TRENTADUE SECONDI
Tra i tanti talenti di Erwin Smith, non compare la matematica.
Per insegnargli le frazioni, suo padre lo costringeva a tagliare pagnotte di pane per pomeriggi interi, e a forza d’impastare le mani di sua madre si erano seccate tutte e riempite di calli durissimi.
Ha smesso di usare le mani per contare solo a vent’anni, quando il Comandante Pixis lo ha sorpreso con le dita per aria durante una riunione importante.
Perché lo sto facendo?
È diventato bravo a calcolare le distanze con il passare del tempo. Una scelta che non è una vera scelta, non quando la distanza di qualche centimetro o secondo fa la differenza tra l’essere inghiottito da un Gigante e il potersi addormentare tranquillo nel suo letto la sera.
Non pensa che lo vedrà più, il suo letto.
Non quando il suo cavallo, la meravigliosa Daisy, la maestra della fuga, che ama il sedano e bere l’acqua direttamente dalla manichetta anti-incendio, mangia i metri che lo separano dalla morte con la velocità di chi non vede l’ora che sia tutto finito.
Perché lo sto facendo?
Intravede con la coda dell’occhio il cadetto che gli cavalca accanto; non può vederne il viso, ma lo conosce di vista. Wagner, si chiama, ed ha appena compiuto sedici anni. Ricorda di aver sentito cantare una canzone di compleanno per lui neanche tre settimane fa.
Nessuno sta cantando ora, men che meno Wagner, che urla e piange e urla di nuovo fino a che non esaurisce la voce – o forse è colpa del masso che lo colpisce dritto in mezzo agli occhi e sporca il mantello di Erwin di sangue e cervello.
Gli viene da ridere. Lo seguono e muoiono dietro e accanto a lui, come se fosse un uomo adatto a tanta devozione. Sono un uomo spregevole, pensa, vi ho ingannati tutti.
Perché lo sto facendo?
Trentadue secondi. È il tempo necessario perché le foglie di tè verde sprigionino tutto il sapore che contengono, alla precisissima, nevrotica temperatura di novantacinque gradi centigradi. Per pura coincidenza, e con non poca ironia, è anche il tempo che gli rimane su questa Terra, quindi deve spenderlo bene, a pensare alle cose giuste, alle cose migliori.
Dannazione, sono così pochi.
Avrebbe voluto solo un pochino di tempo in più, quel che bastava per mandare alle ortiche tutti i soldati del Corpo di Ricerca, scivolare oltre le mura e raggiungere quella cantina. Vorrebbe raggiungere il Gigante Bestia e chiedergli per favore di aspettare solo un attimo, un secondo, tutto quello che è necessario per sapere che non ha ucciso suo padre per niente, e promettergli che sarebbe tornato in tempo per farsi ammazzare dal prossimo masso volante.
Perché lo sto facendo?
Erwin è sicuro che sia un’allucinazione, ma in lontananza vede un uomo. Indossa ancora il cappello di quando l’ha visto per l’ultima volta, quand’è uscito di casa per tornare solo dentro ad una bara. Gli piace immaginare che sia fiero di lui. Che sia orgoglioso di vedere dove l’ha portato quell’innocente domanda sussurrata in classe. Che cosa avrebbe fatto, una volta conosciuta la verità? Forse non è importante quanto il cercare la risposta. Vorrebbe essersene accorto prima.
Perché lo sto facendo?
Alza gli occhi al cielo, quasi per caso, e lo vede come l’ha visto quel giorno, tanti anni fa. Levi Ackerman fende l’aria più in alto, più veloce, meglio di chiunque abbia mai visto. Aggraziato come un ragno e veloce come un proiettile. Mentre vola, Erwin giura di poter vedere attraverso i suoi occhi, immaginarne la prospettiva, sentire i tendini del polso tesi mentre stringe le maniglie, la trazione annodata agli addominali, come se potesse sgusciare dentro la sua pelle indossare il suo corpo per tutta la durata del volo. Lo fissa controluce, il sole che gli ferisce gli occhi, perché guardare Levi Ackerman è molto meglio che guardare l’enorme sasso che sta per colpirlo.
È meraviglioso. Come il primo volo delle rondini che tornano dopo l’inverno. La certezza che accompagna ogni suo movimento, la silenziosa sicurezza che esiste solo davanti ad un Gigante, ma si scioglie quando beve una tazza di tè ancora fumante, o quando consola un soldato ad un passo dalla morte, o quando lo bacia sulla bocca, lo lascia senza fiato. Se Levi può librarsi attraverso e sopra ad un Gigante, cosa gli impedisce di uscire dalle mura?
Avrebbe dovuto chiederglielo, ma se n’è dimenticato.
Perché sei rimasto? Perché non scappi?
Mentre lo guarda il momento si allunga, srotolandosi davanti ai suoi occhi come il metro di un sarto. Erwin sorride, l'euforia lo attraversa.
Il suo eroe.
Perché lo sto facendo?
Invece dei palazzi ammuffiti del Sottosuolo, lo sfondo del volo di Levi è il cielo dei primi giorni d’estate. I capelli scuri illuminati dal sole. Il mantello gonfio di vento come ali spiegate dietro di lui.
Ah, pensa Erwin, ecco.
Note dell'Autrice: Ho visto l'Attacco dei Giganti più di due anni fa, e da allora non passa giorno senza che ci pensi. Amo il dolore :)
Per insegnargli le frazioni, suo padre lo costringeva a tagliare pagnotte di pane per pomeriggi interi, e a forza d’impastare le mani di sua madre si erano seccate tutte e riempite di calli durissimi.
Ha smesso di usare le mani per contare solo a vent’anni, quando il Comandante Pixis lo ha sorpreso con le dita per aria durante una riunione importante.
Perché lo sto facendo?
È diventato bravo a calcolare le distanze con il passare del tempo. Una scelta che non è una vera scelta, non quando la distanza di qualche centimetro o secondo fa la differenza tra l’essere inghiottito da un Gigante e il potersi addormentare tranquillo nel suo letto la sera.
Non pensa che lo vedrà più, il suo letto.
Non quando il suo cavallo, la meravigliosa Daisy, la maestra della fuga, che ama il sedano e bere l’acqua direttamente dalla manichetta anti-incendio, mangia i metri che lo separano dalla morte con la velocità di chi non vede l’ora che sia tutto finito.
Perché lo sto facendo?
Intravede con la coda dell’occhio il cadetto che gli cavalca accanto; non può vederne il viso, ma lo conosce di vista. Wagner, si chiama, ed ha appena compiuto sedici anni. Ricorda di aver sentito cantare una canzone di compleanno per lui neanche tre settimane fa.
Nessuno sta cantando ora, men che meno Wagner, che urla e piange e urla di nuovo fino a che non esaurisce la voce – o forse è colpa del masso che lo colpisce dritto in mezzo agli occhi e sporca il mantello di Erwin di sangue e cervello.
Gli viene da ridere. Lo seguono e muoiono dietro e accanto a lui, come se fosse un uomo adatto a tanta devozione. Sono un uomo spregevole, pensa, vi ho ingannati tutti.
Perché lo sto facendo?
Trentadue secondi. È il tempo necessario perché le foglie di tè verde sprigionino tutto il sapore che contengono, alla precisissima, nevrotica temperatura di novantacinque gradi centigradi. Per pura coincidenza, e con non poca ironia, è anche il tempo che gli rimane su questa Terra, quindi deve spenderlo bene, a pensare alle cose giuste, alle cose migliori.
Dannazione, sono così pochi.
Avrebbe voluto solo un pochino di tempo in più, quel che bastava per mandare alle ortiche tutti i soldati del Corpo di Ricerca, scivolare oltre le mura e raggiungere quella cantina. Vorrebbe raggiungere il Gigante Bestia e chiedergli per favore di aspettare solo un attimo, un secondo, tutto quello che è necessario per sapere che non ha ucciso suo padre per niente, e promettergli che sarebbe tornato in tempo per farsi ammazzare dal prossimo masso volante.
Perché lo sto facendo?
Erwin è sicuro che sia un’allucinazione, ma in lontananza vede un uomo. Indossa ancora il cappello di quando l’ha visto per l’ultima volta, quand’è uscito di casa per tornare solo dentro ad una bara. Gli piace immaginare che sia fiero di lui. Che sia orgoglioso di vedere dove l’ha portato quell’innocente domanda sussurrata in classe. Che cosa avrebbe fatto, una volta conosciuta la verità? Forse non è importante quanto il cercare la risposta. Vorrebbe essersene accorto prima.
Perché lo sto facendo?
Alza gli occhi al cielo, quasi per caso, e lo vede come l’ha visto quel giorno, tanti anni fa. Levi Ackerman fende l’aria più in alto, più veloce, meglio di chiunque abbia mai visto. Aggraziato come un ragno e veloce come un proiettile. Mentre vola, Erwin giura di poter vedere attraverso i suoi occhi, immaginarne la prospettiva, sentire i tendini del polso tesi mentre stringe le maniglie, la trazione annodata agli addominali, come se potesse sgusciare dentro la sua pelle indossare il suo corpo per tutta la durata del volo. Lo fissa controluce, il sole che gli ferisce gli occhi, perché guardare Levi Ackerman è molto meglio che guardare l’enorme sasso che sta per colpirlo.
È meraviglioso. Come il primo volo delle rondini che tornano dopo l’inverno. La certezza che accompagna ogni suo movimento, la silenziosa sicurezza che esiste solo davanti ad un Gigante, ma si scioglie quando beve una tazza di tè ancora fumante, o quando consola un soldato ad un passo dalla morte, o quando lo bacia sulla bocca, lo lascia senza fiato. Se Levi può librarsi attraverso e sopra ad un Gigante, cosa gli impedisce di uscire dalle mura?
Avrebbe dovuto chiederglielo, ma se n’è dimenticato.
Perché sei rimasto? Perché non scappi?
Mentre lo guarda il momento si allunga, srotolandosi davanti ai suoi occhi come il metro di un sarto. Erwin sorride, l'euforia lo attraversa.
Il suo eroe.
Perché lo sto facendo?
Invece dei palazzi ammuffiti del Sottosuolo, lo sfondo del volo di Levi è il cielo dei primi giorni d’estate. I capelli scuri illuminati dal sole. Il mantello gonfio di vento come ali spiegate dietro di lui.
Ah, pensa Erwin, ecco.
Note dell'Autrice: Ho visto l'Attacco dei Giganti più di due anni fa, e da allora non passa giorno senza che ci pensi. Amo il dolore :)


