«Buon anno, Edward.»
«Buon anno anche a te, Fischer.»
Oliver restituì il telefono a Selena, poi si avviò per tornare in sala.
Schivò la signora De Santis, che gli parve si stesse dirigendo verso di lui, e si diresse verso Veronica Young. Non lo faceva impazzire l’idea di parlare con lei, ma gli sembrava poco elegante non scambiare nemmeno qualche parola con una conoscente.
«Fischer, mi sorprendeva che non fossi ancora venuto a salutarmi» lo apostrofò Veronica.
«Potrei dire la stessa cosa di te» ribatté Oliver. «Volevo porgerti le mie congratulazioni per il tuo nuovo incarico.»
«Grazie.»
Il tono di Veronica era piuttosto freddo, come se il ruolo a cui Oliver le aveva accennato le fosse del tutto indifferente.
«Di niente. Spero che tua figlia non decida di scappare a gambe levate. Per una neofita, l’Evolution Grand Prix Series potrebbe essere un mondo molto difficile nel quale muoversi.»
«Annabelle sa quello che deve fare» replicò Veronica, secca.
Oliver sorrise.
«Lo spero per lei.»
Nonostante Veronica fosse stata la manager di Tina, il gelo tra di loro non si era mai affievolito del tutto. Oliver non si stupì che la Young fosse desiderosa di passare oltre.
Quando Veronica lo salutò frettolosamente, senza nemmeno fargli gli auguri di un felice anno nuovo, Oliver si guardò intorno, per accertarsi che i coniugi De Santis non fossero nelle immediate vicinanze.
Non li vide. Non aveva alcun desiderio di immergersi in un’altra conversazione con loro. Cercò piuttosto Selena. Non c’era, era probabile che fosse ancora in corridoio al telefono con Edward.
Oliver non aveva intenzione di fare un’altra irruzione, si limitò a dirigersi verso il limitare della sala. Il corridoio era completamente buio. Oliver varcò la soglia e uscì.
Dov’era Selena? Perché non era ancora rientrata nella sala? Dove poteva essersi cacciata?
Gli venne da pensare che si fosse recata alla toilette, ma udì un suono familiare: lo smartphone di Selena era lì, in corridoio, e c’era una chiamata in ingresso.
Lo vide, a terra, con lo schermo illuminato. Andò in quella direzione, lo raccolse. C’era una crepa sul display.
La chiamata in arrivo era di Edward. Oliver non trovò altra soluzione a parte quella di rispondere.
«Ehi, Roberts.»
«Dov’è mia moglie?» chiese Edward.
Il suo tono di voce appariva allarmato. Oliver si affrettò a rassicurarlo: «È in bagno. Mi ha lasciato il suo telefono.»
Edward parve convinto da quella spiegazione: «Ti ha già detto di Annabelle?»
«Che cosa doveva dirmi?»
«Niente, lascia perdere. Ti spiegherà tutto.»
Oliver insisté: «Dimmi. Mi sembri un po’ in allarme. È successo qualcosa?»
«Non lo so» rispose Edward, «non ancora.»
Chissà come avrebbe reagito, se avesse saputo che Oliver aveva trovato il telefono a terra, senza alcun blocco e con lo schermo rotto, mentre non vi era alcuna traccia di Selena. Era meglio che non lo sospettasse neanche minimamente, almeno per il momento.
«Va bene, chiedo a lei» si arrese. «Perché la stavi cercando?»
«Niente, lascia stare.» Edward ridacchiò. «Prima mi sono dimenticato di dirle una cosa di poca importanza e non volevo aspettare più tardi.»
«Posso riferirgliela.»
«No, riguarda Finny Mondo. È una cazzata, non intendo disturbarla per questo.»
«Va bene» concluse Oliver. «Ti saluto e ti auguro buon anno un’altra volta. Selena non si vede ancora, avrà trovato la fila in bagno.»
«Buon anno anche a te» ribadì Edward. «Ci sentiamo presto.»
Dopo un ultimo saluto, Oliver riattaccò e si infilò in tasca il telefono con lo schermo rotto. Da un lato fu un sollievo non dovere più mentire a Edward, dall’altro, sapeva di essere completamente solo.
Dove poteva essersi cacciata Selena? Cosa poteva essere accaduto di così importante da spingerla a lasciare lì lo smartphone? Oliver cercò di farsi venire in mente una spiegazione razionale, ma non gliene venne in mente nemmeno una. L’unica considerazione sensata fu che il telefono, in tasca, non gli era di alcuna utilità, quindi tanto valeva riprenderlo fuori e attivare la torcia.
Con quella fioca illuminazione si avviò lungo il corridoio. Passò accanto alla stanza nella quale sia Selena sia Ivana Blaze erano andate a cambiarsi prima di presentarsi nella sala del ricevimento e passò oltre.
Il momento in cui aveva fatto irruzione per comunicare a Selena di avere letto il nome di Remy Corvin sulla lista degli invitati sembrava ormai lontano anni luce, così come le vaghe allusioni sessuali fatte insieme all’amica.
Proseguì, finché non giunse nei pressi di una scala. Portava al piano di sopra, ma anche a quello di sotto. Entrando nell’edificio, si saliva di qualche gradino. Doveva esservi un piano seminterrato. Se Selena non era da nessuna parte, era possibile che fosse andata di sopra o di sotto?
Era immerso in quelle riflessioni quando vide qualcuno che saliva le scale nella sua direzione. Abbassò il fascio della torcia per non disturbargli la vista. Non fece in tempo a capire se si trattasse di un uomo o di una donna. Di certo, non vestiva in maniera particolarmente vistosa.
Sbucò un’altra persona. Oliver non ebbe il tempo di dire o di fare nulla. Il telefono gli venne strappato di mano. Non comprese che cosa stesse succedendo, si accorse solo di avere perso l’equilibrio. Stava precipitando lungo la scala e tutto stava diventando buio e lontano.
***
«Lascia andare Oliver» fu l’ordine perentorio di Selena. «Lascialo andare e anche tu potrai essere libero.»
Patrick non parlò, non si mosse. Sapeva che, se l’avesse desiderato, avrebbe potuto sbarazzarsi delle catene che lo trattenevano, ma sentiva di non poterlo fare.
Lasciare andare il ragazzino - continuava a ritenerlo tale, nonostante fosse a un passo dai quarant’anni - non poteva essere una soluzione, non dopo avere cercato di proteggerlo per tutto quel tempo. Doveva solo sperare che Selena dimenticasse e che anche Oliver non conservasse ricordo di ciò che stava succedendo.
Selena fu la prima a svanire. Patrick smise di avvertire la sua presenza. Fischer, invece, era ancora davanti a lui. Anche senza alzare gli occhi, Patrick poteva sentire il suo sguardo addosso a sé.
«Chi sono davvero?» domandò colui che un tempo era stato solo un ragazzino indifeso. «Chi sono? Perché ho creduto così a lungo che la mia identità coincidesse con la tua?»
Patrick avrebbe dovuto tacere, ma non gli riuscì. Avrebbe dovuto continuare a eludere lo sguardo di Oliver, ma ugualmente non ne fu capace.
«Non so perché tu abbia creduto di essere la parte migliore di me» ammise, «ma ti è servito per scoprire la verità sull’incidente mio e di Harrison. È stato forse un errore?»
«Ho cercato per anni di essere me stesso» replicò Oliver, «e mi sono sforzato in tutti i modi di allontanarmi da te... alla fine, ero già me stesso?»
Patrick tornò ad abbassare lo sguardo. Non rispose alle accuse di Oliver Fischer, si limitò a sentirlo svanire allo stesso modo in cui era svanita Selena. Rimase solo, nella sua bolla di oscurità, in quella dimensione personale nella quale aveva scelto di rinchiudersi, ma non rimase solo troppo a lungo.
«Finalmente ci conosciamo, Herrmann.»
A parlare, era stata una voce femminile. A Patrick venne spontaneo alzare la testa e guardarla.
La nuova arrivata era bruna e aveva un’aria familiare. Seppure non l’avesse mai incontrata, Patrick sapeva di avere di fronte Tina Menezes.
«Io e te dobbiamo parlare» affermò costei.
«Non credo proprio» replicò Patrick. «Qualsiasi cosa io dicessi, sarebbe del tutto inutile.»
«Forse» convenne Tina, «e forse non sarebbe così sbagliato se tu restassi qui rinchiuso e immobilizzato, incapace di fare altri danni.»
«Sei qui per giudicarmi?»
«Credo che sia tu il primo a giudicare te stesso, Herrmann. Del resto, chi non lo farebbe? Quando eri dall’altra parte, hai giocato con i sentimenti delle persone. Tutto ciò che volevi fare era distruggere chi vedevi come un avversario. Non è così inumano: facevo il tuo stesso mestiere e so bene che dare la sensazione di annientare i rivali è spesso l’unico modo per sentire di avere qualche speranza di svettare. Però ci sono limiti che non dovrebbero essere oltrepassati. Tu l’hai fatto.»
«È così» ammise Patrick. «Prima di incontrare Selena, ero una pessima persona.»
Tina Menezes rise.
«Certo, come no. È così facile affermare che l’amore sia salvifico. È più difficile rendersi conto di avere avuto un’evoluzione personale, quindi raccontati pure che avevi solo bisogno di trovare una musa ispiratrice che ti rendesse migliore. Raccontati che non sarai mai pronto per varcare definitivamente la soglia, perché Oliver deve essere protetto a ogni costo. Chi vuoi proteggere, Oliver o te stesso?»
«Non sai niente di me» si difese Patrick.
«So che quelle catene esistono soltanto perché tu le fai esistere» replicò la Menezes. «Non capisci che questo non ti porterà da nessuna parte?» Si avvicinò. «Avanti, Herrmann, alzati e lascia che Oliver si stacchi da te, anche se questo vorrà dire andare avanti in prima linea, anziché nasconderti dietro di lui. È giusto che possa ritrovare i ricordi che ha perduto.»
«Si metterà nei guai.»
«Forse, ma si è già messo nei guai per te, non ritieni che sia in grado di cavarsela anche se dovesse farlo soltanto per se stesso?»
Le catene vibrarono. Patrick sapeva che gli sarebbe bastato desiderare di vederle a pezzi per renderlo possibile. Si limitò a puntualizzare: «Non dovresti essere qui, Menezes. Non dovresti preoccuparti per me.»
«Sai, Herrmann, non mi sono nemmeno resa conto di avere varcato la soglia» gli raccontò Tina. «Mi sono ritrovata nel deserto e ad accogliermi ho trovato Keith Harrison. Non l’avevo mai incontrato nella mia vita, eppure mi è stato vicino, mi ha aiutata ad accettare la mia nuova dimensione.»
«Ha importanza?»
«Significa che sono legata a lui, indipendentemente dal fatto che lo volessi o meno. È morto insieme a te.»
«Però accanto a lui ci sei tu, non io.»
«Ci sei stato.»
«Era Fischer, non io.»
«C’eri anche tu. Accettalo. Passa definitivamente dalla nostra parte. Staccati da chi tiene ancorato all’altro lato.»
«Chi penserà a Fischer?»
«Se la caverà da solo.»
«Era un ragazzino innocente» replicò Patrick. «Ha visto qualcosa di troppo e ha rischiato di pagarlo con la vita.»
«È pronto per scoprirlo» affermò Tina. «Non devi più insister-...»
La Menezes venne interrotta da un’altra voce familiare.
«Smettila di pensare a te stesso come a qualcuno che può prendersi il lusso di rimanere in disparte» gli intimò Keith Harrison in persona. «Oliver Fischer se la può cavare anche da solo. È riuscito perfino a farti apparire come umano e ragionevole, non c’è nulla che non possa fare.»
Patrick sussultò. Non si aspettava di ritrovarsi di fronte al suo vecchio rivale, ma soprattutto non si aspettava che Harrison lo vedesse inginocchiato a terra, trattenuto da spesse e pesanti catene.
«Perché sei qui?» gli chiese.
«Perché so che sei un coglione senza senso critico e che non ascolteresti la Menezes» rispose Keith. «Ti dirò, a me non fa né caldo né freddo la tua decisione di estraniarti da tutto e da tutti per annaspare nella tua dimensione personale, però non è utile a nessuno. Non pensi che sia meglio affrontare i problemi, piuttosto che lasciare che ci sommergano?»
«I problemi finiranno per sommergere il ragazzino, se smetterò di proteggerlo. Per caso è questo che vuoi?»
«Il “ragazzino”, come lo chiami tu, ha dimostrato di valere molto più di te... però io so chi sei davvero.»
Patrick fissò Keith, i loro sguardi si incrociarono.
«Sentiamo, chi sono?»
«Sei l’unico a cui sia mai davvero importato qualcosa di Diaz» rispose Harrison. «Sei l’unico che non ha creduto alle spiegazioni ufficiali sul suo incidente.»
«Infatti sono morto per questo» replicò Patrick, «e sei morto anche tu.»
«Ci siamo sacrificati per una giusta causa.»
«Forse, ma non avrei dovuto coinvolgere te.»
«Ci sono tante cose che non avresti dovuto fare, Herrmann» puntualizzò Harrison, «ma le hai fatte comunque, con effetti devastanti. Non ha senso recriminare, non adesso che, seppure perduta la nostra condizione umana, restiamo più umani di chi sta dall’altra parte.»
«Dall’altra parte, c’è chi ha avuto la bella pensata di sostituire piloti con unità artificiali» gli fece eco Tina Menezes. «Dirai che non è così terribile e, a primo impatto, non lo è. Però c’è chi progetta di mettere nell’abitacolo degli androidi che ci somigliano, per far sì che la gente si illuda di riavere noi.»
«E quindi?» obiettò Patrick.
«Quindi di là c’è gente animata da pessime intenzioni» rispose la Menezes, «mentre tu te ne resti qui, protetto dalle tue stupide catene, incurante del fatto che Oliver abbia bisogno di ritrovare se stesso per arrivarci in fondo. Che ti piaccia o no, il “ragazzino” ha già a che fare con l’Evolution Grand Prix Series e con i suoi vertici.»
«Ecco, ascoltala» insisté Keith. «Tina è molto più lucida di te. Sbarazzati di quelle catene e fai ciò che è meglio per tutto.»
«Sai, Harrison» ribatté Patrick, «queste catene sono l’unica cosa che mi impedisce di prenderti a pugni. Sei davvero sicuro che eliminarle sia la soluzione migliore?»
«Hai già provato una volta a mettermi le mani addosso» gli ricordò Harrison, «ma non mi pare che ti sia andata troppo bene.»
Patrick si lasciò andare a un sorriso.
«Mi avevi ostacolato deliberatamente nell’ultimo turno di qualifiche.»
«Neanche per sogno. Sei tu che hai iniziato a vaneggiare e ad accusarmi senza fondamento.»
«Inventatene una migliore.»
«Avevo fatto un pessimo tempo. Dovevo assolutamente migliorare la mia posizione. Il mondo non ruotava intorno a te, Herrmann. Puntavo a una posizione dignitosa sulla griglia di partenza, non a ostacolare te.»
La spiegazione di Harrison aveva il suo senso, ma Patrick non era del tutto convinto che si trattasse della verità. Quel piccolo incidente aveva fatto esplodere la loro rivalità, rovinando per sempre quello che era stato un già poco stabile rapporto di rispetto reciproco.
Keith continuò: «Sai benissimo quanto sia bastata una piccola scintilla per non potere più tornare indietro. Vuoi che succeda la stessa cosa, ma con due manichini al posto nostro?»
Le catene si spezzarono. Patrick era libero e, con tutta probabilità, lo era anche Oliver. Non si alzò. Rimase inginocchiato, chiedendo al vecchio avversario: «Perché dovrebbe spaventarci l’idea che due manichini cerchino di distruggersi a vicenda dopo essere stati programmati per fingersi noi?»
«Quei manichini» gli ricordò Keith Harrison, «correranno contro delle persone vere. Io e te non ci siamo mai messi deliberatamente in pericolo a vicenda, e soprattutto non abbiamo mai coinvolto altri. Le unità artificiali non lo faranno e il fatto che non ci sia ancora la possibilità di mettere in pista unità artificiali che possano spacciarsi per noi non significa che non ci siano altri pericoli imminenti. L’Evolution Grand Prix Series potrebbe diventare una carneficina mascherata dietro a un vago sentore di progresso.»
***
Oliver aprì gli occhi e si sentì soffocare. Gli ricordò la sensazione che aveva provato la prima volta che aveva indossato una cravatta, a dodici anni, il giorno della cresima. Gliel’aveva allacciata sua madre e non era riuscito in alcun modo ad allentarla.
Un brivido lo scosse. Per la prima volta da ventitré anni e sette mesi aveva avuto un ricordo antecedente all’incidente. Il completo blackout che l’aveva accompagnato per tutto quel tempo si era spezzato. Oliver non avrebbe saputo dire se provasse paura oppure sollievo. Accanto all’immagine di se stesso bambino con la cravatta al collo, tuttavia, si affiancò quella del telefono di Selena con lo schermo rotto. La telefonata con Edward Roberts gli riecheggiò in testa.
Cos’era successo dopo? Oliver si rese conto di non saperlo. Si era ritrovato su una spiaggia insieme a Selena e a Patrick Herrmann, quest’ultimo più distante da lui di quanto non lo fosse mai stato. Le loro storie si erano intrecciate al punto tale che per lungo tempo Oliver non aveva saputo dove finisse la sua personalità e dove iniziasse quella di Patrick Herrmann. Quella fusione di anime l’aveva spiazzato. Con un sospiro, si rese conto che era finita. Forse Oliver Fischer non era mai stato Patrick Herrmann, ma era sempre stato Oliver Fischer.
Alla sensazione di sollievo, tuttavia, se ne aggiunse un’altra. Oliver si sentì soffocare di nuovo. Si rese conto di essere gettato a terra, con i polsi legati dietro la schiena. Tentò di muovere le gambe, ma si rese conto di avere le caviglie trattenute da una corda. Avrebbe voluto imprecare, ma aveva la bocca tappata da un pezzo di tessuto che puzzava di polvere.
Non era solo. Nel freddo di quella notte di dicembre - o era già gennaio? - avvertiva il calore di un’altra persona accanto a sé, i loro corpi che si sfioravano.
Selena, realizzò Oliver. Qualcuno l’aveva trascinata là sotto. L’aveva cercata ed era andato maledettamente vicino a trovarla, ma era stato fermato prima che fosse troppo tardi.
Selena si mosse. Oliver udì un gemito a cui era difficile dare un’interpretazione. Si spinse contro di lei, era l’unico modo con cui poteva farle percepire la propria vicinanza.
***
Tina Menezes se n’era andata. Patrick non credeva che avrebbe sentito la sua mancanza, ma l’idea di rimanere da solo con Keith non lo allettava.
«Perché non te ne vai anche tu, Harrison?»
Erano in piedi l’uno di fronte all’altro, né circondati da luce, né da buio. Vi era una sorta di nebbia fitta che trasmetteva un improbabile sensazione di pace.
«Scordatelo» ripeté il suo avversario di un tempo. «Non riuscirai né a mandarmi via, né ad andartene.»
«Perché?» obiettò Patrick. «Che cosa vuoi da me?»
«Sai bene cosa voglio» replicò Keith Harrison. «Te l’ho detto, l’Evolution Grand Prix Series può rappresentare un pericolo...»
«Un pericolo per il quale non possiamo fare niente» lo interruppe Patrick. «Lasciare andare il ragazzino implica il non riuscire più a influenzarlo. Sarà Oliver Fischer, in piena autonomia, a decidere se l’Evolution gli interessa o meno.»
Keith affermò: «Non se ne disinteresserà. Eravate una bella simbiosi, ma credo fosse Oliver la mente pensante. È riuscito, in maniera del tutto inconsapevole, a ingannare anche me: credevo ci fossi solo tu.»
Patrick avrebbe voluto rimanere impassibile, ma quell’osservazione lo fece sorridere.
«Credi davvero che io sarei stato in grado di fare quello che ha fatto Oliver? Risolvere il mistero dell’incidente di Emiliano Diaz e quello della nostra morte, diventando nel frattempo amico tuo?»
Keith Harrison ribatté: «Scusami tanto se, per una volta, ho avuto un’opinione positiva di te.»
«Non illuderti, Harrison: una tua opinione positiva sul mio conto non è la mia massima ambizione. Puoi riprendere tranquillamente a detestarmi, la cosa non mi dispiacerà per niente.»
«Non siamo più dall’altra parte.»
Patrick obiettò: «Che cosa cambia?»
«Qui non conta più il fatto che io ti abbia rallentato “di proposito” durante una sessione di qualifiche.»
«Lo dici solo perché l’hai davvero fatto apposta.»
«Fai sul serio, Herrmann?» ribatté Keith. «Non essere ridicolo. Sono passati ventisei o ventisette anni, di cui gran parte trascorsi di qua dal confine.»
Patrick gli scoccò un’occhiata di fuoco.
«Ciò non cambia che tu l’abbia fatto di proposito.»
«A causa di questa storia hai sedotto mia moglie e rischiato di far naufragare il mio matrimonio» gli ricordò Keith. «Non ti pare di esserti già preso la tua vendetta?»
Patrick abbassò lo sguardo. Tutte le storie sentimentali che aveva avuto prima di conoscere Selena gli sembravano del tutto insignificanti. Doveva esserci stato un momento in cui credeva di essere davvero interessato a Emma Dupont, ma si era trattato dell’ennesimo fallimento, che poi l’aveva condotto tra le braccia di Alexandra Bernard, forse il peggiore della sua lunga lista di errori.
«Lasciami in pace, Harrison. Torna dalla Menezes, voglio rimanere solo.»
«Se vuoi riflettere sul senso della vita» ribatté Keith, «ormai è tardi. Credo sia palese che la vita non ha senso e, anche se ce l’avesse, non ci sarebbe più niente da fare.»
«È palese anche che tu e la Menezes starete meglio senza di me» precisò Patrick. «Lasciami solo.»
Keith Harrison sbuffò.
«Ti preferivo in versione Oliver Fischer!»
«Purtroppo per te, e per fortuna per lui, Oliver Fischer sta dall’altra parte mentre io sto qui.»
«In effetti è una grossa sfortuna - non per Fischer. A quanto pare io e te eravamo destinati a trascorrere insieme l’eternità. Non possiamo sfuggire all’inevitabile.»
Patrick ribatté: «È tutta colpa tua. Se tu non mi avessi ostacolato, quel giorno...»
«Non ti ho ostacolato» si difese Keith. «Non hai idea di cosa significhi ostacolare un avversario. Forse dovresti informarti di quello che fanno i Ghost Driver.»
«I Ghost cosa?»
«Unità artificiali simili a quello che saranno i nuovi noi.»
«Perdonami, Harrison, ma non ci sto capendo un cazzo.»
«È quello che succede quando te ne stai rintanato in una bolla, trattenuto da catene che esistono soltanto nella tua mente.»
Patrick puntualizzò: «Le catene non ci sono più. Nulla mi impedisce di farti a pezzi.»
«Siamo sostanza eterea. Dubito che ci sia molto che tu possa fare.» Keith Harrison fece un sorrisetto sprezzante. «Tutto ciò che puoi fare è starmi a sentire.»
«Non mi è di alcuna utilità.»
«Eppure, senza di me, non sai nemmeno che cosa sia un Ghost Driver. Forse dovresti venire a vedere qualcosa insieme a me.»
Patrick sospirò.
«E va bene, Harrison, ma poi mi lasci in pace.»
«L’ho detto» ribadì Keith. «Era meglio avere a che fare con Oliver Fischer. Lo preferivo di gran lunga a te.»
«Per me, vale la stessa cosa» rispose Patrick. «Vegliare su Oliver era molto meglio che avere a che fare con te in prima persona. Lo ammetto, non sono stato un santo, ma non ho ucciso nessuno... mi sembra un po’ esagerato che mi tocchi sopportare per l’eternità un coglione che odio.»
Keith Harrison ridacchiò.
«L’odio è un sentimento che esiste soltanto dall’altra parte.»
«Però non neghi il fatto di essere un coglione» osservò Patrick. «Mi sembra già un passo avanti.»
«Fottiti, Herrmann. Sarebbe meglio lasciarti qui a riflettere sul senso della vita e della morte.»
«Allora perché non lo fai? È quello che desideriamo entrambi.»
Keith lo afferrò per un braccio.
«Vieni con me.»
Patrick tentò di respingerlo con uno spintone, ma l’altro lo schivò. Senza capire come, Patrick si ritrovò a terra.
Keith ribatté: «Non sei nella posizione di prendere decisioni, Herrmann. Mi dispiace per te.»
***
Nonostante i suoi movimenti fossero limitati, Oliver fece il possibile per andare a colpo sicuro. Seppure senza parlare, era riuscito a far capire a Selena che doveva girarsi. Erano schiena contro schiena, le mani di Oliver sfioravano quelle di Selena. Salì fino alla corda che le tratteneva i polsi, cercò di capire come fosse annodata e se fosse possibile allentarla. Dentro di sé, non vedeva altre possibili soluzioni: la corda doveva allentarsi, dovevano riuscire a liberarsi.
Il senso di oppressione che l’aveva assalito si era affievolito. Riusciva a respirare senza problemi, un po’ come quando, da bambino, si era abituato a poco a poco alla cravatta indossata il giorno della cresima. Ricordava anche l’outfit di sua madre, portava un tailleur grigio scuro che le stava molto bene, ma che secondo lui la faceva sembrare più vecchia.
La corda si allentò. Selena indietreggiò. Oliver fu certo che i suoi polsi fossero ormai liberi. Si girò a guardarla, la vide mentre si toglieva il bavaglio e si avvicinava per fare lo stesso con lui. Lo fece voltare, in modo da slegargli la corda che gli tratteneva i polsi.
Seduto a terra, eliminando quella che gli costringeva le caviglie, mormorò: «Dobbiamo uscire di qui.»
Selena non rispose. Non aveva ancora tolto l’ultima corda. Oliver si abbassò, per farlo al posto suo. Una volta che ebbe compiuto quell’azione, si avvicinò a Selena e la strinse a sé. La sua amica si lasciò cullare dal suo abbraccio, senza proferire parola.
«È tutto a posto» sussurrò Oliver, anche se non lo era affatto. «Ce la faremo.»
Non ne era affatto convinto, ma non gli sembrava il caso di affermarlo ad alta voce, non mentre Selena lo teneva stretto con forza.
Oliver non seppe quantificare il tempo che trascorsero senza parlare. Quando si allontanarono, finalmente Selena ruppe il silenzio: «Cos’è successo?»
La sua voce appariva confusa, ma non vi era da sorprendersene. Oliver sospettava di essere stato narcotizzato e doveva essere accaduto lo stesso anche a Selena.
«Non lo so. Non so chi ci abbia trascinati qui sotto. Tu ricordi qualcosa?»
«No.»
«Edward ti ha chiamata. Ho trovato il tuo telefono e gli ho detto che eri in bagno. Ti stavo cercando.»
«Edward?» chiese Selena. «Perché mi ha chiamata?»
«Niente di importante» rispose Oliver.
Si aspettava che Selena continuasse a insistere su quel punto, ma l’amica cambiò argomento: «C’eri anche tu su quella spiaggia?»
Oliver sussultò.
«Sì.»
«Sai cosa significa?»
«So cosa significa e ho appena ricordato un fatto accaduto quando avevo dodici anni.»
«Oh.»
«Se ci penso, mi vengono in mente altri dettagli.»
«Vuoi dire che il tuo passato del piccolo Oliver non è del tutto dimenticato?» chiese Selena, una nota di speranza nella sua voce.
«È il mio passato» chiarì Oliver, «non quello di un’altra persona.» Ci teneva che quel punto fosse ben chiaro. «Mi piacevi davvero, Selena. Non è stato solo perché conoscevo il passato di Patrick Herrmann.»
«Ha importanza?»
«Non ne ha adesso, perché ci siamo innamorati entrambi di altre persone, ma ne aveva quando stavamo insieme. Ci tenevo che lo sapessi e...» Oliver si interruppe. «Certo, non è il momento ideale per parlarne.» Si tirò su, sentendo varie fitte, probabile strascico della caduta sulla scala che conduceva al seminterrato. «Ce la fai ad alzarti in piedi?»
Selena parve faticare. La stanza - forse un archivio - era spoglia e non vi erano appigli a cui aggrapparsi. Oliver la aiutò, permettendole di sorreggersi a lui.
«Cosa facciamo adesso?» volle sapere Selena.
«Immagino che la porta sia chiusa a chiave» considerò Oliver, «e che la finestra abbia un’apertura troppo piccola per uscire. Non possiamo avvisare nessuno, dato che il mio telefono è al guardaroba nella tasca del cappotto, mentre il tuo...» Non ce l’aveva addosso. «Il tuo, chissà che fine ha fatto. Sarei un pessimo principe azzurro: non ho soluzioni per liberare la damigella in pericolo.»
«La damigella in pericolo sarei io?»
«Ne vedi altre che siano state sequestrate e rinchiuse in uno scantinato o in quello che è?»
«Non ne vedo» ammise Selena, «ma non posso essere certa che non vi siano altre stanze. Devo dire che, almeno, non essere più legata e imbavagliata è un sollievo. Magari abbiamo qualche speranza di cavarcela.»
«Mi piace il tuo tono calmo» osservò Oliver. «Sembra che tu abbia la situazione sotto controllo.»
«Invece non so nemmeno quale sia la situazione, figurarsi se posso dire di poterla controllare» ribatté Selena. «Quando ci sei di mezzo tu, è sempre un casino, Edward lo dice sempre.»
«Ti ricordo che non è colpa mia se Edward ha la febbre e se ne sta tranquillo a casa a guardarsi uno stupido programma televisivo di Capodanno!» puntualizzò Oliver. «E non è nemmeno colpa mia se mi hai lasciato per lui, a suo tempo... se tu non fossi sposata con Edward, saprei benissimo che cosa fare con te, in attesa che ci venga in mente una via di fuga.»
Selena lo ammonì: «Niente battute equivoche, Fischer, e ricordati cosa succederebbe se io e te fossimo una coppia.»
«Accetto tutto» ribatté Oliver, «tranne di essere legato.»
«Si può fare» concesse Selena. «Adesso, però, fatti venire un’idea, tipo controllare che la porta sia davvero chiusa a chiave.»
«Saremmo di fronte a rapitori ben poco performanti, se avessero lasciato la porta aperta» osservò Oliver. «Perfino io, come principe azzurro, non me la cavo così male, al confronto.» Nella penombra, si diresse verso la porta. Abbassò la maniglia, ma non accadde nulla. «Mi dispiace deluderti, Selena, ma è davvero chiuso a chiave.»
«Per aprire certe porte, basta una scheda telefonica.»
«E chi cavolo ce l’ha una scheda telefonica?»
«Anche una carta di credito o un documento di identità.»
Oliver precisò: «È tutto dentro al mio portafoglio, il quale si trova in tasca del cappotto che ho lasciato al guardaroba.»
Selena concluse: «Allora dobbiamo trovare un’altra soluzione.» Si allontanò, guardandosi intorno. «Se solo qui ci fosse qualcosa di utile!»
«Sarebbe un po’ troppo semplice, non credi?» obiettò Oliver.
Selena si lamentò: «Sembra tutto così surreale. Perfino la nostra conversazione è surreale. Era quasi meglio poco fa, quando mi facevi proposte indecenti!»
«Nessuno è preparato per trovarsi legato e imbavagliato, rinchiuso dentro uno sgabuzzino insieme a una bellissima principessa sadomasochista» ribatté Oliver. «Mi sembra il minimo che le interazioni possano sembrare surreali! Però, se preferisc-...»
Si interruppe. Aveva udito chiaramente un rumore nei pressi della porta. Selena vi si avvicinò. A quel punto accadde tutto in fretta.
La porta si spalancò e, senza attendere oltre, Selena si scagliò addosso alla persona che stava entrando. Questa la spinse via esclamando, in francese: «Che cazzo fai, oca svampita?»
***
Erano seduti a terra, l’uno accanto all’altro. Alla sinistra di Keith Harrison, Patrick cercava di dare un senso a ciò che il suo vecchio rivale gli stava riferendo.
«Già da diversi anni il Progetto Evolution ha in mente gare miste, in cui scendano in pista vetture guidate da veri piloti e altre controllate da remoto.»
Patrick sbuffò.
«Stupide modernità!»
«È da sempre che i puristi dell’automobilismo tacciano qualcosa di essere una stupida modernità» gli ricordò Keith. «Perfino ai nostri tempi c’era chi si lamentava, perché le corse non erano più pericolose come un tempo.»
«Considerato la fine che abbiamo fatto» replicò Patrick, «oserei dire che si sbagliavano.»
«In circostanze normali, le gare erano comunque molto più sicure che nei decenni precedenti. C’era chi non lo accettava. I bar sono sempre pieni di tradizionalisti che, stando tranquilli davanti a un teleschermo, pretendono di stabilire come dovrebbero essere le competizioni.»
«Mi stai paragonando a uno di quei tradizionalisti?»
«Sto dicendo che non si può sempre concludere che ciò che non capiamo sia una “modernità” priva di senso» rispose Keith.
«Quindi come chiameresti una gara automobilistica in cui ci sono macchine senza un pilota a bordo?» obiettò Patrick.
«Il punto non è questo, Herrmann: il fatto che qualcosa non ci piaccia non significa che questo debba essere considerato inesistente. I Ghost Driver sono una realtà.»
«Da come ne parli, sembra che l’Evolution Grand Prix Series sia una categoria motoristica di estrema importanza. Quanti eventi sono stati disputati, finora?»
«Quattro, diversi anni fa.»
«Questi Ghost Driver non devono essere così rilevanti, allora.»
Keith Harrison alzò gli occhi al cielo.
«Parlare con te è sempre stata una perdita di tempo.»
«Io sto bene anche senza fare conversazione» gli ricordò Patrick, «quindi possiamo anche smettere di parlare.»
Fece per alzarsi in piedi, ma Harrison lo trattenne: «Aspetta, Herrmann. Lasciami spiegare.»
«Non fai altro che girarci intorno, senza mai venire al vero problema.»
«Bene, allora sarò più diretto: è lecito pensare che i Ghost Driver siano soltanto una facciata, che ci sia un obiettivo ben più grosso. È per questo che avanzavo l’ipotesi - non solo un’ipotesi, a dire il vero - che un giorno qualcuno decida di mettere al volante delle unità artificiali che siano una nostra copia.»
«Non capisco. A quale scopo?»
«Credimi, Herrmann, anch’io faccio fatica a capire. È proprio per questo che viene spontaneo tacciare il tutto di essere una stupida modernità. È molto di più. Se ci pensi, abbiamo avuto una storia interessante.»
«Né più né meno di tanti altri piloti.»
Keith annuì.
«Sì, hai ragione. Non c’è nulla di me o di te che svetti.»
«Allora a cosa servono delle copie di noi?» obiettò Patrick.
«Non abbiamo lasciato il segno come singoli, ma come coppia di avversari» rispose Keith Harrison. «Tra me e te c’è stata una rivalità torbida, di cui si parla tuttora. Abbiamo dato al pubblico lo spettacolo che voleva, non soltanto in pista.»
«Quindi» dedusse Patrick, «il pubblico di oggi sarebbe ben lieto di vedere un finto Herrmann e un finto Harrison che tentano di distruggersi a vicenda.»
«Ecco, è proprio qui che volevo andare a parare. Hai detto che non dovremmo essere spaventati da due manichini che replicano il nostro modo di essere. Ti sbagli, Herrmann. Ti sbagli di grosso. Sai bene che a noi è bastato poco per perdere totalmente il controllo della situazione.»
Ancora una volta, Patrick non poté negare la lucidità dell’analisi di Keith. Vi era un solo dettaglio che gli sfuggiva: «Due manichini che ci somigliano rimangono pur sempre due manichini. Sono Ghost Driver comandati a distanza, non hanno né la nostra personalità, né le nostre ambizioni, né il nostro desiderio di vendetta.»
Harrison lo corresse: «Il tuo desiderio di vendetta.»
Patrick non replicò. Forse Keith aveva ragione. Tra di loro, il solo Patrick era stato animato da quel tipo di proposito.
***
Vedere Annabelle Vincent da vicino rinnovò la sensazione di Oliver che avesse un’aria familiare.
La figlia di Veronica Young e Selena rimasero a squadrarsi a lungo, sotto la luce che entrava dal di fuori. Fu Annabelle la prima a parlare: «Non ho cattive intenzioni. Anzi, direi che vi sto tirando fuori dai guai.»
«Come sapeva che eravamo qui?» domandò Selena.
«Ho visto la porta chiusa a chiave dall’esterno» rispose Annabelle. «Dentro c’era qualcuno che parlava.»
Oliver obiettò: «Non stavamo parlando così forte. Secondo me non ce la racconta giusta, signorina Vincent.»
«Senti, Fischer, mia madre mi ha detto che sei uno scocciatore nato, ma non c’è bisogno che tu me ne dia una dimostrazione pratica.» Annabelle Vincent lo fissò con freddezza. «Forse sono io che dovrei chiedervi che cosa ci facevate voi due chiusi qua dentro.»
Oliver preferì non darle una risposta. Visto l’atteggiamento della figlia di Veronica, mise anche da parte ogni formalità: «Va bene, sarò anche uno scocciatore nato, ma vogliamo parlare dei tuoi modi? Non è quello che mi aspetterei dalla figlia di una donna di classe.» Non che la Young mostrasse sempre quella classe, ma non era il caso di dirlo in maniera esplicita. «È curioso come somigli maggiormente a Scott Young, nonostante mi pare di capire non sia tuo padre.»
«Le persone educate non si lamentano dei modi di chi le ha appena salvate da una brutta situazione.» Annabelle Vincent indicò le corde sul pavimento. «Cos’è successo?»
«Nulla che ti riguardi» rispose Oliver.
«E va bene.» Annabelle fece un sospiro. «Chiederò alla tua amica... Selena Roberts, giusto?»
«Giusto» confermò Selena, «ma non ho alcuna intenzione di rispondere alle sue domande, signorina Vincent.»
«Pazienza» ribatté Annabelle, «vorrà dire che non ti rivelerò mai dove ho comprato il vestito che ti piace tanto.»
Di fronte al tono palesemente provocatorio della Vincent, Selena sbottò: «Il tuo abito puoi usarlo come straccio per lavare i vetri, per quanto mi riguarda.»
Annabelle ridacchiò.
«Così mi piaci, Selena. Il tuo maldestro tentativo di fingerti una badass è pura poesia.»
«Ci hai salvati» replicò Selena. «Adesso puoi tranquillamente tornartene da dove sei venuta.»
Annabelle si appoggiò alla parete.
«Neanche per sogno. Trovare la moglie di un ex pilota amato e rispettato da tutti rinchiusa in uno sgabuzzino in compagnia di un giornalista fin troppo esuberante non è una cosa che capita tutti i giorni. Dubito che fosse un gioco di prestigio, una specie di incontro erotico della camera chiusa...» Indicò le corde. «Certo, avrebbe potuto essere molto divertente, ma lo ritengo poco probabile.»
Oliver avvampò.
«Io e Selena non...»
Annabelle lo interruppe: «Non importa che ti giustifichi, Fischer. Anzi, sono abbastanza sicura che una signora così perbene non oserebbe mai aprire le gambe in tua presenza... anche se, mi pare di capire, un tempo fosse molto desiderosa di farlo.»
Selena replicò: «Perché dovremmo parlare del mio passato? Mi risulta che tu aprissi le gambe in presenza di Remy Corvin.»
«Io, però, non mi sono fatta cogliere sul fatto in uno stanzino chiuso dall’esterno in compagnia del mio ex» ribatté Annabelle, «quindi non vedo perché dovremmo parlare di me. In più, io non sono né sposata né fidanzata con altri. Se fosse successo qualcosa di simile, sarebbe stato di gran lunga meno equivoco.»
Oliver si irrigidì.
«Hai intenzione di continuare con queste stupide allusioni sessuali ancora per molto?»
«Non se mi spiegate che cosa sia successo» insisté Annabelle. «Se qualcuno vi ha chiusi qui dentro, prima o poi tornerà. Io posso aiutarvi ad andarvene senza dare nell’occhio, credo che sia la soluzione migliore per tutti.»
«In che modo?»
«Vado a prendere i vostri effetti personali al guardaroba, mentre voi vi nascondete da qualche parte. Ve li porto. Voi uscite dal retro e ve ne andate senza ripensamenti.»
«Prima» replicò Oliver, «dobbiamo trovare il telefono di Selena. L’ho perso qui davanti.»
«Non ci sono telefoni, qui davanti.»
«Cercalo. Da qualche parte c’è uno smartphone con una crepa sullo schermo. Suo marito la cercava. Potrebbe chiedersi che fine abbia fatto.»
Veronica scherzò: «Magari, se non la trova, pensa che in questo momento sia a letto con te.»
«Piantala, Annabelle» replicò Oliver. «Se le circostanze fossero diverse, mi interrogherei sul motivo per cui non fai altro che alludere all’atto sessuale, deducendo che succede perché non scopi abbastanza, ma non abbiamo tempo da perdere. Vai a raccattare le nostre cose, come tu stessa hai suggerito, e assicurati di trovare anche il telefono di Selena.»
«Voi due, però, non potete stare qui. Immagino che, se qualcuno vi ha rinchiusi, non fosse animato da buone intenzioni.»
«Suppongo di no.»
«Cosa pensate di fare?»
«Cosa vuoi dire?»
«Se sporgerete denuncia» chiarì Annabelle Vincent, «scoppierà uno scandalo senza precedenti. Non è ciò di cui Vertigo ha bisogno nella notte in cui viene annunciata una partnership storica con Pink Venus per la stagione ormai imminente dell’Evolution Grand Prix Series.»
Oliver spalancò gli occhi.
«Pink Venus?»
«È solo marketing, non è rimasto altro che non il brand» precisò Annabelle.
Selena non parve provare interesse per quell’aspetto: «Sono stata narcotizzata e trascinata qui sotto... o almeno posso immaginare che sia successo questo. Ho ripreso i sensi rinchiusa qui dentro, legata e imbavagliata insieme a Oliver. Dovrei davvero fare finta di niente?»
«Lo so, vi sto chiedendo tanto» ammise Annabelle, «ma farò in modo che non vi accada più nulla di male, se vi toglierete dai piedi e non vi impiccerete in questioni che non vi riguardano.»
«Io credo che ci riguardino, invece» affermò Oliver. «Anch’io sono stato narcotizzato, credo. Sono stato buttato giù dalle scale. Ho ripreso conoscenza legato e imbavagliato. Mi sono dovuto atteggiare a principe azzurro per soccorrere Selena, e tutto per sentirmi dire da te che dovrei comportarmi come se nulla fosse accaduto?»
«Ti prego, non complicare le cose, Fischer» lo supplicò Annabelle Vincent. «Posso intervenire per fare in modo che tu e la tua amica veniate lasciati in pace.»
«Quindi» dedusse Oliver, «sai chi ci ha trascinati qui sotto.»
«No, ma potrei scoprirlo» affermò Annabelle. «So che vi chiedo tanto, ma vorrei che vi fidaste di me.»
Oliver stava per replicare, ma non ne ebbe il tempo materiale.
«Va bene» rispose Selena.
«Ottimo» convenne Annabelle Vincent. «Sapevo che avresti preso la decisione migliore.»
Oliver spalancò gli occhi.
Stava per parlare, ma Selena si girò verso di lui. Nonostante la luce fioca, Oliver si accorse della decisione con cui lo fissava.
Annabelle li istruì: «Salite al primo piano. Vi raggiungo là con borse e cappotti. Troverò anche il tuo telefono, Selena.»
Venti minuti più tardi, dopo un’attesa snervante, uscirono e si diressero verso il parcheggio nel quale Selena aveva lasciato la macchina.
La figlia di Veronica Young aveva trovato tutto, perfino il cellulare perduto. Una volta seduti, le portiere chiuse con la sicura, appurarono che Edward non aveva fatto altri tentativi di chiamata, ma aveva inviato a un messaggio scrivendo che Finny Mondo si era esibito cantando in playback. Chiedeva se alla festa stesse andando tutto bene. Selena rispose di sì.
Oliver le chiese: «Davvero non vuoi dirgli niente?»
«Non sarebbe credibile» rispose Selena. «Non so con esattezza cosa mi abbiano dato. Non so se sono lucida abbastanza da riuscire a guidare per ore per tornare a casa.»
«Puoi venire da me» suggerì Oliver. Rendendosi conto che non aveva parlato con l’amica delle sue intenzioni per il post-ricevimento, le spiegò: «Prenderò il treno per tornare a casa in mattinata. Ho affittato una camera in una piccola pensione in periferia. Ti posso lasciare il mio letto.»
«E tu?»
«Posso cavarmela anche senza un letto.»
«Non ti permetterò di dormire su una sedia!»
«Vorrà dire che dormirò per terra.»
Selena insisté: «Non voglio essere di disturbo, non dopo che sei venuto a cercarmi e...»
Oliver interruppe le sue proteste sul nascere: «Avvia il motore, Selena. Ti indico io la strada... o meglio, ci provo. Ho chiamato un taxi, prima.»
«Non sono sicura di sentirmela.»
«Allora scambiamoci di posto. Provo a guidare io.»
Non comprese se Selena fosse soddisfatta della sua proposta, oppure troppo esausta per ribattere. La vide aprire la portiera. Oliver fece lo stesso. Scese, fece il giro della macchina, andò a posizionarsi al posto di guida e attese che Selena si sistemasse sul sedile del passeggero.
Nonostante avesse l’orario davanti agli occhi, non si preoccupò davvero di che ora fosse. Si diresse verso la pensione, sperando che, almeno per quella notte, non vi fossero altre spiacevoli sorprese alle porte.
La ragazza della reception rivolse loro un sorriso accomodante, senz’altro travisando le loro intenzioni. Oliver e Selena salirono in camera ed ebbero entrambi la stessa reazione, quella di scoppiare a ridere.
Non appena fu tornata in sé, Selena affermò: «Spero che almeno la receptionist non sappia chi sono.»
«Perché dovrebbe?» obiettò Oliver.
Selena non fu altrettanto ottimista: «Sono sposata con un uomo famoso. È già successo che il “grande pubblico” si impicciasse dei nostri affari privati. A suo tempo, c’è stato chi ha insinuato che io e te fossimo amanti e che Ella fosse figlia tua. Come possiamo essere sicuri che quella ragazza non faccia parte di quello che ho appena definito grande pubblico?»
Oliver fu costretto a darle ragione, ma le ricordò: «Non ha alcuna prova che sia davvero tu.»
«Però conosce il tuo nome» replicò Selena, «a meno che tu non ti sia registrato come Dirk Strauss.»
«Non mi sono registrato come Dirk Strauss. Ho dovuto presentare i miei veri documenti.»
«Potrebbe conoscere il tuo nome e avermi riconosciut-...»
Oliver la interruppe: «Ti prego, Selena, non fasciamoci la testa prima di essercela rotta. C’è altro di cui dobbiamo parlare, non credi?»
Selena si sfilò il cappotto, lo posò distrattamente su una sedia e appoggiò la borsa a terra.
«Secondo te ci hanno narcotizzato con qualcosa che lascia uno strascico a lungo termine?»
«Io sto bene» rispose Oliver, in maniera piuttosto frettolosa. «Ho male ovunque, ma è sicuramente per la caduta. Tu stai bene?»
«Credo di sì, sono solo molto stanca.»
«Il letto è tutto tuo.»
«Me l’hai già detto. Vado un attimo in bagno e poi...»
«No, Selena, aspetta un attimo. Ho bisogno che tu mi spieghi una cosa, non posso rimandare.» Oliver la vide annuire. Immaginò che avesse capito dove voleva andare a parare, ma ci tenne comunque a essere esplicito. «Sei stata molto diretta, con Annabelle Vincent.»
«Lo so.»
«Hai accettato, senza avere alcun dubbio, quando ci ha chiesto di non sporgere denuncia. Non ti sei nemmeno chiesta se avessi qualcosa in contrario. Perché?»
Selena gli ricordò: «Veronica Young e sua figlia lavoreranno nell’Evolution Grand Prix Series. Il ricevimento serviva proprio per annunciarlo. Edward nutriva certi dubbi su quella categoria.»
«Anch’io.»
«Tutti e tre avevamo dei dubbi. Qualcosa è stato confermato.»
Oliver puntualizzò: «Remy Corvin è nato il 29 febbraio, ecco tutto ciò che è stato confermato. Non è molto, non credi?»
«Abbiamo messo tutto da parte perché ci sembrava di esserci fatti un film, ma se non fosse stato davvero così?» obiettò Selena. «In fondo, qualcuno ha cercato di drogarti, in quel bar di Pau... oppure di drogare Edward, colpendo te per sbaglio. Solo perché Livio Santangelo è morto da quasi sei anni, non significa che dovremmo fingere che non sia mai accaduto. In fondo, l’ingegnere era solo una piccola parte del tutto... e non possiamo nemmeno provare che ne facesse parte.»
«Gli ho parlato, insieme a Edward» replicò Oliver. «Ha cercato di...» Fu scosso da un brivido, al ricordo della donna che lo accompagnava, con quei capelli rosso acceso e quell’abbigliamento e quel trucco vagamente dark. L’ingegner Santangelo si era rivolto a lei chiamandola Veronica e ciò aveva suscitato in lei una strana reazione. Cercò di ricordare la sua voce. I suoi lineamenti somigliavano proprio a quelli della figlia della Young. «Temo che Annabelle Vincent abbia molte cose da spiegarci.»
«Lo credo anch’io» convenne Selena. «Lo capisci perché dobbiamo andarci cauti? Non è per evitare uno scandalo, ma per avere un certo margine di movimento. In questo momento, qualcuno ci sta cercando e si aspetta che abbiamo qualche genere di reazione. La cosa migliore da fare è non avere alcuna reazione, per confondergli le idee.»
Riusciva a essere maledettamente lucida, tanto che Oliver ritenne di doverle chiedere: «Non hai paura?»
Selena abbassò lo sguardo.
«Sì, ma non sono sola.»
«Non valgo molto come cavaliere che salva la principessa» puntualizzò Oliver. «Quello che è successo stanotte ne è una conferma.»
Selena alzò gli occhi e sorrise.
«L’importante è non essere soli, no?»
«Perché qualsiasi nostra conversazione finisce per sembrare vagamente equivoca?» obiettò Oliver. «Perfino Annabelle ha fatto delle allusioni sessuali sul nostro conto. Sembriamo davvero così desiderosi di saltarci addosso a vicenda? Non riesco a spiegarmelo. Sarà che siamo giovani e attraenti...»
«Non più giovanissimi» replicò Selena, «e neanche più tanto attraenti.»
«Non ti rispondo, altrimenti ti direi qualcosa di maledettamente equivoco.»
«Tipo?»
«Tipo che, se non avessi incontrato altrove il grande amore della mia vita e tu non fossi sposata, mi piacerebbe strapparti via la biancheria e spalancarti le gambe.»
«Non flirtare con me, Fischer.»
«Non sto flirtando. Sto solo constatando un fatto ineluttabile.»
«Per fortuna che sono sposata, allora, e che anche il tuo cuore è altrove... o forse dovrei dire per sfortuna?»
«Adesso sei tu che stai flirtando con me, Madame Roberts, e la cosa non mi pare corretta.»
«Perché, solo tu puoi dire cose sconce? Io, almeno, non ho detto nulla di troppo esplicito.»
«Hai ragione, scusami.» All’improvviso, Oliver ebbe la sensazione di avere parlato troppo. «Sono stato squallido. Volevo solo dire che sei una bellissima donna e che sei molto elegante. Non è vero che non sei più attraente come un tempo. Sei fantastica. Edward è un uomo fortunato.»
«È tutto a posto, Oliver» lo rassicurò Selena.
«Lo so, ma non avrei dovuto dire quello che ho detto. Non mi porto a letto le mogli degli altri, e soprattutto non mi porto a letto le mogli degli amici.»
«Non c’è bisogno che mi dai ulteriori spiegazioni. Ti conosco. So che non parlavi sul serio.»
Oliver si accomodò sul letto, accanto a lei.
«Se faccio certi discorsi, è solo per esorcizzare le mie paure.»
«Cosa temi esattamente?» volle sapere Selena. «L’idea di desiderarmi?»
Oliver scosse la testa.
«No. Ho paura che, prima o poi, proverò un simile desiderio per qualcuna.»
«E cosa ci sarebbe di male?»
«Amavo Tina. La amo tuttora.»
«Tina vorrebbe che tu fossi felice.»
«La felicità non passa solo attraverso l’attrazione sessuale o la vita di coppia. Io e Tina ci completavamo a vicenda. Non ho mai amato nessuna come lei. Non fraintendermi. Ti amavo, quando stavamo insieme. Era un sentimento autentico, ma non eravamo fatti per durare e la cosa migliore era lasciarci andare a vicenda. Sei stata una grande emozione, destinata a lasciare un bel ricordo. Con Tina è stato diverso. Eravamo il presente e il futuro l’uno dell’altra. Forse sposarla è stata una decisione d’impulso, ma è stata la migliore decisione d’impulso che io abbia mai preso. Anzi, oserei dire che è stata l’unica decisione d’impulso sensata di tutta la mia esistenza.»
«Posso immaginarlo» ammise Selena. «Fin dalla prima volta in cui vi ho visti insieme ho capito che eravate fatti per diventare una coppia.»
«A dire il vero» replicò Oliver, «è stato Edward il primo ad accorgersene. Ha detto subito che ero l’uomo giusto per Tina.»
«Non sono sicura che lo intendesse come un complimento.» Selena si alzò in piedi e prese la borsa. «Vado in bagno. Ho bisogno di fare una doccia.»
***
Veronica non era affatto soddisfatta di come si fosse svolta la serata. L’annuncio era stato un successo, certo, ma non aveva portato a termine l’intento più importante, a causa dell’assenza di Edward Roberts.
Sua moglie, invece, sembrava essersene andata di punto in bianco senza salutare nessuno. Veronica l’aveva vista allontanarsi dalla sala e non fare più ritorno. Non troppo tempo dopo, si era volatilizzato anche Oliver Fischer. Non si considerava una malpensante, né le importava alcunché della vita privata altrui, ma aveva la sgradevole sensazione che il comportamento di quei due fosse non fosse troppo appropriato. Si trovavano in mezzo alla gente e, nello specifico, a gente che sapeva benissimo che c’era stata una relazione tra loro, seppure risalente a molti anni prima.
Guardò l’orario. Era indubbiamente troppo tardi per chiamare Roberts e di informarlo di avere una proposta per lui. Avrebbe dovuto attendere almeno qualche ora, anche perché, con tutta probabilità, almeno Edward aveva avuto la possibilità di andare a letto già da parecchio tempo - beato lui.
Era immersa in quelle riflessioni, quando Annabelle le andò incontro.
«Ti devo parlare.»
«Non adesso.»
«Invece dobbiamo parlare adesso.»
Veronica sospirò.
«È tardissimo.»
«Non mi interessa» replicò Annabelle. «C’è una cosa che devi sapere.»
Veronica si rassegnò.
«Ti ascolto.»
Quando Annabelle ebbe finito, non si pentì di avere accettato di starla a sentire nonostante l’ora.
«Molto interessante» borbottò. «Sul serio Fischer e la Roberts non ci daranno problemi?»
«Così ha detto Selena Roberts e non vedo perché non dovremmo crederle» rispose Annabelle. «Se avesse voluto complicarci le cose, credo che ne saremmo già al corrente. È tutto tranquillo, quindi va bene così.»
«Non penso che si possa liquidare la faccenda con un “va bene così”» obiettò Veronica. «Questa è una cosa seria. Sai chi c’è dietro?»
«No.»
«Ne sei sicura?»
«Abbastanza, ma sono altrettanto sicura di poterlo scoprire.»
«Sei ottimista.»
«Mi farò aiutare da Remy» affermò Annabelle. «Sono certa che riuscirò a convincerlo.»
«Ah, sì? Non sei nemmeno riuscita a convincerlo a venire al ricevimento.»
«Ho le mie carte da giocare.»
«Non fare casini» le intimò Veronica. «Non farmi pentire di averti coinvolta. Il mio nuovo incarico è una cosa seria ed è solo il primo passo per qualcosa di più.»
«Stai tranquilla» la rassicurò Annabelle. «Mi hai già detto che il padre di Ivana Blaze ti ha chiesto di gestire gli affari della figlia.»
Veronica rabbrividì. Non le piaceva che Annabelle alludesse a Ivan Blazevic, ma avrebbe dovuto imparare a farci l’abitudine. Cercò di non mostrarsi turbata e rispose: «Esatto. Sono convinta di accettare. Però è bene che non succedano casini. Sono già stata coinvolta in losche vicende, in passato, e adesso ho bisogno di tranquillità.»
«Non preoccuparti» ribadì Annabelle. «Stavolta, almeno, non ci saranno morti ammazzati.»
Veronica sussultò. Sua figlia stava scherzando, ma quella battuta le parve fuori luogo. Non poteva immaginare, quella notte, che le parole di Annabelle sarebbero state ben presto smentite. Non solo: Veronica sarebbe stata anche presente sulla scena del delitto, e peraltro in buona compagnia, dato che avrebbe condiviso quella deprecabile esperienza con, tra gli altri, i coniugi Roberts, Ivana Blaze e nientemeno che quella grandissima seccatura che era Oliver Fischer.
NOTE: Finny Mondo non è ispirato ad alcun cantante realmente esistente, ma riflette la non troppo inusuale soluzione di utilizzare, per i progetti dance italiani degli anni '80, nomi che suonassero come stranieri, ma che avessero un sound simile a parole italiane (il caso più famoso credo sia Den Harrow, che suona volutamente più o meno come "denaro").


