
Capitolo 10:La fine delle Rime
Castle si guardò intorno. Si trovata ancora all'aeroporto; nella mano destra teneva ben stretto il post-it verde brillante appena ritrovato, mentre con l'altra si toccava i capelli lucenti.
Il ritrovamento di quel secondo indizio non aveva suscitato nello scrittore la stessa euforia del precedente: secondo quant'era scritto, oltre a questo indovinello (che ancora non sapeva come risolvere), minimo ce ne sarebbe stato un altro.
Perché come lesse dalla carta brillante che teneva in mano: la tua Kate ancora libera non sarà..
Questo poteva significare solo una cosa: che non avrebbe ritrovato Kate in quel prossimo passo, e per quanto poteva andare avanti? Cosa aveva in mente il giudice?
Voleva guardare la vita di Castle andare in frantumi, o si stava solo divertendo a farlo correre in giro per la città?
Perso in questi pensieri angusti, lo scrittore si sedette in una delle sedie di fronte alla grande vetrata: mancavano pochi minuti perché il suo volo partisse, e quasi non desiderò davvero di imbarcarsi per dimenticare tutto quell'angoscia, quell'infinita stanchezza e quella preoccupazione che ormai lo assillava da quattro eterni giorni.
Riguardò il post-it, rapito dalla calligrafia del giudice. Poi si fermò a fissare la parola Kate, per quella che gli sembrò un'eternità.
Kate, dove sei? Come posso ritrovarti?
Rick Castle non si era mai sentito tanto depresso, ma doveva reagire: il tempo a disposizione stava per scadere e forse, prima o poi, quei post-it sarebbero finiti e lui sarebbe arrivo a Kate.
Nella speranza che fosse ancora viva.
Castle rabbrividii, noncurante della situazione a lui circostante.
Infatti, non si accorse nemmeno che una Signora distinta, forse poco più anziana di sua madre, si era avvicinata a lui e stava leggendo il foglio che teneva in mano.
-Una caccia al tesoro! - disse la Signora, non riuscendo a trattenersi. Castle trasalii, immerso com'era nei suoi pensieri. Si girò di scatto verso la donna e, nascondendo il foglio all'interno del palmo della mano, le disse scherzosamente:
-Si, sa... Mia figlia adora queste cose. - Sperò con tutto il cuore che la donna di fronte a lui gli credesse. Era la tipica “nonna”: sembrava provenire da un altro secolo, con la sua borsetta di vimini e il suo capellino di paglia. Questa sorrise a Castle e affettuosamente si rivolse a lui:
-L'ha già risolto? - Si avvicinò ulteriormente allo scrittore.
-Cosa? - Castle fece finta di non capire, ma guardando negli occhi della Signora vide che mentire non l'avrebbe portato a nulla – Ah, questo – si girò il post-it tra le mani – No, non ancora. Ci stavo giusto ragionando. -
La Signora fissò per qualche istante fuori dalla finestra.
-Se lo vuole sapere, secondo me la seconda frase si riferisce ai figli: insomma, i miei figli hanno trent'anni ormai, ma per me resteranno sempre i miei bambini! -
Castle dimenticò le buone maniere, dimenticò tutto ciò che gli avevano insegnato da bambino, di salutare, di comportarsi bene, di non correre...
Si alzò e semplicemente corse, corse per tutto l'aeroporto, corse fuori all'aria aperta, corse fino alla propria macchina e senza badare al proprio cuore che martellante pulsava nel petto, o ai propri polmoni ansimanti o ai piedi doloranti, corse.
Aveva capito a cosa si riferiva il secondo indizio.
Quasi un'ora e mezza di circa dopo, Richard Castle si fermò. Parcheggiò la propria auto sul ciglio della strada, senza rispettare le linee bianche che delineavano il parcheggio.
Nell'ultima ora e mezza aveva corso come non mai, e aveva spinto la propria auto ben oltre i limiti consentiti dalle leggi stradali.
Aveva capito, aveva risolto quel rompicapo grazie all'aiuto di quella Signora un po' troppo curiosa.
Lo scrittore ripeté ancora una volta all'interno della propria mente:
Tanti anni son passati da quei tempi felici
Ora son grandi ma sempre piccoli resteranno
Lì tutto è iniziato
ma non è lì che tutto finirà
la tua Kate ancora libera non sarà.
Se la seconda frase si riferiva ai figli, significava che sono passati molti anni da quando erano piccoli, e lui doveva recarsi nel luogo dove tutto era iniziato: Castle ricordava fin troppo ben quel lontano giorno di Ottobre in cui aveva conosciuto il giudice Smith.
Ricordava che per terra c'erano le foglie secche e giallognole cadute dagli alberi, ricordava com'era felice mentre giocava con la figlia Alexis, ricordava che aveva conosciuto un altro padre, lì con il figlio, quasi coetaneo di Alexis, e con cui aveva iniziato presto a parlare...
Ricordava quel luogo come se fosse ieri: un piccolo parco giochi fuori New York, in cui era solito andare per rimanere tranquillo con la figlia.
Erano quasi dieci anni che non ci metteva piede, ed infatti Castle notò subito il segno del tempo in quel luogo un tempo magico: non c'erano più bambini felici ed urlanti, nessuno scendeva più da quegli scivoli ormai da tempo, il tempo e l'acqua avevano corroso ogni attrezzo, e le panchine erano ormai inutilizzabili.
Castle si avvicinò cautamente alla panchina dove si sedeva sempre quando accompagnava Alexis: sorrise nel ricordare il numero di donne che aveva rimorchiato in quella panchina, giocando la carta del “padre single”. Ma ora non c'era più nulla da ridere.
Castle sentì un brivido correre lungo la schiena; nonostante fosse l'ora di pranzo e il sole splendeva alto nel cielo, quel posto gli ricordava un cimitero infestato, e non si fidò affatto dell'apparente silenzio che vi regnava. Lo scrittore ricordò in un flashback le ultime parole dettategli dal capitano, e si chiese se quell'ordine di non fare nulla di stupido non si riferisse proprio a quello che stava facendo.
L'aeroporto l'aveva fatto sentire protetto: un luogo chiuso, pieno di persone, di telecamere, di testimoni.
Lì nessuno l'avrebbe mai ritrovato, solo lui era a conoscenza del post-it verde brillante, sarebbe rimasto lì per sempre.
Castle, non farti prendere dal panico! Cosa farebbe ora Kate?
Il pensiero della detective lo portò alla realtà, in quel parco giochi assolato e distrutto dal tempo.
Cercherebbe un indizio .
Castle si mise alla ricerca di qualsiasi cosa che lo potesse aiutare nella ricerca della detective Beckett: ma in quasi un'ora di ricerca a leggere tutte le scritte sulle panchine, ad analizzare gli scivoli e a salire sui giochi così piccoli per la sua taglia, non trovò assolutamente nulla.
Stava quasi per perdere le speranze, quando un ricordo gli tornò alla mente:
Era in quello stesso parco, tanti anni prima. Alexis giocava di fronte a lui nella sabbia; mentre Castle, non ancora scrittore di fama mondiale, scherzava con quel suo nuovo amico: il giudice Smith. Questo, tra le risa e le confidenze, disse a Richard:
-Sai, quand'ero bambino la mia famiglia era molto ricca, ed i miei genitori non mi permettevano di venire al parco insieme agli altri bambini. - Castle rise. Pensò a sua madre e al fatto che lo lasciasse spesso solo proprio in quei posti.
-Ed io guardavo dalla finestra i bambini divertirsi e ricordo che sognavo sempre di salire in uno di quel castelli con gli scivoli e le corde – indicò un castello situato proprio davanti a loro.
Castle lo guardò ed alzandosi in piedi gli disse:
-E allora sali no? - Alexis lo guardò radiosa, come sempre. Adorava il padre.
Il giudice invece rimase seduto e guardò torvo l'uomo in piedi:
-Figurati! Ora sono troppo grande... non ci passerei nemmeno! - Castle si sedette rassegnato, il viso contratto in una smorfia. Quel giudice era davvero un fifone.
Castle tornò alla realtà. Perché non ci aveva pensato prima?
Corse verso il castelletto in mezzo al parco e la prima cosa che notò, oltre al fatto di essersi completamente sporcato i pantaloni con gli schitti freschi degli uccelli, era che effettivamente il giudice ci aveva visto bene: per un uomo adulto, era difficile passare per quegli scivoli stretti e quelle scalette minuscole. Ma spinto da una forza sconosciuta, Castle non fece fatica ad arrivare in cima e guardò il parco dall'alto.
Eccomi qui Smith, ed ora?
Passò qualche minuto. Solo quando lo scrittore fece per scendere notò una scritta verde brillante (probabilmente scritta con l'indelebile), sulla corda a cui si stava appendendo:
Bravo Castle, ci sei quasi.
Ora pensa, ce la puoi fare,
all'ultimo luogo dove devi andare.
La mia fedeltà mi ha tradito alla fine
arriva prima che io finisca le rime.
Castle cadde giù dalla corda con un tonfo. Gli bastò una sola lettura per imparare a memoria quell'ultima filastrocca, e la stessa unica lettura per capirla.
Smith voleva che Castle lo trovasse, voleva essere il protagonista di quella caccia al tesoro e lo scrittore era pronto a tutto (anche a eseguire gli ordini di un pazzo) pur di arrivare a Kate.
Correndo verso la macchina, Castle tirò fuori il cellulare e digitò il numero di Ryan. Per un attimo le sue dita traditrici digitarono quello di Kate, l'abitudine inganna.
-Pronto? - fu la risposta dall'altro lato del telefono.
-L'ho trovata. - la voce di Castle era ferma, decisa, risoluta.
-Sei sicuro? -
-La trovate al tribunale – nei pensieri di Castle tutto iniziava ad avere un senso: La mia fedeltà mi ha tradito alla fine doveva riferisci al fatto che Smith, facendo il proprio lavoro e condannando il nipote alla galera, aveva perso tutto – io sarò li tra un'ora. -
-Dove sei? - gli domandò il detective preoccupato.
-Non ha importanza. Dobbiamo arrivare entro sera – Castle capì immediatamente il gioco di parole creato dall'ultima frase (Arriva prima che io finisca le rime): era una citazione da un poeta classico che aveva studiato al college, e se non ricordava male, il poeta voleva riferisci al fatto che entro sera, non avrebbe più composto rime.
Perché per quell'ora sarebbe stato morto.
Castle buttò giù la linea. Non aveva tempo da perdere.
Quando Richard arrivò di fronte al tribunale, un'ora dopo, non riuscì a passare con la macchina.
C'erano decine di macchine della polizia sparpagliate per il traffico, e la gente era scesa dalle proprie auto per correre verso il tribunale.
Castle abbandonò la macchina lì dov'era, ad un semaforo, e corse anche lui dietro la folla urlante.
Sperò con tutto il cuore di rivedere Kate, e che tutta quella curiosità non fosse suscitata da una tragedia o da un corpo a terra.
Kate ti prego resisti!.
Pochi metri dopo lo scrittore Richard Castle vide qualcosa che gli gelò il sangue e che lo fece arrestare dove si trovasse: la prima cosa che riuscì a pensare fu che nemmeno in uno dei suoi gialli, nemmeno con l'immaginazione più originale del mondo, sarebbe mai arrivato a pensare a tanto.
Ecco perché tutti correvano verso il tribunale.
Ecco perché tutti urlavano.
Perché l'ascensore di quel magnifico grattacielo trasparente, in cui si potevano guardare da fuori tutti gli uffici e l'interno dell'ascensore stesso, era stato broccato a metà.
Dentro c'era una donna, una detective legata all'ascensore e collegata ad un cavo lì accanto.
La donna era collegata a delle bombe. A tantissime bombe.
Smith voleva far saltare in aria il palazzo. Attraverso Kate.
Castle si sentì morire dentro quando gli occhi della sua Kate si posarono su di lui, e le sue labbra pronunciarono un silenzioso e straziante: Aiuto.
ANGOLO DELL'AUTRICE
Ciao a tutti! Così si chiude il decimo e penultimo capitolo della serie KATE TI SALVERO'!
Il prossimo capitolo chiuderà la storia, e sarà seguito solo da un breve Epilogo... Spero davvero che questo episodio vi sia piaciuto: Come farà Castle a salvare Kate? Riuscirà a farlo in tempo?
Scopritelo con il prossimo capitolo! Nel frattempo vi chiedo in cambio pochi minuti del vostro tempo, per leggere e recensire questo capitolo: è fondamentale per me capire cosa ne pensate!
A presto e grazie a tutti!
Berenike
(Aggiunta postuma)
La fanfiction KATE TI SALVERO' ha vinto i NESA 2011 dedicati al telefilm Castle-Detective tra le righe nella sezione BEST MALE (RICHARD CASTLE) e BEST PLOT. Ringrazio tutti i miei lettori e coloro che mi hanno seguita fin dall'inizio!




