Questo è il racconto di una sua giornata
A day in the life
Ore 8.00
Un trillo insistente lo inseguiva nella nebbia.
Un rumore insolito, dal momento che la ciurma di Jean Lafitte era armata fino ai denti ma sicuramente sprovvista di cellulari.
Si voltò a cercare i suoi compagni di masnada ma alle sue spalle la spiaggia era svanita nel nulla. In compenso, il trillo era diventato più forte e un intenso e pungente odore di caffè adesso gli solleticava le narici.
Qualcosa nel suo cervello spense il proiettore e gli fece aprire gli occhi per intercettare una lama di sole che tagliava in due la penombra polverosa della sua camera, immersa come al solito nel disordine più totale.
Aveva ragione Tommy a rispondergli a tono quando gli intimava di mettere a posto, e aveva ragione anche Robin quando si metteva dalla parte del fratello e allo stesso tempo faceva la sua solita e irresistibile faccia colpevole.
Erano le otto e aveva dormito solo quattro ore. Si maledì per aver preso l’impegno di portare in giro dei turisti per i Bayou dopo aver staccato dal turno di notte ma quello era diventato ormai il suo lavoro principale.
Si tirò su a sedere e valutò se farsi una doccia prima o dopo colazione. Forse era meglio farla prima, per essere abbastanza sveglio da scambiare almeno due parole sensate con sua madre.
In casa c’era silenzio, i ragazzi dormivano ancora. Li invidiava, per il solo fatto che si stavano godendo la domenica mattina senza averne la benché minima coscienza. Per una domenica come quella avrebbe venduto l’anima al Barone, altroché.
“Alzati e cammina, Finch Hébert” ordinò alla sua immagine riflessa nello specchio. Si sfilò i boxer e osservò con aria critica il suo corpo in declino.
A Mardelle piaceva quel leggero accenno di grasso sul suo addome, tanto leggero che non sembrava litigare con i suoi muscoli ancora piuttosto tonici, ma forse avrebbe dovuto davvero ricominciare a farsi quella mezz’ora di corsa la mattina.
Magari in una prossima vita.
Ore 10.30
Il tessuto del fiume cambiava colore a seconda delle variazioni di luce, così come anche la vegetazione. Per esempio i pioppi argentati, che ammiccavano al primo alito di vento che pettinava le loro foglie. Tommy e Robin una volta le avevano raccolte e ci avevano costruito dei piccoli acchiappasogni.
I canali erano pieni di guizzi improvvisi e di sfarfallii e ogni tanto con il vento arrivava un rombo ritmico e cupo, sicuramente qualche chiatta più a valle.
Erano una coppietta piuttosto silenziosa. Lui alto e pallido, gli occhi giallognoli fissi sulla cartina del fiume, lei invece più propensa a scambiare due chiacchiere.
Li accompagnò a uno dei pontili e l’uomo tirò fuori dallo zaino una Nikon enorme, sulla quale avvitò un altrettanto enorme teleobiettivo. Si perse tra le fronde alla ricerca di qualcosa e a Finch diede l’impressione che volesse starsene per conto proprio. Lo lasciò perdere e si concentrò sulla moglie, cui interesse nei confronti del fiume era però piatto, senza guizzi di vera curiosità.
Una coppia in piena bonaccia, probabilmente, in vacanza a New Orleans per staccare da impegni e routine e ritrovarsi poi senza nulla da ricordare se non per tramite di qualche foto o dello scontrino di un caffè. Magari avevano ormai superato qualsiasi dubbio o timore sullo stato della loro relazione, magari si accontentavano di ascoltarsi respirare a letto e di condividere lo stesso spazio - cosa che Finch non avrebbe mai sopportato.
Chissà se quell’uomo era davvero un bravo fotografo, non aveva fatto alla moglie una foto che fosse una.
Fecero un altro paio di soste. La donna aveva ormai smesso di fingere qualsiasi interesse verso la natura e le spiegazioni di Finch ma Finch non ci rimase male più di tanto perché odiava sprecare il fiato.
Si concentrò sulla bellezza che lo circondava, selvatica come certi suoi pensieri quando beveva troppo o dormiva troppo poco.
Ore 18.00
“Stamattina pensavo che Katrina & The Waves è uno dei nomi più del cazzo che esistano per una cazzo di band” sentenziò Marleau, il buttafuori del Monolyte.
“O una band del cazzo” replicò Dufresne mentre lucidava il bancone a specchio.
“Dai, I’m walking on sunshine è carina ed è uscita ben molto tempo prima di…” rispose Finch, lasciando però cadere qualsiasi allusione all’uragano.
Come se ce ne fosse davvero bisogno.
C’erano periodi in cui ne parlavano come se fosse accaduto l’altro ieri, altri come di qualcosa di sbiadito, all’ombra di problemi più urgenti, e tutte le volte si trovavano tutti e tre in perfetta sintonia.
Era stato uno strappo, e poi una cucitura. Quella di Finch teneva abbastanza bene perché nella tragedia accanto a lui c’era stato Drew. Si erano divisi il dolore come avrebbero fatto con una fetta di torta o un piatto di beignet.
In Tommy e Robin vedeva un riflesso della loro amicizia fraterna e la promessa dei loro caratteri da adulti - Finch strafottente e apparentemente menefreghista, Drew più riflessivo e timido. Certe volte gli mancava più del necessario e allora Finch si rifugiava nelle chiacchiere con Marleau e Dufresne, ai quali forse non avrebbe raccontato proprio tutto di sé ma ci mancava poco.
“Beh, io me la squaglio” disse scolandosi l’ultimo sorso di birra. Quella sera non lavorava.
“Seratina in vista?” chiese Dufresne.
“Oh, sì” rispose direttamente Marleau. “Ce salé type-ci colpisce e affonda senza far rumore. Lo vedi che il divorzio fa bene? Dovrebbe essere obbligatorio dopo un certo numero di anni di matrimonio.”
“‘Fanculo” rispose Finch, ma rideva sotto i baffi.
“E come si chiama la raddrizzatrice di torti?” chiese Dufresne. “Soprattutto, è brava a raddrizzarli?”
“Basta” sbottò Finch “è Mardelle Garner.”
“Uuuh!” sbottò Marleau “Mardelle La Belle! E che cosa ci troverebbe esattamente in te? A parte l’ovvio.”
E gli lanciò un’occhiata eloquente.
“Se voialtri siete sempre fermi allo stesso punto è perché non andate mai oltre.”
“Oltre sono solo guai, Hébert.”
Finch non ribatté, l’ovvio era proprio quello.
Ore 20.00
Scese in cucina in accappatoio. Frugò nella dispensa alla ricerca del pane, poi aprì il frigorifero e trovò del formaggio.
I bambini avevano già cenato e guardavano Gumball sdraiati ai lati opposti del divano, i piedi incastrati tra loro al centro della seduta.
Ridevano quasi a singhiozzare, era la puntata in cui Gumball e i suoi amici finivano in un videogioco pirata comprato dal padre Richard. Gumball sceglieva MyButt come nickname.
Sua madre Odile rientrò in tempo per assistere alla scena desolata di lui che disponeva dei sottaceti sul formaggio e copriva il tutto con un’altra fetta di pane.
“Finch, potevi chiamarmi, ero andata da Walter a portargli le camicie. Ti faccio delle uova e un’insalata?”
“No, tanto esco stasera.”
Odile lo squadrò da capo a piedi. “Ma non vai a cena fuori, giusto?”
Finch sollevò il panino per portarlo alla bocca e allo stesso tempo arretrò sulla difensiva fino ad appoggiarsi al frigorifero.
No, non sarebbe andato a cena, non gli interessava. Era stanco e scazzato e voleva possibilmente occupare le ore successive a fare cose che non implicassero il dover parlare di sé e della sua giornata.
“No” rispose masticando.
“Mm.”
Odile sollevò un sopracciglio ma tenne per sé qualsiasi cosa avesse pensato di dirgli. Finch la conosceva fin troppo bene e sapeva che non avrebbe sconfinato, non con un figlio trentenne che faceva due lavori, che aveva due bambini a cui badare e che voleva solo dimenticarsene per un paio d’ore.
"Scusa, mamma, se sto mangiando in accappatoio” riprese. “Non siamo in un campeggio.”
Raccolse con cura le briciole e ripose il piatto nella lavastoviglie.
Ore 22.00
Non ebbe neppure il tempo di chiudere la porta e di appendere il giubbotto al gancio conficcato nella vernice scrostata che Mardelle gli già era saltata al collo.
“Che fine hai fatto? Sei stato così cattivo! ”
“Sono stato incasinato.”
Lei lo squadrò con due occhi enormi e slavati, vagamente sporgenti. Indossava ancora la camicetta della sua divisa da cameriera, che le conteneva il seno a malapena. Gliela sbottonò senza troppe cerimonie. Aveva un vago odore di pelle sudata, spezie e deodorante e aprì le narici per respirarlo a fondo. Mardelle lo lasciò fare, tirandoselo addosso, poi gli sollevò l’orlo della maglietta e gliela fece scivolare lungo la schiena. Finch allungò le braccia oltre la testa e se ne liberò scaraventandola sulla poltrona di vimini già colma di vestiti ammonticchiati. Le sganciò il reggiseno e seppellì il viso nella sua carne, con la mente ancora nella cucina di casa sua, rivolta alla figura da disadattato che sapeva di aver fatto con sua madre.
Mardelle intanto gli si era arrampicata addosso, premendo sulla sua erezione e adesso sussurrava il suo nome tra ansiti e gridolini.
La spinse sul letto con malagrazia, le strappò l’intimo che ancora indossava e al cospetto del suo sguardo torbido e trionfante comprese che il suo desiderio si era già trasformato in rabbia. Odiava che le piacesse farlo così, odiava la sua espressione ottusa e la sua impazienza. Odiava il letto e il monolocale, odiava sentirla gemere e affannarsi. Decise che voleva finirla prima di lei e si concentrò spazzando via qualsiasi distrazione o pensiero che non fosse quello di arrivare all’apice e scaricarsi. Quando ebbe ottenuto ciò che voleva, si sfilò e rotolò via.
“Finch” implorò lei inascoltata, e poi di nuovo “Finch!” stavolta incredula.
Ma non la ascoltò, si alzò dal letto e barcollò verso il bagno.
“Ehi!” lo incalzò lei, ormai di nuovo padrona di sé e molto, molto incazzata.
Non era passata neppure mezz’ora.
Ore 01.00
La casa era immersa nel silenzio.
In cucina, sua madre aveva lasciato accesa la luce della cappa e, sui fornelli, un piatto con una omelette al bacon ormai fredda e dei pomodori tagliati a fette.
Prese il piatto e ne annusò il contenuto, grato del profumo che ne sprigionava. Mangiò con gusto e tracannò una Budweiser che aveva in frigorifero.
Dopo, salì le scale e si spogliò in camera da letto, al buio. Nello specchio vedeva ora un’ombra nera e sperò di non essere davvero lui quello.
Storse il naso all’odore che ancora aveva addosso nonostante avesse usato la doccia di Mardelle. Lei lo aveva praticamente sbattuto fuori di casa, dopo che se l’era scopata più o meno come una bambola gonfiabile.
Infilò una t-shirt e un paio di boxer, uscì in corridoio e spiò nella stanza dei ragazzi. Tommy dormiva a pancia in su, gambe e braccia divaricate, Robin in posizione fetale.
Sedette sulla vecchia sedia a dondolo accanto alla finestra. La stanchezza compì il miracolo e si addormentò quasi subito, immerso nei loro respiri leggeri.


