziare il capitano Teodoro per aver accompagnato al nostro castello mia sorella” continua lei. Astuta. “Ne sono stato onorato, milady”. La voce del mio bellissimo condottiero è inconfondibile e ho un piccolo moto di invidia: chissà come sta ammirando la bellezza di Benedetta! “Ora, Benedetta, perché non torni da lei e ci lasci? Dobbiamo parlare di lavoro!”. “Sì, padre. Buongiorno a tutti”. Sicuramente ha fatto un inchino e il migliore dei sorrisi, a cui nessuno può resistere. Il ticchettio delle sue scarpette torna verso di me. Appena uscita mi riprende la mano e ci allontaniamo. “Allora, cosa te ne pare?” Aspetto con ansia la risposta. “Oh, è bellissimo, e quegli occhi così… cupi, cattivi, mi hanno fatto venire la pelle d’oca, vi ho letto una ferocia… sensuale”. Ha parlato sognante e fingendo un tremito di piacere. Poi continua imperterrita “ne ho sentito parlare” riduce la voce a un sussurro, “lo ritengono un uomo senza credo, un potente guerriero, uno spietato aguzzino” “Non è vero che è cattivo” rispondo infastidita a tutte quelle maldicenze “è così dolce e… gentile,” adesso sono io quella sognante “e simpatico!” e come un fulmine a ciel sereno mi viene in mente la sua frase allusiva prima di lasciarci alle stalle. “A proposito di Teodoro” vorrei proprio togliermi il dubbio che mi ha inculcato. “Che c’è?” mi chiede scostandosi accigliata. “Gli ho raccontato la storia del fantasma del castello…” lascio in sospeso la frase per vedere la sua reazione. “E gli è piaciuta, ha avuto timore?” incalza per farmi parlare. “Veramente si è messo a ridere e senza darmi spiegazioni, ha detto che avrei dovuto chiedere a te” le chiedo con le braccia incrociate al petto, ferma fuori dalla sua camera. Benedetta apre la porta e mi fa cenno di entrare, ma io risoluta rimango immobile. “E cosa dovrei dirti io?” chiede col suo fascino sbattendo gli occhioni. “Non ci casco, lo sai che non hai fascino su di me” la redarguisco. Mi sta guardando con quell’aria da innocente ma non attacca proprio, così dopo un attimo di esitazione mi prende per il gomito e mi trascina dentro, guarda che non ci sia nessuno fuori nel corridoio e richiude la porta dietro di se. Io rimango imperterrita con le braccia conserte a osservarla, battendo un piede a terra. “Cosa vuoi che ti dica?” chiede esasperata allargando le braccia “Magari comincia a spiegarmi questa storia del fantasma!” le dico seria. “Senti mi dispiace, è stato divertente, cosa ti posso dire, è successo per caso, una notte non riuscivo a dormire e mi sono aggirata per i corridoi con una lanterna. Il giorno dopo hanno iniziato a girare delle strane voci, era buffo sentire le serve che bisbigliavano sulla presenza di un fantasma e ancora di più vederle spaventate quando si avvicinava la sera, così ho iniziato a addentrarmi più spesso nei corridoi la notte e poi mi è venuto in mente di provare a urlare… dapprima un semplice ‘uuuuuuh’ poi quando a qualcuna è sembrato di sentire chiamare il mio nome… sono loro che hanno fatto il resto, cioè mettere insieme la storia, io mi sono semplicemente prestata a realizzarla” Rimango a fissarla sbalordita, la mia bocca deve essere aperta per lo sgomento. Non ci posso credere e io che ho sempre creduto a questa storia… ma certo che stupida, solo gli stolti credono a certe baggianate, lo dice sempre donna Flora che la gente del villaggio ha molta fantasia. Solo non capisco… “E perché non me lo hai detto? Ho sempre creduto fosse vera!” le intimo. “Beh, all’inizio ci credevo anch’io, poi quando ho realizzato che ero stata io col mio girovagare di quella notte a dare luogo a quelle fantasie… non so, mi sono divertita e si anche alle tue spalle” sembra dispiaciuta, “mi dispiace, avrei dovuto dirtelo”. “Sì avresti dovuto dirmelo” mi sfugge un sospiro per la vergogna che provo: ci sono cascata anche io come una sempliciotta. “Abbiamo sempre condiviso tutto Benedetta” proseguo mentre lei si sta sedendo sulla poltroncina avvilita. Rimango un attimo a guardarla, sembra davvero pentita. Non voglio litigare ancora con lei così cerco di tirarle su il morale “potevamo farlo insieme anche questa volta, potevamo spaventare insieme, ti immagini due fantasmi che arrivano da due diverse direzioni del corridoio e poi si incontrano”. Dopo avermi guardato con sgomento inizia a ridere a crepapelle tenendosi le mani sulla pancia. “E magari ululare da due diverse posizioni, te le immagini le serve”. Entrambe ci sbellichiamo dalle risate. Sono contenta di essere stata capace di trattenermi dal litigare di nuovo. Si, è molto più semplice andare d’accordo, mettendo da parte il mio sciocco orgoglio. In fondo cosa è mai? Ha solo omesso di dirmi la verità.
   
 
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